mercoledì 31 marzo 2010

Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila

Corriere della Sera


I dati si riferiscono ai redditi relativi al 2008. Pensionati: meno di 14 mila euro

Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi. Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila
Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi



ROMA - Circa la metà dei contribuenti italiani dichiara un reddito minore di 15 mila euro all'anno e i due terzi non superano i 20 mila euro. Mentre 418 mila persone (meno dell'uno per cento della popolazione italiana) hanno dichiarato un reddito superiore a 100 mila euro, ma solo coloro che versano il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell’imposta è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. I dati, anticipati qualche settimana fa dal Corriere della Sera, risultano dalle dichiarazioni fiscali presentate nel 2009 e relative al 2008 diffuse dal dipartimento delle finanze del ministero del Tesoro.

REDDITI - In base all'analisi «il reddito complessivo medio si attesta a un valore di 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro», dice la nota del ministero. «Il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro», specifica il Tesoro. Su base regionale, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 euro).

All'estremo opposto si trova la Calabria con 13.470 euro. La quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%). «L'aumento della quota dei redditi da lavoro dipendente e pensione deriva anche dall'introduzione del regime dei contribuenti minimi, i cui redditi vengono così esclusi dal computo dell'Irpef», spiega il Tesoro. I circa 506 mila contribuenti minimi hanno dichiarato un reddito medio di 8.840 euro per un'imposta sostitutiva netta media di 1.770 euro. Le società di capitali, pur rappresentando solo un quinto dei contribuenti, dichiarano l'83% del volume d'affari e il 74% dell'imposta.

IVA - L'introduzione del regime dei contribuenti minimi ha comportato un calo del numero delle dichiarazioni Iva in raffronto al 2007 (-7,7%, pari a 5,259 milioni): di queste, il 60,7% proviene da persone fisiche, il resto da società ed enti. Tuttavia, il volume d'affari totale mostra un leggero aumento +0,6% (3.390 miliardi euro;), mentre l'Iva di competenza cala dell'1,5% (78,675 miliardi di euro). Fortissima risulta la concentrazione dell'Iva: poco più dell'1% dei contribuenti dichiara il 70% del volume d'affari e il 64% dell'imposta. L'analisi settoriale denota il primato del settore del commercio per numero di contribuenti (25%) e imposta dichiarata (34,8%), mentre il settore manifatturiero primeggia per volume d'affari (30,4%). Nelle regioni settentrionali risiede circa la metà dei contribuenti, che dichiara circa il 62% del volume d'affari e dell'Iva di competenza.

31 marzo 2010



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La denuncia dei Partigiani: a Nettuno manifestazione celebrativa SS d'Italia

Corriere della Sera


Al sacrario militare omaggio ad ufficiale delle SS italiane. L'Anpi: li denunciamo per apologia di fascismo





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Vendola si compra la governabilità

Libero









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Harvard: l'università più famosa «cominciò» con uno scandalo

Corriere della Sera


può vantare ben 75 premi nobel

Harvard: l'università più famosa  «cominciò» con uno scandalo

Il primo rettore del college della «nuova Cambridge» puritana era un lestofante che la fece fallire subito


La statua delle «tre bugie» dedicata a John Harvard nel campus della famosa università americana
La statua delle «tre bugie» dedicata a John Harvard nel campus della famosa università americana
ROMA - Ben 75 premi Nobel sono usciti dalla Harvard University, considerata l’Ateneo più prestigioso del mondo. La scuola della gente che conta. Ci hanno studiato fior di politici, John Adams, Theodore Roosevelt, Franklin Roosevelt, fino a John Kennedy e George W. Bush. Anche l’attuale inquilino della Casa Bianca Barack Obama porta il marchio di Harvard, così come il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, il presidente messicano Calderon e quello colombiano Uribe. Pochi sanno, però, che all’inizio l’Harvard College fu teatro di un clamoroso scandalo e rischiò di chiudere i battenti dopo appena un anno di attività. Tutta colpa del suo primo rettore, un lestofante che rubò perfino le rette degli studenti. Quando scoprirono i furti e gli incredibili abusi, i rigorosi puritani del Massachusetts capirono di aver commesso una grave imprudenza affidando il neonato College alle cure di un giovanotto di soli 27 anni, Nathaniel Eaton, che era appena arrivato dall’Inghilterra con la fama di grande erudito.

IL MAYFLOWER E WINTHROP - Erano gli anni della grande migrazione inglese verso il Nuovo Mondo. Nel 1620 avevano compiuto per primi la traversata dell’Atlantico i famosi padri pellegrini a bordo della mitica Mayflower. Si erano semplicemente andati a rifugiare in un angolo remoto dove praticare la loro religione e vivere in pace. Ma dieci anni dopo, nel 1630, prese avvio con uno spirito ben diverso la vera ondata dei colonizzatori. Gente che non si accontentava di un rifugio lontano, ma coltivava l’ambizione di cambiare il mondo. La guidava un avvocato di 42 anni, John Winthrop. I padri pellegrini erano poveri e umili. I compagni di Winthrop erano persone colte e benestanti. Abbandonavano l’Inghilterra per non sottostare ai precetti di una religione che essi giudicavano iniqua e sgradita a Dio. Winthrop si sentiva investito di una missione cruciale per l’avvenire dell’umanità intera. Lui e i suoi compagni di viaggio dovevano offrire l’esempio di una nuova way of life. Alla partenza esortò a tenere un comportamento irreprensibile perché «saremo come una città sulla collina, gli occhi di tutti saranno su di noi». Dovevano dimostrare che il re Carlo I Stuart aveva sbagliato a perseguitare i puritani. Far vedere come, fuori dell’Inghilterra, una comunità abituata a vivere in linea coi principi biblici era benedetta e poteva prosperare. L’emigrazione rientrava in un piano divino di lotta del bene contro il male. In questa chiave, il puritanesimo va letto come una rivolta contro l’Europa intera, la terra del papismo, la culla di una falsa religione, il trasloco al di là dell’Atlantico doveva segnare il trionfo di una nuova forma di civiltà. Winthrop è un personaggio gigantesco ma quasi dimenticato. Lo hanno definito «il primo grande americano», il Mosè che guidò il popolo della Bibbia sulle acque dell’Atlantico verso la nuova Terra promessa.

L'ISTRUZIONE COME PRIORITÀ - Qui ci interessa rimarcare che sotto la sua regia fu presa un’iniziativa stupefacente per le condizioni in cui avvenne. Una comunità che aveva appena il necessario per sopravvivere e teneva le assemblee pubbliche in mezzo ai prati all’ombra delle querce, mise fra le sue prime preoccupazioni quella di assicurare l’istruzione ai giovani del Massachusetts. Nel 1636, appena sei anni dopo la prima grande ondata migratoria, fu approvato il Massachusetts School Act che prevedeva l’apertura di elementari, scuole superiori e un College. Tutti avevano il dovere di imparare a leggere perché, ammoniva il pastore John Cotton, «uno dei principali scopi di Satana, l’ingannatore, è mantenere gli uomini ignoranti delle Scritture». L’ignoranza era un peccato. Non sappiamo se l’obbligo scolastico valse a rovinare i piani di Satana, ma certo fece del Nuovo Mondo una terra con pochi analfabeti. La cultura come mezzo per conoscere la volontà del Signore. Non solo attraverso i Sacri testi. Ma anche imparando a leggere il grande libro della Natura. I puritani erano convinti che Dio aveva apparecchiato lo spettacolo del mondo per il piacere dell’uomo. Godere le bellezze e indagare i fenomeni naturali era un modo per rendere omaggio al Creatore. Molti colonizzatori manifestarono una vivace curiosità indagatrice che li trasformò in uomini di scienza accolti poi fra i soci della Royal Society inglese.

LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE - Ma l’impatto maggiore fu di carattere economico. La visione del mondo come dono di Dio da volgere a proprio vantaggio sviluppò mentalità commerciali e imprenditoriali. Il College fu concepito come strumento per forgiare la classe dirigente della nuova patria. Fu resa disponibile una somma di 400 sterline, notevole per quei tempi, allo scopo di far partire l’impresa. Ma un imprevisto impose di accantonare il progetto. Era sbarcata dall’Inghilterra Anne Hutchinson, una donna di straordinaria energia che si mise a diffondere idee religiose ritenute eretiche. Secondo l’ortodossia puritana, l’uomo si salva con «il patto delle opere», in pratica grazie al buon comportamento. La Hutchinson portò scompiglio nella comunità ammonendo che la salvezza non può venire dalle buone opere, che sono azioni esteriori, serve invece «il patto della grazia», un’illuminazione interiore, una forma di calore spirituale. Questa visione misticheggiante mal si accordava con la necessità di azioni pratiche e di impegno continuo per far prosperare la colonia. Molti, però, si facevano contagiare dalle idee della Hutchinson. E i capi puritani furono assorbiti per un paio d’anni dai tentativi di arginare l’attivismo di quella donna infervorata. Finché riuscirono a scacciarla dalla colonia.

IL COLLEGE DELLA NUOVA CAMBRDIGE -
Tornarono a dedicarsi al College. Il cui varo definitivo avvenne il 2 maggio 1638. Avevano in mente i College di Cambridge, in particolare l’Emmanuel College, la culla puritana della Cambridge inglese, dove molti degli immigrati avevano studiato. L’aveva fondato nel 1584 sir Walter Mildmay, cancelliere dello Scacchiere di Elisabetta, la quale mal sopportava i puritani e si era molto urtata nell’apprendere che il suo uomo di fiducia aveva dato vita a una fucina di predicatori. A Boston, i capi della colonia decisero di far sorgere il loro College nel villaggio di Newtown, dove il pastore Thomas Shepard aveva evitato che il veleno della Hutchinson contagiasse i suoi fedeli. Al villaggio fu cambiato nome: «Da questo momento Newtown sarà chiamata Cambridge». Così nella Nuova Inghilterra nasceva una nuova Cambridge e stava per sorgere un nuovo Emmanuel College.

JOHN HARVARD - All’Emmanuel inglese aveva studiato anche un oscuro giovanotto di nome John Harvard, che approdò nel Nuovo Mondo nell’estate 1637 in compagnia della moglie. Un anno dopo, il 14 settembre 1638, John morì stroncato dalla tubercolosi. Aveva 31 anni. Proveniva da una famiglia di commercianti e aveva ereditato una fortuna. Lasciò al College i 500 volumi della sua biblioteca e la metà dei suoi averi, circa 800 sterline, una somma colossale per l’epoca. In questo modo si guadagnò fama immortale perché tutti ritennero doveroso intitolare il College al generoso benefattore. Aucta Iohannis Harvard munificentia. Spesso, però, Harvard viene erroneamente definito fondatore. Addirittura nel parco dell’Università campeggia una statua sotto la quale si legge «John Harvard, fondatore, 1638». È la statua delle tre bugie, non rappresenta Harvard, ma uno studente scelto a caso dallo scultore nel 1882, non fu lui il fondatore, e non ne fu decisa la fondazione nel 1638 ma nel 1636.

EATON «IL TIRANNO» - Il lascito di Harvard fu un colpo di fortuna subito vanificato dalla scelta quanto mai scriteriata di quello che possiamo definire il primo rettore. Nathaniel Eaton era un ventisettenne giunto da poco nel Nuovo Mondo. Riuscì a impressionare i capi puritani millantando studi in varie Università e spacciandosi per autore di molti libri. Gli misero a disposizione i fondi con l’incarico di edificare nuovi edifici, aule e alloggi per gli studenti. Sul finire dell’estate del 1638, Eaton aprì i corsi di quello che adesso si chiamava Harvard College, utilizzando le modeste costruzioni in legno che aveva trovato già pronte e guardandosi bene dal realizzarne altre. La sua unica preoccupazione fu di recintare con un’alta palizzata l’area del College per impedire agli studenti di uscire. Potevano muoversi solo sul prato compreso nel recinto, uno spazio chiamato College yard. In seguito il termine yard, fu ripudiato dalla Princeton University che preferì l’espressione campus, adottata poi da tutte le Università. Ma come lo intendeva Eaton, quel prato invece che di uno spazio ricreativo, aveva il sapore di una prigione. In effetti, sotto la sua gestione, il College divenne un vero inferno. Gli studenti erano spiati, minacciati, puniti con una severità inaudita per ogni minima mancanza. Eaton si macchiò di episodi di sadismo. Circolava stringendo nel pugno una frusta e spesso la usava sugli sventurati allievi che lo soprannominarono «il tiranno». Degna di quest’uomo, sua moglie, la quale prendeva 15 sterline all’anno da ogni studente per la pensione completa, ma li faceva morire di fame. «Confesso il mio peccato», piagnucolò la sciagurata quando la smascherarono. «Gli ho fatto mancare il cibo, ho negato loro un pezzo di formaggio quando venivano a chiederlo. Lo dico con grande vergogna, c’erano escrementi di capra nel pudding. Quanto alla mancanza di birra, sono così dispiaciuta”. La mancanza di birra non era cosa da poco, a quell’epoca quasi nessuno beveva acqua, considerata malsana. Lo scandalo scoppiò dopo un anno. Non solo Eaton aveva trascurato l’impegno di ampliare gli edifici, ma aveva sperperato buona parte dei fondi lasciati da Harvard. In più aveva accumulato ben mille sterline di debiti. Per non rovinare il buon nome del neonato College, i capi puritani cercarono di evitare clamori. Non impedirono a Eaton di squagliarsela, abbandonando la moglie. Fuggì in Virginia dove sposò un’altra donna e si rese protagonista di truffe che lo costrinsero a scappare di nuovo. Stavolta approdò in Italia, a Padova, dove a quel tempo la facoltà di medicina era frequentata da numerosi studenti inglesi. Ne truffò alcuni vendendo lauree false. Di nuovo in fuga, arrivò in Inghilterra. Sposò una terza donna e accumulò una montagna di debiti, a causa dei quali finì nella prigione londinese King’s Bench, dove morì per una strana coincidenza a poche decine di metri dalla casa in cui era nato John Harvard.

HENRY DUNSTER E LA RINASCITA - L’Harvard College era sull’orlo del fallimento. Lo chiusero. Gli studenti che non erano fuggiti durante la gestione del «tiranno» furono mandati a casa. Per fortuna una parte del lascito di John Harvard era stata messa in salvo. Ma non c’era un uomo di cultura con capacità organizzative in grado di far ripartire la scuola. Finché il 6 agosto 1640 arrivò dall’Inghilterra Henry Dunster. Anche lui aveva studiato a Cambridge, in un altro covo di puritani, il Magdalene College, lo stesso frequentato dal filosofo Thomas Hobbes. Tre settimane dopo il suo arrivo lo nominarono rettore dell’Harvard. Giovane come Eaton, aveva solo trent’anni, ma era fatto di una pasta ben diversa dallo scombinato Nathaniel. Dunster fu il vero artefice dell’Harvard, lo trovò in rovina, lo trasformò in una scuola modello, ampliò la gamma dei corsi, trovò i fondi per nuove aule, sottrasse spazio ai pascoli delle mucche per costruire nuovi edifici. Tuttavia, dopo 14 anni, fu espulso dal Massachusetts. Si era permesso di dire che dopo accurate ricerche non aveva trovato nella Bibbia alcun cenno al battesimo dei bambini. I rigidi puritani lo scacciarono perché «nessuno con una fede sbagliata» poteva educare i giovani di un College.

Marco Nese
31 marzo 2010





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Fermo di Testini, Procura di Roma: arrestate gli altri due carabinieri

Corriere della Sera


Il militare interrogato: non ho fornito droga a Cafasso. Dagli atti del gip contatti per vendere il video a Corona

ROMA
 

La procura di Roma insiste: i carabinieri Nicola Testini, Luciano Simeone e Carlo Tagliente devono essere arrestati per associazione per delinquere e le rapine compiute ai danni di alcuni trans. Incassato il no dal gip Renato Laviola, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo farà ricorso al tribunale del riesame per ottenere la misura cautelare.  

Testini, in carcere da due giorni con l'accusa di aver ucciso il pusher Gianguerino Cafasso, assieme a Simeone e Tagliente (detenuti dallo scorso ottobre per il ricatto ordito ai danni dell'ex Governatore del Lazio, Piero Marrazzo), è ritenuto il capo di un'organizzazione che terrorizzava e taglieggiava i transessuali della Cassia, commettendo più reati di rapina e di spaccio di stupefacenti con la complicità di Cafasso.

I MOTIVI DEL NO - La procura non si aspettava il no del gip, convinta di aver raccolto numerosissimi elementi di prova a carico degli indagati, circostanziati e riscontrati. Laviola, però, non è stato dello stesso avviso ritenendo che gli episodi illeciti contestati ai tre siano avvenuti in epoca non recente, che le dichiarazioni delle persone offese siano state rese tardivamente solo quando i carabinieri sono finiti in manette per il caso Marrazzo, e che le stesse vittime delle rapine potrebbero nutrire del risentimento nei confronti degli stessi militari tirati in ballo

INTERROGATORIO DI TESTINI A BARI - Interrogato dalla procura di Bari il maresciallo dei carabinieri Nicola Testini avrebbe detto che lui non ha mai dato la droga a Gianguerino Cafasso. Il difensore del sottufficiale, l’avvocato Valerio Spigarelli ha spiegato: «Il mio assistito ha escluso di aver ceduto la droga a Cafasso al fine di eliminare un testimone scomodo. Anzitutto bisogna stabilire come e perché è morto Cafasso: il movente indicato nell’ordinanza del gip è piuttosto misero. Ammesso che il 12 settembre Testini abbia deciso di ammazzare Cafasso per eliminare testimoni che sapevano troppo, va detto anche che a quella data avrebbe dovuto ammazzare un’altra decina di persone che erano conoscenza di quella storia».

TESTINI E CORONA - Dagli atti dell'ordinanza di arresto del gip Laviola nei confronti di Testini, si legge che pochi giorni dopo aver filmato Piero Marrazzo assieme al transessuale Natalie, il maresciallo Nicola Testini contattò Fabrizio Corona. «Verosimilmente voleva vendergli il video» ha scritto il giudice.

Redazione Online
31 marzo 2010



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Grillo si gode il successo: "Il web è la nostra forza I politici? Sono arretrati"

Quotidianonet

Su Bersani che parla di inversione di tendenza: "Delira, rimuovetelo". Poi replica alle crtiche sul Piemonte: "Ladri di voti? La Bresso si è autodistrutta con la Tav e abbattendo i boschi"

Roma, 31 marzo 2010

"Non capisco perchè ci dicono che abbiamo fatto perdere la Bresso...". Beppe Grillo, il giorno dopo il clamoroso successo del suo ‘Movimento 5 stelle’ regge male le accuse che arrivano dalla "vecchia partitocrazia" che già lo vede "nemico e ladro di voti". "Ma le sembra normale? — commenta — noi siamo entrati in un tavolo di Bari, dove si erano già spartiti tutto, mi dai mezza Lucania a me io ti dò un pezzo di Calabria a te, con un movimento di idee ed un programma che non ce l’ha nessuno, tanto che ce lo copiano tutti, e poi mi vengono a dire che abbiamo fatto perdere la Bresso? Ma la Bresso si è ammazzata da sola, si è autodistrutta con la Tav, costruendo tre piani di cemento di parcheggi a Torino, abbattendo boschi per farci passare autostrade e creando lavoro attraverso l’indebitamento". E Bersani che parla di "inversione di tendenza?". "Delira, rimuovetelo".

Grillo, ma dove punta il movimento?
"Guardi, noi abbiamo fatto votare gente che altrimenti non l’avrebbe fatto perchè parliamo di cose concrete, di fotovoltaico e di acqua gratis e pulita, di riciclaggio dell’immondizia e ambiente, eppure sono 5 anni che ci accusano di essere l’antipolitica. Se io andassi in televisione quanto ci va Casini, senza dubbio conterei più di lui. Ma io non vado in televisione, noi abbiamo la rete, il web, è questa la nostra marcia in più che i partiti non hanno ancora capito e attraverso la quale facciamo girare il nostro programma. Che ancora mi chiedo perchè Pd e Pdl non lo fanno proprio...".

Hanno interessi diversi. Lei è fuori dal sistema dei poteri forti...
"Dei poteri marci, vorrà dire. Questo sistema politico ed economico è morto, Pd e Pdl non ci sono già più mentre la Lega è radicata sul territorio tutto l’anno e non si sono costruiti l’elettorato con le grandi opere, ma difendendo le piccole industrie. Anche sotto il profilo economico, questo comitato d’affari sta portando il Paese verso la guerra civile, abbiamo un debito pubblico che è quattro volte quello della Grecia, poi cosa va a vendere Tremonti in Cina? I nostri debiti, la terra e l’acqua degli italiani? Il vaff... è stato il nostro basta a questo sistema. Noi viviamo e ci alimentiamo attraverso la rete, non hanno ancora capito la nostra forza".

Invece l’hanno capito eccome, avete eletto gente in 40 comuni...
"Ogni giovane dei nostri in un consiglio comunale è il terminale di un network che costituisce la massa critica di un progetto che mira a fare politica dal basso, per i cittadini e contro questo sistema che sta facendo di tutto per rallentare la crescita di questo Paese. Oggi abbiamo 60 mila iscritti, ma questi poi potrebbero diventare 100, 200 mila. E sa che cosa vuol dire questo? Che se 100, 200 mila persone fanno massa critica intorno a una causa, poi vincono la battaglia di sicuro. Noi vogliamo che il Paese si evolva, che sia informato delle rivoluzioni tecnologiche che sono possibili e di come si possono fare moltissime cose senza distruggere l’ambiente".

Perchè questo potere marcio, come dice lei, rallenterebbe la crescita del Paese?
"Perchè se la gente non sa, la si controlla meglio. Ma noi siamo solo all’inizio di questa battaglia politica che vogliamo estendere il più possibile. Tra un po’ ci saranno altre comunali, altre elezioni in cui cercheremo di far eleggere alcuni dei nostri; politica dal basso e creazione di una massa critica, questa è il nostro obiettivo. Il ‘V day’ è stato solo l’inizio".

Elena G. Polidori




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Caso Marrazzo, il maresciallo dei Cc: "Mai dato droga al pusher Cafasso"

La Stampa

Interrogatorio in carcere per Nicola Testini
BARI

Ha spiegato che lui non ha mai dato la droga a Gian Guarino. Il maresciallo dei carabinieri Nicola Testini è stato sentito oggi dal gip di Bari nell’interrogatorio di garanzia, per oltre un’ora. Il difensore del sottufficiale, l’avvocato Valerio Spigarelli ha spiegato: «Il mio assistito ha escluso di aver ceduto la droga a Cafasso al fine di eliminare un testimone scomodo.

Anzitutto bisogna stabilire come e perché è morto Cafasso: il movente indicato nell’ordinanza del gip è piuttosto misero. Ammesso che il 12 settembre Testini abbia deciso di ammazzare Cafasso per eliminare testimoni che sapevano troppo, va detto anche che a quella data avrebbe dovuto ammazzare un’altra decina di persone che erano conoscenza di quella storia».

Testini è finito in manette con l’accusa di omicidio volontario premeditato per aver dato la dose letale al pusher delle trans Cafasso. Spigarelli ha poi espresso perplessità sull’attendibilità della trans Adriano Da Motta detta ’Jennifer’, che era fidanzata di Cafasso. «Lei ha reso ben 8 dichiarazioni in sequenza ai magistrati e fino alla quinta non aveva mai fatto il nome di Testini. Quello che Jennifer ha dichiarato non è riscontrato e non è riscontrabile. Per questo faremo ricorso al tribunale del riesame per ottenere la scarcerazione», ha detto ancora l’avvocato Spigarelli.




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Pedofilia, il vescovo di Milwaukee: "Errori commessi qui, non a Roma"

di Redazione

L'arcivescovo Listecki difende la Santa Sede: "Gli errori nel caso Murphy sono stati fatti qui. E per questo chiedo perdono"


Milwaukee

Si torna a parlare di preti e pedofilia. Stavolta a prendere la parola è l'arcivescovo di Milwaukee, una delle diocesi americane coinvolte negli scandali: "Sono stati fatti errori nel caso Lawrence Murphy. Gli errori non sono stati compiuti a Roma nel 1996, 1997 e 1998" sottolinea monsignor Jerom E. Listecki, in una nota pubblicata dal sito della diocesi.

Errori fatti qui "Gli errori - chiarisce - sono stati fatti qui, nella arcidiocesi di Milwaukee, nel 1970, il 1980 e il 1990, dalla Chiesa, da parte autorità civili, da funzionari della Chiesa, e dai vescovi. E per questo - spiega il presule - chiedo perdono a nome della Chiesa e in nome di questa arcidiocesi di Milwaukee".

Parla il giudice del caso Murphy Il sacerdote che abusò di oltre duecento ragazzini di un istituto per sordomuti a Milwaukee, padre Murphy, morì prima che il suo processo ecclesiastico venisse interrotto. Lo precisa il giudice Thomas Brundage, che all’epoca dei fatti presiedette il tribunale della diocesi statunitense. "In una lettera all’allora segretario della congregazione per la Dottrina della fede Tarcisio Bertone, il 19 agosto del 1998, l’arcivescovo Weakland affermò che mi aveva chiesto di sospendere il processo contro padre Murphy. Padre Murphy, tuttavia, morì due giorni dopo e di conseguenza nel giorno in cui morì era ancora sotto accusa in un tribunale penale ecclesiastico", afferma il religioso, Thomas Brundage, precisando che avrebbe fatto appello "alla suprema corte della Chiesa o a Giovanni Paolo II" pur di non far sospendere il processo. Il sacerdote scrive un lungo memoriale sul giornale della diocesi di Anchor, in Alaska, per precisare le notizie uscite sul New York Times relative al caso di padre Murphy.

L'impegno del Papa Il giudice ecclesiastico descrive i pedofili come personalità "pericolose", a cui non va mai concessa "fiducia" una seconda volta e che, "se viene data loro la possibilità", "per lo più compiono nuovamente il crimine". Quanto alle norme approvate da Ratzinger quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, nel 2001, padre Brundage precisa che "fino ad allora la maggior parte dei casi di appello andava al tribunale della Rota e i casi potevano trascinarsi per anni", mentre dopo i casi di abusi sessuali "furono gestiti in modo veloce e corretto". Più in generale, "Ratzinger ha fatto più di ogni altro Papa o vescovo" contro la pedofilia. 





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Negazionismo, dopo gli insulti il danno: il Museo di via Tasso costretto a pagare

Corriere della Sera


Conto da 800 euro per lo sbobinamento delle riprese che incastravano 4 teppisti per le scritte di gennaio

ROMA

Insultati e pure costretti a pagare il conto. A distanza di nemmeno tre mesi dal grave sfregio delle scritte negazioniste apparse nel Giorno della Memoria in gennaio accanto al Museo di via Tasso, si scopre ora che la direzione dello stesso museo ha dovuto pagare di tasca propria lo sbobinamento delle riprese effettuate dalle telecamere fisse.



QUATTRO TEPPISTI - Le riprese, necessarie alle indagini, erano state acquisite perché le telecamere del museo avevano ripreso il gruppo di quattro giovani che in tutta tranquillità, poco dopo la mezzanotte, avevano tracciato scritte negazioniste e preso a colpi di ascia l’insegna in marmo del museo.

Immagini che la Procura si era affrettata a richiedere - attraverso la Digos - al Museo, il quale aveva provveduto a farle estrarre dai nastri delle riprese. L'operazione era stata effettuata dalla ditta che ha in concessione il servizio. Ora però è arrivata la fattura: 800 euro che il Museo è costretto a saldare sottraendo così ai suoi magri bilanci anche questa somma.



BILANCIO IN CRISI - A constatarlo è stato ieri sera il Comitato direttivo del Museo, riunito col presidente Antonio Parisella per far quadrare il bilancio del 2010. E così, oltre alla sorpresa degli 800 euro, a via Tasso hanno constatato che per coprire le spese del 2010 si dovrà impegnare tutta la dotazione ministeriale (50 mila euro) che i Beni culturali hanno assegnato a dicembre a copertura del 2009 e che erano stati anticipati dal Museo stesso per far fronte alle spese dell'anno. Con quella somma si fa fronte solo alle spese ordinarie (telefono, condominio, riscaldamento, elettricità ecc). Per le spese straordinarie – in arrivo il 25 aprile – non c'è niente.

Paolo Brogi
31 marzo 2010




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Belgio: primo passo parlamentare per la proibizione totale del burqa

Corriere della Sera


Se approvato in Aula, diventerebbe il primo Paese europeo a dire no al velo islamico integrale


BRUXELLES - La commissione Affari interni del Parlamento del Belgio ha approvato una proposta di legge per l'interdizione totale del velo integrale islamico. Il voto ha avuto l'appoggio di tutti i gruppi politici e, se fosse confermato in Parlamento, il Belgio diventerebbe il primo Paese europeo a proibire il burqa.

Secondo fonti parlamentari il voto potrebbe essere messo in calendario il 22 aprile prossimo. «È un segnale molto forte che intendiamo inviare agli islamisti», ha detto il deputato liberale Denis Ducarme. La legge modifica il codice penale per imporre un'ammenda (o sette giorni di carcere) «a chi si presenterà in uno spazio pubblico con il volto coperto, del tutto o in parte, che ne impedisca l'identificazione». Il testo prevede eccezioni per le manifestazioni autorizzate dai Comuni come il carnevale.

EUROPA - Martedì il Consiglio di Stato francese ha respinto l'ipotesi di un divieto assoluto del velo integrale

in Francia. Parigi si avvia quindi verso una messa al bando del burqa e del niqab limitata ai servizi pubblici, come autobus, metropolitane o uffici postali. Questa la situazione in altri Paesi europei.

In Italia una legge del 1975 vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici. A legge chfatto riferimento alcuni sindaci per varare una serie di ordinanze che vietano al livello locale il velo integrale o il costume da bagno islamico.

La Lega Nord ha depositato nello scorso ottobre un progetto di legge che prevede fino a due anni di reclusione e 2 mila euro di multa per coloro che per la «loro appartenzenza religiosa rendono difficile o impossibile l'identificazione».

In Danimarca il governo ha deciso lo scorso gennaio di limitare il burqa o il niqab nei luoghi pubblici ma senza vietarlo, lasciando cioè alle scuole, alle amministrazioni o alle imprese l'onere di fissare le regole.

In Olanda diversi progetti di legge sono allo studio per vietare l'uso del velo integrale.

In Gran Bretagna un partito euroscettico guida una campagna per il bando del burqa.

In Austria il ministro socialdemocratico per le Donne, Gabriele Heinisch-Hosek, pensa di bandire il velo nei luoghi pubblici.
Redazione online

31 marzo 2010







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Salento, via la statua di Manuela Arcuri Le residenti: «Non ci rappresenta»

Corriere della Sera


A Porto Cesareo le mogli dei pescatori chiedono che sia sostituita con la raffigurazione della Madonna del mare




 
LECCE

Non ci rappresenta. Con questa motivazioni le donne di Porto Cesareo, cittadina salentina di Lecce dove vivono poco più di 5mila anime, hanno chiesto e ottenuto la rimozione della statua di Manuela Arcuri in veste di sirena, inaugurata nel 2002 proprio di fronte al mare. 
 
IN UN MAGAZZINO - All'alba il Comune, che nel frattempo ha cambiato colore di giunta (primo cittadino è ora Vito Foscarini del centrosinistra), ha dato esecuzione a un'ordinanza sindacale che prevedeva lo spostamento o la rimozione del monumento, sui cui basamento è riportata la scritta "Il mare di Porto Cesareo a Manuela Arcuri, simbolo di bellezza e prosperità". Una presenza che le mogli dei pescatori locali non hanno mai gradito. La statua, all'epoca inaugurata alla presenza di una raggiante Arcuri, è stata dunque riposta in un magazzino del campo sportivo.

LO SHOW DI IPPOLITI - In realtà già l'estate scorsa la giunta aveva deliberato la rimozione, motivandola proprio con la petizione delle mogli dei pescatori che ritenevano non le rappresentasse, chiedendo che venisse sostituita con una statua della Madonnina del mare. Tutto fu interrotto dal clamore suscitato dalle proteste del giornalista Gianni Ippoliti, che nel 2009 si presentò davanti alla statua con piccone e martello e si disse pronto ad abbattere il manufatto. La questione dello spostamento fu allora accontantonata. Fino a stamane, quando le donne del paese l'hanno avuta vinta.


Redazione online
30 marzo 2010(ultima modifica: 31 marzo 2010)









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Calciopoli: trovate le telefonate fra Bergamo, Moratti e Facchetti

La Stampa

La notizia arriva dagli avvocati della difesa. Nel frattempo, il teste Auricchio continua nella sua specialità: «Non ricordo»




NAPOLI

Colpo di scena al processo di Calciopoli: sarebbero state trovate le telefonate tra Paolo Bergamo, ex designatore, e i dirigenti interisti (Massimo Moratti, Giacinto Facchetti). Nella penultima udienza, erano state citate alcune telefonate tra Bergamo e Maria Grazia Fazi, sua assistente personale ed ex segretaria dell’Aia (Associazione Italiana Arbitri), in cui si parlava di una cena con Facchetti, all’epoca presidente dell’Inter, che doveva avvenire la sera del 5 gennaio 2005, e di alcune telefonate preparatorie dell'evento, «consumato» proprio alla vigilia di Livorno-Inter 0-2.

Il tenente colonnello Attilio Auricchio, teste chiave di tutto l’impianto accusatorio, e il pm Narducci avevano confessato di non essere al corrente dei motivi per cui proprio «quelle» telefonate non fossero nelle informative e che, probabilmente, qualcosa poteva essere sfuggita. Oggi, la svolta. Gli avvocati della difesa avrebbero rinvenuto, tra le tante, le telefonate partite dal cellulare di Bergamo verso quello di Moratti e le altre intercorse con Facchetti, che non chiamava mai, secondo Bergamo, meno di due volte la settimana. Non solo: figurerebbero anche molti contatti fra Adriano Galliani, l’allora presidente della Lega (nonché vice presidente del Milan) e Pierluigi Pairetto, ex designatore con Bergamo.

I colloqui non sarebbero stati ancora ascoltati. Dalle pieghe dell’indagine, è emerso anche il numero delle intercettazioni di cui sarebbe stato «bersaglio» l’ex designatore: 51 mila!. I cacciatori di verità non vedono l’ora di sentire i nastri. Erano proteste, o giochi di «griglie» arbitrali come quella, famosa e famigerata, tra Luciano Moggi e Bergamo, nella quale l’ex direttore generale della Juventus faceva a gara «a chi aveva studiato di più»? Erano scambi di idee o richieste di favori? Il processo sta vivendo giorni decisivi. Attilio «Non ricordo» Auricchio è stato nel frattempo tartassato dagli avvocati di Massimo De Santis (ex arbitro), Paolo Bergamo (ex designatore), Andrea e Diego Della Valle e Sandro Mencucci (proprietari e dirigenti della Fiorentina) e Mariano Fabiani (ex direttore sportivo del Messina).

Incredibile il tenore delle risposte: talmente evasivo da accentuare i dubbi sul «senso (quasi) unico» dell’indagine: la Juventus comunque e poi quello che viene, viene. Esempio: se pensi che i Della Valle stiano trattando con Bergamo per salvarsi (stagione 2004-2005), e se vieni a sapere di un vertice in un albergo fiorentino, non puoi, a maggior ragione, accontentarti della notizia e non piazzare cimici fra i tavoli, per portare alla luce eventuali patti scellerati. Persino il giudice Teresa Casoria ha perso la pazienza: e non è la prima volta. Il 13 aprile, prossimo round. In attesa di conoscere i pissi pissi fra Bergamo, Moratti e Facchetti, fra Galliani e Pairetto.



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La Russia alla «guerra dei treni»: convogli blindati in Cecenia

Corriere della Sera

Mosca annuncia la mobilitazione di reparti speciali  su vagoni protetti contro gli attacchi dei ribelli
WASHINGTON – L'hanno ribattezzata la "guerra dei treni". I ribelli ceceni colpiscono i convogli con trappole esplosive o kamikaze. Unendo tattiche guerrigliere al terrore puro. I russi reagiscono mandando in Cecenia, Dagestan e Inguscetia i treni blindati. Il comando russo ha annunciato la mobilitazione di speciali reparti che si muovono su vagoni protetti, dotati di cannoni, mezzi corazzati e mitragliatrici. Una riedizione dei famosi "desantniy ortriad", unità che vennero impiegate all’epoca della rivoluzione.

CONVOGLI NEL MIRINO - Già a metà degli anni ’90 le truppe russe avevano fatto ricorso, con successo, ai "treni di guerra". Possono portare rapidamente i rinforzi in punti sensibili, forniscono appoggio con il tiro dei loro cannoni, sostengono i contingenti anti-guerriglia e garantire la scorta ai convogli cargo. Per gli esperti, però, i ribelli potrebbero cercare di sabotare la linea ferrata per ostacolare l'avanzata dei russi: pur corazzati, i treni possono diventare un bersaglio. Gli insorti hanno dimostrato in questi anni di essere molto abili nell'organizzare imboscate. Numerosi convogli, infatti, sono stati colpiti dai ceceni che hanno messo in atto tattiche diverse. Mine sulle rotaie fatte detonare al momento del passaggio di un treno, esplosione "secondaria" per investire i soccorritori – è avvenuto nel dicembre 2009 -, attentatori disposti al martirio.

Guido Olimpio
31 marzo 2010





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E morto Nicola Arigliano

Corriere della Sera


Il cantante, 87 anni, portò il jazz in tv. Tra i suoi successi "Un giorno ti dirò", "Amorevole" e "I sing ammore"


ROMA

È morto Nicola Arigliano. Il cantante, 87 anni, abitava da quattro anni a Calimera, in provincia di Lecce, nell'istituto 'Gino Cucurachi', un centro per anziani. Era originario di Squinzano, sempre in provincia di Lecce, dove era nato il 6 dicembre 1923. I funerali si terranno giovedì alle ore 16 presso la Chiesa SS. Maria Annunziata di Squinzano. La camera ardente è stata aperta a Calimera. Secondo quanto riferito dalla famiglia, Nicola Arigliano non aveva malattie: martedì pomeriggio ha avuto una crisi respiratoria e prima della mezzanotte è morto per un infarto.

L'ultima sua apparizione pubblica era stata a Sanremo, nel 2005, dove aveva presentato il brano "Colpevole", che vinse il premio della critica. La scorsa estate doveva iniziare un tour con la sua band ma i medici glielo avevano sconsigliato. Teneva piccoli concerti, quasi in forma privata, nel Salento, dove sindaci di comuni locali lo avevano insignito di diversi premi alla carriera. L'ultima intervista, sempre la scorsa estate: una troupe della Rai era andato a trovarlo a Calimera.

LA CARRIERA - Tra i maggiori successi di Arigliano, una vita divisa tra il jazz e le apparizioni in tv, ci sono "Un giorno ti dirò", "Amorevole", "I sing ammore", "My wonderful bambina", "I love you forestiera". Nel 1958 partecipò a Canzonissima e, successivamente, si fece notare in un programma televisivo dal titolo "Sentimentale", condotto da Lelio Luttazzi, al quale partecipava come ospite fisso, insieme con Mina. L'omonima sigla diventò un disco di successo, inciso da entrambi i cantanti in due versioni differenti. Celebre anche il suo spot per il "Digestivo Antonetto".

31 marzo 2010




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Scandalo pedofilia: legale Usa chiede la testimonianza del Papa

Quotidianonet

Mozione presentata presso Corte Distrettuale Kentucky. Questa accusa è la terza in una settimana che afferma che il pontefice, all'epoca cardinale Ratzinger, avrebbe chiuso gli occhi su scandali di pedofilia fra i sacerdoti

Washington, 31 marzo 2010




Un uomo che afferma di essere stato vittima di violenze sessuali da parte di un sacerdote cattolico pedofilo ha accusato il Vaticano e papa Benedetto XVI di avere protetto questo sacerdote mantenendolo al suo posto. Lo ha denunciato il suo avvocato.

Documenti inviati alla France Presse da parte degli avvocati che rappresentano una nuova vittima che non vuole che il suo nome sia rivelato, mostrano che il nunzio apostolico - il rappresentante del papa negli Stati Uniti - aveva chiesto alla chiesa di Miami in Florida di proteggere padre Ernesto Garcia Rubio. Quest’ultimo aveva dovuto lasciare Cuba nel 1968 dopo problemi di “natura morale”.

E’ stato in carica in una parrocchia a Miami per trent’anni e siamo stato al corrente di decine di vittime dei suoi abusi durante tutto questo tempo”, ha indicato Jessica Arbour, legale della vittima che denuncia di essere stata sessualmente molestata quando era adolescente tra il 1985 e il 1987. Ha denunciato l’arcidiocesi di Miami e ha chiesto 20 milioni di dollari di danni e interessi. “C’è stato ovviamente uno sforzo concertato, a tutti i livelli, dal Vaticano all’arcidiocesi di Miami passando per la diocesi di Cuba, per proteggere questo prete”, ha aggiunto.

L’avvocatessa accusa anche papa Benedetto XVI, quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede (dal 1981 al 2005), di aver “protetto i pedofili a spese dei parrocchiani e delle loro famiglie”. Questa accusa è la terza in una settimana che afferma che il papa, all’epoca cardinale Ratzinger, avrebbe chiuso gli occhi su scandali di pedofilia fra i sacerdoti. Ci sono state denunce circa il caso di un sacerdote, padre Murphy, accusato di avere violentato 200 bambini sordomuti tra il 1950 e il 1970 nel Wisconsin (nord degli Stati Uniti) e circa l’approvazione del trasferimento in Germania ad un’altra parrocchia di un sacerdote accusato di pedofilia.

E proprio I documenti diffusi sul presunto coinvolgimento della Santa Sede nel caso del Wisconsin d la necessità che papa Benedetto XVI sia chiamato a testimoniare in tribunale: lo afferma William McMurry, legale di tre delle vittime. McMurry ha presentato una mozione in tal senso presso la Corte Distrettuale di Louisville, dopo che in base ai documenti pubblicati da alcuni giornali la Santa Sede avrebbe ordinato ai vescovi del Wisconsin di evitare il processo di Lawrence Murphy: un comportamento che secondo il legale dimostrerebbe come il Vaticano “abbia scoraggiato la persecuzione legale del clero e incoraggiato il segreto per proteggere la reputazione della Chiesa”.




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Denuncio Fuksas, mi ha picchiato perché difendevo Bertolaso»

di Tiziana Paolocci

Roma

È abituato a tutto. In nove anni a capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha imparato ad affrontare ogni tipo di emergenza, dai terremoti alle frane, e a schivare con diplomazia perfino le «bacchettate» che arrivano dall’alto, come quella di Hillary Clinton. Ma non avrebbe mai pensato di essere al centro di un «duello all’amatriciana», nel vero senso della parola. Invece, domenica sera, mentre a Roma cenava con la moglie nel ristorante «La Nuova Fiorentina», in via Brofferio, cuore di Prati, ha assistito sbigottito a una rissa tra l’architetto di fama mondiale Massimiliano Fuksas, che lo offendeva chiamandolo «ladro», e Luca Cieri, un costruttore edile capitolino che lo difendeva. Tutto davanti a decine di clienti impauriti, ma pronti a prendere le sue parti.

«Un putiferio - racconta Annamaria Andreotti, una dei titolari del ristorante -. Non lavoravo quella sera, ma i camerieri mi hanno raccontato che è successo di tutto». La discussione è iniziata quando Bertolaso, cliente abituale e graditissimo, si è seduto con sua moglie a qualche tavolo di distanza dall’architetto Fuksas, che era in compagnia della consorte e di alcuni amici. «È stata una vergogna - racconta Cieri, deciso a sporgere denuncia contro l’archistar -. Quell’uomo, che solo successivamente ho saputo essere Fuksas, ha iniziato a gridare verso Bertolaso “Ma guarda sto pezzo di m... Ma guarda se dobbiamo stare seduti vicino ai ladri”. Mi sono girato e ho visto che ce l’aveva con il sottosegretario, che era in un’altra sala». Così il costruttore, che stava seduto con moglie, figlio e genitori anziani, si è avvicinato a Fuksas chiedendo di abbassare il tono della voce. «Gli ho anche detto di moderare i termini, perché c’erano dei bambini, e che comunque stava offendendo un ministro della Repubblica e disturbando gli altri clienti - racconta Cieri -. Per tutta risposta quello rivolto a me si è messo a urlare “squadrista, fascista di m...”. Poi mi ha tirato contro una formaggiera, prendendomi sul naso».

In questo caos Bertolaso si è comportato con la signorilità che lo contraddistingue: non ha risposto, fingendo di non sentire quelle ingiurie. Invece tra il costruttore e l’architetto è scoppiata una rissa, con lancio di bicchieri e piatti, davanti agli occhi increduli dei camerieri. «Gli altri clienti erano impauriti, anche perché molti stavano con figli - dice la titolare -. Qualcuno ha chiesto il conto velocemente ed è andato via, mentre altri cercavano di metter pace. Sicuramente la moglie di Fuksas non era tra questi: invece di calmare gli animi li accendeva. Eppure l’architetto è sempre stato una persona gentile e mai arrogante. Sarà l’infuocato clima elettorale».

Il paradosso è che a chiedere di chiamare la polizia, sostenendo di essere stato aggredito da un gruppo di fascisti, è stata proprio l’archistar. «Continuava a ripetere che il locale era pieno di fascisti - racconta Ammanaria Andreotti -. La cosa più incresciosa è che domenica avevamo tantissimi ospiti di religione ebraica. Ma quando gli agenti sono arrivati Fuksas se n’era andato. Ci dispiace che un architetto famoso in tutto il mondo si sia reso protagonista di una scena così indecorosa».
Moltissimi clienti hanno lasciato nome e cognome ai poliziotti, seccati per l’attacco personale contro Bertolaso, e pronti a testimoniare in favore del costruttore, che sporgerà formale denuncia. «La cosa più incredibile - conclude la proprietaria - è che prima di andar via il sottosegretario è venuto a scusarsi, come se fosse lui responsabile dell’accaduto. Invece ha avuto testimonianze di solidarietà e affetto da tutti i presenti».



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Le Cinque stelle di Grillo eclissano l’astro di Tonino

di Emanuela Fontana

Roma

La sconfitta brucia, anche se non è stata una disfatta. Limature, decimi di percentuali persi, qua e là, guarda caso proprio nelle terre in cui è esploso il ciclone del Five star movement, come chiama il Guardian il partito delle Cinque stelle, in un articolo di ieri tutto dedicato al ruolo del «61-years-old political comedian and blogger Beppe Grillo» in queste elezioni regionali italiane.

Quando ieri Tonino Di Pietro ha chiuso il suo atteso intervento sul blog, aveva ben presente i numeri del sorpasso. Un esempio: Rimini. Italia dei Valori, 6,65. Movimento 5 Stelle: 7,29. Insieme avrebbero sfiorato il 15%. Da solo, Di Pietro è rimasto al palo, non ha sfondato. Addirittura a Bologna Tonino non regge l’offensiva: 7,54 ai 5 Stelle, 7,33 all’Idv. Complessivamente i Five stars hanno portato a casa quasi 400mila voti.

Pensa e ripensa, Di Pietro ieri ci ha provato: «Il movimento di Beppe Grillo - ha scritto sul blog - non ha rubato voti al centrosinistra ma ha raccolto il voto di protesta dei cittadini, e rappresenta una realtà con la quale vogliamo interloquire». La tentazione: aprire ai grillini. Anche se bisogna vedere, poi, se il comico che manda tutti a quel paese accetterebbe il piano di Tonino, o non infilerebbe anche lui nel girone dei dannati.

Il progetto politico di Di Pietro si allarga comunque ben oltre Grillo: al Pd, il leader dell’Italia dei Valori chiede di «compiere un atto di umiltà, mettere da parte i potentati e la gerontocrazia», per pensare a «un’alternativa di governo credibile per il 2013».

Esagerando un po’ con l’autocelebrazione («un trionfo per l’Idv») Di Pietro annuncia: «Il grimaldello del cambiamento nel centrodestra oggi è la Lega, nel centrosinistra è l’Italia dei Valori». Ma si aspettava di più da queste Regionali, Tonino, anche se non lo dice, chiaro. Magari quel favoloso 15% delle elezioni abruzzesi del 2008. Ecco perché si guarda intorno, e lancia le sue alleanze.

Peccato che per l’eventuale leadership di questo magma che comprenderebbe giustizialisti e arrabbiati, nei blog comincia a circolare un nome, e non è quello di Di Pietro: Nichi Vendola, politico a suo modo populista come lo sono, con sfumature diverse, Beppe e Tonino. Non a caso a parlare di Vendola non è Di Pietro, ma alcuni suoi blogger sparsi: «Vendola bravissimo», scrive Edoardo Arengi. «L’Idv deve chiedere scusa a tutti per De Luca. In caso contrario il mio “piccolo” voto andrà a Vendola», avverte Carlo Udinì.

Un sogno che inizia ad accarezzare anche il Popolo Viola (263mila 888 fan su Facebook), insofferente verso la dirigenza del Pd, e un po’ anche verso Di Pietro, con una passione invece per Grillo. «Pugliamo l’Italia!», propone Falco Ugento su Facebook. «Servirebbe una nuova Sinistra, magari guidata da uno come Vendola», aggiunge Nadia Baldrighi. Il problema è che la nuova sinistra allargata che Di Pietro vorrebbe guidare parte con qualche ostacolo (a parte la leadership), perché Bersani e Grillo, per dire, nemmeno si parlano. Anzi, s’insultano. Il segretario del Pd: «Votare Grillo è un cupio dissolvi». La risposta del comico: «Rimuovetelo al più presto, delira».



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