martedì 30 marzo 2010

Censura, Cina blocca ricerche su Google

La Stampa


Spostarsi a Hong Kong sembra inutile. L'uscita di scena del motore più popolare favorisce il motore locale Baidu e Bing della Microsoft
La Cina dopo la decisione di Google di trasferire le sue operazioni ad Hong Kong ha rafforzato la censura, bloccando, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, quasi tutte le ricerche Internet degli utenti cinesi.

Da questa mattina, non producono più alcun risultato anche le ricerche di termini molto banali come «happy», segno che la censura cinese si è inasprita.

La scorsa settimana Google, dopo un braccio di ferro di alcuni mesi con Pechino, ha deciso di chiudere il suo motore di ricerca cinese e dirottare gli utenti su un nuovo sito con sede a Hong Kong. Quello di Google è stato un tentativo estremo di evitare la censura di Pechino, uno sforzo che per il momento si è rivelato inutile.

A trarne vantaggio, oltre al motore di ricerca locale Baidu, pare sia Microsoft, che ha fatto sapere che non ritirerà il suo motore di ricerca Bing dall'immenso mercato pubblicitario potenziale che è quello cinese...




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Claps, il legale di famiglia: "Stupro è dato certo"

di Redazione


Gallo, consulente della famiglia di Elisa, all'uscita della chiesa della Santissima Trinità dopo il terzo sopralluogo della Scientifica conferma: "La violenza sessuale subita dalla giovane è un dato sicuro". Il pm: "Torneremo, se necessario"


Potenza - La violenza sessuale subita da Elisa Claps "è un dato sicuro". Lo ha detto il consulente della famiglia della ragazza, Marco Gallo, uscendo dalla chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove sta per terminare il terzo sopralluogo della polizia Scientifica. "I dati che sono stati raccolti - ha aggiunto Gallo - fanno pensare che sicuramente c’è stata violenza". 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il consulente ha spiegato che "dai fatti ufficiali è sicuro" che il 12 settembre 1993 Danilo Restivo, l’unico indagato per omicidio, violenza sessuale e occultamento di cadavere, "è sicuramente stato con Elisa. Ora bisogna vedere quando e dove l’ha lasciata". Il perito ha detto di non sapere "se ci sono tracce biologiche di Restivo sul corpo di Elisa e, comunque - ha concluso - non potrei rispondere". 

Il pm: "Torneremo se necessario" È terminato pochi minuti fa il terzo sopralluogo fatto dalla polizia scientifica nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza. All’uscita, avvicinata dai giornalisti, il pm di Salerno, Rosa Volpe, che coordina le indagini: "Torneremo se necessario". Il magistrato non ha risposto alla domanda dei giornalisti se fosse pronto un mandato di cattura internazionale per Restivo, l’unico imputato per omicidio, violenza sessuale e occultamento di cadavere.




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Abusa della figlia durante il sonno I giudici lo assolvono: "E' malato"

La Stampa


Le analisi scagionano un papà belga «Innocente, è affetto da sexsomnia»



MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


Ha confessato di aver abusato della figlia di quattro anni, ma non è colpevole. Il tribunale di Mons è giunto alla conclusione che Frédéric L, un giovane padre di Mons, cittadina del Belgio meridionale, ha compiuto l’incesto sulla sua bambina senza averne l’intenzione perché affetto da “sexsomnia”, una rara malattia che stimola comportamenti a sfondo sessuale durante il sonno e non lascia alcuna memoria al risveglio.

I giudici hanno accolto la versione dell’imputato sui fatti accaduti il 23 giugno di due anni fa al termine di una serie di esami clinici effettuati da esperti. “La spiegazione può essere presa in considerazione”, si legge nella sentenza che riconosce il beneficio del dubbio. Il pubblico ministero e la parte civile intendono comunque impugnare il pronunciamento. “Una soluzione inaccettabile – hanno fatto sapere –: presenteremo un ricorso contro questo culmine di perversione”.

E’ una vicenda tragica. I verbali raccontano che la bimba, qualche tempo dopo i fatti, ha riferito alla nonna di come era finita sul pavimento della stanza del padre mentre questi la costringeva a un rapporto orale. Nel mezzo della notte, la ragazzina si era alzata ed era andata a chieder aiuto perché voleva essere accompagnata in bagno. Il genitore si sarebbe messo a carponi e avrebbe cominciato a farla giocare con il suo sesso. Nel sentirla urlare “papà, sono io!”, l’uomo si sarebbe istantaneamente risvegliato dal suo torbido sonno. “Non me ne sono reso conto – ha spiegato agli inquirenti -, stavo dormendo”.

I giudici, alla fine, gli hanno creduto. O, comunque, non hanno potuto dimostrare che stesse mentendo, anche perché “Monsieur L” ha superato tutti i controlli psicologici e attitudinali, convincendo i dottori di non avere alcuna tendenza pedofila. A suo vantaggio, secondo la Corte, sarebbe inoltre la circostanza di aver interrotto il rapporto nell’attimo del risveglio e di aver detto alla figlia: “Scusa, non ti avevo riconosciuto”. Le poche notizie che filtrano sul caso non danno informazioni sul ruolo della madre nella vicenda.

Vero o falso? Sono dubbi che restano per sempre e che segnano le vite. Dal 2005 la sexsomnia è inserita ufficialmente nell'elenco dei disturbi del sonno, fenomeno grave poiché non esiste un rimedio noto. Della malattia si è parlato molto in lo scorso autunno, a causa della storia di Belle Floor, 32 anni di Almelo, Olanda, una ragazza che ha confessato di aver praticato per anni un autoerotismo inconsapevole nel sonno, comportamento del quale non aveva alcun ricordo nel momento del ritorno alla consapevolezza.

Secondo uno studio condotto nel 2003 dall’Università di Toronto, la sexsomnia si distingue dal sonnambulismo per almeno tre elementi: risveglio automatico più evidente e improvviso; attività motorie ristrette e specifiche; frequente presenza di stati mentali legati al sogno. Il numero di persone affette da questo pericolosa forma di veglia nel sonno risulta essere molto ridotto, ma in realtà non è quantificabile con esattezza, poiché i malati ne diventano consapevoli soltanto se avvertiti dalle persone con cui condividono la stanza. Oppure che, come nel caso di Mons, se il desiderio sessuale li costringe a un orribile reato.




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Noti gli atti dopo l'arresto di Testini Il giudice: «Marrazzo ha mentito»

Corriere della Sera




«I 3.000 euro sottratti dai carabinieri all'ex governatore dovevano servire per acquistare droga»


ROMA - Dopo l'arresto del maresciallo dei carabinieri Nicola Testini accusato della morte del pusher Gianguerino Cafasso, sono noti gli atti del provvedimento di custodia cautelare scritti dal giudice Renato Laviola. L'ex governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo «ha mentito quando ha affermato che nell'appartamento di via Gradoli dove si intratteneva con il trans Natali, gli furono sottratti dai carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente 3.000 euro».

Secondo il giudice l'importo corrisposto «doveva servire anche per acquistare un quantitativo di droga». Ma nelle carte si legge anche che il blitz dei carabinieri in via Gradoli dove Marrazzo si trovava in compagnia della transessuale Natali (ripreso dal filmato) è un «grave episodio che non può in alcun modo essere considerato causale ma il momento finale di una situazione preparata ed organizzata in cui il Marrazzo è rimasto vittima».

«IL CONFIDENTE CAFASSO» - Secondo il gip «deve ritenersi che il Testini, a conoscenza da tempo della frequentazione da parte del Marrazzo di soggetti transessuali (ciò si «desume anche da una relazione del comandante della stazione dei carabinieri di Trionfale risalente al 2008») abbia organizzato, in accordo con Tagliente e Simeone, l'intervento nell'appartamento in via Gradoli, utilizzando le informazioni del suo confidente Cafasso e partecipato poi attivamente, ed anzi in posizione di preminenza, alla vendita del filmato, dopo che un precedente contatto con il Marrazzo, alla Regione Lazio, non aveva avuto alcun seguito»

IL PUSHER «INAFFIDABILE» - Gianguarino Cafasso era diventata una persona che «sapeva troppo ed inaffidabile, considerate anche le sue condizioni di abituale consumatore di droga, tanto più che tra il Testini e il Cafasso erano, nell'ultimo periodo, insorti dei contrasti».

Scrive il gip della Procura di Roma. «Risulta, infatti, che il Cafasso ormai teme per la propria incolumità personale, tanto che riferisce alle giornaliste (di «Libero» ndr) che ha contattato che appena chiuso tale affare dal quale sperava di ottenere l'importo spropositato di 500mila euro, sarebbe 'scappato' in quanto se fosse rimasto 'lo avrebbero fatto fuori'.

Inoltre le condizioni personali del Cafasso, soggetto obeso, tossicodipendente e diabetico, erano sicuramente a conoscenza del Testini, in virtù di un rapporto di conoscenza instaurato da molti anni, per cui deve ritenersi che la cessione al Cafasso di un quantitativo di droga nella composizione poi rilevata dai consulenti tecnici fosse finalizzata proprio a cagionarne la morte per overdose».

LE ALTRE ACCUSE A TESTINI - Tra i reati contestati al maresciallo dei carabinieri Nicola Testini ci sono anche quattro rapine e la costituzione di una vera e propria associazione a delinquere. Nel capo d'imputazione l'associazione è contestata anche agli altri due carabinieri, già indagati per la sortita in via Gradoli, Carlo Tagliente e Luciano Simeone. Secondo quanto scrive il magistrato, i tre si sarebbero «associati fra loro, con Cafasso e con altri soggetti al momento non identificati, allo scopo di commettere più delitti di spaccio e rapine». «Testini e Tagliente promuovevano, costituivano, organizzavano e dirigevano l'associazione, prendendo contatto con lo spacciatore e confidente Cafasso - si legge nell'ordinanza - allo scopo di acquisire le informazioni sull'attività di spaccio e sui clienti del giro della prostituzione nell'area della Cassia Trionfale».

Redazione Online
30 marzo 2010




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Non versa gli alimenti: la moglie denuncia Operaio scopre che il figlio è del fratello

Corriere del Veneto

Cinquantenne vicentino assolto con formula piena. Nel processo per mancati pagamenti ha scoperto di essere sterile e di esser stato tradito dalla compagna


VICENZA - Ha scoperto di essere sterile dopo che l’ex moglie lo aveva denunciato per il mancato versamento degli alimenti al figlio. Così un operaio vicentino di 50 anni ha messo alle strette l’ex coniuge, 40enne, scoprendo che il bimbo di cui andava orgoglioso non era suo. La donna gli ha confessato tra le lacrime che lo aveva tradito con suo fratello, e dal quel rapporto era nato il bambino. Venuta alla luce la vicenda - riferisce «Il Giornale di Vicenza» -, l’uomo è stato assolto dal tribunale con la formula che «il fatto non sussiste».

Nell’udienza conclusiva il pm ha sottolineato, tra l’altro, «il vergognoso accanimento» della 40enne nei riguardi dell’ex marito. L’operaio aveva saltato per alcuni mesi il versamento di 250 euro mensili per il ragazzino, dopo essere rimasto disoccupato. Ma lui non poteva essere il padre biologico del minore, come era stato accertato da un esame medico successivo, che aveva accertato la sua condizione di sterilità.

30 marzo 2010




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Sconfitto» in Puglia, Fitto si dimette

Corriere della sera


l ministro per gli Affari regionali lascia l'incarico dopo il ko subito dall candidato del Pdl Rocco Palese




ROMA - Il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, secondo quanto si è appreso, ha presentato le dimissioni dall'incarico. Le dimissioni presentate dal ministro Fitto arrivano il giorno dopo le elezioni regionali, che hanno visto in Puglia l'affermazione del centrosinistra con Nichi Vendola e la sconfitta del candidato del centrodestra Rocco Palese, portato avanti e sostenuto proprio dal ministro. Fitto si è ampiamente speso nel corso della campagna elettorale a favore di Palese, è stato per molti versi l'artefice della sua candidatura. Parallelamente Adriana Poli Bortone, potenziale candidata del centrodestra, aveva deciso di correre autonomamente con l'appoggio dell'Udc.

L'AFFONDO DI VENDOLA - «Fitto - aveva detto Vendola dopo la sua vittoria in Puglia - è stato per me un alleato troppo prezioso. La sua idea della lotta politica è primitiva e insultante». E ancora: «La prima causa della crisi del centrodestra in Puglia si chiama Raffaele Fitto. Per quello io ho fondato questa associazione: "Nessuno tocchi Raffaele"».

«DIMISSIONI DOVEROSE» - Durissima nei confronti di Fitto anche Adriana Poli Bortone, candidata di Io Sud e dell'Udc: «Se volessimo essere buoni potremmo commentare le dimissioni del ministro Fitto dicendo che è il gesto di chi vuole assumersi le proprie responsabilità; se invece volessimo dare un più freddo giudizio politico dovremmo dire che questa sembra la abile mossa di chi prova ad anticipare una richiesta che gli sarebbe comunque arrivata di qui a poche ore». «Dimettersi - ha aggiunto la Poli Bortone - era il minimo che potesse fare di fronte alla terza sconfitta consecutiva: ha perso le regionali del 2005, ha perso le amministrative dello scorso anno, quando il centrodestra si è visto battere nei Comuni di Bari, Foggia e Taranto e nelle Province di Brindisi e Taranto, e ha perso oggi volendo imporre a tutti i costi il proprio pupillo sacrificando la causa di una alleanza politica con Udc e Io Sud, l'unica in grado di battere Vendola».

LA DIFESA DI GASPARRI - A favore di Fitto si è invece espresso Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «Credo che meriti la stima e il sostegno di tutti. Ha fatto un gesto di responsabilità, penso che faccia bene il ministro» e quindi il suo «è un gesto che ritengo debba essere respinto». Inoltre, ha aggiunto Gasparri, «il risultato complessivo» delle regionali «mi sembra ottimo anche al Sud».

30 marzo 2010




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Uno bianca, permesso a Occhipinti: andrà alla Via Crucis del venerdì santo

Corriere di Bologna


Il primo premio dopo 16 anni di carcere per l'ex poliziotto



Il 2 aprile, venerdì santo, Marino Occhipinti uscirà per la prima volta dal carcere. Anche se per poche ore. L’ex poliziotto, detenuto dal 29 novembre 1994 con una condanna all’ergastolo per i crimini commessi con la banda della Uno bianca, lascerà la casa circondariale di Padova per partecipare alla Via crucis organizzata a Sarmeola di Rubano, nel Padovano, da Comunione e Liberazione presso l’Opera della provvidenza di Sant’Antonio. Uscirà grazie a un permesso premio, che, dati il giorno e l’occasione, appare carico di significato simbolico.

Durerà solo poche ore, dalle 13.30 alle 19, il permesso chiesto da Occhipinti anche per poter incontrare i suoi familiari in un ambiente diverso dal carcere. Il primo, forse, di una serie di permessi perché nel decreto del Tribunale di sorveglianza si sottolinea come per il detenuto sussistano «tutti i requisiti di legge per l’ammissione all’esperienza dei permessi premio».

Di certo c’è che, con questa prima concessione, la strada per uscire ogni tanto dal carcere grazie a piccoli «benefici» è meno in salita. E per i giudici e l’amministrazione penitenziaria, Occhipinti — 45 anni, ex poliziotto della Mobile di Bologna, membro minore della banda, condannato per l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari durante l’assalto a un furgone davanti alla Coop di Casalecchio nel febbraio ’88 — dopo quasi 16 anni dietro le sbarre, è pronto per farlo.

Un convincimento, questo, destinato a suscitare polemiche e condanne da parte dell’associazione familiari delle vittime della banda dei Savi. Ma il magistrato Giovanni Maria Pavarin, lo stesso che nell’agosto 2008 lanciò un appello ai familiari perché accettassero il tentativo di Occhipinti di avere con loro un contatto, è convinto che l’ex killer, difeso dall’avvocato Milena Micele, abbia tutte le carte in regola per usufruire di permessi.

E cioè: la dissociazione, la revisitazione critica, la buona condotta. Meriti documentati da perizie criminologiche. Pavarin scrive della «avvenuta rivisitazione critica delle condotte tenute in passato», della «convinta adesione alle iniziative trattamentali» e del «desiderio di ottenere il perdono delle vittime dei suoi reati». Il giudice si sofferma su come l’ex bandito «abbia superato ogni resistenza interiore e affrontato con spirito critico la sua storia personale, uscendo da qualsiasi logica di negazione del ruolo avuto nelle vicende di cui è stato protagonista negativo e riconsiderando con piena consapevolezza il proprio passato».

Atteggiamenti «non strumentali» perché Occhipinti «ha più volte manifestato sincero rammarico» anche durante i colloqui con lo stesso giudice. Questi è consapevole che il permesso non piacerà a tanti. Perciò dedica qualche riga del decreto anche all’associazione familiari: «A nessun approdo è giunto fin qui il tentativo di instaurare una qualche mediazione con le vittime, essendo risultato impossibile il tentativo di coinvolgerle, nonostante la volontà dell’interessato». E quanto alle preoccupazioni dell’associazone, Pavarin non può che appellarsi al terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione. Quello, spesso dimenticato, sulla finalità rieducativa della pena.

Amelia Esposito
30 marzo 2010



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Tutti contro Lewis Hamilton Un ministro australiano: "E' stato una testa di c...."

Quotidianonet

Il pilota inglese della McLaren-Mercedes si è esibito in una serie di testa-coda all’esterno dell’impianto di Albert Park. È stato fermato e multato dalla polizia che ha sequestrato l’auto del pilota il quale si è poi scusato per la guida “troppo esuberante"

Melbourne, 29 marzo 2010




La reprimenda di un ministro e la ‘lezione' del team principal: il weekend australiano di Lewis Hamilton si chiude con le bacchettate che arrivano da tutte le parti.

Il pilota inglese della McLaren-Mercedes ha aperto il fine settimana con un inopportuno show per le strade di Melborune. Hamilton si è esibito in una serie di testa-coda all’esterno dell’impianto di Albert Park. È stato fermato e multato dalla polizia che ha sequestrato l’auto del pilota, che si è scusato per la guida “troppo esuberante".

Il mea culpa non è bastato per ottenere il perdono di Tim Pallas, ministro dello stato di Victoria responsabile per la circolazione stradale. “Ok, lo dico: è stato un imbecille”, dice il ministro usando il 'colorito' termine ‘dickhead’ (letteralmente ‘testa di c...’).

Hamilton, d’altra parte, ha scelto il giorno peggiore per farsi beccare: la sua infrazione è arrivata a poche ore dal lancio di una campagna governativa per la sicurezza stradale.

Il campione del mondo 2008 ha potuto comunque proseguire regolarmente il suo weekend di lavoro. Nella gara disputata ieri, non è andato oltre un anonimo sesto posto. Alla fine, ha puntato il dito contro la strategia indicata dal team: due soste ai box, ha detto il driver, sono state una scelta inopportuna. Martin Whitmarsh, numero 1 della scuderia, risponde in maniera dettagliata.

“Lewis stava perdendo tempo alle spalle di Kubica, la sua gomma posteriore sinistra si stava deteriorando. Schumacher si era fermato e stava andando più forte, come anche Webber”, dice il numero 1 della squadra.

“Secondo le informazioni che avevamo in quel momento, e in base alla posizione di Lewis, abbiamo fatto la scelta giusta. A posteriori, si può dire tutto: se lo avessimo lasciato in pista, magari sarebbe arrivato secondo e avremmo messo a segno una doppietta”, dice ancora.

“Io - dice Whithmarsh - sono deluso per l’esito della decisione, ma non per il processo che ha portato alla scelta. Era quella corretta in quel momento”. Nessun caso, invece, legato al linguaggio che Hamilton ha usato nelle comunicazioni via radio con il team. “Si è espresso in maniera passionale, Lewis è così. Vuole vincere, vuole che tutto vada per il verso giusto: è esigente nei confronti di se stesso e della squadra”.




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Il suo cane lo morde al volto Maradona operato d'urgenza

Quotidianonet


L’incidente e’ avvenuto nella sua abitazione. Diego e’ stato subito portato alla clinica ‘de los Arcos’ del quartiere Palermo di Buenos Aires, dove e’ stato medicato e quindi operato


Buenos Aires, 30 marzo 2010


Brutta avventura per Diego Armando Maradona. Il Pibe de Oro e’ stato operato d’urgenza la scorsa notte dopo essere stato morso al viso da uno dei suoi cani: lo rendono noto fonti locali, precisando che l’allenatore della nazionale argentina uscirà nelle prossime ore dalla clinica dove e’ stato ricoverato.

L’incidente e’ avvenuto nella sua abitazione, hanno aggiunto le fonti, precisando che Diego e’ stato subito portato alla clinica ‘de los Arcos’ del quartiere Palermo di Buenos Aires, dove e’ stato medicato e quindi operato.




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Cern, l'acceleratore Lhc di particelle ha quasi ricreato le condizioni del Big Bang

Quotidianonet


Il Large Hadron Collider (Lhc) è il più grande acceleratore di particelle mai costruito ha stabilito il nuovo record mondiale per macchine di questo tipo mettendo in circolo due fasci di protoni con un’energia pari a 3,5 TeV. Ora i ricercatori dovranno analizzare i dati ottenuti

Ginevra, 30 marzo 2010

Dopo una lunga pausa il Large Hadron Collider di Ginevra ha raggiunto la potenza massima mai toccata riuscendo ad avvicinarsi ad un passo dal ricreare nella collisione di due fasci di protoni le condizioni simili a quelli del Big Bang da cui nacque l’universo. Nei suoi 27 chilometri Lhc, che corre sotto la frontiera tra Svizzera e Francia, per realizzare l’esperimento - il primo di una lunga serie - ha generato 7.000 miliardi di elettrovolt (TeV).

Dopo due fallimenti nelle prime ore della giornata i protoni al momento dell scontro hanno viaggiato ad una velocità prossima a quella della luce. Ora i ricercatori, che dovranno analizzare i dati raccolti, spegneranno l’Lhc per riaccenderlo dopo lavori di manutenzioni e potenziamento per quasi un anno. A quel punto la potenza sarà raddoppiata a 14 Tev, un livello che si avvicina ulteriormente a quelli sperimentati nei primi istanti di vita dell’Universo.

Il Large Hadron Collider è il più grande acceleratore di particelle mai costruito e finora è stato piuttosto sfortunato. Inaugurato l 10 settembre 2008 dopo appena 36 ore venne spento per un guasto dovuto a un collegamento elettrico difettoso fra due dei magneti superconduttori della macchina.Nei successivi lavori di riparazione sono stati sistemati altri 53 magneti difettosi.

Con Lhc i ricercatori (tra cui molti italiani che rappsentano i secondi finanziatori e la seconda comunità scientifica del Cern) è quello di verificare l’esistenza delle particelle più piccole e sfuggenti, come il celebre Bosone di Higgs, ribattezzata la ‘particella di Dio', e comprendere la natura della materia e dell’energia "oscura" che costituiscono rispettivamente il 23% e il 72% dell’universo. L’energia e la materia visibile coprono solo il 5%.


Cern di Ginevra, oggi il Lhc effettua la prima collisione di particelle ad altissima energia



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Domus Aurea, cede una parte della galleria "E' il crollo più grande degli ultimi 50 anni"

Quotidianonet


Roma, 30 marzo 2010

Una parte della volta del quindicesimo locale della Domus Aurea, il palazzo costruito dall’imperatore Nerone dopo il grande incendio che devastò Roma nel 64 dopo Cristo, è crollata. Nel monumento erano in corso dei lavori di restauro. La parte crollata è quella del ''grottone'' cioe' la volta dell'edificio. Sul posto, per verificare i danni alla struttura Neroniana, ci sono anche i tecnici della sovrintendenza, mentre i Vigili del fuoco stanno rimuovendo il terriccio accumulato. Dopo di che procederanno al recupero dei reperti coinvolti, per lo più frammenti della galleria stessa. Nessuna persona, fanno sapere i Vigili del fuoco, è rimasta coinvolta

Il crollo ha interessato 60 metri quadri della volta di una delle gallerie Traianee che si trovano all'interno del complesso. Lo smottamento del terreno ha coinvolto circa 130 metri quadri dell'intera area archeologica. La zona esterna alla zona del crollo è stata recintata per questioni di sicurezza anche perché al di sopra c'è un giardino pubblico. La Protezione Civile del comune di Roma sta inviando 300 sacchetti di sabbia da predisporre nel piazzale soprastante l'area del crollo. La decisione e' stata presa a scopo precauzionale in previsione delle piogge che potrebbero verificarsi nei prossimi giorni. La pioggia, se dovesse cadere, data l'inclinazione del terreno, andrebbe a confluire direttamente nell'apertura lasciata dal crollo di stamani.

La residenza di Nerone è rimasta inaccessibile per oltre vent’anni e parzialmente riaperta al pubblico nel 1999. Da allora, per il pericolo di crolli a causa d’infiltrazioni d’acqua è stata più volte chiusa e riaperta. Nel giugno del 2009 è stato avviato un nuovo cantiere che avrebbe dovuto portare, entro due anni, alla riapertura completa dell’antica villa dell’imperatore Nerone.

 I PRIMI PARERI TECNICI

All'interno di quest'area archeologica, ha spiegato il direttore tecnico della Domus Aurea, Antonello Vodret, si tratta comunque "del crollo maggiore degli ultimi 50 anni". "Il crollo potrebbe essere avvenuto per l'appesantimento del terreno dovuto alle infiltrazioni di acqua: l'area delle gallerie non è impermeabilizzata. Ogni giorno si verificano cedimenti, ma crolli cosi' non si possono prevedere".

''Il crollo è stato causato dall'eccesso di pioggia che ha reso instabile il terreno sottostante'', ha spiegato uno dei tecnici della Protezione Civile del comune di Roma, Piero Meloni. La volta crollata si trovava nell'area di Colle Oppio accessibile al pubblico. ''Ora - ha aggiunto Meloni - i vigili del fuoco stanno procedendo alle prime operazioni propedeutiche di messa in sicurezza per evitare che le piogge possano entrare nella voragine che si è creata''.

"La galleria di accesso alla Domus Aurea dove è crollata una parte del soffitto è in consegna al Comune di Roma da una ventina di anni ed è utilizzata come deposito di materiale archeologico", ha spiegato Luciano Marchetti, commissario per la Domus Aurea, che ha aggiunto: "Il progetto di restauro della Domus Aurea comprende anche questa galleria sopra la quale si trova un giardino che favorisce le infiltrazioni d’acqua".

 ALEMANNO PREOCCUPATO

‘’Ho appreso ora la notizia. Sono molto preoccupato e chiamero’ subito la Sovrintendenza archeologica per capire quello che è successo’’. Cosi’ il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che prosegue ‘’Si tratta di un pezzo di patrimonio tutelato dallo Stato e quindi bisogna capire se c’e’ stato qualche problema particolare. La Sovrintendenza ci dovra’ spiegare cos’è successo’’..

"Il danno non è gravissimo", ha spiegato l'assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, accorso sul luogo. "La cosa importante è che la Domus Aurea sia intatta". La volta crollata, però, ha aggiunto, "non può essere ricostruita". Difficile stimare il danno economico: "I frammenti che potranno essere recuperati hanno un valore di studio, ma non economico". Sul rischio che altri crolli possano coinvolgere aree archeologiche di Roma, l'assessore ha spiegato che "il patrimonio antico è sempre tutto a rischio, c'è bisogno di manutenzione continua. Al momento, però, apparentemente, non ci sono rischi immediati di incidenti simili"

LA REGGIA D'ORO DI NERONE

La Domus Aurea, uno dei più importanti monumenti della Roma antica, fu fatta costruire da Nerone nel 64 d.C., tra l’Esquilino, il Celio e il Palatino, dopo il devastante incendio che distrusse Roma. Secondo le intenzioni dell’imperatore, la Domus Aurea (casa d’oro), ricca di stucchi, marmi, pitture, opere d’arte e rivestimenti in oro e avorio, sarebbe dovuta diventare la residenza più importante e preziosa del mondo. Si estendeva per due chilometri e mezzo e comprendeva giardini, vigne, boschi, zone per le feste e un laghetto artificiale realizzato dove anni dopo sorgerà l’Anfiteatro Flavio.

Dell`imponente villa oggi resta in particolare l’area costruita sul colle Oppio, con circa 150 ambienti che fiancheggiano la sala a pianta ottagonale, vero e proprio centro di tutto il complesso.
La residenza di Nerone è rimasta inaccessibile per oltre venti anni e parzialmente riaperta al pubblico nel 1999. Da allora, per il pericolo di crolli a causa d`infiltrazioni d’acqua è stata più volte chiusa e riaperta. Nel giugno del 2009 è stato avviato un nuovo cantiere che avrebbe dovuto portare, entro due anni, alla riapertura completa dell’antica villa dell’imperatore Nerone.






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Cina, nel fiume i cadaveri di 15 neonati

Il Secolo xix


Agghiacciante scoperta nella regione di Shandong, est della Cina: dalle acque di un fiume sono affiorati i cadaveri di 15 neonati. Si tratta in gran parte di feti abortiti e in qualche caso di bambini nati e probabilmente morti a causa di gravi malattie. I sospetti, hanno riferito i giornali locali, si concentrano su un vicino ospedale. I cadaveri sono stati trovati in prossimità della città di Jining.

Secondo testimoni alcuni corpi avevano attaccati agli arti i braccialetti con le date di nascita e i nomi delle mamme. Un corpicino era rinchiuso in una busta di plastica con scritto sopra «rifiuti ospedalieri». Un funzionario del ministero della Salute locale ha riferito che i cadaveri potrebbero essere stati gettati inizialmente nella spazzatura. In Cina si praticano almeno 13 milioni di aborti all’anno. Sull’episodio è stata aperta un’inchiesta.




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Tradisce il marito col cognato Poi gli chiede anche gli alimenti

Il Secolo xix


Ha scoperto di essere sterile dopo che l’ex moglie lo aveva denunciato per il mancato versamento degli alimenti al figlio. Così un operaio vicentino di 50 anni ha messo alle strette l’ex coniuge, 40enne, scoprendo che il bimbo di cui andava orgoglioso non era suo. La donna gli ha confessato tra le lacrime che lo aveva tradito con suo fratello, e dal quel rapporto era nato il bambino.

Venuta alla luce la vicenda - riferisce «Il Giornale di Vicenza» -, l’uomo è stato assolto dal tribunale con la formula che «il fatto non sussiste». Nell’udienza conclusiva il pm ha sottolineato, tra l’altro, «il vergognoso accanimento» della 40enne nei riguardi dell’ex marito.

L’operaio infatti aveva saltato per alcuni mesi il versamento di 250 euro mensili per il ragazzino, dopo essere rimasto disoccupato. Ma lui non poteva essere il padre biologico del minore, come era stato accertato da un esame medico successivo che aveva accertato la sua condizione di sterilità.




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Bersani all’ultimo giro di giostra

di Redazione

Nonostante la batosta, il segretario resterà in sella grazie al suo trasformismo di vecchio funzionario comunista. Ma per il prossimo scontro dovrà inventarsi qualcosa di nuovo

Pierluigi Bersani, nonostante fragilità di fondo nell'esercizio della leadership, è un professionista politico con certe qualità di quelli vecchio stampo. Quelli che si formavano nell'Emilia rossa: perlopiù non destinati ai vertici ma in grado di far funzionare perfettamente «la macchina». Non è un improvvisatore tipo Walter Veltroni, uno capace di prendere il vento soprattutto se un qualche direttore di quotidiano nazionale glielo spiega. E uno destinato appunto ad afflosciarsi come un aquilone quando qualcuno non lo sorregge.

No, Bersani sa andare avanti anche senza aiutini (magari con qualche consiglio di Massimo D'Alema). Ma la sua strategia ha un certo retrogusto da vecchie tattiche comuniste. Disarticolare, dissimulare, assemblare ampi fronti, smontarli, ricostruirli, questo è lo stile visto un po' in opera in queste settimane. Contrastare Nichi Vendola per allearsi all'Udc ma appoggiando Vendola ottenendo poi almeno una candidatura di Adriana Poli Bortone per aiutare la sinistra. Infilarsi in pasticci senza pari in un Lazio sconvolto dal caso Marrazzo, con Nicola Zingaretti che si defila, raccogliendo alla fine la candidatura inventata di Emma Bonino per cavarsi dagli impicci. E poi il segretario del Pd riesce a tenere nella coalizione piemontese l'Udc, riottosa ad allearsi con una Bresso radicaleggiante, promettendo (ahimé non potrà mantenere la promessa) l'assessorato alla Sanità.

Altrettanto abile Bersani è stato nel bordeggiare gli scandali graziosamente seminati sulla strada del centrodestra: si chiedono e non si chiedono le dimissioni di Guido Bertolaso, che già aveva lavorato con il suo spirito da civil servant con tanti uomini di governo locale e nazionale della sinistra. Si biasimano e non si biasimano le intercettazioni selvagge di Trani sul presidente del Consiglio. Si protesta e non si protesta perché nell'ambito della legge sulla par condicio (che non ci si sogna di mettere in discussione) si sospendono i talk show di Michele Santoro.

Si attacca e non si attacca Augusto Minzolini. Tutto sommato Bersani in questo modo si è salvato in qualche modo la pelle: chi ha fatto il lavoro sporco (radicali blocca liste, magistrati amici, giornalismo selvaggio e squadrista) è fuori dal «partito», la vecchia macchina ha macinato modiche quantità della vecchia farina. E si arriverà così al giorno dopo del 28-29 marzo senza doversi dimettere, come è successo a Veltroni.
Si portano a casa le vecchie regioni rosse, si tiene un piedino fino alla fine nel Nord che si sposta verso il centrodestra, si tiene la Basilicata e si corre per la Puglia al Sud.

Complimenti alla professionalità. Ma le crepe restano. Grazie ad Antonio Di Pietro si coprono i crolli etici in corso nel Pd (da Piero Marrazzo a Flavio Delbono, da Sandro Frisullo ai disastri calabri e campani). Ma la pezza è peggio dello sbrego: in Emilia il centrosinistra arriva alla terribile soglia della metà per cento dei voti, la Campania e la Calabria rossa sono un ricordo. In Lazio ci vuole il Tar per poter competere. Bisognerebbe conciliare l'Italia sulla giustizia e insieme risanare il partito. Ma il Bravo Professionista non va oltre il rammendo. E così fa anche a destra: usa l'Udc per tamponare le falle ma spreme a tal punto il partito di Pier Ferdinando Casini da portarlo sull'orlo di una crisi di nervi.
Bersani è il soldato salvato per il giorno dopo: ma per sopravvivere al prossimo scontro gli toccherà inventarsi qualcosa di nuovo rispetto alle vecchie tattiche.




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Il crac: e tra i democratici c’è chi pensa alla scissione

di Laura Cesaretti


Roma - Sette a sei: era stata indicata come la soglia minima del successo, dal Pd. Ma in realtà, con la sconfitta di Mercedes Bresso e di Emma Bonino, è il risultato peggiore che si potesse mettere in conto.
Che la partita del Lazio fosse tutta in salita, dopo il caso Marrazzo, era chiaro; ma l’assenza della lista Pdl aveva riaperto i cuori. Per il Piemonte si è sperato fino all’ultimo.

E ora si punta il dito su due colpevoli, per una sconfitta che spazza via il centrosinistra da tutto il Nord (tranne l’isola della Liguria): la lista Grillo, che ha portato via un pugno di voti esiziali; e Sergio Cofferati. Che c’entra l’ex leader della Cgil? C’entra, dicono: alle elezioni europee del 2009, la Bresso avrebbe dovuto essere la capolista del Pd nel Nordovest.

E il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, era designato come suo successore alla Regione: «Con lui avremmo avuto la vittoria in tasca», assicurano dal Pd torinese. Invece Cofferati ha fatto le bizze, pretendendo il posto di capolista; la Bresso, a quel punto, è rimasta in Regione. Ed è andata come è andata.

Il voto di ieri consegna comunque a Pierluigi Bersani una situazione pesante. Il Pd perde voti, la strategia delle alleanze (che guardava all’Udc innanzitutto) va rivista, perché i centristi influenzano poco o nulla il risultato: «L’unico posto dove son serviti a qualcosa è la Puglia, dove sono andati soli», allarga le braccia Peppe Fioroni.

E soprattutto il quadro geografico-elettorale del centrosinistra, in vista delle prossime politiche, è disastrato. Nel Settentrione «non si tocca palla», come fa notare Pierluigi Castagnetti. Nel Sud si perdono Calabria e il gran serbatoio di voti della Campania (e nel Pd c’è chi punta il dito su Antonio Bassolino, che non si sarebbe troppo dato da fare per il suo arcinemico De Luca); e resiste solo la Puglia. Dove però rischia di aprirsi una resa dei conti nel Pd con chi (come D’Alema) non voleva Vendola.

Al Centro cade il Lazio (anche se Roma, a due anni dalla vittoria di Alemanno, torna a sinistra). «Se ci presentiamo così alle prossime politiche siamo fritti», dicono dalla minoranza.

Ma persino dalle roccheforti delle regioni rosse arrivano segnali allarmanti: in Emilia Romagna la lista Grillo, col giovane candidato presidente Giovanni Favia, incassa un clamoroso 7%, soprattutto ai danni del Pd, che paga quello che qualche maligno definisce «l’effetto Prodi», ossia le dimissioni da sindaco di Bologna del pupillo del Professore, Delbono.

E Di Pietro tiene bene e ora sfida il Pd a riconoscere in lui il proprio «Bossi»: «Mi auguro che si rendano conto che devono affidarsi a noi», infierisce. La strategia dell’attenzione al mondo “viola” e ai giustizialisti, attuata da Bersani, finisce sotto accusa nel partito: «Ha portato voti a loro, non a noi».

La percentuale nazionale del Pd resta sotto quota 30%, anche se cresce rispetto alle Europee. «Se l’astensionismo ha dato un ceffone al Pdl, a noi ha dato una bella sberla», commenta amaro Peppe Fioroni. Massimo D’Alema scuote la testa: «In un Paese dove a vincere sono Lega, astensionismo e Beppe Grillo qualcosa non va».

L’unico che ieri pomeriggio, pur declinando cortese ogni commento, non tratteneva un mezzo sorriso, nei corridoi del Nazareno, era Walter Veltroni: come fa notare Ermete Realacci, dirigente che gli fu vicino nei mesi di segreteria Pd, «ormai è evidente che il risultato che ottenne Walter nel 2008, oltre il 33%, è irripetibile». Il pudico sorriso veltroniano lascia presagire che, a suo tempo, il silenzio verrà rotto.

In casa ex Ppi intanto si scalpita: «C’è un chiaro problema politico da affrontare», avverte Fioroni, «perché con questo bipolarismo siamo in balìa del primo che si alza e fa una lista». Un altro mariniano è ancora più chiaro: «O il Pd si dà una chiara identità di centro, o tanto vale separarci di comune accordo e fare due partiti, per intercettare voti moderati». E ora qualcuno teme che possa partire un «effetto centrifugo», dal Settentrione, con Chiamparino dato quasi in uscita, che carezza con Massimo Cacciari il sogno di un «partito del Nord», al Sud con un Bassolino pronto al redde rationem con il partito da cui si è sentito scaricato.



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Pd, l'accusa di Bersani: al Nord rovinati da Grillo Il comico: "Rimuovetelo"

di Redazione

Bersani parla di "cupio dissolvi" e ammette la sconfitta: "Al Nord e soprattutto in Piemonte ci ha 'rovinato' Grillo". Il comico: "La direzione Pd costituita da tafazzi masochisti"





Roma - "Al Nord e soprattutto in Piemonte ci ha 'rovinato' togliendo voti un po' a noi un po' a Di Pietro". Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, arrivando alla Camera per un convegno su Ingrao, valuta così il successo della lista di Beppe Grillo in alcune regioni: "E' un cupio dissolvi". Immediata la replica del comico genovese che avverte: "Questo è ssolo l'inizio". 

Grillo: "E' solo l'inizio" Quello del movimento "Cinque stelle" è soltanto l’inizio di un percorso. Parola di Beppe Grillo, che dal suo blog commenta il sorprendente risultato della nuova formazione politica: "Mezzo milione di italiani ha votato per il movimento", presente in sole cinque regioni. "Hanno votato - prosegue il comico genovese - molti giovani che erano disinteressati della gestione della cosa pubblica. E' l’inizio di un percorso. 

Il movimento si è inserito in una partita tra bari, in cui la combine elettorale era preparata a tavolino. Pdl e Pdmenoelle si spartiscono da 15 anni le zone di influenza del Paese e la gestione degli appalti. Il popolo sovrano non ha scelta, o vota uno, o vota l’altro, senza conoscere le logiche spartitorie sottostanti". Secondo Grillo "la prova provata dell’inciucio è nella scelta dei candidati regionali da parte di D’Alema (Bersani è solo il suo portavoce, sempre più afono): scegliere Loiero in Calabria, Megaloman De Luca in Campania, e l’ectoplasma Penati in Lombardia è stato come salire su un ring con il braccio destro legato dietro alla schiena. 

Delle due l’una: o la direzione pdimenoellina è costituita da 'tafazzi' masochisti, o è stato un voto di scambio a livello regionale. Il Pdmenoelle aveva già perso alla presentazione delle liste. La stessa scelta di Boccia in Puglia era un immenso favore al centrodestra, senza le primarie vinte da Vendola, il Pdmenoelle avrebbe perso anche quella regione". Grillo è duro con Bersani e conclude: "Rimuovetelo al più presto da segretario, delira, come ha delirato sulla Tav, sugli inceneritori, sulla gestione pubblica dell’acqua". 




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Pedofilia, la Cei: collaboriamo coi pm «Ora selezione accurata nei seminari»

Corriere della Sera

I vescovi italiani: «Pronti a una leale collaborazione con le autorità dello Stato»
CITTÀ DEL VATICANO - La Cei è pronta a collaborare con la magistratura in merito ai casi di preti pedofili. Di fronte a tali reati, i vescovi italiani «non si oppongono, ma anzi convergono, con una leale collaborazione con le autorità dello Stato, a cui compete accertare la consistenza dei fatti denunciati». Questo il contenuto del comunicato finale dei lavori del Consiglio episcopale permanente, diffuso dalla Cei. La riunione del «parlamentino» dei vescovi si è svolta la scorsa settimana a Roma: «Ancora una volta, è stata confermata l'esigenza di un'accurata selezione dei candidati al sacerdozio, vagliandone la maturità umana e affettiva oltre che spirituale e pastorale». Da parte dei vescovi italiani, si legge nel testo, «si è pure sottolineato il valore del celibato, che non costituisce affatto un impedimento o una menomazione della sessualità, ma rappresenta, specialmente ai nostri giorni, una forma alternativa e umanamente arricchente di vivere la propria umanità in una radicale donazione a Cristo e alla Chiesa».

«SGOMENTO» - Nella nota, la Conferenza episcopale italiana esprime «sgomento, senso di tradimento e rimorso per ciò che è stato compiuto da alcuni ministri della Chiesa». I vescovi si associano inoltre all'atteggiamento «fermo e illuminato di Benedetto XVI che, senza lasciare margini di incertezza né indulgere a minimizzazioni, invita la comunità ecclesiale ad accertare la verità dei fatti, assumendo nel caso i provvedimenti necessari». «I Vescovi del Consiglio Permanente hanno riaffermato - si legge nel documento - la vicinanza alle vittime di abusi e alle loro famiglie, parte vulnerata e offesa della Chiesa stessa». Da parte dei vescovi, si legge ancora nel testo, «sono confermate piena fiducia e sincera gratitudine ai tanti sacerdoti che, al pari dei religiosi e delle religiose, si dedicano nel nascondimento e con spirito di abnegazione all'annuncio del Vangelo e all'opera educativa, costituendo spesso l'unico punto di riferimento in contesti sociali frammentati e sfilacciati».

Redazione online
30 marzo 2010






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Don Gabriel non si comporta da pastore»

Il Secolo xix


Una lettera a tratti molto dura, rispecchia in pieno il sentimento di una comunità parrocchiale alle prese con più di un problema di coscienza.

Nella missiva, i fedeli di Poggi denunciano al vescovo di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri, il comportamento tenuto nei loro confronti da Don Gabriel.
Don Gabriel Tirla a Poggi
Non è la “mano di Dio” a essersi posata sulla comunità di Poggi, bel borgo alle spalle di Porto Maurizio all’inizio della settimana santa, ma l’ “artiglio del demonio”. I parrocchiani dissidenti di Poggi, quelli che preferiscono andare a messa nella vicina Piani, dove a celebrare le funzioni è il giovane sacerdote Don Antonello Dani, rendono oggi pubblica - attraverso Il Secolo XIX - la lettera d’accusa nei confronti del loro parroco di origine rumena, Don Gabriel Tirla, inviata nelle scorse settimane alla curia vescovile di Albenga–Imperia.

Una lettera a tratti dura, che rispecchia in pieno il sentimento di una comunità parrocchiale alle prese con più di un problema di coscienza. Nella missiva, i fedeli di Poggi denunciano al vescovo di Albenga-Imperia, monsignor Mario Oliveri, il comportamento tenuto nei loro confronti da Don Gabriel. Le accuse nei confronti del prelato si sprecano e sono tutte o quasi piuttosto pesanti:dalla negazione del sacramento del battesimo ai figli di genitori non sposati in Chiesa alla discriminazione nei confronti di coppie conviventi, dalla negazione della Cresima al sequestro della Sacra Famiglia e dei Re Magi in occasione dell’ultima contestata edizione del presepe vivente. Ma l’atto d’ accusa sicuramente più grave, tanto più perché espresso nei confronti di un prete, è quello di «passare il tempo su Facebook a chattare con amici gay i cui siti non nascondono intenti di mercificazione sessuale». Al confronto, la colpa di aver negato l’oratorio dove la comunità era solita ritrovarsi per assemblee, incontri conviviali e cene, impallidisce.




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Emma delusa: "E' colpa di Berlusconi"

Il Tempo


Lo sfogo della candidata del centrosinistra: Silvio strabordante.

Gli auguri di buon lavoro a Renata. Di Pietro: "La candidatura della Bonino non è piaciuta ai laziali e alle componenti moderate".

Emma Bonino

Poteva vincere per una manciata di voti. Invece Emma Bonino, la candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione ha perso. Quando ieri sera intorno a mezzanotte ha rifatto il suo ingresso nella sede trasteverina del Comitato elettorale in via Ripense 4, a testa alta e sorridente, ha incassato il lungo applauso dei suoi collaboratori senza dire una parola. È stata la sua famiglia in questi mesi di intensa, folle, assurda campagna elettorale.

Alcuni di loro avevano gli occhi rossi, ancora increduli perché nel lungo pomeriggio di attesa, di dati altalenanti, di testa a testa, la vittoria sembrava ancora possibile. Emma ha poi telefonato alla sua «nemica» Polverini «per farle gli auguri di buon lavoro e da lei ho ricevuto gli auguri per un buon lavoro». E ha parlato al suo popolo che da ore l’aspettava nel lungo e freddo magazzino (il quartier generale del comitato Bonino è in un’ex fabbrica di alluminio) dove è stato ricavato lo spazio delle interviste.

E lì che Emma ha riconosciuto la sconfitta: «Mancano poche centinaia di seggi ancora da scrutinare ma penso che i dati siano univoci». Ma l’insuccesso brucia: «Non sfugge l'occupazione da parte del presidente del Consiglio di tutti gli spazi possibili e immaginabili». E poi un’altra zampata: «Mi auguro che i temi della legalità, dello stato di diritto e del rispetto delle regole rimangano nell'agenda politica come priorità e riscossa di questo Paese». ®a sconfitta è dura da mandare giù.

Ancora alle cinque del pomeriggio il presidente Nicola Zingaretti aveva dichiarato: «Emma sta su di centomila voti a Roma. Se il vantaggio regge con i voti in più che la Polverini avrà in provincia, è fatta». Non è stato così: la Provincia è stato il suo tallone d’Achille. Col senno del poi Di Pietro pontificherà: «La candidatura della Bonino non è piaciuta ai laziali e alle componenti moderate. Era una candidatura che andava bene per fare protesta ma non per governare».

La base e i militanti dentro l’ex fabbrica di alluminio dove il Comitato ha allestito l’area interviste, mugugnano: «È colpa del Pd che ha abbandonato Emma al suo destino. Troppo presi ad andare dietro a Udc, troppo asserviti al Vaticano. Neanche il comizio finale». Ora c’è solo amarezza. E la beffa: una bandiera del Pdl sventola sopra le loro teste. Ad esporla, intonando «meno male che Silvio c'é» è stato un residente dello stesso palazzo in cui ha sede il comitato.

Natalia Poggi
30/03/2010




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Preti sposati, aperture nella Chiesa

La Stampa

Il cardinal Martini: ma l'eventuale abolizione del celibato non va collegata agli abusi

GIACOMO GALEAZZI

CITTA' DEL VATICANO


Il cardinale Martini frena («è una forzatura coniugare il celibato con gli abusi sessuali»), ma nella Chiesa ormai si discute apertamente di consentire ai preti di sposarsi. «Schoenborn, Martini, Etchegaray, Hummes e altri cardinali lo propongono alla luce dell’esperienza di 100 mila preti che nel mondo hanno lasciato il sacerdozio a causa dell’atteggiamento ufficiale della Chiesa verso la sessualità: se non si affronta il nodo del celibato ci saranno nuove emergenze», spiega il teologo Gianni Gennari, editorialista del quotidiano Cei, «Avvenire». No alla revisione del celibato replica l’arcivescovo di Torino, Poletto: Se un prete deve dividersi tra la famiglia sua e la comunità finisce per essere un funzionario e non più un sacerdote consacrato al servizio della Chiesa 24 ore su 24. Smettiamola di mettere in relazione la pedofilia con il celibato».

In Curia prende quota l’ipotesi che il Papa coinvolga collegialmente gli episcopati nazionali nella lotta alla pedofilia convocando un concistoro «ad hoc», un Sinodo di vescovi o un’altra assise mondiale di presuli. Intanto il vescovo di Verona, Zenti lavora ad una lettera-mea culpa sugli abusi di religiosi nell’istituto per sordomuti «Provolo» e Carlo Maria Martini precisa il senso di una sua lettera ai giovani austriaci: «Occorre ripensare la forma di vita del sacerdote e promuovere una maggiore comunione di vita e di fraternità affinché siano evitate il più possibile situazioni di solitudine anche interiore dei preti». Mai sul celibato il dibattito era stato così intenso nella Chiesa. Il predicatore pontificio, padre Raniero Cantalamessa, richiama i sacerdoti ai «doveri del proprio stato, soprattutto celibato e castità».

Su «Radio Vaticana» Antoine Herouard, numero due della Chiesa francese definisce «assurdo» e «ingiurioso» collegare celibato e pedofilia: «Il sacerdozio è un cammino di gioia e non di frustrazione». Benedetto XVI ha appena ribadito che «il celibato dei sacerdoti è un segno eloquente dell’amore di Dio per il mondo e della vocazione ad amare Dio sopra ogni cosa». Serve un’«accurata selezione» tra i candidati al sacerdozio, precisa la Cei, negando comunque che il problema sia imputabile al celibato («donazione a Cristo» e non «menomazione sessuale»). Il leader dei vescovi Bagnasco ne rilancia il «valore indiscutibile che ci scalda il cuore e ispira la vita». Ma i riformisti di tutta Europa (dal movimento tedesco «Noi siamo Chiesa» ai teologi progressisti sudamericani come Frei Betto) invocano una revisione della posizione della Chiesa.

Il capo della Chiesa tedesca, Zollitsch ribatte che «non esiste un legame diretto» tra celibato dei preti ed abusi sessuali poiché «nella formazione dei sacerdoti viene affrontato il problema della maturità emotiva di chi è chiamato a svolgere una missione pastorale». Il ciellino padre Aldo Trento stigmatizza «l’uso dei casi di pedofilia per mettere in discussione la perla del celibato» e il vescovo di San Marino, Negri difende «un’esperienza di pienezza di vita oggi nel mirino di una caccia all’untore».

Al teologo Hans Kueng che cita «numerose dichiarazioni di psicoterapeuti e psicoanalisti che individuano una relazione evidentissima tra celibato e pedofilia», il ministro vaticano della Bioetica, Fisichella replica che «noi non siamo repressi, ma persone che hanno fatto una scelta libera di dedizione e di amore per la Chiesa e per coloro che ci vengono affidati». Il cardinale Ruini condanna «chi scaglia gli scandali contro la Chiesa, tirando in ballo il celibato dei preti invece di riconoscere che queste deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia del genere umano e sono state amplificate dalla liberazione sessuale».Bisogna «purificarsi del male che abita in noi»,dirà il Papa venerdì alla «Via Crucis»



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Francia: due sorelle costrette a viaggiare in treni diversi perchè disabili

Corriere della Sera


Alcuni «tgv» prevedono ancora un solo posto per i paraplegici. Le ferrovie francesi: «Triste coincidenza»

Un treno ad alta velocità francese (Foto Afp)PARIGI - Costrette a viaggiare su due treni diversi solo perchè disabili. Succede in Francia, dove Laetitia e Celine, due sorelle paraplegiche di 27 e 25 anni, si sono scontrate con la rigidità del regolamento interno della Sncf, la Società ferroviaria francese, che prevede una sola poltrona elettrica riservata agli handicappati per ogni treno ad alta velocità (Tgv) che di posti a sedere ne conta circa 400. Le due ragazze - che volevano viaggiare insieme da Albertville a Parigi per assistere al concerto di Mika - si sono dunque dovute imbarcare su due treni distinti, partendo ad orari diversi.

«Mi pareva evidente partire con mia sorella sullo stesso treno», dice Laetitia ai microfoni della radio Rtl aggiungendo: «Ma non ho avuto il diritto perchè sono handicappata». Una discriminazione che riempie di amarezza anche sua sorella Celine: «Tutto ciò mi disgusta - afferma - mi mette di fronte ancora una volta alla mia malattia, che viene prima di tutto il resto». Intanto, alla Sncf, corrono ai ripari garantendo che si tratta di «una triste coincidenza». Sui nuovi Tgv, infatti, i posti riservati alle persone in sedia a rotelle sarebbero due se non tre in alcuni treni di ultima generazione. Pochi giorni fa, sempre in Francia, una passeggera disabile era stata fatta scendere da un aeroplano della Easyjet perchè non aveva un accompagnatore. (Fonte Agenzia Ansa).

30 marzo 2010




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Fusi: «Alla scuola Marescialli stanno ancora rubando soldi»

Corriere Fiorentino

Lo ha detto l'ex presidente dell'impresa Btp, uscendo dal tribunale del riesame dove oggi si è discusso sul ricorso della Procura contro il no del gip alla richiesta di arresto



FIRENZE - «Alla Scuola dei Marescialli dei carabinieri stanno ancora rubando soldi e la Scuola è ancora ferma». Lo ha detto l'ex presidente dell'impresa Btp, Riccardo Fusi, uscendo dal tribunale del riesame dove oggi si è discusso sul ricorso della Procura di Firenze contro il no del gip alla richiesta di arresto per l'imprenditore indagato nell'ambito dell'inchiesta fiorentina sull'appalto per la Scuola Marescialli dei carabinieri, filone toscano dell'indagine sui grandi eventi. I giudici del riesame si sono riservati la decisione che arriverà nei prossimi giorni.

All'uscita dall'aula Fusi, accompagnato dai suoi legali, Alessandro Traversi e Sara Gennai, si è intrattenuto con i giornalisti. Rispondendo a chi gli chiedeva perchè si fosse presentato all'udienza, Fusi ha risposto: «Metto sempre la mia faccia, non ho niente da nascondere, spero che emerga la verità, una verità che non sta emergendo. Le carte credo che siano molto chiare. Spero che giustizia venga fatta». Infine, a chi gli chiedeva chi stesse ancora rubando soldi sulla Scuola Carabinieri, Fusi ha risposto: «Ho grande meraviglia anche rispetto ai media. Sono 10 anni che dico le stesse cose e sono 10 anni che non emerge la verità. Non potrò mai capire. Guardatevi intorno, guardate le carte e vedrete che ho ragione».

Spiegando la posizione della difesa riguardo le esigenze cautelari, l’avvocato Traversi ha detto che «non sussistono concreti pericoli di reiterazione di un reato che, peraltro, noi contestiamo sia mai stato commesso». «In questa sede - ha aggiunto - non possiamo entrare nel merito dei fatti, sennò sarebbe una discussione anticipata del processo, si discute se sussistono le esigenze cautelari. In questo caso non sussistono».

30 marzo 2010




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Voto a Grillo? È un cupio dissolvi»

Corriere della sera

Bersani: «Al Nord, e soprattutto in Piemonte hanno tolto voti un po' a noi, un po' a Di Pietro»



MILANO - Il voto a Beppe Grillo? Segno di un cupio dissolvi del centrosinistra. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in una chiacchierata informale alla Camera con i cronisti, commenta il voto andato alla lista di Beppe Grillo. «Al Nord, e soprattutto in Piemonte - spiega il leader democratico - hanno tolto voti un po' a noi, un po' a Di Pietro. Non a caso in Toscana, dove Grillo non c'era, Di Pietro è andato molto bene». E ai giornalisti che gli chiedono se abbia senso favorire il centrodestra per impedire la costruzione della Tav, rischiando nel contempo anche la costruzione di una centrale nucleare, Bersani risponde: «Che devo dire? È un cupio dissolvi».

LEGA - «Il voto alla Lega è un voto contro Berlusconi» ha detto ancora Bersani. Al Nord, gli elettori del centrodestra «hanno un bello sfogatoio - dice il leader democratico - credono di votare contro Berlusconi e votano Bossi. Probabilmente lo fanno perchè pensano che a un certo punto la Lega si smarcherà. Ma mi sembra chiaro che quello è un voto contro il presidente del Consiglio».

«LAVORO E' LUNGO» - «Mi sento tranquillo, il lavoro è lungo» ha aggiunto ancora Bersani. «Ho dormito da Dio», ha aggiunto Bersani ai giornalisti che incontrerà in conferenza stampa alla sede del Pd.

DI PIETRO - E un invito a Bersani a darsi da fare arriva dal leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, che rinnova «stima e fiducia» al segretario del Pd e conferma che lo sentirà per fare il punto sul dopo-elezioni e lo invita, conversando con i giornalisti nella sede del partito, a «fare piazza pulita» delle «nomenclature locali del Pd che, «mosse da odi e rancori interni», sono costate «la vittoria al centrosinistra, preoccupate come sono state di ricandidarsi e confermare i propri posti. Bersani - dice Di Pietro - deve liberarsi finalmente da lacci e lacciuoli e di tutti quei cacicchi» che a livello locale ledono il Partito Democratico. Di Pietro, infine, sottolinea che «il Pd deve riflettere sulla necessità di un cambio generazionale nelle sue fila e non accontentarsi di quello che gli viene imposto dalle nomenclature».

Redazione online
30 marzo 2010




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Fuksas insulta Bertolaso Rissa tra clienti al ristorante

Corriere della Sera



Lancio di piatti e pugni nel locale di roma. Interviene la polizia. L’architetto: ladro. Un costruttore lo difende



ROMA
— Peggio di una missione. Peggio di un terremoto. Una cena finita con piatti lanciati da un tavolo all'altro, con i bambini in lacrime e la gente che urla. Centro di Roma, domenica sera. Guido Bertolaso da una parte, ad assistere sbigottito alla rissa tra un omone che lo accusava di essere «un ladro », Massimiliano Fuksas, archistar, grande progettista, e altri clienti che lo difendevano, incassando insulti, spintoni e schiaffoni. «Possibile che adesso non si è nemmeno liberi di commentare un fatto al proprio tavolo con degli amici?», sbotta seccata Doriana Mandrelli, moglie di Massimiliano, che era al tavolo con il marito e altre persone. 


Quello che loro hanno riferito agli amici, vorrebbe ridimensionare l'accaduto, ma chi c'era racconta ben altro. Le nove di sera passate da poco. Nel ristorante che si affaccia sul vialone che parte da piazza Mazzini c'è il solito pienone della domenica sera: niente stelle Michelin, ma buona cucina di tradizione toscana, carne, paste, gente della Rai, attori, produttori, volti noti della politica e dello spettacolo. Fuksas è già seduto quando entra Guido Bertolaso con un piccolo gruppo di persone. Viene riconosciuto e in sala corre un mormorio. 

Rotto dalla voce possente di Fuksas, fisico imperioso, testa pelata, Mascella volitiva, che sovrasta decisamente il tintinnio di piatti e bicchieri: «Dove deve sedere quel ladro, pezzo di m....». Ed è l'inizio della fine. Il mormorio si alza di nuovo e di nuovo viene interrotto da un signore che si alza e lascia il tavolo con la moglie e due bambine. «Qui ci sono dei ragazzini, vogliamo moderare i termini. E quell'uomo non è un ladro. Non ti permettere di insultarlo». 




Fuksas sa usare testa e mani, Roma attende la conclusione della «Nuvola», tempio alla genialità creativa e adeguato alle necessità di ospitare grandi eventi congressuali. Fuksas anche ora sa usare testa e mani e impugna una «formaggiera», si legge perfino nel verbale della polizia, e la tira contro il difensore del capo della Protezione Civile. Che nel frattempo era rimasto al suo tavolo, senza capire esattamente cosa stesse accadendo. La formaggiera, nel frattempo, fa il suo percorso aereo di guerra, ma finisce in terra, senza colpire nessuno. 
 
Per fortuna. Perché a questo punto succede il vero parapiglia. Volano piatti, cadono sedie, la gente urla. Peggio di una rapina. C’è chi porta via i bambini. Chi li nasconde dietro un angolo. Chi scappa. «Bertolaso, nel frattempo, si era tutto rannicchiato sotto il tavolo. Io non capisco come certa gente abbia ancora il coraggio per andare in giro...», racconta Doriana Mandrelli Fuksas. 
 
Secondo lei non sarebbe volata alcuna formaggiera, ma ci sarebbero state soltanto «due belle pizze», e non di quelle che si preparano nel forno, finite sulla faccia del difensore di Bertolaso. Ed è proprio su quest’uomo che c’è ancora mistero. Secondo alcuni sarebbe un costruttore romano, secondo altri un commercialista. «Un bullo - secondo la Fuksas - che ha preso le difese di Bertolaso aggredendoci, proprio come un teppista, classico atteggiamento che dilaga nei talk show.

Insomma è stata una provocazione e noi ci siamo difesi». Pochi minuti dopo, il locale era diventato quasi deserto. Qualche sirena che annuncia l’arrivo della polizia, qualche testimonianza, molta riservatezza. Ieri, lunedì, giorno di riposo del ristorante, serrande abbassate. Guido Bertolaso fa sapere che non presenterà alcuna denuncia. Per lui, soltanto una serataccia da dimenticare.

Flavia Fiorentino
30 marzo 2010




Via 007 che non sanno usare Internet

La Stampa

L’MI5 manda in pensione gli agenti più anziani che non hanno dimestichezza con il web




LONDRA


Saranno anche sopravvissuti alla Guerra fredda e a missioni ad alto rischio contro i terroristi islamici, avranno vissuto incredibili avventure in stile James Bond, ma di fronte all’esplosione della Rete, con tutte le sue possibilità e i suoi pericoli, i veterani dei servizi di spionaggio britannici sono costretti a deporre le armi. Quello che serve è una nuova generazione di "guerrieri dell’ombra" a cui bisognerà far posto con un piano di pensionamenti. Lo racconta il Daily Telegraph, secondo cui Jonathan Evans, direttore generale dei servizi segreti di Sua Maestà, l’MI5, ha lamentato la poca dimestichezza con Internet degli agenti più anziani, che non riuscirebbero a capire il mondo dei social network e a utilizzare al meglio la rete.

I reparti informatici dell’MI5 languono - ha fatto intendere il direttore generale - e il rischio è che il potenziale di internet, che potrebbe determinare una nuova generazione di scoperte e tecniche utili per i servizi segreti, non viene utilizzato quanto si potrebbe. Urge quindi, sostiene Evans, uno "’svecchiamento "dell’intelligence. Parlando di fronte alla commissione parlamentare per i servizi segreti e la sicurezza, Evans ha annunciato l’idea di mandare a casa gli agenti più maturi e reclutarne di nuovi, più giovani, che sappiano usare internet e abbiano familiarità con le nuove tecnologie. «Penso che parte del personale non sia esattamente quello che vorremmo per il futuro», ha detto Evans alla commissione parlamentare, riferendosi agli agenti in carica attualmente. Le spie anziane saranno quindi coinvolte in un piano di esuberi, in parte volontari e in parte obbligatori.

Secondo il Daily Telegraph, comunque, il numero di spie che andranno in prepensionamento sarà relativamente esiguo, anche perchè era già previsto un aumento del numero delle donne e degli uomini che lavorano per l’MI5. Il ministero della Difesa e i servizi segreti hanno lanciato una campagna pubblicitaria per attirare nuove reclute e sembra che la "promozione" sia riuscita a ravvivare l’interesse dei giovani nel mondo dello spionaggio. Il Telegraph stima che saranno 600 le nuove spie assunte dall’MI5 il prossimo anno, la maggior parte probabilmente tra i 20 e i 30 anni, che non solo ravviveranno le fila degli specialisti informatici ma che saranno destinati anche nel dipartimento più propriamente investigativo. Si aggiungeranno alle 3.500 spie già esistenti, raddoppiando il numero degli agenti rispetto al 2001. Gli annunci di lavoro per le aspiranti spie sono già online, corredati da affascinanti storie da chi già lavora per l’MI5, che spera così di attrarre i ragazzi nel mondo dello spionaggio.



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Di Pietro perde nella sua Montenero di Bisaccia

di Redazione

Il leader dell'Idv battuto dal centrodestra nel suo paese.

Il candidato sindaco del centrodestra, Nicola Travaglini, ha battuto per dieci punti (46 contro 35%) Margherita Rosati, dell’Idv




Campobasso - Il leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro battuto dal centrodestra nel suo paese, Montenero di Bisaccia, dove il candidato sindaco del centrodestra, Nicola Travaglini ha battuto per dieci punti (46 contro 35 per cento) Margherita Rosati, dell’Idv.

La vittoria del centrodestra La Rosai guidava la lista sostenuta dal centrosinistra e dallo stesso Di Pietro, nella quale era candidato a consigliere anche il figlio dell’ex pm, Cristiano. Terzo posto per Giuseppe Chiappini, che guidava una lista sostenuta da una parte del Pd. A pesare sulla sconfitta di Antonio Di Pietro è stata proprio una lite interna al centrosinistra che ha portato alla presentazione di due diverse liste. Di Pietro si è personalmente impegnato nella campagna elettorale partecipando nell’ultima settimana a due iniziative pubbliche in paese e scegliendo di chiudere proprio a Montenero il giro di comizi.





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Di Pietro impietoso: vince il centrodestra

Corriere della sera

L'analisi del leader Idv: «È inutile giocare con i numeri.
Il Pd torni ad essere maturo, serve uno sforzo di umiltà»

ROMA - In queste elezioni regionali ha vinto il centrodestra. È impietosa l'analisi del leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro: «È inutile giocare con i numeri, con onestà intellettuale va detto che questa tornata se la aggiudica il centrodestra» ha detto ai microfoni di Porta a Porta, esprimendo comunque soddisfazione per il risultato del suo partito, «che migliora rispetto alle Europee».

«VIA I NOTABILI LOCALI» - Di Pietro chiede al Pd di «tornare ad essere maturo se vuole vincere le prossime elezioni. Noi lo vogliamo aiutare ma gli chiediamo un grande sforzo di umiltà». L'ex pm ha chiesto a Bersani di «liberare il suo partito dai notabili locali che fanno solo perdere voti». Quindi ha portato l'esempio dei due paesi molisani nei quali si è votato, Termoli e Montenero di Bisaccia. «In entrambi il Pd è riuscito a presentare due suoi candidati, al punto che l'Idv ha rinunciato a presentarsi. In questo modo è chiaro che si perdono voti ed elezioni».

CONTRO LA BONINO - Di Pietro ha poi commentato quella che si profila come una sconfitta nel Lazio, con Renata Polverini che si è ascritta la vittoria in una conferenza improvvisata in piazza del Popolo: «La candidatura della Bonino non è piaciuta ai laziali e alle componenti moderate. Era una candidatura che andava bene per fare protesta ma non per governare» ha detto l'ex pm conversando con i giornalisti nella sede dell'Idv. E parla di «un'autocandidatura scaturita dal Pd invertebrato laziale». Di Pietro sottolinea invece che il suo partito «nel Lazio ha preso il 10%, rispetto all'1,5 delle ultime elezioni regionali, quindi ha fatto molto di più».

Redazione online
29 marzo 2010



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