lunedì 22 marzo 2010

La Cassazione frena "Fotografie al culetto dei bimbi in spiaggia? Sì, ma in costume"

Quotidianonet
 Roma, 22 marzo 2010

Sentenza destinata a far discutere. Accolto il ricorso di uno straniero che, sulla spiaggia di Ostia, aveva fotografato dei bambini dicendo loro: "Girati che ti faccio una foto sul sederino"


Una sentenza destinata a far discutere. La Cassazione frena infatti sulla pedopornografia. Non commette reato, secondo i giudici, chi fotografa i bambini col costume sulla spiaggia chiedendo loro di chinarsi per ritrarre il culetto, come nello spot di una nota marca di crema abbronzante.

Con la sentenza numero 10981 di oggi, la Corte di cassazione ha accolto il ricorso di uno straniero che, sulla spiaggia di Ostia, aveva fotografato il culetto, con il costume, ad alcuni bambini, dicendo loro: ‘Girati che ti faccio una foto sul sederino’.

I giudici della terza sezione penale hanno quindi accolto il ricorso dell’uomo che per i fatti avvenuti l`anno scorso sulla spiaggia romana era finito in manette. In poche parole gli Ermellini hanno annullato la custodia cautelare in carcere, poi confermata anche dal riesame capitolino, senza rinvio, ordinando cioè l`immediata scarcerazione dell`indagato. Secondo il Collegio di legittimità, infatti, non commette reato di pedopornografia colui che scatta diverse fotografie a minori in costume da bagno, chiedendo loro esplicitamente di voltarsi ritraendo la loro parte posteriore mentre sono chinati.

“Tale reato infatti - riporta il sito Cassazione.net -richiede essenzialmente esibizioni o materiali rappresentativi connotati da un’allusione o un richiamo di tipo sessuale. Il giudice italiano, nell’applicazione dell’art. 600 ter c.p., deve fare riferimento alla nozione di pedopornografia fornita dall’art. 1 della decisione quadro 2044/68/Gai, al fine di rendere compatibile la fattispecie penale ai principi di determinatezza e offensività. Perciò, il materiale pedopornografico previsto dalla norma codicistica come oggetto materiale della condotta criminosa deve essere inteso come quel materiale che ritrae o rappresenta visivamente un minore implicato o coinvolto in una condotta sessualmente esplicita, quale può essere anche la semplice esibizione lasciva dei genitali o della regione pubica”.


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Gay picchiato dai buttafuori perché baciava il ragazzo

Il Resto del Carlino
 Rimini, 22 marzo 2010

Un ragazzo marocchino di 26 anni era con il suo compagno in discoteca. Un addetto alla sicurezza lo ha invitato a uscire, poi ha chiamato un collega e insieme lo hanno colpito ripetutamente



Una "grave aggressione omofoba è accaduta sabato 13 marzo, nella notte, a Rimini, nella discoteca Mon Amour, ai danni di un ragazzo 26enne marocchino residente in Italia. Il ragazzo, che aveva scambiato un bacio con il suo compagno mentre ballavano, è stato avvicinato da un addetto alla sicurezza che lo ha invitato a seguirlo fuori dal locale e, una volta usciti, lo ha insultato con epiteti omofobi e minacce come “Non farti più vedere perché se no ti faccio male”. A denunciare l’accaduto è Arcigay.

Successivamente il buttafuori ha chiamato un collega e insieme hanno colpito ripetutamente il giovane alla testa, al torace e alla mano, provocandogli tra l'altro un trauma cranico lieve. Solo grazie all'intervento di un terzo collega, i due hanno interrotto l`aggressione, lasciando la povera vittima inerme a terra.

La giovane coppia, terrorizzata dall'accaduto, per alcuni giorni si è rifugiata in casa dalla paura, ma è stata determinata a denunciare il fatto alla polizia e a contattare Arcigay per un sostegno. Quando venerdì scorso si sono recati in Questura per la denuncia, “sono stati vittime di una nuova violenza psicologica - spiega l’associazione - in quanto l'agente di polizia gli ha detto "se avessi baciato una donna non ti sarebbe successo niente" e soprattutto si è rifiutato di scrivere che la causa dell'aggressione è stata un bacio tra due uomini e di definire il fidanzato come compagno, parola sostituita da amico.

“Questa è una storia terribile di omofobia e pregiudizio - dichiara Maura Chiulli, riminese componente della segreteria nazionale Arcigay - da alcuni giorni siamo vicini alla giovane coppia e daremo loro ogni possibile aiuto psicologico e giuridico per restituire giustizia e per proteggerli dopo quello che hanno vissuto”.

“L'omofobia si annida in ogni spazio sociale - aggiunge Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay - alla base della cieca violenza in discoteca e del volgare rifiuto della polizia di definire un amore col proprio nome, ci sono la stessa ignoranza e lo stesso pregiudizio nel conoscere l'altro e nel rispettare la dignità di ogni cittadino. Questo grave episodio ci dimostra come non sia più rimandabile l'estensione della Legge Mancino per i reati d'odio anche ai casi che si basano sulla discriminazione per orientamento sessuale e identità di genere”.

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Erba, la difesa di Rosa e Olindo: "Giudicati colpevoli fin dall'inizio"

La Stampa

Indagini unilaterali e prove inquinate. La lettera inviata a Retequattro: «Ci hanno indotto a confessare» 

«È estremamente difficile difendere persone che sono già state giudicate colpevoli dall’ inizio». È la premessa dell’ avvocato Luisa Bordeaux che oggi ha cominciato la sua arringa nel processo d’appello per la strage di Erba che vede imputati Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati all’ergastolo per l’eccidio in cui l’11 dicembre del 2006 furono massacrati a colpi di spranghe e coltelli Raffaella Castagna, il figlio Youssef di 2 anni, la nonna del piccolo Paola Galli e la vicina di casa, Valeria Cherubini. L'avvocato ritiene che i suoi assistiti siano stati sottoposti a una vera e propria «gogna pubblica» che avrebbe portato alla sentenza dell’ergastolo.

L’avvocato Bordeaux ha spiegato che intende contestare ogni elemento dell’accusa perché a suo dire «ogni elemento è contraddittorio» mentre dovrebbe avere «connotati di certezza, deve stare in piedi da solo».

Il legale mette innanzitutto in discussione la testimonianza dell’unico sopravvissuto, Mario Frigerio, testimonianza che, secondo il collegio difensivo, sarebbe stata indotta. Le "accuse", tuttavia, sono orientate anche contro il luogotenente Luciano Gallorini, il primo a sospettare dei coniugi Romano. Per la Bordeaux «la sensazione di quella sera avuta dal Gallorini regola e governa gli elementi della prova».

Contestata anche la traccia di sangue trovata sul battitacco dell’auto dei Romano, traccia ematica che appartiene a Valeria Cherubini, una delle quattro vittime della strage dell’11 dicembre 2006. Una traccia che, secondo il legale, potrebbe derivare «da una contaminazione innocente da parte di carabinieri che prima entrano nella casa del massacro, poi nell’auto dei Romano». Una traccia di cui «nessuno sa dire come è stata deposta».

La difesa, infine, rivendica l’esclusione di 60 testimoni, così come la mancanza di un esperimento fonico per capire davvero i rumori sentiti da alcuni vicini, prima della strage, da quale appartamento della "palazzina del ghiaccio" provenissero. Poi, una stoccata al procuratore generale: «La favola di Biancaneve qualche volta viene raccontata alla difesa».

«Sin dall’inizio - secondo il legale - nei confronti dei coniugi Romano è stato emesso un verdetto di colpevolezza. Non dai giudici ma da eventi esterni». Da qui l’istanza di rimessione del processo in altra sede che la Corte di Cassazione giudicò inammissibile.

In aula, come ogni udienza, sono presenti oltre ai familiari delle vittime anche gli stessi Olindo Romano e Rosa Bazzi, che nella giornata di ieri hanno fatto pervenire una lettera alla trasmissione di Retequattro Quarto Grado. Nel comunicato affermano la propria innocenza dichiarando di essere stati indotti a confessare la propria colpevolezza: «Qualche mese dopo il nostro arresto in un periodo di calma relativa siamo stati io e Rosa a decidere di proclamare le nostre innocenze e dire la verità sui fatti.

I cattivi consiglieri li abbiamo avuti prima quando, perseguitandoci, ci hanno indotto a confessare. Noi - concludono - chiediamo semplicemente di dimostrare le nostre innocenze cosa che ci è stata impedita nel processo di primo grado». I coniugi Romano avevano già spedito, la settimana scorsa, una lettera alla redazione del Tg2 in cui si dichiaravano «innocenti e perseguitati dagli inquirenti».

L’intervento dei difensori, Luisa Bordeaux, Fabio Schembri e Nico D’Ascola proseguirà per tre udienze: oltre a quella di oggi quella del 24 marzo e del 14 aprile. La sentenza è prevista per il 20 aprile. Il sostituto pg di Milano Nunzia Gatto aveva chiesto per i coniugi Romano la conferma della condanna di primo grado: ergastolo con tre anni di isolamento di

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Omicidio Raciti, Micale condannato a 11 anni Vedova: fatta giustizia

di Redazione

Il giovane, coinvolto nella morte dell'ispettore negli scontri prima di Catania-Palermo, condannato per omicidio preterintenzionale. Accolte le richieste del pm. L'altro imputato, Speziale, aveva preso 14 anni



 

Catania - Dopo Speziale condannato anche Micale. La prima Corte d’assise di Catania, accogliendo integralmente la richiesta del pm Andrea Bonomo, ha condannato a 11 anni di reclusione, per omicidio preterintezionale, Daniele Natale Micale, 23 anni, a conclusione del processo per la morte dell’ispettore Filippo Raciti, deceduto per le ferite riportate durante gli scontri dentro e fuori lo stadio Angelo Massimino il 2 febbraio del 2007 durante il derby di calcio con il Palermo. 

Condannato anche Speziale La Corte ha inoltre condannato l’imputato al pagamento di 25mila euro ciascuno alla presidenza del Consiglio dei ministri e al ministero dell’Interno per danni non patrimoniali. I giudici hanno anche disposto il pagamento esecutivo di una provvisionale di 75mila euro ciascuno per la vedova e i due figli dell’ispettore Raciti e di 50 mila euro per il ministero dell’Interno. Per la morte dell’ispettore è accusato anche Antonino Speziale, che il 9 febbraio scorso è stato condannato a 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. La sentenza è stata emessa dal tribunale per i minorenni perché all’epoca dei fatti l’imputato non era ancora maggiorenne. 

La vedova: "Giustizia è fatta" "Giustizia è fatta, ora potrò dire ai miei due figli che gli assassini del loro padre sono stati condannati: è una notizia che attendono da tre anni". Così Marisa Grasso, vedova dell’ispettore Raciti, ha commentato nell’aula della prima Corte d’Assise la condanna a 11 anni di reclusione di Daniele Natale Micale. Per lo stesso reato il 9 febbraio scorso Speziale è stato condannato a 14 anni dal tribunale per i minorenni di Catania. "Mio marito indietro non torna - ha aggiunto Marisa Grasso -, ma questa sentenza è una risposta di giustizia che porto a casa a miei figli, che hanno perso il padre: è morto mentre lavorava per difendere la giustizia e Catania".

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Gay a scuola? No dei genitori all'incontro

Corriere della Sera


«I nostri figli potrebbero essere deviati». Proteste dopo no ad assemblea in una scuola a Romano di Lombardia

 
MILANO - Nessun incontro-assemblea con gli omosessuali a scuola: «I nostri figli potrebbero essere deviati». I genitori degli studenti del Liceo Don Milani di Romano di Lombardia, in provincia di Bergamo, bocciano così l’incontro sull’omosessualità organizzato dai ragazzi nelle aule dell’istituto con alcuni esponenti del Circolo di cultura omosessuale Milk di Milano. L'appuntamento, fissato per il 30 e 31 marzo, era stato proposto dai ragazzi dell'istituto di via Belvedere, dopo un'incontro svoltosi per la Giornata della Memoria, in cui gli esponenti del «Milk» erano stati ospiti per raccontare lo sterminio dei gay nei lager. A loro i 600 alunni del Don Milani avevano chiesto di spiegare il mondo dell'omosessualità, nell'ambito di un'assemblea da loro stessi organizzata sul tema della sessualità. Il no è arrivato dal Consiglio d'Istituto.

IL «NO» DEI GENITORI - Secondo quanto riporta il «Giornale di Treviglio» un genitore avrebbe detto che «i ragazzi stanno formando la loro personalità e quindi potrebbero essere deviati», un altro avrebbe sostenuto: «Accompagno mio figlio persino a fare le vaccinazioni figuriamoci se lo lascio andare ad un incontro del genere. È come il vaccino antinfluenzale: è più dannoso che utile». Un terzo avrebbe visto l'incontro come «propaganda: gli omosessuali non possono parlare di omosessualità». Risultato, iniziativa bocciata, tra le proteste degli studenti e della quasi totalità degli insegnanti, e con lo stesso preside che ha stigmatizzato «l'estrema gravità delle affermazioni omofobe di alcune persone».

VITTORIA PARZIALE - Ecco quindi che l'evento è stato improvvisamente ridimensionato: al posto delle due giornate previste, è stato deciso di dirottare su un incontro per le classi quarte e quinte con l'Agedo (Associazione genitori e amici omosessuali). All'inizio con il divieto di partecipazione ad ogni omosessuale, mentre i ragazzi sono riusciti a strappare la presenza di almeno un rappresentante del mondo gay.

Redazione online
22 marzo 2010

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Marrazzo, parla il carabiniere: "Non sono una mela marcia Brenda e ricatto? Non so"

Quotidianonet


ROMA, 22 marzo 2010
Per la prima volta, uno dei militari arrestati per lo scandalo dell'ex governatore del Lazio, esce allo scoperto e concede un'intervista alla trasmissione 'Quarto grado' su Rete4: "Sono fiero di ciò che ho fatto per l'Arma, è stato un onore essere stato arrestato dai miei colleghi"

Per la prima volta parla uno dei carabinieri fermati nell'inchiesta sul caso-Marrazzo. Antonio Tamburrino, coinvolto nel ricatto all'ex governatore del lazio, ha scelto di uscire allo scoperto concedendo un'intervista a 'Quarto Grado', in onda stasera su Rete4.

"Non sono una mela marcia
- dice il militare - E’ stato un onore essere arrestato dai miei colleghi. Non credevo che sarebbe successo tutto questo: quattro arresti, un transessuale morto. Una bufera. Quando il mio avvocato mi ha informato delle morte di Brenda, ho detto una preghiera, poi non mi sono preoccupato. Io non lo conoscevo e non so neanche come sia morto. Il 3 luglio non ero presente in via Gradoli, né sapevo dell’incontro tra il presidente Marrazzo e il trans Natalie".

Poi Tamburrino prosegue
: "A metà luglio è venuto un mio collega, Luciano Simeone, e mi ha chiesto se conoscessi qualcuno nel mondo del gossip. Io chiesi di cosa si trattasse, ma Simeone si rifiutò di dare spiegazioni, dicendo che mi avrebbe fatto vedere di cosa si trattava in un secondo momento. Mi disse che era una cosa urgente e che gli serviva immediatamente un contatto per fare uno scoop. Io ho organizzato l’appuntamento: ci siamo incontrati in un appartamento e c’era un altro collega, Carlo Tagliente, che ha parlato con il fotografo Massimiliano Scarfone, dicendo che gli avrebbe fatto vedere un filmato audio-video". Poi racconta di aver visto il famoso video con Marrazzo in compagnia del trans.

"Io non sapevo che avevano ricattato Marrazzo - si difende - Ho scoperto tutto quando sono scattate le manette e ancora non credevo ai miei occhi. Non ho capito che c’era sotto un ricatto". E ancora: "Il tentativo di vendita del filmato c’è stato, e i miei colleghi ci avrebbero guadagnato intorno ai 50mila euro".

E l'autodifesa continua: "Non sono una mela marcia e sono fiero di tutto ciò che ho fatto per l’Arma dei Carabinieri. E’ stato un onore farmi arrestare dai miei stessi colleghi, perché io mi sento ancora carabiniere: anche se non lo sono giuridicamente, lo sono ancora amministrativamente. Sono sospeso in via precauzionale. Spero che il processo penale duri il minor tempo possibile perche’ non vedo l’ora di poter di nuovo indossare la mia divisa".


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Rocce o resti umani in fondo al mare? Sub in azione per svelare il mistero

Corriere della Sera 


L'ispezione servirà a chiarire se la foto scattata da due turisti ritrae davvero lo scheletro di Natalee Holloway


WASHINGTON – Saranno forse i sub della polizia di Aruba a svelare il mistero dei presunti resti fotografati sul fondo del mare. Le autorità avrebbero disposto l'intervento di un'unità speciale – ma non è chiaro quando si muoverà – nel sud dell'isola caraibica. I subacquei dovrebbero condurre un'ispezione nella zona dove una coppia di turisti americani ha scattato una foto che ritrae, a seconda delle interpretazioni, uno scheletro o dei sassi. La ricognizione, in teoria, avrebbe dovuto essere condotta nel fine settimana ma, stranamente, nessuno si è mosso.

IL CASO - La vicenda è stata collegata al dramma di Natalee Holloway, la studentessa statunitense scomparsa cinque anni fa ad Aruba. Il principale sospettato, l'olandese Joran Van Der Sloot, ha sostenuto in un’intervista che la ragazza, deceduta per una caduta accidentale dopo aver abusato di liquori e cocaina, sarebbe stata gettata in mare. Una teoria, però, respinta sia dagli investigatori che dai familiari della vittima.

L'intricato caso è tornato alla ribalta dopo la segnalazione di due cittadini americani. Durante un’escursione subacquea ad Aruba, in dicembre, scattano delle foto. Tuttavia solo mesi dopo si accorgono che tra le molte immagini ve ne è una “strana”: mostra
Natalee Holloway
Natalee Holloway
quello che potrebbe essere la parte superiore di uno scheletro adagiato sul fondale marino. I due avvisano i media e l’Fbi non escludendo che quei resti possano appartenere proprio a Natalee. I giudizi degli esperti non sono unanimi. Per alcuni di loro quelle fotografate sono delle rocce.

Altri, invece, sia pure con molta cautela, non escludono la teoria dei resti umani. Scettici i familiari della ragazza che, in tutti questi anni, non hanno mai smesso di indagare e di esercitare pressioni sulle autorità di Aruba. C’è un sospettato – Van Der Sloot -, arrestato per due volte, ma non è stato mai incriminato.

Durante le indagini sono stati fatti degli errori, sono nati forti contrasti tra gli inquirenti locali e gli Stati Uniti, infine si è sostenuto che l'olandese sarebbe stato trattato con troppo riguardo. Ora con la vicenda della foto, si torna a discutere del giallo. E ci si attende che la polizia proceda ai controlli. Ma per molti la fine di Natalee rischia di diventare un “caso freddo”.

Guido Olimpio
22 marzo 2010


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Scomparso il sub che nuota con gli squali

Corriere della Sera

Sparito assieme a un amico il napoletano Maurilio Mirabella. Era già sfuggito a un tentato omicidio


NAPOLI
-
L’ultima volta che qualcuno ha visto Maurilio Mirabella— 47 anni, napoletano del quartiere Montesanto, che quindici fa mollò tutto e se ne andò dall’altra parte del mondo a vivere di sole, mare e immersioni— è stato agli inizi della scorsa settimana. Era su un Suv grigio che percorreva una strada interna dell’isola honduregna di Roatan. C’era con lui il suo amico Luca, un ragazzo calabrese incontrato da quelle parti, ma nessuno dei due era seduto al volante. Guidava uno sconosciuto, e dove siano andati a finire Maurilio e Luca è un mistero. 

Rimbalza dal Centro America un giallo del quale la polizia locale ho fornito finora pochissimi particolari alle nostre autorità, allertate, tra l’altro, soltanto dalla denuncia dei parenti di Mirabella. Infatti dopo aver cercato inutilmente di contattarlo per giorni, i suoi fratelli si sono rivolti in questura e immediatamente è scattata la segnalazione alla Farnesina e alla nostra ambasciata di Tegucigalpa.

Ma finora, secondo quanto riferiscono i familiari di Mirabella, le ricerche sono state molto superficiali, nonostante la sparizione dei due italiani sia stata denunciata immediatamente dai loro conoscenti a Roatan. In Honduras. Maurilio aveva messo in piedi un importante centro diving. Roatan è chiamata l’isola dei pirati, di fronte c’è la Giamaica e in mezzo le Cayman. Ma a Roatan non si va né per il reggae e l'hashish né per i paradisi fiscali. Si va per il mare. I ristoranti — il migliore è ritenuto uno gestito da una coppia di siciliani — servono aragoste e immensi granchi, i turisti italiani si sobbarcano quattordici ore di volo, ma giurano che ne valga la pena. E chi se l’è sentita racconta che l’esperienza più emozionante che si possa fare da quelle parti sia partecipare all’immersione con gli squali. E per farla bisogna andare da Maurilio Mirabella. 

Il quarantasettenne napoletano è conosciuto in tutta l’isola per questa sua specialità. Si chiama shark feeding: ci si immerge all’interno di una gabbia d’acciaio e si porge il cibo agli squali — in particolare gli squali tigre o toro — di cui quel mare è pieno. Mirabella non usava la gabbia e questo faceva di lui un caso pressoché unico. Da Napoli i suoi familiari hanno contattato l’ex moglie, con la quale Maurilio aveva continuato a vivere fino a poco tempo fa, anche dopo la separazione. Ma nemmeno lei è riuscita a dare indicazioni che possano svelare il mistero della sparizione. I fratelli temono che sia accaduto qualcosa di grave, perché sostengono che in passato due uomini avevano cercato di ammazzarlo, però non si è mai capito il perché.

A quanto pare Mirabella aveva avuto forti contrasti nel suo ambiente lavorativo, ma non si sa per quale motivo: se per il successo che aveva fatto del suo centro diving o per altri motivi difficili da individuare senza conoscere a fondo la situazione di Roatan. Situazione che ovviamente conosce soltanto la polizia locale.





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E stata la vendetta per una donna»

Corriere della Sera


La sorella: è vero, c'erano stati screzi. Il legale chiede nuove indagini alla procura. L’amico di Uva: frequentò la moglie di un carabiniere e lui gliela aveva giurata



VARESE
— Beppe Uva non aveva mai avuto guai con la giustizia, non soffriva di disturbi mentali; era al massimo un tipo un po’ strano, non un balordo. Eppure la sera in cui viene fermato dai carabinieri e in cui muore misteriosamente, uno dei militari dimostra di conoscerlo bene e di avere qualche conto in sospeso con lui. E adesso che il decesso di Uva, vittima della somministrazione di un farmaco sbagliato (versione ufficiale) o di un pestaggio delle forze dell’ordine (denuncia dei familiari) è un caso finito sotto i riflettori emergono particolari che possono essere accostati a quel dettaglio. 
«Beppe aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere»: a rivelarlo è Alberto Biggiogero, l’amico che la sera del 13 giugno 2008 viene fermato assieme a Beppe per schiamazzi notturni. «Me l’aveva detto un po’ di tempo prima di morire — ricorda Alberto —. Non so chi fosse questa donna né chi fosse il marito, ma Beppe mi aveva detto "un carabiniere mi ha promesso che mi farà cantare l’Ave Maria, come a dire che me la farà pagare"».

Stando alla denuncia che lo stesso Biggiogero presenta alla procura di Varese è esattamente quanto accade la sera della tragedia: «Un carabiniere si avvicinava a noi con sguardo stravolto— mette a verbale Alberto — urlando "Uva, proprio te cercavo, questa notte te la faccio pagare!"». «Che ci fosse stata uno screzio per questioni di donne tra mio fratello e dei carabinieri risulta anche me— dice Lucia, la sorella di Beppe — ma non so dire chi. Di sicuro mio fratello non era mai stato arrestato prima di quella sera».

Aggiunge la sua testimonianza l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia: «La circostanza è stata riferita anche a me, è indubbiamente suggestiva ma difficile da provare: sarebbe stato necessario visionare i tabulati del telefonino di Uva, il traffico delle chiamate; ma ormai è passato troppo tempo. Già in settimana chiederemo comunque nuove indagini alla procura di Varese». Della presunta relazione tra la vittima e la moglie di un militare non c’è traccia nelle carte dell’inchiesta. Questa come è noto esclude il pestaggio in caserma e attribuisce la responsabilità della morte a due medici dell’ospedale di Varese che iniettano a Uva, portato lì in stato di ebbrezza e di agitazione psicomotoria, farmaci incompatibili con l’alcol.

I referti non parlano invece delle ecchimosi e dei lividi riscontrati successivamente sul cadavere; anzi al suo arrivo al pronto soccorso Beppe viene classificato come paziente in «codice verde» (vale a dire non grave) e i segni sul suo corpo sono giudicati guaribili in 7 giorni. Agli atti c’è l’interrogatorio di un agente di polizia intervenuto quella sera secondo il quale Beppe si procurò da solo le ferite: «Ho sentito Uva lamentarsi di essere stato picchiato dai carabinieri... ma tirava pugni e calci contro un armadio... quando gli abbiamo tolto le manette aveva i polsi viola in quanto dimenandosi ne aveva provocato il restringimento... ha anche sbattuto violentemente la nuca contro la parete sotto gli occhi di tutti i presenti... venuto a sapere che sarebbe stato portato in ospedale... si è scagliato contro la porta di vetro antisfondamento con il volto».

Claudio Del Frate
22 marzo 2010







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Vini: le annate «false» svelate dai test atomici

Corriere della Sera 

Gli esperimenti nucleari degli anni 50-60 hanno liberato composti radioattivi utili per stabilire le annate dei vini



MILANO - Chi garantisce che un Bordeaux o un Borgogna è davvero pregiato tanto da diventare un buon investimento, almeno per i collezionisti di bottiglie? I ricercatori australiani hanno trovato il modo, sfruttando le conseguenze degli esperimenti nucleari sull’atmosfera.

Ma andiamo con ordine. Stabilire l’annata di un vino non è sempre facile e, con i prezzi che corrono, i falsi non mancano. È vero che i produttori si sono inventati vari sistemi per impedire le contraffazioni, sistemi basati su sigilli speciali o su etichette high tech, ma non esiste un metodo infallibile per dire che quello riportato dall’etichetta corrisponde a quello che c’è nella bottiglia.

TUTELARE IL CONSUMATORE - Il problema se lo sono posto anche i ricercatori dell’Università di Adelaide e non a caso : l’Australia è una grande produttrice ed esportatrice di vini e si sa che certe annate sono particolarmente buone, grazie al verificarsi di condizioni ambientali ideali per le viti, e che altre, invece, non lo sono affatto, sia per la quantità che per la qualità della produzione.

Tutto questo condiziona il mercato, compreso quello dei «falsi». Adesso però i consumatori più raffinati e i collezionisti più esigenti hanno trovato chi potrebbe tutelarli. La ricerca australiana, infatti, ha dimostrato che l’anidride carbonica radioattiva, prodotta dai test atomici nell’atmosfera e assorbita dalle viti, può essere utile per valutare l’annata.

IL CARBONIO 14 La tecnica è simile a quella usata per determinare l’età di reperti archeologici, e si basa sul confronto fra la quantità di carbonio 14 (C-14), una forma poco comune di carbonio presente nell’atmosfera, e la quantità di carbonio 12 (C-12) che, invece, è più stabile e abbondante: il rapporto fra questi due isotopi è rimasto costante nell’atmosfera per migliaia di anni.

«Fino alla fine degli anni Quaranta – spiega Graham Jones, coordinatore della ricerca che è stata presentata a San Francisco, al meeting annuale dell’American Chemical Society – il carbonio 14 era prodotto, nell’atmosfera terrestre, dall’interazione dei raggi cosmici con l’azoto. La situazione è cambiata negli anni successivi fino al 1963, periodo durante il quale sono stati condotti, nell’atmosfera, numerosi esperimenti atomici che hanno significativamente aumentato la quantità di C-14. Quando i test sono terminati, è cominciata la diluizione di questo C-14 nella CO2 prodotta dalla combustione di combustibili fossili».

BOTTIGLIE AUSTRALIANE - Ecco allora che piccolissime quantità di carbonio radioattivo possono essere «catturate» dalle viti attraverso l’assorbimento di anidride carbonica e finiscono nel vino: l’analisi della presenza del C-14 in rapporto ad altri isotopi del carbonio può dunque indicare l’anno in cui quest’assorbimento di C-14 è avvenuto.

I ricercatori hanno utilizzato uno spettrometro di massa per valutare la presenza di C-14 nelle componenti alcoliche di 20 vini rossi australiani, prodotti dal 1958 al 1997, e l’hanno confrontata con i livelli di radioattività di campioni atmosferici noti, dimostrando che il metodo funziona. La capacità di questa analisi nello svelare le frodi può essere migliorata associando altri test che valutano, ad esempio la presenza di sostanze come l’acido tartarico o derivati fenolici.

Adriana Bazzi
abazzi@corriere.it
22 marzo 2010

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Sanità Usa, la riforma storica di Obama «Siamo ancora capaci di grandi cose»

Corriere della Sera

Raggiunto un accordo con gli anti-abortisti. Approvato alla Camera il provvedimento che estende l'assistenza medica a 32 milioni di cittadini



WASHINGTON - Una svolta storica, per gli Stati Uniti. Barack Obama è riuscito nell'impresa mancata per oltre un secolo dai suoi predecessori. La riforma del sistema sanitario nazionale è adesso una realtà. La Camera dei Rappresentanti Usa ha adottato il testo, nella versione approvata dal Senato il 24 dicembre, con una maggioranza di 219 voti contro 212, tre più dei 216 necessari. I repubblicani hanno votato compatti per il no. Dopo un anno di scontri politici, colpi di scena e intense mediazioni, per il presidente americano si tratta di una straordinaria vittoria politica: ampliare la copertura sanitaria degli americani era la sfida più ambiziosa del suo programma politico e di fatto risulta la più ampia iniziativa di riforma sociale degli ultimi 50 anni negli Stati Uniti.

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IL RUOLO DELLA PELOSI - Le ultime ore prima e durante la seduta della Camera sono state decisive per trovare i numeri necessari all'approvazione. E determinante è stato soprattutto il ruolo della speaker del Congresso, Nancy Pelosi. Arrivata in aula con il martello di legno con il quale nel 1965, presidente Lyndon Johnson, fu introdotto Medicare, la prima storica riforma in tema di Sanità in America. Sue le trattative con gli ultimi indecisi nelle file democratiche, sue le dichiarazioni che hanno fatto capire che finalmente c'era la certezza dei numeri.

La svolta arriva nel pomeriggio, intorno alle 21 in Italia, dopo un paio d'ore di scontri verbali in aula e contestazioni fuori da Capitol Hill. E poco dopo, quando Bart Stupak, il deputato cattolico leader degli anti-abortisti della Camera, comunica ufficialmente il suo sì, si capisce la riforma passerà. Decisivo un comunicato ufficiale della Casa Bianca con il quale Obama conferma che mai i fondi pubblici saranno indirizzati a favorire l'interruzione di gravidanza.

IL PRESIDENTE - La misura, un obiettivo rincorso da numerose amministrazioni da quasi un secolo (se ne discuteva dalla presidenza di Thedore Roosevelt, 1901-1909), richiede adesso solo la firma di Obama per trasformarsi in legge (il che dovrebbe accadere non prima di martedì). «Abbiamo dimostrato che siamo ancora un popolo capace di fare grandi cose», ha commentato il presidente dalla Casa Bianca.

La riforma estenderà i servizi sanitari a 32 milioni di statunitensi grazie all'allargamento del raggio di azione dei programmi di salute pubblica (Medicare, finora limitato ai cittadini con reddito al di sotto della soglia dell'indigenza) e grazie ai sussidi alle famiglie che non possono acquistare polizze assicurative private; vieterà anche alle compagnie assicurative di rifiutare le polizze a bambini o adulti con malattie congenite e impedirà di revocare le polizze ai già assicurati. Una riforma con la quale il 95% dei quasi 300 milioni di cittadini americani disporrà di una copertura sanitaria. Il costo per il bilancio statale di tutto ciò è naturalmente oneroso e verrebbe finanziato in parte con i tagli a Medicaid e in parte con nuove tasse ad hoc.

IL PROVVEDIMENTO - Da notare che il testo che approderà sulla scrivania di Obama è quello approvato dal Senato: con la perdita del seggio di Ted Kennedy nel Massachussets si è persa infatti la maggioranza qualificata che metteva i Democratici al riparo da qualsiasi ostruzionismo parlamentare, rendendo impossibile un'armonizzazione dei due provvedimenti già adottati dalla due Camere per una seconda lettura. «Questa sera abbiamo superato il peso della politica, mentre tutti gli specialisti affermavano che questo non sarebbe stato più possibile», ha commentato Obama pochi minuti dopo l'approvazione del progetto di legge alla Camera.

«Non ci siamo arresi al cinismo, alla sfiducia, alla paura. Abbiamo provato che restiamo un popolo capace di grandi cose», ha aggiunto il presidente. Obama è intervenuto alla televisione dalla "East Room" della Casa Bianca. Il presidente, che ha dovuto utilizzare tutta la sua influenza politica per convincere la sua maggioranza a firmare un testo molto impopolare, ha comparato la propria vittoria con le sfide storiche degli americani. «Questa sera abbiamo risposto all'appello della storia come tanti americani hanno fatto prima di noi - ha dichiarato. - Non siamo sfuggiti alle nostre responsabilità, le abbiamo affrontate. Non abbiamo avuto timore del nostro futuro».

Redazione online
21 marzo 2010(ultima modifica: 22 marzo 2010)

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Tra i campioni d’insuccessi lui resta sempre il Massimo

di Roberto Scafuri

Roma

Campione che non vince (e non si cambia).


Fu in un tiepido pomeriggio del 2086 che accadde. Spenta la televisione - diretta da piazza San Giovanni per i festeggiamenti del centocinquantesimo compleanno del presidente del Consiglio in carica - lo stato maggiore del Pddd (Partito Dei Democratici Disperati) prese atto che occorreva guardarsi negli occhi e fare autocritica.

Come la tradizione dei fratelli maggiori insegnava. Prese coraggio il segretario, un brav’uomo di Peretola Terme di sotto, e non senza imbarazzo avanzò il tema. «Compagni, ehm, amici... Perché quello che tanti anni fa uno dei nostri più autorevoli esponenti aveva definito la “parentesi di un quindicennio, di cui si vede ormai il declino” dura ancora oggi? Che cosa non ha funzionato? Dove s’è sbagliato?».

Fu un giovane studioso, che sbarcava il lunario nella pompa di benzina di Peretola di Sopra, a suscitare il dibattito. Era appassionato di calcio, aveva studiato sulla riedizione degli album delle Figurine Panini. «Ho letto che quando un giocatore, un allenatore, o comunque una squadra a quei tempi non vinceva, il giocatore finiva in panchina, l’allenatore veniva sostituito, o si faceva un repulisti totale».

Sulle prime, la tesi destò un certo scandalo. Tutti capirono che il giovanotto stava mettendo in discussione l’arte e l’abilità del riconosciuto campione dell’opposizione d’un tempo: D’Alema Massimo, colui che tutti giudicavano di «intelligenza non comune». Ma il giovanotto, per nulla intimorito, proseguì il racconto. «Sissignori, era un campione. Lo riconosco. Intelligenza vivida, brillante, talvolta luciferina. Aveva mangiato pane e politica fin da ragazzo, tranne una volta che gli era scappata una piccola molotov dalle parti di Pisa.

Una cavolata, un errore di gioventù. Ma dopo la scalata nel partito, dopo il successo parlamentare - era un portento d’oratoria -, il Nostro riuscì a conquistare in pochi anni, nell’ordine: la direzione del giornale del partito, la segreteria del partito, la presidenza della Commissione bicamerale per le Riforme, la presidenza del Consiglio.

Ebbene, questi furono gli esiti: il giornale finì poco dopo per chiudere sommerso dai debiti; il partito cominciò un declino irreversibile, fino a chiudere anch’esso, trasformandosi nel nostro antenato Pd; la Bicamerale fu chiusa anch’essa, senza risultato alcuno; Palazzo Chigi fu perduto poco dopo, senza aver lasciato una traccia che è una, e venendo persino definito, in virtù di affari poco chiari, "l’unica merchant bank dove non si parla inglese"».

L’uditorio fu visibilmente scosso, i mormorii aumentarono. Il ragazzo proseguì: «Il nostro campione, terminata quella partita, da giocatore preferì farsi allenatore. Inventore di tante tattiche, non ne imbroccò una vincente. Finì intercettato mentre si complimentava per la scalata di una banca, forse con sua moglie: "sììì, Consorte, facci sognare...". Quando al governo tornarono i suoi nemici principali, un Romano e un Walter, li infilzò come birilli. Quando Walter, che era solo a lui secondo, lasciò soltanto macerie, il Nostro fece nominare al suo posto un brav’uomo che teneva in pugno. Poi cercò di sedurre il governo di centrodestra per diventare ministro degli Esteri dell’Unione europea.

Ma non lo vollero, preferendogli una baronessa inglese per la quale il "diplomatico" era un pasticcino da tè. Non contento del fiasco, mentre la sinistra era in totale rotta, forse per gelosia, cercò di affondare l’unico leaderino capace ancora di vincere grazie al carisma personale, nella sua terra di Puglia. Il leaderino, che si chiamava Nichi e aveva studiato il soviet proprio nella sua Fgci, non gliela diede vinta e sconfisse sonoramente il sicario inviato dal Campione.

E lui, che nel frattempo aveva imbottito la giunta pugliese di sodali con i quali andava a cena, li vide senza batter ciglio finire in galera per complesse attività legate a sanità, tangenti e mignotte. Con il placet del governo, finì al Comitato di controllo sui servizi segreti: posto che ne dovette esaltare le doti tattiche e la verve sarcastica. Tanto che ciò che diceva divenne sempre più velenoso, ma incomprensibili ai più».

Il silenzio piombò sulla sala, che per decenni aveva imprecato contro la malasorte. D’un tratto capirono che forse, fin dall’inizio, sarebbe bastato non seguire il «campione», senza aspettarne il declino. Facendo bene i conti, non era mai stato il massimo.

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Ecco la vera storia della cena D'Alema-Tarantini

di Redazione
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica 

D'Alema si fermò tutta la sera e alla fine fece pure un comizio in cui difese l'ex assessore alla Sanità, oggi indagato. La vicenda ricostruita dalle intercettazioni.

 

Ma Emiliano giurava: "Restò 5 minuti"

 



 
Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica 

 
«D’Alema stava al numero uno, io stavo al numero due, seduta (...) e i Tarantini dopo di me», raccontava ridacchiando Lady Asl, al secolo Lea Cosentino, ora ai domiciliari, parlando al telefono con l’allora assessore vendoliano alla Sanità, Alberto Tedesco, indagato ma «volato» subito in Senato, sponda Pd. E il brogliaccio di quell’intercettazione inedita, risalente a due anni fa, riapre il sequel di «Indovina chi viene a cena» in salsa barese. 

Quella tavolata organizzata e offerta il 1° aprile 2008 dal Signore delle protesi, Gianpaolo Tarantini, al ristorante La Pignata di Bari, che vedeva seduti insieme all’imprenditore al centro delle inchieste pugliesi, politici locali del Pd, il líder Massimo e un bel manipolo di manager della sanità finiti indagati dalla procura di Bari, promette di essere un ricordo amaro per tanti. Soprattutto per Massimo D’Alema, appunto, ma anche per il sindaco di Bari Michele Emiliano. 

Tanto che su quella serata, quando l’estate scorsa esplose lo scandalo sulle magagne della sanità nella Puglia di Vendola, la parola d’ordine nel centrosinistra diventò «minimizzare». D’Alema non ricordava, anzi, ricordava di non aver nemmeno mangiato. Emiliano disse di aver fiutato la puzza, visto che lui Tarantini lo aveva indagato quand’era pm, e di aver aspettato l’arrivo di D’Alema per trascinarlo via dopo «dieci minuti, non di più». A leggere i brogliacci di quelle intercettazioni sembrerebbe però che il sindaco e il presidente del Copasir «ricordino» male, molto male. 

La verità che emerge dalla trascrizione di «tutte» le conversazioni di quell’inchiesta è infatti diversa da come i protagonisti ce l’hanno raccontata. Sono telefonate tra l’ex assessore Alberto Tedesco - che alla cena non volle andare perché con i Tarantini era ai ferri cortissimi - e un po’ di amici. Una lettura interessante. Il primo botta e risposta è tra Tedesco e un uomo di nome Angelo. 

Alberto Tedesco: «Ma tu ti rendi conto che vengo invitato, per altro lo vengo a sapere da altri, a una cena con D’Alema organizzata, e pagata, dai più feroci concorrenti dei miei figli, cioè dai Tarantini che sono dei banditi nati, che dovrebbero stare in galera e stanno ancora a piede libero in giro?». 

Angelo: «Chi sono questi?». 

Tedesco: «Sono fornitori. Fornitori che operano nel settore dei miei figli, che hanno utilizzato i metodi più delinquenziali del mondo, e fanno la cena a D’Alema. Adesso ho chiamato Panzarani perché mi ha chiamato (...) per dirmi che c’è questa cena. Ho detto, ma “scusa, fammi capire, c’è una cena di D’Alema con la sanità, sì con un po’ di management, qualche imprenditore, sai, organizzata dai Tarantini, da Gianpaolo e non so come cazzo si chiama quell’altro coglione del fratello”... ». Dopo la cena l’assessore oggi senatore parla con Vitangelo Dattoli, direttore sanitario e poi dg del policlinico di Bari (indagato proprio per la fuga di notizie sul coinvolgimento nell’inchiesta di Tedesco) che gli parla dei presenti all’incontro. 

Dattoli: «Volevi notizie di ieri della cena con D’Alema?».
Tedesco: «Be’ ?».
Dattoli: «E be’ niente. Stava lui, il consigliere regionale, Emiliano e baresità varie, Tarantini... ».
Tedesco: «Uhm... ».
Dattoli: «Parecchi direttori generali... Cosentino (Lea Cosentino, l’ex dg della Asl Bari ora ai domiciliari, ndr), Tommaso Moretti (manager degli ospedali riuniti di Foggia, ndr), Colasante, il dottor Galasso, il dottor Abbaticchio, Lonardelli, Enzo Lattanzio (primario al Policlinico di Bari, ndr), Michele Pascone (direttore del reparto chirurgia plastica del Policlinico, ndr), Pasqualino Ciappetta (primario del Policlinico, perquisito e indagato per presunti favoritismi a Tarantini sulle protesi, ndr) Giannocolo, circuito commerciale merceologico, non se se mi... Bancale (Raffaele, primario a Putignano, anche lui indagato, ndr), l’ex marito di Silvana». Qualche dettaglio folkloristico sulla cena lo fornisce proprio Lea Cosentino, Lady Asl, sempre intercettata con Tedesco. Cosentino: «Allora ieri a questa cena c’erano tutti, dai direttori degli ospedali, primari ospedalieri, policlinico, Lattanzio, Pascone, che non ti dico eh, Gismondi... tutto l’universo mondo, Alberto, tutto. A me, io, D’Alema stava al numero uno, io stavo al numero due seduta, come puoi immaginare (ride) va bene». 

Tedesco: «Sì... ».

Cosentino: «A un certo… no questa cosa te la devo dire che è carina, Lattanzio ha detto, fa il solito provocatore, perché “la sanità, il merito, bim bum bam, e della nostra sanità regionale che cosa dice, perché...”, si è alzato D’Alema e ha detto: “Io non parlo della sanità regionale senza gli amministratori regionali, l’assessore regionale che mi sembra una persona intelligente, capace... di che cosa stiamo parlando... posso dire della sanità nazionale”... e l’ha stoppato. Poi quando ha fatto il discorso eh, alla fine, sai alla fine che ha ringraziato, ha detto “io posso prevedere quello che succede a Lecce, quello che succede a Brindisi, quello che succede a Foggia, ma Bari è il nostro banco di prova, per la Puglia e per l’Italia”, e guardando dritto dritto Michele Emiliano, no? Che stava seduto di fronte... e poi alla fine ha anche detto, “noi dobbiamo vincere questa partita nazionale, non perdere la Regione”... che puoi immaginare le battute che ci sono state, no?, negli intermezzi, ti volevo informare, insomma della... ». 

Tedesco: «C’era anche Vincenti?».
Cosentino: «Chi è Vincenti, Alberto?».
Tedesco: «Quello dell’Anthea, del gruppo Santa Maria».
Cosentino: «Lo sai che non lo conosco, io?».
Tedesco: «Non lo conosci?».
Cosentino: «Però c’erano tutti, ma c’erano direttori amministrativi, direttori sanitari, tutto il mondo c’era».
Tedesco: «E i Tarantini dove stavano seduti?»
Cosentino: «I Tarantini dopo di me... allora, c’eravamo D’Alema, io ho chiesto che stesse Enzo Valente (dirigente Asl Lecce, arrestato con Frisullo l’altro giorno, ndr) vicino a me... allora c’era D’Alema, io, Enzo Valente, Mimmo Colasanto, Michele Mazzarano (all’epoca vice di Emiliano alla segreteria del Pd, secondo Tarantini uno dei due politici percettori di tangenti, insieme a Frisullo, ndr) e tutti gli altri... e poi in cerchio tutti gli altri e di fronte Michele Emiliano con Pascone e quegli altri».

D’Alema insomma non avrà mangiato, ma secondo Lady Asl era seduto al posto d’onore, accanto a lei, al manager arrestato e a Tarantini. Emiliano era «di fronte», scambiava sguardi intensi con D’Alema che chiamava le armate a raccolta per vincere la campagna di Puglia, parlando due volte ai commensali. Mica male come bilancio per cinque minuti. Uno si immaginava il sindaco in piedi che aspetta nervosamente D’Alema per sussurrargli all’orecchio che star lì era «inopportuno», concedergli un rapido saluto ai presenti e scappar via. Ma il racconto della Cosentino, fresco di poche ore, disegna un quadro diverso, decisamente più conviviale, tra battute, chiacchiere e comizi. Eppure Tedesco, come abbiamo visto, non amava i Tarantini, e Lady Asl non aveva alcun motivo di calcare la mano sulla buona riuscita di una cena che all’assessore provocava gran mal di pancia. 

In fondo l’aveva detto pubblicamente anche Mazzarano, polemizzando con il sindaco Michele Emiliano, che nessuno era «scappato» via da quella cena. Tutti erano rimasti al loro posto. Tutti avevano mangiato e chiacchierato. Nessuno s’era preoccupato dell’imprenditore che pagò a tutti la cena. Ora le voci «rubate» dagli inquirenti ripropongono la solita doppia domanda. Perché mentire su quella cena? E perché D’Alema ha sentito il bisogno di scrivere al Corriere della sera (il 10 settembre scorso) che «non ho mai avuto occasione di incontrare o frequentare» Tarantini quando oltre alla cena alla Pignata più testimoni parlano anche di una gita in barca a Ponza? E dei rapporti strettissimi tra Tarantini e Roberto De Santis, l’uomo-ombra di D’Alema, il presidente del Copasir ha niente da dire? 

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Tutor in A26, la trappola è servita

Il Secolo xix

Vero è che i limiti di velocità non vanno mai superati. Ma per chi proprio non riesce a fare a meno di schiacciare il pedale dell’acceleratore più del dovuto, l’autostada A26 può diventare una trappola molto costosa. Il tutor, ovvero il sistema di controllo della velocità media, può essere attivato e disattivato da Roma e queste operazioni vengono evidenziate sui pannelli digitali, che mettono in guardia o meno il conducente di turno.

Già, ma se uno ha superato quel pannello trovandolo spento e improvvisamente il tutor viene acceso, può dare per scontato che sia spento (nonostantela sgenaletica verticale sempre presente). E finire con l’essere multato. In più, alcuni dei varchi calcolano anche la velocità istantanea, fungendo da autovelox. Insomma, fra Voltri e Alessandria si possono prendere anche otto multe assieme. Sono infatti 5 i punti di rilevazione in direzione nord e 6 in direzione sud.


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Ora anche il Pd è contro i giudici

Il Tempo

Mobilitazione in Puglia per difendere Mazzarano, il rampante Democratico al centro dell'inchiesta sulle mazzette. Oggi l'interrogatorio per l'ex numero due della giunta regionale pugliese Frisullo.


BARI - Un comizio per difendere Michele Mazzarano. Sceglie la piazza il Partito democratico come reazione alle ultime rivelazioni giudiziarie che indicherebbero l'ex responsabile regionale dell'organizzazione come beneficiario - insieme all'ex vice presidente della giunta Vendola, Sandro Frisullo - di mazzette da parte dell'imprenditore Giampaolo Tarantini.

Un migliaio di persone sono scese in strada e hanno partecipato ieri sera alla manifestazione promossa a Massafra per solidarizzare con il proprio concittadino, coinvolto nel tritacarne mediatico della Sanitopoli pugliese. Sul palco nessun politico di primo piano, ma tanti esponenti locali del Pd, tra cui l'assessore alla Provincia di Taranto Vito Miccolis, oltre allo stesso Mazzarano, molto segnato ma determinato nell'affermare la sua estraneità al sistema di corruzione al centro dell'inchiesta.

I toni della nota diffusa dal Pd sull'evento sono talmente intrisi di garantismo che nell'incipit ricalcano una certa retorica contro il giustizialismo: "Dopo la fuga di notizie dalla procura barese, dopo la bolla mediatica creata intorno il comizio rappresenta l'appoggio e la dimostrazione di affetto che tutto il Partito democratico della provincia di Taranto dà a Michele Mazzarano: si trasformerà in una manifestazione di solidarietà con numerosi esponenti democratici e le migliaia di elettori che ancora vogliono vederlo impegnato in politica".

Mazzarano era lanciato verso una carriera politica di grande prestigio, nella corrente vicina a D'Alema: cresciuto nella scuola politica degli ex Democratici di sinistra, era stato tra i protagonisti dell'esperimento innovativo delle liste degli "Studenti democratici" (distanti dai collettivi e dalla sinistra radicale) alle elezioni universitarie fin dalla metà degli anni novanta, oltre che nel recente passato responsabile esteri della Sinistra Giovanile.

Fino a sabato era candidato al Consiglio regionale della Puglia, nella lista del Pd in provincia di Taranto. Dopo la diffusione delle rivelazioni e delle accuse a suo carico mosse da Tarantini ha scelto di ritirarsi per non danneggiare la coalizione a pochi giorni dal voto. Ha definito il suo "un ritiro sofferto". «Ma la situazione che si è determinata - ha spiegato il dirigente democratico - rischia di penalizzare l'intero centrosinistra e segnatamente il Pd. Io invece voglio contribuire a mantenere indenne da ogni sospetto la coalizione che sostiene Vendola e il mio partito.

Queste sono le motivazioni politiche che mi spingono a tirare i remi in barca». In una intervista a "la Repubblica", ha respinto ogni accusa in maniera perentoria: «Io non ho mai preso tangenti». E ha negato «nel modo più fermo e risoluto di essere stato il destinatario di tangenti da parte di chicchessia e in particolare dal Tarantini». Il suo legale, Gianni Di Cagno, ha rafforzato la tesi di Mazzarano, puntando il dito contro «la malattia del circuito mediatico-giudiziario pressoché irreversibile». Stamattina, intanto, è previsto il primo interrogatorio per Sandro Frisullo, dopo l'arresto di giovedì scorso: i legali dell'ex numero due della giunta regionale, Michele Laforgia e Federico Mazza, ne chiederanno la scarcerazione.

Michele De Feudis
22/03/2010

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Di Pietro fa il comico: governa Wanna Marchi

Il Tempo

Tonino rilancia il suo ritornello contro Berlusconi: "Un dittatore al tramonto, dice bugie a reti unificate". Emma Bonino: "A piazza San Giovanni il giuramento delle giovani marmotte".


Il ritornello è quello consueto e ormai anche consunto. L'immagine del premier è quella da farsa, sempre e comunque. Di Pietro proprio non ce la fa ad alzare il livello della sua visione del Cavaliere. Eccolo dunque per una nuova tirata macchiettistica, ad uso elettorale. «Berlusconi», scrive in una nota il leader dell'Italia dei Valori, «invece di occuparsi dei seri problemi economici del Paese, passa il tempo a compilare liste di proscrizione e a fare proclami contro la magistratura e l'opposizione. Evidentemente questo Wanna Marchi della politica è in affanno a causa dei sondaggi che lo danno in caduta libera. È un'immagine sbiadita di un dittatore al tramonto che continua a propinare con livore, a reti unificate, le sue bugie».

Non basta, ovviamente: «Saranno i cittadini - aggiunge l'ex pm - a giudicarlo per gli affari loschi attivati dai suoi sodali alle spalle delle vittime del terremoto in Abruzzo, per le condizioni economiche disastrose in cui ha ridotto il Paese, per il bavaglio imposto alla libera informazione e per i continui attacchi alla magistratura, colpevole soltanto di non avere concesso alla casta l'impunità. Altro che riforma della giustizia e dello Stato! È lui a dover essere riformato». A proposito di giustizia, ecco ancora Di Pietro in serata: «È inaccettabile e insopportabile che il capo del potere esecutivo, solo perchè si chiama Berlusconi, debba infangare tutti i giorni il potere giudiziario che, a norma di Costituzione, rappresenta il terzo pilastro della nostra democrazia».

E scatta il solito appello a Napolitano: «In un Paese civile ed in uno Stato democratico - conclude Di Pietro - possiamo chiedere, anzi solo supplicare, per evitare che qualcuno s'offenda, che il presidente della Repubblica, nella sua qualità di garante della Costituzione, prenda i dovuti provvedimenti contro chi, nell'esercizio delle sue funzioni istituzionali di capo del Governo, viola così platealmente la Carta costituzionale, mettendo l'un contro l'altro il potere esecutivo e quello giudiziario?».

E non poteva mancare neppure l'affondo quotidiano dei maggiorenti dell'opposizione. In una domenica segnata da malumori aggiuntivi per l'annuncio del no di Berlusconi al confronto televisivo con Bersani, a intervenire è il presidente dei senatori Pd Anna Finocchiaro: «Il premier è tornato ad essere il solito. Dopo l'imbarazzante vuoto pneumatico di ieri riconosciamo oggi il suo antico cinismo».

«Ieri - ha spiegato ancora Finocchiaro - voleva il presidenzialismo ma oggi dice che la legge elettorale non si tocca perchè ha funzionato. Ma la legge elettorale ha funzionato per lui e per i suoi alleati della Lega. Ora, in nome di questa alleanza, Berlusconi è costretto a difendere una legge che a detta di molti, anche nel suo stesso partito, è una vera e propria "porcata". Noi pensiamo che la riforma della legge elettorale sia la prima e vera esigenza del nostro sistema politico».

Ed ecco anche Emma Bonino, candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio, in comizio a Monterotondo. La vice presidente del Senato è tornata a parlare, in modo caustico, della manifestazione del Pdl a piazza San Giovanni. «Francamente ieri mi è sembrato di vedere il giuramento delle giovani marmotte al quale ha assistito dal palco il governo intero, sono tutti impegnati a fare campagna elettorale manco non avessero altro da fare».

Paolo Musiello
22/03/2010

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Pedofilia, Bagnasco apre il fronte italiano

La Stampa
 GIACOMO GALEAZZI

Il Papa: «Duri col peccato, indulgenti con chi si pente»




Mentre la Lettera pastorale del Papa vara la «tolleranza zero» per gli abusi sessuali del clero, il leader dei vescovi Angelo Bagnasco apre oggi il consiglio Cei condannando la pedofilia nella Chiesa italiana. Ma, avverte, la storia «luminosa» di duemila anni della Chiesa non può essere cancellata da nessuna ombra, «per quanto grave, criminosa e odiosa». A lanciare l’allarme-Italia è il pubblico ministero della Santa Sede monsignor Charles Scicluna. «Preoccupa la cultura del silenzio che è ancora troppo diffusa nella Penisola», mette in guardia il Promotore di giustizia dell’ex Sant’Uffizio che ha il compito di indagare sui delitti che la Chiesa considera i più gravi: quelli contro l’eucaristia,

contro il sacramento della penitenza, contro il sesto comandamento («non commettere atti impuri») di un chierico con un minore di diciotto anni. La bufera che, dall’Irlanda alla Germania, dall’Austria all’Olanda ha travolto gli episcopati europei, minaccia l’Italia e la Cei si è già attrezzata con un servizio di consulenza tecnico-giuridica per le diocesi che devono affrontare casi di violenze commesse da sacerdoti e religiosi.

Sull’esempio dell’esperimento-pilota di Bolzano (e-mail al vicario generale per denunciare gli abusi del clero), Bagnasco chiede ai vescovi e ai superiori delle congregazioni di fare immediata chiarezza sui casi segnalati loro. Ieri Benedetto XVI ha invocato «umilmente il perdono di Dio per le nostre mancanze» e «la forza per crescere nella santità», esortando ad essere «intransigenti con il peccato» ma anche «indulgenti con le persone» che realmente si pentono. Il Pontefice rievoca gli accusatori «ipocriti» da cui Gesù difese la peccatrice:

«Chi è senza peccato, scagli la prima pietra». Il Papa individua nell’errato approccio al Concilio Vaticano II una delle cause dell’emergenza-pedofilia. «Sono condivisibili le cause indicate da Benedetto XVI per spiegare i troppi casi di abusi sessuali negli Anni 70 e 80, cioè un indebolimento della fede che ha fatto venir meno la necessaria vigilanza - commenta l’arcivescovo Bruno Forte, presidente della commissione Cei per la Dottrina della fede -. Negli anni del post-Concilio, la preoccupazione del calo numerico delle vocazioni ha indotto ad abbassare la guardia nel discernimento necessario delle qualità umane, cristiane e sacerdotali che sono necessarie per l’ordinazione».

Intanto in Germania l’episcopato si spacca sulla linea difensiva. Il leader dei vescovi Zollitsch ammette per la prima volta che la Chiesa tedesca ha nascosto «per anni» gli abusi del clero, mentre il vescovo di Ratisbona Gerhard Mueller paragona l’attuale copertura mediatica alla persecuzione della Chiesa da parte del nazismo(«E’ in atto una campagna per distruggere la nostra credibilità»). «Speriamo che la lettera del Papa sia capita da tutti i destinatari», osserva il segretario di Stato Bertone stigmatizzando un «anticristianesimo micidiale in Europa».

E dalla Conferenza episcopale svizzera arriva il suggerimento di istituire in Curia un registro dei sacerdoti sospettati di pedofilia in modo da garantire «la massima trasparenza mondiale» al momento delle nomine. «Così se un sacerdote europeo è candidato per una diocesi negli Usa, il vescovo può verificare con Roma se sia o no oggetto di accuse», spiega Martin Werlen, priore dell’abbazia benedettina di Einsiedeln.

www.lastampa.it/galeazzi

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Francia, stravince la sinistra al 54% Batosta per Nicolas Sarkozy

La Stampa

La Gauche conquista 21 regioni su 22. La destra di Sarkozy ha il 35,5%
È il ritorno della «Gauche plurielle» e la leader socialista francese Martine Aubry lo ha detto ieri sera: «Questa bella parola, l’Unità». Infatti è stata l’alleanza fra socialisti e verdi (Europa Ecologie, ben al 18%) a dare alla sinistra francese unita un totale del 53,85% dei voti, al secondo turno delle regionali.

Questo è il dato essenziale, più delle 21 regioni su 22 conquistate in Francia metropolitana (la gauche già ne governava 20, ha vinto anche la Corsica mentre l’Alsazia è l’unica roccaforte rimasta al centrodestra). Lo schiaffo è pesante per il presidente francese Nicolas Sarkozy, che vede il suo Ump arenato al 35,53%. E il suo primo ministro Fillon, che questa mattina presto sarà ricevuto all’Eliseo, ha parlato di «risultato deludente».«Il risultato conferma il successo delle liste di sinistra. Noi non siamo riusciti a essere convincenti. È una sconfitta per la maggioranza e io mi assumo parte della responsabilità», ha detto Fillon.

Al di là del governo delle regioni la valenza di questo voto è politica: è l’ultima consultazione prima delle presidenziali del 2012. Sarkozy è stato penalizzato da un fortissimo astensionismo, che al secondo turno è stato del 48,8% (contro il 53,6% della prima tornata elettorale) e dalla presenza al secondo turno in 12 regioni anche dell’estrema destra del Fronte nazionale con cui l’Ump non può allearsi per antica tradizione democratica. Il Fronte ha comunque preso il 9,26% a livello nazionale, con picchi del 22% nel nord.

Si conferma in questo modo un «voto punitivo» nei confronti del governo. Sarkozy paga lo scotto della crisi economica, di un riformismo a tutti i costi percepito a volte come esagerato e di un’eccessiva presenza sulle pagine dei tabloid. «Non ci saranno grandi rimaneggiamenti» nella squadra di governo, ha comunque precisato Claude Gueant, principale collaboratore di Sarkozy all’Eliseo.

«Stasera i francesi hanno respinto una politica ingiusta, fatta di regali fiscali per i più
privilegiati a detrimento della lotta alla disoccupazione e al sostegno al settore pubblico»: lo ha detto il segretario socialista, Martine Aubry, nel primo commento ai risultati del secondo turno delle regionali francesi. «I francesi hanno fatto una scelta a favore della sinistra - ha proseguito - per una politica che li protegga, li difenda nella vita quotidiana. Da domani saremo al lavoro per mantenere i nostri impegni, sul lavoro, per la difesa dei giovani, per le piccole imprese, per gli agricoltori». «I francesi - ha aggiunto la Aubry - hanno detto anche no alla strumentalizzazione della paura da parte del governo. Hanno parlato e devono essere ascoltati. Stasera la Francia ha chiesto di cambiare profondamente politica».

Grande successo della socialista Segolene Royal. Secondo le prime stime l’ex candidata del Partito socialista alle presidenziali del 2007 ha ottenuto il 61,1% delle preferenze nella corsa alla presidenza della regione Poitou-Charentes, contro il circa 38,9% ottenuto da Dominique Bussereau, capolista dell’Ump nonchè attuale ministro dei Trasporti del presidente Nicolas Sarkozy. «Mi auguro che questa vittoria non sia solo la vittoria di un campo ma di tutto il Paese», ha esultato la Royal, esprimendo tutta la sua soddisfazione per questo «magnifico risultato».


Il presidente francese Nicolas Sarkozy promette di ascoltare il «messaggio» che arriva dalla dura batosta alle elezioni regionali. «Il presidente si aspettava che i risultati fossero deludenti», ha detto all’agenzia France Presse il suo principale collaboratore, il segretario generale dell’Eliseo, Claude Gueant. «Prima di queste regionali aveva detto che un’elezione ha sempre un significato, un messaggio: ora è deciso ad ascoltarlo». C

ome lasciato intendere nei giorni scorsi dallo stesso capo di Stato - che ha evocato solo l’ipotesi di un piccolo «aggiustamento» nella squadra di governo - la risposta dell’esecutivo non passerà per un grande rimpasto, contrariamente a quanto sostenuto da numerosi media e commentatori. Gueant ha ribadito che il presidente effettuerà solo un «rimpasto tecnico» del governo di Francois Fillon, che tra l’altro domani mattina non dovrebbe presentare le dimissioni, come trapelato invece in un primo tempo. Il mini-rimpasto dovrebbe riguardare solo alcuni segretari di Stato.

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Faccio fare il gigolò a mio marito per pagare i debiti"

Il Resto del Carlino


La coppia fatica ad arrivare a fine mese e ha contratto debiti che non riesce più a pagare.
La moglie mette l'annuncio su Internet. "Ma - dicono- gli affari non vanno proprio bene"



ANZOLA EMILIA, 22 MARZO 2010 

IN TEMPI di crisi c’è chi è disposto a tutto pur di riuscire ad arrivare a fine mese, anche a veder prostituire il proprio marito. E’ la vicenda di due coniugi di Anzola Emilia, Patrizia e Simone (sono nomi di fantasia ndr), che hanno deciso di pubblicare un annuncio in internet nel quale vendono, esclusivamente a donne, le prestazioni sessuali di Simone.

«E’ stata una scelta molto difficile — sostiene Patrizia —. Sono stata proprio io a inserire l’annuncio nel quale mi rivolgo alle donne spiegando che mio marito è disponibile a svolgere l’attività di gigolò. Vogliamo che questa scelta sia in un certo senso vissuta insieme e così sono stata io sia a scrivere su internet e a tenere i contatti con le eventuali clienti». Ma di clienti sembra ce ne siano poche. «Per ora, l’annuncio è stato pubblicato la prima volta due mesi fa, hanno risposto per lo più persone spinte dalla curiosità o che chiedevano cose che esulavano dal nostro annuncio, donne veramente interessate Simone ne ha incontrate poche. Noi speriamo di riuscire a guadagnare perché per me e mio marito questo non è certo un gioco ma una necessità».

Patrizia ha 35 anni, è alta 1,65 e ha i capelli castani. Che ultimamente si tinge di biondo. Simone ha 37 anni, è alto, frequentava una palestra ed è molto avvenente. Entrambi si sono laureati all’ateneo di Bologna. «Simone ha un lavoro ed uno stipendio nella media e tutto andava bene fino a quando i suoi genitori non hanno iniziato, tre anni fa ad avere seri problemi di salute. Oggi i genitori di Simone sono molto anziani e necessitano di cure e assistenza continue, mio suocero non è più autosufficiente e mia suocera non ha né la salute né la forza fisica di curarlo come necessario, quindi sono io che mi devo occupare di entrambi».

Una scelta che ha comportato sacrifici. «Per occuparmi di loro, ho dovuto rinunciare a cercarmi un lavoro, del resto una badante 24 ore su 24 o una casa di riposo avrebbero sicuramente un costo superiore al mio eventuale stipendio». E Patrizia fa i conti. «Lo stipendio di mio marito e la pensione minima di mio suocero, non bastano per tutti e quattro soprattutto per via dei costi delle cure», dice.

COSÌ HANNO contratto dei debiti. «Dobbiamo restituire soldi ad amici ai quali abbiamo domandato prestiti e siamo in arretrato con l’affitto. Quando ci siamo sposati eravamo pieni di speranze, non avrei mai pensato andasse a finire così», racconta Patrizia, che a stento trattiene le lacrime. Poi si mette a parlare dei figli che vorrebbe avere. «Ovviamente in questa condizione non pensiamo neppure di poter avere un bambino, la mia età avanza e la nostra situazione economica non mostra soluzioni. Temo che dovrò rinunciare a diventare mamma, questa è la mia angoscia più grande».




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Innocente a San Vittore, un incubo"

di Stefano Zurlo

Luigi Ferini Strambi, il luminare del San Raffaele gettato in cella per truffa ma poi assolto racconta lo choc del carcere: "Lessi romanzi per tutto il tempo. Non ricordo neanche un titolo"

In quelle interminabili giornate, chiuso in casa, vedeva e rivedeva sempre lo stesso film: «Detenuto in attesa di giudizio». «Avrò messo il dvd nel videoregistratore almeno trenta volte, con le immagini di un disgraziatissimo Alberto Sordi. Seguivo le sue peripezie, i suoi guai, le sue vicissitudini e mi riconoscevo in lui. Era Alberto Sordi, ma raccontava la mia storia». La vicenda cupa di Luigi Ferini Strambi, 54 anni, direttore del Centro di medicina del sonno del San Raffaele, rimasto due mesi in cella e assolto finalmente nei giorni scorsi dal tribunale di Milano.

Un’autorità mondiale nel suo campo, Ferini Strambi, ma anche un volgare truffatore per la procura di Milano. Nel giugno 2008 lo scienziato si ritrova a San Vittore perché avrebbe aumentato il numero delle giornate di ricovero dei pazienti nella clinica Ville Turro. Insomma, la classica frode ai danni del Servizio sanitario nazionale che avrebbe rimborsato al San Raffaele cifre gonfiate e spropositate. Uno scandalo. Con lui finisce in manette anche l’allora direttore sanitario di Ville Turro Salvatore Mazzitelli che però se la cava con una misura più soft: finisce ai domiciliari.

«Ho ricordi a flash dell’esperienza in cella - prosegue il professore - so che ho trascorso gran parte del tempo nella biblioteca di San Vittore, ben fornita e poco frequentata, leggendo molti libri, dai classici ai gialli, ma se dovessi dirle un titolo, un titolo che sia uno, è nebbia. Ho cancellato, ho resettato, ho chiuso quei file. Leggevo e parlavo con gli altri detenuti, i miei compagni di cella: eravamo in quattro in uno spazio angusto e con il caldo dell’estate, ma c’era molta solidarietà fra di noi».

Solidarietà, ma anche rabbia. «Non capivo perché mi avessero arrestato. In quel periodo sono stato ascoltato due volte dai pm che avevano chiesto il mio arresto, Tiziana Siciliano e Grazia Pradella. Credo fossero convinte inizialmente di aver a che a fare con una sfilza di ricoveri fantasma. Poi, dopo aver controllato, hanno provato a sostenere un’altra tesi: i ricoveri non erano assolutamente necessari. Vede, da me e dai miei colleghi non si presenta il malato immaginario che non dorme perché il gatto lo tiene sveglio.

Arrivano soggetti che soffrono per patologie molto gravi, colpiti da insonnie devastanti, sfibranti, distruttive. E comunque noi diversifichiamo l’offerta a seconda dei problemi: visitiamo circa 4-5mila persone l’anno e di queste ne ricoveriamo non più di seicento. Una percentuale che non oltrepassa il 15 per cento. Ho provato a dire e a spiegare, ma ho avuto la sensazione che non si andasse da nessuna parte. La procura era convinta, arciconvinta di avere ragione e tutto quello che io e i miei avvocati documentavamo non incideva sull’andamento dell’inchiesta».

Ferini Strambi trascorre a San Vittore un paio di mesi, poi vien chiuso in casa, ai domiciliari. «Aspettavo un segnale positivo, ma nulla sembrava potermi schiodare da quella situazione. La comunità scientifica internazionale aveva saputo in poche ore del mio arresto, ero imbarazzato, umiliato, per fortuna sulla mia posta elettronica, che pure non potevo vedere, arrivavano centinaia di messaggi di solidarietà, spediti dai pazienti. “Resista”, “noi crediamo in lei”, “siamo sbigottiti”, “non si preoccupi”. Alla fine ne ho contati 1.200. Dovevo tenere duro. A San Vittore il momento peggiore arrivava alla sera, quando chiudevano la porta della cella. Era terribile, mi avvolgeva un senso di soffocamento, di angoscia, di paura irrazionale e oscura.

A casa andava un po’ meglio, ma solo un po’. La mia vita restava sempre bloccata, impantanata, schiacciata. Poi finalmente mi hanno lasciato libero, ma le accuse non sono cadute. Anzi, dopo aver cercato vanamente di dimostrare prima che i ricoveri erano fittizi, e poi inutili, la procura ha cominciato a contestare le degenze di tre giorni, sostenendo che erano troppo lunghe. Ho risposto elencando le prestazioni ambulatoriali: un buon 30 per cento dei pazienti passa in ambulatorio e torna a casa senza trascorrere una sola notte a Ville Turro. Tutto inutile. I pm non hanno mollato la presa».
Comincia il processo. La procura, inesorabile, va avanti per la sua strada e chiede la condanna di Ferini Strambi a 3 anni. «I pubblici ministeri sono stati ascoltati dalla Commissione sanità del Senato e hanno ripetuto quella litania di dati e numeri che avevo contestato e corretto, fornendo tutta la documentazione necessaria.

Ai senatori, invece, hanno raccontato un altro San Raffaele che, per fortuna, non esiste. E questo mi dispiace, anche se da altre parti sono arrivati segnali di stima molto importanti. Così, l’anno scorso, sono stato confermato per acclamazione responsabile europeo della Società mondiale di medicina del sonno». Una bella soddisfazione, ma la soddisfazione più grande è arrivata venerdì scorso con l’assoluzione. Tripla, perché il tribunale ha scagionato anche Mazzitelli e la Fondazione San Raffaele che pure rischiava una condanna in base alla legge 231 sulla responsabilità amministrativa delle società. «In pochi minuti sul mio telefonino sono arrivati più di cento messaggi di felicitazioni. I miei pazienti sapevano che non rubavo e mi sono sempre rimasti vicini».



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Rai, l’uomo che non vuole essere Dio

di Giuseppe Marino

Fino a qualche settimana fa era solo uno scrittore di media fama, ma dopo un’intervista in tv una setta è sicura che sia il Messia tanto atteso. Lui nega, ma non gli credono. E lo adorano




Essere Dio è anche una questione di numeri. Se una persona è convinta che sei una divinità, è pazza. Se a crederlo fermamente è un milione di persone, allora non ti resta che ascoltar preghiere. Una logica a cui un uomo sta disperatamente cercando di sfuggire.

Tutto è iniziato con un’apparizione. Ma non in stile Madonna o Padre Pio. Una semplice comparsata sulla tv americana che Raj Patel, fino a qualche settimana fa semplice scrittore militante di media fama, ha accettato per propagandare il suo ultimo libro. Nato a Londra 37 anni fa, vive a San Francisco e si è lanciato sulla scena della letteratura no global.

Un Jeremy Rifkin della fame nel mondo. Patel si presenta al talk show The Colbert Report, trasmesso da Comedy Central, e dribblando le battute del conduttore, un noto comico americano, accenna al suo lavoro: critiche radicali alle sperequazioni create dal mercato, consigli per un «nuovo mondo possibile». Tra uno sghignazzo e l’altro, il programma scorre liscio e alla fine se ne torna tranquillo a casa.

Tempo due giorni però, comincia a ricevere una valanga di strane e-mail. Sconosciuti gli chiedono se sa chi è un tal Benjamin Creme. Altri gli domandano se è davvero lui «il Maestro del mondo». Sulle prime lo scrittore presta scarsa attenzione a quegli strani messaggi. Che però si moltiplicano rapidamente. Anche alcuni amici gli segnalano che sul web si parla con fervore di lui e della sua partecipazione allo show televisivo. In breve, Patel scopre che c’è una setta religiosa fermamente convinta che sia lui il Messia tanto atteso.

Che la rivelazione sia avvenuta in un programma satirico, come se Cristo annunciasse il proprio ritorno a Striscia la notizia, non scompone affatto i fedeli di Share International, un gruppo con adepti in una ventina di Paesi. Il punto è che la vita di Raj combacia perfettamente con le profezie sull’avvento di Maitreya, il «maestro del mondo» che si risveglierà dal suo letargo millenario per salvare l’umanità dolente.

Il leader di Share, Benjamin Creme, 87enne mistico scozzese, ha previsto proprio tutto e ci sono tante coincidenza con la vita di Patel. L’incarnazione di Maitreya sarà un uomo cresciuto a Londra: ce l’ha. Farà un viaggio in India da bambino: ce l’ha (ok, a voler sottilizzare non è tanto raro per un figlio di indiani immigrato in Inghilterra). Sarà leggermente balbuziente: ce l’ha pure questo. Anche la rivelazione in tv era già incisa, nero su bianco, sul profetico copione. Resterà nascosto sull’Himalaya per 2.000 anni: gli manca. Ma in fondo è solo un dettaglio.

Del resto sono i libri e il pensiero di Patel-Maitreya che si incastrano alla perfezione. L’ex funzionario della Banca Mondiale nel primo libro, I padroni del cibo, pubblicato in Italia da Feltrinelli, spiega come i diabolici ingranaggi del mercato siano la causa di tante ingiustizie e condannino alla fame milioni di persone. Niente di così originale in realtà, ma la guru no global Naomi Klein lo definisce «sorprendente».

La crisi economica mondiale è una ghiotta occasione per il secondo libro, Il valore delle cose e le illusioni del capitalismo, in cui Patel ci spiega come uscire dalla crisi creando un mondo più giusto di quello basato sulla proprietà privata. E i fedeli di Share International, credo new age che mescola la Teosofia, di Madame Blavatsky con miti ufologici, sono convinti che Maitreya sia il rappresentante dei Fratelli dallo Spazio, entità venusiane che in agenda hanno segnato un solo appuntamento: redimere il mondo dalle storture guidandolo verso un’era di pace e armonia.
A onore dello scrittore, c’è da dire che altri ne avrebbero approfittato.

Ma per Patel, simpatizzante anarchico, l’idea di un’autorità che salvi il mondo è un’eresia: «La gente - è sbottato col quotidiano inglese The Guardian - è sempre pronta a scaricare le proprie responsabilità sulle spalle di qualcun altro, proprio come è successo con Obama». Oltretutto, i suoi adoratori si fanno sempre più insistenti. Iniziano a piovergli addosso richieste di aiuto, preghiere e qualche minaccia.

Alcuni sono arrivati a viaggiare per 3.000 chilometri per ascoltarlo. Per tentare di chiarire le cose, Patel scrive sul proprio blog un intervento ironico, in cui racconta di sentirsi come Brian di Nazareth, il protagonista del film dei Monty Python visitato per sbaglio dai Re Magi, e smentisce ogni rapporto con la divinità. Chiaro e tondo. Peccato che le profezie l’avessero anticipato: Maitreya negherà la propria identità, «così lo ascolteranno per le cose che dice e non per il suo status».

È un labirinto, un insolubile comma 22 religioso. I fedeli sono sempre più convinti e Raj sempre più disperato. Non ha ancora deciso cosa farà. Potrebbe arrendersi e sfruttare la situazione. Ma sarebbe costretto a riconoscere che la cultura no global è più simile a una fede religiosa di quanto i suoi sostenitori vorrebbero ammettere.

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