venerdì 19 marzo 2010

L'ultima sfida di Google alla censura di Pechino: "Chiudiamo il 10 aprile"

di Redazione

Dopo le polemiche con Pechino sulla censura, il gigante di Mountain View annuncerà lunedì la chiusura del proprio motore di ricerca in Cina, che dovrebbe avvenire il 10 aprile. Pronti gli indennizzi per lo staff





Los Angeles - Lunedì Google annuncerà la chiusura del proprio motore di ricerca in Cina, che dovrebbe avvenire il 10 aprile. A denunciarlo i media cinesi, dopo le polemiche tra Pechino e il gigante di Mountain View sulla censura e sulla pirateria contro gli indirizzi di posta gmail degli attivisti per i diritti umani.

Gli indennizzi per lo staff cinese Il China Business News ha citato fonti locali secondo cui lunedì saranno anche annunciati gli indennizzi per lo staff cinese. Non è ancora chiaro che tipo di presenza resterà nel Paese asiatico con 384 milioni di internauti dopo la chiusura di Google.cn. Dalle ultime indiscrezioni, Google manterebbe alcune attività di ricerca e di sviluppo e resterebbero aperti gli uffici pubblicitari, le attività di telefonia mobile e di browser, nonchè alcuni servizi web come Google Answers e le ricerche musicali. La maggior parte dei ricavi di Google in Cina nel 2009 venivano da società orientate all’export che hanno bisogno di mantenere la pubblicità all’estero, anche se non ci sarà più un sito in cinese.




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Vuoi fare il «vù cumprà»? Solo se superi il bando

Corriere Fiorentino


Il Comune di Castiglione delle Pescaia limita l'accesso in spiaggia a 25 venditori ambulanti con un bando al quale potranno fare domanda persone con permesso di soggiorno





CASTIGLIONE DELLA PESCAIA

La prima ad essere rimasta meravigliata da tanto interesse mediatico è stata lei, Monica Faenzi, deputato, candidato del Pdl alla presidenza della Regione e sindaco reggente di Castiglione della Pescaia. «Mi hanno chiamato tutti i giornalisti d’Italia: ma dov’è la notizia?». C’è eccome, la notizia. Perché SuperMonica (così è stata ribattezzata la prima cittadina per il suo atavico e proverbiale dinamismo) è stata la prima in Italia a inventarsi il bando per regolare l'accesso sulle spiagge dei venditori ambulanti extracomunitari.

Sì, proprio una gara pubblica per poter guadagnare i 36 chilometri di spiaggia del comune e i 51 stabilimenti balneari e poter vendere oggetti con contraffatti, ovviamente. Insomma, numero chiuso. La graduatoria sarà aperta a tutti gli extracomunitari capaci di esibire «regolare permesso di soggiorno e iscrizione alla Camera di commercio», ma solo 25 avranno la possibilità di scendere nei lidi castiglionesi, Punta Ala compresa, insieme ad altri 8 (per lo più italiani) i così detti venditori con carrello di bibite e gelati.

Il resto del popolo dei venditori dovrà starsene adeguatamente alla larga, controllato dalle forze dell’ordine già allertata per far rispettare l’atipica ordinanza. Che già sta dividendo Castiglione e non. Plaude la maggioranza di centrodestra, in primis la Lega, che considera il provvedimento un modo «per far ordine in una situazione balner-italica caratterizzata dall’invasione di venditori». Ironizza e s’arrabbia l’opposizione. «Pensavo che il centrodestra volesse mettere i venditori extracomunitari al bando e non che organizzasse un bando per loro», scherza Fabio Roggiolani, consigliere regionale e esponente di Sinistra ecologia e libertà. Sotto choc si dichiara Fabio Tavarelli, avvocato e consigliere comunale del Pd a Castiglione della Pescaia. «E’ un provvedimento folle e discriminante deciso solo per evitare presunti fastidi a qualche bagnante - denuncia - e servirà solo a condannare alla fame poveri lavoratori».

Tavarelli punta il dito anche contro il comunicato ufficiale del Comune. «Dove si parla esplicitamente di vu’ cumprà, termine dal sapore razzista e si fa riferimento a un’invasione inesistente minacciata solo a fine elettorali», accusa l’esponente del Pd. Ed effettivamente, andando ad analizzare i numeri, più che un’invasione sembra un normale flusso di venditori. Al Comune sono arrivate 280 domande per vendere in spiaggia. Troppe per il lungo litorale castiglionese? «Certamente sì - risponde Monica Faenzi - le domande sono quadruplicate e più di 25 venditori il nostro litorale non può accogliere. Sono otto anni che faccio il sindaco e conosco la realtà del mio comune. Il resto è solo demagogia».

Marco Gasperetti
18 marzo 2010(ultima modifica: 19 marzo 2010)



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Nuovo «tesoretto» legato a Mokbel sequestrato in quattro gallerie d'arte

Corriere della Sera

Sigilli a seimila opere d'arte del valore intorno ai 30 milioni di euro: De Chirico, Capogrossi, Schifano

ROMA - Un nuovo «tesoretto» riconducibile all'imprenditore Gennaro Mokbel, uno degli arrestati nell'ambito di un'inchiesta su un'attività di maxi riciclaggio che ha visto coinvolte Telecom Sparkle e Fastweb. Un sequestro preventivo eseguito dai carabinieri dei Ros con il comando falsificazioni e arte contemporanea del reparto tutela patrimonio culturale, su richiesta del procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo. I militari, in particolare, hanno posto i sigilli a quadri e opere d'arte per un valore stimato tra i venti e i trenta milioni i euro trovati in quattro gallerie d'arte nei quartieri Parioli e Fleming.

LE GALLERIE - Le gallerie, che rivendevano le opere sul mercato dell'arte contemporanea, secondo chi indaga sarebbero riconducibili a Mokbel. Del tesoro sequestrato fanno parte oltre seimila opere tra dipinti, serigrafie, litografie e sculture di importanti artisti del calibro di De Chirico, Capogrossi, Schifano, Attardi, Borghese, Palma, Clerici, Messina. Come riferisce l'Adnkronos, le gallerie, insieme a un'altra che ha sede a Milano, erano gestite dalla stessa società alla quale era riconducibile il magazzino scoperto il mese scorso a Collina Fleming. Complessivamente, nelle diverse operazioni, sono state sequestrate circa 6mila opere.

VAI MARGUTTA - In queste ore è in corso un'operazione sempre del Ros in un'altra galleria di via Margutta, nel cuore della capitale, gestita da una società diversa ma che, secondo quanto accertato dal Ros, sarebbe sempre riconducibile a Mokbel.

IL PRIMO SEQUESTRO - Il 26 febbraio scorso a Gennaro Mokbel i carabinieri del Ros avevano sequestrato migliaia di dipinti, serigrafie, sculture di artisti famosi frutto, secondo gli inquirenti, del riciclaggio.

Redazione online
19 marzo 2010





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Erba, attesa la sentenza d'appello Il Pg: «Ergastolo per Rosa e Olindo»

Corriere della Sera

La richiesta del magistrato dell'accusa: «Si segua la strada maestra, basterebbe una sola delle tante prove»
MILANO - Il sostituto Pg di Milano, Nunzia Gatto, ha chiesto la conferma della condanna all'ergastolo per Olindo Romano e Rosa Bazzi nel processo d'appello per la strage di Erba. «Io penso che si debba seguire la strada maestra - ha detto nelle battute conclusive del suo intervento il magistrato dell'accusa -, raramente ho visto in processi di questo tipo, tali e tante prove, tanto che una sola di queste basterebbe. Non lasciamoci suggestionare dalle nebbia buttata intorno a questo processo. A fare questo tremendo omicidio - ha continuato il Pg - non è stato Marzouk, non è stato Castagna, non è stata Biancaneve con i sette nani». «Occorre credere - ha esortato la rappresentante dell'accusa rivolta ai giudici della II Corte d'Assisse d'Appello di Milano - alle confessioni, alle testimonianze e alle prove scientifiche».

ISOLAMENTO DIURNO - Il sostituto Pg, oltre all'ergastolo, ha chiesto anche il massimo dell'applicazione dell'isolamento diurno (3 anni come la sentenza di primo grado). Prima di chiedere la conferma della sentenza della corte d'assise di Como, mentre su uno schermo erano proiettate le fotografie dei volti delle quattro vittime, il magistrato ha elencato con quanti colpi Paola Galli, Raffaella Castagna e il piccolo Youssef sono stati uccisi. «Per questa ferocia - ha detto - io chiedo l'ergastolo e il massimo dell'applicazione dell'isolamento diurno».

Redazione online
19 marzo 2010






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Claps, analisi sul corpo: "Mai spostato dalla chiesa Il killer non agì da solo"

di Redazione

Completati i primi rilievi sul cadavere della ragazza 16enne ritrovato mercoledì nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza: non è mai stato spostato dal sottotetto e non porta segni evidenti.  Si attende l'autopsia





Bari - Sul corpo di Elisa Claps "non ci sono segni macroscopici" dai quali è possibile capire, almeno al momento, le modalità del delitto della studentessa potentina. Lo si apprende da fonti dell’istituto di Medicina legale dell’università di Bari dove la salma di Elisa è giunta nella notte e dove sarà compiuta nei prossimi giorni l’autopsia. E il cadavere di Elisa, la studentessa potentina scomparsa il 12 settembre 1993, non è stato mai spostato dal sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza dove è stato trovato mercoledì scorso. È questa un'altra delle conclusioni a cui sono giunti gli investigatori al termine degli accertamenti fatti negli ultimi due giorni.

Le prime analisi Il cadavere della studentessa era quasi del tutto scheletrizzato: solo alcuni frammenti di pelle sono stati trovati mummificati. Stamani, gli agenti della polizia Scientifica hanno ripreso a fare rilievi per cercare elementi riconducibili all’omicidio della studentessa. "Il nostro impegno è quello di individuare i responsabili per la serenità della famiglia Claps" lo ha detto il questore di Potenza, Romolo Panico. Dopo il ritrovamento del cadavere, Panico ha parlato con i famigliari di Elisa. "Siamo impegnati - ha aggiunto - per cercare la verità". Gli investigatori hanno ripreso i fascicoli sulla scomparsa della studentessa (l’inchiesta è affidata alla procura di Salerno) e stanno valutando la posizione di numerose persone ascoltate come testimoni nel corso degli anni, e che, nelle prossime ore, potrebbero essere nuovamente interrogate dagli agenti della mobile di Potenza.

Ipotesi sui complici Nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza l’assassino di Elisa potrebbe non aver agito da solo: è questa una delle ipotesi più accreditate al vaglio degli investigatori. La posizione in cui è stato trovato potrebbe far pensare al fatto che il cadavere sia stato messo nella parte finale del sottotetto da almeno due persone. Indagini sono in corso anche su alcuni lavori di ristrutturazione effettuati negli scorsi anni nel sottotetto della canonica: nelle prossime ore gli investigatori potrebbero ascoltare gli operai per capire come mai nessuno si sia accorto della presenza del cadavere.




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Noddy, il cavallo alto più di due metri

Corriere della Sera

Luscombe Nodram, detto Noddy, è un cavallo gigante: alto 2,05 metri, pesa una tonnellata e mezza e ha 7 anni.
Nelle foto è con la sua proprietaria, Jane Greenman, prima di una tournée in Australia.
La specie Shire rischia l'estinzione, ne sono rimasti circa 2mila esemplari (Afp)



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Fermato da polizia con 6 prostitute della Nigeria in auto. «Chiamo i carabinieri»

Corriere della Sera


Nella colluttazione ferito un agente, giudicato guaribile in un mese



CAGLIARI - Davide Costa è stato bloccato a Cagliari dalla polizia alla guida di una Fiat Uno con sei prostitute nigeriane a bordo. L'uomo, 44 anni, con precedenti penali, si è ribellato minacciando di chiamare i carabinieri. Quando gli agenti della pattuglia hanno fermato l'auto, le ragazze sono fuggite disperdendosi e l'uomo ha affrontato gli agenti: «Per chi mi avrete preso, per un protettore? Adesso chiamo i carabinieri», ha detto indignato minacciando ai poliziotti.

Ma nel frattempo sul posto sono intervenute altre due Volanti. Costa ha tentato di allontanarsi, ma è stato bloccato. È nata una colluttazione nella quale un poliziotto ha riportato lesioni giudicate guaribili in un mese. L'uomo è stato immobilizzato a fatica dagli agenti e accompagnato in questura con l'accusa di resistenza, lesioni e oltraggio a pubblico ufficiale. Verrà anche denunciato per sfruttamento della prostituzione. La polizia ritiene infatti che stesse accompagnando le ragazze, due delle quali sono state poi fermate al «posto di lavoro».

(fonte: Agi)

19 marzo 2010




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Banchiere truffa clienti e spende 2,5 mln in prostitute

Il Secolo xix

Il più grande truffatore della Nuova Zelanda, il dirigente di banca Stephen Versalko, scoperto dopo che una cliente aveva visto un documentario Tv sul disonorato finanziere Usa Bernie Madoff, è stato condannato oggi a 6 anni di carcere dalla Corte distrettuale di Auckland.

Versalko, 52 anni e padre di tre figli, ha ammesso di aver derubato 30 anziani clienti della banca Asb dell’equivalente di 13 milioni di euro, e di essersi lanciato in «un’ubriacatura di spese» per quasi un decennio, inclusi 2,5 milioni di euro in prostitute e 217 mila in vino.

Il banchiere aveva detto alle vittime che il denaro prelevato era stato investito in schemi finanziari ad alto rendimento, che pero non esistevano. E per simulare profitti ha versato alle vittime 3,3 milioni del loro stesso denaro. La truffa è rimasta inosservata per nove anni fino allo scorso agosto, quando la cliente ha visto il documentario su Madoff, il cui schema Ponzi è crollato con debiti ai clienti di 50 miliardi di dollari, e ha notato delle somiglianze.

La donna ha chiamato la banca, che ha avviato un’indagine. Versalko ha subito confessato ed è stato licenziato. Dopo un’indagine dell’Ufficio frodi gravi, è stato rinviato a giudizio. Durante il processo ha ammesso di essersi sentito «invincibile» perché era riuscito così a lungo a farla franca.




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Venezia, la moglie è in coma Olandese chiede l'eutanasia "Lo scrisse nel testamento"

Quotidianonet

Anna Busato è in fin di vita per un'emorragia celebrale. Il marito,  Martien Van Der Burgt, ha ha incassato il rifiuto dell'Italia e si è rivolto al suo Paese d'origine, ma anche lì non ho trovato nessuno che accogliesse la sua richiesta

Bruxelles, 18 marzo 2010 - Chiede l'eutanasia per la moglie in coma da novembre, ma non riesce a trovare un ospedale che rispetti la volontà della donna espressa nel suo testamento. E' questa la denuncia di un olandese residente in Veneto, Martien Van Der Burgt, fatta a ‘Radio Netherlands international’.


La donna, Anna Busato, è italiana ed è in coma per una emorragia celebrale ricoverata in ospedale a Noale vicino a Venezia. Da qui dovrebbe essere dimessa a breve per rientrare a casa. L’uomo ha incassato il rifiuto da parte delle autorità sanitarie italiane a praticare l’eutanasia e ha quindi deciso di puntare sull’Olanda, considerando che lì è consentita e che la moglie ha la la doppia nazionalità.


Ricerca vana, perché anche in Olanda non ha trovato nessuna struttura sanitaria disponibile. E un medico che ha cercato di essere d’aiuto, ha spiegato Van Der Burgt, è stato bloccato dai suoi superiori per ben tre volte.


"Molti medici italiani sono a favore dell’eutanasia per i pazienti terminali, ma la procedura in Italia è illegale", ha affermato l’uomo, che vive con la moglie in Italia da undici anni.


"Ho deciso allora di perseverare in Olanda, ma nessuno mi ha ascoltato", ha raccontato, spiegando che le strutture sanitarie olandesi hanno sollevato una serie di questioni, fra le quali il fatto che Anna Busato non ha una copertura medico-sanitaria in quel Paese. "Sono dei burocrati. Non hanno tenuto conto dell’aspetto umano", si è lamentato Van Der Burgt.





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Nyt, psichiatra accusa: 'La diocesi di Ratzinger sapeva, ma ignorò i miei avvertimenti'

Quotidianonet

Il dottor Wener Hurth nei primi anni 80 avvisò più volte l’arcidiocesi di Monaco, all'epoca guidata dal futuro Papa, che un sacerdote che aveva in cura doveva essere tenuto lontano dai minori: “Io dissi, ‘per carità di Dio, deve essergli impedito di lavorare con i bambini’”

Roma, 19 marZO 2010

Il New York Times pubblica l'intervista denuncia di uno psichiatra che nei primi anni Ottanta, quando l’arcidiocesi di Monaco era guidata dal futuro Papa Benedetto XVI, lanciò ripetuti avvertimenti, puntualmente ignorati, riguardo un prete che aveva in cura accusato di abusi su minori. Il dottor Wener Hurth ha precisato anche di aver avvertito che il sacerdote in questione, Peter Hullermann, doveva essere tenuto lontano dai bambini.

“Io dissi, ‘per carità di Dio, deve essergli impedito di lavorare con i bambini’”, ha detto Hurth. Lo psichiatra ha raccontato che all’epoca inviò espliciti avvertimenti - verbali e scritti - prima che l’arcivescovo di Monaco Joseph Ratzinger lasciasse la Germania nel 1982 per ricoprire in Vaticano l’incarico alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Hurth ha detto di non aver avuto contatti diretti con l’arcivescovo Ratzinger e di non sapere se il futuro Papa fosse stato informato degli avvertimenti. Tuttavia egli parlò con alti prelati, tra cui il vescovo Heinrich Graf von Soden-Fraunhofen.




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C’e chi telefona e chi ruba

di Alessandro Sallusti

L’inchiesta di Trani, fiorita sulle intercettazioni delle conversazioni di Berlusconi, si sgonfia: persino il Csm fa dietrofront Intanto a Bari finisce in carcere l’ex vice governatore Frisullo, del Pd: è accusato di corruzione e associazione per delinquere


Anche se lentamente, alcuni tasselli stanno tornando al loro posto naturale. La fuga in avanti che la magistratura ha voluto innescare con l’inchiesta di Trani (le telefonate tra Berlusconi, Minzolini e il commissario dell’Agcom, Carlo Innocenzi) è già arrivata al capolinea. È talmente evidente che modalità e impianto accusatorio non reggevano che persino il Csm ha dovuto innescare una clamorosa retromarcia. Il soviet dei giudici ha infatti annullato l’inchiesta sugli ispettori mandati da Alfano per mettere un po’ d’ordine in una procura che sembra finita fuori controllo.

Ammettendo così che non solo il ministro non ha commesso nessun abuso, ma che alle toghe conviene non andare oltre nell’accertare la verità dei fatti. E come era ovvio, è stato anche deciso che il fascicolo con le intercettazioni di Berlusconi viene tolto ai pm di Trani e consegnato al tribunale dei ministri di Roma, l’unico che ha competenza a valutare le carte in questione. In Puglia, probabilmente, resterà solo l’inchiesta sul direttore del Tg1, Augusto Minzolini, colpevole di aver fatto una telefonata pochi minuti dopo essere stato interrogato come testimone dai pm.

Insomma, aveva ragione Alfano quando parlava di «gravissime patologie», l’inchiesta, dal punto di vista giudiziario, è una bolla di sapone che si sta sgonfiando giorno dopo giorno. A differenza di altre che riguardano esponenti di primo piano della sinistra. A Bari è stato infatti arrestato Sandro Frisullo, Pd, ex numero due della giunta regionale di Vendola. Qui non si tratta di parole in libertà, ma di fatti: associazione a delinquere e corruzione nell’ambito della sanità pugliese. Il senatore Pd, Nicola Latorre, dice che la tempistica è sospetta, a così pochi giorni dalle elezioni. Per la prima volta, da quelle parti, dubitare della magistratura non è un attentato alla Costituzione. Speriamo che da oggi il principio valga sempre e per tutti. Non sappiamo se Latorre ha ragione oppure no, ma una cosa è certa. C’è chi telefona e c’è chi ruba. E i presunti ladri, questa volta, stanno da una precisa parte politica che non è quella del centrodestra. Chissà se Santoro (al suo rientro) e Gad Lerner ci faranno sopra una delle prossime puntate delle loro democratiche ed equilibrate trasmissioni.



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Vanacore, "Troppo imperfetto questo suicidio", i dubbi dopo l'autopsia su Pietrino

Quotidianonet


In una intervista al Giornale il medico sottolinea le "anomalie" riscontrate nel'autopsia al cadavere dell’ex portiere del Palazzo di via Poma dove nel ‘90 fu uccisa Simonetta Cesaroni. Intanto, il più evidente, ‘’l’acqua e’ bassa, così bassa da rischiare di "non portare a termine il tragico progetto’’. Ma anche la scelta ‘’di un luogo a ridosso di una strada trafficata in pieno giorno’’ e biglietti ‘’troppo grandi e visibili"

Roma, 19 marzo 2010


Il medico legale avrebbe trovato alcune "anomalie" nel suicidio di Pietrino Vanacore, (l’ex portiere del Palazzo di via Poma dove nel ‘90 fu uccisa Simonetta Cesaroni). Massimo Sarcinelli, il dottore che ha eseguito l’autopsia, intanto ha notato che il punto dove ha deciso di togliersi la vita Vanacore ‘’l’acqua e’ bassa, tanto che sarebbe stato sufficiente afferrare una roccia con una mano per mettersi in salvo’’, rischiando cosi’ ‘’di non portare a termine il tragico progetto’’. Ma anche la scelta ‘’di un luogo a ridosso di una strada trafficata in pieno giorno’’ e biglietti ‘’troppo grandi e visibili’’.

In una intervista al Giornale il medico, pur sottolineando che ‘’ogni caso e’ diverso dall’altro’’, dice che questo ‘’presenta davvero tanti lati oscuri’’. Di certo, dice, ‘’non e’ in dubbio la morte per annegamento’’, ma ‘’suscita qualche dubbio la decisione di lasciarsi andare in quel tratto di mare’’ dove poteva essere facile salvarsi, perche’ ‘’di solito una persona che intenda suicidarsi preferisce non correre il rischio’’ che ‘’prevalga l’istinto di sopravvivenza’’.

Non e’ ‘’comune’’, poi ‘’la lucidita’ mostrata da Vanacore nel predisporre il suicidio, il modo in cui si e’ premurato di far ritrovare il corpo legandosi una caviglia con una fune fissata a un albero’’.

Quanto al veleno, un anticriptogamico che Vanacore avrebbe ingerito, fatto che sara’ accertato dall’esame tossicologico, ‘’puo’ essere servito da narcotizzante’’: questo, conclude l’esperto, spiegherebbe anche ‘’la zeppola e i due bocconi di pane, mangiati prima e subito dopo’’ l’assunzione del veleno, ‘’forse per cancellare il sapore sgradevole ed evitare il vomito. In ogni caso sono in corso altri accertamenti’’.




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Fuga di notizie, indagato giornalista

Il Secolo xix


Il giornalista di Repubblica Giuliano Foschini ha lasciato la questura dove è stato interrogato per alcune ore nell’ambito dell’indagine aperta dalla Procura di Trani sulla fuga di notizie riguardanti l’inchiesta Rai-Agcom. Foschini, convocato quale persona informata sui fatti, è passato nel ruolo di indagato ed è stato sentito dal procuratore di Trani, Carlo Maria Capristo, e dal procuratore aggiunto di Trani, Francesco Giannella, alla presenza di funzionari della Digos.

Non si conosce ufficialmente il reato contestato al giornalista. Il fascicolo d’inchiesta era stato aperto con l’ipotesi di reato di rivelazione di segreti d’ufficio. Foschini è assistito dagli avvocati Francesco Paolo Sisto, del foro di Bari, e Mazzà, del foro di Roma, che hanno già chiesto l’archiviazione del procedimento a carico del giornalista.




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Berlusconi “confessa”: Santoro era da fermare

IL Secolo xix


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definisce «lecite» le proprie affermazioni oggetto di intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta di Trani definendo «inaccettabili i processi» televisivi che avvenivano nel programma Rai condotto da Michele Santoro. «Siamo in un Paese in cui non solo si intercetta il presidente del Consiglio, ma si danno le intercetazioni a giornali amici, guarda caso della sinistra perché è qualcosa che ferisce la nostra libertà», ha detto Berlusconi parlando a Napoli a sostegno del candidato Pdl alle Regionali, Stefano Caldoro.

«Nessun problema su quelle intercettazioni. Io non solo ho detto tutte cose lecite ma doverose perché dicevo che è inaccettabile che il signor Santoro facesse processi in tv senza dare alle persone la possibilità di difendersi. Ho detto che andando avanti così nessun italiano avrebbe più pagato il canone», ha spiegato il premier, indagato per concussione per le pressioni su commissari dell’Agcom nel tentativo di interrompere alcune trasmissioni Rai fra le quali Anno Zero di Santoro.

LA RISPOSTA: SEGUA L’ESEMPIO DI PRODI

«O tutti hanno preso degli allucinogeni oppure io sono capitato nel paese sbagliato»: Michele Santoro parla in questi termini dell’inchiesta di Trani e, in particolare, delle pressioni sull’Agcom per fermare Annozero. Il conduttore parla a ruota libera davanti alle telecamere di `Parla con me´, ospite di Serena Dandini (la puntata registrata andrà in onda su Raitre in seconda serata). Santoro riferisce il succo delle intercettazioni dove il ruolo di arbitro - secondo il conduttore - viene svilito fino al punto che viene rivendicato un ruolo di parte e in nome di quella parte si opera. «Berlusconi - è l’esortazione di Santoro - dovrebbe seguire l’esempio offerto da Romano Prodi e fare in modo che le intercettazioni siano pubblicate dal momento che lui stesso sostiene che non significano niente».

In un comizio dai toni accessi, come nei giorni scorsi, contro la magistratura e sinistra, Berlusconi ha ribadito il proprio impegno «notte e giorno» per scacciare la sinistra perché, qualora governasse, v«orrebbe fare intercettazione a tappeto a tutto e su tutti». «Qualcuno di voi non si sente intercettato?», ha chiesto poi alla platea replicando all’unica persona che ha alzato la mano: «Evidentemente non ha il telefono!» Poi una battuta sulla differenza di mezzi economici fra il Pdl e l’opposizione di sinistra: «In questi giorni mi chiamano Paperone, e loro sono la banda bassotti...».


DOPO ELEZIONI GRANDE RIFORMA GIUSTIZIA, HO SCATOLE PIENE


Berlusconi è tornato a dire che dopo le elezioni Regionali il governo pensa a una riforma della giustizia che impedisca in futuro ai magistrati di «dettare i temi e i tempi della campagna elettorale» e ha detto di avere «le scatole piene» delle inchieste. Serve «una grande, grande riforma della giustizia» accompagnata anche da una revisione del sistema fiscale e delle istituzioni, ha detto Berlusconi parlando al Padiglione 6 della Fiera d’Oltremare non certo gremito. «Con tutto quello che ci fanno certe volte abbiamo veramente piene le scatole», ha aggiunto il premier ribadendo che secondo lui «i temi e i tempi della campagna elettorale sono stati dettati dalla magistratura amica della sinistra». Il premier ha poi invitato i propri sostenitori ad evitare l’astensionismo, ma allo stesso tempo anche la preferenza ai partiti minori. «Il voto ai piccoli partiti che non conteranno nulla nel Consiglio regionale è un voto dato alla sinistra», ha concluso.



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Annozero, la telefonata di Berlusconi ai carabinieri

Il Secolo xix


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi definisce «lecite» le proprie affermazioni oggetto di intercettazioni telefoniche nell’ambito dell’inchiesta di Trani definendo «inaccettabili i processi» televisivi che avvenivano nel programma Rai condotto da Michele Santoro. «Siamo in un Paese in cui non solo si intercetta il presidente del Consiglio, ma si danno le intercetazioni a giornali amici, guarda caso della sinistra perché è qualcosa che ferisce la nostra libertà», ha detto Berlusconi parlando a Napoli a sostegno del candidato Pdl alle Regionali,

Stefano Caldoro. «Nessun problema su quelle intercettazioni. Io non solo ho detto tutte cose lecite ma doverose perché dicevo che è inaccettabile che il signor Santoro facesse processi in tv senza dare alle persone la possibilità di difendersi. Ho detto che andando avanti così nessun italiano avrebbe più pagato il canone», ha spiegato il premier, indagato per concussione per le pressioni su commissari dell’Agcom nel tentativo di interrompere alcune trasmissioni Rai fra le quali Anno Zero di Santoro.

LA RISPOSTA: SEGUA L’ESEMPIO DI PRODI

«O tutti hanno preso degli allucinogeni oppure io sono capitato nel paese sbagliato»: Michele Santoro parla in questi termini dell’inchiesta di Trani e, in particolare, delle pressioni sull’Agcom per fermare Annozero. Il conduttore parla a ruota libera davanti alle telecamere di `Parla con me´, ospite di Serena Dandini (la puntata registrata andrà in onda su Raitre in seconda serata). Santoro riferisce il succo delle intercettazioni dove il ruolo di arbitro - secondo il conduttore - viene svilito fino al punto che viene rivendicato un ruolo di parte e in nome di quella parte si opera. «Berlusconi - è l’esortazione di Santoro - dovrebbe seguire l’esempio offerto da Romano Prodi e fare in modo che le intercettazioni siano pubblicate dal momento che lui stesso sostiene che non significano niente».

In un comizio dai toni accessi, come nei giorni scorsi, contro la magistratura e sinistra, Berlusconi ha ribadito il proprio impegno «notte e giorno» per scacciare la sinistra perché, qualora governasse, v«orrebbe fare intercettazione a tappeto a tutto e su tutti». «Qualcuno di voi non si sente intercettato?», ha chiesto poi alla platea replicando all’unica persona che ha alzato la mano: «Evidentemente non ha il telefono!» Poi una battuta sulla differenza di mezzi economici fra il Pdl e l’opposizione di sinistra: «In questi giorni mi chiamano Paperone, e loro sono la banda bassotti...».


DOPO ELEZIONI GRANDE RIFORMA GIUSTIZIA, HO SCATOLE PIENE


Berlusconi è tornato a dire che dopo le elezioni Regionali il governo pensa a una riforma della giustizia che impedisca in futuro ai magistrati di «dettare i temi e i tempi della campagna elettorale» e ha detto di avere «le scatole piene» delle inchieste. Serve «una grande, grande riforma della giustizia» accompagnata anche da una revisione del sistema fiscale e delle istituzioni, ha detto Berlusconi parlando al Padiglione 6 della Fiera d’Oltremare non certo gremito. «Con tutto quello che ci fanno certe volte abbiamo veramente piene le scatole», ha aggiunto il premier ribadendo che secondo lui «i temi e i tempi della campagna elettorale sono stati dettati dalla magistratura amica della sinistra». Il premier ha poi invitato i propri sostenitori ad evitare l’astensionismo, ma allo stesso tempo anche la preferenza ai partiti minori. «Il voto ai piccoli partiti che non conteranno nulla nel Consiglio regionale è un voto dato alla sinistra», ha concluso.



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Le foto rubate di Bocchino fanno infuriare Silvio

di Adalberto Signore

Il finiano accusato di voler diffondere scatti degli spazi vuoti in sala. Scenata della Mussolini contro la Carfagna


Con addosso l’ormai inseparabile giaccone nero con le effigi della marina russa regalatogli da Putin, Berlusconi entra all’hotel Vesuvio dal garage, evitando parlamentari e sostenitori campani che lo attendono nella hall. Segno che il Cavaliere non è propriamente di buon umore, causa - pare - una chiacchierata all’aeroporto di Ciampino con Letta sull’inchiesta di Trani che, evidentemente, preannuncia altre sorprese. 

Tant’è che a differenza del solito, nelle quasi due ore passate in albergo preferisce non incontrare nessuno - a parte Stefano Caldoro - e concedersi un po’ di riposo. L’umore non migliora quando sotto il palco del padiglione 6 della Mostra d’Oltremare di Napoli Nicola Cosentino gli mette sotto il naso il BlackBerry di un suo collaboratore su cui campeggia un eloquente sms: «Bocchino si è messo a fare le foto dal fondo della sala solo degli spazi vuoti e poi le ha inviate. Avvisa. Ciao». Il Cavaliere scuote la testa e inizia a tamburellare nervosamente le dita sul palco, perché è chiaro che anche lui di questa situazione non ne può più. 

Tra il finiano Italo Bocchino (nella foto) e il coordinatore regionale del Pdl Cosentino, infatti, il braccio di ferro va avanti da tempo. E ha avuto il suo culmine nella scelta di candidare Caldoro alla presidenza della Regione. Un nome fortemente voluto dal braccio destro di Fini, con Cosentino - appoggiato dal resto del partito campano anche in un’accesa riunione a Palazzo Grazioli - che alla fine è stato costretto a fare un passo indietro solo dopo che nel pieno del battage candidature è stato indagato per presunti rapporti con i Casalesi. 

Lo strascico qualche settimana fa, quando Berlusconi ha ricevuto una pletora di deputati campani nella sala del governo di Montecitorio e si è dovuto sorbire una sequela di lamentele proprio su Bocchino. Che - era il succo delle doglianze - non si accontenta di aver portato a casa il «suo» candidato e continua a fare la guerra a Cosentino, tanto che è stato lui a formalizzare l’intesa con l’Udc (che il coordinatore campano, arrivato anche alla soglia delle dimissioni, non gradiva affatto).

A Napoli, insomma, va in scena il dualismo irrisolto tra ex Fi e ex An di cui si parla da mesi. Col partito dilaniato da guerre intestine se in sala Bocchino deve sentirsi urlare contro che è un «traditore». Non è dato sapere se davvero abbia fatto le foto «solo degli spazi vuoti», di certo è questa la convinzione di tutti o quasi i dirigenti campani. Edmondo Cirielli, presidente della provincia di Salerno, Luigi Cesaro, presidente della provincia di Napoli e i parlamentari Nicola Formichella, Vincenzo Nespoli e Pasquale Viespoli fanno capannello dietro il palco e puntano il dito contro il finiano di ferro: «Tutta colpa di Bocchino, in verità qui eravamo più di 5mila persone». 

Guerra che non si limita alla ragion politica se Alessandra Mussolini va su tutte le furie perché Mara Carfagna sta parlando col premier e lei no. Al punto che quando le dicono che può passare anche lei nel retropalco, preferisce andarsene.




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L’assistente di Bersani incassa lo stipendio dalla Regione Emilia

di Stefano Filippi

Nostro inviato a Bologna


Due passi nel Transatlantico di Montecitorio, quattro chiacchiere con un parlamentare qualsiasi, una domandina innocente lasciata cadere: «Conosce Zoia Veronesi?». La risposta, scontata per chiunque frequenti i palazzi della politica romana, sarà la medesima: è la segretaria storica di Pier Luigi Bersani. E da chi riceve lo stipendio, l’assistente del segretario? Dal segretario stesso? Dal partito? Da un ente benefico? No: dalla Regione Emilia Romagna. Cioè dai contribuenti.

Il Resto del Carlino, che ieri ha sollevato il sipario su questa vicenda su cui la magistratura potrebbe presto aprire un fascicolo, parla di un «giallo». Ma molti elementi sono già definiti, almeno a quanto risulta al Giornale. La signora Zoia Veronesi è per Bersani quello che Marinella Brambilla è per Silvio Berlusconi, un’assistente personale inseparabile e insuperabile. Lo affianca dall’inizio dell’attività politica. Approdò tra i dipendenti della regione Emilia Romagna nei primi anni Novanta, quando l’attuale numero 1 del partito democratico ne fu eletto presidente. Da allora la Veronesi ha seguito Bersani in ogni nuovo incarico: parlamentare, ministro, e ora segretario politico. Senza mai perdere il rapporto di lavoro con la Regione rossa.

«È tutto trasparente - ha spiegato la signora Zoia al Carlino - sono arrivata in Regione quando Bersani diventò presidente. L’ho seguito quando è stato possibile, le norme lo consentivano. Quando è diventato ministro sono andata in aspettativa per essere assunta come esterna al ministero delle Attività produttive e poi dei Trasporti. Nel 2001 sono rientrata nel mio ufficio in Regione, nel gabinetto del presidente. È tutto verificabile. Il rapporto di lavoro andrà in scadenza a fine marzo. Nel frattempo ho maturato altre scelte, ma non credo che questo interessi. Non sarò più dipendente regionale. Non sono la segretaria di Bersani, sono stata la segretaria del presidente Bersani».

La faccenda, in realtà, è un po’ più articolata. Zoia Veronesi, che ha seguito Bersani al governo anche fra il 2006 e il 2008, approdò nel 1993 in viale Aldo Moro, sede della Regione. Dal 1996 al 2001, periodo in cui Bersani fu ministro nei quattro governi di centrosinistra (Prodi, D’Alema Uno e Due, Amato), prese aspettativa. Dopo la sconfitta dell’Ulivo, la signora ritornò in regione non più come dipendente ma come dirigente (pur essendo priva della laurea), assunta a chiamata senza concorso per lavorare nel gabinetto del presidente della giunta, cioè di Vasco Errani, ufficio guidato dall’ex senatore e sottosegretario Bruno Solaroli, imolese.

In quello stesso 2001 Bersani e Vincenzo Visco fondarono l’associazione Nens («Nuova economia nuova società») il cui factotum era - ovviamente - la signora Veronesi. Incarico che essa ricopre tuttora, al punto da figurare come capo del coordinamento generale del Manifutura festival, l’appuntamento annuale più importante dell’associazione che per il 2010 si è già svolto a Pisa dal 12 al 14 febbraio scorsi.

Il compito dirigenziale assolto da Zoia Veronesi per la Regione è quello di «raccordo con le istituzioni centrali e con il Parlamento». Un incarico strano: che bisogno c’è di un dirigente di vertice a Bologna per tenere i rapporti con le Camere quando la Regione Emilia Romagna ha una sede a Roma in via Barberini, con una decina di dipendenti addetti al Servizio politiche di concertazione istituzionale? La risposta è semplice: la signora Veronesi funge da raccordo con il Parlamento come assistente di Bersani. Il lunedì mattina timbra il cartellino a Bologna, poi se ne va a Roma per raccordarsi con il segretario del Pd.

A fine marzo, assieme alla legislatura regionale in corso, scade anche il contratto dei dirigenti. Quello di Zoia Veronesi non sarà rinnovato. La decisione è già presa, oggi lei risulta in ferie in quanto ha «maturato nuove scelte». Nei corridoi di viale Aldo Moro circola una versione più dettagliata: che Errani abbia preso paura con il caso Delbono, l’ex vicepresidente finito nei guai per il trattamento di favore riservato a un’altra segretaria (che in quel caso era anche la sua fidanzata). E quindi abbia preferito chiudere un rapporto di lavoro che potrebbe richiamare l’attenzione dei magistrati.




L'accusa choc di un generale Nato «Srebrenica? Colpa di soldati gay »

Corriere della Sera

accuse ai militari olandesi. dura replica dell'ambasciatore a washington
La denuncia di un militare Usa sul massacro che fece ottomila vittime nel 1995 in Bosnia
MILANO - Il massacro di Srebrenica? Colpa di soldati gay. La tesi choc sulla peggiore strage in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, durante la quale, nel 1995, vennero trucidati ottomila uomini e ragazzi musulmani, è di John Sheehan, un generale americano in pensione, ex comandante delle forze Nato. Il militare ha esposto la sua teoria nel corso di una sua audizione al Senato americano, impegnato in questi giorni a legiferare sulla possibilità dei gay americani in divisa di dichiarare apertamente la propria omosessualità. Secondo Sheehan, il contingente olandese delle forze Nato in Bosnia non riuscì a proteggere la città di Srebrenica e i musulmani bosniaci dall'aggressione delle armate serbe anche per la presenza al suo interno di alcuni soldati gay.

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LA REPLICA DELL'AMBASCIATORE OLANDESE - «Il crollo dell'Unione Sovietica - ha aggiunto il generale - ha spinto gli eserciti europei, compreso quello olandese, a credere che non ci fosse più bisogno di persone dalla forte capacità di combattimento. Quindi hanno cominciato ad allargare le maglie del reclutamento, ammettendo anche i gay dichiarati». Contro queste dichiarazioni s'è espresso l'ambasciatore olandese a Washington, Renee Jones Bos: «Vorrei ricordare con orgoglio il contributo che gay e lesbiche hanno dato e danno quotidianamente alle nostre forze armate ormai da decenni distinguendosi in tanti teatri di guerra, e oggi in Afghanistan. La missione olandese a Srebrenica è stata studiata e valutata da molti rapporti al livello nazionale e internazionale, ma nessuno di loro - ha concluso l'ambasciatore - ha mai individuato alcuna relazione tra la strage dei musulmani e la presenza di soldati gay». (Fonte Ansa)


19 marzo 2010






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La grande truffa dei passaporti italiani

Corriere della Sera


Le carte ottenute dal «Corriere» svelano una rete di complicità nei due Paesi
Timbri all’ambasciata in Brasile e la residenza sull’Appennino: così si creano falsi cittadini





RIO DE JANEIRO — Un bisnonno perduto, o mai esistito, un indirizzo in Italia, un cognome. Tutto si può avere, basta pagare. Diventare italiani non è difficile, con i contatti giusti, un po’ di soldi e pochissimi scrupoli. Non importa se si è davvero discendenti, basta partire dal Brasile. Infine essere disposti a passare qualche settimana in uno sperduto comune appenninico. Il premio finale sarà un passaporto rossiccio con l’ambita dicitura «Unione europea». Porta aperta su qualsiasi Paese del mondo, per lavorare o magari fare tutt’altro.

Un lavoro di ricerca tra il Brasile, Londra e alcuni comuni italiani ha permesso al Corriere di venire a capo di una rete criminale che fa evitare anni di attesa, o addirittura crea dal nulla il diritto alla cittadinanza italiana, infilandosi nelle maglie larghe della legge del 1992, e delle successive direttive. I documenti di cui siamo in possesso dimostrano connivenze pesanti: alberi genealogici fasulli sono stati legalizzati presso la nostra ambasciata a Brasilia, poi fatti pervenire in un comune del Savonese, dove nel frattempo la «rete» offre alloggio e una residenza fittizia al futuro cittadino italiano.

Ancor più preoccupante è uno scenario a latere che una fonte ci ha tracciato, come nell’intervista qui sotto. Organizzazioni estremiste starebbero usando il Brasile come ponte per «italianizzare» individui che in nessun altro modo riuscirebbero a entrare, per esempio, negli Stati Uniti. È una forma assai sofisticata di riciclaggio di identità, con la legge italiana anello debole della catena.





Caccia al nonno
Il primo appuntamento è in un ufficio di San Paolo o di Porto Alegre, davanti a un mediatore. Ma per chi è già in Europa, magari da clandestino, tutto si può organizzare da Londra. La tariffa del servizio dipende dalla difficoltà del lavoro. Prendiamo l’esempio più eclatante: il «cliente» brasiliano non ha alcun antenato italiano. Per una cifra che ruota attorno ai 10.000 euro, la gang risolve il problema.

Commissiona in Italia un certificato di nascita, vero, di un emigrato in Brasile, fine ’800 o inizi del ’900, e lo fa diventare bisnonno del brasiliano, falsificando i certificati intermedi. L’infografica sopra spiega come Antonio Bordon, nato a Rovigo nel 1909, sia diventato antenato di tale Maria Helena de Abreu, una donna di 38 anni. La banda ha commissionato a una tipografia clandestina un falso certificato di nascita della madre della donna, ma il Corriere ha rintracciato l’originale nell’anagrafe di un piccolo comune brasiliano, Patos de Minas. Il nonno veneto non è mai esistito.

O meglio, era nonno di qualcun altro. Tutto l’albero genealogico taroccato, necessario per ottenere la cittadinanza, porta il via libera della sezione consolare dell’ambasciata di Brasilia. In questi giorni la donna è a Savona, aspettando la nuova carta d’identità. E non è solo il caso della Abreu, ma di decine di altre pratiche, stessi timbri, stesse firme.

«Non ti preoccupare, passiamo da quell’ufficio, dove ci sono i nostri amici», ha detto un mediatore a una brasiliana che si fingeva interessata, ma faceva presente di non vivere a Brasilia, ma in una città del sud. È nella capitale il cuore della truffa e potrebbero essere centinaia le pratiche timbrate negli ultimi anni senza alcuna verifica. Mentre i consolati di San Paolo, Porto Alegre o Curitiba—con decine di milioni di discendenti italiani—sono affogati dalle pratiche di cittadinanza (fino a 20 anni di attesa), l’ufficio ospitato nella nostra ambasciata si occupa solo del Distretto Federale, che ha meno abitanti di Roma.

Per riuscire a far arrivare la pratica fasulla sulle scrivanie degli «amici», la gang deve falsificare un altro documento e inventare che il richiedente sia di Brasilia. Il che, nella stragrande maggioranza dei casi, non è vero.

Turismo da passaporto
Una circolare del 2002 ha stabilito che gli oriundi, una volta trovati i documenti, possono richiedere la cittadinanza in qualunque comune italiano nel quale abbiano fissato la residenza. La decisione ha creato una rete di agenzie e intermediari, che agiscono soprattutto via Internet. Con varie migliaia di brasiliani che vogliono concludere le pratiche in Italia è fiorito il turismo da passaporto. Alcuni Comuni si sono specializzati nella produzione in massa di cittadinanze. Si trovano a Savona e provincia, in Garfagnana, nelle province di Ancona e di Reggio Calabria: in ognuna di queste aree agisce almeno una agenzia gestita da italo-brasiliani, e molte sono perfettamente legali.

La gang che fa passare i documenti attraverso i complici di Brasilia punta soprattutto su Savona e altri comuni della provincia come Millesimo e Cairo Montenotte. Qui vive Maria Teresa Cropanise, una brasiliana che ha fondato l’agenzia Spazio Brasil e negli ultimi due anni ha fatto «nascere» —parole del suo sito—almeno una ottantina di nuovi italiani con l’aiuto dell’anagrafe locale. I futuri compatrioti vivono in due appartamenti della zona, fino all’arrivo della sospirata cittadinanza. Buona parte sono davvero discendenti di nostri emigranti, ma diversi casi sono palesemente fasulli.

Nel municipio di Cairo Montenotte abbiamo sfogliato il fascicolo del falso oriundo Jean Carlos Batista da Silva: è diventato italiano perché l’organizzazione gli ha «creato» un bisnonno chiamato Pasquale Castelluccio. L’antico emigrante è esistito davvero, ma era l’antenato di un altro cliente in regola della Spazio Brasil, tale Carlos Henrique Castelluccio.

Un riciclo, insomma. Davanti all’evidenza, il sindaco della cittadina Fulvio Briano si è detto «sconvolto». Sostenendo di non avere alcun controllo sull’anagrafe del proprio municipio, Briano ha annunciato che porterà già oggi il caso alla procura di Savona. Cairo Montenotte, negli ultimi due anni e mezzo, ha creato 40 nuovi italiani. Quasi tutti hanno avuto i documenti timbrati e legalizzati dall’ambasciata di Brasilia.

Rocco Cotroneo
19 marzo 2010





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Omar: "Ho ucciso per colpa di Erika Sono pentito, ora voglio un futuro"


Lo scoop è di «Panorama»: Omar Favaro ha accettato di mettere nero su bianco per il settimanale la sua verità sul massacro compiuto il 21 febbraio 2001 insieme all’ex fidanzata Erika De Nardo. E soprattutto di spiegare perché, nove anni dopo aver ucciso la madre della ragazza e il suo fratellino, meriti di rifarsi una vita, scaricando la colpa di quanto è successo su Erika, tuttora in cella. Un testo vergato a penna su fogli a quadretti, in un italiano semplice ma chiaro che «Panorama» ha anche sottoposto a una grafologa. Eccone alcuni ampi stralci. 

Ancora oggi posso confermare che è stato un grosso errore quello di essermi isolato dal mondo solo per stare con Erika; inoltre io e lei insieme facevamo uso di droghe. Inoltre non ero più me stesso e non ragionavo più liberamente con la mia testa perché mi ero allontanato dalle mie amicizie, dalle mie abitudini e passioni, solo per accontentare Erika. Tengo a precisare che non ho mai rinnegato la mia famiglia (...). 

La famiglia di lei Fin dall'inizio mi sono sempre assunto le mie responsabilità, da subito ho confessato cosa avevamo fatto e ho sempre ammesso di avere avuto una parte attiva nel reato commesso. Non ho mai avuto rapporti con la famiglia di Erika, li conoscevo di vista, sapevo chi erano, ma purtroppo non ho mai avuto l'occasione di conoscerli, o meglio mi avrebbe fatto piacere conoscerli, però Erika non ha mai voluto. L'idea di uccidere la madre e il fratello di Erika è nata ed è maturata solo ed esclusivamente da parte sua, io non avevo nessun tipo di motivo e nessun odio nei loro confronti. 

Senso di colpa Porterò sempre con me quello che ho fatto, non dimenticherò mai, ma riesco a convivere col passato e con quello che ho fatto proprio perché ho elaborato a fondo come ero e i miei errori, ho sofferto e mi sono confrontato con me stesso guardandomi dentro, inoltre certi dolori e certe sofferenze sono riuscito a superarle non solo con il lavoro che ho fatto su di me, anche con l'aiuto e l'amore della mia famiglia, che non mi ha mai abbandonato e mi è sempre stata vicino in tutti questi anni. 

Non ho paura di uccidere ancora, so benissimo che non potrei mai più fare del male a nessuno e nemmeno mi farò mai più condizionare da qualcuno nella mia vita. Sono convinto che nessuno potrà mai comprendere quello che io ho passato in questi anni e quello che mi porto dentro. Giudicare è troppo facile, sforzarsi di capire e perdonare è troppo difficile. Con queste parole non mi sto giustificando, non ci sono giustificazioni; so però quello che la maggior parte della gente pensa e credo che bisogna trovarsi in certe situazioni per capire. 

Non mi vergogno Il carcere in se stesso non aiuta il recupero e il reinserimento di una persona, non si recupera una persona tenendola chiusa in una cella, è solo una punizione, in questo modo si rischia di incattivire e peggiorare la persona che ha commesso il reato o comunque che nella sua vita ha sbagliato. Il vero recupero può solo venire se il soggetto vuole cambiare e capire i propri sbagli pentendosi, naturalmente bisogna trovare intorno delle persone che capiscono la tua voglia di cambiare e di essere aiutato. Io non provo vergogna nel farmi vedere in giro, ma non accetto di essere ripreso e fotografato dai giornalisti in mezzo alla strada solo per dare degli scoop televisivi e far vendere più giornali, danneggiando solo la mia persona e il mio futuro da ricostruire. 




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Soldi e escort della sinistra

Libero



di Roberta Catania


Non solo escort. I favori che Gianpaolo Tarantini avrebbe elargito all’ex vice presidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo, sarebbero stati affiancati da corpose mazzette di banconote fruscianti. Nell’ordinanza d’arresto scatatta ieri si parla di 12mila euro al mese per tutto il 2008 e di un “premio produzione” di altri 150mila. Senza contare altri benefit e regali preziosi che l’imprenditore barese racconta ai magistrati di avere dato dal 2008 in poi  a colui che in quel periodo era il vice del governatore Nichi Vendola.


In cambio, il 55enne leccese finito in carcere, avrebbe messo Gianpi in condizione di vincere appalti per milioni di euro. Le “mazzette sessuali”, come ormai noto dall’estate scorsa, quando Frisullo diede le dimissioni, erano offerte in un appartamento alle spalle del Lungomare su cui affacciano gli uffici della Regione

. I pagamenti classici, invece,  avvenivano «in busta chiusa» nel parcheggio di un distributore di benzina. E così mentre uno faceva il pieno di soldi, l’altro si svuotava le tasche in cambio della garanzia di “vincere” gli appalti più remunerativi della sanità regionale.

STIPENDIATO DA GIANPI


Finora si era pensato che Frisullo avesse solamente beneficiato di qualche ragazza del giro di Gianpi, con il sospetto che l’imprenditore sperasse di ricavarne vantaggi lavorativi. Leggendo le 53 pagine della misura cautelare emessa ieri si capisce che quell’idea ricalca in pieno il quadro accusatorio messo insieme dai magistrati e avallato dal gip di Bari.


 Secondo il pool di tre pm, infatti, oltre allo “stipendio” mesile di 12mila euro, e ai 150.000 euro pagati in un’unica tranche, ci sarebbero stati anche regali compromettenti. Costosi capi di abbigliamento, buoni benzina e le ormai note prestazioni di natura sessuale da parte di Maria Teresa De Nicolò, Vanessa Di Meglio e Sonia Carpentone, alcune delle ragazze che figurano nel libro paga di Gianpaolo.


Il giovane imprenditore, per l’amico diessino, avrebbe anche messo a disposizione una macchina con autista e offerto un servizio di pulizia per il pied a terre barese di via Giulio Petroni, l’alcova degli incontri amorosi già ammessi dall’ex di Rifondazione. Eppure, nonostante la generosità del 35enne, il politico locale non mostrava molta riconoscenza: «Una volta si lamentò del ritardo nei pagamenti», fa mettere a verbale Tarantini, diventato un “pentito” delle maxi inchieste baresi.


Anche se, dal punto di vista del 55enne leccese, battere cassa sarebbe stato un diritto ottenuto in cambio di appalti preziosi. «Insieme all’imprenditore barese Domenico Marzocca», indagato a piede libero, Tarantini dice di essersi accaparrato «appalti per un milione di euro, per la fornitura di materiale sanitario, e per quattro milioni di euro, per la “gestione dinamica dei documenti cartacei e cartelle cliniche” banditi dalla Asl di Lecce».

I PAGAMENTI


Lo scambio tra i due inizia gradualmente, stando alla confessione di Tarantini. «Ho conosciuto Frisullo attraverso De Santis», spiega Gianpi riferendosi a Roberto (l’amico fraterno di Massimo D’Alema), e «che me lo presentò nel 2006/2007. Frisullo sapeva delle ragazze che frequentavo. Quando il rapporto con lui si intensificò, pensai di sfruttare l’opportunità rappresentata dal fatto che lui era assessore e vicepresidente della giunta regionale, chiedendogli alcuni piaceri in cambio di denaro, cosa che effettivamente avvenne. (…)


Con Frisullo avevo un accordo per una sorta di “protezione politica” ad un costo fisso di 12.000 euro a mese, somma che ho versato da gennaio/febbraio 2008 fino a novembre 2008. Per le delibere che avevo vinto alla Asl Lecce consegnai a Frisullo in due, tre tranche 50.000 euro.


Di seguito iniziai i pagamenti mensili. In particolare», prosegue l’imprenditore finito ai domiciliari nel settembre scorso, «gli chiesi una estensione, per forniture alla Asl di Lecce, di una delibera già fatta per il Policlinico Bari per circa due milioni di euro» effettivamente «aggiudicata alla Tecnohospital per acquisto di ferri chirurgici fino alla soglia del 40% senza nuova gara in virtù di una legge regionale».


Presa confidenza con il “contatto”, Tarantini lo sub-affitta a imprenditori amici. «Marzocca aveva l’esigenza di concludere una gara con la Asl di Lecce», si legge ancora nell’interrogatorio, «e mi promise dei soldi per il mio intervento con Frisullo. Infatti ebbi da Marzocca 70/80mila euro in varie tranche da 20/25mila euro l’una. Lui mi dava una busta nella quale c’erano i soldi. A Frisullo consegnai complessivamente circa 80.000 euro trattenendo per me solo 10.000 euro. Concordai con Marzocca il pagamento di 100.000 euro destinati a Frisullo».


Quando arrivava il momento di dare la fetta destinata al politico, gli incontri erano organizzati in luoghi «sicuri». Tanto che il “pentito della sanità” racconta nel dettaglio: «Ho dato i soldi a Frisullo nella sua stanza alla Regione o nella sua macchina, a volte messi in busta. Nessuno era a conoscenza di queste tangenti. Spesso ci incontravamo al distributore Q8 a San Giorgio/Torre a Mare.


Lui arrivava con la sua macchina, faceva uscire l’autista della Regione, tale Pippi, e io entravo e gli davo i soldi». Anche quando l’assessore aveva iniziato a temere le indagini, poiché «mi aveva detto di aver trovato una microspia nella sua macchina e mi fece anche vedere dove era stata posizionata», rivela Tarantini, «continuai a pagarlo. Anche quando i rapporti tra noi si allentarono».

LEGATO A D’ALEMA


I legali dell’ex vice di Vendola si dicono «increduli dell’arresto» perché Frisullo «aveva da tempo abbandonato la politica». Eppure c’è un’intercettazione di un paio di mesi fa, del 17 gennaio, in cui si sente l’ex assessore parlare in codice con un amico. « Io non sono in vetrina, ma sono ancora nel negozio», dice lasciando intendere di non essere affatto uscito dal giro.


Giro, tra l’altro, che sembra essere sempre lo stesso. «Mi dispiace di non potervi dare una mano direttamente ma, insomma, per quello che posso fare, non sono mai andato fuori. Adesso sto al fianco di Boccia. E qui la cosa che tu hai sicuramente messo a fuoco che qui non c’entra né Boccia né Vendola, qui c’entra D’Alema», sottolineando la sua indiscussa fedeltà a Baffino, «perché D’Alema ha messo la sua faccia per fermare prima Michele Emiliano che pensava di essere il padrone del partito. Che poi sta mettendo la sua faccia per fermare l’altro sodale di Michele Emiliano, in combutta...».



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La lunga Pasqua dei politici: 42 giorni di ferie in Abruzzo

Corriere della Sera


L’esempio della Sicilia, che chiuse l’Assemblea da Natale a Carnevale. Il consiglio regionale tornerà a riunirsi dopo l’anniversario del sisma



Ancora trentadue. I consiglieri regionali abruzzesi, come quei turisti che dopo un po’ che stanno sdraiati al sole delle Maldive sospirano sui giorni che scivolano via, hanno preso a contare quanti ne mancano alla fine delle «loro» vacanze pasquali: 32. Direte: trentadue giorni di vacanze pasquali? No, di più: le hanno cominciate 10 giorni fa. Totale: 42. E tutti i problemi aperti? Amen. E le cose indispensabili in questi tempi di crisi? Amen. E gli interventi per la ricostruzione dopo il terremoto? Amen.

Si dirà che non è una novità assoluta. Vero. Agli sgoccioli del 2001 i deputati (guai a chiamarli consiglieri: si offendono) della leggendaria Assemblea Regionale Siciliana, stremati da un anno pesantissimo sia pure con una lunga pausa per le elezioni politiche e una lunga pausa estiva e alcune sedute particolarmente stressanti come quella del 30 ottobre (9 minuti, ma che fatica...) decisero infatti che era giunto il momento di avere un po’ di relax.

E così, chiusi i defaticanti lavori il 21 dicembre, avevano congiunto il Natale al Capodanno, il Capodanno alla Befana, la Befana alla Settimana bianca, la settimana bianca al Carnevale. E si erano riconvocati per il 12 febbraio successivo. Una cosa che fece gridare allo scandalo un deputato della Margherita, Sebastiano Gurrieri, che spese quasi 10 mila euro per comprare degli spazi pubblicitari sul Giornale di Sicilia e altri quotidiani locali e denunciare «la scandalosa chiusura dell’Ars da Natale a Carnevale». Per rafforzare la denuncia, spiegò che l’acquisto di quelle pagine, finanziariamente, non lo aveva svenato affatto.

Rompendo fino in fondo l’omertà, dimostrò infatti che al di là delle finzioni sul reddito imponibile, un deputato regionale come lui guadagnava («lo dico con imbarazzo», mormorò) quasi 10 mila euro al mese più altri 4mila per il portaborse o l’attività politica. Prebende che da allora, sembrerà impossibile, sono addirittura cresciute. Anche all’assemblea regionale d’Abruzzo non se la cavano male. Basti dire che un consigliere semplice (rari come i leopardi dell’Amur, visto che un po’ tutti hanno qualche incarico supplementare) può arrivare a mettersi in tasca, stando alle tabelle ufficiali dell’organismo che riunisce i consigli di tutta l’Italia, fino a 10.925 euro al mese.

Che salgono di un altro migliaio di euro nel caso dei capi-gruppo, ruolo che riguarda anche i cinque rappresentanti dei monogruppi Comunisti italiani, Sinistra- verdi-sd, Movimento per le Autonomie Abruzzo, Rifondazione comunista e Rialzati Abruzzo: ciascuno capogruppo di se stesso.
Quanto lavorano? Da stramazzare di fatica, risponderanno. Dice il sito Internet della stessa assemblea, per capirci, che nel 2009 l’aula si è riunita in ben 29 sedute. Di cui una «solenne» e sette «straordinarie pomeridiane». Vale a dire che in totale i giorni in cui i consiglieri sono stati chiamati a presentarsi nell’emiciclo, tra mattina e pomeriggio, sono stati 22: uno ogni due settimane abbondanti.

Per l’esattezza uno ogni 16 giorni e mezzo. Due volte al mese. Mettetevi al posto loro: neanche il tempo di respirare. E così, come ha spiegato la cronaca di Lilli Mandara nell'edizione abruzzese del Messaggero, il parlamentino regionale (dominato dal Pdl con 25 seggi contro i 7 del Pd o i 6 dell'IdV) dopo essersi riunito un’ultima volta il 9 marzo tra i fischi dei dipendenti del gruppo Villa Pini d’Abruzzo (millecinquecento persone rimaste senza stipendio da un anno dopo il tracollo della struttura sanitaria che apparteneva a Vincenzo Angelini, l’imprenditore che scatenò lo scandalo sulla sanità abruzzese portando alla caduta della giunta di centrosinistra di Ottaviano Del Turco) tornerà a riunirsi il 20 aprile prossimo.

Lo hanno deciso i capigruppo. I quali hanno stabilito che «ai sensi dell’articolo 1, quarto comma, della legge regionale n.32/1996, sono sospesi i termini per i pareri che le commissioni consiliari devono esprimere sui provvedimenti della giunta regionale. I lavori riprenderanno mercoledì 7 aprile 2010». Cioè il giorno dopo l’anniversario del sisma che sconvolse le terre abruzzesi. Quanto al consiglio regionale «terrà la prima seduta il 20 aprile 2010». Ma si vota, in Abruzzo? No: le regionali, che videro diventare governatore il berlusconiano Giovanni Chiodi, ci sono già state nel dicembre 2008. E allora? C’è il voto alle Provinciali dell'Aquila, le elezioni nel resto dell'Italia, la Pasqua, la Pasquetta... Insomma, un ponte tira l'altro. Totale: un ponte di 42 giorni a sei campate domenicali.

Gian Antonio Stella
19 marzo 2010



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Par condicio, Santoro censurato in diretta su Sky

di Vincenzo Pricolo

La serata di protesta "Rai per una notte", in programma giovedì prossimo a Bologna, sarà trasmessa dalla tv di Murdoch e su Youtube. Il conduttore di Annozero, sul palco con Travaglio e Floris: "L'ospite d'onore sarà Luttazzi, Celentano ha rifiutato"





Michele Santoro: ieri sera a Parla con me da Serena Dandini; martedì in tutti i tg per via della trasferta giudiziaria a Trani; lunedì in collegamento telefonico con L’infedele Gad Lerner. Marco Travaglio: mercoledì a Tetris da Luca Telese; riserva fissa di Victor Victoria. Giovanni Floris: martedì a Mentana condicio su Corriere.tv; mercoledì a Otto e mezzo; sempre mercoledì su Repubblica tv e Rete 7 Piemonte per il faccia a faccia Bresso-Cota; dopodomani ancora su Repubblica tv dall’Aquila.

Insomma, ciascuno dei tre tenori imbavagliati dalla par condicio Rai è sempre in tv e in rete. E per tutti e tre c’è «Rai per una notte», l’appuntamento del Paladozza di Bologna che giovedì prossimo sarà trasmessa in diretta da Sky tg 24. Lo ha rivelato il sito Dagospia, secondo il quale YouTube avrebbe contattato varie emittenti televisive per dividere la spesa ma tutte avrebbero rifiutato eccetto Sky.

La censura è un po’ come l’insicurezza. Reale o percepita, fa notizia. Quindi i tre che la denunciano sono ricercatissimi dai media. E non da questa settimana. Perché è dall’inizio della telenovela sulla par condicio - il 10 febbraio, con l’approvazione da parte della Vigilanza Rai del regolamento sull’informazione politica in campagna elettorale -, che Santoro, Travaglio e Floris sono sulle barricate e di conseguenza hanno grande visibilità mediatica.

Le ultime del conduttore di Annozero arrivano dal divano rosso della Dandini, dove si accomoda dopo essere stato accolto dal direttore di Raitre, Antonio Di Bella: «Questa è stata casa tua e potrebbe ridiventarla». E a Parla con me Santoro dice, fra l’altro, che «nessun editto bulgaro ci fermerà».

Ma già a Bologna, annunciando che l’ospite d’onore della serata di giovedì prossimo sarà Daniele Luttazzi e che invece Adriano Celentano ha declinato l’invito perché l’evento non sarà trasmesso dalla Rai, Santoro aveva promesso battaglia. «Quello che abbiamo vissuto - aveva spiegato - è censura. Si tratta di una violenza che si esercita non contro di noi ma contro il pubblico. 

Dimostreremo che non si potrà più fare quello che è accaduto dopo l’editto bulgaro. Non aspetterò quattro anni, mi batterò subito. La censura grazie a internet e a giornali come La Repubblica non può passare». E poi aveva attaccato il Pd perché insiste con la lottizzazione. «Il Partito democratico - ha detto - per noi è la bella addormentata. Deve dare l’esempio rinunciando a gestire indirettamente o direttamente l’informazione. Credo che Bersani abbia in testa questa visione ma deve rompere con certe tradizioni».

Quanto a Celentano, secondo Santoro ha difficoltà. «Adriano - aveva spiegato - sta cercando di fare una trasmissione per la Rai e ogni cinque minuti gli chiedono la scaletta. Lui risponde: “fate conto che io voglia rifare Rockpolitik, quindi non c’è bisogno di scaletta”. E ovviamente le difficoltà sono molto alte».




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Santoro arruola Celentano tra i martiri

Libero


Ma il Molleggiato lo snobba: "La puntata speciale di Annozero non va in tv, quindi non vengo"





Aggiungi un posto in tv, che c'è un martire in più. Santoro intruppa pure Celentano, che ha appena declinato l'invito a partecipare alla sua serata del 25 marzo, quando tutta la sinistra televisiva si ritroverà a Bologna per una puntata speciale di Annozero. «Ho parlato con Adriano e mi ha detto che a Bologna non ci sarà perché, visti in particolare gli ultimi fatti, mancherà una copertura veramente democratica di tutti i mezzi di comunicazione, a partire dalla televisione pubblica». Insomma, siccome la serata evento 'Rai per una Notte' del 25 marzo non è trasmessa in mondovisione, ma solo su internet, Sky e alcune tv locali, il Molleggiato declina. E Santoro, anziché mortificarsi, esulta.

Dice Santoro: «Adriano sta cercando di fare una trasmissione per la Rai e anche a lui ogni cinque minuti chiedono scalette e quant'altro. E lui continua a rispondere 'ma cosa volete che sia una scaletta? Io vi dico che cosa può essere una trasmissione di Adriano Celentano, avete presente Rockpolitik? Bene, allora fate conto che io ho voglia di fare un altro Rockpolitik, quindi non c'è bisogno che io vi presenti una scaletta, se vi va mi dovete lasciar fare liberamente la mia trasmissione. Ma a questo punto le difficoltà sono molto alte per Celentano e per chiunque voglia esprimersi liberamente». Come se sapere che cosa andrà in onda prima che ci vada sia un attentato alla libertà di parola e non un diritto di chi presiede un organismo pubblico.

Santoro continua l'auto-martirio:  «Negli Usa sarebbe scoppiato un Watergate che avrebbe portato alle dimissioni automatiche di tutti i protagonisti di questa incresciosa vicenda», dice.  «In altri paesi una cosa come questa non si tollera». «Se commettiamo reati saranno i giudici a decidere, ma questo non è controllo sui media, questa si chiama censura e non è fatta in base alla legge». «Se poi mi vogliono portare in tribunale -promette Santoro- ci vado a testa alta». Il magistrato di Trani ha trovato «la scorzetta di limone su cui il governo più scivolare: è un'inchiesta molto importante e fa molta paura».
18/03/2010




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Troppi farmaci per l'uomo agli animali

Corriere della Sera


spesso si passa al prodotto di uso umano anche quando quello per la specie è disponibile
Il ministero della Salute si sta muovendo per definire linee guida sul loro impiego



ROMA - Troppi farmaci per uso umano agli animali. Troppi antibiotici studiati e sperimentati per i bipedi che finiscono a cani, gatti, cavalli e altri quadrupedi. Fenomeno diffuso nella pratica ma che non può essere inquadrato con dati certi. Su forte impulso del sottosegretario Francesca Martini, il ministero della Salute si sta muovendo sulla base di segnalazioni non circostanziate e su stimolo delle associazioni di categoria (allevatori, veterinari, produttori di mangimi). Sono sul filo di lana linee guida per l’impiego di medicinali cosiddetto in deroga, previsto da una legge specifica ma applicato con eccessiva disinvoltura.

LE REGOLE - Secondo regole fissate da una normativa europea l’animale da compagnia o da reddito dovrebbe ricevere come prima scelta il farmaco veterinario indicato per la patologia di cui soffre e, solo nel caso questo non esista o non possa essere importato da altri Paesi europei, dovrebbe essere curato con un prodotto per l’uomo basato sullo stesso principio attivo. Si chiama sistema «a cascata». Il problema è che nella prassi comune si passa direttamente al prodotto di uso umano anche quando quello per la specie è disponibile sul mercato.

Un rischio per la salute del paziente perché si tratta di formulazioni e dosaggi di cui non si conosce l’effetto su altre specie. Un secondo problema più volte sollevato dagli operatori del settore è l’insufficienza di segnalazioni di farmacovigilanza relative agli effetti collaterali. Secondo Marco Meloni, rappresentante dell’Anmvi (l'associazione nazionale dei medici veterinari) al tavolo ministeriale sull’uso in deroga «sono molto scarse o assenti.

E’ una procedura da incoraggiare ricordando che è un obbligo da parte del medico». Gaetana Ferri, responsabile del dipartimento per la salute animale del ministero amministrato da Ferruccio Fazio, conferma. Nel 2009 il registro di farmacovigilanza ha raccolto appena 126 casi, più della metà riguardanti cani e gatti. Il ministero sta adottando una serie di misure per mettere ordine.

LINEE GUIDA - Sono già state predisposte linee guida per «istituire un percorso di tracciabilità del farmaco veterinario» che coinvolge produttori, distributori e centri di cura. Altra iniziativa: linee guida per la migliore gestyione del sistema di farmacovigilanza «per implementare la raccolta di sospette reazioni avverse, la mancanza di efficacia». Un terzo provvedimento riguarda l’impiego e la detenzione di medicinali che devono essere gestiti soltanto dal medico veterinario, come ad esempio quelli per l’eutanasia.

IL MERCATO - Gli interventi incideranno in un mercato molto vivace anche in Italia. La stima del fatturato annuo delle aziende che producono farmaci veterinari è di circa 500 milioni, il 35% assorbito da confezioni per gani e gatti, il resto da animali da reddito (bovini, suini, avicoli). Secondo Pfizer, una delle industrie più attive nel settore con la sua Animal Health che ha lanciato molecole innovative, si registra un incremento annuo del 2-3%. Almeno 10 mila le confezioni del prontuario suddivise in 3.400 specialità. La metà circa sono indicate per cani e gatti.

Le principali aree terapeutiche sul piano del fatturato riguardano gli antiparassitari, i vaccini e gli anti infettivi. In crescita anche i prodotti per piccoli animali e per patologie particolari come osteoporosi, malattie cardiache e renali. Ciò denota un aumento dell’attenzione al benessere del piccolo amico di casa ma impone anche l’adozione di misure di vigilanza, soprattutto per proteggere l’animale da somministrazioni sconsiderate, iperdosaggi e dallo sviluppo di resistenza agli antibiotici.

Uno dei motivi per cui il farmacista, il cliente e, a volte, lo stesso veterinario sostituiscono il prodotto veterinario con un altro di uso umano è per risparmio. Le medicine per gli animali hanno un costo elevato. Da sempre le associazioni chiedono al ministero delle Finanze la riduzione dell’Iva su prestazioni, farmaci e petfood dal 20 al 10%. Un Iva da beni di lusso. Il sottosegretario Martini è tornata dal ministro Giulio Tremonti per sostenere la causa.

Margherita De Bac
18 marzo 2010





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Il Cavaliere e la catena (inutile) degli amici

Corriere della Sera


I colloqui con Innocenzi, Masi e Gianni Letta: il quadro dei tentativi falliti di fermare il programma sgradito



E se, alla fine, la vera notizia uscita dall’inchiesta di Trani fosse che Berlusconi non se lo fila nessuno? Il presidente del Consiglio, il padrone di un impero delle comunicazioni, l’uomo più potente del paese vuole zittire una trasmissione tv. Si rivolge a un amico che ha fatto mettere all’Authority. Lo sollecita a far intervenire il presidente dell’Authority. Si appella al direttore generale della Rai.

Fa in modo che siano coinvolti la commissione di Vigilanza, un consigliere del Csm, un altro «amico magistrato» e Gianni Letta. Chiama pure i carabinieri. E la trasmissione è ancora lì. L’unico che riesce a oscurarla per qualche settimana è un parlamentare dell’opposizione, l’onorevole Beltrami, che propone il black-out elettorale prontamente accettato dalla maggioranza. Ma, il Giovedì Santo, Santoro sarà di nuovo in onda, prevedibilmente con una puntata monotematica sui maldestri tentativi di zittirlo. E Berlusconi mediterà su quanto sia inefficiente la sua struttura di comando, e il paese stesso su cui in teoria spadroneggia da decenni.

È evidente che dalla penosa vicenda si possono trarre altre conclusioni, tutte giuste. Non va sottovalutata la gravità della commistione tra Palazzo Chigi, l’autorità di garanzia, la direzione della Rai e pure quella del Tg1. Così come Berlusconi non ha torto a far notare che nessun capo di governo rilegge sui giornali scampoli di conversazioni private in cui si lamenta della moglie. Resta la sensazione di un uomo che non riesce a farsi obbedire da nessuno, e al massimo trova spalle su cui piangere.

Non solo Santoro lo «processa come appartenente alla mafia » e «non fa che trasmettere puntate su Mills e Spatuzza». Veronica gli chiede 90 miliardi di lire l’anno e «c’ha il giudice che è amico dell’avvocato». De Benedetti aspetta i suoi 750 milioni di euro. Il fisco ne chiede altri 900 milioni. Ora lo vogliono pure ammazzare. Tutto serio, serissimo; ma la contro- strategia del premier lo è meno. «Questo Napoli da dove arriva, da Mastella? Ma Mastella adesso è totalmente con me!».

E Savarese? «Era amico di Fini, però adesso è più amico di Gasparri» dice la spalla del premier, Innocenzi. La cui figura, più che Tigellino, ricorda uno psicanalista o in genere un sodale destinatario di sfoghi interminabili. E’ vero che Innocenzi lamenta di essere mandato a quel paese da Berlusconi «ogni tre ore»; ma alla fine non combina nulla. Né gli altri si rivelano più efficienti o disponibili. Il fido Masi paragona il Cavaliere a un governante dello Zimbabwe, con una metafora che gli resterà appiccicata per la vita. Il poeta Calabrò fa una figura quasi eroica.

Gianni Letta dà l’impressione di fare il minimo indispensabile, giusto per evitare che gli possa essere rinfacciato alcunché. E’ allora che Berlusconi gioca l’arma finale e telefona al generale dei carabinieri Gallitelli: Santoro parla male persino della Benemerita, fate un esposto! Ma pure il generale dei carabinieri disobbedisce: telefona all’Authority, ma l’esposto non lo fa.

Ogni volta, anche di domenica, Berlusconi si lamenta con il povero Innocenzi, che conosce da trent’anni e copre regolarmente di contumelie; ogni volta, Innocenzi lo tranquillizza, rassicura, annuisce - «sì presidente», «certo presidente» -, annuncia bellicoso che si muoverà «come un tupamaro con le bombe addosso», promette che troverà la strada giusta; e non la trova mai. A sua volta, Innocenzi esasperato si apre con Masi: «Mi ha fatto un culo che non finiva più. Mi insulta. Mi dice che l’Agcom si deve vergognare, che è una barzelletta».

Quando proprio non ne può più, Innocenzi richiama Letta - «Gianni, sei l’ultima spiaggia... » -, il quale, come annota con involontario sadismo il maresciallo intercettatore, «risponde con parole incomprensibili ». Quanto a Santoro, il massimo che si cava da lui è la promessa di una «trasmissione equilibrata »; e qui manca purtroppo il commento del premier. Il tempo, la magistratura e le elezioni regionali daranno il verdetto sulla vicenda.

E’ possi- bile, anzi probabile che le richieste di Berlusconi siano eccessive e fuori luogo, tanto che pure uomini ansiosi di compiacerlo non riescono ad accoglierle. E’ possibile che il bilancio finale sia in attivo per il premier: Berlusconi ama fare la vittima, denuncia volentieri l’accerchiamento da parte dei magistrati, e l’inchiesta di Trani potrebbe giovargli. Ma nell’infinita vertigine delle possibilità è dato pure che il "tiranno" sia un uomo solo, che la sera e nei festivi inveisce e si sfoga con un amico che magari ha posato il telefonino sul tavolo; mentre il maresciallo trascrive tutto.

Aldo Cazzullo
19 marzo 2010



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