mercoledì 17 marzo 2010

Urla insulti al Papa in inglese, la vigilanza lo blocca subito

Quotidianonet


Momenti di tensione durante l’udienza generale in Piazza San Pietro: un uomo che si trovava in prima fila, sotto il palco Di Benedetto XVI, ha dato in escandescenze



Cittaà del Vaticano 2010




Momenti di tensione durante l’udienza generale in Piazza San Pietro: un uomo che si trovava in prima fila, sotto il palco del Papa, ha dato in escandescenze e ha cominciato ad urlare improperi e ingiuri, in inglese, a Benedetto XVI.

La vigilanza vaticana e’ subito intervenuta e lo ha portato via.




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La fuga segreta di via Poma

Il Tempo


Un assassino «invisibile». Nessuno, quel martedì di vent'anni fa, ha notato entrare e uscire il carnefice di Simonetta. Eppure nel cortile di via Poma c'erano due portieri, Pietrino Vanacore e Nicolino Grimaldi, il primo responsabile del palazzo al civico 2 e il secondo di quello al 4. Con loro, anche alcuni parenti del custode suicida, la moglie Giuseppa, il figlio Mario e la nipotina.

Sono rimasti lì a lungo. Ma non hanno visto. Una possibile spiegazione è che, per allontanarsi dall'ufficio dell'Aiag senza passare per quel cortile (nel complesso edilizio ce ne sono due), il killer aveva un doppia chance: usare il cortile interno alla scala B, quella dove era ospitata la sede degli alberghi della gioventù, o passare dai lavatoi della scala F, uscendo dal garage che dà sui via Baiamonti.

La circostanza è emersa durante la deposizione di Grimaldi, ascoltato ieri durante la quinta udienza del processo che vede imputato l'ex fidanzato della vittima Raniero Busco. «I lavatoi sono sul terrazzo condominiale e vi si può accedere dalle scale B e F - ha spiegato l'ex collega di Vanacore - Ci sono due porte blindate ma con le chiavi una si può aprire. Il garage, invece, ha una sola uscita, di sicurezza.

Si può uscire però se la porta è chiusa non si può andare giù». Insomma, l'assassino potrebbe aver utilizzato una di queste vie di fuga, senza doversi esporre allo sguardo di chi era nel cortile principale. Il resto dell'udienza ha avuto lo scopo di ricostruire i movimenti di alcuni protagonisti marginali della vicenda: la donna delle pulizie,

Anna Petrillo, che ha riferito sulla questione degli stracci usati per il suo lavoro;

la portiera di via Andreoli 1, Virginia Rotti, che l'8 agosto aveva trovato un pannolino femminile intriso di sangue (ma non era di Simonetta);

Ottavio Saviane, inquilino di via Poma 4 che poteva aver visto qualcosa tornando a casa e poi riuscendo con la fidanzata (riscontro negativo nel '90, idem ieri);

Mario Giammona, proprietario dell'appartamento del delitto, che vendette nel dicembre del '91. Tutti testi che hanno fatto abbondantemente ricorso ai verbali dell'epoca, perché non ricordavano: «Sa, dopo vent'anni...».

Conclusa la sfilata di «comprimari», il pm Ilaria Calò ha letto le dichiarazioni di personaggi ormai defunti. Tra questi, il colonnello del Sisde Giovanni Danese e l'architetto Cesare Valle, residente al quinto piano dello stabile «maledetto». Danese riferì: «Intorno alle 16, ero in attesa del mio autista quando vidi un giovane di circa 25 anni, distinto, che mi chiese con fare un po' balordo dov'erano gli uffici Aiag. Gli indicai il palazzo di fronte. Mi disse però che era sicuro che fossero lì, in via Poma 2, e io allora gli indicai la portineria. Entrò, ma dopo 15 minuti andò via» (a quell'ora, però, la Cesaroni era ancora viva).

Valle invece, si rammaricò, di aver forse danneggiato Vanacore (prosciolto e poi suicida), perché precisò a Mariella Regoli del Messaggero: «Mentre Paola gridava che aprissero il portone, la moglie del portiere ha telefonato su da me per sapere cosa dovesse fare. Ma lui non era ancora salito, ne sono certo. Non era da me, né in casa sua, sarà stato per le scale». Infine il pm ha fatto riferimento a un articolo della deposizione della Regoli che, per gravi motivi di salute, non era potuta intervenire. «È deceduta anche lei, qualche giorno fa, dottoressa...», gli ha fatto notare l'avvocato di parte civile Lucio Molinaro. Eh sì, è passato davvero molto tempo da quel 7 agosto. L'appuntamento è per il 7 aprile.

Maurizio Gallo
17/03/2010




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Vogliamo Internet libero" Ecco la 'Festa dei Pirati' E divampano le polemiche

Quotidianonet


Indagine dei sindacati europei delle industrie creative: nel 2008 la pirateria digitale ha causato perdite per 10 miliardi di euro e 186.00 posti di lavoro in meno in Europa, di cui 22.400 solo in Italia. E per il futuro gli scenari sono catastrofici





Roma, 17 marzo 2010




È già scontro tra difensori del diritto d’autore e attivisti per la libertà di Internet in vista della «Festa dei Pirati» di sabato prossimo a Roma, al Teatro Capranica.

Va all’attacco dell’appuntamento
Tullio Camiglieri, coordinatore del Centro studi per la difesa dei diritti degli autori: «La Festa lascia sbigottiti. A quando il ‘partito dei furti con destrezza' o l’associazione degli ‘amici dello sballo legalizzato'? Centinaia di migliaia di persone impiegate nel cinema, nell’editoria, nei giornali e nell’industria musicale rischiano il loro posto di lavoro. Senza i ricavi non ci saranno più investimenti e non avrà più senso destinare risorse economiche alla realizzazione di un film, di un documentario, di un nuovo giornale o di una produzione musicale».

Dal fronte dei ‘netizen’, il popolo della Rete, si risponde con chiarezza: «Obiettivo della Festa è evidenziare il valore innovativo, democratico ed economico delle pratiche di libero scambio dei prodotti culturali. I due terzi del traffico Internet a livello mondiale sono generati da protocolli ‘peer-to-peer’ e ogni giorno milioni di cittadini si scambiano fra loro ogni tipo di file (musica, film, videogame, software) nel rifiuto dell’equazione ‘pirata=ladro'».

Preciso anche il ragionamento del Movimento ScambioEtico, una delle sigle che animerà l’appuntamento del Capranica: innanzitutto, occorre evitare ogni confusione tra «la contraffazione e la ‘condivisione' di opere dell’ingegno senza scopo di lucro. La prima danneggia i consumatori e la loro salute, oltre ad alimentare associazioni criminali; la seconda è pratica senza scopo di lucro per tutte le categorie sociali e per persone di ogni età, dagli 8 anni in su, che in base agli studi più importanti, peraltro citati anche nel recente rapporto dell’AgCom sulle violazioni del copyright, ha un impatto benefico per il mercato».

Di qui l’opposizione dei ‘pirati', ma anche delle più importanti associazioni di difesa dei consumatori del mondo e da ultimo del Parlamento europeo al segretissimo negoziato ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), che si propone una nuova regolamentazione internazionale della proprietà intellettuale e del copyright: «La reale opposizione ad ACTA è dovuta al fatto che le sue disposizioni violano la Convenzione universale dei diritti umani, la Convenzione europea sui diritti umani, e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. ACTA contiene disposizioni che limiterebbero o violerebbero il diritto alla privacy, il diritto ad un equo processo, la libertà di espressione e la libertà di informazione».

L’opposizione alle norme restrittive per Internet, su scala internazionale e nei singoli paesi, «riguarda quelle regole che violano i diritti fondamentali e i diritti civili». È poi dimostrato che tutte le iniziative proibizioniste non hanno mai inciso «sostanzialmente sul fenomeno del ‘file sharing’, in quanto facilmente aggirabili da tecniche che iniziano a essere usate da bambini di 11 anni, ma - insistono dal Movimento ScambioEtico - possono instaurare un clima di ansia nell’utilizzo del mezzo e compromettere seriamente lo sviluppo futuro di Internet e il modo in cui esso verrà usato dalle vecchie generazioni».

I NUMERI DELLA PIRATERIA DIGITALE 

Nel 2008 a causa della pirateria digitale le industrie creative dell’Unione Europea hanno registrato perdite pari a 10 miliardi di euro ed un totale di 185.000 posti di lavoro in meno. Solo in Italia i danni sono stati di 1,4 miliardi di euro con 22.400 posti di lavoro perduti. Sono i dati forniti dalla societa’ indipendente Tera Consultants che prevede entro il 2015 perdite fino a 240 miliardi di euro.

Secondo l’indagine, nel 2008
le industrie creative dell’Ue (cinema, musica, televisione e software), hanno offerto un contributo pari al 6,9% o a circa 860 miliardi di euro al totale del Pil con una quota del 6,5% dell’occupazione totale dell’Ue, pari a circa 14 milioni di lavoratori. L’allarme sui danni provocati dall’aumento della pirateria e’ stato lanciato oggi a Bruxelles dai sindacati europei delle industrie creative, incluso Uni Mei (media, intrattenimento ed arti) e Fia (audiovisuali).

DUE SCENARI PER IL FUTURO 

I rappresentanti dei lavoratori delle industrie creative europee hanno presentato uno studio sull’impatto economico gia’ provocato dalla pirateria. Nei prossimi anni - e’ la stima del rapporto - la pirateria digitale subirà un’accelerazione, mentre quella fisica rappresenterà una quota sempre piu’ ridotta del fenomeno.

Due gli scenari. Nel primo, si ipotizza che la pirateria digitale cresca proporzionalmente al traffico di condivisione dei file (file-sharing): in questo caso le perdite di ricavi salirebbero a quota 32 miliardi di euro nel 2015 con 611.300 posti perduti. Nel secondo, si ipotizza che la crescita della pirateria digitale segua la tendenza globale di traffico Ip dei clienti in Europa. In questo caso, le perdite sarebbero ancora maggiori: 56 miliardi di euro di ricavi e 1.216.800 posti di lavoro in meno nel 2015.

‘’Serve un intervento efficace e costante per fermate questo scempio’’, hanno detto Agnete Haaland, presidente della Fia, e William Maunier, presidente Uni-Mei Europa.




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Pronto, sono Silvio

Libero



Tra i big degli atti di inchiesta di Trani spunta anche il nome di Gianni Letta, il presidente del Consiglio. Quarantadue pagine esplosive. I due indagati Giancarlo Innocenzi dell’Agcom e Augusto Minzolini, direttore del Tg1, negano di avere ricevuto minacce da Silvio Berlusconi per chiudere Annozero. E il premier sulle “difensive” attacca i magistrati e la sinistra colpevoli di “condizionare il voto”. Ma dall’altra parte i pm, non ci stanno: hanno in mano le intercettazioni degli sfoghi del premier con i due. Letta, stando a quanto risulta dalle intercettazioni telefoniche disposte dalla procura di Trani, era informato della strategia che doveva portare a "imbavagliare" le trasmissioni "sgradite". Letta sarebbe intervenuto dopo che Innocenzi e Masi non erano riusciti a farlo.

C'è anche questo nelle quaranta pagine della richiesta rivolta dal pm al gip di Trani per ottenere dalla Camere l'autorizzazione a utilizzare le conversazioni del premier perché ritenute "penalmente rilevanti". Nell'atto, che riporta tutte le mosse di Berlusconi e dei suoi uomini per bloccare le trasmissioni tv, c'è un presidente del Consiglio che appare in più circostanze molto agitato. E che, tra l'altro, parla di vicende familiari, sfogandosi con Innocenzi a proposito di quanto gli costerà - circa 90 miliardi di vecchie lire l'anno - il mantenimento alla sua ex moglie Veronica Lario.



Ecco il clou delle 18 telefonate del capo del Governo.


Berlusconi: “Ma giovedì c’è ancora Spatuzza”
Quanto alle motivazioni tecnico-giuridiche che sono alla base della richiesta di utilizzazione delle telefonate del premier con riguardo alle puntate di Annozero dedicate a Mills e Spatuzza, la procura di Trani si sofferma sull’attività del premier che «costringeva o induceva i suoi uomini ad adoperarsi per inibire la messa in onda» sia della puntata dedicata all’avvocato inglese sia di quella incentrata sulle dichiarazioni del pentito mafioso del processo Dell’Utri. Prima telefonata. Berlusconi insiste con Innocenzi: «Ma giovedì c’è ancora Spatuzza. E fanno il processo a me, non a lui, come appartenente alla mafia. Allora se voi non riuscite a fare questa roba qua, allora non lo so proprio io...».

Innocenzi(Agcom) telefona a Silvio Berlusconi e Mauro Masi
Una decina le telefonate intercettate sull’utenza di Innocenzi (Agcom) mentre parla con Silvio Berlusconi e con Mauro Masi, direttore generale della Rai. Il premier è arrabbiatissimo per l’andazzo a senso unico di Annozero, trasmissione calibrata per farlo a pezzi. Non ne può più di finire nel tritacarne mediatico. Per questo è durissimo con l’Agcom che a suo avviso non fa niente per interrompere questo gioco al massacro: «Fate schifo», «Siete una barzelletta», «che cazzo di organismo siete e che ci state a fare». Sempre a proposito di Annozero, Berlusconi è categorico: «Non ne posso più, davvero, fate qualcosa». «Bisogna chiudere tutto». «Quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta... insomma... che sia da stimolo alla Rai per dire: chiudiamo tutto».


Ancora Berlusconi all’indirizzo di Innocenzi: «Fai un casino della Madonna, fai dichiarazioni pubbliche, dici, tipo, “questa autorità qui fa schifo, mi vergogno di appartenere ad una autorità che non decide niente” (...). Adesso faccio una telefonata di fuoco al presidente dell’Authority...». E di seguito: «Mi raccomando perché adesso entriamo in una zona di guerra, veramente brutta». Innocenzi quasi lo interrompe: «Non è più possibile che questo qui faccia quel cazzo che gli pare veramente...». Alla fine, stanco, Innocenzi si arrende: «Al di là del rapporto di amicizia (con Silvio Berlusconi, ndr) con te, non è più possibile». Berlusconi va giù duro: «Sì, questo non è mica servizio pubblico... è l’unico servizio pubblico al mondo che fa queste cose». Nell’ennesima telefonata Innocenzi si sfoga di getto: «Il problema è Ghedini che rompe il cazzo, quell’altro, Bonaiuti, che è una roba che monta...».

Berlusconi: “Attento a parlare con Calabrò, è intercettato”
In un’altra telefonata fra Berlusconi e Innocenzi, il primo esterna una sua idea, una sensazione: «Stai attento a parlare con Calabrò (Corrado, presidente dell’Agcom, ndr) perché ci sono voci, sai, non so se siano vere, che è sotto intercettazione». Innocenzi risponde che anche lui, forse, ha il telefono controllato. «Non sai che è successo a me. Ieri sera mi è arrivata una strana telefonata sul mio cellulare, arrivava da “anonimo”. Ho fatto controllare, non risulta... si tratta di un numero inesistente, è che sai, è una maniera, mi hanno detto, di chi intercetta per verificare se si sta intercettando».

Attorno a Annozero grandi manovre
Sempre sul telefono di Innocenzi arriva una telefonata trafelata di Masi che gli dice che ha parlato con Santoro «che mi ha assicurato che farà una trasmissione equilibrata». Sempre Masi ricorda al suo interlocutore «che con la D’Addario c’era spazio e modo per potere intervenire mille volte, e non l’abbiamo fatto, non è stato fatto e ci troviamo adesso questa roba qui, l’unica cosa che può servire veramente e che se lui (Santoro, ndr) fa la pipì fuori dal vaso stasera...». Per il pm di Trani, intorno ad Annozero, si verificano in continuazione «grandi manovre con coinvolgimenti ai massimi livelli da parte del commissario Agcom che, ormai esasperato par arrivare al presidente Calabrò (che sembra resistere alle pressioni esterne) si affida alla mediazione del sottosegretario Gianni Letta il quale dal canto proprio promette ad Innocenzi di attivarsi e cercare il presidente Calabrò».

Lo sfogo di Masi
"Come traspare da questa intercettazione - scrive il pm di Trani - Innocenzi reduce dalla telefonata del presidente Berlusconi che lo affligge, chiama Masi e si sfoga. Masi si mette prontamente al servizio del commissario Agcom e promette di "mettere su una strategia operativa" che serva a risolvere il "problema Santoro che è un problema tutto particolare". Quindi aggiunge che la Rai sta "aggiustando". Gli viene chiesto come. La risposta è: "Sai, la stiamo aggiustando, stiamo facendo di tutto, abbiamo mandato via pure Ruffini, insomma, voglio dire siamo riusciti a fare...". Per il pm è "un evidente riferimento al fatto di assecondare i desiderata del presidente Berlusconi".

"Mi hanno fatto un culo che non finiva più"
In altre telefonate Innocenzi si confida con Masi: «Aho, quello (Berlusconi, ndr) mi ha fatto un culo che non finiva più». Il concetto, Innocenzi, lo ripete anche a suo figlio: «Berlusconi mi manda a fare in culo ogni tre ore». Masi, nel frattempo, studia il da farsi su Annozero: «Il problema è che Santoro... è un problema tutto particolare, non è uno così, sta lì da 20 anni». E a proposito della sua attività alla Rai, Masi rincara: «Stiamo aggiustando tutto, in Rai. Stiamo facendo tutto il possibile, abbiamo mandato via Ruffini».

"Gianni scusa, sono Giancarlo.."
È il 3 dicembre 2009. Innocenzi, che ha già ricevuto decine di telefonate di Berlusconi che lo accusa di non avere fatto nulla per bloccare Santoro, chiama Letta.
Innocenzi: "Gianni, scusa sono Giancarlo".
Letta: "Si, eccomi".

Innocenzi: "Allora io ti risparmio, quando con calma ti racconto tutto... Insomma, per essere più veloce tutte le documentazioni, quali carte ho dato agli uni e agli altri, sanno tutto quelli della Vigilanza, sa tutto... Masi, sa tutto l'Autorità, ho fatto fare da un gruppo di due amici magistrati tutta l'analisi, anche perché siano gli strumenti per quella storia di questa sera di Mills. Secondo le valutazioni di questi due amici magistrati, lui stasera non potrebbe parlare di Mills essendoci il processo in corso". Letta risponde con una parola incomprensibile.

Innocenzi: "Ho dato queste carte a Mauro (presumibilmente Masi-ndr). Mauro vuole la pezza forte, ci vorrebbe che sostanzialmente Calabrò (presidente dell'Agcom-ndr) gli dicesse (a Santoro-ndr): "Tu non puoi fare la trasmissione questa sera parlando di Mills". Io non so più a che aggrapparmi, tutto quello che potevo fare l'ho fatto. Adesso Mauro mi chiama e mi dice: "Se Calabrò dice 'guarda che tu la trasmissione su Mills non puoi farla', io vado con questa e non gliela faccio fare... tu (Gianni Letta ndr) sei l'ultima spiaggia...".

Letta pronuncia altri commenti incomprensibili. Poi aggiunge: "Proverò a cercarlo, grazie , ciao ciao".
Subito dopo Innocenzi chiama Masi. Lo informa di avere parlato con Letta: "Io ho detto a Gianni, anche adesso, avverti tu Calabrò, di mettere più spessore possibile su questa cosa... comunque adesso è informato anche Gianni, così abbiamo chiuso il cerchio, così nessuno può dire che non sapeva un cazzo". Masi gli chiede se ha parlato direttamente con Letta e Innocenzi lo conferma. Il dg Rai gli dice anche che ha parlato con Santoro che gli ha assicurato che farà una "trasmissione equilibrata".

Poi Masi gli ricorda che "dopo la D'Addario c'era spazio e modo per potere intervenire mille volte, non lo abbiamo fatto, non è stato fatto, e ci troviamo adesso questa roba qui, l'unica cosa che può servire veramente e che se lui (Santoro-ndr) fa la pipì fuori dal vaso stasera...".

Il pm di Trani descrive altre manovre, "con coinvolgimenti ai massimi livelli da parte del commissario Agcom che, ormai esasperato, par arrivare al presidente Calabrò (che sembra resistere alle pressioni esterne) si affida alla mediazione del sottosegretario Gianni Letta, il quale dal canto proprio promette ad Innocenzi di attivarsi e cercare il presidente Calabrò".

Berlusconi: “mi stanno attaccando da tutte le parti”
Innocenzi: "Il problema vero è che devi stare bene tu, cazzo...".
Berlusconi: "Mi stanno attaccando da tutte le parti sul piano patrimoniale, sai quanto ha chiesto mia moglie di mantenimento al mese? Tre milioni e seicentomila euro al mese che fanno 45 milioni l'anno che fanno novanta miliardi di lire l'anno e siccome c'ha il giudice che è amico dell'avvocato... hanno depositato ed è andato automaticamente a un certo giudice, c'è il rischio che succeda che me li danno".

Poi Berlusconi parla della causa civile con Carlo De Benedetti per la vicenda Cir: "E' una cosa pazzesca, ho il fisco che mi chiede 900 milioni, coso... De Benedetti che me li chiede, ma ha già avuto una sentenza a favore, 750 milioni... Pensa te , mia moglie che mi chiede 90 miliardi di vecchie lire all'anno, sono messo bene no? E poi le sentenze penali con dei giudici che sono dei killer invece che essere dei giudici".


17/03/2010





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Lettera di Olindo e Rosa: «Violati i nostri


La coppia condannata all'ergastolo: «Gli errori vengano al pettine». Carlo Castagna: «Sono incredulo»




MILANO - È cominciato con una sorpresa a Milano il processo d'appello per la strage di Erba. Olindo Romano e Rosa Bazzi, i coniugi condannati in primo grado all'ergastolo e a tre anni di isolamento per l'omicidio avvenuto l'11 dicembre 2006 della loro vicina Raffaella Castagna, di suo figlio Youssef, della nonna del bambino e di un'altra vicina, e del tentato omicidio del marito di quest'ultima, hanno scritto una lettera agli inviati al processo di Tg1 e Tg2.

LETTERA - «Speriamo che al processo d'appello tutti gli errori commessi dal giudice di primo grado verranno al pettine, potendo così dimostrare la nostra innocenza», scrivono i due condannati per la strage. «Nonostante tutto abbiamo fiducia nella giustizia», anche se «hanno cercato di imporre una loro verità impedendo sistematicamente alla nostra difesa di esercitare». La lettera si conclude con «cordiali saluti, Olindo e Rosa».

I due parlano di «sentimenti calpestati, diritti violati, negati da chi li dovrebbe garantire. Violenze gratuite a una nostra debolezza psicologica, perseguitati e gettati in uno stato di disperazione». Quando il presidente della corte, Maria Luisa Dameno, ha chiesto loro se volevano fare dichiarazioni entrambi hanno detto no. «Più avanti», ha detto Olindo dalla gabbia. Il presidente non ha ammesso le telecamere né altre forme di ripresa. «Non vogliamo un processo mediatico e non vogliamo che questa aula sia trasformata in un set. Se qualcuno riprendesse con altri mezzi, sarà allontanato dalla forza pubblica».

CASTAGNA: «INCREDULI» - Carlo Castagna, che nella strage ha perso la moglie, la figlia e il nipotino, e i suoi figli si sono detti «increduli» di fronte lettera di Olindo Romano e Rosa Bazzi. «Non si mettono d'accordo nemmeno con i loro avvocati. Queste cose dovevano dirle in aula, ma quando hanno chiesto loro se volevano fare dichiarazioni hanno risposto no».

AZOUZ: «IN OLINDO SGUARDO D'ODIO» - In aula era presente anche Azouz Marzouk, marito e padre di due delle vittime, tornato per il processo dalla Tunisia. «Quello di Olindo era uno sguardo cattivo, mentre lei non mi neanche guardato», ha detto Azouz. «Io cerco sempre di incrociare il loro sguardo, perché cerco di capire il motivo della strage». Quanto alla sentenza, per Azouz non ci sono dubbi: «È già scritta, il giudice confermerà l'ergastolo».

Nessun dubbio neanche sull'eventualità che venga concessa una perizia psichiatrica: «Più volte hanno tentato il massacro e se non ci fosse stato il super testimone lo avrebbero fatto alla perfezione». Quanto alle parole di Mario Frigerio, l'unico sopravvissuto Azouz non nutre dubbi sulla veridicità del suo racconto: «Si è visto in aula quando ha puntato il dito contro i due imputati e ha detto senza esitazione che sono loro i colpevoli».

INCONTRO AZOUZ-CASTAGNA - Marzouk ha avuto un incontro cordiale in aula con Carlo Castagna. Azouz e Castagna si sono stretti la mano e il tunisino ha anche chiacchierato con i fratelli della moglie uccisa, con i quali in prima della strage c'erano stati contrasti. «Gli ho detto di fare il bravo, che ora ha un'altra famiglia», ha spiegato Castagna. Azouz, infatti, si è nuovamente sposato con una italiana dalla quale aspetta un figlio. Castagna ha anche detto che sta andando avanti il progetto per fare dell'appartamento in cui avvenne la strage una casa di accoglienza.

PG: «FEROCIA NON SIGNIFICA INCAPACITÀ DI INTENDERE» - Il presidente della corte ha respinto la richiesta di rinnovazione del dibattimento presentata dai legali dei coniugi Romano. Quindi dopo la relazione con cui il presidente ha ricostruito il massacro e la dinamica del processo di primo grado, il sostituto procuratore generale, Nunzia Gatto, che ha iniziato il suo discorso precisando che tutto ciò che viene chiesto dai legali della difesa, tranne l’eventuale perizia sulla memoria del super testimone Mario Frigerio, «è già stata fatto». «La ferocia non è di per sé un elemento per poter dire che persone feroci e violente siano incapaci di intendere e di volere», ha aggiunto il pg Gatto opponendosi alla richiesta di perizia psichiatrica per Olindo e Rosa.


Redazione online
17 marzo 2010









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Cassazione: stop agli autovelox in appalto a ditte esterne con percentuale su incassi

Corriere della Sera

Sequestrati macchinari di una ditta che riforniva due comuni campani: «Non sono strumenti per far cassa»



MILANO - Sono irregolari, per abuso d'ufficio, gli appalti a ditte private per l'installazione nei territori comunali di apparecchi autovelox quando il valore della gara viene determinata «con una percentuale sugli incassi delle future infrazioni rilevate». Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 10620 che ha confermato il sequestro degli autovelox di una ditta che riforniva di strumenti per la rilevazione della velocità i comuni campani di Pastorano e Pignataro Maggiore.

PRESENZA DEL VIGILE - In particolare, la Suprema Corte ha respinto il ricorso presentato contro il sequestro degli autovelox presentato da un rappresentante della ditta Soes, con il quale sosteneva che il bando di gara era regolare, in quanto per il comune di Pastorano si presumevano 90mila euro di multe fatturate in tre anni, cifra sotto la soglia comunitaria, e per quello di Pignataro Maggiore un importo di 2 milioni di euro più Iva per cinque anni. Inoltre l'uomo, chiedendo il dissequestro dei macchinari, faceva presente che i verbali delle infrazioni sarebbero stati sottoscritti alla presenza di un vigile urbano «in un contesto nel quale l'assistenza tecnica dell'operatore privato costituiva elemento di più sicura garanzia». In ogni caso, aggiungeva, «la mancata indicazione della predeterminazione del valore dell'appalto» non costituisce violazione di legge idonea a mantenere sotto sequestro gli autovelox.

«NON DEROGABILE» - La Cassazione gli ha replicato che l'accertamento delle infrazioni al codice della strada «costituisce un servizio di polizia stradale non delegabile a terzi» e che le apparecchiature utilizzate «devono essere gestite direttamente dagli organi di polizia stradale e devono essere nella loro disponibilità». Quanto al budget per la fornitura degli apparecchi, la Suprema Corte rileva che essi hanno una «finalità preventiva, e non repressiva o di finanziamento pubblico o lucro privato.

Pertanto determinare il costo del noleggio delle apparecchiature in base agli importi delle multe è un parametro «contrario ai principi della Costituzione» (principio del buon andamento e imparzialità della Pubblica amministrazione). Per quanto riguarda le spese del noleggio degli autovelox, i supremi giudici osservano che esse sono agevolmente individuabili dal costo giornaliero connesso all'installazione e alla manutenzione per cui è «non pertinente» il riferimento, nella gara d'appalto, alle spese sostenute per ogni singola rilevazione di infrazione.

COSTO DEL SERVIZIO - In proposito la Cassazione aggiunge che «la quantità dell'importo di appalto è il costo del servizio, a prescindere dal numero e dalla qualità delle infrazioni poi eventualmente accertate». Insomma, «esiste un costo di accertamento quantificabile a prescindere del tutto dal tipo di infrazione accertata», mentre in riferimento all'entità della sanzione «è incompatibile con i principi generali della disciplina contabile pubblica in materia di spese di accertamento». Dunque sono messi al bando gli autovelox i cui costi giornalieri, che divengono incasso per la ditta appaltatrice, lievitano con il crescere del numero delle contravvenzioni. (Ansa)

17 marzo 2010







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Potenza: ritrovati resti umani e oggetti, si pensa appartengano ad Elisa Claps

Corriere della Sera


Rinvenuto probabilmente il corpo della studentessa scomparsa nel 1993 all'età di 16 anni


MILANO - Potremmo essere arrivati alla svolta di un caso che va avanti da quasi 17 anni. Su cui trasmissioni tv come «Chi l'ha visto» (Rai3) hanno avuto il merito di tenere sempre viva l'attenzione. Alcuni resti umani e oggetti, forse appartenuti a Elisa Claps - la ragazza potentina scomparsa, all'età di 16 anni, il 12 settembre 1993 - sono stati trovati dalla polizia nella chiesa della Santissima Trinità, a Potenza.

La chiesa è chiusa, gli ingressi sono presidiati da agenti della polizia: all'interno vi sono magistrati, investigatori e poco fa sono arrivati agenti specializzati della polizia scientifica. Secondo quanto si è appreso, oltre a resti umani (vi è chi parla di un corpo mummificato), sarebbero stati trovati due o tre oggetti, come un orologio e gli occhiali della ragazza scomparsa. La polizia ha già contattato la famiglia Claps, per far riconoscere gli oggetti.

LA STORIA - Dal giorno della scomparsa, di Elisa Claps non si è saputo più nulla: varie volte gli investigatori hanno fatto ricerche e sopralluoghi in varie zone di Potenza (un cantiere delle scale mobili, alcune zone di campagna e di periferia). La chiesa della Trinità è l'ultimo posto dove la studentessa fu vista, quella mattina del settembre 1993, quando scomparve, da un testimone - Danilo Restivo - che poi fu coinvolto nell'inchiesta come indiziato. Restivo, successivamente si è trasferito in Inghilterra, dove è rimasto coinvolto in un'altra inchiesta per la morte di una donna, la sarta Heather Barnett, che abitava nei pressi della sua casa.

IL FRATELLO SUL LUOGO DEL RITROVAMENTO - Gildo Claps - fratello di Elisa, si è recato nella chiesa della Santissima Trinità, a Potenza, dove, come detto, in un sottotetto di una struttura attigua, sono stati trovati resti umani e oggetti che fanno sospettare che si tratti della sorella. Claps è stato fatto entrare da un ingresso laterale, che immette nella canonica della chiesa. Claps non ha parlato con i giornalisti e si è allontanato subito, ma ha confidato ad alcuni amici di non essere sicuro che si tratti dei resti e di oggetti appartenuti a Elisa. Secondo quanto è stato possibile sapere, gli oggetti saranno esaminati di nuovo successivamente, con maggiore calma, proprio da Gildo Claps e da altri parenti di Elisa.

Redazione online
17 marzo 2010








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Cucchi, la commissione Marino: morì prima della tentata rianimazione

Corriere della Sera


La causa della morte: «La disidratazione legata alla sua volontà di richiamare l'attenzione del mondo esterno»


ROMA - La commissione parlamentare di inchiesta sull'efficacia e l'efficienza e l'appropriatezza delle cure prestate a Stefano Cucchi ha approvato all'unanimità la relazione finale. Il ragazzo romano morto il 22 ottobre all'ospedale Pertini di Roma dopo una settimana di agonia, ha probabilmente subito lesioni, ma la causa diretta del decesso è stata la disidratazione, che ha portato a una eccessiva perdita di peso: 10 chili in sei giorni. La relazione che ora sarà trasmessa alla Procura arriverà ora nelle mani del presidente del Senato, Renato Schifani.

I RISULTATI - Ci sono evidenze che rilevano che il decesso di Stefano Cucchi sia avvenuto qualche ora prima del tentativo di rianimazione». Lo afferma il presidente della commissione parlamentare di inchiesta sull'efficienza sanitaria, Ignazio Marino (Pd), al termine della riunione che ha approvato all'unanimità la relazione finale.

MARINO: «RESPONSABILITA' DEI MEDICI» - «Siamo arrivati a conclusioni molto chiare: a Stefano Cucchi, probabilmente, sono state inferte lesioni traumatiche che non sono la causa diretta della morte che è avvenuta per disidratazione legata alla volontà di Cucchi di richiamare su di sè l'attenzione dei suoi legali e del mondo esterno». Così il presidente della commissione parlamentare d'inchiesta in merito alla morte di Stefano Cucchi, Ignazio Marino, ai giornalisti al termine della riunione che ha approvato all'unanimità la relazione finale.

Marino ricorda anche che la morte di Cucchi è dipesa, oltre che dalla disidratazione, anche «all'eccessiva perdita di peso, 10 chili in 6 giorni». Quindi, «a detta dei nostri consulenti sarebbe servito un più attento monitoraggio delle condizioni cliniche». Sulle responsabilità dei medici poi aggiunge: «Ci sono certamente delle responsabilità, il nostro compito è di individuare quali siano state ma nello stesso tempo di invocare una piena e puntuale e completa attuazione di quel decreto del presidente del Consiglio del 2008 che indica con chiarezza che chi si trova in stato di detenzione ha gli stessi diritti alla salute di chi non si trova in quelle condizioni».

IL COMMENTO DELLA SORELLA - «Sono molto soddisfatta perchè la relazione parla chiaro: Stefano è stato vittima di un vero pestaggio. Ora spero che sia riconosciuta la preterintenzionalità delle guardie carcerarie e che la Procura tenga conto di questa relazione». Così Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, commenta la relazione finale della Commissione parlamentare d'inchiesta sull'efficienza del sevizio sanitario nazionale, votata questo pomeriggio all'unanimità. «Sono molto soddisfatta - ribadisce la sorella - perchè la relazione conferma quanto noi abbiamo sostenuto sin dall'inizio, ovvero che le fratture ci sono e che sono recenti e compatibili con un pestaggio. Ora mi auguro - conclude - che la smettano con tutte le varie insinuazioni e che non ricomincino a parlare di altro come ad esempio di una caduta accidentale».

Redazione online
17 marzo 2010








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Pattuglie senza radio ma con lo stereo

Il Tempo


Ricetrasmittenti funzionanti in 200 auto dismesse. Hi-fi in quelle nuove. Vigili urbani costretti ad usare i telefonini per le comunicazioni di servizio. Di Bella: "Meriterebbero il Tapiro d'Oro".


Chiamano la centrale con i loro telefonini, ma in compenso possono ascoltare lo stereo nell'auto di servizio. Un centinaio di vigili urbani hanno la "fortuna" di compiere il loro dovere in strada a suon di musica perché altrettante 100 Grandi Punto acquistate nel 2006 ancora non sono dotate della radio-veicolare di servizio che serve a comunicare con la centrale operativa. Hanno però la sfortuna di dover utilizzare i propri cellulari per far conoscere la loro posizione.

Una questione di sicurezza, anzi di insicurezza, visto che gli impianti stereo installati sulle autovetture, per quanto possano amplificare il suono, non permettono agli agenti di essere rintracciati come assicurerebbe, al contrario, la radio di servizio. Duecento Punto acquistate dal Comune nel 1999 in vista del Giubileo giacciono oggi in depositi e nei parcheggi dei comandi capitolini. Dieci auto per venti Gruppi. Così, più o meno, furono distribuite le Punto nel 1999. Queste vetture sono vecchie e in molti casi inutilizzabili. Hanno fatto il loro tempo. Hanno solcato le vie della Capitale in lungo e in largo. Alcune sono rotte, hanno motori fusi o sono addirittura incidentate.

Non possono essere riparate e finiscono di marcire, di arrugginire, in attesa di una rottamazione. Ma tutte e duecento hanno in comune una parte funzionante, un elemento che potrebbe essere smontato e installato su altre vetture che ne sono prive: la radio-veicolare. Il Tempo ne ha scovate tre, parcheggiate in un lotto d'asfalto compreso tra viale Parioli e gli uffici del II Gruppo. Un'area senza sistemi di videosorveglianza. Quelle tre Punto sono rottami. La muffa ha aggredito addirittura la plastica dei volanti e dei cruscotti.

Sui tappettini e sui sedili sono cresciuti muschi e licheni. Poco male. Ma le radio-trasmittenti, funzionano? Il rappresentante sindacale della polizia municipale Gabriele Di Bella, in forze proprio al II Gruppo Parioli guidato dal Comandante Maurizio Sozi, dice di sì. Ma anche se fossero rotte, la solfa sarebbe la stessa. Passare anni al freddo e all'umidità dell'abitacolo di un'auto posteggiata in un'area non riparata significa condannare le attrezzature elettroniche funzionanti a una fine ingloriosa.
Un vero schiaffo alla miseria se consideriamo che radio di quel tipo, per usi civili, possono costare anche 500 euro l'una.

Ma soprattutto uno spreco se a Roma, in servizio, circolano un centinaio di nuove auto bianche e blu che devono accontentarsi dello stereo cd e dell'impianto Hi-fi di cui le ha dotate "mamma" Fiat. «È chiaro ed evidente - sottolinea Di bella - che siamo di fronte a una forte criticità operativa che non è soltanto un problema di comunicazione tra chi opera sul territorio e chi svolge attività di coordinamento in centrale, ma va a incidere sulla sfera della sicurezza poiché la radio è l'unico sistema di allarme e rilevamento in dotazione alle pattuglie».

«L'ideale sarebbe un sistema nuovo, come il Tetra. Nell'immediatezza, però, sarebbe utile trasferire gli apparati funzionanti di auto e moto in disuso su mezzi che ne sono privi. Spero in un intervento incisivo dell'amministrazione in grado "di far cambiare musica" agli apparati in assenza dei quali c'è il rischio, concreto, di meritare un Tapiro d'Oro».


Matteo Vincenzoni
17/03/2010




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Berlino: nuovo scandalo pedofilia Giochi erotici in convento

Quotidianonet

Spogliarelli e baci insieme ad adolescenti. Bufera sui francescani tedeschi rivelati da un religioso che, insieme a un confratello, organizzava le molestie sessuali

Berlino, 17 marzo 2010 - Lo scandalo della pedofilia investe anche i francescani tedeschi, con due frati di Lingen, nella Bassa Sassonia, che negli anni ‘70 organizzarono un gioco di spogliarello insieme ad adolescenti. Uno dei due francescani ha rivelato all’emittente Norddeutscher Rundfunk che insieme al confratello ed a diversi ragazzi eseguiva il gioco del cosiddetto «Klamotten-Knobel», in cui giocando a dadi chi otteneva il numero maggiore doveva ubriacarsi, spogliarsi o baciare gli altri sulla guancia e sul petto.


Nel frattempo è stato sospeso uno dei due francescani, che attualmente ricopriva la funzione di padre spirituale in un convento, mentre l’altro ha lasciato l’ordine già nel 1993.
Padre Norbert Plogmann, responsabile dell’Ordine dei francescani in Bassa Sassonia, ha definito «irresponsabile» il comportamento dei due confratelli ed ha invitato eventuali vittime di abusi a manifestarsi pubblicamente.

«Dobbiamo stare vicino a queste persone», ha aggiunto, «per vedere se hanno bisogno di aiuto, ma anche per verificare gli effetti prodotti in loro da queste azioni». Casi di molestie sessuali si sono verificati in passato anche nel prestigioso liceo-convitto laico di «Schloss Salem», sul Lago di Costanza, frequentato dai figli dell’elite politico-culturale tedesca.

L’ex direttore dell’istituto, Bernhard Bueb, 72 anni, in carica dal 1974 al 2005, ha dichiarato all’emittente radiofonica pubblica Suedwestfunk che «ci sono state situazioni in cui in cui alcuni studenti si sono rivolti a me o ad altri collaboratori, affermando di essere stati molestati sessualmente». Bueb ha aggiunto che gli insegnanti pedofili vennero licenziati e che lui stesso provvide ad informare la procura. Nella scuola-convitto del Castello di Salem, fondata nel 1920, studiano attualmente 700 adolescenti di entrambi i sessi.

agi





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L'Italia esporta strumenti di tortura

Corriere della Sera 


Vendute 50mila manette che producono scariche elettriche. Nel mirino anche Germania e Repubblica Ceca


ROMA - Anche l'Italia, insieme a Repubblica Ceca la Germania, è tra i Paesi europei che consente il traffico di strumenti di tortura. La denuncia arriva da Amnesty International, che ha stilato un rapporto insieme alla Omega Research Foundation, sui Paesi membri Ue che non riescono ad arginare il commercio di tali strumenti: manganelli arpionati, cuffie da elettroshock, spray chimici, manette con scariche elttriche. Alcune aziende di paesi europei, in particolare Germania e Repubblica Ceca ma anche Italia, traggono profitto da un cono d'ombra giuridico che consente loro di vendere strumenti utilizzati per infliggere torture in almeno nove stati del mondo che utilizzano disumani metodi d'interrogatorio.

L'ITALIA HA ESPORTATO 50MILA MANETTE CON SCARICHE ELETTRICHE -

«Fornitori di attrezzature per l'applicazione della legge in Italia e Spagna» - afferma Amnesty senza indicare nomi, almeno nel testo di sintesi pubblicato sul sito Internet - hanno promosso la vendita di «manette o manicotti» da elettroshock per tormentare detenuti con scariche anche da 50 mila volt. L'Italia è finita nel mirino per la produzione di 50 mila polsini e manette di questo genere.

BANDO EUROPEO - Questi scambi illeciti sono proseguiti anche dopo il varo, nel 2006, di un bando europeo del commercio internazionale di attrezzature progettate per la tortura e i maltrattamenti. In Italia come in altri paesi il traffico avviene, almeno ufficialmente, all'insaputa del governo che, riferisce Amnesty, ha «dichiarato di non essere a conoscenza» di alcun produttore o esportatore attivo in questo campo. In Italia, Finlandia e Belgio però - sempre secondo l'organizzazione per la tutela dei diritti umani - alcune società hanno dichiarato apertamente in interviste sui media o attraverso i propri siti web di fornire articoli messi al bando ma spesso prodotti in altri paesi.

Redazione online
17 marzo 2010






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In pericolo farfalle, coleotteri e libellule

La Stampa

L'Ue lancia l'allarme estinzione per molte specie di questi piccoli animali.
Scatta l'allarme per molte specie europee di farfalle, coleotteri e libellule. A lanciarlo è l'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn) che, in un documento commissionato dall'esecutivo comunitario, rileva che l'attività umana e i cambiamenti climatici stanno avendo un forte impatto sugli ecosistemi di questi animali, con una seria minaccia di estinzione per il 9% delle farfalle, l'11% degli scarabei e il 14% delle libellule.

“Quando si parla di specie a rischio – ha detto Jane Smart, direttore dello Iucn –, la gente tende a pensare a creature più grandi, come il panda o la tigre. Non dobbiamo però dimenticarci che i piccoli animali sono altrettanto importanti per il nostro pianeta e hanno bisogno di urgenti azioni per salvaguardali”.

I più recenti studi rivelano che la popolazione di circa un terzo delle 435 specie di farfalle europee è in declino e che 43 sono già in via d'estinzione. In grave pericolo, ad esempio, la Cavolaia di Madera (nella foto), che non si vede più sull'isola portoghese da una ventina di anni, e la Farfalla macedone, minacciata dalle attività che riducono il sua habitat naturale. “Le farfalle - ha ricordato Smart - svolgono un ruolo fondamentale come impollinatori negli ecosistemi in cui vivono”. 
Per la prima volta l'Unione internazionale per la conservazione della natura ha anche studiato la situazione degli scarabei, evidenziando che, tra le specie che dipendono dal legno, una su dieci è a rischio estinzione in Europa. In particolare, il Limoniscus violaceus (nella foto) è minacciato dallo sfruttamento delle foreste e dalla diminuzione del numero di alberi adulti.

Quanto alle libellule, su 130 specie, ad essere a rischio sono circa il 14%. Delle estati sempre più calde e secche e l'estrazione di acqua per l'irrigazione provocano l'inaridimento delle zone umide dove vivono questi animali. Ciò sta avvenendo un po' in tutta Europa, ma in prevalenza nel sud della Francia, ai piedi delle Alpi e in alcune zone della penisola balcanica.



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Il vescovo tedesco ammette: "La Chiesa ha insabbiato casi di abusi su minori"

Quotidianonet

Monsignor Ackermann ammette: "Doloroso ma vero, dobbiamo prenderne atto.
Dove non c'è stata volontà reale di far luce i rei sono stati solo trasferiti, lì c'è occultamento. Dovremo risarcire"



Berlino 16 marzo 2010 -

"Secondo le informazioni in nostro possesso" la Chiesa ha "nascosto" i casi di pedofilia al suo interno. Lo ha dichiarato il vescovo di Treviri Ackerman, incaricato di fare luce sulla portata dello scandalo, in un’intervista al ‘Rhein Zeitung’.


Secondo il presule "ci sono stati casi in cui non si è voluto fare luce e in cui i violentatori sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che si sono occultati" i casi.


L’inquisitore incaricato di far luce nello scandalo dei preti pedofili in Germania ha ammesso che ‘’la Chiesa cattolica’’ ha ‘’insabbiato’’ i per decenni i casi di abusi sessuali su minori limitandosi a 'spostare' da una diocesi all’altra i sacerdoti rei di questi crimini.


L’ammissione, fatta da Ackermann in un’intervista ad un giornale tedesco, si riferisce implicitamente anche al caso di Peter H., il prete con precedenti di abusi sessuali su minori al centro di un caso che per la prima volta ha sfiorato anche papa Benedetto XVI. Domenica il passato di prete pedofilo aveva raggiunto ‘’H.’’ nella sua chiesa, dove i fedeli lo avevano duramente contestato, oggi il religioso e’ stato sospeso con effetto immediato dall’arcivescovado di Monaco di Baviera e Frisinga.


E, come se non bastasse, al danno si e’ aggiunta anche la pubblica umiliazione, poiche’ una delle sue vittime - un uomo che oggi ha 41 anni - ha raccontato per filo e per segno al tabloid Bild e ai suoi sette milioni di lettori, come il prete abbia abusato sessualmente di lui quando era solo un bambino.


L’incaricato speciale della Conferenza episcopale tedesca per tutte le questioni inerenti agli abusi sessuali, ha ammesso: “In base alle conoscenze che abbiamo attualmente c’è stato un insabbiamento”: “ne dobbiamo prendere atto con dolore - ha aggiunto Ackermann - Dove non c'è stata reale volontà di far luce e i rei sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che in tutta una serie di casi c’‚ stato occultamento”.


Per la Chiesa cattolica tedesca, e’ stata un’altra giornata nera. All’indomani del monito lanciato dal vice presidente del Bundestag, il socialdemocratico Wolfgang Thierse, infatti, sono emersi nel Paese nuovi casi di violenze sessuali e maltrattamenti ai danni di minori commessi negli anni passati. Secondo Thierse, la credibilita’ della Chiesa e’ a rischio e le nuove denunce emerse oggi sembrano confermare la sua analisi.


L’arcivescovado ha reso noto in un comunicato di avere sospeso padre H. - che era stato nominato nel 2008 parroco di Bad Toelz, un comune di circa 17.600 abitanti a pochi chilometri da Monaco - per aver violato il divieto di occuparsi di bimbi e per aver violato il divieto di occuparsi di bimbi e adolescenti. Nello stesso tempo, il suo diretto superiore, Josef Obermaier, ha rassegnato le dimissioni.


Il prete, 62 anni, condannato a 18 mesi di prigione nel 1986 per abusi su minori, era stato trasferito nell’80 dalla diocesi di Essen (Nord Reno-Westfalia) a quella di Monaco quando il Papa era arcivescovo del capoluogo bavarese e di Freising.


Il sacerdote era stato accolto, ‘’al solo scopo di farlo curare’’, aveva precisato nei giorni scorsi una nota della diocesi, ma l’allora vicario generale del capoluogo bavarese, mons. Gerhard Gruber, aveva deciso autonomamente di affidare al religioso un ruolo pastorale in una parrocchia, senza avvertire il suo superiore. Cosi’, le violenze si erano ripetute e, per questo, il religioso era stato condannato.


Oggi, a parlare di quegli abusi, e’ stata una delle sue vittime, Wilfried Fesselmann, di Gelsenkirchen (Ovest). ‘’Avevo undici anni’’, ha raccontato alla Bild: ‘’Dopo un campo estivo, il cappellano invito’ i ‘bambini carini’ a dormire con lui nella casa parrocchiale’’, ha proseguito. Quella sera, ha ricordato, H. ‘’mi diede un Bacardi con la Coca Cola, si tolse i pantaloni e mi costrinse a fare sesso orale’’. Il giovane trascorse la notte nella casa parrocchiale e ‘’la mattina seguente - ha spiegato -, trovai un foglietto in cui c’era scritto: ‘Per favore vai a casa e dimenticati di questo pesto...’’’.


Nuovi casi di violenze su minori sono emersi oggi anche nel Baden-Wuerttemberg (Sud) e nella stessa Baviera, dove il convento benedettino di Sankt Ottilien ha reso noto che numerosi monaci - nel frattempo deceduti - hanno abusato sessualmente di ragazzi negli anni ‘60 ed ha chiesto alle vittime di farsi avanti.


Nel Baden-Wuerttemberg, i sospetti si concentrano su due preti, uno dei quali - che nel frattempo e’ deceduto - per molti anni e’ stato cittadino onorario di Rottenburg, una cittadina del Land. L’altro, che oggi ha 80 anni, avrebbe abusato di almeno un bambino, tra gli anni ‘60 e ‘70. La vittima ha sporto denuncia di recente presso la Procura di Berlino.





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Londra: la casta dei Lord ha le ore contate

di Gaia Cesare

Pronta la riforma della Camera alta: al posto dei nobili 300 nuovi parlamentari. Con un altro schiaffo alla storia: saranno scelti col sistema proporzionale.


Elezioni di maggio: pure il bipartitismo sembra agli sgoccioli






Addio al velluto rosso e agli ermellini bianchi di centinaia di toghe ordinate. Addio a 700 anni di storia e a decenni di ordinaria, democratica, anomalia britannica. Il Labour ci prova di nuovo ma stavolta fa sul serio. Il premier Gordon Brown ha deciso di giocare la grande sfida elettorale del 6 maggio sulla lotta di classe e quale migliore messaggio da lanciare agli elettori se non quello di voler finalmente abolire la Camera dei Lord? La grande incompiuta dei laburisti potrebbe presto compiersi. La riforma da sempre sventolata dal Labour, cominciata da Tony Blair e mai veramente finita, tra qualche giorno farà il grande ingresso nel manifesto elettorale del partito di governo.

L'aula dei privilegi e dell'aristocrazia, quell'unicum politico che fa di Westminster un Parlamento imponente - oltre 1.300 membri, dei quali 704 Lord - ma anche un controsenso - è il solo al mondo con una Camera non eletta - potrebbe presto sparire dalla scena. Lo ha confermato il ministro della Giustizia Jack Straw, regista della riforma che sarà presentata a giorni. 

Addio cariche ereditarie (oggi sono 92) e nomine governative e via libera a un Senato di 300 membri (tra cui donne e minoranze con quote garantite), condizionati da un massimo di tre mandati consecutivi, ma soprattutto scelti dagli elettori, probabilmente col sistema proporzionale al quale negli ultimi tempi anche gli inglesi cominciano a strizzare l'occhio. Il compito della Camera rinnovata? Esaminare le leggi prima dell’entrata in vigore. Con la garanzia di un rinnovamento di un terzo dei componenti ad ogni elezioni generale, sul modello del Senato americano, e il subentro di una lista di non-eletti in caso di morte o grave malattia dei nuovi «pari».

Fine di un'epoca, insomma. Più del folklore degli autobus a due piani, più dei cab - i taxi neri -, più ancora della guida a sinistra e di Sua Maestà la regina, la Camera Alta del Parlamento britannico incarna infatti l'unicità e la stravaganza del sistema inglese. Vescovi e baroni siedono nella stessa Aula che qualche settimana fa ha dato l'ok alla celebrazione delle unioni omosessuali in chiesa. Duchi, visconti e marchesi - che per il loro lavoro non ricevono stipendio ma un rimborso spese - seppur con poteri limitati, influenzano le sorti della politica inglese dall'alto dei loro titoli e del loro background. 

Un esempio di élitismo che per tutto il ventesimo secolo il partito laburista ha tentato di combattere. E che ora, sull'onda dello scandalo delle note spese gonfiate e dello sdegno degli elettori per i costi della politica, Brown e i suoi hanno deciso di cavalcare mettendo gli avversari con le spalle al muro. Sì, perché la mossa sembra studiata per stanare alla vigilia del voto l’élite conservatrice, mettere il leader dei Tory David Cameron, che pure in passato si è detto favorevole alla riforma, di fronte a un pezzo del partito che non intende perdere i suoi privilegi.

Non solo: l’obbligo per gli aspiranti senatori di avere la residenza nel Regno Unito e pagare le tasse al fisco inglese toglierebbe di torno o costringerebbe a venire allo scoperto donatori come Lord Ashcroft, il miliardario vicepresidente dei Tory finito di recente nella bufera dopo la scoperta che, nonostante il suo patrimonio, fosse un «non-dom», cioè non avesse la residenza fiscale nel Regno Unito.

Il primo passo fu di Tony Blair, che nel ’99, dopo l’elezione, decise di eliminare i pari ereditari, con esclusione di 92 ai quali venne concesso di rimanere fino al termine del processo di riforma. Le altre nomine sarebbero state appannaggio del governo. Poi una serie di votazioni da diversi anni a questa parte ha portato alla bocciatura dei successivi tentativi di riforma. Ora il Labour a caccia della rielezione cerca di stanare i Tory: il disegno di legge sarà votato dopo le elezione ma costringerà i Conservatori a esprimersi. E Gordon Brown spera che la lotta di classe sconfigga il nemico. Ma resta un problema: i nuovi senatori sarebbero pagati, anche se meno dei deputati della Camera bassa. E i sudditi di Sua Maestà potrebbero non gradire un Parlamento con altri 300 stipendiati.




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Mafia: arrestato il boss delle stragi del 1993 Mise la bomba ai Georgofili

Quotidianonet


Francesco Tagliavia, ritenuto dagli inquirenti l'esecutore materiale e finanziatore delle stragi di Firenze, Roma e Milano. E' indagato per strage e devastazione in concorso, tra gli altri, con i boss Bagarella, Provenzano, Brusca




FIRENZE, 17 MARZO 2010

Un arresto e perquisizioni in tutta Italia nell'ambito dell'inchieste sulle stragi del 1993. Un'ordinanza di custodia cautelare è stata notificata incarcere a Francesco Tagliavia, 56 anni, nome di spicco del clan Brancaccio e, secondo gli inquirenti 'braccio'  operativo nella fase attuativa dei delitti, gestendo e finaziando le trasferte degli esecutori

Il boss Tagliavia e’ indagato per strage, devastazione, detenzione di un ingente quantitativo di materiale esplosivo, in concorso con altre persone, tra le quali Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, i fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, Matteo Messina Denaro, Bernardo Provenzano, Salvatore Riina e Vittorio Tutino, tutti gia’ condannati per l’inchiesta fiorentina sulla campagna stragista di Cosa nostra in continente, indagini che riguardano le autobombe che esplosero a Firenze, Milano e Roma, rispettivamente il 27 maggio, il 27 luglio e il 28 luglio del 1993 - causando 10 morti, 95 feriti e danni enormi al patrimonio artistico e religioso -, e i falliti attentati a Maurizio Costanzo a Roma (14 maggio 1993), allo stadio Olimpico (23 gennaio 1994) e al pentito Totuccio Contorno a Formello (14 aprile 1994).

Alla nuova ordinanza di custodia cautelare si e’ arrivati dopo oltre due anni di indagini - dirette dalla procura della Repubblica di Firenze e svolte dalla Dia di Firenze in collaborazione con i centri operativi della Direzione investigativa antimafia di Roma e Palermo - che hanno interessato Toscana, Sicilia, Lombardia, Abruzzo, Lazio e Marche. Nel corso dell’operazione sono state eseguite diverse perquisizioni a Palermo, L’Aquila, Padova e Parma, nei confronti di soggetti ‘’del contesto relazionale dell’indagato’’, con la collaborazione dei Centri operativi Dia di Padova, Roma e Palermo e di personale della polizia penitenziaria.
 





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Popolo viola: dopo tre mesi la prima scissione

di Massimiliano Scafi

Sinistra sempre più litigiosa: l’ultimo corteo segna la fine dell’unità dei no-Cav. Bersani e Di Pietro ordinano di non attaccare Napolitano e in 5mila se ne vanno per fondare "Resistenza Viola"


Roma - Dunque: i pervinca di qua, i prugna di là, i lilla a sinistra, i glicini all’estrema sinistra. Si fa presto a dire viola. A soli tre mesi dalla sua nascita, il movimento «no-B day» che con il suo colore trendy ha invaso piazze e web, si è già diviso. A provocare la spaccatura, la manifestazione di Piazza del Popolo e l’ordine arrivato da Pierluigi Bersani e Antonio Di Pietro: non attaccate il capo dello Stato. A questa «imposizione» cinquemila del 250mila aderenti hanno deciso di andarsene e di fondare un nuovo gruppo di duri e puri, Resistenza Viola. 

In fondo, nulla di nuovo a sinistra, affetta, anche in questa sua modernissima espressione telematica, della stravecchia malattia del frazionismo. Fin dall’Ottocento, la storia del socialismo italiano è scandita da scissioni, riunificazioni e liti. Come diceva Pietro Nenni? «Mettete due socialisti in una stanza e vedrete che loro si divideranno o faranno due correnti». E lo stesso morbo ha colpito pesantemente in anni più recenti anche i comunisti: Prc, Pdci, Sel, eccetera. 

E adesso tocca ai viola. Su Facebook i «nuovi resistenti» accusano i vertici viola di essersi un po’ imborghesiti e di aver subito troppo le pressioni dei partiti tradizionali. Soprattutto ai cinquemila non è andato giù «il bavaglio» che è stato imposto durante la manifestazione sulla «legge uguale per tutti» del 27 febbraio, cioè l’ordine di scuderia di non prendersela platealmente in piazza con Giorgio Napolitano, che invece secondo loro non avrebbe dovuto firmare il contestato decreto legge salvaliste e quindi doveva essere adeguatamente contestato. 

Questi, in pillole, i motivi «politici» della defezione e della nascita, rigorosamente sul web, di Resistenza Viola. Poi c’è anche qualche ragione diversa, come il protagonismo giudicato eccessivo del leader del movimento anti-berlusconiano, Giancarlo Mascia, che sui toni del purple si starebbe costruendo una futura carriera: dalla sovraesposizione mediatica al libro edito da Dalai sulla (breve) storia del gruppo fino a un’ipotetica candidatura nell’Italia dei Valori per le elezioni politiche del 2013. 

Sullo sfondo di queste diatribe, secondo alcuni osservatori, si vede l’eterno braccio di ferro tra Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris, che attraverso il popolo viola potrebbe ritentare l’assalto all’Idv. Del resto il serbatoio dei 250mila fa gola a parecchi. Anche a Beppe Grillo, anche forse a Nichi Vendola.




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I certificati? Ora si stampano da casa con il computer

di Redazione

Le lunghe file agli sportelli circoscrizionali per ottenere un certificato anagrafico saranno solo un ricordo per i romani e non solo. Lo sa bene il cittadino di origine cinese che ieri è stato il primo a usufruire del nuovo servizio di rilascio dei certificati emessi dall’amministrazione comunale on line.
A presentare la novità destinata a rivoluzionare le abitudini dei cittadini c’era in Campidoglio il sindaco Gianni Alemanno, il vicesindaco Mauro Cutrufo, l’assessore ai Servizi tecnologici Enrico Cavallari.

I cittadini potranno comodamente da casa richiedere e stampare dal sito www.comune.roma.it sedici tipi di certificati, tra cui quello di Cittadinanza, Godimento dei diritti politici, Matrimonio, Nascita, Residenza, Stato civile, Stato di famiglia, Stato libero.

«Dobbiamo puntare - ha detto il primo cittadino, che su un pc del Comune ha chiesto un certificato al termine della presentazione - a un’amministrazione che sia un esempio e che non arrivi dopo ciò che è ormai consuetudine nelle case, ovvero l’utilizzo di internet. Con questo servizio, che siamo tra i primi comuni a dare, passiamo da un’amministrazione “davanti allo sportello” a una che entra nelle case dei cittadini e consente di risparmiare tempo tutelando anche l’ambiente grazie all’impatto positivo sulla mobilità».

Nel 2009 sono stati rilasciati dagli uffici del Comune 1.713.000 certificati anagrafici. Il timbro e la firma, entrambi digitali, apposti su ogni certificato rendono i documenti autentici e immediatamente utilizzabili. Il pagamento dei diritti di segreteria o dell’eventuale bollo avviene con carta di credito. A pagamento confermato viene generato il file Pdf del certificato con la firma olografa del sindaco. L’assessore Cavallari ha sottolineato che «questo servizio diventerà un punto di forza della città». Niente più ore di attesa in municipio, numeretti ed eventuali liti con chi sorpassa la fila facendo il furbo.

Chi vuole i certificati, con o senza bollo, deve registrarsi su www.comune.roma.it per ricevere a domicilio la password di accesso. Lo ricorda anche l’assessore ai Servizi tecnologici e Reti informatiche Enrico Cavallari, che ieri ha inaugurato il servizio insieme ad Alemanno.

«Da oggi in poi saranno i documenti a spostarsi, non le persone - ha sottolineato l’assessore -. Dopo mesi di lavoro in collaborazione con i ministeri dell’Interno e della Funzione Pubblica, e una prima fase di test - ha sottolineato - finalmente diamo il via ad un servizio assolutamente innovativo». «Oltre ad eliminare le code agli sportelli - continua Cavallari - la novità avrà un impatto notevole sulla quotidianità permettendo ai cittadini di recuperare tempo ed evitare i disagi dovuti allo spostamento, riducendo il traffico a vantaggio di un miglioramento della mobilità: basti considerare che i quasi due milioni di certificati che il Campidoglio emette annualmente potranno essere erogati senza che nessuno si muova da casa. E c’è di più - conclude - i nostri utenti potranno pagare i certificati via web con carta di credito in tutta sicurezza».


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Intercettazioni: cosa ha detto Silvio al telefono

di Redazione

Nel fascicolo della procura di Trani le 18 intercettazioni di Berlusconi.


Le "minacce" al commissario di Agcom Innocenzi? Prima si lamenta del mancato intervento su Annozero ("Fate schifo"). E poi confida all’amico i guai con Veronica. 

Ecco le telefonate di Silvio / di Alessandro Sallusti


Gian Marco Chiocci
- Massimo Malpica

Quarantadue pagine esplosive. La richiesta al gip di chiedere alla Camera dei deputati l’utilizzazione delle telefonate del premier è firmata in calce dal pm di Trani, Michele Ruggiero. Nel documento è riassunta l’intera inchiesta sulla «card revolving» che anziché restare circoscritta a una truffa di carte di credito s’è allargata incredibilmente, telefonata dopo telefonata, fino a catturare la voce del presidente del Consiglio. Poi indagato con accuse surreali. Ecco i passi salienti del documento dove sono contenute le famose «diciotto telefonate» del capo del governo

SI RICHIEDE L’UTILIZZO DELLE TELEFONATE DEL PREMIER

«Il pubblico ministero - si legge nell’atto depositato in procura - chiede la distruzione di alcune telefonate “irrilevanti” ai fini dell’indagine in oggetto, di altre invece, segnatamente di quelle cui ha preso parte l’onorevole Silvio Berlusconi, chiede l’autorizzazione all’utilizzo». Seguono gli articoli del codice inerenti la trasmissione degli atti. Il documento della Procura, ovvero la richiesta di utilizzo delle telefonate del premier, si conclude con la postilla dell’invio degli atti sulle intercettazioni «alla Camera di appartenenza dell’onorevole Silvio Berlusconi giacché penalmente rilevanti. Quanto agli atti dei parlamentari (...) sono depositati per sette giorni dalla data di notifica, le parti poi hanno facoltà di esaminare l’ascolto delle telefonate»

DA MILLS A SPATUZZA: «INIBIRE LA MESSA IN ONDA»

Quanto alle motivazioni tecnico-giuridiche che sono alla base della richiesta di utilizzazione delle telefonate del premier con riguardo alle puntate di Annozero dedicate a Mills e Spatuzza, la procura di Trani si sofferma sull’attività del premier che «costringeva o induceva i suoi uomini ad adoperarsi per inibire la messa in onda» sia della puntata dedicata all’avvocato inglese sia di quella incentrata sulle dichiarazioni del pentito mafioso del processo Dell’Utri. Prima telefonata. Berlusconi insiste con Innocenzi: «Ma giovedì c’è ancora Spatuzza. E fanno il processo a me, non a lui, come appartenente alla mafia. Allora se voi non riuscite a fare questa roba qua, allora non lo so proprio io...».

«MASTELLA È CON ME L’ALTRO È AMICO DI FINI»

Innocenzi prova a metterci una pezza. Berlusconi è irremovibile: «Ma che cazzo state a fare tutti quanti, ma che non lo sapete che mi ha fatto un culo che non finiva più». Il membro dell’Agcom prova a spiegare. Precisa, puntualizza, dice a Berlusconi che su Spatuzza si è personalmente attivato per abbozzare un ricorso «come informativa, allora, tutti e quattro: Savarese, Mannoni io e Napoli, a parte Magri (tutti componenti dell’Agcom, ndr) siamo d’accordo, salvo che domani non mi brucino, per fare casino all’interno del Consiglio, staremo a vedere...».

Innocenzi dice di più. «Sai presidente, anche Napoli è d’accordo poiché lui aveva vissuto la vicenda di Clemente (Mastella, ndr) quindi...». Berlusconi non lo fa finire: «Napoli da dove arriva?, da Mastella?». «Sì, da lì, da Napoli» biascica Innocenzi. Berlusconi irrompe: «Mastella adesso è totalmente con me... e con Napoli avete la maggioranza senza Magris». Innocenzi finalmente sospira. E dice: «Diciamo che al momento c’è Mannoni, poi Savarese che era amico di Fini, però questa... è più amico adesso di Maurizio Gasparri...».

LE CHIAMATE ALL’AGCOM «ENTRIAMO IN GUERRA»

Una decina le telefonate intercettate sull’utenza di Innocenzi (Agcom) mentre parla con Silvio Berlusconi e con Mauro Masi, direttore generale della Rai. Il premier è arrabbiatissimo per l’andazzo a senso unico di Annozero, trasmissione calibrata per farlo a pezzi. Non ne può più di finire nel tritacarne mediatico. Per questo è durissimo con l’Agcom che a suo avviso non fa niente per interrompere questo gioco al massacro: «Fate schifo»,

«Siete una barzelletta», «che cazzo di organismo siete e che ci state a fare». Sempre a proposito di Annozero, Berlusconi è categorico: «Non ne posso più, davvero, fate qualcosa». «Bisogna chiudere tutto». «Quello che adesso bisogna concertare è che l’azione vostra sia un’azione che consenta... insomma... che sia da stimolo alla Rai per dire: chiudiamo tutto». Ancora Berlusconi all’indirizzo di Innocenzi: «Fai un casino della Madonna, fai dichiarazioni pubbliche, dici, tipo, “questa autorità qui fa schifo, mi vergogno di appartenere ad una autorità che non decide niente” (...).

Adesso faccio una telefonata di fuoco al presidente dell’Authority...». E di seguito: «Mi raccomando perché adesso entriamo in una zona di guerra, veramente brutta». Innocenzi quasi lo interrompe: «Non è più possibile che questo qui faccia quel cazzo che gli pare veramente...». Alla fine, stanco, Innocenzi si arrende: «Al di là del rapporto di amicizia (con Silvio Berlusconi, ndr) con te, non è più possibile». Berlusconi va giù duro: «Sì, questo non è mica servizio pubblico... è l’unico servizio pubblico al mondo che fa queste cose». Nell’ennesima telefonata Innocenzi si sfoga di getto: «Il problema è Ghedini che rompe il cazzo, quell’altro, Bonaiuti, che è una roba che monta...».

«STAI ATTENTO, SECONDO ME CALABRÒ È INTERCETTATO»

In un’altra telefonata fra Berlusconi e Innocenzi, il primo esterna una sua idea, una sensazione: «Stai attento a parlare con Calabrò (Corrado, presidente dell’Agcom, ndr) perché ci sono voci, sai, non so se siano vere, che è sotto intercettazione». Innocenzi risponde che anche lui, forse, ha il telefono controllato. «Non sai che è successo a me. Ieri sera mi è arrivata una strana telefonata sul mio cellulare, arrivava da “anonimo”. Ho fatto controllare, non risulta... si tratta di un numero inesistente, è che sai, è una maniera, mi hanno detto, di chi intercetta per verificare se si sta intercettando».

MASI SU SANTORO: «SE FA LA PIPÌ FUORI DAL VASO...»

Sempre sul telefono di Innocenzi arriva una telefonata trafelata di Masi che gli dice che ha parlato con Santoro «che mi ha assicurato che farà una trasmissione equilibrata». Sempre Masi ricorda al suo interlocutore «che con la D’Addario c’era spazio e modo per potere intervenire mille volte, e non l’abbiamo fatto, non è stato fatto e ci troviamo adesso questa roba qui, l’unica cosa che può servire veramente e che se lui (Santoro, ndr) fa la pipì fuori dal vaso stasera...».

Per il pm di Trani, intorno ad Annozero, si verificano in continuazione «grandi manovre con coinvolgimenti ai massimi livelli da parte del commissario Agcom che, ormai esasperato par arrivare al presidente Calabrò (che sembra resistere alle pressioni esterne) si affida alla mediazione del sottosegretario Gianni Letta il quale dal canto proprio promette ad Innocenzi di attivarsi e cercare il presidente Calabrò».

«MI HA FATTO UN CULO CHE NON FINIVA PIÙ»

In altre telefonate Innocenzi si confida con Masi: «Aho, quello (Berlusconi, ndr) mi ha fatto un culo che non finiva più». Il concetto, Innocenzi, lo ripete anche a suo figlio: «Berlusconi mi manda a fare in culo ogni tre ore». Masi, nel frattempo, studia il da farsi su Annozero: «Il problema è che Santoro... è un problema tutto particolare, non è uno così, sta lì da 20 anni». E a proposito della sua attività alla Rai, Masi rincara: «Stiamo aggiustando tutto, in Rai. Stiamo facendo tutto il possibile, abbiamo mandato via Ruffini».

L’ASSEGNO A VERONICA «SONO 45 MILIONI L’ANNO!»

A margine delle telefonate con la voce del presidente del Consiglio il Pm mette anche alcune conversazioni inerenti la situazioni personali di Berlusconi. Il riferimento è alla separazione con la moglie Veronica Lario, di cui Berlusconi fa cenno in una chiacchierata con Innocenzi che conosce personalmente da oltre trent’anni. Altro che concusso e corruttore. Berlusconi si lascia andare con quella che per i pm di Trani è la sua vittima sacrificale. È amareggiato, il premier. Si sente attaccato da tutte le parti, specie sotto il profilo patrimoniale. C’è la questione di Veronica Lario, e c’è l’incredibile sentenza del giudice Mesiano che ha condannato la Finivest a una cifra iperbolica. Berlusconi parla del mantenimento mensile da 3 milioni e 600mila euro al mese, pari a 45 milioni l’anno, «che sono 90 miliardi di lire», «e siccome l’avvocato è amico del giudice» non è certo una bella situazione.





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Le telecamere di Google fuori dalle strade di Gomorra

Corriere della Sera




Fotografati i quartieri di Napoli per il servizio «Street View», non le vie dello spaccio a Scampia  Le telecamere di Google fuori dalle strade di Gomorra Fotografati i quartieri di Napoli per il servizio «Street View», non le vie dello spaccio a Scampia



Il quartiere di Scampia su Google Maps: le strade non sono evidenziate, significa che non è possibile attivare il servizio 'Street View'

NAPOLI — Sullo schermo del pc si possono vedere — e avere quasi la sensazione di essere lì — le strade del Bronx e le banlieue parigine, il Red light district di Amsterdam e il Tepito, roccaforte degli spacciatori di Città del Messico. Ma non Scampia, quartiere di Napoli, Italia. Come Medellin, patria dei narcos colombiani, la casbah di Algeri e le favelas di Rio, anche il rione 167 — quello dei palazzoni orrendi, del traffico di droga a ogni ora e della faida tra i Di Lauro e gli scissionisti che è stata l’ultima guerra di camorra a Napoli — è fuori dalla mappatura di Google Street View, il servizio offerto dal più grande motore di ricerca della Rete che ha messo il mondo a portata di mouse.

Non è dato sapere il perché. Da Google Italia non arriva una spiegazione precisa. Una portavoce ammette che «a volte le nostre auto non entrano in zone dove le strade sono particolarmente strette», ma questo non è il caso di Scampia, dove ci sono forse le vie più larghe di Napoli. Altre ipotesi non ne vengono fatte: «Il servizio è curato dalla struttura internazionale, dobbiamo chiedere a loro. Servirà qualche giorno». Sapremo, dunque, quando sarà il momento, anche se da chi vive nel tempo reale di internet ci si sarebbe aspettati una risposta immediata o quasi. Intanto Google Map è lì, e resta la stranezza dell’intera zona circostante coperta da Street View, e Scampia in mezzo come un’isola oscurata. Le immagini dal satellite ci sono, si riconoscono le «vele», la famigerata via Baku, teatro di una infinità di agguati, i tetti delle «case dei puffi», palazzi dipinti di celeste dove si trovano più spacciatori che abitanti. Ma le immagini a livello strada si fermano da un lato in via Fratelli Cervi e dall’altro in via Labriola, posti dove pure la polizia fa arresti in continuazione, ma ancora ai margini rispetto al degrado del rione.


Senza una spiegazione ufficiale si possono avanzare ipotesi. Si potrebbe pensare, per esempio, che i clan della zona non avessero piacere di veder circolare nel quartiere una macchina che fotografa tutto per metterlo poi in Rete, e che si siano quindi mossi per impedirlo, magari avvicinando autista e operatore e convincendoli a girare alla larga. Ma una rapida verifica in commissariato lo farebbe escludere: nessuno di Google ha mai denunciato intimidazioni, né risulta che qualcuno abbia chiesto l'accompagnamento di una volante, come capita abitualmente per troupe televisive sia italiane che straniere. Un'altra cosa che verrebbe da pensare è che gli inviati di Google possano aver preferito evitare quella zona, anche senza che nessuno li minacciasse, giustamente preoccupati dalla pessima fama di cui gode Scampia. Ma pure questo ragionamento vale fino a un certo punto, perché in quartieri come lo Zen o Brancaccio a Palermo, il servizio di Street View funziona, e se non c'è a Bari Vecchia, lì può essere davvero perché le strade sono troppo strette. Quindi il discorso torna solo su Scampia. E sull'occasione persa (almeno finora) di far vedere in Rete questo quartiere che comunque non è l’inferno in terra: è pieno di criminali, sì, ma anche di gente per bene e di parrocchie e di scuole dove si lavora ogni giorno anche più e meglio che in tanti altri quartieri di Napoli. Fulvio Bufi
17 marzo 2010



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Mi minacciava: sono il tuo padrone Stai qui o la mamma ti riporta in Africa»

Corriere della Sera


Le testimonianze: «Restavo paralizzata, lui diceva che nel tempo mi sarei abituata»



I racconti delle vittime. «Mi minacciava: sono il tuo padrone. Stai qui o la mamma ti riporta in Africa»Le testimonianze: «Restavo paralizzata, lui diceva che nel tempo mi sarei abituata»



Danilo Speranza
Danilo Speranza
ROMA Hanno vissuto gli stessi abusi. Lo stesso incubo. Come sorelle. Oggi una ha 17 anni, figlia di un’immigrata marocchina, l’altra 16, ma all’epoca dei fatti, il 2006, erano molto più piccole. Vittime dello «zio Danilo», in una sede dell’associazione a Mazzano Romano. I loro racconti mettono i brividi. «Mi toccava il seno—ricorda la prima —, io restavo paralizzata, non capivo cosa stava accadendo. Lui mi diceva di stare tranquilla, perché era il mio padrone e non mi avrebbe fatto male, anzi mi avrebbe fatto stare bene». E ancora: «Tentavo di sottrarmi, ma ero bloccata dal suo peso, non riuscivo a parlare.

Quando tutto è finito, ho pianto chiusa nella mia stanza». Per il gip Cecilia Angrisano una delle ragazze ha raccontato «del ruolo di severo educatore che "zio Danilo" aveva avuto nella sua vita, fin dalla più tenera infanzia, con legittimazione anche a impartirle punizioni corporali e la pretesa che gli riferisse tutto ciò che pensava e faceva, e di come quando era undicenne, e aveva iniziato ad avere le mestruazioni, aveva preteso che si confessasse con lui, avviando conversazioni private sul sesso». «Mi diceva—racconta ancora la diciassettenne—"Se non vieni da me stanotte, tua madre ti riporta in Africa". Ero spaventata e irrigidita, una sera di fine agosto 2006, quando sono entrata nella sua stanza. Lui si è arrabbiato, perché diceva che dovevo stare tranquilla. "Continua così - ripeteva - aspettiamo un po’ di tempo, vedrai che poi per te sarà una cosa normale"».

Violenze sessuali e fisiche. Come quando la sedicenne è stata schiaffeggiata dal guru davanti a sua madre perché aveva avuto «un’esperienza sessuale con un coetaneo». Per riparare doveva sottoporsi all’«esperimento unico» per modificare il suo «karma». Abusi subiti anche proprio dalla madre della marocchina, che nel 2004 ha raccontato di aver avuto rapporti con Speranza nella sua casa «vicino alla Centrale del Latte». Ma alle sue resistenze, in auto, si era sentita rispondere dal guru: «Se non cedi, resterai per sempre araba».

Le storie delle due ragazze si intrecciano pure l’anno successivo. Una capisce che anche l’altra viene violentata: «Avevo cominciato a sospettare ciò durante le vacanze, perché sul pigiama che la mia amica indossava al mare sentivo l’odore tipico di Danilo, facilmente riconoscibile e a me sgradito, in quanto non lavandosi quasi mai e usando anche profumi intensi di erboristeria, è particolarmente forte». Le ragazze dovevano mantenere il segreto oppure il guru «le avrebbe cancellate dall’universo». Alla fine, però, le giovani vittime si sono ribellate, al punto che lo stesso Speranza, ormai consapevole di essere sotto inchiesta, ha cercato di convincerle a ritirare la denuncia. Senza sapere che la sedicenne aveva un registratore nascosto sotto i vestiti: «La storia è andata avanti tre anni —diceva il guru —ma il karma non esiste in questa cultura: se stavamo in India allora poteva pure essere che c’era un discorso che se poteva fa’, anche perché lì le ragazze se sposano appena te vengono le mestruazioni, purtroppo siamo in Italia e devi arriva’ a 18 anni». Parole, e anche sms, cadute nel vuoto.

Rinaldo Frigani
17 marzo 2010




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