martedì 16 marzo 2010

Australia, ecco la prima persona al mondo che ufficialmente non è nè uomo nè donna Guarda il suo video: 'Chose freedom'

Quotidianonet


Norrie May Welby è nato uomo 48 anni fa e ha cambiato sesso, diventando donna nel 1990 a 28 anni.
Ma non era felice: e ora sui documenti è stato dichiarato "senza sesso specifico"




Video


Londra, 16 marzo 2010

Norrie May Welby è la prima persona al mondo dichiarata ufficialmente nè uomo nè donna. A raccontarne la storia è il quotidiano britannico ‘Telegraph’, spiegando che Norrie è nato uomo 48 anni fa nella contea di Renfrewshire, in Gran Bretagna, si è trasferitosi all’età di 7 anni in Australia e ha cambiato sesso, diventando donna nel 1990 a 28 anni.

Ma anche con un corpo femminile
May-Welby non era felice, si legge, e ora raggiunti i 48 anni è stato dichiarato ufficialmente una persona «senza sesso specifico».

Dopo l’esame di diversi medici, nessuno è stato in grado di specificare il sesso di Norrie; così il certificato di nascita originario, stilato in Gran Bretagna, è stato modificato e, alla casella ‘sesso' c’è scritto «neutro». «Il concetto di uomo o donna non fa per me. La soluzione più semplice è non avere identificazione di tipo sessuale», ha commentato May-Welby.
 





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Sparano' patate con cannoncino copiato da internet Denunciati due giovani

Il Resto del Carlino


Fortunatamente è intervenuta la polizia provinciale: lo strumento rudimentale rischiava di scoppiare da un momento all'altro






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Caso Orlandi, stessi identikit per Mirella ed Emanuela

Il Tempo

La procura vuole accertare collegamenti tra i due sequestri. Gli indagati per la scomparsa della cittadina vaticana corrispondono alle descrizione fatte dalla mamma della Gregori.


La sparizione di Mirella Gregori collegata a quella di Emanuela Orlandi. Qualcosa di più di un'ipotesi investigativa che il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto vogliono accertare. Mirella Gregori è la ragazza scomparsa il 7 maggio del 1983, 46 giorni prima della cittadina vaticana, le cui tracce si sono perse il 22 giugno dello stesso anno.

In particolare chi indaga vuole accertare se siano le stesse persone responsabili dell'allontanamento forzato di entrambe le ragazze, ossia se anche dietro la scomparsa della Gregori vi siano persone «vicine» alla banda della Magliana. Ciò anche al fine di delineare i moventi di queste due scomparse. L'elemento determinante è quello degli identikit. Infatti, le persone oggi indagate per il sequestro di Emanuela Or

landi corrispondono a due degli identikit disegnati in base alle descrizioni della mamma di Mirella Gregori. Persone che la donna, il giorno prima della scomparsa della figlia, aveva visto fermarsi nel suo bar. Quegli identikit combaciano con quelli realizzati in base alle testimonianze degli amici di Emanuela Orlandi. Già nel corso degli anni i casi Orlandi-Gregori erano stati affiancati.

Tra gli elementi che avevano portato a tale ipotesi, il fatto che la Gregori avesse intrecciato una relazione con una persona dei servizi di sicurezza del Vaticano e una telefonata, ricevuta al bar in via Volturno della famiglia di Mirella, fatta da un uomo la cui voce sarebbe stata simile a quella che aveva chiamato a casa Orlandi.

Per il sequestro di Emanuela è stato ipotizzato il reato di sequestro di persona con l'aggravante della morte dell'ostaggio e della sua minore età nei riguardi di Sergio Virtù, Angelo Cassani Gianfranco Cerboni. Personaggi legati, secondo quanto è emerso dalle indagini, a Renatino De Pedis, uno dei capi della Banda della Magliana, ma non direttamente riconducibili a quest'ultima.

Ieri sera Angelo Cassani, è apparso nella trasmissione «Chi l'ha visto?», dove ha negato con veemenza di avere responsabilità nel rapimento della giovane cittadina vaticana. Ma il volto di Cassani corrisponderebbe agli identikit fatti all'epoca della scomparsa delle due giovani. In particolare proprio lui assomiglia a quello tracciato dalla mamma di Mirella.

I due casi furono uniti anche negli appelli di Giovanni Paolo II. All'Angelus del 28 agosto 1983 il Papa, fece un appello affinché «coloro che dicono di trattenere quegli esseri innocenti e indifesi li liberino». Qualche giorno dopo questo appello, il fidanzato della sorella di Mirella Gregori ha risposto a una telefonata arrivata al bar di famiglia nella quale qualcuno gli ha dettato l'elenco esatto di ciò che indossava Mirella al momento della scomparsa.

Inoltre, emerse che la ragazza, cittadina italiana, era stata scelta per il rapimento nel corso di un'udienza papale alla quale aveva partecipato con la sua scuola. Si è, poi, scoperto che la foto del Papa e della giovane era stata a lungo esposta nella bacheca dell'Osservatore Romano, all'interno del Vaticano.

Maurizio Piccirilli
16/03/2010




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Un cane "fantasma" abbaia di notte Tribunale: "Si faccia seduta spiritica"

di Redazione

Gli abitanti di Pregnana Milanese da anni sentono abbaiare il fantasma di un cane morto nel '45. Il Tribunale degli animali convoca una medium





Milano - Una storia a metà strada tra la commedia e il film horror. Misteriosi latrati squarciano le fredde notti senza luna. Abbastanza per infastidire alcune famiglie di Pregnana Milanese che sono ricorse al Tribunale degli Animali di AIDAA. Fin qui nulla di strano, se non fosse che il cane imputato dei rumori molesti sarebbe Fufi, morto sotto le bombe alleate più di sessant'anni fa, il 19 aprile del 1945. Un cane fantasma, quindi.

E il tribunale chiama un medium E siamo ancora nel verosimile, ai limiti della leggenda metropolitana. Ma il Tribunale degli Animali ha preso molto sul serio la questione e ha deciso di fissare per il prossimo 19 aprile (giorno dell’anniversario della morte dell’animale) una seduta spiritica. Alcuni anni fa il cortile che ospitò Fufi fu abbattuto per far posto ad alcune palazzine e a una nuova piazza. Una mancanza di rispetto nei confronti del vendicativo quadrupede che avrebbe deciso di vendicarsi molestando il sonno degli abitanti della zona.


A caccia di fantasmi Da allora, nelle fosche notti senza Luna, si sono innalzati strazianti latrati. Da qui la decisione di indire la prima seduta spiritica per evocare il fantasma di un cane e per stabilire questo contatto AIDAA ha dato mandato a una medium che avrà il compito di verificare se i latrati di cui si lamentano i cittadini sono originati dal fantasma oppure se non siano latrati occasionali di altri cani che vivono nella zona




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Via Poma, un testimone raccontò: «Un giovane balordo uscì dagli uffici»

Corriere della Sera


Il verbale letto in aula dal Pm. Prossima udienza sull'omicidio di Simonetta Casaroni il 7 aprile




ROMA - Intorno alle 16 del 7 agosto un giovane «con fare un po’ balordo» chiese dove fossero gli uffici dell’Aiag, dove fu uccisa Simonetta Cesaroni. A ricordare la testimonianza, resa all'epoca delle indagini dal colonnello dei carabinieri Giovanni Danese (ormai deceduto), che abitava nell’edificio di via Poma, è stato il pm Ilaria Calò, nel corso del processo che vede imputato per l’omicidio della giovane, il fidanzato di allora della ragazza, Raniero Busco. Davanti alla III Corte d'assise, presieduta da Evelina Canale, il magistrato ha letto in aula il verbale riassuntivo della deposizione, resa il 13 agosto del ’90.

IL RACCONTO - «Scesi in strada verso le 16. Dopo un po’ fui avvicinato da un giovane con fare un po’ balordo che mi chiese dove si trovasse l’ufficio degli ostelli della gioventù. Non sapendo dove fossero gli indicai la sede della circoscrizione, che è di fronte. Ma lui insistette dicendo che la sede dell’Aiag si trovava in via Poma 2. A quel punto gli indicai la guardiola del portiere. «Dopo circa 15 minuti lo vidi andar via, senza salutare - ha continuato nella lettura del documento di Danese, il pm Calò - Non aveva nulla in mano. Prese una Peugeot 505, metallizzata, vecchio tipo. Avrà avuto sui 25-30 anni, alto 1.72 circa, capelli castani, occhiali da vista tartarugati, aspetto distinto, nessun neo o tatuaggio».

GLI ALTRI TESTI - Il pubblico ministero ha dato lettura anche di altre deposizioni di testi che nel corso degli anni sono decedute. Tra cui quella della giornalista del Messaggero Mariella Regoli che intervistò l’architetto Cesare Valle, rispetto ad alcuni spostamenti compiuti la sera del delitto da Pietrino Vanacore. In base a quanto riportato nell’articolo il professionista ha spiegato che la moglie del portiere telefonò per cercare il consorte. Ciò avvenne intorno alle 23. «Vanacore non era da me, non era in casa sua, forse era per le scale».

Più avanti Valle spiegò, sempre alla cronista del quotidiano romano, che lo «faceva diventare matto la successione dei tempi». Mentre nel verbale reso agli agenti e al pm di allora, Valle disse che la signora Giuseppa De Luca si era recata da lui per cercare il marito. L’architetto ammetteva anche di sentirsi responsabile per il fatto che con le sue parole aveva di fatto indicato un’ora di "buco" nell’alibi di Vanacore, tra le 22,30 e le 23,30 di quel 7 agosto. «Lui, quando arrivò la moglie, aveva un atteggiamento sollecito, ma con grande spirito di collaborazione verso la polizia. La signora gli disse: ’vieni, vieni, non sai cosa è successo’. Lui era di spalle. Io non lo potevo vedere».

Redazione online
16 marzo 2010



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Struprava le madri e i bambini" Arrestato il guru della setta Maya

La Stampa

Danilo Speranza, 62 anni, capo di un gruppo con 1000 adepti risponde di violenze e truffa



ROMA

Abusava sessualmente di bimbe di 10-12 anni e delle loro madri e otteneva denaro con l’inganno. Per questo Danilo Speranza, 62 anni, romano, "guru" della setta Maya, con mille adepti, è stato arrestato dagli agenti della polizia municipale di Roma dell’VIII Gruppo diretto dal comandante Antonio Di Maggio. Deve rispondere di violenza sessuale e truffa aggravata. Dalle indagini è emerso anche il tentativo di Speranza di accreditarsi tra associazioni islamiche di musulmani con sedi prima Napoli poi a Roma.

L’uomo convinceva anche le madri ad affidare ad altre famiglie i propri figli e si faceva intestare contratti di negozi grazie alla copertura della comunità new age "Re Maya" da lui fondata negli anni ’80 per corsi di yoga e filosofia e per la disintossicazione dalla droga. La sede principale della setta è a san Lorenzo, a Roma.

Danilo Speranza, è stato arrestato in zona Montesacro in uno dei luoghi di sua frequentazione: è accusato di violenza sessuale anche su minori, truffa aggravata e false dichiarazioni all’autorità giudiziaria ma rischia anche l’accusa di riduzione in schiavitù. L’ordine di arresto è partito del Procuratore capo di Tivoli Luigi De Ficchy, che con i due pm Maria Teresa Pena e Stefania Stefania ha accolto la richiesta del gip Cecilia Angrisano.



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Lo zapping del Cav: insultato in diretta sette giorni su sette

di Paola Setti


«Sua Emittenza», lo chiamavano quando ancora non era alternativamente «il piduista», «Nerone», «Benito», e via così come da repertorio di Antonio Di Pietro, Marco Travaglio e compagni(a) insultante. Che contrappasso allora, che Sua Emittenza sia costretto a spegnere la televisione. Invano fra l’altro, visto che quando decide di non guardarla qualche solerte collaboratore subito si premura di avvertirlo: «Presidente, ha visto che la stanno attaccando in tv?».

E poi dice che uno sbotta in un poco diplomatico: ora basta! Bisogna immaginarselo lo zapping del Cavaliere. Nemmeno la domenica si cheta. Anzi, la domenica è proprio una giornataccia, c’è di che farsi andare di traverso tutti i pasti. A pranzo c’è Lucia Annunziata. Ha a disposizione giusto Mezz’ora, ma tanto le basta. Memorabili sono rimaste due apparizioni di Massimo D’Alema, che nella prima definiva il Cavaliere «dimezzato» nonché «arrogante e incapace», nella seconda profetizzava le ormai famose «scosse» che, ogni tanto nel fiume un cadavere passa, poi gli si sono ritorte contro. Ma, più del politico poté lo scrittore, alla storia del giornalismo contra personam passerà anche l’intervista ad Antonio Tabucchi, che accostando il berlusconismo agli «ismi» di Franco e di Stalin, tanto per mantenere toni soft, si dilungò sull’anomalia di un «presidente del Consiglio che si è scambiato con lo Stato» buttando lì che le sue sono alleanze con «partiti di ispirazione neonazista».

Ma il meglio arriva la sera. Mentre ceni c’è Fabio Fazio: da sinistra lo attaccano perché non è abbastanza coraggiosamente antiberlusconiano, «maestro del “paraculismo d’essai”» lo ha definito MicroMega, ma intanto è a Che tempo che fa che Gianfranco Fini ha lanciato una delle bordate più potenti, definendo il Pdl una caserma e ribadendo l’ormai celebre fuorionda del premier che «confonde la leadership con la monarchia assoluta».

Subito dopo c’è Parla con me, e lì serve l’Alkaseltzer. Sul divano rosso negli ultimi mesi è stata un’escalation, dallo Scalfaro del «Berlusconi desidera il potere e vuole pochi controlli» allo Scalfari dell’avviso agli italiani: il «Caimano» vuol passare «da una Repubblica parlamentare a una Repubblica autoritaria», e stia attenta Serena Dandini, «non vorrei che la sua trasmissione fosse a rischio». Per chi se la fosse persa, la puntata verrà ritrasmessa stasera, repetita iuvant soprattutto in tempi roventi come questi.

Che sia giornalismo o satira, da Giovanni Floris ad Ascanio Celestini l’assioma è sempre lo stesso: se non sei con noi sei con «lui». Per un semplice sillogismo poi, tutto ciò che riguarda «i suoi» è colpa «sua». Qui il maestro è Michele Santoro, ogni giovedì delle due l’una: o te ne vai al cinema oppure assisti al tuo processo in diretta ad Annozero. Pescando random. Si parla di criminalità in Campania? Magicamente il discorso vira sulla riforma della Giustizia, ospite casuale Di Pietro che individua «il vero problema del paese: Berlusconi», rappresentante in studio per il contraddittorio Fabio Granata, un finiano che in quanto tale sul tema resta freddino.

Puntata sulla mafia? Se non si può citare Berlusconi basta tirare dentro uno dei suoi, Marcello Dell’Utri per dire, l’attendibilità del pentito Nino Giuffrè che lo accusa di essere il punto di riferimento dei clan sarà pure ancora tutta da verificare, ma intanto il gioco è fatto, gli spettatori hanno fatto due più due e il Cavaliere è servito con coppola e lupara. Il premier, in realtà, anche in pubblico non ha mai fatto mistero della sua insofferenza.

Nel dicembre scorso si sfogò con i giornalisti: «Scusate, corro a casa a preparare le valigie per spostarmi a Panama. Certo, mi mancheranno epubblica, l’Unità, Annozero e i pm, ma cercherò di sopravvivere». Un martedì dell’ottobre precedente aveva chiamato Ballarò in diretta per dire a Floris che «la tv pubblica non è sua né mia, ma degli italiani che la pagano con il canone». Poi l’aveva messa in ridere: «La mia scarlattina? Se viene a casa mia sarò lieto di attaccargliela». Buon viso a un cattivo gioco.



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Berlusconi citato in giudizio a Viterbo per diffamazione

Corriere della Sera


Il premier accusò Di Pietro di essersi laureato grazie ai servizi segreti. Il leader Idv: «Lo disse anche in tv»




MILANO - Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, secondo quanto si è appreso, è stato citato a giudizio di fronte al giudice di pace di Viterbo per il 23 marzo prossimo. Il premier dovrà rispondere del reato di diffamazione nei confronti del leader dell'Idv Antonio Di Pietro. Quest'ultimo aveva querelato il Cavaliere per le offese che gli erano state rivolte durante un comizio elettorale nel marzo del 2008, quando ancora non era premier. Berlusconi aveva detto, tra l'altro, che il leader dell'Idv aveva preso la laurea in giurisprudenza grazie ai servizi segreti. Della vicenda dovrà occuparsi il giudice di pace visto che la diffamazione non è avvenuta a mezzo stampa (reato più grave), ma durante un comizio.

ANCHE IN TV - È possibile che il giudizio venga però sospeso visto che il premier potrebbe chiedere l'insindacabilità sul presupposto che si sia trattato di opinioni espresse da un parlamentare nell'esercizio delle sue funzioni. «Ma non finisce qui - spiega il leader dell'Idv Antonio Di Pietro nel confermare la notizia - perché siccome Berlusconi ha ripetuto le stesse offese anche a 'Porta a Porta', è stato rinviato a giudizio, sempre per diffamazione, anche dai magistrati di Bergamo». In questo caso, sottolinea ancora Di Pietro, se ne dovrà occupare il tribunale di Bergamo perché la diffamazione è avvenuta attraverso un mezzo di informazione

(fonte: Ansa).

15 marzo 2010




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I conduttori rassegnati L’Annunziata critica: ognuno ha pensato a sé

Corriere della Sera

I volti oscurati Gabanelli: l’anomalia è questa norma assurda. L’ex presidente: è anche la nostra débâcle
Vespa: ormai il dietrofront è impossibile

ROMA — Parlano di «bavaglio », di «anomalia», di «norme assurde» e non confidano nemmeno un po’ nelle prossime mosse della Vigilanza Rai. Tra i conduttori dei talk show silenziati prevale il senso di sconfitta. «Non se ne farà niente », allarga le braccia Bruno Vespa. Milena Gabanelli protesta contro la «violazione del principio della concorrenza leale» e Lucia Annunziata invita i conduttori all’autocritica: «È stata una débâcle anche per noi, abbiamo reagito in modo sbrindellato». Per Vespa, che non si era fatto illusioni, «è andata secondo copione».

A sentire l’ideatore di Porta a Porta la decisione del Cda di viale Mazzini era «scontata sin dall’inizio». Non esprime giudizi, ma si è convinto che «finché la Vigilanza non cambia parere» la situazione non si sblocca. Perché il problema è all’origine, cioè nella fonte normativa. «Uno spiraglio c’era—ricorda Vespa—ma se la Vigilanza lo avesse seguito avrebbe dovuto costringere i conduttori a fare le trasmissioni secondo la par condicio. E con l’opzione radicale del "tutto uguale per tutti" sarebbero stati programmi ingestibili e non giornalistici».

La tesi di Vespa è che non si può dare al Pdl e al Pd lo stesso spazio che si dà ai Radicali: «O ci danno la libertà di condurre, oppure tanto vale informare gli elettori con la tribuna politica».
Come andrà a finire? «Non se ne farà niente», sospira Vespa. Da premesse simili muove il ragionamento di Milena Gabanelli, dal ’97 conduttrice di Report: «L’anomalia non parte dalla par condicio, ma dalla norma assurda votata in Vigilanza. Finché non viene abolita, non se ne esce». Non offre risposte, la Gabanelli, pone domande: «Come si può pensare di equiparare la propaganda politica all’informazione? E in quale punto del regolamento della Vigilanza sta scritto che devono essere aboliti i talk show?».

La ragion d’essere del servizio pubblico è essere «pluralista» e «senza padrone», mentre oggi è «imbavagliato». Lucia Annunziata, che della Rai è stata presidente, risponde dagli Stati Uniti, dove è volata dopo aver «chiuso il negozio », cioè il suo programma di interviste domenicali In mezz’ora. «Non ho mai visto un tale rimpallo di decisioni tra Parlamento e Cda — attacca —. Un caos». Ce l’ha con i politici e i manager Rai, l’ex direttrice del Tg3, ma anche con i suoi colleghi: «Dovevamo avere più fermezza, dire "questo è un bavaglio" e scegliere il silenzio. Tutti». E invece? «Siamo andati quasi tutti in onda, ma di sguincio. Un bricolage assurdo.

Un fai da te che ha confuso gli elettori. Che débâcle!». Ce l’ha con Santoro? «Michele — ricorda la Annunziata—farà Annozero il 25 marzo. Giovanni Floris va in tour con Ballarò.
Serena Dandini non si sa se fa informazione o no, quindi non si capisce se ha violato le regole». E Riccardo Iacona? «Lui ha protestato, ma l’ultima puntata l’ha mandata in onda». Conclusione: «Il mondo del giornalismo tv non ha saputo dare una risposta compatta e univoca. E mi ci metto anch’io, che mi sono cancellata per solidarietà e per non andare in onda con una mano legata dietro la schiena».

Monica Guerzoni
16 marzo 2010



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Se non vi piace "Annozero" rischiate 12 anni di galera

Il Tempo

L'inchiesta di Trani. Il premier accusato di concussione e minacce: i difensori chiedono le carte, i giudici non rispondono. Però parlano con i giornalisti.


Inchiesta Rai-Agcom, indagato il presidente del Consiglio dei ministri Silvio Berlusconi. Il nome del capo del governo è stato iscritto sul registro degli indagati dai magistrati della procura di Trani, dove è stato aperto un fascicolo d'inchiesta sulle presunte pressioni fatte dal premier per fermare la trasmissione di Michele Santoro «Annozero». Il nome di Berlusconi appare dunque nel procedimento penale avviato per chiarire se il premier, come sostengono gli inquirenti, in numerose intercettazioni telefoniche abbia chiesto di far «sparire» dal piccolo schermo il programma televisivo del giornalista Rai.

Le accuse nei suoi confronti sono quelle di concussione e minacce. In poche ore, quindi, la magistratura pugliese ha risposto all'istanza presentata ieri mattina dai difensori del premier, gli avvocati Filiberto Palumbo e Niccolò Ghedini, che avevano chiesto se il loro cliente fosse indagato. Nell'inchiesta sono coinvolti anche il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, accusato di rivelazioni di segreti inerenti a un procedimento penale poiché, secondo i pm di Trani, ha comunicato a terzi il contenuto del suo interrogatorio, avvenuto il 17 dicembre 2009, che era stato però secretato dalla procura. Nei guai anche il commissario per le Comunicazioni Giancarlo Innocenzi, accusato di favoreggiamento perché, sostengono i pm, durante il suo interrogatorio come persona informata sui fatti effettuato dalla polizia giudiziaria, ha dichiarato il falso, cioè negando di aver ricevuto pressioni da Berlusconi per chiudere «Annozero».

Nelle prossime ore, comunque, i difensori del presidente del Consiglio probabilmente chiederanno il trasferimento degli atti dell'inchiesta alla procura di Roma, poiché, secondo i legali, «è la Capitale la sede naturale del procedimento». Sempre ieri, inoltre, il direttore del Tg1 ha respinto con fermezza l'accusa di sudditanza nei confronti del premier, sostenendo che «non c'è assolutamente un filo diretto, dal mio insediamento l'avrò sentito 5 o 6 volte e contro di me c'è un atteggiamento pretestuoso». Nelle carte dell'inchiesta ci sarebbero inoltre le intercettazioni «incriminate», nelle quali Berlusconi si lamenterebbe con Innocenzi del trattamento che gli riserva la trasmissione di Rai Due «Annozero».

«Basta, finiamola con questo scandalo, la trasmissione è una cosa oscena, non si può proprio vedere Di Pietro che fa quella faccia in televisione», sarebbe scritto nelle carte in mano agli inquirenti. L'attività della procura di Trani, se non dovesse essere trasferito il fascicolo processuale, è soltanto all'inizio. Oggi, ad esempio, si presenterà negli uffici giudiziari Michele Santoro, che sarà ascoltato come persona informata sui fatti. Il giornalista dovrà riferire sulle presunte pressioni che avrebbe subito da parte di Silvio Berlusconi e consegnerà ai pm una serie di lettere aziendali e, probabilmente, annuncerà che intende costituirsi parte civile. Non solo. Nel palazzo di giustizia pugliese ci sarà una sfilata di giornalisti che saranno ascoltati come testimoni: tra questi, anche Serena Dandini e Giovanni Floris.

«Mi sembra azzardato parlare di concussione», ha dichiarato l'avvocato di Berlusconi, Filiberto Palumbo. Quanto alla notizia dell'iscrizione nel registro degli indagati di Berlusconi, Palumbo dice di non saperne nulla, «proprio perché non ho ricevuto alcuna risposta all'istanza presentata. Noi aspettiamo». Silvio Berlusconi, comunque, risulta iscritto sul registro degli indagati della procura di Trani, che gli ha contestato i reati 317 del codice penale, ovvero concussione: la pena prevede da 4 a 12 anni di carcere.

L'altro reato è invece l'articolo 338 del codice penale, che prevede: «Chiunque usa violenza o minaccia a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario o a una rappresentanza di esso, o a una qualsiasi pubblica Autorità costituita in collegio, per impedirne in tutto o in parte, anche temporaneamente o per turbarne comunque l'attività, è punito con la reclusione da uno a sette anni.

Alla stessa pena soggiace chi commette il fatto per influire sulle deliberazioni collegiali di imprese che esercitano servizi pubblici o di pubblica necessità, qualora tali deliberazioni abbiano per oggetto l'organizzazione o l'esecuzione dei servizi». Il procuratore capo di Trani Carlo Maria Capristo, ha infine deciso di affiancare al publbico ministero titolare delle indagini, il magistrato Michele Ruggiero, da altri tre sostituti procuratori, Fabio Buquicchio, Ettore Cardinali e Marco D'Agostino.

Augusto Parboni
16/03/2010




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Scoperta biblioteca anti Giornale.it

di Redazione

La connessione internet della biblioteca civica "Renato Bortoli" di Schio (Vicenza) non permette di accedere al sito web del Giornale. Divieto di accesso alla stregua dei siti pornografici


Schio (Vicenza) - Meglio sperare che si tratti di un disguido tecnico, di una di quelle stranezze inspiegabili che puntualmente capitano nel mondo dei computer. Perché casomai ci fosse davvero il disegno di qualcuno dietro ciò che accade in quel di Schio, 40mila abitanti in provincia di Vicenza, ci sarebbe da ridere. O da piangere. In breve: la connessione internet della biblioteca civica «Renato Bortoli» non permette di accedere al sito web del Giornale.

Il Giornale.it è considerato, negli ambienti della biblioteca, alla stregua dei siti pornografici: divieto di accesso. Ora, il colore dell’amministrazione comunale di Schio, guidata dal sindaco Pd Luigi Dalla Via, potrebbe far pensare male a qualcuno, come ad esempio i lettori che hanno segnalato al Giornale l’incredibile anomalia. A pensare male si fa peccato. Ma, diceva qualcuno, spesso ci si azzecca.




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Bersani vuol far ridere con le battute degli altri



Roma - In fondo a lui, in piena campagna elettorale per le primarie, quella critica della Serracchiani non era andata giù: «Scelgo Franceschini perché è molto più simpatico. E Bersani rappresenta l’apparato». Nervi. Ma siccome Pierluigi è sveglio, sa bene che deve mettercela tutta per apparire anche graffiante e brillante oltre che serio e affidabile ma così terribilmente bigio. Ecco perché, appena può, rilascia dichiarazioni che strappano il sorriso, fanno titolo sui giornali, grattano via quella plumbea patina da ex dirigente dell’ex Pci. Ridi e lascia ridere, sii più ironico, scherza, punzecchia e buttala in burla: e vedrai che il «brillantometro» si mette a correre. Ma uno l’intuizione ce l’ha o no, inutile girarci intorno. A patto che... A patto che si copi, si scimmiotti, si ripeta a pappagallo la battuta di qualcun altro. È l’arguzia-trasferello: bersaniano escamotage per risultare spumeggiante come una Perrier pur essendo al massimo una Ferrarelle.

È funzionato così pure ieri. Pierluigi prende in mano il Corsera, nota la spassosa vignetta di Giannelli dal titolo «telocomando» con un Berlusconi a forma di telecomando, e giù a sbellicarsi. Frego l’idea. Dichiarazione con tanto di ghigno alle agenzie di stampa: «Suggerirei al capo del governo che, se vuole cambiare programma, non usi il telefono, ma il telecomando, cambiando canale e vedendone un altro». Forte questa, venuta proprio bene. Praticamente un efficace taglia e cuci come tre giorni fa, 13 marzo, in piena bagarre sulle liste elettorali. Bersani punge e sfodera il fioretto dell’umorismo: «Liste o non liste noi vinciamo». E qui non si sorride neanche un po’, quindi sarà sua. Poi: «Al Pdl dico: la prossima volta le liste se le facciano fare della Protezione civile».

Ecco, questa sì che è buona: arguta, attuale, divertente. Ammazza che spirito... Freddura non sua, però. 1° marzo, Adnkronos: «Faccio una battuta, se va avanti così la prossima volta il Pdl chiamerà Bertolaso per presentare le liste», così il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini commenta l’esclusione del listino di Formigoni decisa dalla Corte d’appello di Milano. Nooo. Ha copiato un’altra volta. Forse pensava che quel Pier sul copyright facesse pensare a Luigi e non a Ferdinando. Chissà. Sarà il motivo per cui ha pescato sempre dall’inventiva dell’ex democristianone anche in febbraio, giorno 26: «La missione del Pd è disvelare gli effetti speciali di Berlusconi». Bella anche questa, col riferimento agli effetti speciali che fa tanto critica all’uomo marketing Silvio. Graffiante. Ma ancora una volta le unghie non sono le sue, ma di Casini. Ansa, 1° aprile 2009: «Penso che oggi siamo ancora al tempo della suggestione per cui tutti sono suggestionati dagli effetti speciali di Berlusconi». Gli era piaciuta, se l’è segnata e poi l’ha sparata ai cronisti, terremoto d’un Bersani.

A proposito di terremoto, 16 febbraio scorso: «Il governo Berlusconi ha privilegiato l’immagine - dice sbeffeggiando i risultati di Palazzo Chigi a L’Aquila -. I meriti del governo sono chiacchiere». Ottima anche questa che ricorda tanto il «chiacchiere e distintivo» degli Intoccabili di Brian De Palma. L’avrà presa da lì. Macché. 29 maggio 2009, il senatore del Pd Giovanni Legnini legnava così: «Il premier non finisce mai di stupire ed è il campione delle promesse elettorali: soltanto chiacchiere di cui i cittadini aquilani non hanno bisogno». Copiata pure questa. C’è poco da ridere.





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L’antidoto all’effetto Santoro? Un Santoro di destra

di Maurizio Caverzan


Comunque la si guardi tutta questa faccenda dell’inchiesta della Procura di Trani, sembra di stare ancora dalle parti di Sofia. Son passati quasi otto anni - era il 18 aprile del 2002 - dal famoso «editto bulgaro» con il quale Berlusconi accusò Biagi, Luttazzi e Santoro di fare «un uso criminoso» della televisione. Oggi, rileggendo gli stralci delle intercettazioni tra il premier e il commissario dell’Agcom Innocenzi o il direttore del Tg1 Minzolini, al centro della scena torna ancora il conduttore di Annozero. 

Non sarà un tantino sopravvalutato Michelechi? Non gli si starà regalando una eccessiva centralità nel crocevia informazione-politica? Bravo è bravo, glielo riconoscono anche i colleghi di diverso orientamento politico. Tuttavia, prima di elevarlo a deus ex machina del consenso elettorale converrebbe rifletterci un po’ su. 

Faziosità ed eccessi a parte, o forse proprio a causa di questi, esiste una teoria ben consolidata secondo la quale i programmi di Santoro favoriscono addirittura il centrodestra. Attaccando Berlusconi ininterrottamente e senza remore, gli Annizero finiscono per compattare i suoi sostenitori rendendo il premier, paradossalmente, più simpatico. La psicanalisi della comunicazione è una disciplina difficile nella quale avventurarsi. 

Ma tornando sul terreno della politica, fior di esperti ritengono che i talk show più schierati non spostino voti perché sono seguiti da un pubblico informato e che ha già compiuto la propria scelta di campo. Annozero lo guardano poco gli indecisi e molto i tifosi. Pro o contro Santoro, pro o contro Berlusconi. Semmai sono altri i programmi che influenzano i telespettatori incerti su dove mettere la ics nella scheda elettorale. Sono i contenitori, del mattino e del pomeriggio, e i programmi di infotainment, dove la politica fa lo struscio con il gossip, la moda e la cronaca bianca.

E dunque non saranno troppe le energie spese per tentare di ridimensionare il Masaniello di Raidue? L’effetto perverso del bavaglio, vero o presunto, auspicato dal premier e applicato temporaneamente con la par condicio, è trasformarlo in una sorta di martire della libertà d’informazione. Un errore strategico. Anziché favorire la «santificazione di Santoro» con continui tentativi di silenziarlo, sarebbe più astuto relativizzarne il ruolo, facendolo diventare una delle tante voci del giornalismo politico televisivo.

Sostiene Carlo Freccero che «noi siamo un popolo latino che ama l’informazione ruspante e a più voci», le dissonanze e il confronto tra diverse faziosità, piuttosto che quella «asettica e misurata con il bilancino in auge nei paesi del Nord Europa». In tutti questi anni di seconda Repubblica in cui il centrodestra ha avuto la maggioranza nel Paese e ha gestito e controllato la televisione pubblica, i suoi uomini nel Cda della Rai anziché impegnarsi a stoppare i talk show sinistreggianti, avrebbero potuto dedicarsi ad allevare e allenare un «Santoro di destra». 

Magari avendo anche la pazienza richiesta dal parto e dalla formazione di una nuova creatura televisiva. Così come è spuntato e cresciuto Giovanni Floris (e ora su La7 sta crescendo anche Luca Telese), non avrebbe potuto vedere la luce dei riflettori di Viale Mazzini un nuovo conduttore moderato, fazioso tanto quanto, da contrapporre in modo speculare a Michelechi?

Trovare un’alternativa alle piazze di Santoro, al giacobinismo di Travaglio, alla satira arruffata di Vauro sarebbe un’operazione liberale, un favore fatto al pluralismo e alla democrazia, un modo furbo per fare della sana controinformazione. E un modo intelligente per finirla con questa specie di lamento costante che da troppi anni fa da sottofondo al dibattito politico del nostro Paese. In una parola sarebbe una grande sfida, una vera scommessa culturale.

Al netto di ogni tentazione retorica e tanto per esemplificare, senza andare troppo lontano uno come Augusto Minzolini, forse più ancora che per la direzione del Tg1 (che peraltro ha aumentato gli ascolti), avrebbe avuto la spregiudicatezza necessaria e sufficiente per condurre un programma di approfondimento uguale e contrario ad Annozero. Ma non ci si è pensato. E così siamo ancora qui.




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Mafia tropicale

La Stampa







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La carica degli impresentabili

La Stampa

In Calabria a rischio 'ndrangheta 21 candidati: ma i nomi chiacchierati sono di più



GUIDO RUOTOLO
INVIATO A REGGIO CALABRIA


Agazio Loiero, il governatore uscente, conta i mesi come sanno contare i bambini, strusciando le dita di una mano. «Sette», dice. Era il 16 ottobre del 2005, giorno di «Primarie» e Franco Fortugno, consigliere regionale della Margherita, venne freddato sul portone di Palazzo Nieddu, a Locri, dove si stavano svolgendo le primarie del Pd. A sette mesi dal voto delle Regionali, appunto. Cinque anni dopo, un processo ha condannato killer e mandanti lasciando molta insoddisfazione in giro. «Resto convinto - dice Loiero - che era un messaggio rivolto a me, come ha ripetuto il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso».

E oggi qual è la partita che si sta giocando in Calabria? Cinque anni dopo, la ’ndrangheta è più forte che mai. Più forte anche della politica. Ha un bel dire Agazio Loiero che «per fortuna la sede della Regione è a Catanzaro», quasi a sottolineare che se fosse a Reggio città governerebbe la ‘ndrangheta. Come se a Vibo, Crotone, Cosenza non esistesse la malapianta. L’Antimafia di Beppe Pisanu ha imposto ai partiti di sottoscrivere un Codice etico delle candidature. Adesso che liste sono state trasmesse a palazzo San Macuto, in attesa che le Prefetture comunichino ufficialmente le candidature non in regola con il Codice, all’Antimafia sono arrivate informative e segnalazioni. Per la Calabria, sono 21 i candidati a rischio: 16 sostengono la candidatura Scopelliti, 5 Loiero. Ma i nomi chiacchierati sono di più, arrivano a una trentina. Naturalmente non tutti perché sospettati di collusione con la ’ndrangheta.

Come è cambiata la Calabria in questi cinque anni? Al di là degli eserciti in campo, dei sondaggi e delle illusioni dei candidati e degli schieramenti che brandiscono la bandiera del cambiamento?

Un rapido flashback sul quinquennio alle spalle: omicidio Fortugno, inchieste «Why Not?» e «Poseidone» del pm Luigi De Magistris, metà consiglio regionale inquisito, assessori e consiglieri arrestati o indagati per mafia, la strage di Duisburg, e poi le retate anti ’ndrangheta e i morti di malasanità, le frane, gli smottamenti, la Salerno-Reggio Calabria e i suoi lavori di rifacimento. E le guerre tra pezzi di istituzioni, con la Procura di Salerno che accerchia il Tribunale di Catanzaro e viceversa. De Magistris che lascia la toga e va all’Europarlamento con Di Pietro. E poi i Moti di Rosarno, le rivolte contro i clandestini e la rabbia nera che fa da contraltare al bullismo mafioso.

Si illude Pippo Callipo, l’imprenditore di Pizzo, candidato dell’Idv e dei Radicali a governatore della Calabria, che denuncia «i poteri forti al governo», che parla di «casta politica» e di «mafia con la penna», di «burocrazia dei colletti bianchi che fanno più morti della mafia con la pistola». Si illude Callipo che sogna un «cambiamento rapido, una rivoluzione per la normalità». La condanna terribile dei calabresi è quella di sentirsi appagati soltanto con l’illusione di poter cambiare.

Adesso è il sindaco di Reggio Calabria, Giuseppe Scopelliti, Pdl, che si propone a sindaco più che a governatore della Calabria. Anche le sue gaffes sembrano rispondere a questa carica di riscatto, desiderio di cambiamento dei reggini - stuzzicando i ricordi di quella stagione che non c’è più dei Boia chi molla -, che vogliono contagiare il resto della regione con una logica quasi imperiale. Non è un caso che ben otto assessori comunali oltre che il presidente del Consiglio comunale, lo stesso sindaco (e altri tre consiglieri comunali) abbiano deciso di candidarsi alla Regione.

Disarmante Scopelliti quando risponde alla giornalista di «Libero» alla domanda sui catanzaresi del Pdl che remano contro il candidato del Pdl di Reggio: «Si vede che gli rode, ma gli passerà». Qual è la montagna più alta della Calabria?, gli chiedono a una trasmissione radiofonica. E Scopelliti: «L’Aspromonte». Cancellando così il Pollino. E con quali regioni confina? «La Basilicata e la Puglia». Dimenticandosi che Metaponto è Basilicata. Poi professa il suo errore: «Ho dimenticato la Sicilia». Come se lo Stretto fosse ormai coperto dal Ponte che non c’è.

Una parentesi. Aula bunker del Tribunale di Palmi. «Cent’anni di storia», si chiama il processo contro le cosche della Piana, Piromalli e Molè. L’ultimo pentito è un imprenditore, Cosimo Virgiglio, che aveva un’azienda nel porto di Gioia Tauro e si occupava di movimentazione merci.

E’ il processo dove sono depositate le intercettazioni del faccendiere italiano latitante in Venezuela, Aldo Micciché, e il senatore Marcello Dell’Utri per taroccare i risultati elettorali nella Circoscrizione America Latina per le politiche del 2008. Parla del boss, di Rocco Molé, poi fatto fuori dai cugini Piromalli nel febbraio de 2008. E dei politici al servizio della ‘ndrangheta. Dei sindaci della Piana (quello di Gioia Tauro è imputato e sta ad ascoltarlo con molta diffidenza), degli assessori regionali o del presidente della provincia da consultare per la nomina dell’autorità portuale.

Tra i nomi che fa il pentito in aula c’è anche il capolista dell’Udc (che qui in Calabria appoggia la candidatura Pdl a governatore), l’ex assessore regionale Udeur Pasquale Tripodi. E già, in queste elezioni regionali c’è anche il partito degli opportunisti, di quelli che respirano l’aria e cercano di salire sul carro del (presumibile) vincitore, cambiando casacca. E sono una decina i candidati impresentabili e non ripresentati dallo schieramento di Loiero che hanno trovato ospitalità nelle liste pro Scopelliti. Quanto sa di vecchio, questa campagna elettorale calabrese.







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Roma, 5 immigrati aggrediscono il figlio 14enne di Alemanno

Quotidianonet

L'aggressione nel quartiere Parioli.

Il ragazzo e l’amico che era con lui sono riusciti a divincolarsi e si sono rifugiati in un bar e hanno dato l’allarme. I due hanno riportato lievi contusioni


Roma, 15 marzo 2010

Il figlio del sindaco Gianni Alemanno, Manfredi, e’ stato aggredito nella tarda serata da 5 immigrati a piazza Euclide, nel quartiere Parioli a Roma. Il ragazzo, che ha 14 anni, era in compagnia di un amico quando improvvisamente 5 uomini originari di Capoverde li hanno avvicinati e aggrediti malmenandoli.

Manfredi e l’amico sono riusciti a divincolarsi e si sono rifugiati in un bar e hanno dato l’allarme. I due ragazzi hanno riportato lievi contusioni.
 





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L’infornata di mille disoccupati alla corte del governatore Pd

di Marco Guidi


Una regione rossa fa pasticci. Un senatore del Pd la denuncia in Parlamento. E a chi si dà la colpa? Al governo di centrodestra.

La vicenda nasce in Basilicata, regione amministrata da Vito De Filippo, ex margheritino ora Pd. Nell’occhio del ciclone finiscono gli stage promossi (guarda caso in tempo di elezioni) in 250 enti locali lucani dall’assessore regionale al Lavoro dell’Idv Antonio Autilio. Mille tirocini di dodici mesi, con un’indennità di partecipazione di circa 770 euro mensili a persona, pagata per intero con soldi provenienti dal Fondo sociale europeo. Si parla di circa 15 milioni di euro in tutto. I posti sono rigorosamente aperti solo a inoccupati e disoccupati di età compresa tra i 18 e i 39 anni (stagisti a 39 anni?), come da disposizioni del bando, scaduto ieri a mezzogiorno.

Peccato però che per legge la durata massima degli stage negli enti pubblici per chi non ha un’occupazione sia fissata in sei mesi. E chi non perde occasione per scagliarsi contro la legge Biagi dovrebbe anche sapere il perché.

La vicenda è stata scoperta dalla «Repubblica degli stagisti», sito che si occupa di monitorare il regolare svolgimento dei tirocini nel mondo del lavoro, lo stesso portale che lo scorso anno aveva smascherato «superstage» fuorilegge in un’altra regione rossa, la Calabria. «Abbiamo provato a contattare l’assessore Autilio, ma lui dopo averci dato un appuntamento telefonico si è negato», dicono i gestori del sito. Il dipietrista non si fa trovare nemmeno dal Giornale. Pare sia troppo preso dalla campagna elettorale per rispondere.

La notizia giunge però all’orecchio del senatore Pd e giuslavorista Pietro Ichino, che decide di non restare a guardare e annuncia che presenterà oggi, insieme alla collega Magda Negri, un’interrogazione parlamentare ai ministri Sacconi e Brunetta per far luce sulla questione. A sdegnare il senatore non è solo la durata fuorilegge degli stage, ma l’opportunità di distribuire soldi a pioggia.

Denaro per giunta proveniente dall’Ue: «Vicende come queste - sentenzia Ichino - mostrano una gravissima deformazione assistenzialistica delle politiche del lavoro e più in generale della spesa pubblica». Ma poi, invece di prendersela con il collega di partito De Filippo e il sodale Autilio, ecco che Ichino tira in ballo il governo: «Gioca la sua parte l’inerzia del governo centrale, che avrebbe il potere di impedire queste evidenti violazioni delle leggi e truffe ai danni del Fondo sociale europeo». Della serie, noi facciamo i pasticci, ma la colpa è vostra che non ci controllate e fermate in tempo. Paradossi della sinistra sotto elezioni.



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E morto Pingping, l'uomo più piccolo del mondo celebre per lo Show dei record

Corriere della Sera



Era alto 74,61 centimetri, aveva 21 anni

È morto Pingping, l'uomo più piccolo del mondo celebre per lo Show dei record
Deceduto sabato pomeriggio a Roma. Si era sentito male due settimane fa mentre registrava le nuove puntate


He Pingping

MILANO - Pingping, con i suoi 74,61 centimetri di altezza, l'uomo più piccolo del mondo, è morto sabato pomeriggio a Roma. Aveva 21 anni. Ne dà notizia il Guinness World Record. He Pingping era ufficialmente l'uomo più piccolo del mondo. Era diventato una vera e propria celebrità in Italia grazie allo Show dei record, andato in onda su Canale 5.

DURANTE LE REGISTRAZIONI - E proprio negli studi di Roma stava registrando le puntate della nuova edizione del programma che partirà a fine marzo, quando improvvisamnete si è accasciato a terra con dolori al petto. Trasportato d'urgenza in ospedale, è stato ricoverato per due settimane. Il decesso è avvenuto sabato, ma la notizia è stata diffusa solo lunedì da Craig Glenday, a capo del famoso libro dei record. Stando a Europroduzione, che produce lo show Mediaset, Pingping, avrebbe registrato due puntate, quando ha cominciato a sentirsi male.

Nato a Wulanchabu in Cina, era diventato una star da quando, nel marzo 2008 è entrato nel Guinness dei primati. Con migliaia di fan club e pagine su Facebook. Soprattutto in Italia. Già da giovanissimo gli fu diagnosticato l'osteogenesi imperfetta, una malattia che impedisce la normale crescita delle ossa e dello sviluppo del corpo. Pingping era stato scelto tra i testimonial per la presentazione del Guinnes World Record Book del 2009. Su richiesta della famiglia il suo corpo ritonerà in Cina dove sarà cremato.

Elmar Burchia
15 marzo 2010




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