sabato 13 marzo 2010

New York, scoperta truffa per turisti: i tassisti con i tassametri truccati

di Redazione

Truffa passata inosservata per due anni. Migliaia di tassisti hanno fatto la cresta frodando 2 milioni di passeggeri per oltre 8 milioni di dollari





New York - Tassametri truccati a New York: in una truffa passata inosservata per almeno due anni, migliaia di tassisti newyorchesi hanno fatto la cresta sul prezzo della corsa frodando quasi due milioni di passeggeri di oltre otto milioni di dollari. L’annuncio della Taxi and Limousine Commission ha messo a rumore la Grande Mela conquistando la prima pagina del New York Times.

La maxi truffa ai turisti Sono stati tremila i tassisti che per almeno cento volte ciascuno si sono fatti beffa degli ignari passeggeri cambiando segretamente il meccanismo del tassametro per una media di quattro o cinque dollari in più a corsa. L’inchiesta a largo raggio è stata aperta quando si è scoperto che l’anno scorso un tassista di Brooklyn, Wasim Khalid Cheema, aveva frodato ben 574 passeggeri nell’arco di un solo mese. La licenza di Cheema è stata revocata ma nel frattempo le autorità cittadine hanno scoperto che la pratica di far la cresta sul tragitto era ben più diffusa di quanto non si potesse immaginare.




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Google: pronti a chiudere sito in Cina

di Redazione


Google si appresta a chiudere il suo sito web cinese dopo che i negoziati con Pechino sembrano aver raggiunto un punto morto. Ieri l'ultimatum del ministro dell'industria cinese

 
Londra - Google si appresta a chiudere il suo sito web cinese dopo che i negoziati con Pechino sembrano aver raggiunto un punto morto. Lo afferma sul suo sito Internet il Financial Times. La rivelazione del quotidiano britannico viene il giorno dopo un ultimatum lanciato a Google dal ministro dell’Industria e della tecnologia di Pechino Li Yizhong, che ieri ha dichiarato che chi non rispetta le leggi cinesi ’deve affrontarne le conseguenzè.



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Irlanda, fermata "Mamma Jihad"

Corriere della Sera


L'americana Jamie Paulin Ramirez era volata in Irlanda per unirsi ad alcuni estremisti.
Bloccata dalla polizia




Un altro caso di auto-indottrinamentoIrlanda, fermata "Mamma Jihad"
L'americana Jamie Paulin Ramirez era volata in Irlanda per unirsi ad alcuni estremisti. Bloccata dalla polizia



Jamie Paulin Ramirez

WASHINGTON – Ormai non sono più casi isolati ma una tendenza. Persone che nel giro di pochi mesi abbracciano l'Islam radicale e sognano di «fare qualcosa». Dopo l'arresto negli Usa di "Jihad Jane", la polizia irlandese ha annunciato il fermo di una seconda cittadina americana: Jamie Paulin Ramirez, 31 anni, segretaria e madre di un bimbo di 6 anni. La stampa l'ha subito ribattezzata "Mamma Jihad".

LA VICENDA - La storia di Jamie ha rivelato aspetti sorprendenti. Nata a Kansas City, si è trasferita in Colorado dove lavora in uno studio medico. La sua vita familiare non è certo tranquilla: sembra che si sia sposata 4 volte e ogni volta è finita male. La madre ha raccontato che "stava sempre al computer", forse è così che è entrata in contatto con estremisti mediorientali in Europa. Dal 2008 ha iniziato a seguire un corso on-line sull’Islam, quindi ha cominciato a vestirsi con lunghe vesti e a coprire il volto.

Progressivamente ha manifestato idee estremiste, passando gran parte della giornata al computer probabilmente per restare in contatto con "nuovi amici" e coltivare le sue idee. In settembre ha ottenuto un prestito di 3 mila dollari per frequentare un corso di infermeria, denaro che invece avrebbe usato per coprire le spese del viaggio in Europa. Da quel momento i suoi parenti ne hanno perso le tracce. Jamie, insieme al figlio di soli 6 anni, ha, infatti, raggiunto l'Irlanda per unirsi ad un piccolo gruppo di estremisti decisi ad uccidere un vignettista svedese autore di un disegno blasfemo.

Il piccolo nucleo, del quale faceva parte anche Jane Jihad, è stato però scoperto dalla polizia e neutralizzato prima che potesse agire. La cattura di Jamie Paulin Ramirez è ritenuta dagli esperti la conferma di come si stiano moltiplicando i casi di autoindottrinamento.

Persone occidentali – a volte in crisi di identità o problemi familiari – sono affascinati dal qaedismo e pur non avendo alcun contatto con gli ambienti islamisti riescono a stabilirli grazie a Internet. Un legame virtuale che mette insieme elementi che vivono a distanza di migliaia di chilometri. E sono pronti a muovere in nome della nuova causa: sono i nomadi della Jihad.


Guido Olimpio
13 marzo 2010




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Piazze piene e idee vuote


UNA STRANA CAMPAGNA ELETTORALE


La piazza e le grandi manifestazioni popolari appartengono alla democrazia e ne dimostrano la vitalità. Ma siamo davvero sicuri che la elezione di buoni amministratori regionali in un Paese desideroso di essere federale esiga due grandi raduni di massa a una settimana di distanza? Abbiamo creato le Regioni perché volevamo accorciare la distanza fra i cittadini e i loro rappresentanti.

Abbiamo modificato il titolo V della Costituzione perché volevamo che le Regioni avessero maggiori competenze. Abbiamo approvato il principio del federalismo fiscale perché vogliamo che ogni Regione sia responsabile delle proprie spese e gli elettori apprendano a scegliere rappresentanti onesti, capaci, attenti all’uso del pubblico denaro.

Se queste riforme hanno un senso, le campagne elettorali dovrebbero concernere i cittadini delle singole regioni e offrire all’intero Paese un quadro aggiornato del modo in cui ciascuna di esse affronta la crisi. Vorremmo sapere, ad esempio, perché le Regioni in cui la spesa sanitaria è minore sono spesso quelle in cui i cittadini sono meglio trattati. Vorremmo conoscere i motivi per cui a spese particolarmente elevate corrisponda una cronica mancanza di servizi essenziali.

Vorremmo ascoltare la voce di candidati che spiegano ai loro elettori quale programma intendano applicare se saranno eletti. Avremo invece una grande manifestazione di centro-sinistra oggi a Roma e una grande manifestazione di centro-destra domenica prossima a Milano. Queste due manifestazioni nazionali hanno già avuto alcuni effetti perniciosi. In primo luogo hanno interamente oscurato il dibattito pre-elettorale sui contenuti delle diverse candidature.

Si parla di tutto, fuorché di ciò che le Regioni hanno il diritto e il dovere di fare in materia di salute, sicurezza, occupazione, pubblica istruzione. In secondo luogo hanno rimesso indietro l’orologio della politica italiana. Il centro-sinistra scende in piazza con una formazione simile a quella dell’Unione: un cartello delle contraddizioni in cui chi rispetta e apprezza il ruolo moderatore del presidente della Repubblica sfila insieme a chi ne vorrebbe l’impeachment.
La sinistra sembra avere dimenticato che questa alleanza di comodo fra partiti profondamente diversi fu il principale motivo della caduta del governo Prodi nel 2008. Un avversario comune non basta a creare un programma comune. Il centro-destra, dal canto suo, soffre di una stessa malattia. Mentre la sinistra si mobilita contro Berlusconi, il leader del Pdl chiama a raccolta il suo popolo contro i comunisti, i magistrati faziosi, gli occulti registi di un complotto anti-governativo.

Siamo alle solite. Invece di essere invitati a scegliere fra amministratori e programmi, siamo chiamati a scegliere fra il Bene e il Male, fra la dittatura strisciante della destra e l’incurabile comunismo della sinistra. Viene naturale chiedersi se i partiti si occupino di queste cose perché non sanno occuparsi d’altro. Dicono di parlare a cittadini democratici e consapevoli, ma non chiedono un voto: chiedono un atto di fede. Anche le astensioni, in questo caso, avranno un significato.


Sergio Romano
13 marzo 2010



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L'opposizione scende in piazza «Sì alle regole, no ai trucchi»

Corriere della sera

A Piazza del Popolo la manifestazione contro il decreto salva-liste. Bersani in mezzo alla folla



ROMA - «Serve un nuovo inizio a partire dalla concezione della politica. Spero di rappresentare anche chi in passato ha votato altro, ma ora sente come noi il bisogno di legalità, pulizia, rispetto delle regole, decenza e decoro istituzionale». Emma Bonino, candidata alla presidenza della Regione Lazio, scalda Piazza del Popolo aprendo la manifestazione del centrosinistra contro il dl salva-liste.

«Noi dobbiamo essere la speranza - afferma la Bonino - la proposta e non solo la sterile protesta. Un mondo diverso è possibile, dipende da voi tutti ma occorre essere alternativi al vecchio e al regime da basso impero». «La forza di questa campagna - aggiunge - non è il possesso della Rai, di Mediaset. La forza è di ogni singolo, ogni cittadino che decide che non è il momento dello sconforto ma della risposta democratica». Intanto Pier Luigi Bersani, segretario del Pd, si "butta" tra la folla in piazza, per stringere le mani ai cittadini.

Un gesto apprezzato visto che si è addirittura levato un coro da stadio: «Bersani, Bersani». A chi gli chiede un commento, il leader Pd risponde: «Basta vedere questa piazza, dimostra che le cose cambiano». «Questa è una chiamata alle armi democratica» dice Antonio Di Pietro. «I cittadini devono essere sempre di più informati per andare alle urne con cognizione democratica - afferma il leader Idv.

Il fenomeno Berlusconi è una anomalia tutta italiana, cresciuta grazie al sistema dell'informazione che è nelle sue mani. Ha cercato di far credere agli italiani che votandolo sarebbero stati meglio, invece sta meglio soltanto lui e gli amici suoi. Questa piazza gli dice che è giunta l'ora della resa dei conti democratica. Lui sfida questa piazza e noi lo sfidiamo a partire dalle regionali, che sono soltanto il primo passo». A chi gli chiede un commento su alcuni striscioni contro Napolitano, Di Pietro risponde: «Non chiedetelo a me. Se hanno messo quegli striscioni, chiedetelo a loro. Oggi parliamo solo di Berlusconi».

Fotogallery

SLOGAN E BANDIERE - La piazza è gremita. «Sì alle regole no ai trucchi» si legge nei pannelli messi ai lati del palco, sullo sfondo la scritta: «Per la democrazia, la legalità, il lavoro, i diritti». Molte le bandiere di partito, da quelle del Pd, a quelle dell'Idv, a quelle dei Comunisti italiani, a quella di Sinistra ecologica e Libertà. Per la prima volta dopo molto tempo, infatti, i militanti della sinistra ormai extraparlamentare sono in piazza insieme con il Pd. C'è anche il Popolo viola, rigorosamente vestito del colore simbolo con scarpe e magliette.

Molti palloncini galleggiano sulla piazza, da quelli dei Verdi che reggono uno striscione con su scritto: «Fermiamo il nucleare» a quelli della Cgil a quelli dell'Italia dei Valori. Tutto intorno ci sono i gazebo con su scritto 'Emma Bonino presidente'. «Resistenza contro il telefascismo» uno degli striscioni esposto dai manifestanti, mentre su un pupazzo che riproduce il premier Silvio Berlusconi alla fine della piazza si legge «A Berlusconi interessa solo non essere processato».

I COMMENTI - «Altro che ammucchiata!» commenta Nichi Vendola, replicando così alle affermazioni di Silvio Berlusconi. «È una tappa importante della politica che ritrova la piazza e della piazza che ritrova la politica» afferma il governatore della Puglia. A chi gli chiede se si tratta della nuova versione dell'Unione, Vendola risponde: «Sei sigle di partito non sono ancora sufficienti, bisogna espandersi e coinvolgere tutta la società civile». «Il problema è di fare uscire dalla manifestazione di oggi un movimento di massa contro Berlusconi» dice il segretario di Rifondazione Comunista e portavoce della Federazione della sinistra, Paolo Ferrero.

«Dobbiamo spiegare le porcherie che il governo sta facendo su tutti i piani e rafforzare questo movimento di massa che vuole cacciare Berlusconi. Il problema va oltre le regionali e questa indignazione, questo orgoglio vanno resi quotidiani in tutte le città del Paese». «Berlusconi ha definito questa piazza una 'ammucchiata', ma non è il lettone di Putin, è una piazza che dà una grande prova di democrazia» ribadisce il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, parlando dal palco della manifestazione.

CARLOMAGNO CI RIPROVA - Piccolo fuori-programma: Rocco Carlomagno, dopo il blitz alla conferenza stampa del premier, si presenta anche a Piazza del Popolo, dove prova a entrare nello spazio riservato ai leader politici. Gli uomini del servizio d'ordine del Pd, che ormai lo hanno memorizzato attraverso le foto sui giornali, parano il colpo e senza troppi giri di parole lo rimandano indietro. Carlomagno torna in piazza, dunque, tra i manifestanti.


13 marzo 2010




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In piazza la sinistra che odia Berlusconi Di Pietro chiama alle armi: resistenza

di Redazione

E' in corso a Roma la manifestazione "Sì alle regole, no ai trucchi" organizzata dal Pd. Attesi gli interventi di Emma Bonino, Di Pietro e Bersani. Il premier: "È grottesco che oggi si manifesti per la perdità di libertà quando è a noi che si cerca di togliere libertà di voto". Il leader dell'Idv: "Questa è una chiamata alle armi democratica". Slogan e cartelloni contro Napolitano

 




Roma -
La sinistra torna in piazza. Solite facce, soliti slogan. Ma questa volta nel mirino della sinistra, oltre al tradizionale Berlusconi, ci finisce anche il presidente della Repubblica. E non è l'unica novità. L'odio antiberlusconiano ha ricompattato Pd e comunisti. Richiamati dal Partito Democratico, promotore della manifestazione, sono accorsi infatti i sostenitori di altri partiti di sinistra come Rifondazione comunista, Sinistra e libertà, Comunisti italiani.

Per la prima volta dopo molto tempo i militanti della sinistra ormai extraparlamentare sono in piazza insieme con il Pd. Un ritorno che, secondo Armando Cossutta (vice presidente dell’Anpi), "può rappresentare la base per una riaggregazione di tutte le forze politiche del centro sinistra". Una festa dell'Unità in centro Roma, con musica, balli e panini. "Rozzi, prepotenti, irresponsabili. Ci meritiamo di meglio", "L’unico modo per polverizzare l’avversario è rispettare le regole" sono solo alcuni degli slogan. Sul palco, dopo la musica, sono iniziati gli interventi dei leader politici, con Riccardo Nencini dei Socialisti italiani. Parleranno poi Antonio Di Pietro, Paolo Ferrero, Nichi Vendola, Angelo Bonelli e infine Pier Luigi Bersani.

Di Pietro chiama alle armi "Questa è una chiamata alle armi democratica". Lo ha detto il leader dell’Italia dei valori, Antonio Di Pietro, appena giunto in piazza del Popolo. "I cittadini devono essere sempre di più informati per andare alle urne con cognizione democratica. Il fenomeno Berlusconi è una anomalia tutta italiana, cresciuta grazie al sistema dell’informazione che è nelle sue mani. Ha cercato di far credere agli italiani - ha sottolineato Di Pietro - che votandolo sarebbero stati meglio, invece sta meglio soltanto lui e gli amici suoi. Berlusconi è andata al governo per sfuggire alla giustizia, ma ora si è ingolosito e come Nerone ha cominciato a giocare sulla pelle degli italiani.

Sta uccidendo la democrazia: ha ridotto all’impotenza il parlamento, gli organi di controllo e l’informazione. Tutto ciò che non ha comprato l’ha demonizzato. Questa piazza gli dice che è giunta l’ora della resa dei conti democratica. Lui sfida questa piazza e noi lo sfidiamo a partire dalle regionali, che sono soltanto il primo passo". "Siamo qui in piazza per ricordare ai cittadini che la resistenza si costruisce insieme, anche tra coloro che la pensano diversamente", ha proseguito.

"In questa piazza più partiti si sono rimessi insieme - ha continuato - e questo significa che nei momenti di grande difficoltà ci si mette insieme, come fecero i nostri padri: democristiani, comunisti, repubblicani e socialisti. Allo stesso modo oggi noi ci mettiamo insieme, perchè prima liberiamo il Paese dal fascista e piduista Berlusconi e prima potremo tornare a governare nell’interesse di tutti".

Ma la Bonino cita Gandhi "È arrivato il tempo della riscossa democratica", ha dichiarato Emma Bonino. "La nostra campagna non possiede Rai nè Mediaset, la nostra forza è in ogni singolo, in ogni cittadino che, anche se sconfortato, dice che non è questo il momento dello sconforto ma della riscossa democratica". La Bonino ha citato Gandhi, si è rivolta ai "cittadini, non sudditi", anche quelli di centrodestra: "Penso che siano molti tutti quelli che sentono l’esigenza di decoro istituzionale, di decenza, perchè di cittadini perbene ce ne sono tanti".

La candidata alle regionali nel Lazio ha ringraziato le forze politiche che l’hanno sostenuta, "sono grata di essere candidata di tutti voi", e in particolare ha ringraziato Pierluigi Bersani: "Ne nomino uno solo, mi ha dato fiducia dall’inizio, non abbiamo fatto finta di essere uguali perchè la diversità può essere forza se non è contrapposizione". Infine, la Bonino ha messo in guardia: "Mancano due settimane al voto, temo molte trappole. Sentitevi tutti militanti come me, dipenderà molto da noi".

Il Colle nel mirino Come previsto non mancano gli slogan "scomodi" nei confronti di Giorgio Napolitano reo di avere firmato il decreto salvaliste. Molti giovani indossano la maglietta con la scritta "Pertini non avrebbe mai firmato" e su uno striscione è scritto "Nano e Napolitano datevi la mano". Diverse le macchie viola dei seguaci del Popolo viola, molti dei quali indossano una maglietta con la protagonista del celebre fumetto Mafalda che urla "Basta!".

Assenze illustri Restano alcune assenze tra i Democratici, non saranno a piazza del Popolo Franco Marini e Beppe Fioroni, critici verso la scelta di manifestare, mentre non mancheranno Massimo D’Alema, Dario Franceschini, Walter Veltroni. Rosy Bindi sarà in piazza ma non a Roma, come Enrico Letta, entrambi parteciperanno ad analoghe manifestazione che si terranno a Milano, Mestre e Potenza e con le quali Piazza del Popolo si collegherà.

Berlusconi: "In piazza per la libertà? Grottesco" "È grottesco che oggi si manifesti per la perdità di libertà quando è a noi che si cerca di togliere libertà di voto". Lo afferma il premier Silvio Berlusconi commentando al Tg4 la manifestazione di oggi pomeriggio del centrosinistra a piazza del Popolo. "Io rispetto le manifestazioni di piazza che sono espressione incontestabile di democrazia, ma questa di oggi è davvero un aggregato stravagante e contraddittorio, con il solito Di Pietro ormai leader incontrastato della sinistra, che ha ammanettato insieme l’estrema sinistra, il popolo viola, il partito democratico di Bersani e i nuovi giustizialisti della Bonino. Ed è grottesco che sia questa ammucchiata a manifestare per la perdita della libertà, quando è proprio a noi che abbiamo la libertà nel nome e nel sangue, siamo il Popolo della libertà, è a noi che si cerca di togliere la libertà e financo la libertà di parlare al telefono".




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Osteria trevigiana vietata a burqa e niqab

Corriere del Veneto


Tezze, affisso un cartello dal titolare del locale: «Il consiglio comunale ha respinto un'ordinanza che avevo presentato e io mi arrangio come posso»



Burqa vietato al bar (web)
Burqa vietato al bar (web)




TREVISO - Affisso nell’osteria, scritto a mano ma con indicazioni molto chiare, con tanto di simboli disegnati tipo i segnali stradali: vietato l’ingresso a burqa e niqab. L’iniziativa è del titolare di un locale a Tezze (Treviso), Tiziano Furlan, consigliere comunale al vicino comune di Vazzola (Treviso), dove era stata respinta alcuni giorni fa proprio una mozione per vietare l’uso degli abiti tradizionali islamici. «La mozione è stata respinta - ha detto Furlan a Il Gazzettino - così per il momento mi arrangio come posso». Il cartello, in realtà, non riguarda solo il burqa ma anche chi indossa il casco o ha il viso travisato. La scritta così riporta che «nel rispetto delle leggi, a tutela della sicurezza dei clienti per tutta la permanenza all’interno del locale» e i simboli di divieto per casco, viso travisato e abiti di tradizione islamica.

13 marzo 2010




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Amnesty vuole i rom nella discarica

Il Tempo


Oltre 15mila i bambini nati e cresciuti fra topi ed immondizia. Pericolo fumi tossici: l'attività principale del campo è squagliare i tubi di rame. Condizioni inumane nelle baracche, mancanza totale dei servizi igienici.




Le foto che Il Tempo ha deciso oggi di pubblicare sono state scattate all'indomani dello sgombero del Casilino 900. I cronisti romani che hanno visitato questo campo, o altri campi della Capitale, hanno mostrato fegato. Ce ne vuole non solo per scivolare in quel fango di escrementi, topi e animali morti, ma ne serve soprattutto per dire, come Amnesty ha detto, che l'azione portata avanti da questa Amministrazione finisce per aumentare la discriminazione.

«Invece di offrire ai rom l'accesso a un alloggio adeguato - dice Amnesty - le autorità li stanno trasferendo in campi sempre più lontani». Campi dove però troveranno condizioni di vita migliori. E come dare torto ad Amnesty quando pretende alloggi popolari per i nomadi. Magari ce ne fossero sia per quei nomadi cittadini romani, sia per quei romani che ogni giorno aspettano e sperano di entrare in una graduatoria. Alemanno ha avuto il coraggio di mettere in piedi un Piano nomadi che potrà pure suonare discriminatorio nel nome, ma almeno mette mano a un problema talmente

L’occhio del cronista, soprattutto di chi guarda attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, non mente. Amnesty International, che con ottimismo vogliamo credere lontana ideologicamente da logiche politiche ed elettorali, ha preso una grossa cantonata. Le foto che Il Tempo ha deciso oggi di pubblicare sono state scattate all'indomani dello sgombero del Casilino 900. I cronisti romani che hanno visitato questo campo, o altri campi della Capitale, hanno mostrato fegato.

Ce ne vuole non solo per scivolare in quel fango di escrementi, topi e animali morti, ma ne serve soprattutto per dire, come Amnesty ha detto, che l'azione portata avanti da questa Amministrazione finisce per aumentare la discriminazione. «Invece di offrire ai rom l'accesso a un alloggio adeguato - dice Amnesty - le autorità li stanno trasferendo in campi sempre più lontani». Campi dove però troveranno condizioni di vita migliori.

E come dare torto ad Amnesty quando pretende alloggi popolari per i nomadi. Magari ce ne fossero sia per quei nomadi cittadini romani, sia per quei romani che ogni giorno aspettano e sperano di entrare in una graduatoria. Alemanno ha avuto il coraggio di mettere in piedi un Piano nomadi che potrà pure suonare discriminatorio nel nome, ma almeno mette mano a un problema talmente grande, talmente politico, talmente sociale, con una percentuale di fallimento talmente alta, che ha frenato Veltroni al punto di ritenere che fosse meglio rimandare.

La riposta decisa del prefetto di Roma Pecoraro alle critiche di Amnesty, dimostra che qualcuno, lungo il Tevere, si sta impegnando veramente e non ci sta a digerire frasi buttate là. Era forse meglio lasciare quelle persone nel fango, in quell'orrore che gli occhi degli ispettori di Amnesty International, tra le baracche e i mucchi d'immondizia, non hanno potuto o voluto vedere? In quell'inferno, in quelle condizioni, sono vissute per anni centinaia di famiglie.

Sono nati 15 mila bambini, l'ultimo ribattezzato «Casilino», che ha visto la luce proprio quando cadeva l'ultima baracca, tra gli applausi dei suoi genitori, il 19 gennaio scorso. Con i topi sono cresciute bande di ragazzini che abbiamo poi visto in strada, in centro, a chiedere l'elemosina, a lavare parabrezza. Cara Amnesty, quelle immagini, se veramente non hai potuto vederle, te le facciamo vedere noi. Ecco le foto della vergogna. Roulotte sgangherate senz'acqua, luce e gas, attaccate con i tubi alle fontanelle.

Ecco lo spettacolo di degrado che ha asfissiato la bocca e i nasi dei residenti delle palazzine di viale Palmiro Togliatti. Quelle persone, dall'alto dei loro balconi affacciati sul Parco di Centocelle, hanno raccontato ogni giorno, per anni, la vita all'interno del Casilino '900. Hanno denunciato con fiumi di e-mail le attività illecite, gli abusi che vi si consumavano. Hanno tossito, descrivendo i fumi tossici sprigionati dai falò in cui i nomadi arrostivano come wurstel i cavi di rame rubati alle ferrovie. Cuocere, spellare e buttare trasformando un parco pubblico in una discarica off-limits.

Chi ha visto lo ha denunciato ai giornali, tra cui Il Tempo, che ha dato loro voce. È andata avanti per anni, senza che nessuno facesse niente. Oggi qualcuno ha dato un taglio ad una situazione insopportabile, dando il via a un provvedimento che garantisce inclusione e condizioni di vita più dignitose per chi rispetta le regole. È questa la discriminazione? Trasferire 800 persone in quattro campi attrezzati e regolari sono «violazioni del diritto internazionale dei diritti umani»?

Il sindaco, gli uomini della Municipale, della polizia e dei carabinieri arrivati al Casilino '900 con ruspe, bus e camionette, sono stati applauditi dalla comunità nomade. È questo uno sgombero forzato? Il Campo era al collasso. Se ne era accorto anche il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa. Thomas Hammarberg fece una bella ramanzina alla Città sulle condizioni igienico-sanitarie della baraccopoli non sapendo nemmeno che nel piano di delocalizzazione il Casilino '900 era in cima alla lista degli insediamenti da sgomberare.

Altro che deportazioni, il piano nomadi ha liberato quella povera gente. Nessuno è così ingenuo da credere che la chiusura del Casilino '900 sia la risposta al "problema" nomadi. È il primo passo verso l'integrazione, verso un futuro più dignitoso. È il segno che rom, sinti, e gli altri non sono solo fantasmi che ci attraversano la strada. La sfida del Comune è solo all'inizio. E sarà vinta solo se il prossimo primo cittadino non si tirerà indietro quando sarà il momento di ricevere da Alemanno questo prezioso testimone.



Grazia Maria Coletti e Matteo Vincenzoni
13/03/2010




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L'americano catturato in una base di al Qaeda aveva lavorato in tre centrali nucleari Usa

Quotidianonet

È quanto rivela il sito web della Cbs secondo cui le autorità stanno accertando se Sharif Mobley, 26 anni, sia entrato in possesso di informazioni segrete

Haddonfiel (New Jersey), 13 marzo 2010

Un cittadino americano catturato in un campo di addestramento di al Qaeda nella Penisola araba nello Yemen ha lavorato in sei centrali nucleari statunitensi. È quanto rivela il sito web della Cbs secondo cui le autorità stanno accertando se l’uomo, Sharif Mobley, 26 anni, sia entrato in possesso di informazioni segrete. Mobley ha lavorato come manovale in impianti situati in New Jersey, Pennsylvania e Maryland dal 2002 al 2008.

AGI




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Il Vaticano: "Accusare il Papa di occultamento è falso e calunnioso"

Quotidianonet

Lo afferma mons. Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede in un’intervista pubblicata da Avvenire. Si chiarisce in modo inconfutabile che l’allora cardinale Ratzinger non fu obbedito riguardo alla proibizione che il sacerdote in questione svolgesse attività pastorale, e non potè nemmeno rendersi conto della disobbedienza del vicario generale



CdV, 13 marzo 2010

"Dopo la promulgazione del Codice di diritto canonico del 1983 c’è stato un periodo di incertezza sull’elenco dei delicta graviora riservati alla competenza della Congregazione della Dottrina della Fede e solo col motu proprio del 2001 il delitto di pedofilia è ritornato alla nostra competenza esclusiva. Da quel momento il cardinale Ratzinger ha mostrato saggezza e fermezza nel gestire questi casi. Di più. Ha mostrato anche grande coraggio nell’affrontare alcuni casi molto difficili e spinosi, ‘sine acceptione personarum’. Quindi accusare l’attuale pontefice di occultamento è, ripeto, falso e calunnioso".

Lo afferma mons. Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede in un’intervista pubblicata da Avvenire. Intanto emergono nuovi dettagli sulla vicenda di Monaco e si chiarisce in modo inconfutabile che l’allora cardinale Ratzinger non fu obbedito riguardo alla proibizione che il sacerdote in questione svolgesse attività pastorale e - essendo stato poco dopo trasferito a Roma da Papa Wojtyla, il futuro Benedetto XVI non potè nemmeno rendersi conto della disobbedienza del vicario generale.

L’abate "H" - il nome non è stato rivelato - proveniva dalla diocesi di Essen. In una nota tradotta in italiano dal Giornale, la Curia ammette che "doveva essere noto che si sottoponeva a terapia per aver avuto rapporti sessuali con dei ragazzi". L’arcivescovo Ratzinger decise di offrirgli ospitalità in una casa parrocchiale. "Ma, diversamente da questa decisione - si legge nella ricostruzione pubblicata sul sito della diocesi di Monaco - don "H" fu incaricato dal vicario generale di aiutare anche l’attività pastorale della parrocchia senza alcuna limitazione.

Dal gennaio 1980 al 31 agosto 1982 non vi sono state lamentale o accuse contro di lui". Dunque, anche se per iniziativa del vicario Gruber e contrariamente a quanto stabilito da Ratzinger, al sacerdote vengono assegnati incarichi pastorali, durante quei primi tre anni nulla contro di lui viene segnalato. Nel settembre 1982, quando l’attuale Papa aveva già da mesi lasciato la Germania, don "H" viene trasferito nella parrocchia di Grafing, dove rimane fino all’inizio del 1985. Accusato di molestie sessuali su un minore, mentre viene aperta su di lui un’indagine di polizia, l’abate è esonerato dai suoi compiti. Il Tribunale di Ebersberg nel giugno 1986 lo condanna a 18 mesi di carcere e alla pena pecuniaria di 4000 marchi, nonchè a sottoporsi a psicoterapia e controlli nei successivi cinque anni.

Dal novembre 1986 all’ottobre 1987 la Curia di Monaco lo destina a fare il cappellano di una casa per anziani, quindi successivamente, fino al maggio 2008 lo nomina viceparroco di Garching-Alz. "Questo nuovo incarico pastorale - si legge ancora nel comunicato della diocesi - era dovuto al fatto che la pena inflittagli dall’autorità giudiziaria era stata mite e lui si era sottoposto a terapia".

Dal momento della sentenza dell’86 non si segnalano altri episodi che lo riguardino. Don "H" in questi ultimi due anni, fino ad oggi, è stato impiegato nella pastorale del turismo.

"I ripetuti incarichi pastorali di don "H" nelle parrocchie - ha dichiarato ieri monsignor Gruber, il vicario della diocesi in quegli anni - sono stati un mio grave errore. Me ne assumo la piena responsabilità, sono profondamente dispiaciuto che a causa di questa decisione siano derivati abusi contro i giovani. Mi scuso con tutti coloro ai quali ho recato danno".

Il direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi, è intervenuto ieri pomeriggio per ribadire l’estraneità di Benedetto XVI: "Rimando a quello che dice il sito della diocesi di Monaco, che è competente ed ha tutti gli elementi per ricostruire la vicenda e spiegare quali sono le responsabilità del caso", spiega il gesuita. "La nota - ha sottolineato Lombardi - si conclude con il vicario generale dell’epoca che si assume ogni responsabilità, perchè era lui che aveva mandato il sacerdote sospettato di pedofilia nella cura pastorale".






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Il Tar vuole fare anche i palinsesti tv

Il Tempo

Niente par condicio per i talk show sulle reti private.
Viale Mazzini dovrà decidere se ritrasmettere Santoro e Co.
I giudici hanno accolto i ricorsi presentaty da Sky e La 7.
Zavoli: Possono andare in onda senza la presenza dei parlamentari".


La parola magica è Tar. Non c'è problema in Italia che non possa essere risolto nelle segrete stanze di un tribunale amministrativo e, tra un po', ci servirà una sentenza del Tar anche per decidere in quale supermercato andare a fare la spesa. In fondo i giudici hanno appena stravolto i palinsesti di tutte le televisioni nazionali. Infatti il Tar del Lazio, accogliendo i ricorsi di Sky e La7, ha sospeso il comma 2 dell'articolo 6 del regolamento che l'Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni aveva messo a punto per le televisioni private in vista delle Regionali 2010.

Un comma che di fatto obbligava le trasmissioni di informazione, negli ultimi 30 giorni di campagna elettorale, ad uniformarsi alle «regole delle comunicazione politica» garantendo «parità di trattamento» tra i diversi partiti. Sulla scia della sentenza, l'Agcom ha annullato il regolamento che, però, resta in vigore per la televisione pubblica. E ora la palla passa alla commissione di Vigilanza e al Cda di Viale Mazzini. Il testo, in realtà, non chiedeva la chiusura dei talk-show limitandosi, oltre a uniformare informazione e comunicazione politica, a chiedere alla Rai di mettere in onda le tribune politiche «negli spazi radiotelevisivi che ospitano le trasmissioni di approfondimento informativo più seguite, anche in sostituzione delle stesse, o in spazi di analogo ascolto».

I vertici di Viale Mazzini, forse spinti da un eccesso di zelo, hanno deciso di tagliare tutto. E così Santoro, Giovanni Floris, Bruno Vespa, Lucia Annunziata e il resto della compagnia sono stati messi a riposo. Ora, però, tutto torna in discussione. L'Agcom ha invitato il Cda Rai a «riconsiderare» le proprie decisioni. E anche il presidente della Vigilanza Sergio Zavoli, lasciando intendere che il regolamento non verrà toccato, ha invitato la televisione pubblica a «rivedere la scelta di applicare nella versione più restrittiva il regolamento ripristinando i programmi di approfondimento». «Ripropongo - ha aggiunto - il mantenimento dei talk-show nelle reti Rai senza la presenza di politici né il ricorso a temi riconducibili all'attualità politica». Insomma Annozero & Co. possono tornare in onda nelle due settimane che mancano al voto, ma in versione riveduta e corretta. Lunedì il Cda cercherà di sciogliere il nodo ma nel frattempo, così come previsto dalla Vigilanza, la Rai ha definito nel dettaglio il calendario delle Tribune elettorali e delle Conferenze stampa per le Elezioni regionali. Le prime andranno in onda, dal 15 al 26 marzo, alle 14 su Raidue e in differita su Radio1 alle 17.

La conferenze, invece, tutte moderate dal direttore di Rai Parlamento Giuliana del Bufalo, dovrebbero occupare proprio gli spazi riservati a Ballarò (martedì su Raitre) e ad Annozero (giovedì su Raidue). Si parte il 16 marzo alle 21.05 e chi vuole potrà seguirle in diretta anche su Radio2. Un'organizzazione certosina che però, grazie al Tar, potrebbe essere stravolta. Nel frattempo la politica si divide. Per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani «il Tar ha ripristinato criteri saggi e assennati mostrando l'assoluta irragionevolezza delle norme che bloccano i programmi di dibattito politico. Ora ci aspettiamo che tali criteri siano fatti propri anche dalla commissione parlamentare di Vigilanza e che tutto il sistema sia messo nelle stesse condizioni». Ma il promotore ed estensore del regolamento, il radicale Marco Beltrandi (deputato eletto nelle liste del Pd ndr) è di tutt'altro avviso: «Il regolamento sulla par condicio non prevede la chiusura dei talk- show. A dichiararlo non sono i Radicali, ma il senatore Fabrizio Morri, capogruppo Pd in Vigilanza, e Roberto Rao, capogruppo Udc, in una lettera dello scorso 9 marzo. Ogni ipocrisia e ogni disquisizione su tale regolamento, condotte in particolare dal Pd e da Fabrizio Morri, sono destinate a cadere e a lasciare spazio alle responsabilità della Rai in ordine al suo stravolgimento».

Per il centrodestra, invece, la decisione del tribunale dimostra l'assoluta necessità di superare la legge sulla par condicio. «È una legge che forse andrebbe migliorata - spiega il presidente del Senato Renato Schifani -, forse è un po' superata e obsoleta». Insomma, gli italiani dovranno aspettare lunedì per sapere se potranno trascorrere gli ultimi giorni di campagna elettorale in compagnia di Santoro & Co. Ma non devono preoccuparsi, qualsiasi cosa accada c'è sempre il Tar.

Nicola Imberti

13/03/2010





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Il pm processa Vanacore Volponi diserta l'aula

Il Tempo

"Il 7 agosto trovò la porta socchiusa, entrò e scoprì il cadavere della ragazza.
Poi, invece di chiamare la polizia, telefonò a Volponi, a Carboni e a Caracciolo".


Lui non c’è più. Ha beffato i giudici, i legali di parte civile e della difesa, i media. Ha interrotto con la morte il circuito perverso che lo vedeva da 20 anni sulla scena, prosciolto ma sospettato, scagionato ma ancora accusato.E ieri lo spettro di Pietrino Vanacore si aggirava nell'aula-bunker di Rebibbia, dove si è svolta la quarta udienza del processo per l'omicidio di Simonetta Cesaroni. Dovevano esserci anche il portiere di via Poma, la moglie Giuseppa De Luca e uno dei figli. Ma il lutto ha tenuto lontani i due familiari dalle domande e dai riflettori di un dibattimento che sembra costruito con l'obiettivo di trovare, processando l'ex fidanzato della vittima, altri elementi utili alla soluzione del ventennale giallo capitolino.

Un «processo civetta», insomma. Almeno questa è l'impressione. Ieri doveva parlare anche Salvatore Volponi. Ma il datore di lavoro della vittima si è dato malato e la terza Corte d'Assise ha potuto ascoltare solo il figlio Luca, dopo due decenni tradito più volte dalla memoria. Ed ecco allora l'accusa puntare l'indice su un morto. La ricostruzione del pubblico ministero Ilaria Calò, infatti, ha visto nei panni del protagonista sempre Vanacore. Il magistrato si concentra sostanzialmente su due elementi: l'agendina del custode e un mazzo di chiavi dell'ufficio dell'Aiag. Fu lui il primo, sostiene, a entrare nella sede regionale degli Alberghi della gioventù. A dimostrarlo sono le chiavi, riconoscibili per un nastrino giallo, che vennero sequestrate alla moglie Peppa.

E che si trovavano, come testimoniato da una dipendente dell'Aiag, appese a un chiodo all'ingresso dell'appartamento del delitto. Se le aveva la portiera, è la tesi del pm, vuol dire che erano state usate dal marito. «Vanacore entrò per primo negli uffici del terzo piano, trovando la porta socchiusa - ipotizza Calò - Le chiavi dimostrano che, precedentemente all'arrivo della sorella di Simonetta, il portiere trovò il corpo della vittima nella stanza del direttore Corrado Carboni. A quel punto ha pensato a un incontro clandestino finito male con Carboni, con Caracciolo (presidente dell'associazione ndr) o con Volponi, ha chiamato tutti e tre e non ha avvertito la polizia. Lasciando - prosegue la pubblica accusa - l'agendina "Lavazza" sulla scrivania dove stava lavorando la vittima.

Quindi è uscito, chiudendo la porta con quattro mandate usando le chiavi col nastrino giallo».
Le chiavi furono ritrovate in portineria. Anzi, di più: erano quelle che Giuseppa si mostrò restia a consegnare agli agenti giunti la sera del 7 agosto sul luogo del delitto. Tutto ciò, continua il pm, «spiega perché Giuseppa non le volesse consegnare e anche l'agitazione di Volponi, che conosceva già la situazione». Un altro punto oscuro riguarda l'agendina rossa. «Lasciata da Vanacore sulla scrivania della vittima», afferma sicura l'accusa.

E poi, ci dice la cronaca, rimasta per giorni nelle mani degli inquirenti, messa per sbaglio nella borsa di Simonetta, riconsegnata ai familiari e restituita dagli stessi agli investigatori. Ma la domanda è: quando, dove e a chi venne sequestrata? Secondo alcuni, il sequestro dell'agendina (poi tornata in possesso del portiere e, successivamente, scomparsa) è avvenuto il 10 agosto 1990, quando Pietrino venne arrestato.

Ciò sgretolerebbe l'inedita tesi accusatoria. Per quanto riguarda le chiavi, inoltre, chi può dire se Vanacore le prese quella sera o il giorno precedente? In più, come ha ricordato il suo legale, Salvatore Volponi ha sempre negato di aver ricevuto la telefonata dal portiere citata dal pm. E, d'altra parte, non esistono tabulati che lo dimostrano. Una carta che l'accusa non ha ancora giocato ma giocherà, poi, riguarda uno strano colloquio fra il direttore dell'ufficio Carboni e Salvatore Sibilia, marito (defunto) della donna chiamata dalla Berrettini, a sua volta interpellata da Simonetta quel martedì sulla password del computer. A quanto pare, Carboni sapeva già alle tre del mattino dell'8 qualcosa che non avrebbe dovuto e potuto sapere.

Per il resto, il dibattimento (che ieri ha visto anche l'audizione di due ispettori della Mobile, Coppi e Gobbi) sembra proseguire lungo una strada tortuosa e, per ora, poco comprensibile. Lo rivelavano anche gli sguardi dell'imputato, che ha seguito l'udienza tra il perplesso e il sollevato. L'unica domanda che ha riguardato Raniero Busco, infatti, è stata rivolta a Danilo Gobbi, all'epoca in forza alla quinta sezione della squadra investigativa della questura romana.«Perché non chiese l'alibi al fidanzato di Simonetta?», vuole sapere il pm. «La sera dell'omicidio non lo interrogai io - è la replica - ma ritengo che qualcuno lo abbia fatto e gli abbia domandato dove si trovasse all'ora del delitto». L'appuntamento è per martedì.



Maurizio Gallo
13/03/2010




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Pedofilia, la Santa Sede: "Siamo pronti a rimuovere i termini di prescrizione"

di Redazione

La Santa Sede si prepara a rimuovere i termini della prescrizione relativi agli abusi commessi dai sacerdoti, anche se da essi normalmente già si deroga.

L'appello di Scicluna: "Le vittime denuncino i sacerdoti"




Roma - La Santa Sede si prepara a rimuovere i termini della prescrizione relativi agli abusi sessuali commessi dai sacerdoti, anche se da essi normalmente già si deroga. Si tornerà così alla prassi precedente. Poi l'invito di monsignor Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede: "Non imponiamo ai vescovi di denunciare i propri sacerdoti, ma li incoraggiamo a rivolgersi alle vittime per invitarle a denunciare quei sacerdoti di cui sono state vittime. Inoltre li invitiamo a dare tutta l’assistenza spirituale, ma non solo spirituale, a queste vittime".

L'intervento della Santa Sede "Prima del 1898 - afferma monsignor Charles J. Scicluna, promotore di giustizia della Congregazione per la Dottrina della Fede in un’intervista ad Avvenire diffusa in tedesco, francese, inglese e spagnolo dalla Sala Stampa della Santa Sede - quello della prescrizione dell’azione penale era un istituto estraneo al diritto canonico. E per i delitti più gravi solo con il motu proprio del 2001 è stata introdotta una prescrizione di dieci anni", anche se "in base a queste norme nei casi di abuso sessuale il decennio incomincia a decorrere dal giorno in cui il minore compie i diciotto anni".

In quanto "la prassi indica che il termine di dieci anni non è adeguato a questo tipo di casi, sarebbe auspicabile - spiega il responsabile vaticano delle inchieste sui casi di pedofilia - un ritorno al sistema precedente dell’imprescrittibilità dei delicta graviora". "Comunque - ricorda il promotore di giustizia - il 7 novembre 2002 Giovanni Paolo II ha concesso a questo dicastero la facoltà di derogare dalla prescrizione caso per caso su motivata domanda dei singoli vescovi. E la deroga viene normalmente concessa".


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Spegnete Annozero» Berlusconi indagato

Il Secolo xix

Angelo Bocconetti


«Concussione»: il reato più grave per la pubblica amministrazione. Fino a quattro anni di carcere. Con questa ipotesi di reato sarebbero iscritti, nel registro degli indagati di Trani, il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, e Giancarlo Innocenzi, membro dell’Agcom (l’autorithy per le comunicazioni). Avrebbero cioè tratto «vantaggio, anche non patrimoniale, abusando della propria posizione». L’indiscrezione è stata pubblicata, ieri, da Il Fatto Quotidiano. La Procura non ha né confermato né smentito la circostanza. Minzolini ha decisamente negato: «Non ho ricevuto alcun avviso di garanzia». Innocenzi si è limitato ad annunciare querele.


Ma non è tanto il peso penale della vicenda a scatenare un finimondo di polemiche: nel corso dell’indagine (partita da una vicenda su carte di credito ed usura), per tre mesi i magistrati pugliesi avrebbero intercettato le telefonate che intercorrevano tra i tre, finalizzate a bloccare trasmissioni televisive ritenute “ostili” dal premier, o a concordare interventi giornalistici a favore dell’esecutivo. Ora l’onda lunga dell’indagine potrebbe avere conseguenze pesantissime. Antonio Di Pietro ha chiesto che siano «cacciati a pedate» sia Minzolini sia Innocenzi. Il Consiglio d’amministrazione Rai, lunedì, valuterà la posizione del direttore del telegiornale. Il codice etico dell’azienda prevede sanzioni solo di fronte ad una condanna definitiva.

C’è, però, il precedente di Agostino Saccà, dirigente del settore “Fiction”, anch’egli coinvolto in una serie di intercettazioni telefoniche (questa volta a sfondo sessuale) con il premier. Il dirigente fu sollevato dalle proprie mansioni. Minzolini non ha, però, alcuna intenzione di dimettersi. Il presidente dell’Agenzia per le Comunicazioni, Corrado Calabrò, ha difeso così la sua Authority: «Non abbiamo mai operato nessuna censura preventiva, anzi: abbiamo sempre lavorato per favorire la pluralità dell’informazione».

Per capire l’esatta portata del caso occorre fare un passo indietro. Agli inizi del 2009, sulla base della denuncia di un cliente dell’American Express, la Guardia di Finanza avvia un’indagine che ipotizzava il reato di usura: i tassi pretesi per il rimborso del debito avrebbero superato la soglia consentita. Nel corso di questa indagine, però, gli inquirenti incappano in un imputato che millanta di essere in grado di mettere la sordina ad eventuali notizie diffuse dai telegiornali. Lavorando su questo filone di indagine, la Guardia di Finanza finisce per intercettare proprio Minzolini, poi il funzionario dell’Agcom e, infine, lo stesso premier.


Da queste telefonate emergono due interventi diretti della presidenza del Consiglio. Il primo, nei confronti di trasmissioni considerate ostili come Annozero o Parla con me. Secondo quando riporta Il Fatto, Berlusconi avrebbe chiesto esplicitamente a Innocenzi (ex parlamentare di Forza Italia) di trovare il modo per chiudere «questi pollai» (così definisce i due talk show). Ed il funzionario dell’Agcom si spinge al punto di suggerire la strada burocratica per arrivare allo scopo: fare in modo che arrivi all’agenzia un esposto, firmato da terzi. Le telefonate tra il direttore del Tg 1 (definito testualmente “direttorissimo”) ed il premier sarebbero, invece, incentrate su un’altra questione: come trattare la deposizione del pentito Gaspare Spatuzza al processo di Palermo. Minzolini avrebbe garantito un intervento: e, proprio in quei giorni, il Tg1 mandò in onda un suo editoriale nel quale definiva «bugiardo» il pentito. Nel corso dei colloqui compare anche il direttore generale della Rai, Masi, che però avrebbe resistito alle pressioni: «Queste cose non accadono neppure nello Zinbawe».

Augusto Minzolini, direttore del Tg1

Il centrodestra difende Minzolini. «Ancora una volta spezzoni di intercettazioni vengono pubblicate in palese violazione della legge. Come mai nessun giudice interviene?» attacca Sandro Bondi. Nel centrosinistra, invece, si ha la certezza che siamo di fronte ad un nuovo «editto bulgaro», ma più insidioso e subdolo.




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Puglia, furbizie sindacali: la Cgil licenzia e riassume (ma alla metà del prezzo)

di Marcello Foa

In Puglia una società che fa capo alla confederazione di Epifani si è sbarazzata dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Poi ha creato una nuova società: reinquadrati i vecchi dipendenti come precari

 





Provate a immaginare una società che improvvisamente licenzia i suoi dipendenti con contratto a tempo indeterminato e subito dopo ne crea una nuova, riassumendo due terzi dei vecchi dipendenti con contratti da precari e, naturalmente, una notevole diminuzione degli stipendi. Il sospetto di una furbata sarebbe più che legittimo e la Cgil sarebbe la prima a indignarsi promettendo fuoco e fiamme.
Il caso non è ipotetico, ma reale; eppure il sindacato è rimasto tranquillo, muto, immobile. Niente strepiti, niente proteste. Per una ragione semplice e sorprendente: quel datore di lavoro è la stessa Cgil.

La vicenda si svolge in Puglia, e finora è stata ignorata dalla stampa, anche locale, nonostante una coda di denunce e controdenunce, dalle quali emerge lo spaccato di un sindacato che al proprio interno pare concedersi qualche licenza, perlomeno in alcune sedi; dopo il caso della dipendente di Castrovillari, in Calabria, che ha lavorato per anni in nero, sottopagata e infine allontanata, rivelato da Antonio Signorini su queste colonne due giorni fa. 

Innanzitutto i fatti. Nel 1994 la Cgil di Lecce, assieme ad altre categorie sindacali, fonda una società di servizi, la Progresso Service, che offre assistenza fiscale a dipendenti, pensionati e piccole imprese. Dal 1996 la presidenza è affidata a un sindacalista, Pinuccio Giuri. Le cose vanno bene, il fatturato cresce e i bilanci chiudono in pareggio o in lieve attivo. Nel 2004 la Cgil inizia a interessarsi da vicino alla Progresso. Cambiano gli assetti al vertice, emergono contrasti, liti. Giuri offre le dimissioni, che vengono respinte.

Le polemiche rientrano, la Cgil fa sentire sempre di più il proprio peso e i costi continuano a salire. Il 2004 e il 2005 chiudono con perdite di bilancio intorno ai 15mila euro, comunque minime rispetto a fatturati superiori ai 650mila euro. Il 2006 e il 2007 terminano in attivo, sebbene, esaminando i bilanci, emergano costi non proprio congruenti, come i 5mila euro per le brochure e i 3840 euro per 192 coperti al ristorante del Grand hotel Tiziano, in occasione del 15° Congresso Cgil. 

Si arriva così al 2008. Il fatturato supera il milione di euro, ma tornano anche le cifre rosse, per 85mila euro. Cifra importante, ma coperta dalle riserve. È prematuro considerare un fallimento, visto che il buco può essere agevolmente ripianato. Eppure per la Cgil quel rosso è inaccettabile. Ed è qui che la vicenda si intorbidisce; perché anziché procedere a un risanamento i dirigenti del sindacato decidono la messa in liquidazione volontaria.

Fioccano contestazioni pesanti nei confronti dello stesso Giuri, accusato di essersi appropriato indebitamente di 25 e di 15mila euro. L’ex presidente presenta una querela in tribunale, nella quale ammette il prelievo delle cifre, ma dimostra che contestualmente aveva disposto un prelievo rateale sul proprio conto per ripianare il debito.

Nella denuncia scrive che «il trasferimento di quelle somme di denaro sul mio conto assecondava una prassi da sempre diffusa in Cgil, in base alla quale i dirigenti del sindacato o di strutture ad esso collegate, possono prendere in prestito del denaro per l’acquisto di beni strumentali quali l’automobile (come nel mio caso)».

Capito? Se sei dirigente della Cgil puoi servirti in cassa, a quanto afferma Giuri. Niente prestiti, né leasing, né mutui; prelievi e via. Chissà se pagando qualche interesse o a tasso zero. Semplice, no?

L’8 ottobre 2009 la Progresso Service cessa di esistere e il liquidatore è costretto a procedere al «licenziamento collettivo dei 27 dipendenti, ad eccezione di uno per il disbrigo delle pratiche». Sulla strada, senza poter ricorrere alla Cig e, in fondo, senza un valido perché. I soci hanno deciso così. E tanto basta. 

Sì, sulla strada. Anzi, no. Perché nel novembre del 2009 nasce la LecceLavoro srl, che, guarda caso, è fondata dalla Cgil, trova sede negli stessi uffici della Progresso, usa la sua stessa strumentazione informatica, mantiene persino gli stessi numeri di telefono. D’altronde perché cambiarli? È tutto uguale, tranne che per i 27 licenziati, a cui pare non siano state nemmeno pagate le spettanze di fine lavoro. 

A venti di loro vengono proposti contratti a tempo determinato, fino al 30 settembre 2010, con una decurtazione dello stipendio del 35-40% e a orario ridotto. Un esempio di cristallina coerenza per un sindacato che nel sito di LecceLavoro promette di «lavorare alacremente» per offrire a tutti gli iscritti «oltre alla certezza di una forte tutela collettiva», anche «la tutela individuale attraverso l’attività dei nostri servizi». 

Che forza, la Cgil in Puglia...
http://blog.ilgiornale.it/foa




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D'Alema e Di Pietro uniti in piazza contro il Cav

di Francesco Cramer

Dopo anni di ripicche, sgambetti e attacchi frontali D’Alema e Di Pietro si scoprono "alleati" contro il governo. Un odio antico: dai tempi di Mani Pulite all'Opa di Tonino sull'intera opposizione. Sullo stesso palco si tuano il naso e celebrano il loro matrimonio di interesse

 

Roma - Miracolo dell’antiberlusconismo: vedere sullo stesso palco D’Alema e Di Pietro, la strana coppia. Il freddo e il rozzo, il banchiere e il contadino, lo skipper e il mozzo, il salotto e la taverna, il gatto e la volpe: dove il gatto ha i baffi d’acciaio di Massimo e la volpe i denti aguzzi di Tonino. Il secondo pronto a sbranare politicamente il primo, sebbene a lui debba le sue fortune politiche. I due si detestano, si insultano, si disprezzano, si truffano ma soprattutto si temono. Da sempre.

Fin da quando l’ex poliziotto di Montenero di Bisaccia brillava nel firmamento di Mani pulite e la sinistra lo snobbava e ne sospettava: è uomo di destra, vicino ai servizi, rude, sfigato. Meglio un Dottor sottile alla Piercamillo Davigo o un radical chic alla Gherardo Colombo. Ma la stella è la stalla, lui, Antonio Di Pietro.

Così arriva l’arruolamento da parte di Prodi che lo fa ministro nel 1996 e gli piazza come sottosegretario il dalemiano di ferro Antonio Bargone, avvocato, pugliese, traît d’union, assieme a Latorre, tra Baffino e Tonino. Di Pietro resta poco al ministero: soltanto sei mesi perché, incartato nell’inchiesta sui prestiti senza interessi, Mercedes, corse di cavalli et similia, si dimette per andare in tribunale a difendersi.

Ma nel luglio 1997 è proprio D’Alema a corteggiarlo, adularlo, utilizzarlo. Ma anche aiutarlo, visto che in quell’occasione Tonino si sfoga: «Mi sento solo e assediato», gli confida a casa di Bargone, al Testaccio. Ed è Mugello, collegio blindato, e porte spalancate del Senato in virtù di quel seggio lasciato vacante da Pino Arlacchi.

Antonio è ambizioso, avido, scaltro. Comincia a picchiare duro sull’Ulivo, sa che il «che c’azzecca» piace alla gente e gli frulla in testa l’idea di un partito tutto suo. Lo fa nel 1998 con un gruppo di fedelissimi che sceglie personalmente: Elio Veltri sì, Tana De Zulueta no, Silvana Mura sì, Federico Orlando no. Sono gli anni dei girotondi, delle stilettate tipo «l’Ulivo ha finito la sua storia», delle battaglie con lo Sdi, del triciclo, e del solito cruento duello tra Massimo e Tonino. Tra i due sono botte da orbi.

Di Pietro ricorda un dossier pubblicato da un settimanale ciellino in cui si facevano le pulci sulle sue chiacchierate amicizie e spara: cartacce espressamente richieste da Alfio Marchini per conto di Massimo D’Alema. Poi rievoca il miliardo portato da Gardini a Botteghe Oscure e dice che i magistrati si fermarono ma solo per via della prescrizione. D’Alema, suo padrino politico, è umiliato e offeso. Lo disprezza: l’ex pm è un ingrato, soltanto un ingrato. E sono scintille, legnate reciproche.

Uno, snob, graffia con sarcasmo. L’altro, terra terra, trafigge con perfidia. D’Alema dice che è colpa sua la sconfitta alle politiche del 2001? Di Pietro scimmiotta Moretti: «Con questi dirigenti il centrosinistra non vincerà mai». D’Alema è sprezzante sui girotondi «soltanto un partitino ininfluente»? Di Pietro lo sbeffeggia: «Se la sta facendo sotto... ».

Ormai è chiaro che l’arma che D’Alema ha contribuito a forgiare è una mina che esplode nel centrosinistra. Maledetto Mugello. D’Alema querela Travaglio per quel «sono entrati a Palazzo Chigi con le pezze al c... e ne sono usciti ricchi»? Di Pietro lo bacchetta: «Non si risponde con le querele, sennò fai disinformazione come il centrodestra».

Insomma, calci e pugni fino al 2006, anno delle primarie in cui Di Pietro, chiaramente, si candida a leader di tutto il centrosinistra: perde ma vola in consensi e Massimo rosica. Prodi lo richiama al ministero, sede da cui un giorno sì e l’altro pure sputtana Mastella.

Ma anche D’Alema. In luglio passa l’indulto allargato ai reati finanziari e il ministro pubblica sul sito i nomi dei parlamentari-mascalzoni che l’hanno votato. Tra questi c’è anche D’Alema. «È sconcertante - scrive Tonino - vedere l’Unione rinnegare il programma che ha presentato ai cittadini. Il cittadino ormai conta meno di zero».

E siamo ai giorni nostri, governo Berlusconi, Di Pietro a cavalcare la piazza, aizzare i violacei, lanciare l’Opa sull’intera opposizione, sobillare i suoi ultras che, appena dopo il Cavaliere vogliono fuori dalle palle Baffino. D’Alema lo sa, disprezza sempre più l’ex pm e sputa veleno: «Contrasto l’arroganza del potere ma anche la protesta qualunquista».

E ancora: «Disciamo che il tono di Di Pietro accredita l’immagine di opposizione faziosa e quindi aiuta il governo». Peggio: «I populismi di Berlusconi e Di Pietro sono speculari e si alimentano a vicenda». Astio allo stato puro. Poi, D’Alema elogia l’inciucio con il Pdl in nome della «convivenza», cita Togliatti e l’accordo tra Stato e Chiesa e Tonino lo picchia duro: «Mettere quell’accordo sullo stesso piano del salvacondotto giudiziario che Berlusconi pretende per i suoi reati è un’offesa alla storia repubblicana, un oltraggio alla Costituzione e un peccato per i credenti». Insomma, due boxeur, oggi nella stessa piazza. Anzi, ring.




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Via Poma, il pm: "Vanacore e moglie depistarono le indagini per vent'anni"

La Stampa

Ora spunta un altro biglietto lasciato dal portiere: «Distrutti senza colpa»

ROMA

Un depistaggio lungo 20 anni quello attuato da Pietrino Vanacore e la moglie Giuseppa De Luca. Ne è convinta il pm Ilaria Calò che oggi in aula ha spiegato come i comportamenti della coppia hanno contribuito ad inquinare le indagini sulla morte di Simonetta Cesaroni.



Per il pm, che oggi al processo che vede imputato Raniero Busco, allora fidanzato di Simonetta, Vanacore fu il primo, la sera del 7 agosto del 1990, ad entrare negli uffici dell’Associazione Ostelli, trovando la porta socchiusa, e a scoprire il corpo della Cesaroni, straziato da 29 coltellate. Una ricostruzione quella del pm che arriva a pochi giorni dal suicidio di Vanacore, avvenuto il 9 marzo a Torre Ovo di Torricella, in provincia di Taranto.

E proprio oggi è stato trovato un altro biglietto, il terzo, lasciato dall’ex portiere: «Senza nessuna colpa, non mia non della mia famiglia, ci hanno distrutti nel morale, nell’immagine e tutto il resto. Lo porteranno sulla coscienza». Un foglio, scritto in corsivo, che era nascosto sotto uno degli altri due «messaggi» che l’ex portiere dello stabile di via Poma aveva lasciato nella sua auto. Un terzo biglietto con il quale Vanacore ribadisce la sua innocenza difendendo anche i suo familiari, la moglie Giuseppa De Luca, e il figlio Mario. Oggi moglie e figlio di Vanacore avrebbero dovuto essere in aula per la quarta udienza del processo che vede imputato Busco. Ma la Corte, presieduta da Evelina Canale, ha affermato che «pur profondamente rattristata per la tragica morte», non può rinunciare a sentire i familiari dell’ex portiere ma ciò avverrà «nella fase finale del dibattimento».

Nell’udienza di oggi il pm Calò ha accusato Vanacore. «Le chiavi sono uno snodo fondamentale in questa inchiesta - ha detto il pm - Vanacore individuò il corpo senza vita della Cesaroni nella stanza del direttore, Corrado Carboni». Trovò il corpo ma non chiamò la polizia, spiega l’accusa. L’ex portiere, secondo il pm, pensando al tragico epilogo di un «incontro clandestino» della Cesaroni, effettua tre telefonate al presidente degli Ostelli della Gioventù, Francesco Caracciolo, al direttore Corrado Carboni e al capo di Simonetta, Salvatore Volponi. Vanacore, poi, secondo la ricostruzione del magistrato, «non allerta la polizia, prende le chiavi con il nastro giallo, che erano quelle di riserva per accedere agli uffici e stavano appese ad un chiodo dietro la porta, e va via chiudendo la porta d’ingresso».

Vanacore, però, dimentica nell’appartamento una agendina rossa con la scritta «Lavazza», che venne poi, circa un mese dopo, restituita dalla polizia alla famiglia della Cesaroni. I familiari però non riconobbero nell’agenda un oggetto di Simonetta e lo restituirono agli agenti. Una tesi quella dell’accusa che viene respinta da Antonio De Vita, legale della famiglia Vanacore. «Penso che la questione delle chiavi sia stata chiarita all’epoca del proscioglimento di Vanacore. A me, come difensore della famiglia Vanacore, non è stato comunicato nulla. Sento per la prima volta da voi questa ricostruzione». Dal canto suo Antonietta La Mazza, legale di Salvatore Volponi, che oggi non era in udienza e ha presentato un certificato medico, in merito alle telefonate si limita a dire che «è la ricostruzione del pm, bisognerà vedere poi quel che dirà in aula Volponi. Lui comunque non ne è a conoscenza e a me ha sempre detto di non aver mai ricevuto telefonate».



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Di Girolamo dal carcere: "Travolto da uno tsunami"

La Stampa

«Fosse solo per i voti sarei ancora felice in Senato»
ANTONELLA RAMPINO

ROMA
Nessun brivido, nessuna traccia di contrimento o agnizione, e ogni volta che lo si prova a sondare, la sonda incontra la roccia, «mi accusano di essere della ‘ndrangheta, vedremo, ho mille e ottocento pagine di atti giudiziari da leggere, mi devo organizzare...». Un rimpianto solo ma forte, «se non si fosse abbattuto questo tsunami, l’inchiesta sul riciclaggio che ci ha travolto tutti, e con la china che l’Italia ha preso, in questo particolare momento, stavamo ancora tranquilli, e io stavo ancora in Senato, lì ero felice, l’uomo più felice del mondo...». Il Senato è il piacere, il carcere è il dovere, per Nicola Di Girolamo, il falso senatore che la magistratura accusa di associazione a delinquere, oltre che di aver fatto carte false per entrare a Palazzo Madama. E per un momento, quando riceve a Rebibbia la visita del deputato dell’Udc Enzo Carra, l’uomo contro il quale ai tempi di Tangentopoli venne commesso un abuso, arrestandolo e anche condannandolo perché, portavoce della Dc, non disse delle tangenti Enimont quello che non sapeva, ha un sussulto. Nel luogo del dovere, torna all’antico piacere, poter parlare di politica. Chiede del listino del Pdl alla regione Lazio e, saputo che non è stato riammesso, esclama «ma allora Tizio, Caio e Sempronio hanno speso tutti quei soldi invano, e non verranno eletti?». Tizio, Caio e Sempronio hanno nomi e cognomi, che però, aggiunge Di Girolamo, «a lei non li posso fare, perché vede onorevole, io adesso sono un untore...».

Di Girolamo, «così dinoccolato, alto, ben pettinato e sbarbato, un gilet imbottito come se dovesse montare su uno scooter da un momento all’altro, un paio di pantaloni grigi da palestra, scarpe di cuoio», a Carra appare «come un Walter Matthau senza ironia, un uomo al quale è stata spenta la patina dell’arroganza, con un’idea della politica rudimentale, quella di poter mettere se stesso su un piedistallo». Si commuove sì, ma «solo pensando ai figli, due maschi di 17 e 19 anni, magari fosse accaduto quando erano piccoli, dice, adesso porteranno loro il peso di tutto questo...». I figli, il futuro: solo davanti a loro il peso delle accuse sono tali. Il Senato, «la felicità» di Nicola Di Girolamo erano l’abito blu, le macchine potenti e tutti che gli si rivolgevano dal basso in alto, prima che le intercettazioni rivelassero che per il criminale organizzato e fascista Gennaro Mokbel era solo «uno schiavo», «un portiere». La politica, la felicità che Di Girolamo spiega a Carra che mai ha creduto possibile cercarla e trovarla in un simulacro, «era nella storia di mio padre, e io quella storia volevo proseguirla, la sentivo nel mio stomaco, nel mio cervello, nel mio cuore». E il dovere, invece: per Di Girolamo Rebibbia non ha l’odore del ferro che pure le carceri fanno, «tutti gentilissimi», Rebibbia per lui è una regola di ore scandite dalle carte, elementi da mettere in riga per gli interrogatori, l’aria nella palazzina G12 in ora diversa da Silvio Scaglia, stessa inchiesta, stessa galera, ma altro braccio e altro rango.

Di Girolamo sta in un angolo della brandina, nella piccolissima cella singola, squadernati sul letto «Famiglia Cristiana» e tutti i quotidiani che parlano di lui, delle «risultanze del suo ultimo interrogatorio», le sue cose in uno scatolone chiuso, appoggiato sul water. Il direttore di Rebibbia Carmelo Cantone è un meridionale affabile e cordiale, ma non li lascia mai soli, e per un’ora Di Girolamo, Carra e Cantone stanno nella luce della porta, «sembravamo tre uomini al bar, come se il detenuto parlasse non di sé ma di un altro». Quello dell’altra vita, nel prima e nel dopo della sua vita. Anche per questo Di Girolamo sembra «tranquillo», ma forse come l’americano della novella di Graham Greene. Ma lei, gli fa Carra, ha fatto una conferenza stampa, perché non ha raccontato tutto ai giornalisti? «Io ero in Svizzera - gli racconta Di Girolamo - giravano voci sull’inchiesta, ma non avevo nessuna notizia certa, nessuna notifica dai magistrati, quando vedo i giornalisti non ho in mano niente, ma so che può servire a mettere in moto qualcosa». E perché si è candidato, se non aveva neanche i voti? «Quella è un’altra storia. Una storia dalla quale sarei già uscito, se non si fosse scatenato questo tsunami dell’inchiesta...Se fosse solo per i voti, starei ancora tranquillo e felice, in Senato».

Enzo Carra, che ha visitato il sodale di Mokbel anche perché sa della di lui sorella, che abitava sul pianerottolo di Via Gradoli e depistò i poliziotti che cercavano Aldo Moro, dice amaro che «col sistema politico che abbiamo, ci va bene se di Di Girolamo ce c’è uno solo», che con le leggi elettorali che abbiamo, i parlamentari nominati e non eletti e quel sistema permeabile per il voto all’estero «si instaura una dinamica perversa, che è a sua volta l’epifenomeno di qualcosa di molto più vasto: adesso è la criminalità che punta sulla politica. Altro che Tangentopoli, è molto, molto peggio».




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Al Tg1 club delle tessere. Di sinistra

di Alessandro M. Caprettini

Roma


Lor signori, pretendono che Augusto Minzolini la pianti con gli editoriali. Predicano la libertà di stampa, ma poi se la pratica chi non è dei loro, vorrebbero impalarlo. Lor signori sono scandalizzati che il suddetto Minzo abbia parlato qualche volta al telefono con Berlusconi: e allora, via, «dimissioni!», strillano a più non posso. E poco vale l’osservazione del direttore del Tg1 che sostiene di aver dedicato al Cavaliere lo stesso numero di chiamate che vedeva Pier Ferdinando Casini dall’altro lato del filo.

Sarebbero facezie se non fosse tragedia vera. Si strappano i capelli quelli dell’Idv e del Pd con annessi e connessi. Urlano irati sulla fine della democrazia prossima ventura e addirittura, sul web, ipotizzano il ricorso alle armi, cosa che dovrebbe portarli non tanto ad esser riveriti e/o santificati, ma nelle patrie galere. E il bello è che lo fanno mettendo da parte senza impudicizia tutte le volte che proprio lor signori piazzavano la loro gente sullo scranno dei Tg.

Perché a esser un pizzico precisini, delle ultime 12 direzioni del Tg1 - e cioè dal ’94, quando irruppe la cosiddetta seconda Repubblica, ad oggi - dal centrodestra son stati nominati in tutto in 3, mentre dal centrosinistra ben 9.

E non è mica tutto qui. Perché se a Minzolini fanno vedere i sorci verdi e a Mimun chiedevano poco elegantemente di andare da Berlusconi a spiegargli chi fosse Goebbels (ma mica si scandalizzarono Di Pietro e compagni nel 2004 per quell’invito di Fassino al direttore ebreo...), si fa finta di nulla se i loro direttori facevano qualcosa che andava un po’ oltre gli editoriali e qualche telefonata. Roba da nulla che Rodolfo Brancoli passasse direttamente dal soglio del Tg1 all’ufficio stampa di Romano Prodi.

O che - parlando di altri volti noti della Rai - Lilli Gruber e Michele Santoro si candidassero per il Pds alle europee, salvo chiedere di far ritorno da mamma Rai quando loro garbasse. David Sassoli, vicedirettore del tiggì prodiano, ha fatto lo stesso percorso: Saxa Rubra-Bruxelles-Strasburgo, in quota Ds. Pensate l’avesse fatto Emilio Fede con il Pdl... ma non è volata una mosca. L’Usigrai ha taciuto. La Federazione della stampa ha evocato le classiche tre scimmiette. L’Ordine ha brillato per la sua assenza. Come sempre.

E invece sempre a tuonare, la sinistra, contro la pagliuzza negli occhi degli altri. Mai a recitare un mea culpa per le sue travi. Ripercorriamo la storia del Tg1: Demetrio Volcic sarà stato un eccellente giornalista, tanto da esser direttore proprio nel ’94, ma ha finito poi per trovare un seggio al Senato con D’Alema e compagni. Un caso? Silenzio di tomba anche qui. Dopo un breve passaggio di Carlo Rossella, ecco Nuccio Fava la cui lunga militanza nella sinistra dc era stranota a tutti i frequentatori di Montecitorio e dintorni.

Poi il succitato Brancoli, e Sorgi che - pur non avendo etichette - non mostrava certo alcuna propensione per Berlusconi & Fini, tantomeno per Bossi. E ancora Giulio Borrelli che della rossa cupola sindacale Usigrai è stato a lungo partecipe e Gad Lerner la cui simpatia per il centrodestra era pari a quella di un orso quando nell’Artico incontra una foca. E poi Albino Longhi, anche lui di casa nella sinistra dc e - dopo la parentesi Mimun - ecco Gianni Riotta la cui passione per l’America non tracimava al punto di riconoscere in Berlusconi un interlocutore importante oltre Atlantico.

Insomma, accanto a direttori di parte (inevitabile visto che a sceglierli sono le forze politiche che prevalgono alle elezioni) a sinistra ci sono stati anche veri e propri sponsali come si è visto, culminati con una candidatura e una elezione. Ma per la sinistra, sono nozze che non dovrebbero contare. Si meravigliano, anzi, se qualcuno fa notare loro che un giornalista americano ha il divieto esplicito di partecipare a marce, manifestazioni e quant’altro perché correrebbe il rischio d’esser di parte o visto come tale. Da noi invece c’è la gara a chi si arruola sotto le insegne di questo o di quello.

Ma questo fa scandalo solo se avviene nel centrodestra. Che vergogna quell’Emilio Fede! Che sfrontato quel Bruno Vespa! E adesso pure Minzolini. Quello che addirittura ha importato sul video l’editoriale.

E mica si ricordano - o fanno finta di non averlo tenuto a mente - di quando il Minzo, da giovane cronista era portato in palmo di mano proprio dalla sinistra perché faceva la posta a Craxi e a De Mita svelandone gli arcana (ed era lodato persino perché compariva in un cammeo di Ecce Bombo del sinistrissimo Nanni Moretti)... Nessuna pietà. Si vuole passare per le armi perché pretende di fare un tiggì così come lo vuole lui. Difficile credere che si voglia effettivamente la libertà di stampa se poi non si perde occasione per mettersela sotto i piedi a seconda delle convenienze.

Ma c’è un’altra cosa che va tenuta di conto: possibile non esistano intercettazioni telefoniche di Santoro e Travaglio, Gruber e Sassoli, Lerner e Sposini, Busi e Borrelli? Delle due, l’una: o preparavano candidature e trasmissioni servendosi dello Spirito Santo, o il piatto piange. E mica di poco.



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