venerdì 5 marzo 2010

Fidanzatini trovano bullo su Facebook

di Redazione

Due fidanzatini si improvvisano investigatori e, indagando su Facebook, denunciano il "bullo" che li ha aggrediti e rapinati. La storia, molto 2.0 e a lieto fine, è avvenuta ad Ascoli Piceno

 

Ascoli Piceno
 

Dinamica
Tutto parte dalla richiesta di una sigaretta. Un giovane si avvicina alla coppietta, in centro, nei pressi di una chiesa, e chiede una sigaretta e del denaro. Al rifiuto, lo sconosciuto lo minaccia e, dopo avergli infilato con prepotenza le mani nelle tasche del giubbotto, gli ruba 75 euro dal portafogli. Tutto sotto gli occhi della fidanzata del malcapitato.

L'indagine su Facebook Prima di fuggire il rapinatore intima alla vittima di non rivolgersi alle forze di polizia, perchè altrimenti lo avrebbe rintracciato e picchiato. "Non ho reagito perchè era di corporatura molto robusta, e ho avuto paura che avesse una reazione particolarmente violenta" ha spiegato il ragazzo agli agenti della Squadra mobile. Formalizzata la denuncia, i due fidanzati si sono trasformati in investigatori e, indagando tra i loro coetanei e navigando sul social network Facebook, da una foto sono riusciti a risalire al nome del bullo.

Hanno raccontato la loro scoperta ai poliziotti, che hanno denunciato per rapina l’aggressore, Patrizio P., 18 anni, del posto. Il gip Carlo Calvaresi gli ha applicato la misura cautelare dell’obbligo di dimora, con il divieto di uscire di casa durante le ore serali e notturne. Il bullo non è nuovo a gesti violenti. Ancora minorenne, aveva deriso e preso a schiaffi e calci un compagno di scuola, procurandogli la frattura di un dito.




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Pilota aerei senza licenza Bloccato prima di un decollo

di Redazione

L'incredibile storia di Thomas Salme, 41anne svedese che per 13 anni ha pilotato jet usando una falsa licenza. E' stato fermato ad Amsterdam mentre stava per decollare con un Boeing 737 diretto ad Ankara: a bordo 101 passeggeri


Bruxelles - Rischia sei anni di carcere in Olanda il falso pilota bloccato all’aeroporto di Amsterdam mentre stava per mettersi al comando di un Boeing 737, destinazione Ankara, con 101 passeggeri a bordo. Emergono nuovi particolari nella storia finita nei giorni scorsi sui giornali olandesi di Thomas Salme, uno svedese di 41 anni, domiciliato a Milano, che per 13 anni ha pilotato aerei sfruttando una falsa licenza. L’indagine sul pilota era stata avviata da tempo e l’uomo è stato fermato dalla polizia olandese dopo una segnalazione delle autorità svedesi. Ha al suo attivo più di diecimila ore di volo ed ha pilotato aerei per compagnie basate anche in Belgio, Gran Bretagna e Italia.

Secondo quanto riferiscono i giornali olandesi, ha volato per due anni in forza alla compagnia turca Corendon, ma avrebbe lavorato anche per Air Sweden e per AirOne. Salme, stando ai media olandesi, si descrive come un "playboy" con una ragazza in ogni città e ama vantarsi su internet come un "fotografo volante". "Vivo a Milano ma il mio posto di lavoro è il mondo. Come attività collaterale volo, perchè questo mi consente di andare nei luoghi più belli", avrebbe raccontato. Una volta smascherato, si sarebbe sentito quasi sollevato e si è tolto da solo i gradi della divisa da pilota.

In realtà, l’uomo in passato era stato in possesso di una licenza per pilotare piccoli aerei da turismo, che poi è scaduta, e che comunque non dà accesso alla cabina di pilotaggio dei grandi aerei.  Il presidente dell’associazione olandese dei piloti, Evert van Zwol, intervistato dall’emittente Rnw, si è detto sorpreso che sia potuta accadere una cosa simile, ma ha ammesso di aver avuto solo un controllo della sua licenza in venti anni di carriera.

"È la prima volta che sento dire una cosa simile", si stupisce Philippe Charlier, comandante di Airbus A320 per Thomas Cook. "Ogni sei mesi dobbiamo superare un test di competenza su un simulatore di volo e un esaminatore invia un rapporto all’amministrazione belga dell’aeronautica", spiega Charlier in forze in Belgio.





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Ragazzo con un dito rotto, l'ospedale: «Non è urgente, paghi il ticket»

Corriere della Sera

Il 14enne si è presentato al pronto soccorso ma è stato rimandato al suo medico e poi di nuovo all'ospedale



MILANO - Rompersi un dito in Lombardia può costare l'esborso di un ticket sanitario perché il pronto soccorso valuta l'incidente come «codice bianco», ossia una prestazione che può normalmente essere eseguita dal medico curante di famiglia. È quanto è accaduto a Merate (Lecco) ad un ragazzo di 14 anni che si è presentato al pronto soccorso con il sospetto di frattura al pollice sinistro e si è visto assegnare il codice bianco, destinato a quelle prestazioni che normalmente non si effettuano al pronto soccorso ma possono essere eseguite dal medico di famiglia.

LUNGA ATTESA - Secondo quanto riferito dal genitore del ragazzo «il pronto soccorso ci ha consigliato di rivolgerci al medico di base, vista l'attesa per essere visitati, dal quale siamo andati e che poi ci ha rinviato nuovamente al pronto soccorso con la normale richiesta». Dopo essersi ripresentato al nosocomio il ragazzo si è visto assegnare di nuovo il codice bianco e, come spiega il genitore, «ha aspettato tre ore per essere sottoposto ad una lastra». Successivamente il medico del pronto soccorso, non in grado di leggere l'esame, ha rinviato il ragazzo a presentarsi il giorno successivo al reparto di ortopedia, dopo aver chiesto il pagamento del ticket.

«NON COSTITUISCE UN RISCHIO» - L'indomani, presso il reparto di ortopedia dell'ospedale, dove è stata diagnosticata l'effettiva frattura al dito, il medico specialista ha invitato il genitore del ragazzo a segnalare alla direzione sanitaria il fatto che vi fosse stato richiesto il pagamento del ticket a fronte di una sospetta frattura. Rivoltosi all'Urp (Ufficio relazioni con il pubblico) il genitore si è visto spiegare che «la frattura a un dito non costituisce un rischio per l'infortunato che può rivolgersi al proprio medico, il quale richiede una lastra e successivamente l'intervento di uno specialista». «Tutto questo è assurdo - spiega il genitore - perché l'ospedale ha di fatto confermato la propria linea di condotta senza tenere conto che, per un ragazzo, può essere un problema stare qualche giorno con il dito rotto senza nessun tipo di cura». Per questo il genitore ha annunciato di voler fare ricorso contro la decisione dell'ospedale. (fonte: Ansa)

05 marzo 2010




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Par condicio: non c'è Annozero, crollano gli ascolti di Rai2, perso il 10,8% di share

Corriere della Sera

Durante la stessa fascia oraria i vari programmi hanno fatto registrare 2,5 milioni di spettatori in meno



MILANO - Il nuovo regolamento sulla par condicio in Rai pesa, eccome. Sugli ascolti in primo luogo e quindi di riflesso sulla pubblicità. Lo testimonia anche il risultato in termini di ascolti di Rai2 di giovedì che ha fatto registrare una perdita secca di 2.594.000 telespettatori pari al 10.80% in termini di share nella fascia oraria 21,14-23,40, quella normalmente dedicata ad Annozero.

CALO DI AUDIENCE - Senza il programma di Michele Santoro, Raidue registra un brusco calo in termini di audience, lasciando per strada oltre la metà degli ascolti ottenuti il giovedì sera. È quanto risulta dalle comparazioni dei dati Auditel effettuate dalla stessa redazione della trasmissione. In virtù del regolamento della par condicio sono stati cancellati i talk show: giovedì dunque il programma di Santoro non è andato in onda. Nella fascia occupata da Annozero - 21,14-23,40 - Raidue è stata seguita da 1.970.000 telespettatori pari cioè all'8,42%. Giovedì scorso, 25 febbraio, la puntata di Santoro sul caso Morgan era stata seguita da 4.564.000 telespettatori (19,22%). Nella serata di giovedì scorso, l'offerta di Raidue comprendeva La carica dei 101 dalle 21,04 alle 22,45: per il film 2.574.000 telespettatori e il 9.66% (e giovedì prossimo si prepara già la messa in onda del sequel, La carica dei 102). A seguire, tre minuti di Elezioni regionali, dalle 22,47 alle 22,50: per la rubrica 807.000 telespettatori e il 3,52%. Quindi, dalle 22,51 alle 23,04, il Tg2 con 988.000 spettatori e il 4,54%. Infine Electra - in onda dalle 23,07 alle 24,35 - con 837.000 spettatori pari al 7.29%.

Redazione online
05 marzo 2010





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Giappone: la principessa Aiko non va più a scuola a causa dei bulli

Corriere della Sera

La bambina, 8 anni, che frequenta la seconda elementare, ha crampi allo stomaco e uno stato d'ansia



TOKYO - Il bullismo a scuola non risparmia neanche le teste coronate. In Giappone la principessina Aiko, 8 anni, non va più a scuola a casa per sintomi psicosomatici riconducibili a episodi di bullismo scolastici. La nipotina dell'imperatore Akihito frequenta la seconda elementare presso l'esclusivo istituto di Tokyo in cui hanno studiato tutti i rampolli della famiglia reale del Sol Levante.

La madre della bambina, la principessa Masako, soffre da anni di depressione causata, secondo alcune voci, dal rigido protocollo e dalle forti pressioni per non aver dato alla luce un figlio maschio. Infatti la successione al trono vede esclusa sua figlia, e passerà al fratello più giovane di suo marito, il principe Akishino e a suo figlio Hisahito, che ora ha 3 anni e mezzo. A meno che la legge venga modificata.

EREDE - L'Agenzia della Casa imperiale ha riferito che l'unica figlia del principe ereditario Naruhito ha passato quasi tutta la settimana lontana dalle lezioni, vittima di crampi allo stomaco e di uno stato d'ansia, probabilmente causato dal «comportamento violento» di alcuni compagni di scuola su di lei e altre bambine.

Senza fornire dettagli su quanto avvenuto e senza nominare il bullismo, Issei Nomura, responsabile della Casa imperiale per la famiglia, ha spiegato che Aiko non ha riportato ferite e che è desiderosa di tornare a scuola presto, sottolineando tuttavia che si è trattato di un episodio «triste». Secondo altre fonti, la principessina è stata presa in giro.

SPAVENTATA - In un'altra conferenza stampa, un alto dirigente della società che gestisce la prestigiosa scuola frequentata dal fior fiore dell'alta società di Tokyo, ha detto che la principessina si è «spaventata martedì, quando ha visto un ragazzo uscire di gran fretta da una classe. È un episodio che può averle ricordato la condotta di alcuni ragazzi turbolenti che in passato possono averle lanciato oggetti mettendola a disagio». Il primo ministro giapponese, Yukio Hatoyama, ha commentato: «Come cittadino mi auguro che la principessa possa recuperare e stare bene il più rapidamente possibile».

Redazione online
05 marzo 2010








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Il Pantheon chiude» concerto interrotto dal custode

Corriere della Sera


Un video denuncia l'interruzione brusca dell'esecuzione del quintetto Bach Consort alla presenza di 500 spettatori


ROMA - Quattro minuti di troppo e il concerto al Pantheon viene bruscamente interrotto, perché il monumento chiude tassativamente alle 18. E’ accaduto domenica a Roma, dove il quintetto russo Bach Consort si apprestava ad eseguire l’ultimo movimento di Vivaldi quando è stato interrotto dalla custode della struttura che ha fatto cenno di fermare la musica.

«LA BUROCRAZIA FERISCE L'ARTE» - Inutile il tentativo di convincerla a concedere qualche minuto da parte dei musicisti, come si vede in un video che gira su internet. Microfoni spenti, quindi, imbarazzo generale, e vive proteste da parte dei 500 spettatori. A qualcuno, più che in Italia, è sembrato di trovarsi in Svizzera. Per l’Adoc, Associazione dei Consumatori si tratta di un «danno grave» all’immagine di Roma e all’arte. L’associazione ha chiesto al ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, di sanzionare il personale responsabile dell’accaduto. «La burocrazia ha ucciso l’arte e ferito Roma - dichiara Carlo Pileri, presidente dell’Adoc - interrompere il concerto al Pantheon, quando mancavano solo quattro minuti alla fine dell’opera ci sembra assurdo, anche perché gli organizzatori sapevano della durata del concerto».

IL PUBBLICO: «VERGOGNA» - Increduli gli spettatori che ascoltavano il concerto: «Vergognatevi!» hanno urlato dal pubblico. 500 persone stavano ascoltando e filmando il concerto quando una voce dal microfono ha invitato tutti a uscire velocemente per la chiusura.

IL PANTHEON - Fu fatto costruire da Marco Agrippa, generale di Giulio Cesare Ottaviano, primo imperatore romano nel 27 a. C. (come è scritto sul frontone) il Pantheon era un luogo sacro: «casa di tutti gli dei». Trasformato da tempio pagano a tempio cristiano, oggi è una chiesa aperta al pubblico, e ai turisti che la visitano numerosi ogni giorno.

Redazione Online
05 marzo 2010





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Il prezzo della corruzione E la «cricca» degli appalti

Corriere Fiorentino


Il gip: «Balducci e De Santis hanno riservato agli amici lucrosi incarichi, che altrimenti non sarebbero stati loro conferiti. La "mossa Cerruti" è un esempio»


FIRENZE - L'inchiesta sugli appalti delle grandi opere arriva ad una svolta con l'arresto di Francesco De Vito Piscicelli, l'imprenditore che secondo gli atti dell'indagine, sarebbe l'anello di collegamento tra la Ferratella e la Baldassini-Tognozzi-Pontello (e quello che rideva insieme al cognato del terremoto all'Aquila) e l’avvocato romano Guido Cerruti, dello studio legale che curava gli affari della scuola dei Marescialli e dei Nuovi Uffizi grazie ai suoi rapporti con il Ministero.

Il gip di Firenze, Rosario Lupo, la notte scorsa infatti, ha disposto quattro nuove misure cautelari, nell'ambito dell'appalto della scuola Marescialli, a Piscicelli, Cerruti ma anche all’ex presidente del Consiglio dei lavori pubblici Angelo Balducci e a Fabio De Santis, ex funzionario della Ferratella diventato poi provveditore alle opere pubbliche della Toscana, entrambi già in carcere.

LE ACCUSE - L'accusa è quella di concorso in corruzione continuata e aggravata. Nella nuova ordinanza del gip di Firenze si descrivono le attività di Angelo Balducci e Fabio De Santis per pilotare alcuni appalti e le «utilità » - promesse di tangenti e favori - che, in cambio avrebbero ricevuto da alcuni imprenditori.

Nell’ordinanza si dice che i «pubblici ufficiali» Angelo Balducci e Fabio De Santis «si impegnavano» ad affidare a «impresa riferibile» a Riccardo Fusi, ex presidente della Btp, al suo vice alla Btp Roberto Bartolomei (che si è appena dimesso da tutti gli incarichi) e all’imprenditore Francesco De Vito Piscicelli, appalti nell’ambito dei 150 anni dell’Unità d’Italia e del G8 alla Maddalena, e «a far ottenere alla Btp l’appalto» per la scuola Marescialli dei carabinieri (gara vinta dalla Btp poi però estromessa).

In cambio, quale «retribuzione» Balducci e De Santis «accettavano, previa intermediazione di De Vito Piscicelli» che li metteva in contatto con Fusi e Bartolomei, «la promessa di quest’ultimi della corresponsione di una somma di denaro (contrattata da De Vito Piscicelli con Fusi)». A De Santis, con riferimento alla scuola Marescialli, si contesta inoltre, «l’utilità» consistita nella sua nomina a provveditore per le opere pubbliche della Toscana, «essendosi Fusi e Balducci adoperati per far conseguire a De Santis» la nomina «a tal fine avvalendosi dell’onorevole Verdini» che, su loro sollecitazione, «agendo nell’ambito del suo ruolo politico-istituzionale, si attivava presso gli organi competenti per la nomina».


LA «MOSSA CERRUTI» - Una parcella in bianco, come «attestato di stima». In realtà, secondo il giudice Rosario Lupo, un tassello per assicurarsi una tangente. È quello che in sostanza Guido Cerruti, l’avvocato romano da stanotte ai domiciliari per le vicende legate all’inchiesta sugli appalti grandi opere, propose all’imprenditore Riccardo Fusi, allora patron della Baldassini-Tognozzi-Pontello, oggi indagato, come compenso per la propria prestazione professionale.

Un incarico finalizzato, secondo i magistrati, a mettere le mani sui lavori della scuola Marescialli dei carabinieri. È quanto emerge dalle intercettazioni allegate all’ordinanza del gip, che indica quest’aspetto come una «anomalia», ritenendo che «la "mossa Cerruti" non sia altro che il modo per crearsi la provvista per il pagamento della tangente». Dopo una serie di contatti telefonici, il primo il 2 marzo 2009, su mandato di Angelo Balducci e Fabio De Santis, Cerruti vede Fusi la prima volta il 26 marzo.

Seguono una serie di contatti, fino al conferimento di un incarico da parte di Fusi a Cerruti. Ma quest’ultimo non indica al cliente l’entità del compenso e Fusi gliene chiede conto in una telefonata il 16 aprile 2009: «Telefonavo per il discorso del suo incarico... però dicevo, bisognerà vedersi un attimo io e lei come... perchè qui è in bianco. Come faccio a firmarlo?». Cerruti risponde: «Ho capito, ma guardi è un attestato di stima e fiducia che io penso che di più... forse a lei non gli è mai successo». E più oltre aggiunge: «Lei metta quello che ritiene opportuno... la firma e me la manda (...) sperando sempre come ho detto a Fabio che questo sia l’inizio di una lunga e proficua collaborazione».

«LA PROVVISTA PER IL PAGAMENTO DELLA TANGENTE» - Scrive il giudice nell'ordinanza: «Ritiene questo giudice che la "mossa Cerruti" non sia altro che il modo per crearsi la provvista per il pagamento della tangente». Illustrando la consulenza legale affidata dalla Btp a Cerruti per un contenzioso fra ministero e impresa, il gip sottolinea come sia «la controparte pubblica» - Balducci e De Santis - «che suggerisce a Fusi quale legale nominare», cioè Cerruti. «Balducci e De Santis - scrive il gip riportando quanto sostenuto dai pm nella richiesta di misura cautelare - hanno riservato agli amici lucrosi incarichi,

che altrimenti non sarebbero stati loro conferiti; con riferimento all’incarico professionale in favore di Cerruti i pm sostengono anche che parte del compenso sarebbe dovuto andare proprio ai due pubblici funzionari e sicuramente l’inutilità dell’incarico e la sproporzione del compenso, rispetto all’effettivo contributo di Cerruti, sono indizi gravi, precisi e concordanti in tale direzione». Del resto, continua il gip, «le tangenti in denaro hanno sempre una giustificazione contabile; e anzi, la prassi giudiziaria insegna che spesso le provviste si ottengono attraverso false fatturazioni e false consulenze».


Alessandra Bravi
05 marzo 2010



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Lisa Pdl, il ricorso al Tar "Un muro contro i delegati"

Il Tempo

Lunedì l'udienza del Tribunale amministrativo.Il documento presentato dal partito: divieto di entrare intimato arbitrariamente.
Poi lo "sbarramento insormontabile" dei militanti avversari.

Non colpa dell'imperizia dei presentatori di lista ma dell'impossibilità di consegnare la documentazione perchè è stato vietato l'ingresso nell'ufficio elettorale: questo il contenuto del ricorso al Tar presentato dalla Pdl contro l'esclusione della lista di Roma alle elezioni regionali. L'udienza è stata fissata per lunedì.


Ingresso vietato arbitrariamente -  "La mancata consegna della documentazione contenente le candidature non è addebitabile all'imperizia, negligenza o trascuratezza dei delegati del Pdl, ma è dipesa in primo luogo dal divieto d'ingresso loro arbitrariamente intimato a dispetto della tempestività dell'accesso alla zone deputata all'attesa presso i locali del Tribunale e, per altro verso, dallo sbarramento formato dai militanti di formazioni politiche avversarie, che hanno profittato della situazione per erigere un baluardo, se possibile ancor più insormontabile", si legge nel ricorso al Tar.


Ufficio senza organizzazione - Secondo il Pdl è la giurisprudenza a precisare che "laddove risulti evidente che erano state poste in essere tutte le attività necessarie per effettuare il regolare deposito della documentazione prescritta, confermata, come nel caso di specie, dalla presenza dei relativi delegati alla presentazione della lista, deve essere consentito il deposito della documentazione anche oltre i termini, con la conseguenza che è illegittimo l'eventuale diniego di ammissione della lista". Partendo poi dall'indicare che "il cancelliere non può rifiutarsi di ricevere le liste dei candidati neppure se li ritenga irregolari o se siano presentati tardivamente", nel ricorso si precisa che "ove fossero state assunte elementari misure organizzative, i ricorrenti avrebbero avuto modo di documentare il rispettivo titolo di legittimazione e la tempestività del loro accesso all'unica sede che rileva, e cioè ai locali del tribunale".





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Sesso orale per evitare una multa" Smascherati due carabinieri a Bari

di Redazione

Fermata una 31enne alla periferia di Modugno,i militari proposero che avrebbero potuto far finta di nulla in cambio di un rapporto orale


Bari - E' cominciato oggi a Bari il processo a due carabinieri accusati di tentativo di violenza sessuale, tentativo di concussione e falso. I fatti risalgono al giugno 2004 quando i due militari imputati - Francesco Sarinella, di 49 anni, e Giuseppe Sergio, di 44 - erano in servizio nella compagnia di Modugno (Bari).

Sesso per evitare la multa Per i due la procura di Bari ha chiesto in passato provvedimenti cautelari che il gip non ha concesso, pur condividendo l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza ma non delle esigenze cautelari. I due militari - secondo l’accusa - componevano la pattuglia che a mezzanotte del 5 giugno 2004, alla periferia di Modugno, fermò una donna, all’epoca dei fatti trentunenne, che guidava una Fiat Tipo. Alla giovane, che era appena uscita dal lavoro, un militare, poi identificato dall’accusa in Sarinella, contestò violazioni al Codice della strada ma propose subito, dopo essersi seduto nell’autovettura della giovane, che avrebbe potuto far finta di nulla in cambio di un rapporto orale. Il militare - a quanto emerge dagli atti dell’indagine del pm Renato Nitti - fu parecchio insistente ma desistette dopo che la donna rifiutò di compiere l’atto sessuale e scoppiò a piangere.

La falsificazione del verbale Alla scena assistette, seppure a distanza, l’altro militare imputato che assieme al collega concorse poi nella presunta falsificazione del verbale di servizio compilato a fine turno. Nel rapporto i due avrebbero attestato il falso per allontanare da sè i sospetti nel caso in cui la donna li avesse denunciati. A carico dei due carabinieri non vi è finora stato un riconoscimento personale certo da parte della vittima, ma vi sono una serie di accertamenti tecnici compiuti nel corso delle indagini da altri carabinieri che hanno anche esaminato le celle telefoniche che captarono i segnali dei telefonini dei due militari nella zona e nell’orario in cui fu compiuto il presunto tentativo di violenza.




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Ponzio Napolitano

Libero



Le Regionali potrebbero slittare. Il premier Silvio Berlusconi ha avuto il mandato di fare tutto il possibile e ieri sera, al Quirinale, ha incontrato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Voleva il via libera immediato per un decreto che fissasse nuovi termini per la presentazione delle liste, ma il capo dello Stato ha detto "no". Appigliandosi alla decisione del tribunale romano, se n'è lavato le mani, sostenendo che non c'è la necessità di un provvedimento urgente. Al premier non è rimasto che rinviare il Consiglio dei ministri e lavorare al testo di un nuovo decreto che presenterà oggi a Napolitano.

Una soluzione politica Si cerca una "soluzione politica". Due le ipotesi al momento sul tavolo: da un lato quella di un decreto legge, dall'altra quella di una leggina da approvare con il consenso dell'opposizione. L'effetto dovrebbe essere sempre lo stesso. Rinviare il voto delle regionali o riaprire i termini per permettere l'inserimento delle liste escluse.

Alla riscossa
- Il Pdl ha dato mandato al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, «per valutare qualsiasi soluzione con le forze politiche e istituzionali per sanare il vulnus democratico» che si determinerebbe se il Pdl non potesse concorrere alle elezioni in Lazio e in Lombardia. I ministri che lo hanno incontrato ieri sera lo descrivono "determinatissimo e incavolato per le violenze subite dal Pdl e pronto alla riscossa".

Caos in Lombardia - Intanto in Lombardia, il presidente della quarta sezione del Tar ha fissato per domani mattina alle 9.30 la Camera di consiglio per discutere se concedere o meno la sospensiva del provvedimento di esclusione della lista "Per la Lombardia". Ieri in piazza San Babila si è tenuta una manifestazione a favore di Formigoni.  I giudici della Corte d'Appello di Milano hanno respinto il ricorso contro la bocciatura della Lista per la Lombardia, e dunque l'attuale presidente non potrà correre per il prossimo mandato. Insieme a Roberto Formigoni sono fuori anche tutti i partiti collegati al listino, dunque Pdl e Lega Nord.

Ma sulle firme spuntano "cose curiose" -  Nell’aula della Corte d’Appello al primo piano del Tribunale di Milano si è tenuto ieri il controllo delle liste in lizza per le elezioni regionali, come richiesto a gran voce dal presidente Roberto Formigoni. Si è partiti dalle firme del Pdl e in particolare da quelle oggetto dell’ultima contestazione. «Cose curiose» dice di aver visto il vice coordinatore regionale del Pdl Massimo Corsaro che racconta di schede annullate per motivi futili: «Una è stata eliminata perché è stato scritto come luogo di nascita Venegono anziché Venegono inferiore», spiega.


Voci raccolte fuori dall’aula del Tribunale sottolineano la presenza non già di errori ma di precise norme redazionali: ad esempio in numerose schede le date sono state scritte mettendo il mese prima del giorno di nascita. In altre schede sono state impiegate penne con un tratto marcato che non si sa per quale ragione sono state annullate.






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Passaporto falso, due anni a Battisti

Corriere della Sera


L'ex membro dei Proletari Armati per il Comunismo condannato da un tribunale di Rio de Janeiro


 
RIO DE JANEIRO - Cesare Battisti, detenuto a Brasilia in attesa di una decisione del governo brasiliano sulla sua estradizione in Italia, è stato condannato da un tribunale di Rio de Janeiro a due anni di reclusione per uso di passaporto falso. Lo riporta il quotidiano O Globo, secondo il quale il giudice Rodolfo Kronenberg Harmann ha condannato l'ex membro dei Proletari Armati per il Comunismo ad una pena di due anni in regime di semilibertà. (Fonte Ansa)





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Estinzione dei dinosauri, confermata la causa: è un asteroide

La Stampa





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Cofferati: in piazza per l'articolo 18

La Stampa

L'ex segretario dei 2 milioni al Circo Massimo nel 2002 invita la sinistra a mobilitarsi contro la legge sull'arbitrato.
Angeletti frena: «Non vedo lesioni, non capisco le paure della Cgil»




LUCA FORNOVO

TORINO
Per Luigi Angeletti, ieri confermato segretario generale della Uil, «l’articolo 18 è salvo e l’arbitro non lede i diritti dei lavoratori». Suona, invece, la carica l’ex leader della Cgil, Sergio Cofferati, oggi europarlamentare del Pd: «Il provvedimento del governo è grave, bisogna tornare in piazza». Ma per il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi «solo la malafede e l’ignoranza della Cgil e del Pd» possono legare questa norma all’articolo 18: il licenziamento previsto in caso di giusta causa.

Dopo l’approvazione del disegno di legge sul lavoro non si placano le polemiche sulle norme che hanno introdotto l’arbitrato nelle procedure di conciliazione in tema di lavoro. La Cgil ha già in programma uno sciopero generale per venerdì 12 «e poi troveremo altre forme di mobilitazione, compreso il ricorso alla Corte costituzionale» dice il segretario confederale della Cgil, Susanna Camusso. Al centro delle polemiche è l’articolo 33 della nuova legge che prevede che le parti, in sede di certificazione del contratto, possono stabilire clausole per devolvere le controversie ad arbitri. Con questa clausola compromissoria, che può essere inserita anche nel corso del rapporto di lavoro, l’azienda può ottenere una preventiva rinuncia del lavoratore a ricorrere al giudice del lavoro in caso di controversia.

A scagliarsi contro è proprio Cofferati che sulla difesa dell’articolo 18 otto anni fa portò in piazza tre milioni di persone. «Spero ci siano le condizioni per un’iniziativa unitaria del sindacato e per un’iniziativa politica forte da parte dell’opposizione», dice l’ex leader della Cgil, secondo il quale «il provvedimento è peggiore di quello di otto anni fa», quando il governo Berlusconi tentò di apportare modifiche sui licenziamenti senza giusta causa. A difendere le norme è, invece, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, che sottolinea che la Cisl, la Uil e tutte le organizzazioni dei datori di lavoro la pensano diversamente da Cgil e Pd. Sacconi ha poi precisato che «le norme non toccano l’articolo 18 e non sono operative, nonostante la legge sia approvata, perché tutto è rinviato alla contrattazione collettiva e faremo in modo che ci sia un accordo tra le parti sociali o almeno tra quelle che si ritrovano intorno a un tavolo per definire l’intesa». Il ministro conclude dicendo poi di non temere affatto un possibile ricorso alla Corte Costituzionale da parte di Cgil.

Al ministro risponde però il leader della Cgil, Guglielmo Epifani: «Non c’è una questione di soliti noti né di malafede. Ma, se si chiede ad un lavoratore che deve essere assunto di rinunciare alla magistratura per la difesa dei suoi diritti non è pienamente libero di dire di no e, se dice di sì finisce sotto schiaffo del datore di lavoro».

Ma per Angeletti, che ieri ha chiuso il Congresso, riconfermato per la terza volta alla guida della Uil, l’articolo 18 «è salvo», e l’arbitrato è «un’aggiunta ad una legge dello Stato che resta in vigore». Secondo Angeletti, non esiste il rischio che la modifica alle regole per le controversie di lavoro penalizzi i giovani alla prima firma del contratto: «Il diritto per il lavoratore di avere un giudice non viene messo in discussione». Una cosa, tuttavia, Angeletti, la sottolinea: «abbiamo letto il testo e non è scritto bene».

Tra i favorevoli alla nuova norma c’è, invece, Confcommercio che spiega: «La possibilità di risolvere le controversie dinanzi a un arbitro rappresenta una concreta opportunità per imprese e lavoratori e non certo una riduzione di tutele».




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Adesso le Alpi scoppiano di salute

Corriere della Sera


Nell’Ue è allarme per l’estinzione di molti animali. Ma non in Italia, dove orsi, linci, lupi e cervi stanno benone 



Doveva essere l’anno del traguardo raggiunto: il 2010, dedicato alla tutela internazionale della biodiversità, doveva rappresentare la svolta nella protezione delle specie. Invece la situazione sta precipitando: si calcola che il ritmo con cui animali e piante si stanno estinguendo è oggi da cento a mille volte più rapido di quanto dovrebbe essere. Tra i candidati all’estinzione la tigre, di cui restano meno di 4000 esemplari, il panda gigante, il rinoceronte nero e, tra le piante, le grandi sequoie americane.

In Europa, il Commissario per l’Ambiente Stavros Dimas ha appena presentato una strategia a lungo termine, con obbiettivo intermedio nel 2020 e traguardo finale nel 2050. Gran parte del lavoro si baserà sulla messa a punto della rete Natura 2000, un sistema di aree protette cruciali per la conservazione degli habitat naturali. Ma caccia indiscriminata, cambiamenti climatici, urbanizzazione selvaggia, congiurano per rendere quasi impossibile la lotta contro l’estinzione. Ovunque, tranne che nel nostro Paese.


Le Alpi scoppiano di salute


L’Italia infatti va in controtendenza, con un incremento della presenza di animali mai verificato negli ultimi cento anni. I lupi, per esempio, sono comparsi nelle Alpi occidentali negli anni Ottanta e si sono moltiplicati. Oggi ce ne sono almeno 150 esemplari, stanno insediandosi anche in provincia di Bolzano. E non ci sono solo loro. Sulle Alpi non ci sono mai stati tanti animali come in questi anni, o almeno così sembra. Cervi, caprioli, cinghiali scendono addirittura in pianura e bussano alle porte delle città. Gli avvoltoi degli agnelli veleggiano con i loro tre metri di apertura alare dalle Marittime allo Stelvio, dopo quasi un secolo di assenza.

L’ultimo di questi rapaci era stato ucciso nel 1913 in val di Rhemes e c’è stato bisogno di trent’anni di attività di un consorzio di zoo e associazioni austriache, tedesche e svizzere per riportarlo nella sua antica patria. Ma una volta aperte le voliere, i grandi uccelli non si sono fatti pregare per riprendere possesso di rocce e ghiacciai, tornando a fare quello che hanno sempre fatto: smembrare le carcasse degli animali travolti dalle valanghe. Gli orsi bruni, prelevati dalle foreste della Slovenia e liberati nel parco trentino dell’Adamello, hanno raggiunto l’Austria e la Germania e lì molti sono stati abbattuti perché ritenuti dannosi e pericolosi soprattutto per le greggi.

Dei cervi non si tiene più neanche il conto: solo 40 anni fa erano un’esclusiva tutta straniera, oggi rappresentano una minaccia per boschi e colture in Trentino, in Lombardia e in Piemonte, tanto che il parco nazionale dello Stelvio ha deciso di eliminarne una quota consistente per ripristinare l’equilibrio ecologico compromesso dal proliferare di questi grandi animali erbivori, che non fanno distinzione fra arbusti selvatici, granturco, meli e peri. Non è stata una decisione facile e, nonostante la pianificazione dell’operazione che prevede l’abbattimento di circa 150 cervi l’anno, sono divampate le polemiche fra animalisti e responsabili del parco. Se le Alpi vivono questa festa zoologica, allora perché l’allarme dell’Unione europea sulla biodiversità è così forte?

Il fatto è che non tutti gli esseri viventi sono uguali. Anzi, la biodiversità è proprio il trionfo della differenza. Da una parte aumenta la grande fauna: cervi, cinghiali, lupi, avvoltoi, linci. Dall’altra scompare a ritmo crescente una moltitudine di piante e animali della cui esistenza pochi si rendono conto. Chi si preoccupa della pernice bianca o del piviere tortolino, della salamandra nera o del proteo? Fanno meno effetto dell’orso, del lupo, del camoscio, dello stambecco e dell’avvoltoio. La differenza è che lupo, orso, cervo e avvoltoi, per quanto grandi e bisognosi di spazio hanno esigenze meno specifiche della salamandra, del proteo e del piviere tortolino, perché si adattano a vivere in diversi luoghi, approfittando del bestiame domestico e delle colture.

Al contrario salamandre, ululoni (un piccolo rospo), sassifraghe, pernici bianche, protei e rosalie alpine vivono in spazi molti più angusti, definiti nicchie ecologiche. Il proteo, per esempio, è una salamandra priva di occhi che vive solo nelle acque fredde e ossigenate di un torrente sotterraneo, con una temperatura inferiore ai dieci gradi e buio perenne. Se la temperatura salisse di qualche grado, o l’acqua venisse inquinata da uno scarico o una luce fosse accesa nella grotta per mostrare le stalattiti ai turisti, il proteo sarebbe finito e la biodiversità segnerebbe meno uno.

I candidati all’estinzione nelle nostre regioni sono migliaia, mentre le specie che aumentano sono poche decine, ma di grande peso e impatto mediatico. Ci aspetta un futuro di globalizzazione faunistica: un mondo popolato da poche specie animali con grandi numeri e addio alla meravigliosa biodiversità, quella che ad esempio garantisce la sopravvivenza delle api. Sarebbe un peccato, ma soprattutto significherebbe porre una seria ipoteca sul nostro futuro.

Francesco Petretti
05 marzo 2010



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Yoani Sánchez telefona al Parlamento europeo

La Stampa

La dissidente cubana: «Noi blogger perseguitati da Castro»



GORDIANO LUPI

Yoani Sánchez ha partecipato ieri per via telefonica a una riunione del Parlamento Europeo per affermare che la repressione nei confronti di chi usa mezzi di comunicazione alternativi come internet "sarà sempre più dura" e "non si limiterà a bloccare i siti".

L’autrice del popolare blog Generación Y ha partecipato per telefono al dibattito organizzato dagli eurodeputati del Gruppo Verde, visto che il governo cubano non la lascia uscire dall’Isola. Sánchez ha riferito che sotto Raúl Castro la persecuzione contro i blogger è aumentata e che adesso sono "nel mirino della polizia politica cubana".

"Noi blogger siamo stigmatizzati socialmente, colpiti fisicamente e persino incarcerati", ha denunciato la Sánchez, dopo aver aggiunto che ogni persona responsabile di un sito internet viene accusata dal governo cubano di essere "al servizio dell’imperialismo".

La dissidente ha sottolineato l’importanza dei blog come un mezzo alternativo che permette di "porre fine al monopolio informativo del regime".

La sua speranza per il futuro: "Si deve riconoscere che a Cuba esistono voci diverse e anticonformiste; la comunità internazionale deve smettere di illudersi che la voce del governo rappresenti 11 milioni di cubani".

Al dibattito parlamentare ha preso parte anche l’autore del portale Cuba Encuentro, Manuel Desdin, che ha chiesto alla comunità internazionale "uno sforzo ulteriore per dare una mano ai cubani". Desdin ha messo in evidenza la necessità dei blog che diffondono informazione alternativa a quella di regime e che "raggiungono la cittadinanza cubana, non solo lettori stranieri". "La democratizzazione a Cuba dipenderà da come si riuscirà a informare correttamente le persone", ha concluso.

La prossima settimana il Parlamento Europeo voterà una risoluzione sulla morte del prigioniero politico Orlando Zapata.

Prosegue lo sciopero della fame di Guillermo Fariñas, 48 anni, psicologo e giornalista indipendente, già noto per una simile protesta quando nel 2006 si ridusse in condizioni di salute molto gravi per chiedere l’accesso a internet per tutti i cubani. Si possono vedere foto di Fariñas e una videointervista sul neonato sito internet: http://huelgadehambrecuba.wordpress.com/. Questa nuova lotta di Fariñas è volta alla liberazione di tutti i prigionieri politici cubani.

www.infol.it/lupi




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Omicidio di Meredith "Movente erotico Amanda e Raffaele aiutarono Rudy Guede"

Quotidianonet

Rese note le motivazioni della sentenza che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere. Per i giudici è certa la violenza di gruppo

Perugia, 4 marzo 2010


Sono state depositate le motivazioni della sentenza sull’omicidio di Meredith Kercher, avvenuto a Perugia il primo novembre del 2007, e per il quale sono stati condannati Amanda Knox e Raffaele Sollecito rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere. Le motivazioni sono racchiuse in un voluminoso fascicolo di 500 pagine.

CERTA LA VIOLENZA DI GRUPPO

 Sulla certezza della violenza di gruppo su Meredith Kercher, seppur iniziata da Guede per ragioni prettamente sessuali, i giudici  scrivono che “non si riesce ad immaginare come una persona sola possa aver tolto i vestiti che Meredith indossava e usandole violenza che l’esito del tampone vaginale documenta, possa averle cagionate le ecchimosi e le ferite che risultano e sopra ricordate e le abbia altresì tolta la felpa, alzata la maglia, forzato i gancetti del reggiseno che veniva poi strappato e tagliato”. Per i magistrati la prova della violenza di gruppo è rappresentata anche dalla posizione delle ferite dei coltelli sul collo della ragazza.

OMICIDIO NON PROGRAMMATO

“I fatti risultano essere stati realizzati in forza di contingenza meramente casuali”, scrivono ancora i giudici. E’ stato escluso dunque che gli assassini abbiano programmato l’omicidio. Il tutto è stato compiuto “senza alcuna programmazione, senza alcuna animosità o sentimento rancoroso contro la vittima, che in qualche modo possano essere visti quale preparazione predisposizione al crimine”. In ogni caso, il quadro emerso dalle indagini “comporta come esito necessario e strettamente consequenziale l’attribuzione dei fatti reato ipotizzati a entrambi gli imputati” e la fotografia di quanto accaduto risulta essere un “quadro complessivo e unitario, senza vuoti e incongruenze”, scrivono i giudici di Perugia.

AMANDA E RAFFAELE AIUTARONO RUDY

 L’azione delittuosa materiale, ovvero la violenza sessuale, i magistrati la attribuiscono a Rudy Guede, che è stato aiutato da Amanda Knox e Raffaele Sollecito resi fragili dalla droga assunta. “Amanda e Raffaele - scrivono i giudici - parteciparono attivamente all’azione delittuosa di Rudy finalizzata a vincere la resistenza di Meredith, a soggiogare la volontà e consentire a Rudy di sfogare i propri impulsi lussuriosi”. Scrivono ancora i magistrati nelle motivazioni della sentenza: “La prospettiva di aiutare Rudy nel proposito di soggiogare Meredith per abusarne sessualmente, poteva apparire come un eccitante particolare che, pur non previsto, andava sperimentato”.

IL MOVENTE

 L’omicidio di Meredith Kercher sarebbe avvenuto per via del movente erotico-violento. “Il movente - scrivono i magistrati perugini - quindi di natura erotica sessuale violento che, originatosi dalla scelta del male operata da Rudi, trovò la collaborazione attiva di Amanda e Raffaele. Che tale partecipazione, attiva e violenta, abbia coinvolto anche gli attuali imputati in concorso con Rudi deriva da quanto si è osservato parlando delle lesioni subite da Meredith, dall’esito delle indagini genetiche, dalle impronte di piede nudo rinvenute in varie parti della casa”.





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Traffico illecito di armi, Teheran chiede all'Italia: "Rilasciate i due iraniani"

Quotidianonet

Il governo iraniano ha convocato l'ambasciatore italiano in merito all'inchiesta che vede coinvolto anche il giornalista della tv Hamid Masoumi-Nejad



Roma, 5 marzo 2010




L'Iran ha convocato per chiarimenti l’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, in merito alla vicenda dell’arresto di due suoi cittadini presumibilmente coinvolti in un traffico illecito di armi. Secondo quanto ha appreso l'Ansa, il governo chiede il rilascio dei due, finiti in carcere insieme a cinque italiani.

I due sono Hamid Masoumi-Nejad, 51 anni, giornalista della televisione iraniana accreditato da anni presso la Sala stampa estera a Roma, e Ali Damirchilu, di 55 anni, arrestato a Torino. Considerati agenti segreti e arrestati due giorni fa a Milano, sono sospettati di traffico d’armi a destinazione Iran, in violazione all’embargo internazionale.

Altri due iraniani, oggetto di un mandato d’arresto nella stessa inchiesta, si trovano attualmente in Iran, secondo quanto spiegato dal procuratore antiterrorismo Armando Spataro.

In totale, la giustizia italiana ha spiccato nove mandati d’arresto "per associazione a delinquere finalizzata all’esportazione di armi verso l’Iran in violazione dell’embargo internazionale". Il traffico sarebbe in corso dal 2007, basato su un “sistema triangolare” che coinvolge anche altri paesi europei, come la Germania, la Gran Bretagna, la Svizzera e la Romania.





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Arrestato l’uomo che rise del terremoto

Il Secolo xix


Francesco Piscicelli, l’imprenditore che nelle intercettazioni telefoniche raccontava di aver riso nel letto la notte del terremoto all’Aquila per la prospettiva di lauti affari, è stato arrestato nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti. I magistrati di Firenze hanno anche disposto gli arresti domiciliari per un avvocato romano, Guido Cerruti.

Ascolta l’intercettazione

Ad aver portato alle nuove misure cautelari nell’ambito dell’inchiesta sui grandi eventi è il «travagliato appalto» per la costruzione a Firenze della scuola marescialli dei carabinieri.
Sulla vicenda della scuola la procura fiorentina aveva presentato una richiesta di custodia cautelare parallelamente a quella che lo scorso 10 febbraio ha portato in carcere Fabio Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone, ma poi “rimasta indietro” causa l’accelerata subita dalle indagini sugli appalti per il G8 e i Mondiali di Nuoto.


Tante le pagine delle intercettazioni depositate relative alla scuola marescialli. Già nelle settimane scorse era emerso che l’inchiesta scuola coinvolge Riccardo Fusi - presidente poi dimessosi della Btp, che nel 2001 vinse l’appalto, perdendolo poi nel 2006 in seguito a un contenzioso sull’indice di sismicità -, Piscicelli, Balducci e De Santis. Indagato per corruzione anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini, amico di vecchia data di Fusi, per il ruolo che avrebbe avuto nella nomina di De Santis a provveditore per le opere pubbliche della Toscana, incarico che per l’accusa sarebbe stato funzionale per aiutare la Btp a ritornare a lavorare nel cantiere della scuola.

Per l’accusa è grazie a Piscicelli, che in cambio avrebbe chiesto soldi e la partecipazione con Btp in Ati per appalti, che Fusi (siamo a cavallo del 2007-2008) entra in contatto con Balducci e De Santis. Obiettivo, per l’accusa, favorire la Btp negli appalti, e, questa la «pressante» richiesta di Fusi, tornare in possesso del cantiere-scuola. I contatti andranno avanti nei mesi successivi e ad entrare in gioco è anche l’avvocato Guido Cerruti, vicino a De Santis, che diventa poi a primavera scorsa il legale di Fusi per la partita della scuola.

Il nome di Cerruti compare anche in intercettazioni relative ai lavori per i Nuovi Uffizi. Proprio ieri Cerruti era stato interrogato in procura a Firenze insieme alla suo collaboratrice di studio Raffaella Di Tarsia Belmonte. Anche Piscicelli nei giorni scorsi si era presentato in procura per essere sentito dai magistrati titolari dell’inchiesta. «Non posso aggiungere dettagli - ha detto - ancora non ho letto l’ordinanza», questo il commento del legale di Carducci, avvocato Vincenzo Dresda. Il legale di Piscicelli Marcello Melandri si è limitato a dire di essere stato contattato dal proprio assistito





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Ratisbona, pedofilia: abusi sessuali nel coro del fratello del Papa

di Redazione

Il vescovo di Ratisbona scrive una lettera ai genitori in cui ammette gli abusi. Le violenze sarebbero state commesse nell’ambiente del coro di ragazzi all’epoca in cui esso era diretto dal fratello di Benedetto XVI


Berlino - Il vescovo di Ratisbona ha ammesso che sono stati commessi abusi sessuali nell’ambiente del famosissimo coro di ragazzi di Ratisbona all’epoca in cui esso era diretto dal fratello di papa Benedetto XVI. Il vescovo lo ha scritto in una lettera ai genitori pubblicata sul suo sito internet.




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Goodbye Lenin? No, grazie

La Stampa

Wittemberge, la città della ex Ddr che dopo 20 anni non ha imparato il capitalismo
ALESSANDRO ALVIANI

BERLINO


Allora» e «un tempo». Nei discorsi di chi è rimasto a Wittenberge, una cittadina a metà strada tra Berlino e Amburgo, in quella che fino a 20 anni fa era la Germania dell’Est, le espressioni che tornano con più frequenza sono due: «allora» e «un tempo». «Allora» a Wittenberge sorgeva la fabbrica di macchine per cucire più moderna al mondo e il quadrante della torre dell’orologio nella zona industriale era più grande di quello del Big Ben. Quando parlano di «allora», però, gli abitanti di Wittenberge non si riferiscono a un secolo fa.

«Allora» sono gli Anni Ottanta del secolo scorso. «Allora» è tutto quello che si colloca prima del 1990, prima, cioè, che la riunificazione delle due Germanie si abbattesse come un’onda su questa località adagiata sull’Elba.

E «oggi»? Come si presenta oggi la vita di persone che da un giorno all’altro si sono ritrovate in un sistema completamente differente e hanno perso certezze, punti di riferimento e spesso anche il posto di lavoro? Se lo sono chiesti alcuni studiosi tedeschi che hanno scelto Wittenberge (da non confondere con la ben più nota Wittenberg, la «capitale» della riforma luterana) per un enorme progetto sociologico, qualcosa di simile all’esperimento tentato nei primi Anni Trenta del Novecento da Paul Lazarsfeld in un monumentale studio sui disoccupati di Marienthal (vicino a Vienna) diventato poi un classico della sociologia.

Per quasi tre anni, dall’inizio del 2007 alla fine del 2009, 28 tra sociologi ed etnologi tedeschi hanno studiato da vicino la vita di Wittenberge, intervistato, osservato, partecipato direttamente alla vita della gente. Alcuni sono anche venuti a vivere qui. Obiettivo: capire come una città - non solo nell’ex Germania orientale - reagisce alla deindustrializzazione e cosa tiene insieme gli abitanti quando tutto intorno inizia a crollare.

I ricercatori, che hanno presentato ieri i risultati del loro progetto sul settimanale Die Zeit, non potevano trovare esempio migliore. Fino al 1990 a Wittenberge vivevano 40.000 persone; oggi, dopo che nei primi Anni Novanta sono state chiuse le poche attività industriali esistenti, a cominciare dalla fabbrica delle macchine per cucire appartenuta un tempo alla Singer, sono appena 19.000. E chi resta, specie tra i più giovani, va via alla prima occasione buona. In tal modo, con la scomparsa della Germania socialista, è venuto meno anche il senso del «noi» di socialista memoria. È questo il risultato centrale dello studio.

Oggi Wittenberge è divisa tra «vincitori» della riunificazione e «perdenti». E i due gruppi finiscono per separarsi anche fisicamente: i «vincitori» se ne vanno a vivere nei quartieri periferici; i «perdenti», quelli che ormai non hanno più un lavoro, restano nel centro città. Un centro città che cade a pezzi: ci sono strade in cui si incontrano solo palazzi crollati e un imprenditore affitta interi quartieri abbandonati all’industria cinematografica, che li usa come sfondo per film ambientati nel dopoguerra (14 le pellicole girate a Wittenberge dal 1990).

I cittadini hanno sviluppato comunque delle proprie strategie per resistere alla dura quotidianità e alla scomparsa dell’eterna attesa di un miglioramento suscitata dalla riunificazione. I lavoratori socialmente utili incaricati di pulire le strade, ad esempio, trovano così poca spazzatura che si portano l’immondizia da casa. Chi non ha lavoro, invece, si inventa occupazioni di ogni genere per dare una struttura alla propria giornata. Ad esempio discute dei prezzi della benzina, anche se non possiede un’automobile, o si dà al «discounting», la meticolosa pianificazione degli acquisti condotta studiando i volantini pubblicitari dei discount.

Il consumo è diventato un «sostituto» della vita lavorativa e il discount un punto di ritrovo sociale, riassume il professore di sociologia Heinz Bude che ha partecipato alla ricerca. Impensabile fino a vent’anni fa nell’Est socialista. Come impensabile doveva essere la dichiarazione rilasciata durante l’esperimento agli studiosi da un’insegnante del liceo locale: «A scuola prepariamo i bambini al capitalismo».




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In Islanda un referendum per non pagare i debiti: "Tutta colpa dei banchieri"

di Rolla Scolari


Domani si vota per decidere se i soldi da rimborsare ai risparmiatori britannici e olandesi rovinati dal crac dell’Icesave devono arrivare dalle tasche dei contribuenti. Il 73% dice no: "Noi non c’entriamo niente"


Reykjavik - Gli islandesi non vogliono pagare per gli errori dei loro banchieri. E domani lo faranno sapere votando in un referendum nazionale. L’esito rischia da una parte di aumentare i debiti dei cittadini, dall’altra d’impedire la ripresa economica, bloccare l’entrata di Reykjavik nell’Unione europea e causare instabilità politica. 

Nel 2007, la remota isola dell’Atlantico del Nord era, secondo le Nazioni Unite, il luogo migliore dove vivere sul pianeta. Oggi, la parola che riassume le pene di 320mila discendenti dei vichinghi è «kreppa»: la crisi, la recessione, il baratro dove è finita la nazione dopo il crac del suo settore finanziario, vittima del credit crunch globale, nell’ottobre 2008. L’inflazione s’impenna; la corona ha perso la metà del suo valore; il 9% della popolazione attiva è disoccupata. E come se non bastasse, i contribuenti sono ora chiamati ad assumersi le responsabilità di sbagli commessi dagli istituti di credito. Due anni fa, il collasso di Icesave, banca online di Reykjavik, ha colpito 340mila risparmiatori nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna.

I governi inglese e olandese hanno ricompensato di tasca propria i correntisti ma ora vogliono che l’Islanda renda loro 3,9 miliardi di euro. Le tre nazioni si sono accordate a fine anno sui termini del rimborso, accettati dal Parlamento islandese. Ma il presidente Olafur Ragnar Grimsson, sotto pressione dell’opinione pubblica interna, non ha firmato la proposta. Così si è arrivati al referendum di sabato. Per settimane il governo del premier socialdemocratico, Johanna Sigurdardottir, eletto dopo la crisi politica innescata dal terremoto finanziario, ha negoziato con Londra e l’Aia per un nuovo accordo ma senza successo. 

Per il ministro delle Finanze dell’isola, Steingrimur Sigfusson, le divergenze restano «significative». L’accordo non piace agli islandesi per un motivo semplice: il debito da 3,9 miliardi di euro di Icesave - il 50% del pil islandese del 2009 - verrebbe a pesare sulle tasche dei contribuenti. Ogni abitante dovrebbe così sborsare negli anni 12mila euro. 

Con questi numeri alla mano non è difficile credere ai risultati dei primi sondaggi: il 73% della popolazione voterà contro l’intesa con Gran Bretagna e Olanda (anche se non manca chi, nel mondo del business locale, ritiene un accordo necessario per accelerare la ripresa). «La responsabilità dell’accaduto deve essere divisa tra i tre Paesi», dice al Giornale Olafur Eliasson, fondatore di InDefence, associazione che dal 2008 fa pressione sul governo per non imporre altre pene alla già sfibrata popolazione. Eliasson, pianista diventato attivista con la crisi, spiega che se l’isola accettasse l’accordo, lui stesso dovrebbe rinunciare ogni mese a un quarto del suo stipendio di maestro di musica. La sua avventura è iniziata quando la Gran Bretagna ha utilizzato le leggi anti-terrorismo nazionali per congelare gli asset dei risparmiatori britannici nella banche islandesi.

L’artista e i suoi amici lanciarono allora una campagna online, mettendo su internet migliaia di foto: giovani, vecchi e bambini, famiglie, studenti, lavoratori islandesi con un cartello in mano: «Non siamo terroristi». Poi, grazie a una petizione da 60mila firme, InDefence ha fatto pressioni sul presidente per non accettare l’accordo, aprendo così la via al referendum. 

«C’è un limite oltre il quale il pubblico non può andare, ma siamo contenti di trovare una soluzione alternativa», racconta oggi. Fonti del governo assicurano al Giornale: l’Islanda è impegnata a trovare una soluzione, in questione è il tipo di rimborso, non il rimborso in sé. «Il referendum è simbolico, dà voce alla popolazione frustrata - spiega al telefono dalla redazione del giornale economico Icelandic Financial News Bjorgvin Gudmundsson - il “no” non significa che l’Islanda non voglia pagare, ma che chiede un accordo giusto». I cittadini sono arrabbiati con i loro banchieri, spiega il giornalista, ma anche con il governo: «Pensano che non abbia fatto abbastanza». 

Anche Bruxelles, che ha appena approvato l’avvio di negoziati per l’ingresso di Reykjavik nell’Unione, è visto come un attore troppo distante: «Ci aspettavamo più sostegno», dice Eliasson, secondo il quale ciò che accade oggi è la prova di come i grandi Paesi dell’Ue usino il proprio potere per fare pressione sui più piccoli. La chiama «guerra economica». Un recente sondaggio dà l’eurofilia in calo: il 56 % della popolazione è contraria all’Unione. 

E secondo molti analisti, un «no» sabato potrebbe compromettere le mire europee di Reykjavik ma non solo: senza un accordo si complicherebbero le relazioni internazionali dell’Islanda e la prospettiva di ricevere aiuti esteri, nonostante molta stampa economica mondiale, Financial Times in testa, abbia criticato il peso imposto ai contribuenti. Il Fondo monetario internazionale e i vicini scandinavi hanno pronto un pacchetto di 4,7 miliardi senza il quale l’isola non può pagare il programma di ripresa. Ma il direttore della Banca centrale Arnor Sighvatsson rassicura: «Anche con un “no”, un accordo può arrivare».




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L’Olanda è a rischio solo perché vince l’uomo anti-islam

di Livio Caputo

In tempi normali, le elezioni amministrative olandesi vertono sulle tariffe dei parcheggi, le tasse sui cani e la raccolta della spazzatura. Ma questi, per il Paese dei tulipani, non sono tempi normali. Dopo che la coalizione di centro-sinistra del premier Balkenende è saltata sul mantenimento del corpo di spedizione in Afghanistan e il Parlamento ha dovuto essere sciolto in anticipo, la consultazione locale di martedì ha assunto la funzione di sondaggio d'opinione per le legislative del 9 giugno, con particolare attenzione per le prospettive del Partito della Libertà (Pvv) di Geert Wilders, che gli avversari definiscono xenofobo, anti-musulmano e ultranazionalista, e che si propone di «sottrarre l'Olanda al dominio di una élite sinistrorsa che coccola i criminali e favorisce l'islamizzazione del Paese».

Il risultato non avrebbe potuto essere più eloquente: pur essendosi presentato con le proprie liste soltanto in due municipalità su 394 - Almere e la capitale l'Aja - il Pvv ha ottenuto tali consensi che, proiettando il risultato sul piano nazionale, tra tre mesi passerebbe dagli attuali 9 a 24 deputati, diventerebbe il terzo partito del Paese e potrebbe diventare essenziale per la formazione di qualsiasi governo di coalizione.

Wilders, 46 anni, chioma biondissima, è uno dei politici più controversi dell'Unione Europea. Accusato in patria di incitamento all'odio razziale, irriducibile avversario dell’uso del velo nei luoghi pubblici, si è visto negare recentemente il permesso di entrare in Gran Bretagna per presentare il suo film «Fitna», in cui equipara il Corano all'hitleriano «Mein Kampf» e sovrappone la lettura di alcuni dei suoi versetti più controversi a scene di terrorismo islamista.

Ma un giudice d'appello ha cassato questa decisione, e proprio oggi Wilders sarà ricevuto alla Camera dei Comuni per una proiezione della controversa pellicola, che ha fatto infuriare tutte le comunità musulmane d'Europa e indotto vari imam a pronunciare fatwe contro il suo autore. Da allora, il fondatore del Pvv vive sotto scorta e non dorme mai per due notti consecutive nello stesso letto.

Milioni di olandesi «politicamente corretti» si stanno stracciando le vesti per questi risultati, obliquamente criticati perfino dal presidente Napolitano durante la sua visita a Bruxelles. La prospettiva di un governo condizionato dal Pvv, anche solo attraverso l'appoggio esterno, spaventa l'elettorato moderato sia in vista di un possibile acuirsi delle tensioni razziali, sia per possibili ritorsioni di alcuni Paesi islamici.

Ma, se sarà confermata alle politiche, l'affermazione di Wilders sarà soltanto il risultato di una politica dell'immigrazione per lunghi anni troppo tollerante, di una presenza di musulmani al limite del tollerabile e di un clima di violenza e di insicurezza diffusa, simboleggiata dall'assassinio del regista Theo Van Gogh da parte di un fanatico marocchino ma che produce ogni giorno scontri e risse. «È la democrazia, bellezza», ribattono i seguaci di Wilders, parafrasando la famosa battuta di Clinton, e si preparano a promuovere il loro programma di contrasto all'invasione islamica; tra i punti più stravaganti, c'è l'imposizione di una tassa sui tessuti usati dai musulmani per i loro abiti tradizionali, che secondo il Pvv «inquinano il Paese».

È significativo che il partito più penalizzato dagli elettori sia stato quello laburista, che oltre a chiedere il ritiro dall'Afghanistan è anche il più morbido in materia di immigrazione e soprattutto il più favorevole a un grande sforzo di integrazione: secondo le proiezioni, scenderebbe il 9 giugno dall'attuale 23,4% al 16, meno del Pvv. Se, come dicono, l'Olanda è una specie di laboratorio politico della Ue, ci aspettano altre sorprese.



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Giudici spietati con le sviste Pdl ma teneri con gli strafalcioni Pd

di Enrico Lagattolla

Milano

Raccontano le cronache che a Venegono, comune del Varesotto, sia stato appioppato il nomignolo di «paes di asinitt», il paese degli asini. Il venegonese, tutt’altro che stupido, non se la prese mai a male. Bestia utile e redditizia, il somaro. Asino fin che vuoi, allora, ma mica pirla. Però vaglielo a spiegare, ora che il terremoto pre-elettorale porta pure la sua firma. Perché nel campionario delle sottoscrizioni annullate dall’ufficio della Corte d’Appello di Milano, che ha escluso la lista «Per la Lombardia» del governatore Roberto Formigoni dalle prossime regionali, c’è un po’ di tutto. E accade che, tra le tante invalidate, ci sia un’adesione autenticata proprio con la scritta «Venegono». Troppo poco. Troppo impreciso. Di Venegono, infatti, ne esistono due. Uno Superiore, l’altro Inferiore. Nemmeno a dirlo, comuni contigui. Fanno in totale poco più di 13mila abitanti. Hanno più o meno la stessa storia. Però due municipi. E allora guai a confonderli. Finisce che se non specifichi, sei fuori dai giochi. E così è stato.

Ancora. A Magenta, il sindaco Luca Del Gobbo sigla un elenco di firme e lo vidima col timbro «Luca del Gobbo, sindaco di Magenta». Tutto regolare? Macché. Firme non valide, perché manca il timbro del Comune. Lo stesso nel quale siede il primo cittadino che ne ha certificato l’autenticità. E poi, una firma annullata per un cognome che finisce con una «e», perché sul certificato elettorale è una «o». E avanti di questo tenore. È anche così che si gioca la partita delle urne. Una battaglia di eccezioni sul filo imperturbabile della burocrazia. Da un lato, i giudici che - piaccia o meno - chiedono indicazioni chiare e complete. Non per sollazzo, ma perché «lo impone la legge». Dall’altro la politica, che osserva atterrita (o eccitata, a seconda dei punti di vista) il teatro dei ricorsi incrociati e la sabbia che scorre nella clessidra. Perché il 28 marzo si avvicina. Però, denunciano i delegati del Pdl, «i magistrati hanno usato criteri diversi per i due schieramenti». Severi con una parte, dicono, indulgenti con l’altra. Tanto che 448 sottoscrizioni della lista «Penati Presidente» ora contestate dal centrodestra sarebbero uscite miracolosamente indenni dalla tagliola delle toghe.

Consentendo al candidato del Pd di correre per le elezioni.
Una mossa in attacco, un’altra in difesa. Per questo, ieri, i legali di Formigoni e del Pdl - gli avvocati Ercole Romano, Beniamino Caravita di Toritto e Luca Giuliante, giunti al Tar a cavallo delle 13, rischiando di sforare i termini e replicare in piccolo un «caso Milioni» - hanno chiesto ai giudici una sospensiva della decisione dell’ufficio elettorale della Corte d’Appello. Oggi dovrebbe essere fissata l’udienza, e già lunedì potrebbe iniziare la camera di consiglio. «Tutta l’attività di questo tribunale sarà improntata alla maggiore celerità», fanno sapere da via Corridoni. Sullo sfondo, in questo circo di carte bollate, l’ultima spiaggia del Consiglio di Stato.

Come se non bastasse, dopo la denuncia dei Radicali, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per falso ideologico e falso in atto pubblico. Il fascicolo è stato affidato al procuratore aggiunto Edmondo Bruti Liberati, a capo del pool «reati contro la pubblica amministrazione». Una atto dovuto, dopo un esposto. Ma è un altro tassello in un mosaico impazzito. Così, l’ombra di un’elezione
sub judice si fa più lunga ogni giorno che passa. Esattamente come il timore che il pasticcio possa diventare trasversale. Basta leggere, e nemmeno troppo fra le righe, la dichiarazione di Carlo Porcari, capogruppo Pd nel consiglio regionale lombardo. «Non ci opporremo se il Tar accoglierà il ricorso di Formigoni e riammetterà la sua lista». Ma «non ci opporremo se Formigoni, per difendere le sue firme, non attacca quelle di tutti gli altri, perché se ci attacca noi ci difenderemo». Chiaro, no? I «volontari azzurri» spulciano le sottoscrizione della lista di Penati in cerca di irregolarità, e il centrosinistra tende una mano. Voi lasciate stare, noi lasciamo stare. Cane non mangia cane.

L’impressione, però, è che ormai sia tardi. Anche perché, dalle verifiche fatte dai delegati del Pdl a palazzo di giustizia, ci sarebbero molte irregolarità nella lista del centrosinistra. Moduli considerati validi laddove mancano alcune sottoscrizioni. O la firma di un sindaco che si sarebbe auto-autenticato la propria sigla. Ancora, un certificato cumulativo da 25 firme, nel quale le firme realmente presenti erano venti soltanto. Eppure, calcolate come 25. In totale, denuncia il Pdl, 448 firme non valide, oltre alle 173 già segnalate lunedì dalla Corte d’Appello. Quando la lista del Pd si era salvata, ferma a 3mila e 622 (al netto delle esclusioni) e ancora sopra alla soglia minima di 3.500. Ora, però, il nuovo conteggio potrebbe rimescolare le carte. E rientrare tutto nelle memorie che il Pdl presenterà al Tar e - nel caso di una nuova bocciatura - al Consiglio di Stato. Scenari da armageddon politico. C’è ancora da grattare, nel fondo limaccioso di questa palude pre-elettorale. Altro che Venegono Inferiore. Il problema è più vasto. Quanto è grande il «paes di asinitt»?



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Vagabondo cinese diventa un sex symbol su Internet

La Stampa

La foto rubata nelle strade di Ningbo "rimbalza"sui blog di mezzo mondo: «Sarà la prossima star della moda» Ma di lui non si sa nè nome nè età





GIUSEPPE BOTTERO


Il nome non lo sa nessuno, l’età neppure. Si sa che vive a Ningbo: almeno un milione di abitanti, in crescita continua, e la cosa non aiuta. Il Web lo ha ribattezzato Brother Sharp, fratello elegante, e gli sta dando la caccia da almeno un mese. Lui, la preda, è un ragazzo cinese, un vagabondo che è diventato una star grazie alle migliaia di fans che hanno fatto girare la sua foto sui social network. L’unica immagine disponibile lo mostra in primo piano: indossa una vecchia giacca a vento su un giubbotto di jeans e una camicia aperta, non guarda in macchina, porta una borsa sotto braccio e ha i pantaloni tenuti su da una cintura improvvisata, una sorta di straccio riciclato.

Il gruppo su Facebook nato in suo onore l’ha definito «l’uomo più alla moda della Cina» e «principe dei senzatetto». Poi ha usato la sua fotografia per una serie di fotomontaggi. Così il modello senza nome è stato catapultato nel bel mezzo di una sfilata di Dolce e Gabbana, sul set dei film di Hollywood, nei poster delle camerette.

Tutto virtuale, ovvio, ma la caccia è scattata anche nella realtà, e ora i volontari che si occupano di homeless sono costretti a frenare. «I senzatetto sono persone vulnerabili e non è giusto sfruttarli per fare spettacolo», spiegano dalla sede dei servizi sociali di Ningbo, che ipotizza che il Brother Sharp possa reagire male ai curiosi che lo avvicinano in strada. Anche perché in Cina il vagabondaggio è tecnicamente un reato, visto che in teoria il Partito Comunista dovrebbe provvedere al welfare di tutti i cittadini. Il boom economico, però, ha creato sacche di persone senza protezioni sociali che si sono trovati ai bordi della società, e il modello del mistero potrebbe essere uno di loro.

Sui siti cinesi le voci su di lui corrono incontrollate: per qualcuno è uno studente universitario che ha perso la testa dopo essere stato lasciato dalla fidanzata. Un blogger ha raccontato di averlo incontrato e di avergli offerto aiuto. «E’ scappato spaventato, urlava frasi senza senso», scrive sul sito Chinasmack. Ma il suo aspetto e il suo look stanno incuriosendo anche gli stilisti. Brother Sharp somiglia moltissimo a due attori molto famosi: Takeshi Kaneshiro e Ken Watanabe, in odore di Oscar. Il mondo del fashion asiatico ha accesso un riflettore su di lui: una rivista locale l’ha scelto come uomo del mese sparandolo dritto in copertina. «Adora l’abbigliamento femminile e la cosa lo rende ancora più interessante- commentano le lettrici di Tyana, il più grande social network cinese-. E poi non sembra un barbone ma un pellegrino».

Da qualche giorno di Brother Sharp si parla anche in Europa: è lui, dice il quotidiano Independent, l’icona perfetta per l’homeless look creato dalla stilista Vivianne Westwood. Per trovarlo, però, i talent scout della moda dovranno muoversi più velocemente della polizia cinese: sulle tracce del vagabondo più bello del mondo ci sono anche le autorità. «Abbiamo delle regole da rispettare- fanno sapere- e devono valere anche per Mr. Sharp».



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Usa: strage degli armeni fu genocidio

La Stampa


WASHINGTON


Per la Commissione Affari Esteri del Senato quello avvenuto tra il 1915 e il 1917 a danno degli armeni fu «genocidio». La Commissione si è espressa in tal senso, aprendo di fatto una crisi diplomatica con la Turchia nonostante l’amministrazione Obama avesse fatto di tutto per evitarla. La Commissione Affari Esteri ha votato il testo a strettissima maggioranza, 23-22. I deputati hanno deciso di procedere con la votazione nonostante la messa in guardia dell’ amministrazione a non compiere un passo che avrebbe messo in difficoltà le fino ad oggi ottime relazioni tra Washington e Ankara.

L’invito è caduto nel vuoto e i risultati dal punto di vista diplomatico sono stati immediati: mentre l’Armenia plaude al voto della Commissione, la Turchia ha reagito subito facendo sapere che richiamerà in patria il suo ambasciatore a Washington. E questo nonostante il presidente americano, Barack Obama, avesse parlato ieri con il presidente turco, Abdullah Gul, invitandolo a proseguire sulla via della normalizzazione dei rapporti tra Turchia e Armenia.

È questo il quadro emerso oggi a Washington al termine di una giornata che ha visto l’amministrazione giocare su due fronti. Da un lato la Casa Bianca ha confermato la telefonata di Obama a Gul. Dall’altro lato, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha chiamato il Congresso per chiedere di evitare di mettere ai voti un testo in cui si parla, nero su bianco, di «genocidio armeno». Queste attenzioni di carattere diplomatico non sono tuttavia bastate a evitare l’incidente. Non appena a Washington si è diffusa la notizia che la Commissione aveva approvato il testo, immediata da Ankara è arrivata la notizia che la Turchia richiamerà in patria il suo ambasciatore.

I motivi della protesta da parte di Ankara sono di carattere storico: per i turchi la parola «genocidio» non esiste. Le decine di migliaia di morti in Armenia tra il 1915 e il 1917 furono la conseguenza di una guerra civile, non di un genocidio premeditato e sistematico, come invece sostengono gli armeni. «Il riavvicinamento tra Turchia e Armenia è uno dei nostri obiettivi» aveva detto il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs. Per questo Obama aveva detto a Gul che «è importante» che il Parlamento turco «passi i protocolli per la normalizzazione dei rapporti firmati a Zurigo nello scorso ottobre - ha detto Gibbs -. Ma la Casa Bianca riconosce che la questione armena, che dura da quasi un secolo, non è di facile soluzione».

Obiettivo degli Usa è «fare progressi». Proprio per questo Hillary Clinton aveva chiamato il presidente della Commissione Affari Esteri della Camera, Howard Berman, per chiedergli di evitare il voto. Ma la Commissione, seppur spaccata, ha votato ugualmente. Alcuni media hanno già anticipato che il governo di Ankara non solo richiamerà in patria l’ambasciatore, ma probabilmente non ratificherà - come invece chiesto da Obama - i protocolli di normalizzazione dei rapporti con l’Armenia, firmati a Zurigo sei mesi fa.



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