lunedì 1 marzo 2010

Web e tv, sì al decreto Romani "Niente più obblighi per i blog"

La Stampa

Via libera del Cdm. Ma nel testo resta la riduzione del tetto agli spot

ROMA


Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue in materia di audiovisivo. Il decreto legislativo, in Cdm su proposta del ministro per lo Sviluppo, Claudio Scajola e del titolare per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, è stato approvato in via definitiva e recepisce della direttiva sui servizi di media audiovisivi, già approvata in prima lettura il 17 dicembre 2009.

«Il provvedimento, che recepisce in parte le indicazioni delle Commissioni Parlamentari, reca importanti disposizioni adeguando la disciplina in materia di attività radiotelevisiva alle innovazioni tecnologiche intervenute nel settore», ha detto il Ministro Claudio Scajola, sottolineando che «vengono introdotte regole comuni a tutti i servizi che diffondono immagini in movimento su qualunque piattaforma; norme europee che prevedono regole più flessibili in materia di pubblicità, comprendendo anche il cosiddetto 'inserimento di prodotto' (product placement) durante le trasmissioni televisive; disposizioni di rafforzamento della tutela dei minori, soprattutto per quanto riguarda la qualità della programmazione quotidiana».

Le modifiche chieste nei pareri di maggioranza votati dalle Commissioni competenti di Camera e Senato riguardavano un chiarimento sul Web, il ripristino delle quote di produzione e investimento per le produzioni europee e l’inserimento del Logical channel numbering sui sui telecomandi per il digitale. Richieste sostanzialmente accolte, mentre il decreto mantiene la disposizione sui tetti agli spot prevedendo una riduzione graduale di quelli per le pay tv dal 12 al 18 per cento in tre anni.

Nel testo approvato oggi, e modificato secondo i rilievi del Parlamento, viene chiarito a quali servizi audiovisivi deve essere applicata la disciplina prevista dalla Direttiva, con un elenco dettagliato delle attività escluse. Siti Internet tradizionali, blog, motori di ricerca, versioni on line di quotidiani e riviste restano fuori dalle nuove norme del decreto su Internet e tv varato oggi in via definitiva dal Consiglio dei ministri. Il nuovo testo - che ha recepito alcune osservazioni delle commissioni parlamentari competenti - specifica anche che l’autorizzazione generale per i servizi tv a richiesta «non comporta in alcun modo una valutazione preventiva sui contenuti», ma si limita a individuare il soggetto che la richiede con una dichiarazione di inizio attività.

Sulla produzione audiovisiva «sono stati reintrodotti gli obblighi di programmazione per tutti gli operatori (compresa la pay-tv) nonché le quote di programmazione e di investimento previsti per la Rai». Il Testo unico sulle tv prevede quote di produzione al 10% per le private e al 20 per la Rai e di investimento al 10% dei ricavi per le private e al 15 per la Rai. Il decreto, prosegue la nota prevede «l'accorciamento dei tempi per l'emanazione del regolamento (da parte di Agcom, ndr) nel cui ambito dovranno essere fissate le sottoquote in favore della cinematografia nazionale, non solo per quanto attiene agli obblighi di investimento, ma anche di programmazione.


Ecco le principali novità del decreto

1) Internet - Viene chiarito a quali servizi audiovisivi deve essere applicata la disciplina prevista dalla Direttiva, con un elenco dettagliato delle attività escluse (tra cui i siti Internet tradizionali, come i blog, i motori di ricerca, versioni elettroniche di quotidiani e riviste, giochi on line). È stato specificato che il regime dell’autorizzazione generale per i servizi a richiesta (diversi dalla televisione tradizionale, con palinsesto predefinito) non comporta in alcun modo una valutazione preventiva sui contenuti diffusi, ma solo una necessità di mera individuazione del soggetto che la richiede con una semplice dichiarazione di inizio attività.

2) Produzione audiovisiva - Sono stati reintrodotti gli obblighi di programmazione per tutti gli operatori (compresa la pay-tv), nonchè le quote di programmazione e di investimento previsti per la Rai e l’accorciamento dei tempi per l’emanazione del regolamento nel cui ambito dovranno essere fissate le sottoquote in favore della cinematografia nazionale, non solo per quanto attiene agli obblighi di investimento, ma anche di programmazione.

3) Tutela dei minori - Vengono recepite anche condizioni che rafforzano la tutela dei minori, soprattutto per quanto riguarda la pornografia, inequivocabilmente estesa a tutte le piattaforme di trasmissione.

4) Ordinamento automatico dei canali - Si semplifica e si omogeneizza il posizionamento dei canali televisivi sul telecomando. È stata infatti prevista una sinergia tra l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni (che predispone un piano di numerazione con criteri di salvaguardia in favore dell’emittenza locale) e il ministero (che in sede operativa assegna i rispettivi numeri ai fornitori di contenuti televisivi), con potere di sospensione fino alla revoca dell’autorizzazione in caso di inosservanza. Si ritengono così superate le preoccupazioni espresse dall’emittenti locali in relazione ad una possibile scarsa visibilità della propria programmazione nell’ordinamento automatico dei canali fornito all’utenza.



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Uranio impoverito, arriva un indennizzo

Corriere della Sera

Il Consiglio dei ministri ha approvato uno schema di regolamento: risarcimento a chi ha contratto patologie

ROMA - La questione dell'uranio impoverito è arrivata in Consiglio dei ministri e arriveranno risarcimenti per chi, militare o civile, abbia contratto malattie connesse all'esposizione a tale metallo. È stato infatti approvato uno schema di regolamento per la previsione del riconoscimento di cause di servizio e la corresponsione di adeguato indennizzo al personale impiegato in missioni all'estero, in poligoni di tiro e in siti dove vengono stoccate munizioni, nonché al personale civile che opera in zone di conflitto o in prossimità di basi militari, che abbiano contratto infermità o patologie tumorali connesse all'esposizione o all'utilizzo di proiettili all'uranio impoverito e alla dispersione di nano-particelle di metalli pesanti. Sul testo esprimerà parere il Consiglio di Stato.

Redazione online
01 marzo 201






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Rientrata in Italia la salma di Colazzo Lo 007 ucciso con un colpo alla schiena





Aperta la camera ardente al Celio. Martedì i funerali al duomo di Galatina, la sua città




ROMA - È atterrato poco dopo le 8,30, all'aeroporto militare di Ciampino, il C130 dell'Aeronautica con a bordo la salma del funzionario dei servizi segreti Pietro Antonio Colazzo, ucciso a Kabul venerdì scorso.

UCCISO CON UN COLPO ALLA SCHIENA - Il dirigente dell'Aise in Afghanistan, è stato ucciso da almeno tre colpi di arma da fuoco. È quanto accertato dall'esame autoptico della salma presso l'Istituto di Medicina legale della «Sapienza». L'autopsia, eseguita dal professor Paolo Arbarello, ha accertato che uno dei colpi, certamente mortale, ha raggiunto Colazzo alle spalle.

LA CAMERA ARDENTE - Espletate le formalità di rito, una camera ardente è stata allestita presso l’ospedale militare del Celio . Il feretro raggiungerà quindi Galatina, città di origine di Colazzo, dove la cerimonia per l’estremo saluto avrà luogo martedì, nel duomo, con inizio alle 15.

LA RICOSTRUZIONE - Colazzo è rimasto vittima di un attacco suicida dei talebani che ha scosso venerdì mattina la capitale afgana Kabul, facendo 17 morti. Secondo il portavoce del ministero dell’Interno afgano Zemeri Bashary, tre kamikaze hanno partecipato all’attacco, anche se il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid nella sua rivendicazione ha parlato di cinque attentatori suicidi. Colazzo era un agente dei servizi segreti italiani dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna.

Secondo quanto emerso dalle prime ricostruzioni dell’attentato, il funzionario dei servizi segreti italiani si trovava nella hall del Residence Park. Stando alle dichiarazioni del capo della polizia afgana, il generale Abdul Rahman, Colazzo sarebbe stato ucciso da alcuni colpi d’arma da fuoco mentre era al telefono con la polizia locale per informarla sulla posizione dei combattenti islamici. «Era un uomo coraggioso», ha commentato. «Stava fornendo delle informazioni grazie alle quali la polizia ha potuto evacuare sani e salvi altri quattro italiani».

01 marzo 2010








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Lombardia: non ammessa la Lista per Formigoni

Corriere della Sera

Irregolarità in oltre 500 firme. Non accolto lo stesso ricorso dei radicali contro la lista Penati Presidente

Lo ha deciso la Corte di appello di Milano

Lombardia: non ammessa la Lista per Formigoni

Irregolarità in oltre 500 firme. Non accolto lo stesso ricorso dei radicali contro la lista Penati Presidente

Roberto Formigoni (Fotogramma)

MILANO - Dopo il Lazio, problemi anche in Lombardia per la presentazione delle liste per le elezioni regionali. La lista Per la Lombardia di Roberto Formigoni non è stata ammessa alle elezioni regioni per invalidità di 514 firme. Lo ha deciso la Corte di appello di Milano accogliendo il ricorso presentato dalla lista Bonino-Pannella. I radicali hanno presentato lo stesso ricorso anche contro la lista Penati Presidente, che appoggia il candidato del Pd, per insufficienza delle firme dei sottoscrittori, ma il ricorso non è stato accolto dalla Corte d'appello.

IRREGOLARITÀ - I giudici della Corte d'appello di Milano dopo un controllo formale delle firme (l'unico consentito in questa sede) ha ritenuto «fondate» le «doglianze» contenute nel ricorso dei radicali. Le firme risultate non conformi sono state 514 sulle 3.935 presentate. Questo comporta che le firme valide sono 3.421, un numero inferiore da quello previsto dalla legge la quale impone che le firme siano non meno di 3.500 e non più di 5 mila. In particolare le irregolarità riguardano la «mancanza del timbro tondo sui moduli» (126 casi), «mancanza data autenticità» (121), «mancanza luogo autenticità» (229), «mancanza qualifica autenticante» (28).

LA LISTA PENATI - Sulla Lista Penati Presidente, del candidato del centrosinistra Filippo Penati, erano state segnalate 173 irregolarità, ma l'Ufficio Centrale ha deliberato che pur ritenendole effettive non sarebbero comunque «determinanti ai fini dell'esclusione», perchè il numero di sottoscrizioni già ritenute valide è di 3.795.

Redazione online
01 marzo 2010




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Di Girolamo lascia e scrive a Schifani «Dopo l'ignominia voglio la verità»

Corriere della Sera


Il senatore del Pdl coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio presenta le dimissioni: «Io descritto come un mostro»



ROMA - «Dopo tanto fango, dopo l'ignominia di un'esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi dei Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti». È l'incipit della lettera, una quarantina di righe in tutto, con cui Nicola Di Girolamo (come anticipato dal Corriere della Sera) ha comunicato al presidente del Senato Renato Schifani le sue dimissioni da senatore.

Ora la parola passa all'Aula del Senato. L'esponente del Pdl coinvolto nell'inchiesta sul riciclaggio ha poi informato della sua decisione, con due distinte lettere, il presidente del partito al Senato Gasparri e il suo vice Quagliariello. Con una quarta lettera, infine, il senatore comunica al presidente Lamberto Dini le sue dimissioni dalla commissione Esteri.

«MI CONSEGNO AI MAGISTRATI» - «Ho ceduto, certo, signor presidente - scrive Di Girolamo a Schifani -. Ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi. Forte della convinzione di collaborare alla ricerca della verità e della certezza che dovrò riscattare faticosamente il mio onore innanzi alla mia famiglia, ai miei amici e all'Assemblea del Senato alla quale ho partecipato con orgoglio e dedizione».

«ORFANO GIÀ IN FASCE» - Il senatore si dice convinto «di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale e che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni».

Di Girolamo ricorda di essere stato eletto «forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei: 24.500 cittadini italiani, né mafiosi né delinquenti». «Di una piccola parte di costoro - prosegue la lettera - avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente "inquinati" da frequentazioni criminali. Non mi interpreti come troppo "ingenuo", signor presidente.

Non ero "consegnato" anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male. E Lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti. Sono entrato in Senato da professionista del diritto, incensurato». A questo punto Di Girolamo apre all'autobiografia.

«La mia - prosegue la lettera - non è stata una storia semplice. Orfano, già in fasce, di un prestigioso economista e docente universitario, figlio unico, educato al rigore e alle buone maniere da una madre nobile ho da sempre dovuto provvedere al sostentamento della famiglia.

Sono rimasto, negli anni, quello che ero. Una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni. Figli di un'altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi - annota il senatore - nella smania delle promesse».

L'ITER IN AULA - Ora la parola passa all'Aula di Palazzo Madama, che dovrà votare le dimissioni. La data dovrà essere calendarizzata dalla conferenza dei capigruppo, convocata per martedì alle 11. Sia il Pd che il Pdl hanno depositato mozioni per la decadenza del senatore eletto all'estero, mentre è in calendario per martedì alle 12 un'audizione dello stesso Di Girolamo davanti alla giunta per le Elezioni e le immunità del Senato.

Una mozione del Pdl chiede che venga ripresa in Aula «la discussione sulla decadenza del senatore Di Girolamo», con riferimento al «tempo trascorso dalla deliberazione con la quale si era sospeso l'esame della proposta di decadenza. Oggi infatti si può inquadrare in una prospettiva diversa l'intera vicenda, senza attendere l'esito di un procedimento penale che nel frattempo è diventato più complesso. Il prestigio del Senato si difende meglio quando si ha un quadro completo dei fatti».

Redazione online
01 marzo 2010






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Travaglio, Santoro, Ballarò: per un voto la Rai imbavaglia i talk show fino alle regionali

Quotidianonet


Passa con 5 voti favorevoli e 4 contrari, il regolamento varato dalla commissione di Vigilanza che impone lo stop ai talk show e ai programmi di approfondimento giornalistico che trattano temi politici


Roma, 1 marzo 2010 

Il Cda della Rai ha approvato a maggioranza, cinque voti favorevoli e quattro contrari, il regolamento varato dalla commissione di Vigilanza che impone lo stop ai talk show e ai programmi di approfondimento giornalistico che trattano temi politici nel periodo che va da oggi alle elezioni regionali, 28-29 marzo. A favore hanno votato i consiglieri di centrodestra, contrari tutti gli altri dell’opposizione.

E quindi niente ‘Porta a Porta', ‘Annozero', ‘Ballarò', ha deciso il Cda Rai su proposta del direttore generale Mauro Masi.


OPPOSIZIONE ALL'ATTACCO

GENTILONI - “La decisione presa a maggioranza dal Cda della Rai svela quello che fin dall`inizio era l`obiettivo del regolamento-bavaglio, imposto dal centrodestra in Vigilanza: cancellare i programmi in cui si danno notizie e si confrontano opinioni diverse, affidando al filtro dei soli Tg l`attualità in campagna elettorale”, dichiara Paolo Gentiloni, responsabile comunicazioni del Partito Democratico.

“La scelta di imporre il silenzio - prosegue l’esponente Pd - non era e non è obbligata come aveva chiaramente affermato lo stesso direttore generale della Rai nella circolare di due settimane fa in cui suggeriva la messa in onda dei programmi di informazione, sia pure senza ospiti politici. Mi auguro - conclude Gentiloni - che anche la decisione di oggi sia reversibile e non costituisca l`ultimo capitolo di una brutta storia per la libertà di informazione”.

GIORGIO VAN STRATEN“Il Direttore Generale della Rai, col sostegno della maggioranza del Consiglio di Amministrazione, ha deciso di sopprimere per un mese l’informazione sulla televisione pubblica”. Lo dichiara il consigliere Rai Giorgio Van Straten in una nota, a proposito della riunione del Cda di oggi sull’applicazione del regolamento per le regionali.

“Restano i notiziari, ma questo, visti i comportamenti dell’attuale direzione del TG1, non può rassicurare nessuno. E’ una scelta sbagliata perché fa venir meno il nostro dovere di servizio pubblico, crea polemiche e conflitti esterni, procura un danno alla Rai in termini di ascolti e quindi anche di ricavi pubblicitari. Come Consigliere di Amministrazione ho espresso la mia totale contrarietà a questa scelta di applicazione del regolamento della Vigilanza, un regolamento che oltretutto molti autorevoli giuristi hanno valutato come incostituzionale”, conclude.

RIZZO NERVO - Lo stop dei talk show fino al voto è “ una decisione contraddittoria, sbagliata, che tradisce profondamente i doveri del servizio pubblico che sono quelli di ampliare non di comprimere gli spazi di informazione - dichiara il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo -  il Consiglio di amministrazione oggi è andato oltre lo stesso regolamento approvato dalla Commissione parlamentare che, pur limitando pesantemente la libertà di espressione, non prevedeva la cancellazione per un mese di programmi importanti come Porta a Porta, Ballarò, Anno Zero e L’ultima parola.

Sconcerta anche - prosegue - la totale mancanza di rispetto dimostrata nei confronti delle capacità professionali dei conduttori e dei direttori di rete ai quali in sostanza si dice: vi sospendiamo sino alla fine della campagna elettorale perché non ci fidiamo di voi. Commissione di Vigilanza e Rai hanno scritto una brutta pagina: la legge sulla par condicio è soltanto un alibi inconsistente tant’è che nei dieci anni di sua applicazione mai erano state soppresse trasmissioni di approfondimento giornalistico”.




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Agghiacciante a Foggia Mettono incinta la nipote di 13 anni In galera nonno e zio

Quotidianonet

Una vera storia dell'orrore per la ragazzina, ora ospite di un istituto di accoglienza, più volte stuprata dai due uomini, che la minacciavano di prenderla a cinghiate se avesse parlato

Foggia, 1 marzo 2010 

I carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Lucera, in provincia di Foggia, insieme ai militari della Stazione di Roseto Valfortore, hanno eseguito ad in Alberona due ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse dal giudice per le indagini preliminari dello stesso Tribunale Caterina Lazzara, su richiesta del pubblico ministero Mara Flaiani, nei confronti di due uomini di 62 e 38 anni, per violenza sessuale nei confronti della nipote minorenne.

Tutto è iniziato ai primi di febbraio quando la direttrice di un istituto di accoglienza per minorenni nel foggiano, dove la ragazza di 13 anni vive dal 2006, poichè a quella struttura è stata affidata del Tribunale dei minori di Bari, ha scoperto una verità agghiacciante: la ragazzina era incinta. Nei giorni precedenti era stata molto male ed aveva destato un pò di preoccupazioni ai suoi tutori. Così era stata sottoposta dai medici ad una serie di analisi tra cui anche il test di gravidanza.

Ma ciò che ancora di più ha sconvolto la responsabile dell’istituto è il fatto che la ragazza non sapeva trovare una spiegazione all’accaduto. Alla domanda di come fosse successo e soprattutto chi fosse stato, la minorenne rispondeva «nessuno», facendo comprendere di non sapere neanche come si concepissero i bambini. A domande più specifiche, chiedendole se qualcuno l’avesse portata in qualche posto e se l’avesse toccata nelle parte intime l’imbarazzo cresceva e si mescolava al disagio di avvertire una triste realtà. La minorenne ha risposto, poi, che il nonno aveva avuto determinate ‘attenzioni'.

La minorenne è stata quindi accompagnata dalla direttrice dell'Istituto alla Procura di Lucera, dove i carabinieri della Sezione di Polizia Giudiziaria hanno avviato le indagini. La ragazzina è stata ascoltata alla presenza di alcuni psicologi e ha cominciato a raccontare che dal mese di novembre dell'anno scorso quando, come disposto dal giudice minorile, trascorreva i week-end a casa dei nonni, il nonno si faceva accompagnare da lei, sola, con la scusa di dover andare a fare la spesa o a fare benzina all'auto.

Dopo averla portata in un luogo isolato, abusava di lei all'interno della vettura o fuori nella campagna. La minorenne gridava, spaventata, tra le lacrime per il dolore, cercava di respingere quel nonno che le faceva male, ma lui le diceva di stare zitta perchè nessuno doveva sentire. Durante il tragitto, di ritorno a a casa, le ordinava di non dire nulla a nessuno. In caso contrario l'avrebbe picchiata con la cinghia. Nel tentativo di addolcirla le regalava 5 euro.

 Simili episodi si sarebbero ripetuti nei mesi di dicembre e gennaio quando la ragazzina era a casa dei nonni per le festività natalizie. Anche lo zio in un'occasione avrebbe abusato della ragazza ma nella stessa abitazione. Sarebbe stata rinchiusa in una camera da letto e costretta a subire violenza.

Nonostante le grida e la richiesta di aiuto, nessuno ha potuto sentirla perchè in casa a quell'ora in casa non c'era nessuno. Anche lo zio le avrebbe ordinato di non riferire nulla, altrimenti l'avrebbe picchiata.

I carabinieri della Sezione di Pg e del Comando Stazione, coordinati dal pm Flaiani, hanno sentito, alla presenza di uno psicologo, i fratellini della ragazza, più piccoli di lei che non hanno mai subito le 'attenzioni' del nonno e dello zio ma che hanno riferito particolari sullo stato d'ansia e di paura che la sorella viveva quando era lì con loro e dei soldi in più che stranamente aveva a disposizione, oltre alla circostanza che il nonno non richiedesse la loro presenza quando usciva con la nipote. I due uomini risponderanno adesso di violenza sessuale aggravata, corruzione di minorenni e violenza privata.




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Silvio, fatti processare" I giudici di Milano: anche se c'è consiglio dei ministri, il premier venga in aula

Quotidianonet

I magistrati spiegano che l’udienza di oggi era stata fissata tenendo conto dell’agenda degli impegni del Presidente del Consiglio. Il quale, però, non s'è fatto vedere


MILANO, 1 marzo 2010 - I giudici del tribunale di Milano hanno respinto la richiesta di legittimo impedimento avanzata da Silvio Berlusconi per l’udienza di oggi nel processo Mediaset. Nell’istanza si sosteneva l’impossibilità di presenziare all’udienza da parte dell’imputato Berlusconi a causa della riunione del Consiglio dei ministri. I giudici dell’ordinanza spiegano che l’udienza di oggi era stata fissata tenendo conto dell’agenda degli impegni del presidente del Consiglio.

Nell’ordinanza si fa riferimento
alla sentenza della Corte Costituzionale in cui si parlava della necessità di contemperare le esigenze della giustizia con gli impegni istituzionali dell’imputato. I giudici spiegano di avere rigettato l’istanza perchè “altrimenti verrebbe svilita la funzione giudiziaria”.

L'UDIENZA PROSEGUE

Con Silvio Berlusconi assente ingiustificato, il processo sui presunti fondi neri relativi ai diritti tv di Mediaset, dove il premier risponde di frode fiscale, va avanti sentento i testimoni citati dalla difesa di Frank Agrama, l’uomo d’affari di origine egiziana di cui Belusconi sarebbe stato il socio occulto nella compravendita dei diritti tv con le majors americane.

I legali del premier avevano
spiegato: “La Corte Costituzionale dice sì di contemperare le esigenze della amministrazione della giustizia e quelle dell’imputato che ha impegni istituzionali, ma non vieta di considerare legittimi gli impegni sopravvenuti. Nell’ordinanza i giudici ricordano che la riunione del consiglio dei ministri di oggi era stata fissata dallo stesso imputato che la presiede.




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Karadzic alla sbarra all'Aia per genocidio: "La causa dei serbi giusta e sacra"

Quotidianonet

L’ex leader politico dei serbi di Bosnia, presente in aula, si difendee attecca:  “E’ stata una guerra civile che i serbi non volevano". La guerra tra il '92 e il '95 causò centomila morti e 2,2 milioni di profughi



L’Aia, 1 marzo 2010

E’ ripreso all’Aia il processo per genocidio e crimini di guerra all’ex leader politico dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, che è presente in aula e deve illustrare la sua linea difensiva dopo aver boicottato le prime udienze presso il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia.

Karadzic intende ‘sostenere la sua veritàsulla guerra di Bosnia del 1992-95, che causò 100.000 morti e 2,2 milioni di profughi. “E’ stata una guerra civile che i serbi non volevano” ha detto alla vigilia della ripresa del processo, Marko Sladojevic, uno dei due consulenti legali di Karadzic, il quale si dichiara innocente e ha scelto di difendersi da solo, pur assistito da un team di legali.

Karadzic, come promesso, è subito partito in attacco. La causa dei serbi di Bosnia durante la guerra era “giusta e sacra”, ha detto al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che lo deve giudicare per crimini di guerra e genocidio.


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La7 infedele Lerner: me ne vado

Il Tempo

Annullata la puntata prevista per stasera sull'inchiesta sul riciclaggio che coinvolge Telecom e Fastweb. L'azienda informata dei contenuti del programma. Già in onda i promo, poi lo stop.


Gad Lerner zittito da La7. Salta all'improvviso la puntata dell'«Infedele» prevista per le 21.10 di questa sera. Nello studio dell'ex direttore del Tg1 un tema che scotta, l'inchiesta sul riciclaggio di due miliardi di euro che ha coinvolto Fastweb e Telecom Sparkle. Una storia che imbarazza l'editore per il quale Gad lavora. Il divieto a Lerner di andare in onda in un secco comunicato della rete. «La7, nel rispetto del lavoro dell'Autorità giudiziaria, ha deciso di rimandare la messa in onda della puntata de L'infedele dedicata all'inchiesta sul riciclaggio». Al posto della trasmissione, un film.

Lerner non ci sta. «Esprimo il mio dissenso sul rinvio della puntata». Ma è lapidario. Salvo aggiungere che spiegherà oggi i motivi della sua irritazione. Sono nubi grosse che si addensano. E non sbaglia il direttore Lillo Tombolini a temere l'addio del giornalista senza peli sulla lingua. Non è stato Tombolini a prendere la decisione di cancellare il programma.

L'azienda era stata informata ai massimi livelli del contenuto della trasmissione che era stata pianificata in ogni dettaglio. Anche gli ospiti erano stati resi noti. Sarebbero dovuti essere Nicola Gratteri, Francesco Micheli, Massimo Mucchetti, Cecilia Guerra, Vittorio Malagutti e Ugo Maria Tassinari. Tutto avallato, perfino i promo erano andati in onda. Poi il niet, improvviso e inaspettato. Invece dell'informazione libera e il pungolo di Lerner, un bel film.

Dice Tombolini, prevedendo il peggio: «Sinceramente spero che Gad non si dimetta, perché di lui ho stima profondissima. «All'annullamento della puntata - tenta di argomentare - ha contribuito senza dubbio il nuovo regolamento sulla par condicio ma soprattutto il lavoro in corso dell'Autorità giudiziaria sul tema del riciclaggio che doveva essere al centro de L'Infedele.

Ma questo è spiegato già nel comunicato de La7 e non c'è nulla da aggiungere». Quanto al fatto che al posto del programma andrà un film, il direttore de La7 spiega imbarazzato: «Non c'era proprio il tempo per poter mettere in piedi una nuova puntata tanto più con le complicazioni che il regolamento sulla par condicio introduce vietando la presenza di politici». Gad certo non incasserà il colpo. Che è un colpo alla libera informazione.

Lidia Lombardi
01/03/2010



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La banda aveva il software degli 007

Il Tempo


Telecom-Fastweb, riciclatori in possesso di un virus spia in dotazione esclusiva ai servizi segreti concepito per combattere i terroristi dopo l'omicidio di D'Antona.


Non bastavano i diamanti, i contatti con personaggi legati alla ’ndrangheta, milioni e milioni di euro da riciclare. Adesso nell’inchiesta Fastweb-Telecom Italia Sparkle, spunta addirittura un sistema di spionaggio elettronico. Un software che, secondo la magistratura, era nella disponibilità anche di Gennaro Mokbel, il presunto capo dell’organizzazione che riciclava il denaro sporco.

Si tratta di un sistema informativo che viene utilizzato solamente dalle forze dell’ordine per svolgere, ad esempio, indagini sul terrorismo e sulla pedopornografia su internet. Insomma, un programma utile a svolgere attività di alto spionaggio per dare la caccia ai criminali sulla grande rete. E ora, in base a quanto accertato dagli investigatori del Ros e della Guardia di Finanza, questo sistema sarebbe finito nella disponibilità di Mokbel.

Il tutto attraverso l’acquisizione di una serie di società che avevano ai vertici personaggi vicini a Mokbel, finiti a loro volta nella maxi inchiesta sul presunto riciclaggio di oltre due miliardi di euro. Il lavoro della procura di Roma è adesso quello di capire come l’arrestato abbia avuto la possibilità di accedere a questo sistema informatico e soprattutto in quale settore criminale lo possa aver utilizzato. Ma non finisce qui.

Secondo gli inquirenti, sempre lo stesso Mokbel era riuscito a entrare anche nel mondo della filmografia. Questo perché altri due arrestati nell’inchiesta sulla «colossale frode», Silvio Fanella e Luca Breccoletti, erano rispettivamente amministratore unico e intestatario di quote della società «Extreme Movies srl», che ha prodotto, tra gli altri, il film «L’uomo spezzato», con la regia di Stefano Calvagna, arrestato lo scorso novembre e «gambizzato» a San Saba nel febbraio del 2009 e imputato per il reato di truffa aggravata e falso. Intanto, l’attività degli investigatori non si ferma, tanto che già stamattina inizieranno ad aprire le cassette di sicurezza dove la banda nascondeva, secondo i pm, soldi e diamanti comprati di contrabbando all’estero per riciclare i soldi sporchi dell’organizzazione in gioiellerie a Roma e a Firenze.

E contemporaneamente entreranno nella galleria d’arte in via Bevagna, a Roma, dove è stato trovato il tesoro di Mokbel, per capire il valore della merce scoperta martedì scorso. Il procuratore aggiunto romano Giancarlo Capaldo è rientrato ieri dall’Inghilterra dove si è occupato degli aspetti procedurali legati alle posizioni di quattro arrestati, detenuti a Londra. Il magistrato, insieme con i sostituti Francesca Passaniti, Giovanni Bombardieri e Giovanni De Leo, ha già passato al setaccio gli esiti degli interrogatori di garanzia finora eseguiti e l’andamento delle rogatorie internazionali disposte in Gran Bretagna e Svizzera.

Augusto Parboni
01/03/2010




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Di Girolamo lascia: "Ho sbagliato"

La Stampa

Il senatore gioca d'anticipo. Lettera a Schifani: «Mi dimetto, ma non sono un criminale»
ROMA


Quaranta righe scritte al computer pronte per essere consegnate alla segreteria del presidente Renato Schifani. Nicola Di Girolamo, il senatore del Pdl finito nella bufera giudiziaria con l’accusa di essere stato eletto nella circoscrizione esteri con i voti della ’ndrangheta, è pronto a consegnare la lettera di dimissioni da palazzo Madama.

A un cronista del «Corriere della Sera» ha mostrato il testo della comunicazione: «Sono convinto -scrive l’esponente del Pdl- di dover rendere disponibile la mia persona (...) perchè chi dovrà giudicare possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che non è tutta criminale». «Sono entrato nell’aula del Senato - scrive ancora Di Girolamo - forte di una delega affidatami da 24.500 elettori (...) nè mafiosi nè delinquenti. Di una piccola parte di costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente "inquinati" da frequentazioni criminali».

In ogni caso, aggiunge il senatore del Pdl, «non ero "consegnato" anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a giudicare poco e male. E lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti». Frequentazioni occasionali, puntualizza ancora Di Girolamo, che non hanno cambiato la sua natura.

«Sono rimasto una persona perbene - assicura - incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni (...) capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse». «Ho ceduto, signor presidente -ammette infine - ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati». Di Girolamo conclude citando la «Caritas in Veritate» di Benedetto XVI: «Forse sarò l’unico ad essere ricordato per aver rassegnato le dimissioni. Ma non importa: mi affido alla Provvidenza (...) abbracciando il progetto di Dio, in Cristo, sperando nella vocazione posta "nel cuore e nella mente di ogni uomo"».

C'è attesa dunque per la decisione del senatore Nicola Di Girolamo. Dopo la pubblicazione delle intercettazioni in cui è emerso un possibile ruolo della malavita organizzata nell’elezione del senatore, Di Girolamo sembra aver deciso di dimettersi dall’incarico senza aspettare che sia la stessa assemblea di palazzo Madama a prendere provvedimenti. Le dimissioni eviterebbero al Senato di dover votare la decadenza di Di Girolamo dall’incarico, soluzione che verrebbe adottata per la presunta falsificazione delle schede elettorali.

Se Di Girolamo presentasse oggi le dimissioni la sua richiesta potrebbe essere calendarizzata già per mercoledì prossimo dalla conferenza dei capigruppo che si riunirà domani. Si tratta di vedere se Di Girolamo proseguirà sulla linea annunciata sabato in una intervista a Repubblica: «Le dimissioni anticipate, forse lunedì, sono una delle ipotesi cui penso», aveva spiegato. «Non la sola. Devo riflettere e valutare bene, naturalmente nella prospettiva di piena collaborazione».

L'inchiesta intanto prosegue. Il procuratore antimafia Piero Grasso, durante la trasmissione "In 1/2 ora", parlando delle inchieste che coinvolgono Fastweb e Telecom Italia, ha chiarito i due piani dell’inchiesta: la frode fiscale e la criminalità organizzata. «L’inchiesta nasce alcuni anni fa dalla procura distrettuale di Roma che inizia le indagini. Noi siamo intervenuti come ufficio quando è spuntata la criminalità organizzata.

Intanto bisogna precisare che queste truffe non hanno nulla a che fare con la criminalità organizzata», spiega il procuratore. Grasso ha puntualizzato poi che le due indagini sono unite solo dalla presenza di un unico imprenditore in entrambe le vicende: «Il collegamento passa attraverso Mockbel uno degli organizzatori di questo sistema che poi aveva prospettato di entrare in politica attraverso il senatore Di Girolamo. Per fare questo si è servito della criminalità organizzata soprattutto per recuperare in Germania le schede elettorali».




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Basta con la pubblicità che ridicolizza le donne

di Domizia Carafoli

Le immagini e i messaggi più deprimenti o spoetizzanti riguardano solo noi. Sordità o stitichezza sono forse problemi solo femminili?




Gentile Presidente,

mi permetta di rivolgerLe alcune domande che riguardano la pubblicità in onda sui canali televisivi, tutti i canali, anche quelli di Mediaset.

E mi permetta di scriverle in chiave squisitamente femminile, assolutamente certa, come sono, della Sua comprensione. Oserei dire che in questi ultimi tempi - e proprio guardando e ascoltando certa pubblicità - sento nascere dentro di me per la prima volta un certo risentimento che potrei quasi definire femminista, o vetero femminista, o nostalgico-femminista, scelga Lei. E guardi che, neppure nei miei giovani anni ho indossato gonnelloni e zoccoli, né ho inveito contro i maschi, né ho alzato le mani nei cortei in quel tipico gesto che Lei certamente conosce.

Eppure oggi sento nascere dentro di me la ribellione. E le spiego. Non appena arrivo al fatidico appuntamento dei telegiornali del pranzo e della cena, eccomi offerta - in quanto donna - al ludibrio dei miei commensali maschi, che sono poi la mia famiglia.

Perché sono io - in quanto donna - alla quale viene ricordato che alla mattina «una fastidiosa diarrea» mi aveva trattenuta a casa e lì mi avrebbe lasciata se non avessi preso il farmaco indicato. E la situazione non migliora proseguendo perché, una volta risolto il problema della diarrea, mi viene ricordato che sono spesso stitica e per questo gonfia e di malumore, a meno che non accetti il consiglio della garrula presentatrice bionda e mi ingozzi di «bifidus actiregularis» che risolve l’inconveniente al momento. 

Tanto in fretta, che la presentatrice si rivolge alla signora, fino a un attimo prima gonfia come un pallone, e le chiede «Di già?» Ma che cosa ha provocato il bifidus alla signora, scusi? Una repentina, immane, liberatoria flatulenza, con rispetto parlando?

Abbiamo appena terminato il risotto, che precipito in una nuova umiliazione. Questa volta la signora è in ascensore e si rallegra di non spandere attorno a sé cattivi odori perché usa il pannolino contro «le piccole perdite urinarie», che tanto piccole non devono poi essere se provocano un tale inconveniente odorifero. Non alzo gli occhi dal piatto per evitare lo sguardo ironico del compagno della mia vita, precauzione inutile perché il maschio ghigna: «Ma non mi avevi detto che appena scoccati i cinquant’anni ti erano arrivati a casa proprio quei pannolini in offerta, da provare insomma?».

Non rispondo ma ha ragione lui, caro Presidente, perché la pubblicità ti insegue fino in casa, in quanto donna. Perché è a me che è arrivata l’offerta del pannolino e anche quella dell’aggeggio che migliora l’udito, cosa che mi ha molto meravigliato perché mi è sempre sembrato che i miei coetanei uomini fossero alquanto più duretti d’orecchio di me. Meno male che in televisione anche il maschio si ritrova «dentro la bolla» della sordità. Ma stitici e diarroici, quello no, loro mai.

Sono al secondo piatto, signor Presidente, e una bella fanciulla si rammarica di non poter andare a una festa perché tormentata da un «fastidioso prurito intimo» mentre altre due graziose figliole ti ricordano il problema delle perdite «in quei giorni». Ci mancava. Certo che i prodotti devono essere miracolosi, penso, perché, in tutte quelle ambasce le fanciulle sorridono a più non posso. 

O forse è così che ci vogliono: fetenti ma giulive. Ecco, signor Presidente, il motivo della mia lamentela. Come mai per le pubblicità più deprimenti, più spoetizzanti, più maleodoranti, vengono sempre scelte le donne? È possibile che l’immagine femminile debba venire associata alle situazioni più imbarazzanti, mentre loro, i signori maschi, no? Mai un ruttino, loro, mai un borborigma, mai una corsa fuori tempo al bagno?

Mi rivolgo a Lei, signor Presidente, perché so in quanta considerazione tenga le donne, quanto sia sensibile al loro fascino, cosa che le ha provocato non poche critiche. E quanto tenga in conto la loro intelligenza. E allora perché, signor Presidente, lasciare che la pubblicità televisiva ci schiacci così in basso? Solo Lei può intervenire.

Si avvicina l’8 marzo, signor Presidente, e sarebbe tanto bello se per l’occasione ci fossero risparmiate quelle puzzolenti mimose che il giorno dopo sono tutte rinsecchite e ci fosse fatta grazia di assorbenti e antidiarroici. E finalmente alzeremmo le braccia non per gridare «altolà al sudore» ma per applaudirla, libere per un giorno dai perentori inviti a ricordarci le miserie del fisico.Certa della Sua comprensione, Signor Presidente, le invio i sensi della mia deferenza.




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Vi racconto chi è il magistrato che perseguita Berlusconi

di Vittorio Sgarbi


Alcuni ricorderanno, e io sono stato chiamato a risponderne con molta frequenza in incontri pubblici e polemiche, che io inveii contro certi magistrati chiamandoli: «assassini». Nel corso degli anni ho visto rimproverarmi questa invettiva come se l’avessi indirizzata ai due principali simboli dell’azione giudiziaria più determinata e, a mio avviso, spericolata: Di Pietro e Caselli. Loro stessi, credo, oltre al recidivo Travaglio (da me, in più occasioni, inutilmente querelato) si sono considerati innocenti destinatari e vittime della mia aggressione.

In verità delle tante querele che da loro mi sono venute nessuna poteva lamentare questa privilegiata considerazione giacché io, tra le tante critiche, non gli ho mai rivolto questa. Neppure nei momenti più difficili, e duri, come i suicidi di Raul Gardini e di Sergio Moroni, o di quello del povero giudice Lombardini. Fui critico, polemico ma, per quanto in contraddizione con il mio temperamento, prudente.

Dunque in quale occasione mi spinsi fino a quella estrema esclamazione? In un solo caso, terribile e drammatico: la morte di Gabriele Cagliari. Perfino Di Pietro la prese male e parlò di una «sconfitta della nobile e pura azione giudiziaria». Le circostanze di quella incresciosa e tremenda vicenda non possono essere ricondotte al semplice sconforto di chi è costretto in prigione e si vede umiliato per una conclamata colpa ma anche, e soprattutto, alla distanza e indifferenza del potere, discrezionale e incontrastabile, di un pubblico ministero che dispone della tua libertà e della tua vita.

Il pubblico ministero di Gabriele Cagliari si chiamava Fabio De Pasquale e trattenne in galera durante il mese di agosto il suo amministrato sulla base delle conclamate necessità (inquinamento delle prove, reiterazione del reato, pericolo di fuga) della carcerazione preventiva ma anche perché era in ferie.
Anche in questo caso De Pasquale mostrò una personale considerazione del tempo. Un mese in prigione è molto diverso da un mese in vacanza, e le giornate e le ore non passano nello stesso modo. Così De Pasquale ritornò riposato e Cagliari decise di togliersi la vita. 

Anche nelle recenti vicende del processo Mills, De Pasquale mostra di avere una personale idea del tempo. Così che se oggi il presidente del Consiglio non pare nelle condizioni psicologiche di suicidarsi, certamente nel posticipare i termini del reato attribuito a Berlusconi e a Mills ha ottenuto una condanna, poi annullata dalla Cassazione in questi giorni, che viene ribaltata contro il presidente del Consiglio, ancora non processato (ma già moralmente condannato) che dalla stampa di tutto il mondo viene trattato come un colpevole impunito che cerca di sfuggire alla giustizia.
Davanti alla quale, in virtù della particolarissima visione dell’azione giudiziaria e dei suoi tempi di De Pasquale, Berlusconi non è uguale agli altri cittadini ma è diverso. 

A lui tocca un trattamento speciale. Per paradosso lo sforzo del Parlamento e degli avvocati di Berlusconi dentro e fuori del Parlamento è di ottenere una sostanziale parità di trattamento. Quella, per esempio, che hanno avuto tutti gli imprenditori italiani da Agnelli a Romiti a De Benedetti, nel corso della loro attività che non è approdata alla politica. Proprio perché Berlusconi ha deciso di fare politica alcuni settori della magistratura hanno inteso contrastarlo con metodi e tempi non applicati a nessun altro cittadino. Da questo è derivata una criminalizzazione della sua attività politica, sostanzialmente diffamatoria e sostenuta con l’apparenza dell’obbligatorietà dell’azione penale, per altri evidentemente non è obbligatoria.

Ora per intendere lo squilibrio e la disparità di trattamento riservati a Berlusconi basta rileggere alcune parti dell’ultima lettera ai familiari di Gabriele Cagliari, che il 20 luglio 1993 si uccide per denunciare l’ingiustizia di cui è vittima, sotto l’apparenza di obbligatorietà dell’azione penale e di uguaglianza. Cagliari ha ben chiaro di essere stato individuato come un bersaglio per una punizione esemplare in cui è evidente, come nel caso di Berlusconi, la ragione moralistica prima che giudiziaria. Con ogni mezzo occorre individuare il «nemico» e colpirlo: «La criminalizzazione di comportamenti che sono stati di tutti, degli stessi magistrati, anche a Milano, ha messo fuori gioco soltanto alcuni di noi, abbandonandoci alla gogna e al rancore dell’opinione pubblica. 

La mano pesante, squilibrata e ingiusta dei giudici ha fatto il resto... Come dicevo siamo cani in un canile dal quale ogni procuratore può prelevarci per fare la propria esercitazione e dimostrare che è più bravo o più severo di quello che aveva fatto un’analoga esercitazione alcuni giorni prima o alcune ore prima. Già oggi i processi e non solo a Milano, sono farse tragiche, allucinanti, con pene smisurate comminate da giudici che a malapena conoscono il caso... Quei pochi di noi caduti nelle mani di questa "giustizia" rischiano di essere capri espiatori della tragedia nazionale generata da questa rivoluzione... ». 

Dopo queste parole Cagliari si uccide, sono passati 17 anni. Il pubblico ministero contro il quale Cagliari compie il suo gesto continua la sua rivoluzione. Con ogni mezzo anche in contrasto con la legge che la Cassazione richiama. Com’è possibile?




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Er pasticciaccio brutto? Colpa d’Alfredo (e di Giorgio)

di Claudio Pompei

Roma

Ricorsi all’ufficio regionale centrale presso la Corte d’appello, al Tar, al Consiglio di Stato, appelli al presidente della Repubblica, mobilitazione popolare in piazza, maratona oratoria... Per evitare tutto ciò sarebbe bastato arrivare davanti allo sportello almeno un’ora prima della scadenza. Un’ovvietà? Certo. Anche se tutti lo pensano ma nessuno lo dice apertamente. Ma com’è possibile che il partito più forte d’Italia rischi di essere escluso dalla competizione regionale per una sciocchezza del genere?

Partita la caccia ai responsabili, spuntano due nomi: Alfredo Milioni (ex Fi) e Giorgio Polesi (ex An), i due delegati al centro della baruffa all’ufficio elettorale. Milioni sarebbe stato protagonista in passato di un altro “incidente di percorso” al quale fu posto poi riparo, sempre con la presentazione delle liste.

Inoltre avrebbe smentito quanto sostenuto dalla stessa Polverini, raccontando di essere uscito dall’ufficio elettorale per andare a mangiare un panino. In realtà l’uscita doveva servire a sostituire un nome sulla lista (Santini al posto di Piccolo). Ma sarebbe troppo facile prendersela con due piccoli dirigenti locali e forse i veri responsabili vanno cercati più in alto. Le prime avvisaglie si sono viste subito.

Il ministro Gianfranco Rotondi ha tuonato: «I maestri del Pdl hanno fatto perdere a tavolino la Polverini. Ne ho le tasche piene di fare il parente povero in questa banda di incapaci». Gli ha fatto eco Roberto Rastelli, Cristiano popolari: «Il Pdl non merita di essere guidato da persone assolutamente non in grado di farlo, nominate a tavolino».

Il coordinatore regionale Vincenzo Piso, deputato, ex capogruppo di An in Campidoglio e considerato uno dei fedelissimi del sindaco Alemanno, sentendosi chiamato in causa, risponde per le rime alle critiche di Rotondi e Rastelli: «Forse non hanno ancora digerito l’esclusione dal listino dei personaggi da loro proposti». A proposito del pasticcio della lista, Piso nega risolutamente che ci siano problemi all’interno del Pdl: «Siamo una squadra unita - dice - e il problema di uno è il problema di tutti. Responsabilità?

Non me la sento di buttare la croce addosso a nessuno. Per quanto mi riguarda, posso dire che sulla lista regionale (il cosiddetto listino, ndr), di mia stretta competenza, non c’è stato alcun problema. A livello provinciale i nostri delegati sono gli stessi che hanno presentato le liste le altre volte. Quindi sapevano bene che cosa si doveva fare, anche se quello che è accaduto è paradossale...».

Benché i suoi dirigenti cerchino di affermare il contrario, la verità è che il Pdl, anche a Roma e nel Lazio, non è ancora nato come partito. Al di là della sigla comune, in ogni circostanza si ravvisa la ricerca di un equilibrio forzato tra ex An ed ex Forza Italia, a cominciare dai vertici locali che in questa vicenda hanno, comunque, una sorta di responsabilità oggettiva.

Il vicecoordinatore regionale è Alfredo Pallone, ex capogruppo di Forza Italia alla Regione e ora europarlamentare. In base a una logica da manuale Cencelli, a livello provinciale i ruoli si invertono: il vice è Luca Malcotti, consigliere capitolino ex An e dirigente dell’Ugl; il coordinatore romano è Gianni Sammarco, ex consigliere regionale degli “azzurri” e ora deputato del Pdl. «È una vicenda grottesca - dice Sammarco - nella quale il Pdl è parte lesa». E poi difende l’operato dei due delegati che hanno la responsabilità diretta della mancata presentazione della lista, Milioni e Polesi.

Ma rabbia e incredulità serpeggiavano ieri pomeriggio nel garage vicino piazzale Flaminio che ospita il comitato elettorale di Renata Polverini dove si è tenuta una riunione organizzativa alla quale hanno preso parte anche il sindaco Gianni Alemanno e la candidata alla presidenza del Lazio oltre a tutti i candidati del Pdl. Fino a giovedì prossimo c’è la consegna del silenzio. Bocche cucite.

Ma poi, se anche l’ultimo dei ricorsi sarà respinto, la situazione all’interno del Pdl rischia di esplodere sul serio. «Non è questione di far dimettere un dirigente piuttosto che un altro - sibila uno dei presenti alla riunione che, ovviamente, si nasconde dietro l’anonimato -. Io domani sera ho una cena con duecento persone, che peraltro ho già pagato. Che cosa gli racconto?».





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Io minacciato, non mi hanno fatto rientrare»

Corriere della Sera


Alfredo Milioni, al centro della «beffa»: «I capi pdl sono furibondi con me, ma sono solo un pesce piccolo»





Un guaio. 
«No no... mi creda, di più, molto di più: un disastro, una tragedia. E mannaggia a me, mannaggia...».


Alfredo Milioni

Alfredo Milioni, su, non faccia così.
«Eh, le sembra facile: ma io, mi creda, ho la coscienza a posto. E poi sono anni che faccio quel tipo di operazioni burocratiche».

Anni?
«Ma sì, certo... Avrò presentato firme e liste già almeno un’altra quindicina di volte... Uff! Accident...! Fa caldo, eh?».

Stia calmo. Proviamo a ricostruire: a che ora è arrivato in tribunale?
«Con quasi mezz’ora di anticipo. Diciamo verso le 11,30».

Perché, però, poco dopo, è uscito lasciando all’interno del Palazzo di Giustizia solo il faldone delle firme e portandosi via tutto il resto?
«Perché?».


Sì, perché? È vero che s’è accorto di non avere con sé i lucidi con il simbolo del partito?
«No, quelli avrei potuto consegnarli anche dopo. I lucidi non sono una cosa importante, determinante. Questa è una cosa nota».

Allora è andato fuori per apportare qualche modifica alla documentazione?
«Modificare, lei dice...».

Per aggiungere, o cancellare, qualche nome.
«Beh».

Sì o no?
«No, questo no».

Sicuro?
«Sicuro».

Dica la verità.
«Lo giuro, lo giuro! Non volevo apportare modifiche. Mi deve credere, capito?».

Va bene, stia calmo. Questo però significa che è davvero andato a mangiarsi un panino.
«Sì... ecco, sì: sono andato a mangiarmi una panino. Non mi pare grave, no?».

Quindi è vero: lei ha lasciato l’aula per andare al bar.
«Io? A mangiare?».

In conferenza stampa, la Polverini ha fornito una ricostruzione dei fatti un poco diversa.
«No, cioè... io, a mangiare: ma chi l’ha detto?».

Lei, adesso.
«Macché. Senta, io sono molto confuso...».

Non è il momento migliore, Milioni, per essere confusi.
«Però... ecco qui, legga bene sul cellulare: ecco qui tutti i messaggi, gli sms di solidarietà che m’hanno spedito quelli che c’erano, in tribunale, e che hanno assistito a tutta la scena. Dove è chiaro che io sono la vittima».

La vittima?
«Proprio così. Non mi hanno fatto rientrare, hanno fatto i matti, si sono messi a urlare, m’hanno spinto...».

Sostenevano che lei stesse presentando la lista fuori tempo massimo. «Fuori cosa? M’hanno minacciato, altroché. Qui si configura pure un reato».

Che genere di reato?
«Un reato, un reato...».

Silvio Berlusconi è furibondo.
«Lo so, mannaggia a me».

Come lo sa?
«Eh, quelli lì, i capi del partito, me l’hanno detto. Sono loro che parlano con lui, mica io».

La Polverini anche è furibonda.
«So pure questo... Ma che posso farci io?».

Lei era lì.
«Senta, a parte che la fila avrebbe dovuto farla Giorgio Polesi, l’altro rappresentante del Pdl... lei deve scrivere che io sono solo il piccolo presidente del XIX Municipio, qui a Roma. La politica è sempre stata la mia passione, cominciai come socialista e ho proseguito dentro Fi, certo: ma ero e resto un pesce piccolo, un pescetto che fa il suo lavoro onestamente. Aggiunga poi pure che...».

(La conferenza stampa di Renata Polverini è finita da pochi minuti; Alfredo Milioni sta parlando a capo chino, le mani tremanti, lo sguardo lucido. All’improvviso, dal palchetto, rimbomba giù una voce roca, dura: «Stai zitto! Milioni devi stare zitto, muto: hai capito?». Milioni fa appena in tempo a farfugliare ancora qualcosa, poi viene letteralmente sollevato dal pavimento da un signore muscoloso che, con modi spicci, lo infila dentro una stanza.

L’invito a tacere gli era stato rivolto da Alfredo Pallone, parlamentare europeo e vicecoordinatore regionale del Pdl nel Lazio. «Sono stato un po’ brusco, lo so. Ma Milioni, dopo quello che è accaduto, non è lucido. La situazione è delicatissima e lui può straparlare. Ieri, quando ha capito cosa era successo, mi ha detto: "Io mi suicido". Sta messo così, poveraccio, e c’è da capirlo, credo. Dopo quello che ha combinato...»).


Fabrizio Roncone
01 marzo 2010



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Punita perchè espone santino in ospedale

Libero




Punita per aver esposto un santino. Una dipendente amministrativa dell' ospedale di Careggi ha ricevuto un rimprovero scritto per aver affisso sulla bacheca dell'ufficio un oggetto personale, cioè un'immagine della Madonna di Fatima. La dipendente ha ricevuto il provvedimento disciplinare per non aver rispettato una circolare inviata dal direttore di dipartimento pochi giorni fa con la disposizione di non affiggere «altro che informazioni-disposizioni di lavoro» nelle bacheche o lavagne magnetiche degli uffici.

Nessun dipendente, denuncia il rappresentante della Cisl a Careggi Franco Pietrangeli, ha rispettato la circolare lasciando affisse foto personali e cartoline di vario genere, ma solo la dipendente devota è stata censurata in forma scritta per non aver tolto l'immagine mariana. «Pretendiamo il ritiro del provvedimento e le scuse formali dell'azienda», ha detto Pietrangeli. La direzione di Careggi ha replicato che la bacheca in questione è in luogo pubblico dove vanno affisse solo informazioni lavorative ribadendo che nell'ospedale non c'è alcun pregiudizio religioso.

Il caso di Careggi segue quello delle statuette della Madonna di Montenero donate all'ospedale di Livorno dall'agente di polizia penitenziaria Calogero Panevino. L' uomo chiede che siano collocate nel corriodio del reparto dove è stato curato suo padre, ma il direttore generale della Asl 6 Monica Calamai si è rifiutata di collocarle in reparto perchè «avrebbero potuto turbare chi appartiene ad altre fedi» ed ha suggerito di metterle nella cappella dell' ospedale. Il braccio di ferro continua e i rappresentanti del centrodestra di Livorno hanno raccolto 2922 firme contro la scelta del direttore della Asl.

27/02/2010




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Che Travaglio riempire le pagine della «Stampa»

di Redazione


Ieri la Stampa di Torino, forse a corto di argomenti, si è esercitata con i numeri per dimostrare che la destra (cioè il Giornale e Libero) ha scelto come super-nemico Marco Travaglio (notoriamente afflitto da una inguaribile forma di antiberlusconismo). Anche se ciò fosse vero non ci sarebbe nulla di male; ma vero non è. Si tratta di una forzatura del giornalista che ha scritto il pezzo, Michele Brambilla, e di chi lo ha impaginato e titolato. Il sommario è un delirio: Travaglio «sempre più nel mirino dei quotidiani vicino all’attuale maggioranza: “È pericoloso”».

Quanto all’articolo, ci sarebbe poco da eccepire se si basasse su dati significativi che, invece, tali non sono. E siccome costituiscono la premessa del discorso, tutto il discorso è sballato. Ne riporto un brano. «La campagna in corso è testimoniata anche dalla quantità di siti, di blog, di social network che ne parlano. Google, alla voce “Travaglio e il Giornale” dà 193mila risultati; alla voce “Travaglio e Libero” 603mila».
In effetti, uno sproposito. Personalmente non uso il computer, ma ho pregato un collega di verificare se la statistica fosse esatta. Esito positivo. Alla voce «Travaglio e il Giornale» spiccano 193mila risultati.

Quindi, secondo la Stampa, c’è poco da fare: noi siamo in guerra con il livoroso commentatore di Annozero. Peccato che la stessa Stampa abbinata al nome di Travaglio fornisca numeri più alti dei nostri: 577mila. Sicché se noi siamo in guerra con lui, i colleghi del quotidiano torinese lo sono ancora di più. E allora perché Michele Brambilla scrive che il Giornale è accecato dall’odio per Travaglio, e tace dell’odio maggiore della Stampa verso lo stesso personaggio? Probabilmente, il direttore o chi per lui gli ha chiesto di sostenere la bizzarra tesi che noi siamo animati da istinti omicidi, e Brambilla l’ha sostenuta.

Come? In assenza di idee migliori, ha rovistato in Internet che è una discarica in cui c’è da perdere la trebisonda, e lui l’ha persa al punto da vedere la pagliuzza nei nostri occhi e non la trave nei suoi. Altrimenti avrebbe costatato che nella classifica dell’odio la Stampa batte il Giornale 577mila a 193mila. Una pagina intera per raccontare una balla. Troppo. Succede a tutti di sbagliare. Ma a chi si nutre di pregiudizi succede di più. Dispiace polemizzare con un caro collega come Michele che, tra l’altro, fino a sei mesi fa era vicedirettore del Giornale dopo essere stato anche vicedirettore di Libero, e che pertanto dovrebbe sapere - a meno che non soffra di gravi amnesie - quale sia il clima in via Negri e in viale Maino.

Ecco, quel clima non è mai cambiato. Né sono cambiati i direttori che lo influenzano: Belpietro e Feltri a suo tempo hanno assunto Brambilla, ben contento di farsi assumere. Michele, ora passato alla Stampa, scrive un articolo per dire quanto siamo cattivi, Maurizio ed io, con il povero Travaglio e si dimentica di citare le cattiverie di Travaglio su di noi. Dimentica inoltre di citare l’ultima gaffe di Marco, recentissima. La cito io. Un paio di settimane fa, Nicola Porro, vicedirettore del Giornale, va ospite ad Annozero e, da signore qual è, fa notare con garbo a Travaglio: anche a te sarà capitato di frequentare persone di dubbia moralità. E lui, per tutta risposta, ha chiesto l’epurazione sia di Porro sia di Belpietro. Perché? Considera merde (sic) i giornalisti di destra.

Ma tu, caro Michele, su queste cosucce sorvoli. Preferisci guardare le nostre pagliuzze su Internet e scrivere che Travaglio è una vittima. Nostra, ovviamente.



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Un grave sbaglio essersi allontanati da quell’ufficio»

di Redazione

Del pasticciaccio romano parliamo con il vicecoordinatore regionale Alfredo Pallone che conosce molto bene le dinamiche interne al Pdl del Lazio, avendo ricoperto il ruolo di capogruppo alla Regione, prima di essere eletto al Parlamento europeo.

Con questa vicenda il Pdl ha toccato il fondo...

«Guardi, appena informato di quanto stava accadendo, mi sono precipitato sul posto e ho constatato che era in atto una vera e propria intimidazione fisica per impedire ai nostri rappresentanti l’accesso agli uffici del Tribunale. Ho avuto la precisa sensazione che qualcosa di profondamente antidemocratico stesse accadendo e che si fosse ingenerata una situazione di caos totale, artificiosa e creata per danneggiarci».

Ma esistono responsabilità all’interno del Pdl?

«Se di colpa si può parlare, è quella di essersi lasciati trascinare in un vero e proprio agguato che ha portato i nostri delegati ad allontanarsi per pochi secondi dall’ufficio. È stato un grave errore. Questo non basta a inficiare l’enorme lavoro fatto nella preparazione della documentazione da presentare e nel quale si sono impegnati per giorni centinaia di militanti ai quali va il mio più sincero ringraziamento. Comunque non è questo il momento di andare alla ricerca di eventuali responsabilità interne».

Come finirà?

«In un nulla di fatto. Non posso credere che la volontà popolare possa essere calpestata e derisa dall’interpretazione personale e troppo fiscale di alcune norme che devono esserci, ma nello stesso tempo devono essere attuate con assoluto buon senso e non nel senso così restrittivo a cui abbiamo assistito».

Nel caso in cui venga respinto anche il ricorso all’ufficio elettorale presso la Corte d’appello, teme che ci possano essere ripercussioni nei confronti del Pdl da parte degli esclusi?

«Non credo. E se dovesse accadere che la lista non venga ammessa, cosa che ritengo assolutamente improbabile, faremo di tutto affinché possa continuare senza alcuna defezione la campagna elettorale del Pdl a fianco di Renata Polverini. Sono convinto che se questa ingiustizia dovesse prevalere, l’elettorato moderato della provincia di Roma e non solo si mobiliterà con ancora più energia per far sì che questa sinistra giustizialista e forcaiola, che utilizza ogni pretesto pur di eliminare l’avversario politico, non abbia la meglio. Se è vero che la libertà è il sale di ogni democrazia, la negazione della libertà di espressione sarà la bandiera e il simbolo sui quali costruiremo il nostro successo elettorale».

Quali saranno ora le prime mosse del Pdl?

«Abbiamo concordato ieri durante una prima riunione con tutti i candidati della lista Pdl, alla presenza di Alemanno e Polverini, l’inizio di una fase di mobilitazione di piazza immediata per sensibilizzare l’opinione pubblica e chi è chiamato a tutelare i diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione, in particolar modo il presidente Napolitano».



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Un partito di matti

di Redazione

Dicono che i carabinieri vadano in giro in due perché uno sa scrivere e l’altro sa leggere (falso ma divertente). Anche il Pdl, i suoi, li manda in giro sempre in due. Entrambi si presume abbiano i rudimenti della lingua scritta e parlata, viaggiano in coppia per un altro motivo: uno è ex di An e uno è ex di Forza Italia. Si marcano a vista perché è vero che il partito è unico ma fidarsi è bene e non fidarsi è meglio.

E a furia di marcarsi e controllarsi a vicenda i nostri eroi si incartano e dimenticano l’obiettivo. Questo è proprio quello che è successo a Roma dove, caso senza precedenti nella storia, il maggior partito del Paese, cioè il Pdl, rischia (al momento è una certezza) di non partecipare alle prossime elezioni regionali in quanto i due inviati speciali del potente Pdl sono arrivati fuori tempo massimo a consegnare le liste elettorali. O meglio, erano arrivati in tempo ma poi, mentre aspettavano il turno, sono usciti un attimo per motivi misteriosi e probabilmente indicibili.

I Gianni e Pinotto, o se preferite Stanlio e Ollio, che hanno fatto ricoprire di ridicolo l’uomo che dell’efficienza ha fatto la sua bandiera, tale Silvio Berlusconi, si chiamano Alfredo Milioni, caporale di Forza Italia, e Giorgio Polesi, sergente di An. Ma se il Pdl perderà le elezioni in Lazio non lo deve solo a loro ma anche ai rispettivi capi e mandanti che, come i due e i carabinieri, viaggiano ovviamente in coppia. Parliamo del coordinatore regionale Vincenzo Piso, deputato, area An, marcato a vista dal vice coordinatore Alfredo Pallone, Forza Italia, eurodeputato. E del capo cittadino Gianni Sammarco, deputato, Forza Italia affiancato dal controllore Luca Malcotti, An, consigliere comunale.

Un vero trust di onorevoli cervelli, messo lì in rispetto a tutti i codici e cavilli dello statuto del Pdl che più che garantire gente giusta al posto giusto si occupa di garantire equilibri interni tra forzisti e aennini e relative correnti. Maledetto manuale Cencelli e belli i tempi in cui un gruppo di inesperti e disperati signori mise in piedi un partito con le armi della velocità e dell’efficienza. Lo chiamarono Forza Italia, gli snob lo ribattezzarono «partito di plastica» in segno dispregiativo. In effetti era leggero, inaffondabile, poco costoso. Per questo vinse. Ora, i soloni del partito strutturato democratico e lottizzato, sono lì a urlare che l’esclusione della lista è un attacco alla democrazia, a elemosinare l’intervento di giudici e di Napolitano (ma non erano entrambi nemici?). Ma quale attacco, meglio sbaraccare quel mostro burocratico che si sta creando fino a che si è in tempo, fare un atto di umiltà e chiedere una grazia. Chissà mai che arrivi.



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