domenica 28 febbraio 2010

Mokbel e il senatore, trovati conti in Svizzera

Corriere della Sera



Ex manager di Fastweb ammette dal giudice: il meccanismo criminoso esisteva fondi neri. Mokbel e il senatore, trovati conti in Svizzera


Ex manager di Fastweb ammette dal giudice: il meccanismo criminoso esisteva


ROMA — I terreni nel Lazio, in Umbria e in Abruzzo. Le case a Roma e all’Argentario. Le Ferrari e le Jaguar. Adesso, però, i carabinieri del Ros hanno individuato il tassello che ancora mancava per ricostruire il patrimonio del senatore Nicola Di Girolamo: i soldi.

Non è ancora nota la cifra esatta, ma ieri sera gli investigatori hanno scoperto alcuni conti correnti in Svizzera, a Lugano. Riconducibili, ritengono, al parlamentare Pdl e a Gennaro Mokbel, considerato il capo dell’organizzazione: questi, stando all’ordinanza di custodia, «si è avvalso della professionalità» del legale «per costituire le società internazionali di comodo funzionali al riciclaggio».

I carabinieri non hanno potuto sequestrare i conti correnti sia perché Di Girolamo è senatore sia perché occorre una rogatoria in Svizzera. Ma ai militari era già noto che Lugano è stata il quartier generale dell’avvocato dal 3 gennaio 2005 al 24 maggio 2007. In quegli anni infatti il senatore è stato «membro con firma collettiva a due» della Egobank, l’istituto di credito in cui aveva un conto corrente la Platon, una delle società coinvolte nel riciclaggio.

In queste ore Di Girolamo sta decidendo se dimettersi: l’addio al Senato potrebbe arrivare già domani. È pronto, così assicura, a collaborare con la magistratura, ma soprattutto a dimostrare che le accuse sono infondate. Dall’Aquila il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lo invita a fare un passo indietro, mentre da Potenza Piero Fassino sostiene che «le dimissioni sono una questione che attiene alla sua sensibilità e alle sue valutazioni». C’è polemica però sul voto all’estero e soprattutto sull’applicazione della legge.

Si amplia intanto il numero dei manager coinvolti nell’inchiesta: sono indagati per «dichiarazione infedele mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti» Emanuele Angelidis, Mario Rossi, Alberto Calcagno (Fastweb) e Amandino Pavani (Telecom Italia Sparkle). Proprio in relazione alla società fondata da Silvio Scaglia ieri l’interrogatorio di Bruno Zito, a Milano, avrebbe fatto incassare un punto all’accusa.

Il dirigente, per il quale Fastweb ha avviato le procedure di licenziamento, avrebbe confermato l’esistenza del «meccanismo criminoso » . Non avrebbe tirato in ballo Scaglia, ma avrebbe sostenuto che i rapporti con le società «cartiere», riferibili a Mokbel, erano già iniziati prima della sua nomina a responsabile del settore «Grandi aziende».

«Ha dato ampie spiegazioni — precisa l’avvocato Bruno Assumma — di come in azienda venissero condotte le operazioni contestate dall’accusa». Il manager è accusato di aver procurato le fatture necessarie per ottenere i rimborsi, non dovuti, dell’Iva e di aver ricevuto, insieme alla Super Harvest (una delle società coinvolte nel riciclaggio), più di cinque milioni di euro su un conto corrente aperto a Hong Kong. Zito si è difeso anche da questa contestazione, ma qui non avrebbe convinto i magistrati.

Non hanno invece risposto alle domande del gip Aldo Morgigni né altri due manager di Fastweb (Giuseppe Crudele e Mario Rossetti), nè Francesco Fragomeli, amministratore della Fcz. L’interrogatorio di Scaglia, l’ultimo della serie, si svolgerà probabilmente martedì.




Lavinia Di Gianvito
28 febbraio 2010



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Letame contro la sede, la Lega accusa don Gallo e islamici

Il Secolo XIX


«L’ atto intimidatorio contro la sede della Lega di via Napoli deve essere condannato da tutte le forze politiche». Lo dichiara l’on. Edoardo Rixi, segretario provinciale della Lega Nord, dopo i vandalismi compiuti nella notte contro la Lega. «Non temiamo chi si nasconda dietro il letame - aggiunge -, si tratta solo di persone disadattate che non conoscono la dialettica democratica; a noi interessa la volontà dei 5000 residenti che hanno votato contro la moschea. Dai musulmani e da don Gallo ci aspettiamo questo e ben altro».

LA NOTIZIA

Atti vandalici, nella notte, contro la sede della Lega Nord in via Napoli a Genova, nella zona al centro di violente polemiche per la costruzione di una moschea. Questa mattina aderenti del partito di Bossi hanno trovato il muro dell’edificio che ospita la sede della Lega coperto di scritte con insulti e minacce. All’esterno era stato abbandonato anche un mucchio di letame. Sulla vicenda indaga la Digos di Genova.

Il segretario ligure della Lega, Francesco Bruzzone, ha commentato con amarezza l’episodio. «Il significato politico dell’atto - ha detto - meriterebbe solo una pernacchia. Si tratta di un atto di indimidazione che arriva chiaramente da una parte politica e che ci fa sorridere. La sede della Lega in via Napoli si trova al centro di un quartiere nel quale ci siamo battuti con mezzi democratici per contrastare la costruzione di una moschea e questo gesto certo non ci fermerà, anzi ci incoraggia». «Non escludo - ha concluso Bruzzone - che decida prossimamente di allestire una branda nella sede di via Napoli e dormire lì ogni notte, così da difendere una sede che abbiamo fortemente voluto e una battaglia con continuiamo a combattere democraticamente».




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Stranieri in sciopero, cortei in 60 piazze «Primo Marzo, 24 ore senza di noi»

Corriere della Sera

«Per sostenere l'importanza dell'immigrazione per la tenuta socio-economica del Paese»





MILANO - Una manifestazione nazionale per rendere visibili gli stranieri che vivono e lavorano in Italia. Saranno sessanta le piazze in cui il primo marzo immigrati e italiani manifesteranno «per sostenere l'importanza dell'immigrazione per la tenuta socio-economica del Paese», come ha spiegato Francesca Terzoni, portavoce nazionale del comitato Primo Marzo 2010 - Una giornata senza di Noi. «Sono previste una serie d'iniziative nelle diverse città coinvolte: a Varese verrà offerto un "pranzo etnico" agli agenti della polizia penitenziaria, a Trieste ci adopereremo per cancellare le scritte razziste dai muri, a Bologna ci sarà una mostra fotografica all'aperto con i volti dei 'nuovi italianì, a Milano verranno offerte delle lezioni di lingua straniera in piazza» spiega Terzoni, tra le fondatrici del gruppo su Facebook che ha dato vita all'iniziativa (gli iscritti sono circa 50mila),

che si svolgerà in contemporanea in Francia, Spagna e Grecia. Alle 18.30, in tutte le piazze italiane coinvolte verranno "liberati" dei palloncini gialli, il colore simbolo della manifestazione. Nata in maniera spontanea, la protesta del Primo Marzo ha ricevuto l'adesione di una serie di organizzazioni, tra cui Emergency e Legambiente, partiti politici (Pd, Sel e Rifondazione Comunista) e i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che pur dando il loro sostegno, non hanno proclamato lo sciopero generale a livello nazionale. Le astensioni dal lavoro saranno, dunque, a macchia di leopardo e la copertura sindacale verrà garantita principalmente dai sindacati di base, come Sdl (Sindacato dei Lavoratori) che ha proclamato per il primo marzo lo sciopero generale a Milano e Provincia.

«SOLIDALE» - «Sono solidale con l'astensione dal lavoro che i lavoratori stranieri effettueranno lunedì primo marzo»: ha detto il vice presidente della Commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola. «Mi convincono - aggiunge - soprattutto le motivazioni dell'iniziativa: gli immigrati vogliono dimostrare non solo di esistere, ma di essere indispensabili, con la loro presenza e il loro lavoro, alle attività economiche e sociali del Paese. Poichè si tratta di una circostanza assolutamente vera, mi auguro che la manifestazione abbia successo e che la comunità nazionale comprenda che non vi sono alternative credibili all'integrazione».

 (Fonte Ansa)

28 febbraio 2010




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Baruffa in tribunale, lista Pdl arriva troppo tardi

di Claudio Pompei

Ritardo agli uffici elettorali in vista delle Regionali nel Lazio. Non registrati i candidati della Polverini e del Pdl. Ma il centrodestra fa ricorso: "Macché esclusione, tafferugli di provocatori". Ma il simbolo sulla scheda è a rischio




Roma - Nessun esercizio di dietrologia né retropensieri a proposito della mancata presentazione della lista regionale del Pdl nella Provincia di Roma, ma solo un disguido provocato dalla concitazione dell’ultim’ora che potrebbe avere, però, ripercussioni sulla presenza del simbolo del Pdl nelle scheda elettorale. Sarebbero, insomma, campate in aria le voci (riprese da un sito di gossip) secondo le quali dietro il ritardo che rischia di cancellare la presenza del Pdl a Roma ci possa essere un malcelato tentativo di alcuni settori del centrodestra di danneggiare Renata Polverini per la sua vicinanza a Fini.

Secondo le stesse indiscrezioni, poco prima di mezzogiorno ci sarebbe stato un acceso diverbio sulla composizione della lista nel corridoio del Tribunale. Sarebbe stata proprio questa discussione a causare il ritardo. Tutti i vertici locali del Pdl, a cominciare dal responsabile del settore elettorale del Pdl Ignazio Abrignani, sono intanto convinti che, per quanto formalmente non registrata, la presentazione della lista del Pdl sarà comunque accettata.

Ufficialmente il Pdl ha presentato ricorso all'Ufficio centrale circoscrizionale presso il Tribunale di Roma per sostenere la regolarità della procedura nella presentazione della lista. E oggi, entro le 12, si sarà il responso ufficiale sull’ammissione, l’integrazione o l’esclusione della lista del Pdl.

Dopodiché ci saranno altre 48 ore di tempo per presentare l’eventuale ricorso all’ufficio centrale presso la Corte d’appello. Il coordinatore regionale Vincenzo Piso (ex An), e il coordinatore romano Gianni Sammarco (ex Fi) sono dell’avviso che la contestazione di alcuni esponenti della sinistra riguardi una superficialità formale, non un aspetto sostanziale della procedura.

Il vicecoordinatore regionale Alfredo Pallone (ex Fi) ritiene che la contestazione della sinistra sia stata addirittura premeditata: «Mi chiedo - ha detto - se sia una casualità che qualcuno si sia intrufolato negli uffici del Tribunale e abbia creato dei veri e propri tafferugli, se sia sempre una casualità che siano stati provocati i delegati del Pdl e se, guarda caso, sia una identica casualità che il solo ad aver pubblicato il video di quanto è accaduto, sia stato proprio il sito del quotidiano Repubblica.it».

«Credo sia semplicemente ridicolo - gli ha fatto eco Piso - pensare di escludere, sulla base di una presunta violazione dell’orario, il più grande partito italiano. Ma al di là di questo, i nostri rappresentanti erano lì dalle 11 quindi entro il termine stabilito». Sammarco ha parlato di una «manovra di comunicazione di tipo leninista» da parte della sinistra.

Dell’incertezza determinata dalla mancata presentazione della lista Pdl ha fatto cenno anche il presidente della Camera Gianfranco Fini che si è detto «non preoccupato anche perché non saprei cosa fare». Il presidente dei senatori Maurizio Gasparri ha chiesto una risposta «rapidissima dal momento che il Pdl è vittima di prepotenze e rispettoso delle norme». No comment, invece, dalla diretta interessata Renata Polverini, che si sarebbe detta «sorpresa» da quanto accaduto.



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Sfregio alla memoria dell'Olocausto: profanati i sampietrini dorati


Il gesto vandalico in piazza Rosolino Pilo, di fronte alla casa in cui abitavano i Terracina

ROMA - Profanatii sampietrini della memoria di fronte alla casa di Monteverde in cui abitavano i Terracina in piazza Rosolino Pilo 17. L’insulto nella notte, con una bomboletta spray che ha oscurato le sette "pietre d’inciampo” collocate un mese fa nel giorno della memoria, è stato scoperto al mattino da un vicino di casa di Piero Terracina, unico scampato allo sterminio di Auschwitz in cui è stata cancellata tutta la sua famiglia.
 
Sul posto è subito accorso il presidente del XVI municipio Fabio Bellini, che ha predisposto per domani pomeriggio un presidio di solidarietà con Terracina e l’intervento tecnico per ripulire i sampietrini e cancellare la profanazione. Accorsi sul posto anche il presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici, il consigliere Pd Paolo Masini e Adachiara Zevi, la curatrice della posa delle trenta “pietre d’inciampo” con cui il 28 gennaio sono stati ricordati deportati in sei municipi di Roma, ebrei, politici, carabinieri.
 
«Esprimo ferma condanna per questo atto vigliacco contro una memoria condivisa, quella della Shoah» ha detto il sindaco Gianno Alemanno «Ripetiamo, ancora una volta, il nostro auspicio che i vili che hanno compiuto questo gesto siano presto presi e venga loro inflitta una punizione esemplare».
 
«TOMBA DI FAMIGLIA» - «Io non ho una tomba della mia famiglia, ho solo questi sette sampietrini – ha detto con commozione Piero Terracina -. Questa è la tomba della mia famiglia. E con questo insulto vogliono negare l’esistenza stessa dei miei poveri congiunti sterminati dal nazifascismo…».
 
Riccardo Pacifici ha messo in relazione la profanazione alla questione “delatori”, risollevata proprio in questi giorni. E proprio la famiglia Terracina arrestata durante il ricongiungimento familiare per la Pesach ebraica del ’44 fu tradita da un delatore. «Ieri su un giornale cittadino ho ricordato la questione delatori in relazione alla deportazione dei carabinieri del 7 ottobre del ’43, operazione favorita da delatori per spianare la strada alla deportazione del 16 ottobre nel Ghetto di Roma».
 
Adachiara Zevi ha aggiunto: «Andremo avanti con la posa di queste pietre d’inciampo. Allo sportello che abbiamo aperto presso la Casa della Memoria in via San Francesco di Sales si sono già rivolti sessanta familiari di deportati. Questo insulto dimostra quanto ancora possa dare fastidio ricordare ciò che è avvenuto».
«PIETRE D'INCIAMPO» - Per chi vuole dedicare una pietra d'inciampo (stolpersteine) ai propri cari spariti nelle deportazioni, può rivolgersi alla biblioteca della Casa della Memoria e della Storia, responsabile dott. Stefano Gambari, tel. 06 45460501; e-mail: s.gambari@bibliotechediroma.it”. Una denuncia alla Digos sarà fatta dalla Comunità Ebraica. Sul posto cui sono anche delle telecamere di una vicina banca che potrebbero aver registrato immagini. Non è la prima volta in Europa che le “Stolpersteine” ideate dall’artista Gunter Demnig vengono profanate. Su ventimila pietre d’inciampo circa 400 hanno registrato profanazioni. E’ avvenuto in alcune città della Germania e in Olanda. Ora, purtroppo, si è aggiunta anche Roma.


Paolo Brogi
28 febbraio 2010



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Scioperi della fame a catena A Cuba la protesta si estende

Corriere della Sera

Sei dissidenti seguono l’esempio di Zapata, morto martedì


Orlando Zapata è stato seppellito, Orlando Zapata vive. Il digiuno anti-regime avviato quasi tre mesi fa dall’operaio cubano morto stremato in cella martedì continua. Dopo di lui altri cinque detenuti e un attivista hanno iniziato a rifiutare il cibo. Sono tutti «prigionieri di coscienza», come definisce Amnesty le 75 vittime della «primavera nera dell’Avana», la stretta repressiva dell’aprile 2003 che pose la questione dei diritti umani a Cuba all’attenzione del mondo. Cinque sono rinchiusi in carcere a Pinar del Río, nella parte occidentale del Paese. Tutti condannati, dopo processi sommari, a una ventina d’anni in base alla «legge 88» che punisce con lunghe detenzioni quanti vengono accusati di «sostenere la politica degli Stati Uniti e distruggere lo Stato socialista e l’indipendenza di Cuba».

Per molti di loro non è la prima volta: Nelson Molinet, leader sindacale, prima dell’arresto del 2003, aveva iniziato con Zapata uno sciopero della fame. Anche il giornalista Guillermo Fariñas, scarcerato per motivi di salute, dalla sua casa di Villa Clara ha annunciato di aver smesso di nutrirsi in segno di solidarietà. Gli altri detenuti a digiuno sono Fidel Suárez Cruz, bibliotecario; Diosdado González Marrero, attivista del movimento «Pace, democrazia e libertà» ed Eduardo Díaz Fleitas, vicepresidente del movimento clandestino «5 agosto» (già arrestato nel 1995 e poi nel 1999), che hanno inaugurato la protesta mercoledì. L’ultimo a scendere in campo è stato ieri Antonio Diaz Sánchez, dirigente del Movimento cristiani lavoratori, che nel 2002 aveva promosso con Fariñas il «progetto Varela» per la democratizzazione pacifica di Cuba.

«È una situazione preoccupante» ritiene Elizardo Sánchez, figura di spicco della dissidenza cubana, a capo di una commissione indipendente per i diritti umani, la Ccdhrn, mal tollerata dal regime. A destare maggior apprensione è la salute di Fariñas: «Ha smesso di mangiare e bere mercoledì, potrebbe collassare in tre giorni» avverte.

«C’è il rischio che lo sciopero della fame diventi uno strumento di lotta diffuso tra i detenuti politici — osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International per l’Italia —. Occorre esercitare pressioni sul governo cubano perché siano liberati».

Ma il regime, alle prese con l’indignazione internazionale, ha reagito intensificando retate e repressione: una trentina gli arrestati giovedì ai funerali di Zapata, blogger e familiari del dissidente sono stati fermati all’ingresso di una mostra di giovani registi. E soltanto ieri l’Avana ha comunicato la morte di Zapata: Granma, l’organo ufficiale del Partito, lo liquida come un delinquente comune che puntava ad avere in cella tv e telefono. E se la prende con la «campagna di diffamazione» scatenata dai media occidentali.

Parole che fanno inorridire Armando Valladares. Lo scrittore c ha trascorso 22 anni in carcere a Isla de Pinos con l’accusa di tradimento e ha raccontato in Contro ogni speranza le pene disumane a cui è stato sottoposto: «Ho partecipato a vari scioperi della fame. Un gesto disperato, l’unico che un prigioniero ha per farsi sentire. Ma mai ho visto un detenuto in sciopero della fame colpito in modo così barbaro. Il suo corpo era massacrato di botte. Il cambiamento di Rául Castro non è altro che una maggior repressione».


Alessandra Muglia
28 febbraio 2010






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La Apple: «Scoperti operai minorenni»

Corriere della Sera


L’ammissione dell’azienda Usa riguarda «ditte fornitrici esterne»

Dal nostro corrispondente  Marco Del Corona 


PECHINO— La Apple ha ammesso che aziende esterne che forniscono parti dei suoi prodotti hanno impiegato lavoro minorile. Il dato è contenuto in un rapporto che sintetizza i controlli compiuti dall’azienda americana su 102 fabbriche specializzate in componentistica. Gran parte si trovano in Asia, alcune in Cina. Il dossier (on line all’indirizzo http://images.apple.com/supplierresponsibility/ rt.pdf) dà conto di ispezioni condotte per verificare eventuali violazioni delle leggi locali e del codice etico interno della Apple. Si va da forme di discriminazione a un numero di ore eccessivo, senza indicare a quali Paesi si riferiscano le infrazioni rilevate.

«La Apple ha scoperto tre stabilimenti che avevano precedentemente assunto operai quindicenni in Paesi dove l’età minima per il lavoro è 16 anni. Nei tre stabilimenti — si legge a pagina 17— i nostri ispettori hanno trovato 11 operai che erano stati assunti prima di raggiungere l’età legale, anche se ormai non erano più sotto quel limite o non erano più dipendenti al momento dell’ispezione». La Cina, appunto, è uno dei Paesi dove l’età minima per un operaio è 16 anni. La Repubblica Popolare tuttavia non viene mai menzionata, se non in un altro passaggio in cui la Apple spiega come ha fatto correggere con successo una retribuzione inadeguata al numero di ore effettivamente lavorate.

Il sospetto che almeno alcuni degli 11 casi di lavoro minorile citati possano riferirsi alla Cina è alimentato dal fatto che in diverse occasioni aziende fornitrici della Apple hanno avuto problemi. A Suzhou in una fabbrica della taiwanese Wintek, che produce touch screen per la Nokia ma anche per la Apple, sono stati registrati decine di avvelenamenti la cui cura sta richiedendo mesi. E l’estate scorsa un ingegnere cinese venticinquenne di un’altra fornitrice taiwanese della Apple, la Foxconn, si era suicidato dopo essere stato accusato del furto di un prototipo dell’iPhone. Nonostante una nuova legge sul lavoro che assicurerebbe maggiori garanzie per i lavoratori, in Cina il rispetto delle norme è spessissimo come minimo approssimativo. La crisi e il calo dell’export hanno contribuito a peggiorare le condizioni nelle fabbriche. Mancano sia gli strumenti sia la volontà da parte delle autorità locali per effettuare controlli negli stabilimenti.


28 febbraio 2010




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Respinto il ricorso del Pdl sulla presentazione delle liste

Corriere della Sera


L'esclusione dovuta al ritardo nella presentazione  della lista del Pdl: il termine scadeva sabato alle 12

 

ROMA - La Corte d'Appello di Roma ha respinto l'istanza sull'ammissione delle liste in corsa per le elezioni regionali del Lazio del 28 e 29 marzo. Scadeva ieri alle 12 il termine per la presentazione dei nomi in lizza ma la lista del Pdl per il collegio di Roma sarebbe stata presentata in ritardo e rischiava quindi l'esclusione dalle regionali. Al memonto perciò sono escluse le liste elettorali del Pdl nel Lazio.. Il Pdl presenterà ora ricorso d’appello all’Ufficio centrale regionale del Lazio per ottenere la riammissione.


NUOVO RICORSO - Luca Malcotti, vice coordinatore vicario del Pdl di Roma e Lazio aveva già comunicato che in caso di esclusione il Pdl avrebbe presentato un ulteriore ricorso in Corte d'Appello entro 48 ore , e infine rivolgersi al Tar. «Saranno i legali del Pdl a decidere se ricorrere ancora in Corte d'Appello o se rivolgersi direttamente al Tar».

Il Pdl laziale parla di incidente. «Non è che noi non abbiamo presentato la lista ma c'è stato un piccolo incidente. Ieri non ero presente, ma nel 2008 ho presentato le liste del Pdl per il Comune e i municipi di Roma, e in quel caso ho visto, pur nel rispetto totale delle regole, una certa flessibilità, essendo la procedura molto complicata. In questo caso mi pare che ci si sia attaccati a un meccanismo di dettaglio».

BONINO - «Diciamoci le cose come stanno: questa lista non c'è, non c'è verbale», era stato in mattinata il commento della candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino riferendosi alla vicenda. «Dopo le leggi ad personam - ha proseguito - non vorrei che si arrivasse a un provvedimento ad listam, sarebbe un' innovazione degna di qualche altro regime. Forse anche Alemanno dovrebbe pentirsi della sua arroganza: davanti alle nostre richieste di legalità aveva detto che avevamo problemi di visibilità. Poi era intervenuto il ministro Maroni, dicendo che a 30 giorni dalle elezioni non si poteva cambiare niente e non dovevamo lamentarci. Non vorrei che avessero una memoria troppo corta».

ROTONDI ATTACCA - Categorico il commento del ministro per l`Attuazione del Programma di Governo, Gianfranco Rotondi che denuncia la "incapacità" organizzativa del Pdl, alla luce del ritardo nella presentazione della lista nel Lazio . «L'onorevole De Luca da solo in Piemonte ha presentato in tre giorni una lista della Dc per Cota letteralmente pensata e realizzata in una settimana. I maestri del Pdl - attacca il ministro- hanno fatto perdere la Polverini a tavolino. Io ne ho piene le tasche di fare il parente povero in questa banda di incapaci. Nemmeno la campagna elettorale mi induce a misericordia».

Redazione online
28 febbraio 2010



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La Consulta beffa le Camere: precari assunti dalle toghe

di Anna Maria Greco

La Corte Costituzionale si sostituisce al legislatore e boccia il blocco per gli insegnanti di sostegno stabilito nel 2008 dalla Finanziaria di Prodi. I presidi avranno mano libera. È un intervento a gamba tesa contro deputati e governo




Roma - Una sentenza della Corte costituzionale riapre le porte della scuola ai precari. Elimina, infatti, il blocco delle assunzioni a tempo determinato di insegnanti di sostegno, stabilito con la finanziaria 2008 dal governo Prodi. Vuol dire che migliaia di nuovi precari potranno entrare nelle scuole, senza concorsi ma per decisione discrezionale dei presidi, con le ripercussioni prevedibili sul bilancio dello Stato. 

In tempi di crisi economica e di tagli alle spese, dunque, gli effetti di questa sentenza, scritta dal giudice Maria Rita Saulle, possono essere pesanti. Anche perché non interviene solo in via di principio, lasciando al legislatore il compito di regolare la situazione, ma lo fa direttamente, ripristinando una parte della legge eliminata e dunque consentendo nuove assunzioni a livello locale, senza controlli centrali, con una possibile immissione sregolata di precari. La pronuncia dei «giudici delle leggi» è, infatti, immediatamente e concretamente efficace. E gli insegnanti di sostegno in Italia sono già 90mila, uno ogni due allievi handicappati. 

Negli ultimi anni, secondo i dati ufficiali, il numero degli insegnanti di sostegno è già aumentato moltissimo, fino ad arrivare appunto ai 90mila, di cui la metà sono appunto docenti a tempo determinato. Questi insegnanti rappresentano il 10,6 per cento del corpo insegnante e il rapporto tra alunni disabili e docenti è pari a 2 a livello nazionale non sembra così disastroso.

Ma spieghiamo meglio come si è arrivati a questa decisione della Consulta. È stato accolto il ricorso presentato dal Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia, che si è trovato di fronte al braccio di ferro tra un istituto scolastico nel catanese e i genitori di una bambina disabile. Per lei, dopo il blocco delle assunzioni, le ore di insegnamento di sostegno sono passate da 25 a 12 a settimana.

La questione riguarda la coerenza costituzionale delle norme del 2007 (finanziaria 2008), che fissavano un limite al numero di insegnanti di sostegno per assistere gli alunni disabili. Queste norme, per l’Alta corte, sono «irragionevoli» e pertanto «illegittime» quando fissano un limite massimo invalicabile al numero dei posti degli insegnanti di sostegno ed escludono la possibilità di avvalersi, in deroga al rapporto studenti-docenti fissato per legge, di insegnanti specializzati che assicurino al disabile grave «il miglioramento della sua situazione nell’ambito sociale e scolastico».

Per la presidenza del Consiglio la questione sollevata doveva essere inammissibile o infondata. L’Avvocatura dello Stato ha contestato il fatto che si richieda alla Corte una sentenza cosiddetta «additiva», che comporterebbe «nuove o maggiori spese a carico del bilancio statale senza indicare i mezzi per farvi fronte» e che «porterebbe la Corte a sostituirsi al legislatore, al quale è demandata l’individuazione delle concrete modalità con le quali realizzare» la tutela dei disabili, come dice una sentenza del 2008. Il Parlamento, sostiene, deve «bilanciare diversi interessi coinvolti (quello dello studio del disabile e del contenimento della spesa pubblica) e per questo ha varato delle leggi, pur senza negare in alcun modo il diritto allo studio degli handicappati. 

In sostanza, «la riduzione delle ore di sostegno consentirebbe, comunque, l’integrazione scolastica delle persone disabili». Infatti, secondo l’Avvocatura dello Stato, la limitazione dei posti di insegnanti specializzati sarebbe controbilanciata da altri strumenti e direttive per assicurare l’assistenza a questi studenti, «anche mediante compensazioni tra Province diverse». Questa posizione, però, non ha prevalso al Palazzo della Consulta, malgrado un articolato dibattito con più voci che richiamavano ad una ottica «realistica» sulle concrete possibilità finanziarie del ministero dell’Istruzione, che ora si troverà a dover fronteggiare la situazione.

Chi festeggia sono i Cobas degli insegnanti. Per il coordinatore nazionale della Gilda la sentenza della Consulta «è una vittoria della civiltà sulla insensibile logica del risparmio applicata dal ministro Tremonti». La fine di «una grave ingiustizia sociale e una palese violazione della Costituzione».





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Riciclaggio, adesso Di Girolamo getta la spugna

di Emanuela Fontana

Il senatore accusato di associazione a delinquere nell’inchiesta su mafia e riciclaggio potrebbe dimettersi già domani, prima che Palazzo Madama lo dichiari decaduto. Un collega: "Così almeno eviterà la carneficina dell’aula". Ma lui: "Vorrei far capire all’Italia che non sono un mostro, il male assoluto"





Roma - Gliel’hanno consigliato alcuni colleghi, ma più di tutti la coscienza: Nicola Di Girolamo, il senatore accusato di associazione a delinquere e di contatti con la ’ndrangheta, è pronto a dimettersi.
La voce circolava già ieri, alcuni membri della giunta per le immunità l’avevano ipotizzato. «Cosa gli cambia - commentava un senatore del Pdl con il Giornale - rimanere senatore dieci minuti in più o in meno. Eviterebbe la carneficina dell’Aula». Ma nessuno poteva prevedere che il senatore confidasse il suo travaglio a Repubblica. 

«Sono le 19.20 quando il telefono squilla»: inizia così l’intervista di Antonello Caporale pubblicata ieri sul quotidiano di Largo Fochetti: «Sono il senatore Nicola Di Girolamo. Vorrei far capire all’Italia che non sono un mostro, il male assoluto». E via uno sfogo, quasi un pianto. L’ammissione «delle responsabilità». Il grido: «Non sono un mafioso. 

Mi deve credere, mi dovete credere!».
Ecco Nicola Di Girolamo che parla. Per la prima volta da quando il suo nome è finito su tutti i giornali e le televisioni del Paese come uno dei 56 arrestati all’interno dell’inchiesta sul riciclaggio condotta dalla Procura di Roma e che coinvolge i vertici di Telecom Sparkle e Fastweb. L’unica differenza per Di Girolamo rispetto agli altri 55 era che, essendo senatore, è coperto dall’ombrello dell’immunità finché il Senato non decide diversamente. 

Del suo primo salvataggio avvenuto a Palazzo Madama il 29 gennaio del 2009, quando l’inchiesta sul suo conto era solo all’inizio, già si è detto. Ora, per il secondo e ben più grave esame della sua situazione, in Senato era appena stato deciso che sarebbe stata l’assemblea a pronunciarsi. Tecnicamente, si è scelto il percorso dell’annullamento della nomina, con una mozione da presentare mercoledì in aula. 

La giunta per le immunità sta intanto portando avanti la pratica di autorizzazione a procedere all’arresto. Il calendario prevede l’audizione di Di Girolamo davanti alla giunta martedì. Ma a questo punto il senatore potrebbe non presentarsi per l’audizione, e rassegnare le dimissioni martedì stesso. O addirittura domani. È la terza soluzione, il binario più rapido verso la consegna alla giustizia. Un’autoconsegna, a questo punto. 

Cambia poco, in effetti, se si dimette. Sarebbe più che altro un atto di dignità. L’unica differenza è che l’Aula, anziché dibattere sulle colpe sue e di quei senatori che un anno fa sospesero la sua pratica, trasformandosi in un’arena, dovrà semplicemente prendere atto delle dimissioni. E votarle. In un contesto simile tutto sarebbe più dolce, meno penoso. Per Di Girolamo e forse per tutti.
«Ho le mie colpe, i miei peccati - racconta Di Girolamo -. Io non fuggo, non ho alcuna intenzione di sottrarmi ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria». 

La cosa importante ora è «riscattare l’onore perduto davanti ai miei due figli, a mia moglie». Sono stati, questi, «tre giorni di martirio, in tre giorni è finita la mia vita».
«Avrò modo di spiegare, di illustrare» ai giudici che «hanno lavorato bene...». Le dimissioni, forse «già lunedì, sono una delle ipotesi cui penso».

Basta poco per «trasformare una persona magari ingenua in un malavitoso incallito. Hanno preso me, il più innocuo, l’ultimo dell’ultima fila». Ma ora c’è da pensare ai ragazzi (di 16 e 19 anni): «Sono giovani e hanno diritto a non essere pressati». La politica, non il potere, «mi ha distrutto».






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Wanted Travaglio", la destra ha scelto è lui il super-nemico

La Stampa

Il giornalista sempre più nel mirino dei quotidiani
MICHELE BRAMBILLA

L’ossessione della sinistra, da anni, è Silvio Berlusconi. Quella della destra, da qualche tempo a questa parte, è Marco Travaglio. Il quale ieri ha avuto l’onore dell’accoppiata di prime pagine: fotone sul Giornale («Travaglio vuole la pulizia etnica») e vignettone su Libero («E tre: la banda Travaglio non perdona Santoro»). Non è una novità. Sul sito del Giornale, se cerchi articoli che parlino di Marco Travaglio, te ne escono 2.480. Su quello di Libero solo 176, ma la differenza si spiega forse anche con il fatto che Filippo Facci, l’anti-Travaglio che scrive del suo nemico con una regolarità che pare ordinata dal medico, è da poco passato, appunto, dal Giornale a Libero. La campagna in corso è testimoniata anche dalla quantità di siti, di blog, di social network che ne parlano. Google, alla voce «Travaglio e il Giornale», dà 193.000 risultati; alla voce «Travaglio e Facci» 46.600; alla voce «Travaglio e Libero» 603 mila.

E’ vero che «libero» può anche essere un aggettivo e che «travaglio» è pure la fase che precede il parto: ma, insomma, l’oceano di parole messe in rete sullo scontro è evidente. Neutralizzato (più dalla sinistra che dalla destra) Cofferati - che dieci anni fa era l’incubo di Berlusconi -, tramontato Prodi, abortito il pericolo Veltroni, passato ormai dietro le quinte D’Alema, ora il bersaglio numero uno è dunque Travaglio. Con chi prendersela, d’altra parte? Bersani ha un faccione troppo bonario e rassicurante, a destra pensano che sia come un tortellone e che prendersela con lui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Santoro? Da qualche giorno viene considerato quasi come un alleato. Ci sarebbe Di Pietro, è vero: ma forse ormai su di lui è stato detto proprio tutto.

Ma sì: le «attenzioni» nei confronti di Travaglio hanno superato perfino quelle su Di Pietro. Caso abbastanza singolare, il nemico numero uno non è un politico ma un giornalista. Un po’ come quello che accade negli Stati Uniti per Rush Limbaugh, il conduttore di uno show radiofonico che ogni giorno riversa ogni possibile anatema contro Obama e il «politically correct»: i democratici temono più lui che Sarah Palin e tutti i politici repubblicani messi insieme. Ecco: Travaglio sta alla destra italiana come Limbaugh sta ai democratici americani. Facci lo chiama «Marco Pendaglio»; Feltri «Marcio Travaglio», ma a onor del vero in questo caso si tratta di una risposta al «Littorio Feltri» usato da Travaglio.

Il quale a Facci risponde invece senza citarlo mai per nome, lo chiama «quello con le mèches», e Facci va in bestia, qualche giorno fa ha mandato a Dagospia una sua foto da bambino per dimostrare che era biondo già allora, e quindi che non si tinge i capelli, giammai. Che scontri, accidenti. Vittorio Feltri però chiarisce che come in tutti i duelli ci sono regole e rispetto per l’avversario. «Travaglio - dice - fa il suo mestiere e lo fa bene. Sa scrivere e non è uno sciocco. La sua battaglia è legittima e io non ho nulla da eccepire. L’unica cosa è che il nostro vicedirettore Nicola Porro è andato ad Annozero, ha detto una cosa senza alcuna acrimonia e Travaglio ha reagito rivelando il lato deplorevole del suo modo di fare: mettere a tacere chi la pensa diversamente dandogli del servo, del killer, della merda.

Per questo abbiamo reagito. Ma fa parte del gioco». Il direttore del Giornale accetta anche l’editoriale che Travaglio proprio ieri gli ha dedicato su Il Fatto («Feltri, l’arma letale»): «Un pezzo che sta anche in piedi, ma poi lui finisce sempre per insultare». E assicura: «Non ho alcuna ossessione Travaglio. Pericoloso? Per me non è pericolosa neanche la sinistra, figuriamoci lui. Fa il suo mestiere, e siamo in democrazia». «E’ pericoloso», dice invece Maurizio Belpietro. Più di Bersani? «Non c’è ombra di dubbio». Più di Di Pietro? «Rischia di superarlo».

Fa paura il seguito, di Travaglio: «La sua penetrazione nella rete è fortissima - dice il direttore di Libero -. Lui è quello che fornisce le argomentazioni al giustizialismo, ha creato un movimento, anzi una setta. I suoi fedeli gli credono ciecamente, vanno a teatro a sentirlo e si abbeverano. Si è circondato di un’aura di sacralità per cui non è più possibile neppure criticarlo». Davvero ha tutto questo potere? «Ma certo. Il servizio pubblico gli ha appaltato cinque minuti in prima serata in cui lui può dire tutto ciò che vuole senza contraddittorio. Neanche Biagi in tv aveva tanto potere: Biagi faceva informazione, Travaglio fa editoriali.

Ci si è scandalizzati per gli editoriali di Minzolini, che ne avrà fatti cinque o sei, quando Travaglio ne fa uno ogni sette giorni. La sua violenza verbale è un’anomalia del servizio pubblico, anzi di tutta la tv». Opinioni largamente condivise dai lettori di Belpietro. Ogni volta che Libero mette Travaglio in prima pagina, le vendite si impennano. E’ proprio vero, dunque, che «per proporsi bisogna opporsi»: al proprio popolo c’è sempre bisogno di indicare un nemico. Vale per la sinistra con Berlusconi, vale per la destra con Travaglio. Comunque, tanti nemici tanto onore: «Da un lato - se la ride Travaglio - mi incuriosisce che gli organi del partito dell’amore riversino tanto odio contro di me. Dall’altro mi preoccupo per loro, vuol dire che hanno problemi di fegato».




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Como, la scia di sangue degli eredi di Rosa e Olindo

La Stampa

In un anno 8 omicidi: tutti ispirati da futili motivi

MARCO NEIROTTI

INVIATO A COMO



Per un rumore che dà fastidio si uccide. Dopo il delitto si appicca il fuoco. Si va al lavatoio a darsi una pulita. Si fa sparire l’arma. Si va a mangiare un boccone. Intanto il paese commenta: «Non è gente di qui». E, una volta arrestati, si domanda al giudice: «Possiamo stare in cella insieme?». Scene da Erba, a quindici giorni dall’apertura del processo d’appello. Ma è pure un’antologia dalla catena di morti ammazzati in un anno a Como e provincia, per motivi futili, atonia morale. Allievi inconsapevoli di Rosa e Olindo, gli assassini ne ricalcano ciascuno un’orma.

Un anno fa, febbraio 2009. Nel centro di Como un filippino aggiusta una pentola e fa chiasso, un amico gli spacca il cuore con una coltellata. Per dissidi di lavoro, un imprenditore è freddato, ad Albiolo, dopo un rogo che devasta quattro camion. Altre fiamme per distruggere un cadavere: quello di Maria Rosa Albertani, 39 anni, operaia. Il corpo carbonizzato è scoperto il 14 luglio 2009 sotto una finestra d’una casa di Cirimido. Si sospetta la sorella Stefania, 27 anni. Durante l’intercettazione ambientale i carabinieri ascoltano un dialogo, poi urla e voce soffocata. Per forza: la figlia sta strangolando la madre. Una pattuglia salva la donna prima che finisca nel vuoto e nel fuoco.

Il 22 agosto, a Carate Urio, un malato di mente finisce a coltellate davanti al cancello di casa il suo ex datore di lavoro: era convinto che l’uomo, anni prima, lo filmasse in azienda per poi deriderlo al bar. Il 5 settembre 2009, a Laino, un uomo è ammazzato dal fratello della convivente. Fa giardinaggio, è andato giù deciso di cesoie. Non gradisce il rimprovero della sorella, la colpisce con un punteruolo e uccide l’uomo che la difende.

Il 9 ottobre, in un appartamento accanto al Duomo, un imprenditore del caffè è freddato a rivoltellate. Lo troveranno l’indomani in un furgone a Tavernerio. Antonio Di Giacomo, 46 anni, era in affari con Emanuel Capellato, 34 anni, e Leonardo Panarisi, di 52. Era a casa loro con un borsone pieno di Rolex (tarocchi). Come nasca il dissidio gli arrestati non dicono. Sta di fatto che il cadavere deve sparire, i due ingegnosi fanno una capatina in un ipermercato, comperano un armadio a un’anta, ci piazzano dentro il morto e scendono in strada con contenitore e cadavere. Senonchè dalla bara provvisoria spunta un piede. Caricano tutto sul furgone e via. Poi uno va, anziché da Mc Donald’s, a mangiare la pizza con amici, l’altro raggiunge moglie e figlia per la cena.

Finisce in pizzeria il trucido film del 1° febbraio 2010. Alberto Arrighi, 40 anni, titolare di un’armeria, perito balistico del tribunale, riceve nello scantinato del negozio Giacomo Brambilla, 43 anni, gestore di pompe di benzina. Contorti i rapporti fra i due, ci sono problemi di denaro, Arrighi custodisce per conto dell’altro assegni circolari, però è in credito di 85 mila euro.

Parlano quieti, Brambilla se ne va ma non arriva alla porta: l’altro lo fulmina con due colpi, gli spara quello definitivo. Teme che si trovino proiettili, si facciano perizie, se ne intende di queste cose. Allora telefona al suocero, Emanuele La Rosa, 68 anni, che accorre e tiene fermo il corpo mentre lui taglia la gola del poveraccio e poi con un seghetto gli stacca la testa. Tutto in due minuti e cinquanta secondi. Arrighi scarica il corpo nei pressi di Domodossola e La Rosa porta la testa nella sua pizzeria di Cantù, la piazza su una teglia con un po’ d’acqua e la infila nel forno a 350 gradi (per non impregnare tutto di odori sgradevoli). Poi appende un foglio: «Deve cuocere.

Non aprire». Per dare una pulita Arrighi chiama la consorte, Daniela, che, minigonna e stivaloni bianchi, scende nella cantina con stracci e ammoniaca. Lui va al poligono, il suocero sulle piste da sci. Ricostruzione inattaccabile: nessuno aveva spento le telecamere del caveau. Su Facebook nascono due fazioni, guidate da una vedova che invoca giustizia (con 827 aderenti) e dalla moglie dell’assassino (47 amici): «Temete l’ira del mansueto».

La voglia di ammazzare rispunta a Valbrona. Antonino Correnti è un artigiano di 63 anni. Aveva una moglie, ma se n’era andata con i tre figli, uno disabile, a vivere con Carlo D’Elia, 57 anni, artigiano pure lui, rivale nella posa di pavimenti. Litigavano per l’assegno al ragazzino disabile e la disparità di lavoro. La mattina del 23 febbraio Correnti va a prendere il furgone e trova ad aspettarlo D’Elia con il figlio diciannovenne che ha avuto dalla convivente.

Due botte in testa e una rivoltellata in faccia. Genitore e ragazzo - mentre il coro rispolvera il «non è stata gente di qui» - prima di andare uno dal carrozziere e l’altro a lavorare, buttano l’arma nel lago del Segrino, quello delle passeggiate di Rosa e Olindo, dove ora gli inquirenti, cercando l’arma di D’Elia, hanno già pescato quattro pistole che con questo delitto non c’entrano. Padre e figlio si sono lavati e al pm Massimo Astori, quello di Erba, raccontano dove: «Al lavatoio di Olindo, lei lo conosce». Alla fine una preghiera: «Possiamo essere messi nella stessa cella?».




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