giovedì 25 febbraio 2010

Cieca con cane-guida: non la fanno entrare al bar

Corriere della Sera


È successo a Treviso. La donna ha presentato un esposto ai vigili urbani.




ROMA - È cieca, ha con sè il proprio cane-guida, ma non la lasciano entrare nel bar perchè nel locale gli animali non sono ammessi. È accaduto nel centro di Treviso: l’episodio, che risale allo scorso 20 gennaio, è stato reso noto dall’Unione Ciechi locale e raccontato a «La Tribuna di Treviso».

LA VICENDA - La ragazza, che avrebbe dovuto pranzare nel locale con alcune colleghe di lavoro, ha presentato un esposto ai vigili urbani. La ragazza ha 30 anni e lavora in centro e aveva con sè Mayla, il labrador retrivier che la segue ovunque e che, per farsi riconoscere, aveva la pettorina con la croce rossa stampata sopra. «Respingere il cane-guida di un non vedente, come successo nel bar del centro di Treviso, lascia semplicemente senza parole - ha commentato Francesco Rocca, commissario straordinario della Croce rossa - è un atto di intolleranza e di discriminazione da condannare fermamente.

Non avremmo mai voluto condannare un fatto di questa gravità: è impossibile pensare di dividere il cane-guida dal suo padrone con cui si sviluppa, voglio sottolinearlo, un rapporto simbiotico e di totale fiducia. Voglio esprimere - ha concluso Rocca - la nostra più totale solidarietà e vicinanza alla ragazza di Treviso e auspico che le Istituzioni si mobilitino per sensibilizzare l`opinione pubblica sulla questione per fare in modo che nessuno più limiti la mobilità di persone diversamente abili.


(Fonte agenzia Apcom)

25 febbraio 2010




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Spunta l'ultimo discendente di Hitler

La Stampa

Vive in un paese della Bassa Austria e si candiderà alle elezioni comunali


VIENNA

L’ultimo discendente di Adolf Hitler vive in un paesino della Bassa Austria e vuole candidarsi alle elezioni comunali nelle file del Partito popolare. A rivelarlo è stato il settimanale austriaco «News», che lo ha individuato grazie alla pazienta ricerca di un giornalista belga, Jean-Paul Mulders. È stato lui infatti a scoprire negli Stati Uniti un lontano cugino del Fuehrer, di 61 anni, al quale è riuscito a sottrarre la salvietta di carta con cui si era pulito la bocca.

Un esame del dna ha messo chiaramente in luce una relazione diretta di parentela con la famiglia del dittatore nazista. Mulders si è quindi trasferito nel villaggio austriaco di Waldviertel, del quale erano originari la nonna di Hitler, Anna Schicklgruber, il padre Alois e la madre Klara. La sua ricerca ha rischiato di insabbiarsi, perchè tutti gli abitanti con il cognome Hitler se lo erano fatto cambiare dall’anagrafe. Esaminando invece la lista delle persone con un cognome modificato, ma simile a quello di Hitler, il giornalista belga ha individuato un agricoltore di 46 anni, Norbert H., al quale ha prelevato un campione di saliva risultato concordante con il dna della salvietta.

«Sì, sono imparentato con Hitler», ha confermato l’agricoltore al settimanale austriaco, aggiungendo subito che per lui «Hitler è il più grande criminale della storia». A dispetto della scomoda parentela, però, l’ultimo discendente del Fuehrer è intenzionato a candidarsi nel suo villaggio nella lista del Partito popolare austriaco



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Cuba, i funerali vietati del dissidente

La Stampa

Le autorità non fanno avvicinare le persone alla cerimonia funebre




 
GORDIANO LUPI

La sepoltura del prigioniero politico Orlando Zapata Tamayo ha avuto luogo nelle prime ore di oggi nel suo paese natale, Banes, sotto il controllo ldi agenti della Sicurezza di Stato e della Polizia che hanno reso impossibile la partecipazione popolare. Martha Beatriz Roque, una delle poche dissidenti che è riuscita a partecipare alla veglia funebre di Zapata, ha spiegato che la Sicurezza di Stato ha concesso di effettuare la sepoltura questa mattina alle ore 7.

Le autorità avevano precedentemente insistito che le esequie funebri avessero luogo nella giornata di mercoledì. Secondo la Roque, la situazione nel paese dell’oriente cubano “è molto difficile” perchè la Sicurezza di Stato controlla, ma senza metterci la faccia e “manda una dottoressa che sembra una poliziotta per parlare con la famiglia”.

Roque ha detto che le vicinanze della casa di Zapata sono state circondate da cordoni di polizia e ufficiali “vestiti da civili” e “in divisa”, che non consentivano di raggiungere il luogo della veglia funebre. “L’atmosfera è abbastanza pesante, ma ci hanno permesso di vegliare il defunto”, ha detto Berta Soler, una delle Dame in Bianco che è riuscita a raggiungere Banes. A Miami, Ramón Saúl Sánchez, presidente dell’organizzazione degli esiliati Movimento per la Democrazia ha riferito che agenti della Sicurezza di Stato e alcuni medici si sono presentati nella casa dove veniva vegliato Zapata per portare via il cadavere. “Ma la madre (Reina Luisa Tamayo) si è opposta, dicendo che per fare una cosa simile avrebbero dovuto ucciderla”, ha aggiunto Sánchez.

Il Direttorio Democratico Cubano (DDC), con sede a Miami, ha detto che l’attivista Martha Díaz Rondón, vicepresidente del Movimento Femminista per i Diritti Civili Rosa Parks, le ha riferito che gli agenti continuano ad arrestare i dissidenti che cercano di raggiungere Banes. “Le abitazioni degli oppositori in diversi luoghi dell’Isola sono circondate da cordoni di polizia, come quella di Jorge Luis García Pérez Antúnez e di sua moglie Iris Pérez Aguilera, presidente del Movimento Rosa Parks di Placetas, e quella di Caridad Caballero Batista, componente del Movimento Rosa Parks, nella città di Holguín", ha detto il DDC in un comunicato. Il regime teme che la morte di Orlando Zapata Tamayo possa aprire nuovi focolai di rivolta e cerca di ridurre al minimo la concentrazione dei dissidenti nel luogo dei funerali.





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Delbono contestato alla prima lezione Gli studenti: «Portaci tutti in vacanza»

Corriere di Bologna


Protesta dei ragazzi di Azione universitaria (Pdl). L'ex sindaco: sceneggiata di cattivo gusto

Non c'è pace per Flavio Delbono. Oggi è stato il giorno della prima lezione all'Università, dove è tornato dopo le dimissioni da sindaco. Ma ad accoglierlo c'era un gruppo di studenti di Azione universitaria (ramo giovanile dell'ex An, ora Pdl) con cori, maracas e coriandoli.

LA PROTESTA - «O Delbono, portaci in vacanza», questo lo slogan dei contestatori, che hanno fatto irruzione nell’aula dove Delbono stava per tenere la sua prima lezione di Economia. Non solo: i giovani hanno consegnato all'ex sindaco un tesserino a due facce, una da professore universitario, l’altra con un bancomat. Poi, la sfilata tra i banchi, con lo striscione: «Tutti a Cancun, tanto paga la mamma». Quindi sono usciti.

DELBONO - L’ex sindaco aveva appena invitato con decisione i numerosi fotografi e cameraman ad allontanarsi e stava per iniziare a parlare alla classe, introdotto dal vicepreside della facoltà. «Mi dispiace del trambusto di cattivo gusto - ha esordito Delbono - del quale vi devo qualche spiegazione. Rientro dopo circa dieci anni di congedo», ha ripercorso la sua carriera universitaria e la sua esperienza amministrativa. Ha spiegato anche di essersi dimesso dalla carica di sindaco «per coinvolgimento in vicende giudiziarie». Ha detto di essere molto dispiaciuto «per questa sceneggiata, mi scuso di avere involontariamente importato trambusto e disagio. D’ora in poi concentriamoci sul corso. Benvenuti alla prima lezione», ha detto al centinaio di studenti presenti.

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L'Aquila, così viene pilotata la rivolta dei terremotati

di Gabriele Villa

Dietro la "protesta delle carriole" un ex sessantottino affezionato alle manifestazioni di massa, un parlamentare democratico con il figlio al seguito, una presidente della Provincia regina del voltafaccia

 




L'Aquila - «Riprendiamoci la città». Meglio se con l’aiuto del Pd, bisognerebbe, per completezza d’informazione, aggiungere. Lo slogan-lenzuolo è steso in piazza Duomo e spacca in due il cuore di un popolo che ha già il cuore sufficientemente spaccato da 11 mesi. Tra gli scheletri del centro storico dell’Aquila, in cui si muovono solo tecnici, muratori, carpentieri e vigili del fuoco, si girano gli spot elettorali che puntano a far diventare ancor più rossa la zona rossa.

La grande polemica sulle macerie del terremoto, che annientò queste terre e l’assalto alle transenne, che delimitano gli edifici inavvicinabili e la città che non può «essere ripresa», nascondono in realtà abili registi e vecchi lupi, non necessariamente marsicani, della politica locale e nazionale. Che forse con gli anni avranno perso pure il pelo, ma che non perdono certo il vizio di rimescolare, a proprio uso e consumo, le carte bollate e la clessidra di un tempo che i tempi della ricostruzione, forzatamente, impongono.

Così, se fa tenerezza qui, dove corso Vittorio Emanuele finisce e si svolta in via San Bernardino, trovarsi davanti una coppia di anziani che, in sacrosante lacrime, accarezza le chiavi, che ha appeso fra altre cento, sulla famosa rete, fa meno tenerezza scoprire che c’è qualcuno che, questi disperati, se li sta lavorando a dovere. Non per nulla ieri il gran visir Bersani era da queste parti e non propriamente in visita turistica. Prendete l’accalorato presidente del «comitato di mobilitazione», Eugenio Carlomagno, oggi direttore dell’Accademia di belle arti, uno dei primi ad alzare le barricate contro il tandem Berlusconi-Bertolaso.

All’Aquila, dove non si può bluffare, perché tutti si conoscono da sempre, vi diranno che l’uomo è un’ex sessantottino che, un po' come i soldati che si trovavano nella giungla, non si è ancora accorto che il ’68 è finito e, quindi con quest’animo, è rimasto aggrappato al traino del Pd. Pensate che cosa è riuscito a dire l’altro giorno, galvanizzato da tanta partecipazione di popolo alla protesta che l’ha riportato di colpo ai bei tempi andati: «Che se tutto non fosse rimasto fermo per quasi un anno, oggi il 25% degli abitanti del centro potrebbero essere a casa propria. Bastava decidere subito cosa fare, non recintare e basta. Bastava affrontare il centro pezzetto per pezzetto, individuare le case da abbattere e quelle da ristrutturare.

Ci sono abitazioni del tutto agibili e altre che lo sarebbero con piccoli lavori che in questi mesi potevano essere eseguiti... ». Come se per rimettere in piedi le case, per ricostruire il centro storico, si potesse di colpo usare la bacchetta magica e fregarsene di quelle che sono le procedure di sicurezza. Nella protesta delle «mille chiavi», come passerà alla storia, così come in quella delle macerie da sgombrare, che adesso sono state sbattute dal sindaco pd, Massimo Cialente, che avrebbe dovuto occuparsene, sul tavolo di Bertolaso, c’è anche un tandem di famiglia che ha voluto afferrare le redini.

Anzi un «duunvirato». Termine desueto, conveniamo con voi. Ma tant’è: ha cominciato un consigliere regionale a definirlo così e adesso ci si scherza sopra allo Chalet della Villa Comunale, il chiosco dei giardini, dove tutti gli aquilani, politici e no, transitano almeno una volta al giorno per un caffè. Trattasi di Giovanni e Mattia Lolli. Padre e figlio votati alla causa.

Del centrosinistra. Che tutti hanno visto, fotografato e magari pure intervistato nel giorno delle mille chiavi («certa gente ama farsi fotografare e intervistare in giacca e cravatta - commenta con amarezza il leader del Mpa Giorgio de Matteis, vicepresidente del consiglio regionale - ma quella stessa gente non c’era a tirar fuori i morti quando tutto crollava»). Parlamentare, ovviamente pd, il padre, il figlio, Mattia, che è coordinatore del «comitato 3 e 32» guiderà la nuova protesta in agenda.

Quella «delle carriole» in programma domenica mattina. Quando con secchi, contenitori vari e carriole, appunto, «la gente stanca delle promesse» del commissario straordinario Gianni Chiodi nonché presidente regionale (sì lo stesso che proprio ieri a Roma, magari sarebbe il caso il farlo sapere al duunvirato, ha avuto dal ministro Prestigiacomo la conferma che il 3 marzo sarà all’Aquila per porre mano al problema) raccoglierà a piazza di Porta Palazzo un po' di macerie e le rovescerà davanti all’emiciclo, sede del consiglio regionale.

Sorride perfidamente, nelle retrovie, la «presidente provinciale più amata dagli italiani», Stefania Pezzopane, quella che, in questi mesi da «terremotata» è riuscita ad abbracciare tutto e tutti, Berlusconi compreso. Ma, adesso che si è ricordata di essere Pd o il Pd glielo ha ricordato, se lo vuole arrostire nel fumo nella campagna elettorale. In cabina di regia c’è anche lei, se non soprattutto lei. Per questo merita una puntata monografica che ne ripercorra gesta, baci e abbracci. Promesso.




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Cade l'ultimo tabù Donne nei sottomarini

IL Tempo


Decisione rivoluzionaria della Marina militare Usa. "Equipaggi misti anche per i sommergibili nucleari".La vita di bordo s'addice pure al gentil sesso.





Combattono nelle aree di guerra più «calde» del pianeta, pilotano aerei, elicotteri, cacciabombardieri, svolgono mansioni di alta responsabilità su portaerei grandi come città. Le donne militari americane negli ultimi decenni hanno infranto tutti i tabù meno uno: far parte dell'equipaggio di un sottomarino nucleare. Ora quest'ultima barriera sta per essere abbattuta.

Il Dipartimento della Difesa americana, (negli States dal 1993 il gentil sesso può prestare servizio sulle navi da guerra della Marina) vuole dar loro la possibilità di inabissarsi pure nelle profondità marine a bordo dei sommergibili. Proprio come accadde alle cinque garrule soldatesse protagoniste dell'indimenticabile film di cinquant'anni fa «Operazione Sottoveste» (titolo originario «Operation Petticoat»).

Nell'esilarante commedia di Blake Edwards il comandante di un sommergibile danneggiato da un attacco aereo (Cary Grant) riesce a rimettere in sesto il mezzo grazie all'aiuto di un tenente di vascello molto vivace (Tony Curtis). Purtroppo il sommergibile viene dipinto di rosa (in mancanza di altra vernice) ed è obbligato ad ospitare cinque donne (ohibò!).

Le soldatesse potranno imbarcarsi dal prossimo anno. Non si tratterrà di sommergibili «rosa», gli equipaggi saranno misti. L'ok definitivo spetta al Congresso che ha tempo 30 giorni per decidere. A rivelare le intenzioni della Difesa americana è stata una lettera inviata due giorni fa dal segretario alla Difesa Robert Gates ai parlamentari.

«Questa è fondamentalmente un'iniziativa della Marina, che Gates appoggia e ha così informato il Congresso», ha poi confermato il portavoce del Pentagono, Geoff Morrell. Le donne sono il 15% degli oltre 336 mila militari nella Marina Usa. Finora non sono state imbarcate nei sottomarini perché le condizioni di vita a bordo sono considerate troppo disagiate per loro.

La «raggiunta» parità dei sessi annulla il problema. Le soldatesse sono ancora escluse dai ruoli di combattimento in prima linea ma in teatri di guerra così complessi come in Iraq e Afghanistan corrono gli stessi rischi degli uomini. Una strada tutta in discesa per le donne soldato e ancora in salita per i gay. Persistono le resistenze sull'abrogazione delle norme contro i gay: i capi di Stato maggiore dell'Esercito e dell'Aviazione sono contrari alla cancellazione del «don't ask, don'tell» perché turberebbe le truppe impegnate in guerra.



Natalia Poggi
25/02/2010




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L’assessore all’Infanzia visita siti porno»

IL SecoloXIX


La Procura di Parma ha chiesto il rinvio a giudizio di Giampaolo Lavagetto, ex assessore alle Politiche per l’infanzia del Comune di Parma per il reato di peculato. Lavagetto, che è in lista per il Pdl alle prossime elezioni regionali per il rinnovo del Consiglio dell’Emilia-Romagna, era stato indagato nel settembre del 2008 in relazione all’utilizzo improprio del suo cellulare di servizio avendo totalizzato nell’arco di pochi mesi (da novembre a febbraio del 2009) importi per circa 90.000 euro in telefonate e connessioni ad Internet.

La Procura di Parma ha appurato che parte di questi importi, sono stati realizzati per consentire all’assessore di connettersi a numerosi siti pornografici con l’apparecchio di telefonia cellulare che gli era stato consegnato dalla Pubblica amministrazione per lo svolgimento del suo incarico e solo per esigenze di servizio. Un consulente incaricato dalla pm Roberta Licci titolare del fascicolo di inchiesta ha eseguito delle verifiche campione per appurare che tipo di utilizzo fosse stato fatto del telefonino Wap. Stando all’accertamento campione sarebbero centinaia di migliaia gli accessi alla rete eseguiti dall’ex assessore non tutti indirizzati a siti pornografici.

La vicenda già venuta alla ribalta in occasione della candidatura di Lavagetto alla presidenza della Provincia di Parma (da cui è risultato sconfitto) arriva ad un punto di svolta in occasione della candidatura dello stesso uomo politico del Pdl alle Regionali. Per quanto riguarda la bolletta da 90.000 euro, il Comune di Parma ha ottenuto da Telecom la cancellazione dell’importo a seguito di una transazione.

La società che gestisce i contratti di telefonia mobile del Comune di Parma ha accettato di convertire la tipologia contrattuale originaria con una più vantaggiosa riducendo enormemente le proprie pretese economiche che a tutt’oggi sono quantificabili in 408 euro. L’ipotesi di reato nei confronti dell’ex assessore comunque resta in piedi.




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Via Poma, l'agenda di Vanacore tra gli oggetti della Cesaroni

Il Tempo


I poliziotti raccontano la sera del 7 agosto: "La portiera non voleva consegnare le chiavi dell'ufficio".
Prossimo "appuntamento" in aula il 12 marzo: toccherà al portiere e sua moglie.


C'è l'agenda di Pietrino Vanacore tra gli oggetti sequestrati a Simonetta Cesaroni. «Quell'agenda rossa dove è stata trovata? E quando è stata sequestrata?». Alla fine dell'udienza di fronte la III Corte d'Assise a parlare è Paolo Loria, il difensore di Raniero Busco imputato nel processo per l'omicidio di Simonetta, uccisa con 29 coltellate il 7 agosto del 1990.

L'agenda rossa, targata Lavazza, è uno degli oggetti personali di Simonetta che la polizia riconsegnò, mesi dopo il delitto, al papà Claudio Cesaroni. Ma non apparteneva alla ragazza, bensì al portiere dello stabile di via Poma 2, Pietrino Vanacore.

Lo ricorda bene Fabrizio Brezzi, al tempo alla squadra mobile, che aveva in mano la lista di quegli oggetti. Forse si trattò di un semplice errore dell'ufficio reperti, ma anche ieri il ruolo del portiere e di sua moglie è tornato al centro del giallo, grazie alle dichiarazioni dei testimoni (i poliziotti e gli uomini della scientifica vent'anni fa protagonisti delle indagini) interrogati dal pm Ilaria Calò.

Marco Santangelo, sovrintendente della polizia, quella sera arrivò per primo sul posto: «Siamo saliti al terzo piano e abbiamo trovato la porta chiusa. Così abbiamo chiesto ai condomini chi poteva avere le chiavi. Ci dissero: il portiere. In quel momento la moglie scendeva le scale e aveva le chiavi in mano. Non voleva darcele, le ho dovute strappare dalle sue mani per averle.

Poi tornammo su per aprire la porta. Siamo entrati e i miei colleghi hanno trovato il cadavere». Le resistenze della portiera e l'assenza di Pietrino Vanacore in quel momento sono stati confermati anche dagli altri poliziotti. «Il collega Santangelo ha dovuto strappare le chiavi dalle mani della portiera», ha detto Luigi Piccinini rispondendo al pm.

L'udienza di ieri nell'aula bunker di Rebibbia si era aperta con l'analisi dei rilievi fatti dalla polizia scientifica dieci minuti dopo la mezzanotte. Interrogato, il sostituto commissario Ciro Solimene ha raccontato attraverso le foto della scena del delitto come erano stati trovati gli uffici dell'Associazione Ostello della giuventù. Le immagini raccontano un ordine apparente. Rotto dal corpo di Simonetta, supina, col petto insanguinato.

Alla visione Busco in aula è sembrato sconvolto e ha distolto lo sguardo, sua moglie Roberta ha continuato a prendere appunti sul suo diario. Ancora foto: sul tavolo della stanza dove è stata uccisa le carte sono al loro posto. Le scarpe di Simonetta sono riposte con cura in un angolo, le sedie ben accostate attorno al tavolo, i cassetti della scrivania chiusi. Si notano schizzi di sangue per terra e una striscia rossa sulle mattonelle come se qualcuno avesse pulito.

Poi la foto della porta di entrata dell'ufficio: sangue da un lato e dall'altro. Ma solo quello trovato sulla parte interna della porta è stato analizzato. Le «macchie rosse» dell'altro lato restano un nodo da sciogliere. Del resto, in questa vicenda, più rilievi effettuati nel tempo hanno scoperto di volta in volta nuove tracce, anche a causa di una scena del delitto dove le prove sono state probabilmente inquinate. L'appuntamento è per il 12 marzo, alla prossima udienza: toccherà al portiere Pietrino Vanacore e sua moglie presentarsi in aula.



Fabio Perugia
25/02/2010




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Imprenditore ospita i rom nel giardino dell’azienda: «Ero povero come loro»

Corriere del Veneto




la storia . Ha comprato la roulotte e paga le bollette: «Visto che posso, faccio qualcosa»
Tonin, 100 dipendenti, da 1o anni ospita quattro famiglie nomadi affianco al suo capannone: vivevo in una baracca




SAN GIORGIO IN BOSCO (Padova) - L'imprenditore «zingaro». E cacciatore di storie. Da dieci anni ospita quattro famiglie di rom all'esterno del suo capannone: ha comprato le roulotte e ha dato loro la residenza, così i bambini possono andare a scuola. Ma c'è molto di più da raccontare. E' una storia che comincia nel Veneto contadino, quando al posto dei capannoni c'era solo terra.

E di un camion in cui si cucinavano gli spaghetti in corsa pur di arrivare in tempo all'apertura dei mercati. Oltre il muro di Berlino, a Est. Nel palazzo-capannone, sede dell'azienda con le pareti vetrate, si apre un porta nel corridoio e senza filtri si entra nel laboratorio delle decorazioni. C'è un mobile bianco in legno massiccio, placcato con fogli dorati: «Questo va in Russia».




Incontriamo Gianni Tonin nel cuore del suo impero a San Giorgio in Bosco dove il mobilificio sforna mobili di design da quando ha inventato il marchio di famiglia. Un suo tavolo, per dire, è finito in una delle edizioni del Grande fratello. Lui, nell'impeccabile gessato, entra in fabbrica e prende un caffè con gli operai dalla macchinetta. Intasca un numero di telefono ricevuto da una decoratrice romena, che gli chiede: «Gianni chiami tu?».

All'esterno, oltre i capannoni hi-tech ultimati quattro anni fa, lasciati i suv aziendali nel piazzale, c'è un altro capannone dove risiedono - regolarmente iscritte all'anagrafe - quattro famiglie rom. Sono originari della Romania e sono diventati negli anni italiani a tutti gli effetti. Vivono in un camper e altre roulotte: ci sono dei servizi igienici, la corrente e l'antenna Tv. Hanno scelto di restare erranti per tutta la vita. Il riscaldamento lo forniscono le bombole del gas e il conto lo salda «Toni ».


E' il soprannome dell'imprenditore diventato re degli zingari in casa propria. Ed è lì nell'accampamento con il falò ai piedi dei capannoni, che c'è il cuore del suo regno. Si siede nel camper a bere un caffè e ad ascoltare le storie accendendosi l'ennesima sigaretta. Accade in un Veneto dove in quasi tutti i comuni vige il divieto di stazionamento e ci sono sbarre nei parcheggi. Con un ghigno, Gianni Tonin ricorda quando ha pagato tutte le multe e ospitato nel piazzale le quattro famiglie: «Così imparano a mandarli via».

«Ogni giorno c'era un polverone di denunce e io sono un maestro dei "disastri" - racconta con ironica schiettezza -Ho fatto prendere a tutti e sei la residenza, così ho risolto il problema e i bambini possono andare a scuola: ogni settimana ciascuno riceve ottanta euro, hanno la corrente il bagno esterno e il riscaldamento». E perché lo fa? «Se lo domandano in molti: io voglio sentire le storie del mondo. E visto che posso, faccio qualcosa».

Dà un'altra possibilità. E' nella carovana, oltre la soglia del suo ufficio, che ricorda come è nato tutto. Risale a quando c'erano solo i campi dove adesso sorge la zona industriale. Tonin all'epoca, non era «nemmeno un contadino». «Con i miei genitori vivevamo in una baracca "abusiva", perché chiamarla casa… Era in mezzo alle terre dei contadini, rubavo le uova e le galline per mangiare. L'acqua la bollivamo per berla, la prendevamoa valle dopo che era passata dai maiali: perché non ci volevano dare niente nelle fattorie».

Il re del mobile si stiracchia sulla poltrona di design, distende le gambe e si scioglie un poco a ritrovarsi bambino. «Io e i miei ridevamo e cantavamo sempre, avevamo la fede: poveri i ricchi!». Racconta e arriva fino all'incidente che lo ha fatto diventare imprenditore quando, a vent'anni, faceva il camionista. In un viaggio gli capitò di restare intrappolato sotto la motrice del camion mentre si scapicollava per le strade della Polonia, Cecoslovacchia (allora) e Romania.

Ai tempi del muro di Berlino. «Ero specializzato nel cucinare gli spaghetti in camion mentre correvamo: il ritardo al mercato ci sarebbe costato una penale - dice sorridendo - Passavamo le frontiere dell'Urss in silenzio tra carri armati e mitra, i militari guardavano sotto il camion con gli specchi: avevamo sempre un po' di burro di contrabbando».

E via con le discese in folle per lanciare il camion oltre i cento all'ora. Una di quelle volte, il suo amico si scontrò vicino a un ponte. Lui dormiva in cuccetta: «Mi sono ritrovato con il letto incastrato sotto la motrice che sprofondava nel fango, l'olio del motore mi bruciava il petto e il peso mi stritolava: mi hanno salvato dei camionisti di passaggio che erano di Tombolo (Padova)».

Dopo essere tornato dalla Romania in treno con sette vertebre fuori posto, ha iniziato a vendere scarpiere a domicilio. Da qui nasce l'impero Tonin. Prima ne ha assunto uno, poi due fino ad oggi con oltre cento di dipendenti: italiani, turchi, romeni, brasiliani. Il capomastro è il primo romeno che Tonin ha aiutato e ce ne sono stati molti altri. Ancora, perché? «Mi ricordo la fame dei popoli che ho incontrato nei miei viaggi - racconta.

Una ventina di anni fa sono tornato in Romania e in un bar di notte - va a nozze con le periferie - a Baia Mare ho conosciuto Beni, uno di lì, che parla italiano e con lui ho ricostruito un villaggio di zingari». É fatto così. Un giorno poco prima di Natale gli hanno raccontato di romeni che vivevano in un bosco, fuori San Giorgio, nel suo paese.

Non poteva lasciarsi sfuggire quel mistero. «Sono arrivato in Bmw con cappello e cappotto nero: pensavano fossi un poliziotto invece li ho invitati tutti a casa per il pranzo di Natale - ride senza prendere fiato - E’ stato il più bel pranzo di Natale che ricordi ». Gianni Tonin ha molte altre storie da raccontare. Storie. Dell'imprenditore che sogna di tornare zingaro almeno per una volta, ancora a bordo della sua carovana.

Martino Galliolo
25 febbraio 2010



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Firme e carte false per il senatore Pdl

Il Tempo


Ispiratore Andrini, ad di Ama Servizi. Il suo nome è spuntato nell'inchiesta: "Mi dimetto, evito strumentalizzazioni". I pm: Di Girolamo non poteva essere candidato.

Ieri Andrini ha presentato le sue dimissioni, subito accettate dal cda che già oggi provvederà a nominare il suo successore. Ha detto di averlo fatto «per senso di responsabilità istituzionale nei confronti dell'azienda e del Comune di Roma, e per evitare che la mia vicenda venga strumentalizzata per motivi politici».

È il primo prezzo che Andrini paga per il suo presunto abbraccio "mortale" con Gennaro Mokbel, sulle carte degli investigatori descritto come elemento di congiunzione tra 'ndrangheta (la cosca Arena di Isola Rizzuto), boss della banda della Magliana (Carmine Fasciani, radicato sul litorale romano e ora in carcere) e colletti bianchi, compreso lo stesso Nicola Paolo Di Girolamo (c'è la richiesta di arresto), ritenuto parlamentare eletto e manovrato della criminalità calabrese.

Mokbel e Andrini però hanno altro in comune, i trascorsi nelle file dell'estrema destra. Il primo risulta ancora in contatto coi terroristi Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Andrini nel 1989 in piazza Capranica aggredì a colpi di spranga due ragazzi e per questo fu condannato col fratello Germano a 4 anni e 8 mesi di reclusione (due dei quali furono condonati).

Nell'ambito dell'inchiesta Fastweb-Telecom Sparkle, la Procura romana sospetta Stefano Andrini di aver fatto carte false per catapultare Di Girolamo in Parlamento, inserendolo nella lista dell'allora «Popolo della Libertà-presidente Berlusconi.

Prime dimissioni eccellenti dopo l'inchiesta di Ros e Finanza su Fastweb-Telecom Italia Sparkle. A cadere è la testa di Stefano Andrini, nell'agosto 2009 nominato amministratore delegato di Servizi ambientali srl, controllata dall'Ama che si occupa della raccolta rifiuti in 40 comuni del Lazio. Ieri Andrini ha presentato le sue dimissioni, subito accettate dal cda che già oggi provvederà a nominare il suo successore. Ha detto di averlo fatto «per senso di responsabilità istituzionale nei confronti dell'azienda e del Comune di Roma, e per evitare che la mia vicenda venga strumentalizzata per motivi politici».

È il primo prezzo che Andrini paga per il suo presunto abbraccio "mortale" con Gennaro Mokbel, sulle carte degli investigatori descritto come elemento di congiunzione tra 'ndrangheta (la cosca Arena di Isola Rizzuto), boss della banda della Magliana (Carmine Fasciani, radicato sul litorale romano e ora in carcere) e colletti bianchi, compreso lo stesso Nicola Paolo Di Girolamo (c'è la richiesta di arresto), ritenuto parlamentare eletto e manovrato della criminalità calabrese. Mokbel e Andrini però hanno altro in comune, i trascorsi nelle file dell'estrema destra. Il primo risulta ancora in contatto coi terroristi Francesca Mambro e Giusva Fioravanti. Andrini nel 1989 in piazza Capranica aggredì a colpi di spranga due ragazzi e per questo fu condannato col fratello Germano a 4 anni e 8 mesi di reclusione (due dei quali furono condonati).

Nell'ambito dell'inchiesta Fastweb-Telecom Sparkle, la Procura romana sospetta Stefano Andrini di aver fatto carte false per catapultare Di Girolamo in Parlamento, inserendolo nella lista dell'allora «Popolo della Libertà-presidente Berlusconi», consentendo la sua candidatura e quindi la successiva elezione al Senato nella Circoscrizione Estero alle politiche 2008.

Per i magistrati Andrini avrebbe attentato ai «diritti politici dei cittadini»: gli elettori hanno votato una persona (Di Girolamo) che non aveva i requisiti per essere candidato. Avrebbe fatto «false dichiarazioni aggravate all'ufficiale dello stato civile»: alla funzionaria dell'ambasciata italiana di Bruxelles avrebbe detto che Di Girolamo era residente in Belgio per consentire l'iscrizione dell'aspirante senatore nel registro degli elettori, inducendo un'altra volta in errore il personale dell'ambasciata che ha comunicato il passaggio di residenza di Di Girolamo da Roma a Etterbbek, in Belgio.

Un passaggio che doveva essere certificato dal console italiano Oltralpe e che Andrini avrebbe superato facendo firmare un soggetto dell'organizzazione al posto del diplomatico. Per cui alla fine anche l'ex Popolo della libertà sarebbe stato ingannato, iscrivendo il nome di Di Girolamo nella lista dei candidati al Senato per la Ripartizione Europa depositata il 10 marzo 2008.

Per eleggere Di Girolamo, però, servivano altre firme false, quelle degli elettori. Stando ai magistrati, per combinare l'operazione, Mekbel tramite Franco Pugliese (imprenditore sottoposto a sorveglianza speciale, legato alla cosca Arena) hanno usato i gregari del clan. Mekbel si è sempre vantato delle sue conoscenze mafiose. Nel 2007, parlando con un certo Stefano: «Io conosco i pesanti in Calabria. Il mio ristorante (il Filadelfia) è una specie di ambasciata... gli Arena, i Macrì». Il piano è stato semplice e terribile: Mekbel e Pugliese hanno mandato due emissari in Germania, a Stoccarda e Francoforte. Lì hanno contattato gli immigrati calabresi, li avrebbero spaventati col nome del clan che li mandava e si sarebbero fatti consegnare le schede elettorali in bianci che poi avrebbero compilato con nome di Di Girolamo.



Fabio Di Chio
25/02/2010




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Zi' Franco e la caccia ai voti

La Stampa

Le connessioni della 'ndrangheta in Germania per far eleggere il senatore
GUIDO RUOTOLO

ROMA

E' uno scampolo di conversazione tra un procacciatore di voti della 'ndrangheta, Roberto Macori, e un candidato al Senato in una circoscrizione di Italiani all'Estero, elezioni 2008, l’avvocato Nicola Paolo Di Girolamo. Macori racconta a Di Girolamo come sta andando la campagna elettorale in Germania: «Insieme a Giovanni Gabriele siamo entrati nel quartiere turco, l’abbiamo attraversato... non sai che cosa vuol dire... siamo entrati in una casa di disperati italiani... col cane che abbaiava, la ragazzina che cacava... e ci hanno dato una ventina di voti... in questa casa io non ho voluto mettere piede dentro, ho aspettato fuori, il sor Giovanni è entrato... perché mi faceva talmente schifo... è entrato il sor Giovanni, con la sua... diciamo verve calabrese... si è preso i voti e se ne semo andati... ti confermo, er Giovanni qui, è il capo della direzione germanica».

Il pendolare nero
Che fitta al cuore. Sembra di leggere una cronaca degli anni Sessanta. Della vita dei nostri connazionali che con la valigia di cartone sono andati nelle miniere in Belgio, nelle fabbriche in Svizzera e Germania, con i loro sogni e le loro speranze. E’ invece una pagina nera della politica e degli affari contemporanei. Li vedi quei fratelli italiani «disperati», povera gente «mischiata» ad altri emigranti povera gente (i turchi). E poi un flash. Duisburg, la strage di calabresi del Ferragosto del 2008. E le mappe delle cosche della ‘ndrangheta in Germania con tutte le pizzerie, gli alberghi, i ristoranti di proprietà (146 ne ha soltanto il «signor Franco Pugliese» di Isola di Capo Rizzuto, legato alla cosca Arena, uno dei protagonisti di questo capitolo dell’inchiesta dei carabinieri del Ros). E poi le tonnellate di polvere bianca, di cocaina che sempre i calabresi gestiscono in tutt’Europa.

La campagna elettorale sta andando alla grande, per il candidato del Pdl in una circoscrizione di Italiani all’Estero, Di Girolamo appunto. E al telefono, il candidato chiede: «Ma fisicamente stai sempre in quel di Stoccarda?», Macori risponde: «No, io non dormo a Stuttgart (Stoccarda, ndr), io dormo a Esslingen, 15 Km da Stoccarda... però ogni giorno, noi facciamo 500, 400 km con la macchina... perché qui la realtà è suddivisa, frazionata in tutti i paesini, gli italiani stanno... perché le fabbriche stanno nei paesi vicini, adesso siamo andati al nord, mo stamo a ritornà al sud, poi andiamo ad ovest, poi torniamo a est».

Votano gli emigranti calabresi. Al telefono Macori aggiorna Gennaro Mokbel, il number one dell’organizzazione criminale di riciclatori e truffatori. MACORI: «Ora, senti, che ti volevo dire, stanno scendendo da tutta la provincia di Stoccarda, stanno venendo dalla… Francoforte… abbiamo fatto un punto di raccolta qui al club dell’Inter… stanno arrivando dappertutto, dappertutto, dappertutto». MOKBEL: «Stanno scendendo dai paesi, eh?». MACORI: «Dai paesi, stanno a scende dappertutto... cioè». MOKBEL: «Ti sono arrivati i soldi?». MACORI: «Tutto fatto, tutto fatto». MOKBEL: «Te ne servono altri?». MACORI: «E se dovessero servire te lo dico domani, ma non credo, spero di no. Lo sai ‘ndo stiamo qui, a Talenti e ai Parioli, praticamente, ormai ci salutano tutti... ce girano dietro, ci controllano se stamo bene, ci vengono a misurare la temperatura… non te preoccupà».

Il boss e la barca
Che sudore, la campagna elettorale. Scrive il gip nella sua ordinanza, motivando la richiesta d’arresto per il senatore Di Girolamo: «Che le modalità di acquisizione del voto siano state illecite risulta palesemente sia dall’intervento del Gabriele che viene inviato in Germania grazie ai preventivi accordi con il Pugliese, suocero del capocosca di Isola Capo Rizzuto Fabrizio Arena, sia dai commenti dello stesso Macori che allude con soddisfazione al ruolo del Gabriele in Germania ed alle sue entrature locali: “...è il capo della direzione germanica”».

La ’ndrangheta scende pesantemente in campo per far eleggere l’uomo dell’associazione di riciclatori di professione. Gennaro Mokbel parla al telefono con il futuro senatore: «Senti na cosa, l’unica cosa che dobbiamo fare, dobbiamo intestare una barca a zii Franco (Pugliese, ndr)». DI GIROLAMO: «Va bene... ma quella che si è comprata adesso?». MOKBEL: «Quella che si è comprato... e ogni mese gliel’affitti ... pagando!». Spiega il gip: «In sostanza, in cambio dell’aiuto promesso per la campagna elettorale in Germania, il gruppo di Mokbel avrebbe dovuto adoperarsi per intestare ad altra persona fisica o giuridica l’imbarcazione che Franco Pugliese stava acquistando».

Senatore consigliori
E’ un capo della banda di riciclatori, il senatore Di Girolamo. E’ vero che si fa calpestare, offendere, trattare come uno straccio dal boss number one Gennaro Mokbel, ma è pur sempre lui uno che conta nell’organizzazione. E’ un «consulente legale e finanziario dell’associazione criminale - scrive il gip - per conto della quale ha effettuato viaggi all’estero per operare su diversi conti correnti accesi presso istituti di credito internazionali unitamente ad altro associato, Marco Toseroni, regista dell’intricata rete finanziaria, al fine di porre in essere le attività di riciclaggio».

Insomma, prima che diventasse senatore Di Girolamo era un riciclatore di professione. Ma è Mokbel che imprime la svolta, che decide che il suo «portiere», «schiavo» (così lo definisce in una intercettazione) deve entrare a palazzo Madama. E quando lo spoglio dei voti conferma la sua vittoria, il boss calabrese Franco Pugliese, commenta con Mokbel: «A bello mio... io da sabato... che non dormo... ho perso la voce pe ste cazz e votazion... e voi non mi chiamate manco a dirmi fratello mio tutto apposto». MOKBEL: «No!!... Ma io non ci sto... io sto a fa un cul... tu ‘nsai che... poi te spiego... mo ha chiamato Fini... stamattina... Fini... Gianfranco Fini». PUGLIESE: «T’ha chiamato Fini??... Gianfranco Fini». MOKBEL.: «Ha chiamato Nicola... e l’ha convocato... mo nun se sa quando esce questo... Fra!!!... Pe cui... io sto come un coglione in un ufficio... pieno de persone... aa... aa Roma... .. ogni... promessa è debito!... Il primo posto dove Nicola è giù... a giorni veniamo giù... noi è!!!... Oh!!..».




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Caso Marrazzo, dalla Cassazione il no alla scarcerazione del maresciallo Testini

Corriere della Sera


Respinto anche il ricorso degli altre tre carabinieri arresti lo scorso 22 ottobre. Sempre ai domiciliari Tamburrino


ROMA - No alla scarcerazione per il maresciallo Nicola Testini, confermate le misure cautelari per gli altri tre carabinieri, nell'ambito della inchiesta sul presunto ricatto all'ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo.

La Cassazione ha accolto il ricorso della Procura di Roma contro la scarcerazione del maresciallo dei Carabinieri Nicola Testini, coinvolto nel presunto ricatto ai danni dell'ex governatore del Lazio, Piero Marrazzo. La Cassazione ha inoltre respinto il ricorso degli altri tre Carabinieri, implicati sempre in questa vicenda, che chiedevano la fine delle misure cautelari emesse nei loro confronti lo scorso 22 ottobre. Rimangono dunque reclusi Luciano Simeone e Carlo Tagliente.

DOMICILIARI - Arresti domiciliari confermati, inoltre, per Antonio Tamburrino, il quale, secondo i pm, avrebbe avuto il compito di vendere all'agenzia fotografica Masi il video girato su Marrazzo nell'appartamento di via Gradoli, dove l'ex presidente della Regione Lazio su sorpreso con il trans Natali. La Suprema Corte, dunque, ha rigettato tutti i ricorsi presentati dai difensori, ed accolto solo in parte - relativamente alla posizione di Testini - il ricorso presentato dalla procura di Roma contro l'ordinanza del riesame dello scorso novembre.

I quattro carabinieri, in servizio alla Compagnia Trionfale, erano stati arrestati il 22 ottobre scorso, con l'accusa di aver preparato un ricatto a Marrazzo. Il maresciallo Testini, al momento del blitz in via Gradoli nello scorso luglio, non era presente, perchè in vacanza in Puglia.

Redazione online
25 febbraio 2010



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Mezzi pubblici: ancora poche le voci guida per i non vedenti

Corriere della Sera

Autobus da bocciare, va meglio in metro dove ci sono cicalini e annunci vocali quasi dappertutto.
I risultati di una nostra indagine in sei città italiane

MILANO - «Quale sarà la destinazione dell’autobus in arrivo?». «Scenderò alla fermata giusta?». «Da che lato si aprirà la porta del treno?». Per chi è cieco o ipovedente muoversi in autonomia coi mezzi pubblici per recarsi al lavoro, sbrigare una commissione o semplicemente fare una passeggiata significa affrontare ogni volta la sfida del buio. Piccoli accorgimenti su autobus e metro potrebbero agevolare il loro orientamento, come ha suggerito qualche giorno fa una lettrice in un messaggio «Disagi semplici da eliminare» arrivato a un nostro forum. «Più volte abbiamo chiesto alle amministrazioni locali di installare sistemi di annuncio delle fermate e predisporre indicatori di direzione, acustici e luminosi, come esistono in molti Paesi europei – dice Tommaso Daniele, presidente dell’Unione italiana ciechi - . Qualcosa è stato fatto, ma non è ancora abbastanza. La maggior parte degli autobus, nelle grandi città come in quelle più piccole, ne è ancora sprovvista». Lacune evidenziate anche dalla nostra indagine in sei città: Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. Se cicalini e annunci vocali sono presenti nella maggior parte dei treni delle metropolitane - non sempre, però, in funzione su tutta la tratta -, sono davvero pochi, invece, all’interno degli autobus e quasi inesistenti all’esterno. Peccato, poi, che a volte siano installati ma non funzionino. Ma c’è anche una buona notizia: molte aziende che gestiscono il trasporto locale si stanno muovendo per abbattere gli ostacoli sensoriali e, in qualche caso, prima di rinnovare il parco veicoli, si consultano con le associazioni dei disabili.

TORINO –
A Torino, a bordo dei treni della metropolitana automatica, inaugurata in occasione dei giochi olimpici 2006, c’è l’annuncio della prossima fermata e il cicalino segnala quando la porta si chiude. Le porte del treno arrivato in stazione si aprono in contemporanea con l’apertura delle porte automatiche di banchina. Circa 500 autobus (su un totale di 1.200) dispongono di segnalatori acustici esterni: quando il bus giunge alla fermata, una voce preregistrata comunica numero e nome del capolinea verso il quale si sta dirigendo il veicolo. All’interno, invece, è presente un sistema audiovisivo, infobus, che annuncia la prossima fermata. Infobus è presente anche in 130 tram (su 200).

MILANO - Sui treni della metro a Milano è attivo un avvisatore acustico che segnala quando la porta è aperta. I cicalini sono udibili anche all’interno della vettura per facilitare l’uscita. Anche la fase di chiusura delle porte è annunciata dal segnale acustico. I nuovi treni «Meneghino» hanno l’annuncio della destinazione del treno, della prossima fermata e del lato di uscita. Circa il 70% degli autobus – assicurano all’Atm – ha il sistema di annuncio sonoro di prossima fermata. Di recente su 500 autobus sono stati installati display Lcd dotati di un sistema audio/video che annuncia la prossima fermata.

FIRENZE - Anche a Firenze circa il 70% degli autobus (in tutto sono 440) ha gli avvisatori acustici: annunci vocali informano i passeggeri sulla direzione del veicolo e sulla prossima fermata. Inoltre, sulle vetture ci sono pulsanti in braille per l’apertura delle porte.

ROMA - Sui treni della linea A di Roma c’è sia un sistema vocale che comunica la stazione successiva e il lato di uscita, sia il segnalatore acustico di apertura e chiusura delle porte. Le stazioni della linea B hanno in banchina il sistema di sintesi vocale (in italiano e inglese), che annuncia l’arrivo del treno. Gli ascensori (non presenti, però, in tutte le stazioni delle 2 linee) sono dotati di pulsantiera in Braille e di un programma di sintesi vocale, in italiano e inglese, che informa sull’apertura delle porte e sul piano di arrivo. L’intera rete degli autobus della periferia ha il sistema apf, l’avviso di prossima fermata. È invece terminato il test di vocalizzazione delle informazioni sulla prossima fermata, fornite dai monitor «Moby», installati a bordo di circa 400 bus cittadini. I dati sono in fase di elaborazione, dicono all’Atac. Il servizio dovrebbe riprendere a breve. Su alcune paline elettroniche al centro della città si sta sperimentando, poi, un sistema di vocalizzazione delle informazioni presenti sui display (linee in arrivo e tempi di attesa previsti alla fermata).

NAPOLI -
A Napoli sui treni della linea 1 e della funicolare di Montesanto ci sono gli annunci vocali che informano sulla prossima fermata. Entro la primavera – assicurano a Metronapoli – anche le altre 3 funicolari potranno disporne. Ogni carrozza è comunque dotata del cicalino che annuncia l’apertura delle porte alla fermata. Sui nuovi treni della linea 2, c’è l’avviso vocale che annuncia la prossima fermata, mentre autobus e tram ne sono sprovvisti.

PALERMO - A Palermo si sta avviando su alcuni autobus la sperimentazione di un sistema audiovisivo che comunica ai passeggeri la prossima fermata. Per chi invece è in attesa del bus alla fermata, nel momento in cui il veicolo si ferma il sistema vocale darà informazioni su numero della linea e direzione di marcia.

Maria Giovanna Faiella
25 febbraio 2010



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Foto osé su Facebook: «Si è suicidata»

Corriere della Sera

insegnava all’International School di Choueifat ad Abu Dhabi, negli emirati



Emma Jones temeva l'arresto. La madre accusa l'ex fidanzato di aver pubblicato le immagini su internet insegnava all’International School di Choueifat ad Abu Dhabi, negli emirati. Foto osé su Facebook: «Si è suicidata» Emma Jones temeva l'arresto. La madre accusa l'ex fidanzato di aver pubblicato le immagini su internet


Emma Jones
Emma Jones
MILANO - Si è uccisa ingerendo del liquido detergente per paura della galera, dopo che il suo ex fidanzato aveva messo su Facebook delle foto di lei nuda. Questa pare essere stata la tragica fine di Emma Jones, un’insegnante inglese di 24 anni che lavorava all’International School di Choueifat ad Abu Dhabi, anche se le circostanze esatte della sua morte potrebbero non essere mai chiarite completamente, stando a quanto è emerso nell’udienza di mercoledì a Cardiff. Per la verità, in aula la madre della ragazza, Louise Rowlands, ha accusato apertamente l’ex della figlia, Jamie Brayley, del procurato suicidio.

PASSAPORTO IN TASCA - «Ha messo una chiavetta nel computer di Emma - ha detto la signora Rowlands - e ha copiato alcune sue foto osé, mettendole poi su Facebook. Un uomo che lavorava nella scuola di mia figlia le ha viste e lei mi ha detto che temeva di venir accusata di prostituzione, perché con quest’uomo (tale George, ndr) non andava d’accordo. Piangeva mentre me lo raccontava ed era una cosa che mi spezzava il cuore. Le ho detto che la situazione non poteva essere così brutta e di tornare a casa, ma lei mi ha detto che non poteva lasciare il paese e che l’avrebbero sbattuta in prigione.

Per questo si è uccisa». Una ricostruzione che, però, Brayley ha categoricamente smentito, definendola «di pura fantasia». L’uomo ha sì ammesso di aver usato il computer della Jones, ma ha negato di aver scaricato alcunché, a maggior ragione delle foto di lei in pose compromettenti «perché Emma non mi ha mai mandato delle immagini indecenti, non era affatto nel suo carattere». Ma il mistero attorno alla morte dell’insegnante resta, sebbene le autorità di Abu Dhabi abbiano escluso l’omicidio, visto che Emma aveva il passaporto nella tasca dei jeans e le valigie fatte quando è stata ritrovata morta sul pavimento di casa dalla sua coinquilina, un’insegnante iraniana di nome Mona Moshki, a cui la ragazza aveva confidato le sue paure.

«TEMEVA L'ARRESTO» - «Per qualche motivo, Emma temeva di essere sul punto di venire arrestata e sbattuta in prigione - ha spiegato alla corte il vice coroner Thomas Atherton - e perciò si era resa conto che la soluzione migliore fosse quella di lasciare Abu Dhabi e tornare in Gran Bretagna. Ecco perché aveva preparato i bagagli e aveva il passaporto in tasca. Non mi sembrano comportamenti di una persona che stesse contemplando il suicidio. Penso, piuttosto, che Emma possa aver bevuto accidentalmente il detergente, scambiandolo per acqua, dato che la bottiglia era senza etichetta». Come riporta il Daily Express, il medico ha emesso un verdetto aperto, aggiungendo inoltre di non ritenere il signor Brayley responsabile della morte della Jones, mentre l’autopsia eseguita dal patologo Thomas Hockey dell’ospedale di Llandlough, vicino a Cardiff, ha confermato che la ragazza avrebbe ingerito una sostanza velenosa, ma nessuno potrà mai stabilire se lo abbia fatto volontariamente o per un fatale errore.

Simona Marchetti
25 febbraio 2010



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Rienzi, l'avvocato anti-illegalità denunciato: parcheggiava in divieto

Corriere della Sera


Il presidente del Codacons fotografato dai tassisti: «Ce l'hanno con me, ma è vero. Però è colpa dei vigili»



ROMA - Rienzi, tanato dai tassisti! Nei loro blog gira anche la foto: lei che parcheggia una Mercedes bianca a piazza San Silvestro, nel loro spazio riservato, in divieto di sosta... «Mmh, mi faccia pensare: non può essere - risponde Carlo Rienzi, storico presidente del Codacons, il nemico di tutte le illegalità che a inizio carriera denunciò un farmacista per 5 lire di resto non date - Io ho una Tuareg azzurra...».

Ma no, l’hanno riconosciuta: pochi giorni fa alle 18. E lei ha fatto pure outing: «Chi è senza peccato, tassista o avvocato, scagli la prima pietra», ha scritto sul suo sito. «Va be’, diciamo che non mi ricordo... Forse non ero io. Però il problema dei parcheggi resta ed è gravissimo, va denunciato: per questo ho voluto confessare a tutti, senza bisogno di essere pedinato e fotografato, che spesso lascio la macchina in doppia, anche tripla fila».

Bell’esempio! Lei, paladino di consumatori e tartassati, nonché avvocato, rivendica un comportamento scorretto.
«Faccio una cosa che è davvero uno schifo, lo ammetto. Ma è meglio essere credibile e non raccontare bugie: perché, lei una multa non l’ha mai presa?».

Altroché, a decine...
«Ecco, ma la responsabilità non è solo nostra. La piaga di Roma è la doppia e tripla fila. E la colpa è sempre dei vigili...»
.
Distratti e fannulloni?
«Il problema è che non ci sono proprio, in giro. Non si vedono nelle piazze, nelle strade. O sono pochi o stanno tutti in ufficio. Io ho fatto decine di denunce sull’assenza dei vigili urbani in centro come in periferia, vorrei tanto essere punito e pagare le multe, come a Firenze».

Firenze?
«Certo, lì non mi sogno di parcheggiare male, perché zac!, la contravvenzione è assicurata. Così la gente si abitua e gira in autobus. A Roma invece tutti in macchina perché c’è l’impunità. Guardi cosa succede in viale delle Milizie».

Fatto personale: lei qui ha lo studio.
«Nei controviali sono parcheggiate file intere di auto. Risultato? La mia Tuareg non passa e mi si rompe lo specchietto».

Non sarà una tragedia, nella vita può capitare di peggio...
«Lo so, ma volevo dire che Roma è diventata una vera giungla: urgono provvedimenti, il sindaco deve muoversi...». Reagisce così perché l’hanno pizzicata: una figuraccia. «La diciamo tutta?».

E via, si sfoghi.
«Va bene: i tassisti mi odiano, si vogliono vendicare. E sa perché? Per tutti i processi in cui il Codacons si è costituito parte civile per le loro truffe. Perché abbiamo impugnato la delibera del sindaco che consentiva agli indagati per vari reati di riprendersi la licenza. Perché...».

Perchè sul caro-taxi avete sparato a palle incatenate contro il Comune...
«Sì, ma sbagliano: i sindacati dei tassisti non capiscono che con gli aumenti perderanno altri clienti, faranno la fame. Pensino piuttosto a liberare il traffico».

Che sgarbo le hanno fatto? Racconti.
«Devo proprio? Sarà stato una decina d’anni fa: un tassista mi investì volontariamente, facendo manovra, mentre camminavo con mio figlio sulla pista ciclabile di viale Angelico. Naturalmente ho fatto causa, l’ho vinta e mi ha risarcito...».

Tassista sfortunato: non sapeva chi aveva arrotato.
«Già, gli è andata decisamente male».

I tassisti le rinfacciano anche un’altra cosa: lei li attacca per qualsiasi inezia, ma non se la prende con gli albergatori, che nei loro siti forniscono false informazioni, favorendo di fatto gli Ncc.
«Ah sì? Non lo sapevo. Se mi portano un esposto solleviamo subito il caso».

Dubito che la verranno a trovare. Iniziative future? Il suo slogan è: "Abbassiamo i prezzi, non le mutande".
«Al caro-taxi ci opporremo in ogni modo, del resto io contro i rincari ho sempre fatto sfracelli. Non ricorda le mie battaglie contro gli aumenti degli aerei? E dei bus? Della benzina? Della zucchina?».

Zucchina?
«Certo, l’ortaggio: ce l’ha presente?».

Fabrizio Peronaci
25 febbraio 2010





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Nel Mossad il figlio del capo di Hamas

di R.A. Segre

Esce allo scoperto Massav Hasan Yusef, il più insospettabile degli agenti di Israele in Palestina. Convertito in segreto al cristianesimo, ha impedito un gran numero di attentati suicidi



Come hanno fatto i servizi israeliani a eliminare, senza farsi prendere, a Dubai - ammesso che siano stati loro -, Mahmud al-Mahbhou, il principale fornitore di armi iraniane a Hamas? Non sono certo una razza speciale di 007 e gli errori commessi in passato lo confermano. Basta pensare all'uccisione, nel 1973, a Lillehamer, in Norvegia, di un cameriere marocchino scambiato per Ali Hassan Salame, uno degli organizzatori della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Oppure il fallito attentato ad Amman contro Khaled Mashaal, capo di Hamas, che obbligò il governo di Gerusalemme a rilasciare il fondatore e guida spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, per liberare gli agenti israeliani arrestati dalla polizia giordana.

D'altra parte, nonostante lo sviluppo delle tecnologie per la raccolta di informazioni in campo nemico sia ormai diventato un elemento indispensabile per l'intelligence di ogni Paese (in Israele l'unità nota con la sigla 8200 si è mostrata molto efficace), la guerra in Irak e in Afghanistan ha messo in evidenza a spese degli americani come non si possa fare a meno degli agenti segreti. L'abilità dei servizi israeliani consiste nel saperne reclutare anche all'interno dei più ostili schieramenti nemici.
Un anno e mezzo fa, raccontavamo su queste pagine la storia di un leader degli Hezbollah che si era convertito all'ebraismo dopo aver per anni collaborato coi servizi israeliani nel Libano. 

Nell'intervista che ci aveva concesso, aveva spiegato come fosse arrivato alla convinzione che vivere in pace con Israele e, se necessario, aiutarlo a difendersi, fosse un dovere per un buon musulmano. Sembrava un caso unico nel suo genere. Invece mercoledì la prima pagina del quotidiano israeliano Haaretz è stata dedicata all'intervista di un suo giornalista con Massav Hasan Yusef, figlio di uno dei fondatori e leader di Hamas, lo sceicco Hasan Yusef. 

Noto ai servizi col nome di «Principe verde», per anni è stato il miglior agente israeliano in Palestina. L'uomo-ombra a cui - secondo quanto scriveva ieri il quotidiano di Tel Aviv - moltissimi israeliani debbono, senza saperlo, la loro vita. 

Questo agente ha permesso a Israele, con grande rischio personale, di prevenire l'arrivo di nuovi candidati suicidi, procurando informazioni su chi forniva loro le cinture esplosive e in seguito (in collaborazione con al-Fatah) ha contribuito a distruggere l'organizzazione di Hamas in Cisgiordania.
Venerdì il giornale pubblicherà l'intero testo dell'intervista, superando l'ostacolo della censura militare, che certo avrebbe preferito che questo agente restasse incognito. Ma i servizi hanno dato il loro accordo alla pubblicazione, perché il «Principe verde» ha deciso di pubblicare in America la sua storia. 

Hanno capito, anche sulla base di precedenti esperienze, che il tentativo di bloccare la pubblicazione avrebbe solo aumentato la popolarità dell'autore. Hanno cosi preferito ricordare pubblicamente i suoi meriti e sottolineare il fatto che Massav Hasan Yusef ha agito per convinzione, dopo essersi convertito al cristianesimo. Una prova che il radicalismo terrorista islamico non è un fronte monolitico. Legato a una ideologia di morte che non è mai stata parte della fede islamica, una volta arrivato al potere come a Gaza sopravvive grazie alla paura che incute alle masse.

Il caso del «Principe verde» non è comunque un caso isolato, anche se straordinario.
Una delle ricadute meno note del conflitto arabo-israeliano è il numero di palestinesi che discretamente si converte all'ebraismo o al cristianesimo e che, meno discretamente, fa la fila davanti agli uffici del ministero dell'Interno a Gerusalemme Est per ottenere la cittadinanza israeliana. I vantaggi economici e sociali sono evidenti. Ma il fatto che il numero delle domande abbia superato quota dodicimila la dice lunga su quello che molti palestinesi pensano, contrariamente a quanto afferma l'opinione pubblica




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Sesso e insulti volgari: gli amici della Bonino

di Sandro Castagna

Il manifesto per le Regionali del regista porno Tinto Brass, candidato radicale in Veneto: "Lotto contro i partiti e il Vaticano". E la Bernardini: ci si scandalizza per un culo non per chi ogni giorno disprezza la democrazia


Roma - «Meglio un culo che una faccia di culo» ha fatto scrivere sul manifesto-modello dove campeggia, inevitabilmente, un bel sedere di femmina sul quale poggia una mano con il caratteristico sigaro che ama sfoggiare. Son gusti. Magari non riuscirà a prendere manco un voto perché la lista Bonino-Pannella deve ancora raccogliere le firme che gli permettano di correre in Veneto, ma lui, Tinto Brass, giura che è pronto e che intende battersi «contro l’arrogante doppiezza della casta dei potenti». E vuole farlo a colpi di culo. «Non mi scandalizzano certo i festini di Berlusconi, i trans di Marrazzo, i massaggi di Bertolaso - spiega - quanto l’ipocrisia di chi quelle cose le fa e poi nega di farle, o le sa ma se la prende con le tresche sessuali piuttosto che con quelle affaristico-politiche di cui le prime sono solo la ciliegina sulla torta...». 

Brass fa il vago, ma pare che tempo fa si aspettasse di essere inserito nel listino della Bonino pure nel Lazio. Il Pd si sarebbe opposto: non se ne parla nemmeno. E allora cerca di provarci nel bianco Veneto, incurante del possibile effetto boomerang dei manifesti messi a punto. Anzi, lui crede che possano portare risultati. «A differenza delle facce, maschere ipocrite che sanno fingere e mentire, il culo non mente e non inganna; è lo specchio fedele della nostra anima. Vessillo spavaldo di trasgressione, rabbia, insofferenza. Filosoficamente il culo è laico, è l’anticoncezionale per eccellenza e, in quanto assolutamente naturale, in linea perfino con i precetti della Chiesa cattolica».

Ieri ha fatto pervenire le foto dei suoi manifesti al sito Dagospia. Eros è liberazione, ha puntualizzato. E poi giù un elenco di «qualità» del posteriore: «Metaforicamente è un formidabile grimaldello semantico per scassinare la cassaforte arrugginita della nostra cultura che è vecchia, stantia, polverosa, muffita, accademica, elitaria, noiosa, triste, piagnona, quaresimale, punitiva, lugubre, cipigliosa, catastrofista, funeraria e lassativa». Politicamente, poi? Niente di più esaltante del sedere per il regista: «È l’emblema “contro” più libertario-libertino che ci sia: contro la partitocrazia, le ingerenze del Vaticano, lo scippo di legalità e laicità, le convinzioni, le convenienze e le connivenze, l’ufficialità e il politically correct, l’affarismo, la corruzione, il bigottismo di chi getta il sasso (o il sesso) ma poi nasconde la mano...». 

Insomma lui ci crede. E se a Roma a quanto pare ha dovuto battere in ritirata, spera di esserci nelle liste del Veneto a contrastare Pd, Lega, Pdl e quant’altri. Certo, c’è la faccenduola delle firme da raccogliere entro sabato per poter figurare nella scheda, ma a quanto pare lui ritiene che non sia suo compito, quanto dei Radicali che avrebbero accettato la sua candidatura. Lui ci spera e oltre ai manifesti ha già pronto anche lo slogan da sottoporre ai suoi corregionali: «W il sedere, abbasso il potere!» annuncia spavaldo. E prosegue, senza tentennamenti: «Sbattere un culo sui manifesti elettorali non è scoop scandalistico, gag goliardica o battaglia di retroguardia, ma la sintesi icastica del mio credo politico». 

Quanto gradiscano Bonino & Pannella non è dato sapere. Nel partito l’unica risposta arriva da Rita Bernardini: «Vi scandalizzate per un culo e non per il quotidiano disprezzo della democrazia». Nella capitale intanto, dove la radicale ex-commissario Ue è candidata a governatore dal Pd, la notizia filtrata dal Veneto ha creato non pochi malumori a sinistra. Si sperava che, azzoppato e forse dimenticato Marrazzo, nessuno provasse più a entrare a gamba tesa su un posteriore.




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Anche Di Girolamo temeva: «Qui finiamo come Fiorani»

di Redazione

«SAI CHI M’HA CHIAMATO?

GIANFRANCO FINI»
Appena Di Girolamo viene eletto, Franco Pugliese, per i magistrati esponente del clan Arena che aveva «lavorato» per il successo del candidato, chiama Gennaro Mokbel e si lamenta di non essere stato informato. Mokbel gli risponde che l’ha appena chiamato Fini. Poi spiega che in realtà non ha chiamato lui, ma il neosenatore. Mokbel: «Oh, Franco!». Pugliese: «Ah bello mio... io da sabato che non dormo... ho perso la voce pe ste cazz e votazion... e voi non mi chiamate manco a dirmi “fratello mio tutto apposto”». M: «No! T’ha chiamato Paolo (Colosimo) m’ha detto!!». P: «Eh! Lo so! Ma non basta solo Paolo (Colosimo)...». M: «No! Ma io non ci sto... io sto a fa un cul... tu ’nsai che... poi te spiego... mi ha chiamato Fini... stamattina, Fini... Gianfranco Fini...». P: «T’ha chiamato Fini? Gianfranco Fini». M: «Ha chiamato Nicola... e l’ha convocato... mo nun se sa quando esce questo... Fra’!!... Pe cui... io sto come un coglione in un ufficio... pieno de persone... aa... aa... Roma...». P: «E lo so, lo so...». M: «No! No! Nun te lo immagini... Franco!».
I QUADRI DI VESPIGNANI

IL RAGGIRO ALLA VEDOVA
Nei business ideati da Mokbel, per il tramite di Di Girolamo, anche una partita di opere d’arte del pittore Vespignani. Mokbel: «Vieni con Luchino a via del Babuino presso la fondazione dell’archivio della scuola romana dell’Arte per contattare la vedova dell’artista Vespignani, se po’ fa un’operazione che la prendiamo noi... una megaoperazione, so... 80 quadri!».
LA SPARTIZIONE DEGLI UTILI

A «GIRAFFA» E «AR SOMARO»
Mokbel definisce con la moglie la spartizione degli utili ai soci dell’organizzazione. «Allora, 43 milioni è il totale che abbiamo incassato, è questo, di questi 24 per il Somaro (Focarelli Carlo, ndr) trenta e… dieci al Giraffa (Panozzo Dario, ndr) dieci dipendenti, poi ce stanno i dieci per Ciccio (Murri Augusto, ndr) sette per Dolce e Braghi, seimila a Kieram, 4mila a Nic (Di Girolamo, ndr)».
DIAMANTI E PIETRE PREZIOSE

DIVENTANO SOLO «SERCI»
Molte conversazioni tra gli indagati vicini a Mokbel fanno riferimento all’acquisto di «serci», locuzione dialettale romana per indicare diamanti e pietre preziose. Mokbel: «Vi ho rubato 40 milioni di euro a te e Ciccio». Arigoni: «Be’ ma allora non sta bene con la capoccia». M: «Perché io mi so’ comprato 15 milioni de serci!».
Altro riferimento in una telefonata tra Luca Breccolotti e Silvio Fanella, col primo che chiede: «Senti, ti ricordi che c'erano due cose gemelle? Quei due sercetti gemelli?». In un’altra telefonata Mokbel e Massoli parlano dei diamanti di Hong Kong, custoditi nelle cassette di sicurezza. Mokbel: «So salvi i diamanti?». Massoli: «No, manca un milione e sei». Mokbel: «In che senso?». Massoli: «61 pietre mancano dall’inventario, pietre grosse, certificate (...)».
«ME VOI MANNA' I KILLER

DELLA MAGLIANA?»
Discutendo animatamente con Fabio Arigoni, Gennaro Mokbel parla di soldi e amicizie. M: «Sentimi bene, io da domani mi prendo i soldi da Paolo, mantieniti tu la tua famiglia perché a me non mi interessa. Non è una questione di soldi, è di principio, li regalo a qualcuno». Arigoni: «Vabbe’». M: «Me voi mena’? Me voi da’ na capocciata in bocca?». A: «Ma io non voglio mena’ nessuno». M: «Me voi spara’? Me voi manna’ i killer? Me voi sobilla’ Magnafoco?». A: «Ma a chi? A chi?» M: «Er Rosso? I Nicoletti? Er bassetto che stava lì da voi? Er vecchio?». A: «Ma falla finita». M: «Quanno tu me voi fare questo, fammelo. Hai detto troppe zozzerie, troppa merda hai buttato, sei cattivo nell’anima, sei troppo imbufalito sui soldi. Tu pe’ li quatrini non guardi in faccia a nessuno».

«VI PARIAMO IL CULO

CON I GRIGI, NO COI NERI»
L’organizzazione godeva di coperture istituzionali, pubblici ufficiali infedeli tra i «grigi», uomini della Guardia di finanza. Mokbel: «Noi vi pariamo il culo con i grigi, fino al momento in cui però non arrivano i neri, quelli brutti, che mo stanno rompendo il cazzo». Il riferimento ai neri è ai carabinieri che hanno iniziato a indagare. L’inchiesta prosegue e uno degli indagati dice: «Quei brutti so arrivati stamattina alle sei e mezza. E quello s’è dovuto anna’ a cambiare le mutande, non è una battuta, s’è fatto mezzo chilo di merda sotto».
IL TESORO È NASCOSTO

SULL'ISOLA CARAIBICA
Fanella dice a Toseroni che arrivano soldi «da un isola caraibica». Fanella: «Ti confermo, allora che ti faccio quel coso». Toseroni: «Sì». F: «Da quell’isola, te la mando sulla tua... solita, la piccoletta (Ricci Giorgia, ndr) sa, da quell’isola arrivano, da quella dell’Anziano (Arigoni, ndr)». T: «Sì». F: «D’Anti’, capito? (Antigua, ndr)». T: «Perfetto». F: «Da un’isola caraibica ti arriva due punto cinque (2.500.000,00 euro, ndr), te lo faccio fare lunedì, martedì o mercoledì».
I SOLDI NON RIPARTONO:

«CE STANNO L’ALLARMI»
Mokbel, Fanella e Arigoni hanno problemi a far rientrare una somma da Antigua a causa della stretta dei controlli delle Fiamme gialle. M: «Senti ’na cosa, me spieghi perché per ricevere sti soldi è stata così facile e per farli ripartì non è così facile?». A: «Eh, ci stanno difficoltà perché hanno messo l’allarmi». M: «Hanno messo?». A: «L’allarmi». M: «Senti, i soldi stanno a Antigua?». A: «I soldi stanno tutti là, dalla A alla zeta». M: «Ecco allora prendi i soldi, i soldi della gente e li spedisci, er Bilaro non po’ venì perché ce l'hanno tutti appresso (...). Qui bisogna mandare questi cazzo di soldi (...) ti mando la Contessa (Barbara Murri, ndr), e gli fai bonificà a nome suo da ‘ndo stai te, e poi lei da là sa dove te manna i soldi… va bene così?».
VOTO PORTA A PORTA?

NO, SCHEDE A PORTAR VIA
Il gruppo di Mokbel investe un’ingente somma economica per la pubblicità del candidato Di Girolamo, ma soprattutto è inquietante l’accordo preso con soggetti legati alla ’ndrangheta di Crotone, la famiglia Arena, che determina in maniera evidente la raccolta illecita di voti tra gli immigrati calabresi. In uno di questi incontri due appartenenti del gruppo andato in missione, uno romano e uno calabrese, raccontano: «... Siamo entrati in una casa di disperati italiani, con il cane che abbaiava, la ragazzina che cacava, ci siamo presi una ventina di voti, ma io non ci ho voluto mettere piede in quella casa perché mi faceva schifo. È entrato er sor Giovanni con la sua verve calabrese, si è preso i voti e se ne semo annati. Er Sor Giovanni, qui, è er capo della direzione germanica».
UNO YACHT DI LUSSO

PER RICAMBIARE IL FAVORE
Franco Pugliese, referente degli Arena, il 23 marzo 2008 chiede a Colosimo e Mokbel un favore in cambio del servizio elettorale svolto in Germania: ha bisogno di un prestanome che si intesti la barca che sta per ritirare dal cantiere Stabile di Trapani. Mokbel: «Dobbiamo intestare ’na barca a zi’ Franco». Di Girolamo: «Va bene, ma quella che si è comprato adesso?». M: «Certo. E ogni mese gliela affitti».

Poi il senatore chiama Pugliese e gli dice che è tutto ok: «T’ho telefonato perché il nostro comune amico mi ha detto che per l’intestazione di questa non ti preoccupare, risolviamo tutto noi».
IL CLUB DEI TIFOSI DELL'INTER

RACCOGLIE VOTI PER IL CLAN
«Nella corsa al procacciamento di voti in Germania con il reperimento delle schede in bianco avvenute attraverso il pagamento di somme in denaro o di minacce implicite o esplicite - scrive il Ros - emerge il controllo capillare del territorio anche all’estero che la famiglia Arena è in grado di esercitare. Un componente dell’organizzazione spiega: «Stanno scendendo da tutta Stoccarda, da Francoforte, abbiamo fatto un punto di raccolta qui al club dell’Inter, stanno venendo dappertutto, dappertutto, dappertutto».
I SOLDI ALL’ESTERO?

NASCOSTI DA HARROD’S
Insiste il Ros: «Grazie al monitoraggio degli indagati è stata individuata la disponibilità da parte degli stessi di alcune cassette di sicurezza financo all'interno dei magazzini Harrod’s di Londra. L’autorità giudiziaria britannica procedeva cautelativamente al sequestro del loro contenuto corrispondente a una somma di 888.675,00 sterline inglesi». Le cassette erano intestate a Fanella, Breccolotti e Cherubini. Che si ritrovano coinvolti in un procedimento civile avviato dalle autorità britanniche. «Allo stato ancora pendente», annotano i carabinieri del Ros.
I CONTI A HONG KONG

«AMO’, SO PEDINATO»
Dopo il sequestro di Londra, Breccolotti e D’Ascenzo volano a Hong Kong per prelevare altri capitali nascosti. I due però si accorgono di essere pedinati, e cominciano a girare a vuoto avanti e indietro nella lobby del Central building dell’Oriental hotel della città cinese per confondere gli agenti. Una volta capito di essere pedinato, si muove con attenzione e cautela. Telefona alla sua fidanzata Maria Vittoria: «Ho passato una brutta mattinata amore, poi ti spiego a voce, sai com’è, ci avevo delle persone che mi facevano compagnia... ».
SINGAPORE, BLOCCO DEI CONTI

E CACCIA AL «CUCUZZARO»
Di Girolamo parla con Fanella e si dice preoccupato del fatto che Augusto Murri aveva bloccato i conti da lui aperti a «sing sing», ossia Singapore. Fanella a Briccolotti. F: «C’è una cosa grave». B: «Eh...?». F: «Rintraccia quello al volo, subito, fuori, mandagli un messaggio, “mi chiami, ce dovemo vede’ subito”, che er conte giovane, Murri, sta a fa’ na caciara. È ito a mettere mano sul cucuzzaro». B: «Vabbe’, io sto a anna’ a prende er ginecologo». F: «Fatte spiega’ bene la situazione, fatte richiama’, perché è ’na caciara, mamma mia. Io non vorrei che mo quello che è successo a noi dipende da quel pezzo di merda, infame lurido... ».
LA COPERTURA PER I SOLDI

SEQUESTRATI DA HARROD’S
Per evitare l’incriminazione per riciclaggio degli intestatari delle cassette di sicurezza di Harrod’s (Fanella, Breccolotti e Cherubini), Toseroni contatta i suoi referenti a Hong Kong e Singapore per «reperire un soggetto - scrivono i Ros - che dietro lauto compenso fosse disposto anche a farsi arrestare per riciclaggio dalle autorità inglesi qualora non avessero creduto alle sue dichiarazioni relative alla paternità e provenienza di questo denaro». Toseroni contatta un certo mr. Lee, parlando di due associati di un fantomatico cliente a cui hanno sequestrato i soldi. Il «cliente», spiega Toseroni, teme che il Soca (Serious organized crime office) possa incriminarli, e così sarebbe disposto a pagare 600mila euro a qualcuno «che vada davanti al Soca - dice il Ros - in Uk e specifichi che il denaro è stato dato da lui a queste due persone per investimenti». Toseroni: «Il mio cliente mi dice: “Se sei in grado di trovare qualcuno che sia disposto anche ad andare in galera per uno o tre anni o qualsiasi cosa, sono disponibile a pagare 600mila euro”». Ma i soldi non sono solo per il capro espiatorio, come spiega a mr. Lee Toseroni: «Fondamentalmente c’è da trovare qualcuno che sia disposto per esempio a prendere 100mila o 200mila, due persone dalla Cina a cui noi daremmo 200mila euro e che sia disposta a rischiare di andare in galera, e noi terremmo la differenza, non so, 200, 300mila, e noi ne terremmo la metà, tre quarti o quello che sia».

«QUI FAREMO LA FINE

DI COPPOLA E FIORANI»
Marco Castiglioni chiama Di Girolamo e gli rappresenta le difficoltà provocate da alcuni dirigenti di Egobank in merito ad alcuni finanziamenti. DG: «Quindi a sto punto è n’attimo, perché c’hanno l’arma del ricatto in mano, perché poi non ti dico, anzi te lo dico quando ti vedo a voce, perché se poi lei non lo fa a questo punto è una problematica». C: «Porca troia!». DG: «Quindi è costretto per lei e poi è anche un problema per l’avvocato, cioè è tutta una situazione a catena». C: «Madonna mia!». DG: «Che cazzo fai? Allora quello mi guarda come pe dì, ma che m’hai portato uno prima che è ok, m’ha detto è ok, tutto a posto, mo ariva quest’altro e mi fa così, io ne ho visti tanti così. Oddio va a finì come Coppola o come Fiorani o come uno di questi».
I MANCATI CONTROLLI

DI FASTWEB E TELECOM
Scrivono i pm: «Il coinvolgimento a livello apicale della dirigenza delle due società nonché l’assenza o l’assoluta insufficienza dei modelli di controllo adottati (la Beverly Farrow per Fastweb riferiva del suo passaggio all’Audit interno soltanto in occasione del controllo richiesto dal comitato di controllo interno, in quanto prima del 2003 Fastweb non aveva un servizio di controllo interno precostituito, mentre per Telecom Italia Sparkle emerge con evidenza che il servizio Audit interno della controllante Telecom Italia Spa si è mosso soltanto a seguito degli accessi disposti dal pm presso la società) rende superfluo anche il riferimento all’ultimo comma dell’articolo 6 dello stesso d.lgs n° 231/2001».
NEI CONTI DELL’ANCONA

SPUNTA UN AGENTE DEL SISDE
Intercettando un maggiore delle Fiamme gialle, Luca Berriola, che era sotto inchiesta per una presunta estorsione ai danni dell’Ancona calcio in seguito a una verifica fiscale (l’ipotesi era la sottrazione di una pen drive con la contabilità «in nero»), salta fuori che il finanziere contatta il legale del presidente della squadra Pieroni utilizzando un cellulare intestato a un certo Aiese, con precedenti per truffa. «A specifica domanda su come mai utilizzasse l’utenza (...) riferiva che in quel periodo utilizzava un’utenza che gli fu data da un funzionario del Sisde, “...del quale posso solo riferire il nome di battesimo, Alessandro”, da utilizzare in casi in cui non riteneva di usare la sua utenza personale». Ma Berriola dice di più: in occasione di un incontro con l’avvocato di Pieroni racconta di esserci andato con «lo stesso Alessandro, funzionario del Sisde, e tale Daniele anche lui persona vicina ai servizi segreti, di cui non poteva riferire né i loro cognomi né procedere alla loro identificazione. Inoltre, l’autovettura utilizzata per andare all’incontro, venne procurata dallo stesso funzionario del Sisde, anche se fu lui a pagare le relative spese».



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Indagine sulle coperture politiche In una telefonata citato Fini

Corriere della Sera


Verifiche sull'autorizzazione all'arresto del senatore del Pdl Nicola Di Girolamo negata nel 2008



ROMA - Quindici interrogatori. Molti silenzi. Prime ammissioni. E adesso c’è un nuovo filone nella maxi inchiesta sulla colossale truffa ai danni dello Stato che vede implicati i vertici di Fastweb e Telecom Sparkle, pezzi di istituzioni e pezzi della 'ndrangheta decisi a scendere in politica facendo eleggere il proprio candidato, il senatore del Pdl Nicola Di Girolamo.

È il filone delle coperture politico-istituzionali. I magistrati sono a caccia della verità sulla mancata autorizzazione all’arresto di Di Girolamo del giugno 2008 e sul «no» alla sua decadenza da senatore per assenza dei requisiti: non era residente all’estero come aveva dichiarato e dunque non era eleggibile. Secondo la procura esponenti politici e sostenitori di destra, o di una componente di Alleanza nazionale, avrebbero «protetto» Di Girolamo.

In questo clima si riascoltano con attenzione telefonate intercettate. E ne spuntano alcune con riferimenti a nomi di politici: l’ex leader di An, e ora presidente della Camera, Gianfranco Fini; il ministro per lo Sviluppo Economico Claudio Scajola, il sindaco di Roma, Gianni Alemanno e il senatore Pdl Aldo Scarabosio. Il nome di Fini viene speso in una telefonata del 16 aprile del 2008. Cominciano a giungere le prime notizie relative all’elezione di Nicola Di Girolamo.

Il boss della ’ndrangheta Franco Pugliese parla con il neo-senatore. Poi chiama Gennaro Mokbel, il dominus dell’operazione, e si lamenta di non essere stato informato della vittoria: «Ho perso la voce pe ste c... e votazion... e voi non mi chiamate manco».. Mokbel si giustifica. E aggiunge che Di Girolamo sarebbe stato chiamato dal leader di An: «Mo’ ha chiamato Fini... stamattina...». Il nome di Scajola viene fatto da Gianluigi Ferretti (uno degli «istigatori» della falsa residenza di Di Girolamo). A Di Girolamo, riassume il gip, propone «un pranzo o una cena con il senatore Scarabosio che, essendo amico di Scajola, probabile futuro presidente del Senato, gli potrebbe essere molto utile per i futuri rapporti parlamentari».

È Mokbel, invece, in una telefonata con Paolo Colosimo a fare il nome di Alemanno: «C’ho la stanza mia che ce stanno tre dei suoi qua dentro che stanno a fa’ delle telefonate... di Gianni ... di Alemanno». Tra gli ex An la notizia dei sospetti dei magistrati suscita sorpresa. Il relatore del provvedimento che avrebbe fatto decadere Di Girolamo da senatore era Andrea Augello. Ma se l’aula avesse approvato la sua relazione Di Girolamo sarebbe fuori dal Senato.

Venne votata invece una mozione «garantista» che rinviava il voto a dopo che le indagini della magistratura si fossero chiuse. Ma ci sono anche altri versanti delicati nell’inchiesta. Ci sono riferimenti a uomini del Sisde. Come un certo «Alessandro» del quale avrebbe parlato Luca Berriola, il finanziere finito in manette. Ieri a Regina Coeli molti arrestati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, compreso Mokbel. Gli interrogatori riprenderanno venerdì.

Virginia Piccolillo
25 febbraio 2010



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Mokbel e la Mambro: l'ho tirata fuori io

Corriere della Sera


Si vantava di avere conoscenze fra gli 007 della Cia e nella commissione Telekom Serbia



L'imprenditore, l'ultradestra e i rapporti con un esponente della banda della Magliana

 

Si vantava di avere conoscenze fra gli 007 della Cia e nella commissione Telekom Serbia
Mokbel e la Mambro: l'ho tirata fuori io. L'imprenditore, l'ultradestra e i rapporti con un esponente della banda della Magliana


ROMA — Basta leggere il suo nome per capire le sue origini. Padre egiziano e madre napoletana, Gennaro Mokbel, 49 anni, cresce a Roma nel quartiere semiperiferico del Nomentano. Ed è qui che comincia le frequentazioni con la destra che diventerà rapidamente eversiva. È qui che il giovane Gennaro coltiva i suoi sogni di gloria. Primo e unico indiscusso amore: la politica.
Un sogno inseguito da sempre.

Mai realizzato. Non in maniera diretta, perlomeno. Gennaro Mokbel è poco più che un ragazzino quando i poliziotti dell’Ucigos bussano alla sua porta e trovano in casa Antonio D’Inzillo, un ex-esponente dei Nar accusato di aver ucciso Enrico De Pedis, il boss della Magliana. L’uomo che avrebbe gestito il sequestro di Emanuela Orlandi, secondo le testimonianze di Sabrina Minardi, ex-amante proprio del boss che venne sepolto tra gli onori nella cripta della basilica di Sant’Apollinare.

È il 22 maggio 1992. Mokbel ha 21 anni, quel giorno. D’Inzillo 29. Gennaro viene denunciato. Antonio finisce in carcere. Ma i due non si separeranno più. Almeno a giudicare da quanto sostiene nell’ordinanza il gip Aldo Morgioni. Perché, è vero, uscito dal carcere, Antonio D’Inzillo sparirà dall’Italia e diventerà latitante. Ma secondo il gip è proprio Mokbel che ancora oggi paga le spese della latitanza di D’Inzillo: in Africa.

Sms. Intercettazioni. Scambi di molte telefonate: Mokbel sostiene di essere molto vicino ancora a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Anche economicamente. Si vanta di averli «tirati fuori». Come dei suoi contatti oltreoceano con la Cia, l’intelligence americana. O di quelli nostrani con un generale come Francesco Cerreta, il comandante del nucleo speciale di polizia valutaria e consulente della commissione parlamentare Telekom Serbia. Mitomane? Megalomane? Abilissimo tessitore di trame?

Di Gennaro Mokbel non è facile avere notizie. Scarsissime anche le sue fotografie. Da qualche giorno, poi, in Parlamento nessuno sembra averlo mai visto in faccia. Mai conosciuto. Persino il senatore Sergio De Gregorio, così vicino al senatore Di Girolamo, nega di aver mai avuto a che fare con lui. Eppure, anche qui: le carte del gip Morgioni parlano chiaro. E cantano: «Gennaro Mokbel avviò una serie di contatti con esponenti politici di primo piano che culmineranno con la candidatura il 13-14 aprile 2008 al Senato di Di Girolamo...».

Inutile. Soltanto Giacomo Chiappori, deputato Lega nord, ammette, con chiarezza: l’ho conosciuto nel 2007. E poi spiega che era una questione politica, perché Mokbel voleva aderire al suo movimento, prima di decidere di fondarne uno tutto suo: il Partito Federalista. Inseguendo un sogno che non decollerà mai.

Perché con il suo Partito Mokbel non va oltre i confini dei municipi di Roma. In compenso sembra non conoscere limiti la sua «finanza creativa ». Quella che prevedeva anche il riciclaggio di diamanti: è del 21 settembre 2007 l’intercettazione tra Mokbel e un suo socio, Marco Toseroni, mentre parlano di vendere e riciclare diamanti. Roba da milioni e milioni di euro.

Quella «finanza creativa» che, praticata con sua moglie Giorgia Ricci, lo aveva portato ad una condanna definitiva multipla: traffico di stupefacenti, acquisto di cose di provenienza sospetta, detenzione d’armi, lesioni aggravate, usurpazioni di titolo. Ma che non gli aveva impedito di continuare a fare la bella vita, tra gioielli, circoli prestigiosi, Porsche, Ferrari. E la politica nel cuore.

Alessandra Arachi
25 febbraio 2010



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