domenica 21 febbraio 2010

Emergenza clima, scompare la nebbia

Corriere della Sera


In Pianura Padana diminuzione del 30-35% in 20 anni. Sulle coste Usa ogni giorno è presente tre ore di meno



La nebbia scompare, vittima dei cambiamenti climatici: la Pianura Padana ne regista una riduzione del 30-35% in 20 anni mentre sulle coste Usa si è calcolato che ogni giorno è presente tre ore di meno. E si parla di allarme ecosistemi. A dirlo negli Stati Uniti sono stati i ricercatori dell'Università di Berkley che hanno evidenziato come questo cambiamento potrebbe incidere negativamente sul benessere delle foreste. Lo studio, che sarà pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, ha sottolineato come la drastica riduzione della nebbia, accompagnato da un aumento della temperatura media, possa causare ripercussioni negative sulle foreste di sequoie che popolano la costa orientale degli Stati Uniti: la nebbia, riuscendo a prevenire la perdita di acqua dagli alberi, svolgeva un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'ecosistema costiero, che adesso si trova in "serio" pericolo.

FENOMEMO GLOBALE - Dalle analisi effettuate lungo la costa orientale degli Stati Uniti è stato evidenziato che, solo nell'ultimo secolo, in estate è stata riscontrata una perdita giornaliera di nebbia di circa tre ore. Un evento questo che i ricercatori ritengono "pericoloso" per il benessere ambientale: sequoie, animali e piante, non potendo più contare sul particolare clima umido delle zone costiere, non riescono a continuare il naturale processo di rigenerazione.

Ma il fenomeno è "ben visibile" anche in Europa: in Italia la nebbia è in netta regressione ed è stata calcolata una riduzione del 30-35 per cento negli ultimi 20 anni in Pianura Padana, catalogata, fino agli anni '90, come una delle zone più nebbiose del mondo. «Da quell'anno in poi non sono stati più registrati i picchi massimi e i giorni di nebbia si sono notevolmente ridotti anche se gli ultimi due anni hanno fatto registrare un ritorno a una situazione simile agli anni '60-'90», ha raccontato Giampiero Maracchi ordinario di climatologia all'Università di Firenze. «Il periodo tra gli anni '60 e '90 è stato caratterizzato da valori medi di nebbia molto elevati - ha spiegato Maracchi -mentre poi la media '80-'99 è caratterizzata già da una fase di cambiamento della circolazione atmosferica e del clima».

FORESTE A RISCHIO - I ricercatori Usa grazie alle informazione su visibilità, vento e temperatura concesse dagli aeroporti, hanno attribuito la causa alla «notevole» diminuzione, nel corso degli anni, della differenza di temperatura tra costa e interno del Paese. Processo questo che ha implicato, secondo le analisi, un calo del 33% degli eventi nebbiosi. Un esempio del cambiamento è stato registrato tra l'università di Berkley, nella Baia di san Francisco, e la città di Ukiah a nord della California: all'inizio del 20/o secolo si stimava una differenza diurna di temperatura di 17 gradi fahrenheit, mentre oggi sono solamente 11.

«I dati - ha affermato James A. Johnstone, autore dello studio - supportano l'idea che la nebbia costiera della California del Nord è diminuita in connessione al calo del gradiente di temperatura tra costa e interno. Nonostante sia basso il rischio che le sequoie mature muoiano a titolo definitivo, questo processo può intaccare fortemente il reclutamento di nuovi alberi: andando a cercare altrove acqua, alti tassi di umidità e temperature più fresche - ha concluso Dawson - si avranno effetti sull'attuale gamma di sequoie, piante e degli animali che vivono in questi fragili ecosistemi». (Fonte Ansa)

21 febbraio 2010





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Gruppo choc su Facebook: «Tiro al bersaglio sui bambini Down»

Corriere della Sera


Oltre mille gli iscritti. Delirio in Rete: «Sono solo un peso per la nostra società». E scoppia la rivolta



MILANO – È ancora attivo su Facebook il gruppo «Giochiamo al bersaglio con i bambini down», e conta attorno alle 19 di domenica oltre 1300 iscritti (ma si deve tenere conto che nelle ultime ore c'è stato un boom di iscritti per protestare contro gli ideatori). Il gruppo è attivo da qualche giorno e ovviamente ha subito richiamato l’attenzione di genitori e di familiari di persone disabili che attraverso il passaparola del social network hanno immediatamente attivato la procedura che prevede la segnalazione di un gruppo che incita alla violenza.

Una procedura però che passa attraverso il filtro oltre Oceano dei responsabili di Facebook, come ha subito spiegato la Polizia Postale, che in Italia è preposta a vigilare sul web. In questo caso, dunque, impossibile in tempi brevissimi oscurare questa pagina, nata sicuramente dal delirio mentale di pochi. Il fondatore infatti, con un profilo anonimo, si chiama nientemeno che «Il vendicatore mascherato», non si capisce da dove scriva, e comunque può contare su 288 «amici».

La descrizione del gruppo è aberrante e sgrammaticato: «I bambini down sono solo un peso per la nostra società... Dunque cosa fare per risolvere il problema? Come liberarci di queste creature in maniera civile? Ebbene si signori... io ho trovato la soluzione: Esso consiste nell'usare questi esseri come bersagli, mobili o fissi, nei poligoni di tiro al bersaglio». Riportiamo questa frase per rendere l'idea di che cosa si possa partorire utilizzando il web e il social network come luogo di sfogo pubblico, anche se virtuale, delle peggiori aberrazioni.

LA REAZIONE - Reazione immediata, sempre su Facebook: è nato il gruppo «Segnaliamo il gruppo : GIOCHIAMO AL TIRO AL BERSAGLIO CON I BAMBINI DOWN», che per lo meno vince in numero di iscritti, avendo già raggiunto quota 5247 membri alle 19 di domenica. Un commento fra i tanti nella bacheca di questo gruppo, scrive «La Gottina»: «A parte la dolcezza che possono avere.... o le persone in se che sono...io ho una sorella down.... e guai a chi me la tocca.... ma a quelle persone ignoranti che si sono permesse di creare un gruppo del genere..gli auguro il peggio. e che la loro vita sia piena di sofferenza. IGNORANTI!».

CARFAGNA - «Un gruppo inaccettabile, non degno di persone civili, pericoloso. E, soprattutto, un reato che, in quanto tale, sarà perseguito». Arriva a stretto giro la presa di posizione di Mara Carfagna, ministro per le Pari Opportunità: «L'istigazione a delinquere, ovunque questa avvenga e in qualunque forma, è un reato e, di conseguenza, verrà certamente perseguito dalla magistratura. I responsabili stiano certi che saranno individuati e denunciati, che la Polizia postale sta facendo il massimo per togliere di mezzo questo gruppo».

I PRECEDENTI - Questo ultimo episodio di uso improprio di Facebook segue però di poche settimane la polemica sul continuo uso del termine «mongoloide», come insulto reciproco, fra i concorrenti del Grande Fratello, un episodio denunciato dall'Associazione Italiana Persone Down, fino alle scuse, piuttosto formali, della conduttrice Alessia Marcuzzi. E ancora prima, a Treviso, un genitore aveva segnalato al giornale della città di aver dovuto abbandonare una pizzeria, dopo che la sua bambina down aveva suscitato l'irritata reazione di un avventore: «Se vostra figlia è così, tenetela a casa», era più o meno la frase rivolta al papà.

Segnali che non vanno sottovalutati, sintomo di insofferenza probabilmente nei confronti di una crescente e giusta visibilità delle persone con sindrome di Down, e più in generale, con problemi di disabilità, in una società che sempre più prevede forme di inclusione nella vita normale di tutti, dalla scuola al tempo libero. D'altronde anche su Facebook sono moltissime le testimonianze positive, e i gruppi che nascono attorno alle esperienze delle associazioni e dei singoli. A riprova che le tecnologie e internet sono solo degli strumenti, che possono diventare buoni o cattivi a seconda di chi ne fa uso.

Franco Bomprezzi
21 febbraio 2010



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Appalti: chi voleva andare ad Acapulco e chi «si metteva in malattia»

Corriere della Sera


Nuovi particolari dell'inchiesta fiorentina sul G8. Le dimissioni di Balducci e il viaggio in Spagna



FIRENZE - Escono nuovi particolari sull'inchiesta appalti/G8. I pm di Firenze sollecitarono il giudice per le indagini preliminari per una rapida emissione dell'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovampaola e Diego Anemone in quanto temevano una loro fuga all'estero.

INQUINAMENTO PROVE - Gli investigatori avevano scoperto che gli indagati, sulla base di fughe di notizie che i pm attribuiscono all'allora procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, temevano ormai di poter essere arrestati e stavano mettendo a punto alcune strategie difensive. Era dunque altissimo il pericolo di inquinamento delle prove. E proprio per il coinvolgimento di un magistrato di Roma, i pm fiorentini chiesero al gip di precisare che la competenza doveva passare alla procura di Perugia.

Il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, e i sostituti Assunta Cocomello e Sergio Colaiocco, appresero gli ultimi particolari dell'inchiesta fiorentina dal procuratore di Roma, Giuseppe Ferrara, subito dopo la telefonata che quest'ultimo ebbe con il collega di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, il 28 e il 29 gennaio. «Non è che un capo dell'ufficio può tenere per sé le informazioni», ha dichiarato Ferrara. «È ovvio che tutti gli elementi investigativi vanno riferiti» e condivisi sia con i «responsabili dei pool» sia con «i pm che indagano».

MALATTIA -Dopo aver ricevuto «brutte notizie» dall'avvocato Edgardo Azzopardi, «che ha forti entrature con la famiglia Toro», una persona ritenuta intermediaria tra l'imprenditore Anemone e Azzopardi avverte Balducci (presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici), il quale prima si mette alla ricerca di un avvocato e poi «pensa di lasciare il proprio incarico, e darsi malato». Domenica 31 gennaio Azzopardi, in maniera allusiva, informa un amico che Balducci il giorno prima gli ha rappresentato che lascerà l'incarico ricoperto, ponendosi formalmente in malattia: «Lui domani si dimette, diciamo che va in malattia», risulta dall'intercettazione, aggiungendo che sarà sostituito ma che la notizia «non verrà resa nota».

ACAPULCO - Intanto, da un'altra intercettazione, emerge che Balducci ha intenzione di partire l'11 febbraio. Lo stesso giorno Anemone telefona a una persona riferendogli che «l'11 febbraio parte per Madrid, per fare ritorno il 15 successivo». L'interlocutore riferisce di trovarsi ad Acapulco: «Certo che se venite qua sarebbe meglio ancora. Fammi sapere, semmai. Perché non venite ad Acapulco, che è un paradiso?».

RINUNCIA - Balducci, Della Giovampaola e Anemone hanno rinunciato a promuovere istanza di revoca delle misure cautelari davanti al tribunale del riesame di Firenze. I legali dei tre indagati, detenuti a Roma, hanno ritenuto inutile rivolgersi al collegio toscano competente sulla legittimità dei provvedimenti restrittivi in attesa che la magistratura di Perugia reiteri le stesse ordinanze. Le richieste di revoca, o in subordine di concessione di misure meno afflittive, saranno quindi presentate al tribunale del riesame di Perugia. Nei prossimi giorni la procura di Perugia potrebbe ascoltare nuovi inquirenti e testimoni per capire in che modo Achille Toro avrebbe aiutato a passare informazioni sull`inchiesta ai diretti interessati.

Redazione online
21 febbraio 2010





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Truffe e militari alla cinese

La Stampa

La pirateria informatica tormenta la Cina. Ma è anche il terreno di cultura di un eventuale conflitto elettronico, non virtuale

di Francesco Sisci


PECHINO --"I metodi di truffa si rinnovano continuamente e bisogna restare sempre all’erta. In ogni caso che si ricevano telefonate, sms, email da sconosciuti chiedendo informazioni, vi preghiamo di non offrire alcun dettaglio e di chiamare immediatamente il 110”. Questa la nota in cinese che da qualche settimana la polizia manda a ripetizione sui telefonini di qui avvertendo dei nuovi pericolosi imbrogli elettronici: Benvenuti nel mondo dei bidoni Made in China che, come ammettono le autorità, colpiscono per gran parte e in primissimo luogo i cinesi, e solo dopo gli stranieri.

Con oltre 500 milioni di telefonini e 300 milioni di utenti internet ultra sofisticati la Cina è oggi probabilmente il paradiso mondiale degli hacker. Anche perché al di là delle leggende sui controlli in realtà per acquistare una scheda telefonica non c’è bisogno di alcun documento, e gli internauti cinesi usano spesso computer pubblici con utenze irrintracciabili.

Certo il governo potrebbe, come da noi o in tanti altri Paesi, imporre la registrazione dei numeri o vendere in maniera selezionata abbonamenti di accesso al web. Ma questo soffocherebbe la crescita di internet in Cina e la stampa internazionale urlerebbe non contro la censura ma contro la grande campagna anti informatica cinese.

Il governo cerca di seguire cosa succede in rete, e anche talvolta di indirizzarne l’opinione pubblica elettronica, ma lo fa con interventi ex post, di monitoraggio dei blog e dei gruppi di chat. Ma la mancanza di veri controlli alla fonte rende impossibile capire chi fa davvero cosa in Cina. Questo è il contesto in cui agivano e agiscono gli hacker in Cina, anche quelli delle due scuole di Shanghai accusate di avere lanciato attacchi contro gli Usa e di avere appoggi dai militari.

Ma proprio il presunto appoggio dei militari, visto nel fatto che le due istituzioni accademiche hanno avuto un legame in passato con l’esercito di liberazione popolare (Pla), è un anello debole. L’esercito è uno stato nello stato in Cina, qualunque azienda di meccanica per esempio ha avuto legami il Pla. Il Pla è così Questo non vuol dire che questi legami continuano oggi, anche se neppure lo esclude.

Così la confusione generale del sistema Cina può anche essere la zona grigia da cui forze oscure, sostenute da architetti della guerra del governo, organizzano specie di apocalissi elettroniche, prove e controprove di attacchi virtuali tra potenze grandi e piccole.

Non è un mistero che il web è diventato letteralmente un campo minato, una priorità strategica per tutti gli eserciti che contano. Attacchi virtuali a centrali di comando e controllo nemiche possono cambiare le destinazioni dei missili e azzerare le difese senza sparare un colpo. Ma di certo la zona grigia copre milioni di aspiranti truffatori elettronici che colpiscono i cinesi molto prima degli stranieri.

Vero è che così in Cina, come in altre parti del mondo, i giovani hacker sono nelle liste di arruolamento delle forze di sicurezza, e avere sfondato delle maglie di protezione nemiche è ormai una medaglia di onore che può preparare a grandi successi nell’apparato di difesa.

La crescita spontanea di hacker che scalano avanti e indietro il grande firewall, la sicurezza elettronica che chiude internet cinese, è un elemento di rischio visto che portano destabilizzazione della rete e fanno filtrare tante notizie sgradevoli per il governo. Ma questi stessi ragazzi sono una risorsa da coltivare per il governo cinese di domani, che teme il rischio di dovere affrontare nemici elettronicamente più dotati di lui.




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De Luca-Bassolino, nasce l’alleanza tra imputati

di Emanuela Fontana

I rivali storici della sinistra campana stringono a sorpresa un patto elettorale.


Ma l’accoppiata tra il candidato del Pd e l’attuale presidente mette a rischio l’alleanza con i giustizialisti di Di Pietro: entrambi hanno ricevuto più rinvii a giudizio


Roma «Bassolino ha migliorato la Campania». Premesso che dire una cosa del genere in campagna elettorale potrebbe significare la perdita di migliaia di voti in due secondi e mezzo, sconcerta il fatto che questa frase arrivi dalla bocca di un politico che sull’antibassolinismo ha costruito la sua carriera di sindaco sceriffo: Vincenzo De Luca, primo cittadino di Salerno, candidato governatore del Pd alle prossime Regionali in Campania e candidato anche di Di Pietro. De Luca, l’uomo che a causa della fedina penale al momento non trasparente come le regole dell’Italia dei Valori pretendono (ha due rinvii a giudizio pendenti per truffa, falso e associazione a delinquere) ha creato subbuglio, sofferenza, e anche scissione all’interno dell’Idv, tanto che Luigi De Magistris si è messo a preparare le valigie, pronto alla fuga.

Ma De Luca è anche l’uomo che per anni si è vantato che nella sua Salerno, se camminavi per la strada, non potevi trovare «nemmeno una cartaccia di caramella»: il sindaco del miracolo della spazzatura, il mago che ha fatto sparire l’immondizia proprio mentre Napoli affondava nei suoi scarti e Bassolino veniva risucchiato in una paludosa perdita di consensi. Mentre Bassolino precipitava negli abissi, la stellina di De Luca risplendeva.

In un’intervista proprio al Giornale, nel pieno dell’emergenza rifiuti, il primo cittadino dell’immacolata Salerno diceva della gestione Bassolino: «Da quelle scelte sbagliate è nata la più grande discarica a cielo aperto del mondo».

E allora perché, all’improvviso, il sindaco recupera dal fango il governatore che aveva umiliato? Questione di voti. A Napoli si è sparsa in un batter di ciglia la notizia di un blitz a sorpresa di De Luca a palazzo Santa Lucia.

Lungo colloquio con Bassolino: ufficialmente chiacchiere su «questioni istituzionali e altre cose come la metropolitana». Ufficiosamente ratifica di un patto con il «reuccio», che comunque, nonostante il guaio dell’immondizia, ha ancora il suo buon bacino di voti cristallizzati dall’epoca in cui era sindaco di Napoli. Si parla anche di un possibile ingresso nell’eventuale giunta De Luca del delfino di Bassolino Andrea Cozzolino. De Luca, con l’infornata di consensi bassoliniani, potrebbe attingere a nuovi pozzi di preferenze contro l’agguerritissimo Stefano Caldoro sostenuto da Pdl e Udc.

Ma davvero l’opportunismo politico può pagare? A parte che Bassolino avrà ancora il suo patrimonio di simpatie, ma dopo la faccenda dei rifiuti ha perso più popolarità di Prodi negli ultimi mesi di governo, c’è un’altra questione, non piccola, e anzi grande, e forse enorme: come prenderanno gli elettori dell’Italia dei Valori, e lo stesso vertice del partito dei giustizialisti dipietristi, questo avvicinamento di De Luca a Bassolino?

Già per far digerire l’inquisito sindaco di Salerno all’elettorato, Tonino si è dovuto avvitare lungo una spirale di interventi e interviste per giustificare, perdonare. Si è addirittura sottoposto a una metamorfosi esistenziale trasformandosi in garantista. Cucchiaiate di magnesia, polvere di Alcaseltzer sparse su carta e microfoni. Qualcuno, non tutti, nel partito, hanno mandato giù questa trippa con peperoni della candidatura di De Luca. Ma Bassolino per il popolo dipietrista è come un montone farcito a colazione, oltretutto da accogliere dopo la trippa in peperonata: rinviato a giudizio nel luglio di quest’anno per peculato e falso ideologico (vicenda rifiuti), condannato dalla Corte dei conti a risarcire 3 milioni e 200mila euro alla Regione, indagato a novembre dalla procura di Napoli per i contratti di bonifica dei siti inquinati.

All’inaugurazione del comitato elettorale (dove è stato notato che il manifesto è senza il simbolo del Pd), ieri De Luca ha ricoperto il Bassolino di zucchero: «Si è preso colpe non sue».
Gli implacabili blogger-cani da tartufo di Di Pietro stanno già fiutando odore di inciucio e di manette: «Tonino... questo incontro tra De Luca e Bassolino non fa prevedere più alcuna discontinuità da te finora annunciata...», scrive Vittorino. «Più passa il tempo - commenta Carmine - più si vede quanto noi dell’Idv siamo stati presi per il culo!». Ed è solo l’inizio.



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Travaglio a Santoro: Annozero così non va

Corriere della Sera


«Il Giornale»: «Tentano di squalificarti come persona»




ROMA - Michele Santoro per ora non parla: «Mi sembra una posizione interessante. Credo che gli risponderò con un intervento che apparirà martedì». Sabato Marco Travaglio su Il fatto ha indirizzato una lettera a Michele Santoro dopo la puntata di Annozero di giovedì, in cui il giornalista ha avuto un durissimo scontro con Nicola Porro de Il Giornale e Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Porro lo ha avvertito: «Sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbero dovute frequentare, stai attento perché ti capiterà».

Video

«SONO DI BERLUSCONI» - Travaglio ha detto a Santoro di non poter più partecipare a trasmissioni in cui gli altri giornalisti («non sono di destra, sono di Berlusconi») che «invece di contestare i fatti che raccontano, tentano di squalificarti come persona. Poi a missione compiuta passano a ritirare la paghetta». Un dubbio: «Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta diventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero... Che faccio? Esco dallo studio a fumare una sigaretta ogni volta che mi calunniano? O ti viene un'idea migliore?». A voce aggiunge: «Per me sarebbe molto facile non rispondere sul merito della trasmissione e, per esempio, tirare fuori il caso Boffo per insultare lor signori. Ma non lo faccio perché in trasmissione si parla del tema. Cosa che "loro" non fanno».

Redazione online
21 febbraio 2010




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Lo scippo del "Corriere" Rizzoli: volevano che morissi, vivo per accusarli

di Stefano Lorenzetto

Sei processi e sei assoluzioni definitive (dopo 26 anni) con formula piena. "I cavalieri senza macchia mi hanno tolto onore, saluti, affetti e aziende"




Angelone è diventato Angelino. L’ombra dell’omone che fu entra nel salone con passo esitante, quasi fosse ospite in casa propria. Trascina la gamba destra. Una mano, semiparalizzata, pende inerte lungo il fianco. L’hanno maciullato, ma non sono riusciti a distruggerlo. «Su questo, contavano: che morissi durante i 407 giorni passati in galera. Hanno fatto male i conti. Mai sottovalutare i cromosomi di famiglia. Mio bisnonno ciabattino era di Cavalese, Val di Fiemme, allora Austria. Montanari di grande tempra, teste dure».

Per comprendere nel dettaglio come avvenne lo scippo del Corriere della Sera bisogna leggere la doppia paginata che Nicola Porro ha scritto due domeniche fa sul Giornale. Ma per capire come l’ingiustizia può devastare un uomo bisogna venire a Roma, ai Parioli, nella casa di Angelo Rizzoli, 66 anni, detto Angelone o Angelo jr per distinguerlo dal nonno Angelo Rizzoli (1889-1970), il fondatore della casa editrice. «Loro, i cavalieri bianchi senza macchia, sapevano bene che soffro di sclerosi multipla dal 1963. E che cosa può fare un malato con tre ordini di cattura sul capo, spogliato di tutto - reputazione, affetti, aziende, patrimonio, passaporto - e privato della libertà per più di 13 mesi, di cui tre passati in cella d’isolamento, neanche un giorno d’infermeria, né visite mediche, né cure specialistiche, sbattuto da un carcere all’altro, prima San Vittore, poi Como, poi Lodi, poi Bergamo, infine Rebibbia, allo scopo di fiaccarne il fisico e lo spirito? Può solo morire».

Invece è ancora qui. «Fossimo un Paese normale, sulla poltrona dove sta seduto lei dovrebbe esserci un suo collega del Corriere o della Repubblica, le due vestali dell’informazione libera, indipendente e pluralista, le pare? Non mi hanno mai cercato. Eppure stiamo parlando del più grande scandalo finanziario dal dopoguerra a oggi. Non una riga. Se non per dire che io ero il ladro e gli altri i salvatori della patria». Sospira. «Il Corrierone...». Lo perse quando era direttore un Fdb, Franco Di Bella. Lo ritrova con direttore un altro Fdb, Ferruccio de Bortoli.

«Faceva il praticante al Corriere dei Ragazzi. Lo assunsi io al Corriere d’Informazione e poi al Corriere della Sera. Ha fatto scrivere sulla mia tragedia 271 parole in tutto, compresi articoli e congiunzioni. Ma solo per raccontare lo “sfogo” e il “turbamento” di Piergaetano Marchetti, presidente del gruppo Rcs Media Group, dopo che gli avevano notificato il mio atto di citazione con cui, a trent’anni di distanza, chiedo al tribunale di Milano di dichiarare la nullità di tutti i passaggi che portarono ai nuovi assetti del Corriere».

Dagli «eredi societari» di quella cordata (composta da Gemina, Meta, Mittel e Arvedi) che rilevò la Rizzoli-Corriere della Sera, e cioè dallo stesso Marchetti, da Giovanni Bazoli, rappresentante di Intesa Sanpaolo e di Mittel, da Giuliano Zuccoli, presidente di Edison, e dall’imprenditore Giovanni Arvedi, reclama la restituzione di una cifra oscillante fra i 650 e i 750 milioni di euro, «vale a dire quanto Rcs capitalizza attualmente in Borsa».

Angelo Rizzoli ha deciso di restare vivo per cancellare il pregiudizio che per un quarto di secolo la Grande Stampa, stridente ossimoro, è riuscita a instillare negli italiani: che quest’uomo, tessera 532 della loggia massonica P2, fosse solo un bandito, reo d’aver nominato direttore il piduista Di Bella e asservito il Corriere ai disegni eversivi di Licio Gelli e Umberto Ortolani; un tipo losco che s’era legato mani e piedi ad altri due piduisti, Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra, e il giannizzero di questi, Bruno Tassan Din, direttore generale della Rizzoli; un incapace che nel 1981 affossò il primo quotidiano d’Italia e la più importante impresa editoriale nazionale, seconda d’Europa per dimensioni, con una quota di mercato del 25%, un fatturato di 1.000 miliardi di lire, 10.000 dipendenti, 8 quotidiani, 25 periodici fra settimanali e mensili, la divisione libri, le cartiere e la Cineriz, la casa cinematografica che aveva prodotto la saga di don Camillo e Peppone ma anche La dolce vita di Federico Fellini e i film di Roberto Rossellini, Luchino Visconti, Pietro Germi, Vittorio De Sica, Michelangelo Antonioni, Pier Paolo Pasolini; un bancarottiere che si fregò la cassa e la nascose all’estero. Non era vero niente.

«L’orgoglio è il mio peggiore difetto e la mia migliore qualità. Ho rinunciato a patteggiamenti, indulti, prescrizioni e altre scorciatoie perché volevo giustizia piena. Ho tenuto duro per 26 anni, fino a quando la Cassazione non mi ha restituito la mia dignità. Ho affrontato sei processi. Uno dopo l’altro sono stato assolto, sempre con formula piena e con la medesima motivazione: “Il reato non sussiste”. Se lei va a controllare al casellario giudiziale troverà questa annotazione: “Nulla”. Incensurato. Nessun altro procedimento in corso. Innocente per sentenza definitiva della Repubblica italiana».
Se dovesse compilare la voce biografica «Angelo Rizzoli» per la Garzantina, che cosa scriverebbe?
«Editore, proprietario del gruppo Rcs, arrestato ingiustamente il 18 febbraio 1983 e ingiustamente privato di tutti i suoi averi dalla spregiudicatezza e dall’avidità dei poteri finanziari italiani, che hanno completato il disegno criminoso della P2: estromettere Rizzoli dalla Rizzoli». Il famoso scippo. «Il termine scippo non rende l’idea. Nel 1981 possedevo il 90,2% delle azioni. L’80% di esse era temporaneamente in mano al Banco Ambrosiano presieduto da Calvi: un pegno risalente al 1977, quando mio padre Andrea era ricorso a un prestito di 20 miliardi per comprare la quota della Fiat nel Corriere. Il 29 aprile la Centrale Finanziaria, società di proprietà del gruppo Ambrosiano, acquistò il 40% delle mie azioni in cambio di 115 miliardi di lire e s’impegnò a versare altri 61 miliardi alla Rizzoli Editore, quale quota di aumento di capitale per il suo 40% appena rilevato da me. Al termine dell’operazione l’azienda doveva essere ricapitalizzata per 150 miliardi di lire, 500 milioni di euro d’oggi. Ma questa enorme somma non fu mai depositata alla Rizzoli bensì dirottata su conti bancari di Calvi, Gelli, Ortolani e Tassan Din in Irlanda e Sudamerica. Tutto puntualmente ricostruito nelle sentenze emesse in Italia, ma anche in Svizzera e in Irlanda. Né io né la Rizzoli vedemmo una lira. In compenso la casa editrice passò al Nuovo Banco Ambrosiano, poi Ambroveneto, oggi Intesa Sanpaolo».
Che non ha mai onorato quel contratto da 150 miliardi di lire.
«Peggio: ha accusato uno degli azionisti, cioè me, d’essersi intascato i soldi, ha avviato una richiesta di fallimento trasformata in amministrazione controllata, ha ottenuto il mio arresto e il sequestro dei beni di famiglia e ha svenduto il restante 50,2% delle mie azioni per circa 9 miliardi, a fronte di una perizia contabile eseguita per conto del tribunale di Milano dal professor Luigi Guatri, già rettore della Bocconi, che valutava il solo patrimonio attivo, senza valori di testata e di avviamento, almeno 270 miliardi di lire».
Trenta volte tanto.
«Già, 9 miliardi era il prezzo di un’edicola, non del pacchetto di controllo della principale casa editrice italiana. Eppure i custodi giudiziali che gestivano il mio patrimonio fissarono quell’importo assurdo. Fu così che il Nuovo Banco Ambrosiano impose la cessione delle mie azioni sotto sequestro a un gruppo amico comprendente Gemina, cioè Fiat e Mediobanca, Montedison, l’industriale democristiano Giovanni Arvedi e la finanziaria Mittel facente capo allo stesso Bazoli, nell’inedito ruolo di venditore, acquirente e anche arbitro, visto che il Nuovo Banco Ambrosiano era il maggior creditore della Rizzoli. Sostenere tre parti nella stessa commedia mi sembra eccessivo anche per uno come lui».

Per cui che cosa scriverebbe nella Garzantina su Giovanni Bazoli, regista di quell’operazione?
«Avvocato bresciano. Uomo indecifrabile. Vuol apparire come un santo, ma nella vicenda Rizzoli ha dimostrato una spregiudicatezza che non aveva nulla di ascetico».
E su Agnelli?
«Avvocato per antonomasia, pur senza esserlo. Privo di riflessi di coscienza. L’individuo più cinico che Angelo Rizzoli abbia mai conosciuto».
Perché?
«Nutriva un totale disprezzo per gli uomini e per tutto ciò che è relativo all’umanità. Mi conosceva fin da bambino, era presidente della Juventus quando mio padre lo era del Milan. Mi lamentai per il comportamento tenuto dalla Fiat. Mi rispose: “Caro Angelo, si sa che nel mondo degli affari vige la legge della giungla: il più forte mangia il più debole. E tu eri il più debole”. Un discorso così me lo sarei aspettato da Totò Riina, non dal primo gentiluomo d’Italia. Considerava i suoi simili animali da divorare».
Su Calvi che cosa scriverebbe?
«Non sprecherei nemmeno il tempo a compilare la sua voce biografica. Uomo oscuro. Doppio, triplo, quadruplo. Ti diceva una cosa, ma alludeva a un’altra. Non riuscivo a comprenderlo. Sono cresciuto in una famiglia in cui il bianco significa bianco e il nero significa nero. E buono non vuol dire cattivo».
Su monsignor Marcinkus, all’epoca presidente dello Ior, la banca vaticana in affari con Calvi?
«Personaggio da film gangster americano. Una specie di Soprano in talare, originario della Lituania anziché di Avellino».
Chi glielo fece fare di mettersi con gente simile?
«Mio padre aveva comprato il Corriere e per pagarlo doveva vendere i suoi alberghi di Ischia. Gli segnalarono un funzionario dell’Inpdap, Ortolani, con entrature nel mercato immobiliare. Nel suo studio, in via Condotti a Roma, trovai ad attendermi Gelli, che Tassan Din già conosceva, e Calvi. Schierati al loro fianco c’erano Alberto Ferrari, direttore generale della Banca nazionale del lavoro; Giovanni Cresti, provveditore del Monte dei Paschi di Siena; Gaetano Stammati, che diventerà ministro delle Finanze nel quinto governo Moro. Tutti piduisti, come avrei scoperto dopo. E tutti deferentissimi con questo Gelli, che in seguito ritrovai al Quirinale, a Palazzo Chigi, nella sede della Dc a piazza del Gesù, nell’ufficio di Carlo Donat Cattin, a casa di Giacomo Mancini. Dappertutto. Ovunque andassi, lui c’era. Gelli aveva organizzato il rientro in Argentina di Juan Domingo Perón ed era considerato l’uomo di fiducia degli Usa, dove tutti i presidenti, da George Washington fino a Barack Obama, sono massoni, come lei sa. A me sembrò un commendatore provincialotto. Il fatto è che se cercavo Calvi per essere ricevuto, manco si faceva trovare al telefono. Se invece lo chiamava Gelli, mezz’ora dopo ero nell’ufficio di Calvi. Idem con i ministri. Mi convinsi che fosse meglio non averlo ostile».
Non ho capito una cosa: la sua defenestrazione dal Corriere fu premeditata fin dall’inizio oppure i suoi nemici si limitarono ad approfittare delle circostanze?
«Certamente fu decisa nel momento stesso in cui lo comprammo, luglio 1974. Io non decisi niente, non possedevo neppure un’azione. Avevo solo un brillante curriculum accademico: laurea col massimo dei voti a Pavia e specializzazione in media and communications alla Columbia University di New York. Nel 1971 ero l’erede designato del nonno. Mio padre mi nominò amministratore delegato della Rizzoli a 28 anni. Per arrivare al Corriere bisognava negoziare con la Dc. Segretario era Amintore Fanfani, che diede l’avallo a una condizione: “Dovete cacciare entro 24 ore il direttore Piero Ottone che ci ha fatto perdere il referendum sul divorzio”. Papà si dichiarò d’accordo e invitò Ottone a colazione nella sua casa di via del Gesù, me presente, per licenziarlo. Ma, giunti al caffè, gli rinnovò il contratto per altri tre anni». Da non credere. «Ottone aveva guadagnato 40.000 copie rispetto alla direzione di Giovanni Spadolini. E per mio padre, editore vecchio stampo, questo solo alla fine contava. S’immagini Fanfani. Giurò vendetta. Sparse la voce che eravamo inaffidabili, pericolosi e sovversivi. Per strangolarci bloccò il prezzo amministrato dei quotidiani e ordinò alle grandi banche, allora tutte statali, di chiuderci il credito. Così finimmo in bocca a Calvi, l’unico disposto a finanziare il gruppo Rizzoli».
Non potevate cercare di rabbonire Fanfani?
«Mio padre aveva un limite caratteriale: la timidezza. Non volle affrontare la situazione a viso aperto. A Roma mandò me. Fanfani mi ricevette nella sua casa di via Platone, in terrazza. Era seduto su un divanetto a dondolo, ma i piedi non toccavano terra, per cui la moglie Maria Pia era costretta a spingerlo. Una scena ridicola che aumentò il mio imbarazzo. Mi ricoprì d’insulti: “Bugiardi! Irresponsabili! Incapaci! Cialtroni!”. Non mi lasciò pronunciare neppure una parola. Concluse ammonendomi col dito: “Non venite a chiederci più nulla. Noi democristiani per voi Rizzoli non esistiamo più”. E così fu».
Immagino la gioia di Ottone.
«Ci ringraziò ossequioso. E tornò a fare il giornale che voleva lui. Tutti ne dedussero che l’eminenza grigia, la mente del ribaltone, il filocomunista fossi io. Mentre la regola di famiglia era sempre stata scegliere direttori bravi, talvolta di sinistra, come Arrigo Benedetti, talvolta di destra, come Edilio Rusconi».
Perché Giulia Maria Crespi, detta la zarina, pochi giorni dopo aver ordinato a Ottone di licenziare Indro Montanelli, che detestava, decise di vendervi il 33% del Corriere?
«Le avevano scoperto un tumore al seno ed era spaventata per il futuro dei figli. Inoltre mio padre le fece un’offerta irresistibile, giacché prevedeva che una notevole parte dei 27 miliardi di lire le venisse versata all’estero».
Sta dicendomi che la signora non pagò le tasse?
«Non ricordo se fosse già in vigore la legge Formica. Sta di fatto che una larga quota esentasse gliela depositammo in Svizzera».
La storia si ripete. Anche i Crespi nel 1925, complice il regime fascista, erano subentrati a Luigi Albertini nella proprietà del Corriere attraverso una serie di cavilli giuridici, proprio come Gemina e soci.
«Sì, ma Mussolini dispose che ad Albertini, pur inviso al regime, venissero versati 6 milioni in oro, con i quali il direttore-editore acquistò la tenuta di Torrimpietra dove visse per il resto dei suoi giorni. Invece i puri della Repubblica democratica e antifascista hanno annientato e depredato un innocente. E ora non gli dicono: “Avevi ragione tu, scusa tanto, ci dispiace”. No, gli dicono: “Ma dài, sono passati quasi trent’anni, dimentica”. Che cosa dovrei dimenticare? Che sono stato trattato da ladro? Che mio padre morì di crepacuore mentre suo figlio languiva da 102 giorni in una cella? Che mia sorella Isabella, appena diciottenne, fu indagata ingiustamente, privata del patrimonio e minacciata più volte di arresto, finché non si suicidò gettandosi dalla finestra per paura di finire in prigione? Che mio fratello Alberto subì due mesi di carcere e il sequestro dei beni per poi essere prosciolto in istruttoria? Che, siccome avevamo ceduto a una tipografia cecoslovacca le vecchie linotype del Corriere albertiniano, sono riusciti a imbastirmi contro persino un processo per aver venduto “materiale strategico” ai nemici del Patto di Varsavia?».
Neanche lo Stato le ha chiesto scusa? Non l’ha risarcita per l’ingiusta detenzione?
(Smorfia di disgusto). «La Costituzione è una pura esercitazione retorica. All’articolo 27 stabilisce che il detenuto non può essere sottoposto a trattamenti contrari al senso di umanità. Be’, io venivo persino ricattato dal direttore del carcere di Bergamo, dovevo pagare per tutto, altrimenti neanche i pacchi col cambio della biancheria mi sarebbero arrivati. Una volta pretese il frigo nuovo, una volta la libreria, una volta un milione di lire. La visita di Indro Montanelli mi costò un televisore, se non ricordo male».
A rigor di codice dovrebbero restituirle l’intera Rcs, una soluzione che però a distanza di cinque lustri viene giudicata impossibile dai suoi stessi legali.
«Non è più la stessa azienda, quindi punto alla “restituzione per equivalente”, cioè a un indennizzo. Per non sbagliare mi faccio assistere dall’avvocato Romano Vaccarella, ex giudice della Corte costituzionale, che in passato ha difeso sia Silvio Berlusconi che Massimo D’Alema. Più bipartisan di così».
Il 20 gennaio era fissata la prima udienza. Com’è andata?
«Rinviata al 16 marzo. La controparte sostiene che ha bisogno di tempo per studiarsi le carte. Singolare pretesto, dopo aver avuto a disposizione 26 anni. La tecnica non cambia: temporeggiare, dilazionare... Ma io sono qua. Non muoio».
Potendo, lei rivorrebbe solo il Corriere o l’intera Rcs?
«Non nutro alcuno spirito di restaurazione. Non mi sono mai sentito un re scacciato dal trono che aspetta di riprendersi il potere con le baionette. Non voglio tornare fra chi s’è dimostrato incapace di solidarietà. Quei signori sanno bene che l’azienda l’ha fatta mio nonno nel 1909 e che io là dentro ho bruciato la mia vita».
Angelo senior diceva che «i soldi bisogna farseli perdonare».
«E infatti lui ricostruì il collegio dei Martinitt dove aveva passato l’infanzia da orfano, regalò a Milano il padiglione della Mangiagalli, donò l’ospedale a Ischia. Su consiglio del suo amico Pietro Nenni, col quale giocava a bocce, fece risorgere dalle ceneri Marzabotto rasa al suolo dai nazifascisti, piantandoci una cartiera e le case per gli operai. A me non sono stati lasciati né il tempo né i soldi da farmi perdonare».
Che cosa prova la mattina sfogliando il Corriere?
(Accarezza il bracciolo della poltrona). «Delusione. Lo dico da lettore. A che serve un giornale se non denuncia le malefatte dei poteri forti?».
Il suo Corriere lo faceva?
«Fui insultato dal ministro degli Interni, Virginio Rognoni, perché avevamo svelato che lo Stato era sceso a patti col camorrista Raffaele Cutolo per ottenere la liberazione del dc Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate rosse. Ciriaco De Mita mi sollevò di peso perché scrivemmo che a tre giorni dal terremoto in Irpinia gli inviati del Corriere erano gli unici soccorritori arrivati a Sant’Angelo dei Lombardi. Cercammo di favorire la trattativa con le Br per liberare Aldo Moro, e infatti nel diario della prigionia lo statista profetizza che sarei stato l’ultimo editore puro, anche se io preferisco editore professionista. Mio Dio, se ci ha indovinato...».
E tornerebbe a fare l’editore puro?
«Sì. Se il caso me ne offrisse l’opportunità, ci penserei. Ma non del Corriere, non di un giornale in mano a un parlamentino di 17 azionisti lottizzati dai partiti».
Come se ai suoi tempi i partiti fossero stati estranei alla proprietà del Corriere... Suvvia.
«Non dico di no. Ma a portarceli fu Tassan Din. Si legò a doppio filo col Pci per paura che venissero a galla le sue ruberie. Non parlo solo dei 150 miliardi fatti sparire all’estero. Parlo anche dei 7 miliardi che a mia insaputa prelevò dai conti della Rizzoli e regalò a Ortolani: è nelle carte processuali. Quando il 2 ottobre 1981 convocai un consiglio d’amministrazione per far dimettere Tassan Din, mi telefonò inviperito Adalberto Minucci, il deputato che ha fatto parte della segreteria di Enrico Berlinguer: “Questa è una manovra socialista! Porremo il veto”. Subito dopo mi chiamò Calvi: “Il Pci vuole Tassan Din e io non intendo inimicarmi il partito più vicino alla magistratura. Quindi i miei consiglieri voteranno perché resti”. Lo credo bene: era suo complice». Una decina d’anni fa andai a Venezia alla Canal & Stamperia di Tassan Din per tentare d’intervistarlo. Rifiutò. Appariva terrorizzato. Si offrì persino di pubblicarmi un libro, nonostante fosse editore di cataloghi d’arte, pur di non dover rispondere alle mie domande.
Secondo lei che cos’altro aveva ancora da temere?
«Con tutte le condanne che si ritrovava sul gobbo, gli sarebbero subito saltati addosso. Tassan Din aveva una sua genialità nel mantenere gli equilibri. Si barcamenava fra Gelli e Ortolani, due ladri di polli che non si sono mai occupati dei destini dell’Italia ma solo dei loro affaracci, ed era bravissimo a tenersi buono il soviet della Rizzoli».
Rappresentato da Raffaele Fiengo, leader storico del comitato di redazione.
«Esatto. Il presidente Sandro Pertini m’aveva ingiunto di affidare il Corriere ad Alberto Cavallari, direttore del Gazzettino. Io non ero affatto d’accordo, anche per ragioni caratteriali: a Venezia, durante una scenataccia, s’era spogliato mezzo nudo in redazione. Da Bari, dove si trovava per il congresso della Federazione nazionale della stampa, mi telefonò Fiengo, avvertendomi che, se non fosse passato Cavallari, i sindacati avrebbero eretto le barricate».
In precedenza lei aveva nominato Di Bella, che era iscritto alla P2.
«Io volevo Alberto Ronchey. Ma era troppo amico di Agnelli. E Calvi, che odiava il presidente della Fiat, si oppose. Dal suo punto di vista non aveva tutti i torti, considerato che un giorno l’Avvocato, reduce come il banchiere dalla spedizione dell’Armir, mi disse: “Era meglio se Calvi moriva durante la campagna di Russia”».
Voi Rizzoli dovevate dar retta a Montanelli, che vi offriva Il Giornale gratis. Rifiutaste. «Perderete tutto quello che avete», vi pronosticò.
«Papà voleva solo realizzare il sogno di mio nonno: avere un quotidiano. Montanelli se n’era andato dal Corriere perché per tre volte la Crespi aveva stoppato la sua nomina a direttore, preferendogli prima Alfio Russo, poi Giovanni Spadolini, quindi Piero Ottone. Quando venne a offrire a mio padre Il Giornale, si sentì rispondere: “Arrivi tardi. Ho già concluso con Angelo Moratti per il Corriere e sono in parole con la Crespi e Agnelli per le loro quote”. Restai di stucco. Non lo sapevo nemmeno io. Da quel giorno Montanelli tolse il saluto a mio padre e non volle mai più vederlo».
Dove ha trovato la forza per non arrendersi?
«In Melania, mia moglie. La conobbi nell’89. Craxi voleva vendermi un terreno vicino a Siena. Io non avevo nessuna voglia d’andare a vederlo, perciò m’inventai che stavo più male del solito. Bettino replicò: “Allora ti mando il mio medico”. E arrivò Melania, che curava Craxi per il diabete. Una donna straordinaria. Mi ha dato due figli. Mi ha salvato la vita. Io ho cronicizzato in qualche modo la sclerosi multipla, lei ha sconfitto due tumori. Siamo due sopravvissuti».
Tornerebbe a Milano?
«No. Un conto è costruire le città col cemento, un altro conto è costruirle con la cultura, i libri, i giornali. Mio nonno ha realizzato entrambe le cose: dopo la guerra rimise in piedi la Scala e Brera. I milanesi facevano la coda per omaggiarlo in via Montenapoleone. Ma appena hanno letto che suo nipote era un mascalzone, ci hanno creduto subito. Uscito di prigione, le grandi famiglie, che per un secolo ci avevano riverito, mi telefonavano prima di dare i ricevimenti: “Sai, non possiamo invitarti, metteresti in imbarazzo i nostri ospiti”».
Ha qualcosa da rimproverarsi?
«La troppa ingenuità. Se non avessi commesso molti errori, non sarei finito come sono finito. Quante cose non rifarei!».
C’è qualcuno a cui vuol chiedere scusa?
«A chi ho involontariamente fatto soffrire per tutte queste vicissitudini...». (La voce s’incrina). «A cominciare dai miei morti». (Adesso piange).

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Dalle vacanze a Cortina alle escort a Venezia: ecco la lista dei regali per avere gli appalti

di Mariateresa Conti

Inchiesta sulle grandi opere, finisce agli atti della Procura la lista dei "pagamenti". 

Spunta la prima tangente: 50mila euro. Anemone avrebbe donato al figlio di Balducci anche una Bmw da 71 mila eruro



Ad un esame superficiale, ad una lettura con occhio distratto, sembra quasi una lista di nozze: vacanze a Cortina, doni in denaro, regali costosi quali pregiatissimi orologi e auto di lusso. Sembra. Già, perché questa lista, che comprende anche contributi prostitute, assunzioni di favore per parenti e relativi congiunti, e prebende varie è una sorta di promemoria: il promemoria stilato dal Ros per mettere ordine nel mare magnum di quello che sembra emergere dalla maxi-inchiesta della procura di Firenze sui grandi appalti del G8 come un intreccio di favori e pagamenti. Una lista di benefit di ogni genere che vanno accertati e approfonditi, ma che secondo gli inquirenti, se accertati, potrebbero essere l’eventuale fonte di prova della corruzione che viene contestata ai quattro arrestati - Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro della Giovampaola e Diego Anemone – e ai 27 indagati per il filone degli appalti.

La lista di regali stilata dal Ros è finita agli atti, tra un pedinamento e un’intercettazione. E non è completa. Il Ros, diligentemente, annota nell’elenco cifra, donatore, destinatario del regalo o del servizio di favore. E in questa lista dal contenuto quasi surreale c’è, nel vero senso della parola, di tutto. Anche quella che secondo gli inquirenti potrebbe essere una presunta mazzetta - la prima individuata - di 50mila euro, pagata dall’imprenditore veronese Alessandro Mazzi a De Santis, Anemone e Della Giovampaola.

L’elenco si apre con una cifra tonda: 100mila euro, Natale 2007. L’imprenditore Francesco Piscicelli (uno dei protagonisti delle «risate», più o meno smentite, la notte del 6 aprile del 2009 durante il tragico terremoto a L’Aquila) secondo il Ros li avrebbe presi a tasso d’usura da alcuni figuri di Giugliano (Napoli) per dirottarli ad alcuni funzionari ministeriali degli uffici romani di via della Ferratella.

Piscicelli, nella lista, ha largo spazio. Compare anche nel 2008, per l’acquisto di materiali edili destinati alla ristrutturazione di una villetta all’Argentario di Fabio De Santis, uno degli immobili sequestrati - dalla procura di Grosseto - per abusivismo edilizio. Dall’edilizia ai soggiorni. Sempre Piscicelli, per fare un favore a Balducci e Anemone che glielo avevano chiesto, ne avrebbe pagati due, a maggio e a giugno del 2008, all’hotel Pellicano di Porto Santo Stefano, al segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri, professor Carlo Malinconico.

Non solo. L’imprenditore è anche un grande appassionato di orologi: con il costruttore Riccardo Fusi ne compra per 10mila euro, nel 2008, per De Santis e per una funzionaria, Maria Pia Forleo. Da solo, tra il 2006 e il 2007, ne sceglie altri pregiatissimi - Rolex e Jaeger le Coultre - per Balducci. Viaggi. Diligentemente annotati nella lista stilata dal Ros ci sono quelli, su velivoli privati, di Balducci a Olbia, a Capri, a Tunisi. Pagati dall’imprenditore Anemone, uno dei più munifici secondo gli inquirenti nei confronti di Balducci. A Montepulciano, proprio nella villa del funzionario delegato alla gestione dei Grandi appalti e poi presidente del Consiglio dei lavori pubblici, lavorano due rumeni e una colf stipendiati da aziende riconducibili ad Anemone. E al figlio di Balducci, Filippo, Anemone avrebbe pagato mobili, lavori di ristrutturazione di un appartamento a Roma.

Dono supplementare al giovane, anche un’auto, una Bmw da 71mila euro. E siccome ai ragazzi si deve dare una mano Anemone, sempre secondo la lista, trova pure un impiego, a lui e alla fidanzata, presso la ditta di un altro imprenditore che in cambio riceverebbe incarichi presso aziende dello stesso Anemone. Anemone avrebbe anche pagato il mobilio per arredare casa di De Santis. Instancabile e attivissimo, Anemone. Secondo il Ros sarebbe stato lui a far intestare beni a San Marino a favore della madre del commissario delegato per i Mondiali di nuoto a Roma, Claudio Rinaldi. E sempre lui, su richiesta di Balducci, sarebbe riuscito persino a trovare spazio Anthony Smit, segnalato, dal direttore generale della Rai Mauro Masi, suo cognato.

Capitolo a parte quello delle prostitute. Secondo il rapporto del Ros ne beneficiano, in periodi diversi tra Venezia e Roma, De Santis (tre volte) e Della Giovampaola. La voce di spesa è a carico dei costruttori. Nell’elenco del Ros è anche annotata la storia del massaggio di Francesca al Salaria Sport Village del sottosegretario alla Protezione civile Guido Bertolaso. La lista, come si diceva, è incompleta. Fuori elenco figurano anche 600mila euro promessi, non si sa se pagati o meno, da Fusi a Piscicelli per l’intermediazione negli uffici ministeriali. In tutto gli episodi schedati dal Ros sono una trentina.



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Travaglio, il "pasdaran" dell’insulto in pochi giorni getta fango su tutti

di Paolo Beltramin

Una volta sparava solo su Berlusconi, ora ce l'ha perfino con Di Pietro e con il "Corriere della Sera".

Relazioni pericolose, quella conoscenza scomoda che lo manda in bestia



I lettori del Fatto sono travagliati. Abituati all’invettiva quotidiana contro Al Tappone, il Nano di Arcore e il Cainano (che sono la stessa persona), negli ultimi giorni hanno visto allargarsi a dismisura il campo dei nemici. Il loro editorialista di punta non se la prende più solo con Berlusconi, ma con tutti quelli che a Berlusconi non si oppongono abbastanza. Ovvero il totale della popolazione italiana, tranne lo stesso Travaglio. I democratici di Bersani? «Da questi signori bisogna attendersi sempre il peggio». Di Pietro? Bocciato pure lui, colpevole di aver appoggiato in Campania Vincenzo De Luca, aspirante governatore di sinistra rinviato a giudizio. Dunque, «tutta la gestione della vicenda è stata, da parte di Di Pietro, disastrosa». Poi l’avvertimento: «Se Di Pietro farà la fusione con il Pd, la gente gli metterà le mani addosso». Dalla parte dei buoni ormai non restava che Santoro. Fino a ieri mattina.

I lettori del Fatto non ci potevano credere, e hanno riempito il blog del quotidiano con centinaia di messaggi. Solidarietà, tifo, indignazione, ma soprattutto stupore di fronte a parole pesanti come pietre: «Forse la mia presenza, per il clima creato da questi signori, sta diventando ingombrante e dunque dannosa per Annozero», scrive Travaglio nella sua lettera aperta al conduttore. Per il compagno di tante battaglie tv, è un aut aut: o me o «questi signori». Chi sono? Travaglio non nomina mai Maurizio Belpietro e Nicola Porro, che aveva già insultato in diretta nell’ultima puntata di Annozero. Li chiama soltanto «i trombettieri. Che non sono di destra: sono di Berlusconi.
E non fanno i giornalisti: recitano un copione, frequentano corsi specialistici in cui s’impara a fare le faccine e a ripetere ossessivamente le stesse diffamazioni».

«Fascistoide», «liberali dei miei stivali», «liberali del cavolo», «poveretto». Ad Annozero Travaglio si era un po’ lasciato andare. Dalle colonne del Fatto rincara la dose: «Non hanno una faccia e dunque non temono di perderla. (...) Come diceva Ricucci, che al loro confronto pare Lord Brummel, fanno i froci col culo degli altri. Sguazzano nella merda e godono a trascinarvi le persone pulite per dimostrare che tutto è merda. E ci tocca pure chiamarli colleghi perché il nostro Ordine non s’è mai accorto che fanno un altro mestiere».
Santoro è avvisato. Abbasso «la maledizione della par condicio». E abbasso la vecchia scuola anglosassone che impone di separare i fatti dalle opinioni. Nell’attesa che un giudice decida se rinviare o no a giudizio Bertolaso, Travaglio infatti ha deciso di cambiare il cognome del sottosegretario, per rendere le sue cronache più imparziali: «Bertolaido», o il alternativa «Bertoladro».

Proprio così: il giornalista del Fatto riesce a inserire le opinioni perfino nei nomi propri. Così ha ribattezzato il Corriere della Sera «Pompiere della Sera», mentre accusava gli editorialisti di via Solferino delle peggiori nefandezze, come l’essersi «associati alla beatificazione di un corrotto latitante come Bottino Craxi». E se Porro e Belpietro non sono «giornalisti normali», ma soltanto «iscritti all’albo dei giornalisti», per Travaglio nemmeno Pierluigi Battista del Corriere dovrebbe «avventurarsi sul terreno impervio della politica e della giustizia», ma «concentrarsi sul filone demenziale che fa proprio il caso suo».

Insomma, Travaglio è furioso e ce l’ha proprio con tutti. Già dopo l’aggressione di Tartaglia al Cavaliere aveva messo le mani avanti: «Chi l’ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?». Avanti così, tra «merda» «froci» e «culo», e prima o poi ci scapperà il «porco», temono alcuni nei corridoi della Rai. A Massimo del Grande Fratello la bestemmia era costata l’espulsione dal gioco. Tutti si augurano che Travaglio, una volta un buon cattolico, riesca a trattenersi, nella casa di Annozero.



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Bersani fischiato alla finale di Sanremo Il Pdl insorge: violata la par condicio

Corriere della Sera


il segretario del pd: «i fischi? non possiamo sentirci estranei e snob»

 





Mazzuca: «Costanzo ha strumentalizzato un evento canoro, presenterò un'interrogazione parlamentare»


MILANO - Il festival di Sanremo lascia dietro sé uno strascico di polemiche, non solo relative a questioni musicali ma anche politiche. Fa discutere in particolare il mini talk show messo in piedi da Maurizio Costanzo che, dopo aver invitato sul palco tre operai di Termini Imerese, ha interpellato il segretario del Pd Bersani e il ministro Scajola, entrambi in platea.

Giancarlo Mazzuca (Pdl), componente della commissione di Vigilanza sulla Rai, parla di «gravissima violazione della par condicio» e annuncia che presenterà un'interrogazione parlamentare.

Maurizio Costanzo, spiega, «ha strumentalizzato una manifestazione canora a fini politici. Bene ha fatto Scajola a ricordare che si era nel corso di una trasmissione di spettacolo che non poteva prevedere interventi di natura politica».

«NON CREDO ALLA TRAPPOLA» - Dal canto suo Bersani, che è stato fischiato dal pubblico appena ha preso la parola (al contrario di Scajola) e ha ridotto il suo intervento a pochissime parole, dice di non credere all'esistenza di un "complotto" ai suoi danni. «Un trappolone? Io non ci credo, certo il momento poteva essere pensato meglio perché il clima era già surriscaldato dopo le esclusioni dei cantanti e l'intervento era quindi un po' a freddo, fuori dal contesto» ha spiegato al dopofestival di Youdem.tv.

Bersani, che ha partecipato alla serata finale insieme alla figlia Elisa, ha saputo solo a trasmissione già iniziata che Costanzo avrebbe dato la parola a lui e al ministro per lo Sviluppo economico. «Forse si è preso un po' sottogamba un momento così delicato con tre operai in cassa integrazione sul palco - aggiunge il segretari.

Non è stato divertente né opportuno, ma mi dispiace per gli operai. Trovi sempre qualcuno che non gradisce la loro presenza». Comunque, conclude, la Rai ha fatto bene a invitarli: «Gli spettatori non sono dei coglioni, hanno visto e alla fine stanno con i tre operai».

«NON POSSIAMO ESSERE SNOB» - Sui fischi ricevuti Bersani dice: «A Sanremo ci sono tante cose che non piacciono a tutti, ma anche cose belle. E soprattutto se c'è un evento visto da milioni di persone, non possiamo sentirci estranei e snob». Motivazione che ha convinto anche Morgan, il grande escluso di Sanremo che sabato sera si è collegato al Dopofestival.

«Non è vero che Bersani è venuto a Sanremo a raccattare voti- ha detto il cantante -. Prima di tutto è giusto che la politica i voti se li vada a prendere e poi da anni la politica si è allontanata non solo dalla gente ma dai fatti culturali ed è quindi salutare che Bersani sia andato al Festival». Tra parentesi il segretario del Pd, decretando il suo personale vincitore del festival, ha indicato proprio Morgan, anche se prima della puntata finale aveva espresso gradimento per le canzoni di Irene Grandi e Cristicchi.

Redazione online
21 febbraio 2010





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Una telefonata da Roma e il «sistema» va in allarme

Corriere della Sera




Il procuratore di Firenze chiamato dal collega Ferrara. Bertolaso «futuro ministro». Balducci: ti voglio bene

Dal nostro inviato  Marco Imarisio


FIRENZE - «Pare necessario incrociare i dati delle telefonate e degli incontri avvenuti tra il 28 e il 30 gennaio con i contatti istituzionali e le informazioni trasmesse da questo Ufficio alla Procura di Roma». Il primo atto dei magistrati di Perugia, eredi dell’inchiesta sulla presunta «combriccola» a causa del coinvolgimento dell’ex procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, accusato di aver rivelato notizie coperte da segreto istruttorio, è stato l’audizione di Giovanni Ferrara, capo dei pubblici ministeri della Capitale.

Una scelta che può essere spiegata con questa necessità, suggerita dai loro colleghi fiorentini, in una integrazione alle indagini datata 4 febbraio e inoltrata in questi giorni ai pm umbri. Dopo alcune notizie apparse sui quotidiani quello stesso giorno, il 28 gennaio Ferrara chiedeva infatti «un primo contatto informativo per via telefonica» a Giuseppe Quattrocchi, procuratore capo di Firenze, il quale gli confermava l’esistenza di un procedimento sulle vicende degli appalti del G8 alla Maddalena.

«La propalazione di questa prima notizia riservata trovava eco» nelle telefonate del medesimo giorno tra Camillo Toro, figlio di Achille, e l’avvocato Edgardo Azzopardi, amico di famiglia in contatto con Angelo Balducci e altri imprenditori coinvolti nell’inchiesta. «E si concretizzava nella richiesta di Camillo Toro di incontrare subito Azzopardi, di lì a pochi minuti, nonostante si fossero sentiti poco prima e si fossero dati appuntamento per l’indomani». All’epoca dei fatti, Toro padre guidava la sezione che si occupa di reati contro la Pubblica amministrazione, quindi era il terminale delle informazioni apprese dal suo capo.

Nella mattinata del 29 gennaio «avveniva un secondo contatto telefonico tra i vertici degli uffici delle due Procure», durante il quale Quattrocchi rivela al collega Ferrara «la pendenza di una richiesta di misura cautelare e l’esistenza di indagini per reati contro la P.A. e reati economici». Quel giorno, Roberto Di Mario, segretario di Angelo Balducci, riferisce «di una importante comunicazione appena ricevuta di presenza dell'"avvocato"», facendo riferimento ad Azzopardi, il quale chiede un incontro d’urgenza.

Balducci - annotano gli investigatori - risponde che è fuori Roma, lasciando intendere che ha capito per quale ragione gli vuole parlare Azzopardi, ma che comunque l’appuntamento richiesto va spostato. «Guarda... però ecco digli che comunque... (...) che sono fuori... che però stamattina... (inc.) Palazzo Chigi... abbiamo fatto il punto... presumo sulla stessa cosa e quindi... capito?...». Quel pomeriggio Azzopardi parla con l’ingegner Massimo Sessa, dirigente del ministero delle Infrastrutture, datore di lavoro di Camillo Toro. Insieme commentano quella che sembra essere la notizia del giorno.

Azzopardi: «Due cose... la prima: Berlusconi ha annunciato in questo attimo che Bertolaso viene nominato Ministro... sarà ministro della Protezione Civile»
.
Sessa: «E poi?»

Azzopardi: «Dopodiché... "il piccolino" ( il riferimento è a Camillo Toro, ndr)... mi ha richiamato adesso... e quindi domani mattina io... prima passerò un attimo da lui». Toro ha infatti sollecitato un nuovo incontro urgente «anche se domani è sabato, pure di sabato dobbiamo...», poiché ci sono ancora novità.
I due si risentono pochi minuti dopo, ore 18.21.

Sessa: «Senti fai una dichiarazione contro gli americani, Edi... può essere che hai un futuro». (ride)

Azzopardi: (ride) «Tu sei un ragazzo perspicace ed intelligente invece... credo che tu abbia fatto le mie stesse riflessioni». (...)

Sessa: «Eh!... bo’... mi sembra... solo lui o ha fatto anche sottosegretari?»

Azzopardi: «No... non è che li ha fatti... adesso stava a Coppito e ha detto in diretta... "ringraziamo paraparàparà -... io lo faccio Ministro"... lui si è coperto il viso, Bertolaso, come se si mettesse a piangere... si commuovesse».

Sessa: «A piangere perché si è commosso?».

Azzopardi: «Si è commosso... però non si... se rideva o se piangeva. Hai capito?... io che però... come diceva il gobbo... "a pensare male non si fa peccato..." allora ho fatto un retropensiero...».
Alle 20.36, sempre di quel 29 gennaio, Balducci chiama il fido segretario Di Mario.

Balducci: «... Hai visto Bertolaso al telegiornale? Ma poi dove va, Beni Culturali?».

Di Mario: «No, no non l’hanno detto... e quindi... ah!... va ai Beni Culturali?».

Balducci: «Così ho sentito... un’ipotesi era... potrebbe».

Di Mario: «... io pensavo che si facesse creare un ministero... alla Protezione Civile».

Balducci: «Può darsi che poi gli accorpano un po’ di cose... così almeno... ti saluto». (ride)

Di Mario: «... Era tutto contento ovviamente... dopo ’st’uscita che aveva fatto sugli Stati Uniti pensavo che qualcosa si fosse... insomma... invece... no».

Balducci: «Senti... infatti ... ti devo dire una cosa... siccome mi ha chiamato... domani lo dovrei vedere un attimo... allora... tu non è che... potresti chiamare quel signore... (Azzopardi, ndr)... Siccome io poi c’ho ’sta cosa a palazzo Chigi... con lui e quell'altro... se poteva anticiparmi un po’ l’appuntamento... un’oretta prima sarebbe l’ideale».

Di Mario: «Diciamo intorno alle 10 e mezza».

Balducci: «Se è possibile... devo dare poi una risposta nell’altra direzione».

Di Mario: «Perfetto ed io lo chiamo subito e ti faccio sapere... ciao».

Subito dopo, ore 20.39, Di Mario chiama l’avvocato Azzopardi a nome di Balducci: «Buonasera... mi scusi... mi ha chiamato Angelo... chiedeva se era possibile anticipare l’appuntamento... perché dice poi dovrebbe vedere Bertolaso a palazzo Chigi». Azzopardi fa presente che prima, alle 10.30, deve vedere «quell’altro» facendo riferimento a Camillo Toro: «Io devo vedere prima quell’altro... proprio alle 10 e mezzo... e quindi volevo essere fresco... ha capito?». Di Mario: «Come no?! ... va bene... Alle 11 sempre lì... dove c’eravamo detti». Alle 20.43, intanto, Balducci manda un sms a Guido Bertolaso. «Sono commosso ed emozionato come un fratello vero può essere.

Ti voglio bene davvero. pensa a Papà cosa direbbe. Tuo angelo». Il 30 gennaio, Azzopardi sale a casa di Camillo Toro, ore 9.25. L’incontro dura 40 minuti. Alle 10.31, poco prima dell’appuntamento fissato con Balducci e Sessa, l’avvocato spegne il cellulare. Effettivamente - annotano gli investigatori - fino alle 12.53 non verrà più registrata alcuna comunicazione. Anche Balducci si isola, lasciando il telefono nelle mani dell’autista. Arriva a casa di Azzopardi alle 10.58, a bordo di una Bmw 5. Ne esce alle 11.56. La prima telefonata che riceve è della moglie Rosanna, che mentre lo informa di cosa sta cucinando, percepisce che qualcosa non va: «Ti sento morto... tante volte quando sei al telefono esulti... ma bo!... non ti sento niente... come pensavo di parlare a nessuno...».

21 febbraio 2010




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Il Tribunale ecclesiastico: «Matrimoni misti a rischio»

Il Secolo xix


Il matrimonio misto è un matrimonio «ad alto rischio»: lo ha affermato mons. Paolo Rigon, Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Ligure, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. In simili circostanze, ha affermato, «non ci si deve illudere sulla presunta o apparente integrazione di chi ha culture e religioni diverse» perché «non è la permanenza per anni in Italia che integra e neppure gli studi fatti in Italia e, soprattutto, è necessario diffidare dalle promesse che vengono espresse da queste persone perché proprio per quanto concerne il matrimonio, la famiglia e la prole le culture ataviche hanno sempre la supremazia, oltre alla grandissima influenza delle famiglie di origine».

In particolare, ha aggiunto, «quasi tutte le religioni non cattoliche ancorchè anche cristiane (si pensi a tutte le sette protestanti, nonchè la Chiesa ortodossa orientale) non concepiscono il matrimonio come indissolubile, è un concetto totalmente al di fuori della religiosità e della cultura non cattolica». «In Italia - ha aggiunto - sono circa 300 mila le coppie miste sposate e da 200 a 300 mila quelle solo conviventi». «Nel 2005 - ha proseguito - le separazioni in Italia di matrimoni misti sono state 7.546 con un aumento del 76,7% rispetto all’anno 2000».

«CONVIVENZA SEGNO DI IMMATURITA’»

«La libera convivenza è segno di immaturità, di superficialità e quasi sempre di insicurezza» e non serve quale prova per un successivo matrimonio: lo ha affermato mons. Paolo Rigon, Vicario Giudiziale, in occasione dell’inaugurazione del Tribunale Ecclesiastico Ligure. La convivenza, ha spiegato, non serve per «dissuadere dal celebrare un matrimonio che potrebbe essere sbagliato» dal momento che «nel 45% delle nostre cause di nullità di matrimonio, la coppia ha compiuto l’esperienza della libera convivenza».

Infatti, «attuare oggi una libera convivenza è un costo di denaro e di energie, è un investimento»; la convivenza è «condizionante a livello sociale per famiglie, amici e conoscenti» ed «il non sposarsi, il lasciarsi è una delusione per tutti»; inoltre, si sta diffondendo l’idea che «una o più convivenze prenuziali precedenti fallite sotto il profilo morale e sociale costituiscono un biglietto da visita assai negativo».

Quello delle convivenze, ha spiegato ancora «è un grosso problema sociale con conseguenze nefaste e problematiche che anche lo Stato dovrebbe affrontare non scegliendo la via più facile di dare una parvenza legale alla libera convivenza, ma attraverso una forma educativa che possano far recuperare i valori insiti nella istituzione matrimoniale anche soltanto civile».

Rigon ha poi osservato che «l’esclusione della indissolubilità del matrimonio sta diventando il motivo di nullità più frequente». Per mons. Rigon la «mentalità divorzista» ha diverse cause, tra cui: «fidanzamenti sbagliati» perché «tormentati da liti ed incomprensioni che producono rotture con riconciliazioni senza consistenza; l’esperienza dei figli di separati, divorziati che spesso hanno sofferto per il dramma vissuto dai genitori e che si è inevitabilmente riflesso su di loro; l’ateismo di tante persone, per cui il sacramento non ha alcun valore ed equivale al matrimonio civile».

«La devastazione che lo sfascio delle famiglie produce sui figli - ha aggiunto mons. Rigon - è significativo e ci fa ampiamente comprendere come il matrimonio debba essere indissolubile». In questo settore, ha aggiunto, «la Chiesa ha sempre portato avanti questo messaggio anche esponendosi ad ogni più ampia e acre critica nei confronti della disciplina da applicare ai divorziati risposati».




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Ma non è il solo che viene scoperto

Il Tempo

Cocaina in Parlamento
I precedenti: l'ultimo è Piero Marrazzo, prima di lui ci furono Emilio Colombo e Cosimo Mele.

Polvere bianca, droga o cocaina, comunque la si chiami il risultato non cambia: tra quelli che, per primi, vorrebbero individuare la giusta strategia per debellarne il consumo c'è chi, impenitente, ne fa uso. Non è un mistero infatti che del tema della droga in Parlamento se ne parli da tempo e sistematicamente, basta che venga scoperto il vizietto di un politico, beccato positivo al test antidroga, per sentire elevarsi accuse e voci sdegnate. Eppure ogni volta si è punto e a capo. Era il luglio del 2002 il deputato della Margherita, Rino Piscitello, accusò l'allora viceministro Micciché di dare libero accesso a uno spacciatore di cocaina al Ministero dell'Economia. Atteggiamento che portò Piscitello a chiedere le dimissioni di Micciché. La cosa non accadde ma ci furono strascichi all'interno dell'Aula di Montecitorio. L'anno dopo, e si parla del novembre 2003, fu l'ora del senatore a vita Emilio Colombo: «La cocaina di Giuseppe Martello era per me. Sono un assuntore da più di un anno».

Una dichiarazione che portò qualche luce nell'inchiesta su droga e vip nella Capitale. Ma assieme all'ex Dc sono diversi i parlamentari che hanno deciso di fare «outing» autodenunciando passioni proibite. Ovviamente passate. Tra questi l'attuale presidente della Camera, Gianfranco Fini che nel 2006 a pochi mesi dalla fine della legislatura denunciò: «Fumarsi uno spinello può capitare, anche a chi le droghe leggere non le ama e non le difende». In fondo anche lui lo aveva fatto, da giovane in Giamaica. Una dichiarazione che si andava ad aggiungersi a quelle di Casini e della sua collega dell'Udc Erminia Mazzoni. Esempio seguito anche da Vladimir Luxuria che nel giugno dello stesso anno ammise di aver fatto uso in giovinezza non solo di cocaina, ma anche di marijuana e Lsd.

Il colpo più duro alla retorica antidroga dei politici fu quello delle Iene nel 2006: con l'inganno infatti il programma si procurò tamponi e campioni di sudore di cinquanta parlamentari e le analisi, rivelarono che un politico su tre era positivo a qualche tipo di stupefacente assunto nelle ultime 36 ore. Il servizio fu bloccato e i tamponi sequestrati dalla Procura. Daniele Capezzone, all'epoca nei Radicali, commentò: «Se un cane antidroga entrasse in certi luoghi della politica si sentirebbe male» Al 2007 invece risale lo scandalo Mele. Era la notte del 27 luglio quando in una suite dell'Hotel Flora di via Veneto a Roma il deputato dell'Udc trascorse la notte con una prostituta che, in seguito, venne ricoverata per un malore riconducibile forse all'uso di cocaina e alcol. Fino ad arrivare all'ottobre dell'anno scorso. La vicenda, questa volta, ha visto implicato il governatore della Regione Lazio, Piero Marrazzo, che venne costretto alle dimissioni dopo essere stato ripreso in un filmino in compagnia di una transessuale, con presenza di sostanze stupefacenti.


Alessandro Bertasi

19/02/2010





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Bersani va all'Ariston ma non sanno dove metterlo

Il Tempo

Sulle orme di Vendola che esibì nel '95 con Guzzanti, Pier Luigi andrà in platea insieme alla figlia. Per lui un posto da par condicio, però cercherà audience nel dopo festival.


Tutti avevano pensato all'ovvio. Quando era cominciata a circolare la voce su Bersani a Sanremo, già si esultava pensando al bravo cantautore Samuele impegnato sul palco nella serata delle leggende. Invece si trattava di Pier Luigi, volenteroso segretario del Pd, che chiede solo un posto in platea all'Ariston. Gli serve una poltrona, anzi due: la scusa è che è venuto al Festival ad accompagnare la 25enne figlia Elisa, omonima di quell'artista che lo ha «commosso» (parole sue) interpretando «Almeno tu nell'universo». Una meraviglia amorosa, nell'originale di Mia Martini, ma che forse - con quel titolo - evoca in PiGi la solitudine di un politico in cerca di se stesso, e di una strategia per catturare i «gggiovani» e i vecchi militanti sfibrati dalla mancanza di una linea. Sopratutto ora che imperversa il Principe, andato nella tana del lupo del Dopofestival di Youdem a dire che lui «vota a destra ma pensa a sinistra».

Ci manca solo che a sottrarre consensi ci si metta un rampollo monarchico: quel Filiberto trombato nell'Udc e spernacchiato dai finiani ora troneggia nel cuore dei democratici, che fingono di inorridire alla cantata nazional-trash, ma segretamente lo hanno già adottato, come sempre accade quando il radical chic incontra il cafonal mediatico. Bersani ha intuito di avere un problema, e allora è pronto allo sbarco in Riviera. L'Italia va riconquistata con una battaglia casa per casa, piazza su piazza. A Sanremo incontrerà subito i maggiorenti del Pd cittadino; più tardi sarà la volta dei ragazzi. Infine, la marcia sull'Ariston, dove dovrà trovare un abito acconcio, magari uno smoking a noleggio. Il problema del cerimoniale Rai è dove piazzarlo.

Perché siamo in par condicio, e la direttiva è di applicarla - spiegava ieri Mazza - con «buon senso». Traduzione: i politici si possono inquadrare nel contesto di una panoramica sulla sala, meglio evitare primi piani e ovviamente sollecitare dichiarazioni. Il sindaco Zoccarato, per dire, potrà premiare il vincitore di Sanremo, ma dovrà tacere. Tra quelli da far sedere in poltronissima è annunciato Scajola, ministro «di casa», e forse altri esponenti di governo. E Bersani? Seduto davanti e in mezzo rischia di diventare un caso, relegarlo in galleria è da sfigati, e qualcuno griderebbe alla tv di regime che oscura l'opposizione, etc etc.

Dai corridoi di Viale Mazzini se la cavano come neanche la sfinge di Cheope: «Gli troveremo una collocazione adeguata al suo ruolo». Si parla della decima fila. A notte il segretario (con Arnald, il blogger del "Rap dei precari"7) andrà a cantare al suo dopofestival: quello dove la senatrice Pinotti ha torturato le orecchie degli elettori azzardando «Volare» e dove ieri era annunciata la telefonata della Bindi. E dove va forte il gioco delle fantaprimarie con politici abbinati ai cantanti. D'Alema-Pupo sono stati scavalcati nei voti da Vendola (che a Sanremo si era esibito nel '95 con la Guzzanti e Riondino) e Mengoni. Bersani si è chiamato fuori dall'agone: lì non c'è il ripescaggio.

Stafano Mannucci inviato a Sanremo
20/02/2010




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Soldi dagli usurai campani per pagare le "mazzette"

IL Tempo


Appalti e Grandi Eventi, nelle intercettazioni il dialogo fra i due imprenditori che ridevano per il terremoto.
Piscicelli spiega di aver dovuto chiedere agli strozzini 100mila euro da dare ai funzionari.



Soldi dagli usurai per pagare i funzionari statali che si occupano dei Grandi Eventi. E poi «piccoli» favori, da lavori gratis nelle abitazioni dei dirigenti pubblici, ad auto prestate» alle loro mogli e, persino, «regalini da pochi euro», come le schede telefoniche per i cellulari. Il tutto in cambio di una corsia preferenziale sull'aggiudicazione degli appalti alle loro imprese. Il caso più paradossale ha per protagonista Francesco De Vito Piscicelli, che nel Natale 2007, secondo gli inquirenti, paga ad alcuni dirigenti del Dipartimento per lo Sviluppo e la Competitività del Turismo (diretta diramazione di Palazzo Chigi) di via della Ferratella in Laterano 51 centomila euro. Denaro avuto, a tassi da strozzino, da «soggetti» di Giugliano, in Campania, uno dei quali individuato per Antonio Di Nardo.

È il 18 febbraio 2008. L'imprenditore Pierfrancesco Gagliardi chiama il cognato Piscicelli (sono i due che il 6 aprile 2009 ridono subito dopo il terremoto dell'Aquila pensando agli affari che potranno o potrebbero fare sulle macerie abruzzesi) per dirgli che l'appuntamento con Riccardo Fusi (presidente del CdA della «Baldassini Tognoli Pontello spa) è rinviato. Piscicelli è disperato. Fa capire che gli servono al più presto - scrivono i carabinieri nell'informativa - «almeno 100 mila euro, presi in prestito per l'altra operazione di Natale, e quindi non può assolutamente aspettare fino a mercoldì, perché deve inderogabilmente restituire quella somma, facendo riferimento a Rocco Lamino e/o a Antonio Di Nardo».

Piscicelli: «...nooo e noi moriamo fino a mercoledì...io fino a mercoledì sono morto!...200.000 euro...». Il 24 febbraio Piscicelli chiama Antonio Di Nardo e i due si danno appuntamento di fronte al Senato, vicino al ristorante «Al Cantuccio». Sono quasi le 15. Alle 17,12 una donna chiama Piscicelli, che non risponde. Ma in sottofondo (intercettazione ambientale) si sente lui che conversa con un uomo, «verosimilmente Di Nardo», il quale in dialetto campano dice: «...sono passati 90 giorni, mo' non vogliono sapere niente, ci devi portare i soldi». Il 26 Piscicelli chiama Gagliardi per dirgli che Di Nardo «in una settimana massimo» risolverà il problema. Passiamo al 22 marzo. Gagliardi chiede al cognato se può procurargli in tempi rapidi 400 mila euro, assicurando la restituzione in due settimane a un tasso di interesse del 10% quindicinale: «...senti tu ce l'hai qualcuno che può cacciare fuori della liquidità...tipo 400.000 euro per 15 giorni anche ben remunerati?...10% per 15 giorni...»..

Lui spiega che potrebbe rivolgersi ad Antonio Di Nardo e Rocco ma che sono persone pericolose: «...si, ma son quella gente che è meglio che ci stai lontano...ma sai come Pierfrance'...andarsi ad impelagare in una situazione del genere...si, ho capito ma...se si sgarra è la fine...quello vanno trovando...». Piscicelli, rilevano gli investigatori, «parla per esperienza, facendo capire che a questi soggetti si è dovuto rivolgere nel periodo natalizio precedente per reperire la somma richiesta dai funzionari dell'ufficio ministeriale di via Ferratella diretto da Angelo Balducci», e gli hanno imposto un tasso di interesse, prima del 5%, e quindi del 10% mensile: «...eh, hai capito...io già l'altra volta dal 5 al mese...sono passati al 10...gli ho detto..."grazie mille"...che io risolsi quella cosa a Natale...no?». Gagliardi insiste e fa capire non ha alternative: «...si...però, cioè, c'è la disponibilità immediata?». Il cognato, allora, assicura che si informerà sulla disponibilità immediata della somma necessaria: «...l'altra volta mi è stato fatto...si può provare Pierfrance'...non lo so con questa cifra onestamente...'sta cifra non lo so...mi posso pure informare tanto...telefono e mi informo...».

Gagliardi è davvero in difficoltà è accenna anche alla possibilità, qualora non riceva aiuto, di diventare una sorta di «pentito», coinvolgendo tutti: «...un incubo...è un disastro...un vero disastro...cioè io c'ho da pagare 400.000 euro...mo' sono stato dalle ore 10.00 alle ore 15.00 con Andrea Masi... Colombo, eccetera...ma lì...non si fa più niente, capito?...improrogabili proprio super improrogabili...cioè...l'alternativa è che poi ovviamente divento cattivo e allora ce n'è per tutti, no...però Masi e compagnia bella...scattano le manette...eh! si...eh si... faccio scoppiare un pandemonio però se nessuno mi aiuta...ho bisogno di una copertura...dopodichè mi tolgo...».

Piscicelli cerca di tranquillizzare il cognato, sottolineando che chiamreà «quelli che si staranno ingozzando con i casatielli...e ruttando e scoreggiando intorno al tavolo» per incontrarli a Roma. Lo fa il 27 maggio. All'hotel Flora di via Veneto. Ma Piscicelli e Di Nardo non sanno che quel giorno nella strada della «dolce vita» ci sono pure i carabinieri del Ros.

Maurizio Gallo
20/02/2010




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Il caso

di Redazione


Il made in Italy vince in tribunale la battaglia del diritto d’autore. È stata infatti condannata a una multa da 40mila euro la ditta cinese operante nella provincia di Firenze che aveva copiato la lampada Arco, disegnata dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos nel 1962: vera e propria scultura d’arredo, protagonista delle riviste di settore più blasonate e di celebri scenografie cinematografiche, conosciutissima e perciò imitatissima.

Finora: perché la sezione specializzata in materia di proprietà industriale e intellettuale del tribunale del capoluogo toscano ha riconosciuto la piena sussistenza dei diritti d’autore in capo ai Flos, la violazione del marchio «Arco» e la sussistenza di atti di concorrenza sleale. La lampada-copia della società cinese House World non potrà più essere prodotta né commercializzata.

Una sentenza accolta con grande favore dal mondo del design, da tempo in guerra con tutte le forme di contraffazione, che penalizzano soprattutto il made in Italy, leader indiscusso del settore.

«La decisione - sottolinea il numero uno di Flos, Piero Gandini, che è anche presidente di Assoluce, l’associazione delle aziende del settore - assume un rilievo estremamente importante nel panorama del design italiano perché rappresenta un significativo e concreto segnale di difendibilità del nostro design dalla concorrenza sleale, che ci fa anche ben sperare per un altro analogo procedimento aperto come Flos e Assoluce presso la Corte di giustizia», dove in questione sono appunto i criteri per la protezione del design come opera dell’ingegno.

«Accolgo con soddisfazione questa decisione che finalmente dà giustizia non solo a un’impresa associata ma, con essa, a quel patrimonio inestimabile che è il design italiano - commenta il presidente di Federlegnoarredo, Rosario Messina -. Era tempo che si riconoscesse a quello che è un valore per tutto il Paese, e non solo per il nostro settore, il diritto ad essere tutelati da chi copia e fa contraffazione dei nostri marchi».



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