sabato 20 febbraio 2010

Cinque milioni di italiani usano eMule

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella alle 16:51

La popolazione italiana che naviga in Internet aumenta ogni anno. Dato banale, e fisiologico, legato alla maggiore diffusione delle connessioni e alla graduale penetrazione della Rete nei nostri stili di vita. Come si legge nella ricerca Audiweb-Doxa, il 64,6% dei residenti tra gli 11 e i 74 anni – quasi 31 milioni – ha un accesso al Web, ossia 2,9 milioni in più rispetto al 2008 (+10,4%). Sono quindi 10,8 milioni le famiglie “online” nel 2009, il 52% del totale dei nuclei italiani. Ma i due dati dello studio più interessanti, e meno scontati, sono gli unici “in negativo”: diminuisce il numero di persone che si connette a Internet dal lavoro (il 38,2% degli italiani, -4,7 rispetto al 2008) e dai emulelogo.pngluoghi di studio (7,3%, -12). La tendenza dimostra come siano in aumento nelle case i pc collegati al Web (57,1% della popolazione, +15,1 rispetto al 2008), e come la maggiore privacy e confidenza nel navigare stiano rendendo anche più maturo il rapporto degli italiani con la Rete. Su questo punto intervengono i dati di uno studio Nielsen: a gennaio ben 20 milioni di italiani hanno utilizzato un’applicazione online, dedicandovi in media 4 ore e mezza. Le più gettonate sono Messenger e Media Player di Microsoft, usate rispettivamente da 11 e 10 milioni di navigatori. A seguire quella che potrebbe essere una piccola sorpresa, ma che tale non è per un Paese di grandi e piccoli “pirati informatici”. Sul podio sale infatti eMule: il software di peer-to-peer è stato sfruttato da 5 milioni di italiani per scambiare (nel 95% dei casi illegalmente) file di ogni genere.



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Restaurate le mummie vaticane, il dna di Ni-Maat-Ra ci dirà come viveva

Il Messaggero

di Franca Giansoldati

CITTA’ DEL VATICANO (20 febbraio) - Grazie a Papa Ratzinger le mummie egizie conservate nei Musei Vaticani sono state rimesse a nuovo. Il Vatican Mummy Project, un grande progetto scientifico avviato nel 2006 per studiare e stabilizzare dai danni del tempo la collezione di mummie - sette individui adulti e due bambini - è ormai arrivata alle battute finali. L’Osservatore Romano spiega che il compito di studiare il Dna delle mummie ed individuare eventuali malattie è stato affidato ad Albert Zink, uno dei più autorevoli esperti mondiali. La prima mummia a essere indagata, è Ni-Maat-Ra, una donna vissuta nel secondo secolo avanti Cristo.

Gli esperti raccontano che si presentava in evidente stato di deterioramento a causa di un processo di imbalsamazione non accurato. L’esame al radiocarbonio ha permesso di conoscere meglio questa donna ritrovata nell’area dell’oasi del Fayyum. Il suo nome si ritrova dipinto sul papiro policromo che ricopre il corpo. Una maschera tridimensionale all’interno della quale è stata ritrovata ancora posizionata una ghirlanda di fiori e boccioli.

Il restauro di Ni-Maat-Ra ha comportato due operazioni: il capovolgimento della mummia in posizione supina per permettere di rimettere la schiena, l’assemblaggio e il riposizionamento di una grande porzione della colonna vertebrale per evitare il collassamento del torace.

Ancora in corso, invece, lo studio antropologico e le indagini del Dna. Il Vatican Mummy Project si avvale della collaborazione del Laboratorio di Diagnostica per la Conservazione e il Restauro dei Musei Vaticani, diretto da Ulderico Santamaria.


Spagna: polemiche per il cartone animato anti-corrida sulla tv pubblica

Corriere della Sera


TVE mostra un cartoon in cui il toro riesce a fuggire dall'arena e i sostenitori della corrida si indignano


MADRID (Spagna) – Anche Walt Disney, probabilmente, avrebbe scelto un lieto fine e concesso l’indulto al toro. Ma i cartoni animati trasmessi dalla prima rete della Tve, la televisione pubblica spagnola, piuttosto beffardi nei confronti del matador hanno provocato una sollevazione tra i sostenitori della corrida che non hanno tollerato l’affronto. 
 
IL FILMATO - Nel dissacrante filmato i tre protagonisti, Vipo, un cane volante, accompagnato da una gatta e da una cicogna, accorrono in aiuto di Billy, un toro relativamente mansueto e refrattario alla cruenta battaglia che lo attende nell’arena. Il torero Fernando invece assapora già il sicuro trionfo, mentre i banderilleros cercano di accecare il toro lanciandogli sabbia negli occhi, per confonderlo. I tre amici si schierano con lui: «Così non va proprio bene – protestano.

Gli altri sono molti e Billy è lì da solo. Non vuole fare male al matador, nonostante lui lo stia provocando. È un toro molto pacifico. Questo è davvero troppo». Vipo, il cane volante e la gatta Betty riescono a far fuggire il toro dall’arena, mentre il becco della cicogna Henry si cimenta in un vittorioso duello con la spada del crudele matador.

Che perde il confronto e anche il sostengo del pubblico. Finale idilliaco: il toro Billy raggiunge la campagna ed è a sua volta raggiunto da una mucca innamorata. Vipo suggella la conclusione: «Ora sarai libero – commenta rivolto a Billy -, non ti ritroverai mai più in pericolo».

«E' DISEDUCATIVO» - Scritto e diretto da Ido Angel, il cartone animato antitaurino è andato in onda nel pomeriggio di domenica, momento di massimo ascolto infantile, facendo infuriare gli adulti appassionati di corride che lo hanno giudicato «diseducativo». I forum dei giornali on line e la buca delle lettere virtuali di protesta della tivù spagnola si sono riempite di commenti indignati per l’«umanizzazione» del toro e l’irrisione alla «fiesta» nazionale.

L’ambiente più tradizionalista rimprovera a TVE di non trasmettere più da quasi quattro anni le corride, per rispetto delle fasce orarie protette. Per gli imprenditori che gestiscono le costose «plazas de toros», già poco frequentate dai giovani, non c’è peggior scenario di una nuova generazione allevata da paladini televisivi dei diritti dei tori.

Elisabetta Rosaspina
19 febbraio 2010(ultima modifica: 20 febbraio 2010)




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Parigi imita la Svizzera, due liste alle regionali: "Ora stop ai minareti"

di Rolla Scolari


Alle regionali di marzo due liste per chiedere lo stop alle "torri" islamiche.


I cugini d’Oltralpe seguono la scia della Confederazione elvetica dopo la battaglia contro il velo e le polemiche sulle carni "halal" nei ristoranti



La campagna contro i minareti dalla vicina Svizzera sconfina in Francia. Alle regionali di marzo si presentano anche due liste monotematiche che propongono uno slogan e un programma riassumibili in un coinciso: «No ai minareti». Succede in Lorena, regione della Francia nord-orientale, e nella Franca-Contea, area che confina proprio con la Confederazione elvetica. A presentare le due liste sono, secondo la definizione del Monde, «esclusi e dissidenti del Fronte nazionale» di Jean-Marie Le Pen, politici nazionalisti e di estrema destra: la Nouvelle droite populaire, di Robert Spieler, alsaziano ed ex deputato del Fn; il Parti de la France di Carl Lang, ex parlamentare europeo sempre nelle file del Fn; il Mouvement national républicain. L’obiettivo, spiegano i membri dei vari movimenti, è quello di denunciare l’islamizzazione del Paese, espressione usata pochi giorni fa dallo stesso Le Pen commentando l’apertura di otto ristoranti halal della catena Quick: seguiranno le regole alimentari dettate dall’islam.

La questione del bando dei minareti ha fatto il suo debutto in Europa nell’autunno del 2009, quando in Svizzera il partito di destra conservatore, l’Unione democratica di centro, è riuscito a raccogliere le firme per indire un referendum sulle costruzioni. Il 29 novembre il Paese è andato alle urne e il 57,5% della popolazione si è espresso contro la costruzione di nuovi minareti. Il contestato voto elvetico ha innescato in diversi Paesi dell’Unione feroci discussioni sull’islamizzazione e anche la Francia - in cui il dibattito sull’identità nazionale voluto dal presidente Nicolas Sarkozy era appena stato lanciato - è stata contagiata. Pochi giorni dopo il referendum svizzero, un sondaggio Ifpop per il quotidiano Le Figaro raccontava che il 46% dei cittadini è favorevole a un divieto sulla costruzione dei minareti.

Il successo della destra conservatrice elvetica ha spinto alcuni ex politici del Fn a fare leva sulla dibattuta questione dell’islam di Francia al voto regionale: «Scegliamo di trasformare questa elezione in un referendum locale contro i minareti e più in generale contro l’islamizzazione della nostra società», ha detto Christophe Devillers del Parti de la France. La creazione delle liste ha subito innescato la polemica: alcuni cittadini hanno chiamato le prefetture in cui i nomi sono stati registrati per lamentarsi, chiedendo la cancellazione delle liste e definendole «contrarie ai valori repubblicani». Ma le autorità hanno fatto sapere che le deposizioni sono perfettamente regolari e così i partiti porteranno i loro slogan e i loro programmi al voto di marzo. «Non penso si possa indire nel Paese un referendum sui minareti come in Svizzera - spiega al Giornale lo storico ed esperto d’immigrazione del Cnrs Patrick Weil - sarebbe incostituzionale». La questione dei minareti è sbarcata in Francia proprio mentre nasceva il dibattito sull’identità nazionale, racconta, sovrapponendosi a esso.

«Poi c’è stata la discussione sul velo integrale, quella sui ristoranti halal: siamo in un momento di disordine concettuale». Su ognuno di questi temi la Francia si è fermata a riflettere e non sono mancati gli scontri. Oggi, sui minareti, l’associazione anti-razzismo Mrap ha pubblicato un comunicato critico: «L’obiettivo delle liste è illegale, perché adotta come solo programma la discriminazione religiosa». Sullo stesso tono le dichiarazioni del Conseil français du culte musulman che non capisce «come la registrazione di queste liste sia possibile quando i loro programmi sono un’apologia alla discriminazione». E l’associazione islamica torna su un’altra tempesta mediatica di questa campagna elettorale: «Perché - si chiede - sono sorte polemiche sulla candidatura di una donna velata e non sulla lista anti-minareti?». Tra le file del movimento di Olivier Besancenot, Nouveau parti anticapitaliste, si presenta infatti un giovane, Ilham Moussaïd, 21 anni, che indossa l’hijab, il foulard che copre soltanto il capo. La sua candidatura ha provocato reazioni sia a destra sia a sinistra, oltre che all’interno del suo stesso partito.



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Così è stata fatta sparire l'ultima lettera di Cucchi

Corriere della Sera


Chiedeva aiuto. Spedita dal carcere dopo la morte



ROMA - Continua ad essere un mistero l’ultima lettera scritta da Stefano Cucchi, il trentunenne romano arrestato il 15 ottobre scorso e morto sei giorni dopo nel reparto carcerario dell’ospedale «Sandro Pertini», con le ossa rotte. Chi l’ha spedita, e perché, visto che è stata imbucata quattro giorni dopo che Stefano aveva smesso di vivere?

Quel foglio di carta vergato con calligrafia malferma in cui si chiedeva aiuto al volontario di una comunità terapeutica, chiuso in una busta, era tra le cose che Cucchi aveva con sé quando è morto. Lo dimostra l’inventario redatto all’ospedale «in riferimento al decesso del detenuto », con l’elenco degli «effetti personali», restituiti «per competenza » al carcere di Regina Coeli: oltre a due paia di calzini, due mutande, due maglie intime e una tuta da ginnastica, compare «una busta da lettera». Chiusa e contenente qualcosa, c’è da credere, altrimenti non avrebbe avuto senso riconsegnarla

Che quelle cose siano arrivate a Regina Coeli, busta compresa, è provato dal timbro del carcere e dalla firma di un agente della polizia penitenziaria. Lo stesso che qualche giorno più tardi (il documento è senza data, ma c’è il timbro di un ufficio apposto il 6 novembre) ha compilato un’altra lista di «oggetti personali rinvenuti all’interno della camera detentiva» dove si trovava Cucchi; nel verbale sono indicati la tuta, le mutande, i calzini e le magliette. Della «busta da lettera» non c’è traccia. E naturalmente non ce n’era tra gli effetti restituiti ai familiari di Stefano. Loro cercavano una lettera perché una donna della polizia penitenziaria aveva testimoniato di aver dato busta e francobollo al detenuto, e di averlo visto scrivere, ma nessuno seppe dire nulla di più.

La logica conseguenza dei due diversi verbali è che la lettera sia stata spedita dal carcere. Come mai, se dell’inquietante morte di chi l’aveva scritta avevano già cominciato a parlare televisioni e giornali? Sulla busta c’era un nome e l’indirizzo di una Comunità di Roma, e dunque si può pensare che burocraticamente chi l’ha avuta tra le mani abbia ritenuto di inviarla al destinatario; premurandosi di indicare mittente e provenienza, scritti con una calligrafia diversa da quella di Cucchi. Ma il contenuto del messaggio poteva essere utile a fare chiarezza sulla morte del giovane, o a spiegare gli ultimi giorni trascorsi tra una caserma dei carabinieri, le gabbie di un tribunale, il carcere di Regina Coeli e infine il reparto di «protetto» di un ospedale.

Invece la burocrazia ha pensato di liberarsi subito di quella busta che poteva scottare. E un po’ effettivamente scottava, visto che nella lettera Cucchi chiedeva aiuto a un suo amico della Comunità di recupero per tossicodipendenti. «Per favore almeno rispondimi, a presto», aveva scritto: è la dimostrazione che cercava un appiglio per continuare a vivere, nonostante al «Pertini » rifiutasse il cibo perché voleva un avvocato che non è mai arrivato. I suoi familiari hanno potuto leggere quell’invocazione per caso, quando all’inizio di febbraio hanno deciso di rendere pubblico il mistero della lettera sparita. Solo dopo la conferenza stampa Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, è stata chiamata alla Comunità che in passato aveva ospitato suo fratello. Le hanno consegnato il foglio, giunto a fine ottobre e messo via perché tanto ormai non c’era più niente da fare; senza pensare, nonostante il grande clamore suscitato dal «caso Cucchi», che alla famiglia potessero interessare le ultime parole di Stefano.

E’ una fra le tante stranezze di una vicenda dove trascuratezza e negligenza si sono accumulate fin dalle prime ore in cui quel tossicodipendente sorpreso con qualche dose di hashish e cocaina è finito nelle mani dello Stato: nel verbale d’arresto redatto alla stazione dei carabinieri di Roma Appia, per un evidente errore dovuto all’utilizzo di atti già redatti in precedenza sullo steso computer, Stefano Cucchi risulta «nato in Albania», in una data diversa, e «senza fissa dimora». Alla fine è scritto che «il prevenuto, interpellato, dichiarava di non dare notizia del suo avvenuto arresto ai propri familiari». Peccato che dopo essere stato fermato, Cucchi è andato coi carabinieri nella casa dove ufficialmente abitava insieme a genitori, che al termine della perquisizione l’hanno visto portare via in manette.

Giovanni Bianconi
20 febbraio 2010



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Omar: "Erika è il passato ora sogno il mare"

La Stampa

A 9 anni dal delitto di Novi Ligure, il ragazzo torna libero «I ricordi li conservo, il mio passato si perde nel buio»




FRANCO BINELLO
ASTI


Il mio passato appartiene solo a me, me lo porterò sempre dentro. Niente interviste, per cortesia. Non posso, tra poco tornerò libero». Il tono non è perentorio, pare quasi scusarsi. Omar Favaro in maggio compirà 27 anni. Dalla sera del 21 febbraio 2001, a Novi Ligure, sono passati nove anni. Lui ed Erika De Nardo inscenarono una rapina di albanesi nella villetta della ragazza, poi confessarono di aver ucciso la madre e il fratello di lei, Gianluca, 12 anni: li trafissero con 97 coltellate. Un delitto che sconvolse l’Italia. Erika e Omar, i loro nomi divennero un marchio dell’orrore familiare.

Omar è stato condannato a 14 anni, pena ridotta grazie agli «sconti» per buona condotta. Dopo il carcere minorile a Torino gli ultimi cinque anni li ha trascorsi nel penitenziario di Asti. Da un mese è semilibero, lavora in una cooperativa che si occupa di aree verdi comunali.

Un giovane come tanti: sorridente, il volto appena solcato da un filo di barba, berretto di lana nero, giubbotto arancione di servizio, jeans. E’ in una serra, sta sistemando piantine che in primavera andranno a colorare le aiuole.

Di lui parlano tutti bene. «Rispettoso, educato, sempre puntale», assicura un collega. Opinione condivisa da coloro che hanno seguito il percorso riabilitativo: agenti di polizia penitenziaria, assistenti sociali, volontari. Lui non pare sorpreso dalla curiosità che lo circonda, ha imparato a convivere col peso di essere Omar.

Ha rimorsi?
«Lo ripeto a tutti: i miei ricordi me li porterò sempre dentro. Quello che è successo è il passato, si perde nel buio. Devo guardare avanti e voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e mi stanno aiutando a uscire da quello che è stato».

Erika?
«Anche lei fa parte del mio passato. Diciamo che oggi mi è indifferente, non m’interessa. Capitolo chiuso».

Come sono stati questi anni?
«Ad Asti mi sono trovato meglio che nel carcere minorile. In tanti mi sono stati vicini ma non ho amici. Preferisco chiudere per sempre con questo mondo».

E fuori?
«Quelli che mi stanno intorno sono tutti piuttosto anziani. Vorrei farmi amici della mia età quando sarò fuori, lo spero tanto».

La famiglia?
(La voce si incrina per la commozione). «Senza di loro sarei finito, i miei sono stati straordinari. Mi hanno sempre seguito, guai se non li avessi avuti vicino».

Come vede il futuro?
«Adesso bene, tra breve dovrei uscire definitivamente. Sono in semilibertà da gennaio, i primi permessi li ho avuti nel luglio 2009».

Che lavoro sta facendo?
«Sono un giardiniere, ho un contratto di un anno che scade in dicembre, prendo 600-700 euro al mese. Dove c’è bisogno mi mandano: sto spesso in serra ma qualche volta mi portano fuori a curare i giardini del Comune, in centro ad Asti. Non mi ero mai occupato di fiori e piante. Mi piacerebbe continuare a fare questo lavoro anche dopo, da “libero”, anche se la mia aspirazione un’altra...».

Quale?
«Mi appassionano i computer, in carcere ho preso la Patente europea. Non voglio sembrare immodesto, ma credo di essere bravino in questo campo. E del resto in carcere ho fatto anche altre cose».

Quali?
«Ho collaborato al giornalino del penitenziario che esce nell’inserto del settimanale diocesano, ho anche scritto alcune favole. Poi sono stato impegnato, con altri detenuti, nella sbobinatura dei nastri delle sedute del Consiglio provinciale e qualche volta del Consiglio comunale di Asti».

Che esperienza è stata?
«Parlano tanto. Ho conosciuto anche dei politici. Alcune volte è venuto a trovarci l’ex presidente della Provincia, Roberto Marmo, che scherzando mi diceva di non trascrivere proprio tutto... A volte sentivo di quelle cose, battute naturalmente...».

E gli studi?
«Sono arrivato al quarto anno di ragioneria, me ne manca uno al diploma. Spero di concludere presto».

Com’è la sua giornata?
«Alle 7 comincio a lavorare e resto fuori fino all’una di pomeriggio. Vado a pranzo dai mei genitori, si sono trasferiti ad Asti da quattro anni. Mio padre ha un bar ad Alessandria che gestisce col fratello, mia madre è casalinga. Al pomeriggio vado a fare volontariato in un centro aggregato alla Caritas. Confezioniamo pacchi di abiti per chi ha bisogno. Poi ho la scuola guida».

Sta prendendo la patente?
«Ho cominciato a studiare per l’orale. Sono un po’ preoccupato, so che è difficile. Intanto ho fatto le prime guide, con mio padre. Non mi sembra vero».

E la sera?
«Alle 20 rientro in carcere. Seguo il calcio in televisione: sono grande tifoso del Milan e il mio idolo è Nesta, anche se adesso incomincia ad essere un po' vecchiotto come atleta. Piacerebbe anche me tornare a giocare a calcio: non ho più potuto, spero di poter trovare una squadretta appena sarò fuori».

Omar, ha già pensato alla prima cosa che farà quando sarà definitivamente libero?
«Voglio andare al mare a farmi una nuotata. Sono dieci anni che non ci vado, me lo sogno anche di notte».




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Giustizia lumaca sulla casa di Ariosto mamma di Sgarbi in lite da 26 anni

La Stampa

Una querelle in corso dal 1988 nata da una parcella sullo stabile in cui visse il padre del "Furioso"



ANCONA
Ventisei anni per una causa, e stavolta vittima della giustizia lumaca è un personaggio noto: la mamma di Vittorio Sgarbi Rina Cavallini, 83 anni. La querelle nacque da una parcella sulla casa di Ludovico Ariosto: ne scaturì un contenzioso nel 1988, e la partita non è ancora chiusa.  

Della vicenda parla l'avvocato Giampaolo Cicconi, che assiste la combattiva signora Sgarbi. Nel 1988 - spiega il legale - il Tribunale di Ferrara emise a carico della donna e delle tre sorelle un decreto ingiuntivo di pagamento di 7.075.037 in vecchie lire, a titolo di prestazioni professionali, a un geometra. La Cavallini e le sorelle proposero opposizione, sostenendo di non avergli conferito alcun incarico professionale, ma di aver stipulato con lui un contratto di appalto per lavori di manutenzione dell’immobile di loro proprietà a Ferrara, che ebbe peraltro un illustre inquilino: Ludovico Ariosto, l’autore dell’Orlando furioso.

Le sorelle chiesero la restituzione di tutte le somme corrisposte al professionista eccedenti il corrispettivo forfettario di 20 milioni di lire pattuito. Nel 2005 il Tribunale di Ferrara condannò la mamma di Sgarbi e le sorelle a pagare 380,45 euro al geometra. Questi appellò la sentenza davanti alla Corte di Bologna. A quel punto la donna, rivendicando la lungaggine del processo, fece ricorso alla Corte d’Appello di Ancona, che a maggio 2007 ha condannato il ministero della Giustizia all’indennizzo a favore della Cavallini di oltre 12 mila euro. Somma integralmente pagata dal ministero nel novembre 2007, con assegno della Banca d’Italia intestato alla signora, rimasta l’unica in vita a sostenere la sua battaglia (le sorelle sono nel frattempo morte).

«È possibile - si chiede il legale - che un processo dove la posta in gioco ammonta a poco più di 3.500 euro possa avere una durata di oltre 26 anni? Ed è proprio per questo - conclude - che la signora Rina Sgarbi, stanca di questa situazione, mi ha conferito l’incarico di proporre un altro giudizio contro il ministero della Giustizia per richiedere un secondo indennizzo derivante dalla lungaggine del processo di appello pendente davanti alla Corte di Bologna». Nonostante l'età e la durata della lite, la signora Sgarbi riparte dunque all'attacco.





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Sir Elton John: "Gesù? Gay super-intelligente"

di Redazione

Intervista choc del baronetto inglese alla rivista americana Parade: "Gesù fu una figura piena di compassione che capiva i problemi degli uomini". E spiega: "Voleva che fossimo tutti pieni di amore"



New York - God save Elton John! Sì, lo salvi da se stesso. Il baronetto inglese torna alla carica e non manca di choccare. E di fare polemica. Secondo sir Elton, infatti, Gesù era un "uomo gay super-intelligente" e "una figura piena di compassione" che "capiva i problemi degli uomini". 

La morte in croce Interrogato sulla propria religiosità sulle pagine di Parade, sir Elton ha discettato di massimi sistemi confondendo sacro e profano, peccato e santità. Non si tratta, purtroppo, di uno scherzo né di frivole allegorie. Solo la nuova novella secondo Elton John. "Sulla croce Gesù perdonò la gente che lo crocifiggeva - continua John nella sua summa theologica - Gesù voleva che fossimo tutti pieni di amore e in grado di perdonare il prossimo. 

Non capisco cosa renda la gente così crudele. Prova ad essere una lesbica in Medioriente. Meglio essere morta". Nell’intervista il cantante britannico affronta anche il tema della celebrità. Esser famoso non gli piace "perché la fama attira i pazzi". La principessa Diana, Gianni Versace, John Lennon, Michael Jackson: "Sono tutti morti". "Due di loro ammazzati fuori dalla porta di casa. Non sarebbe successo se non fossero stati così famosi", ha detto il cantante britannico che ha confessato di non avere mai avuto una guardia del corpo, ma di aver cambiato idea dopo l’assassinio di Versace.




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Quelle procure a due velocità sulle giunte rosse

di Stefano Filippi

Solo dopo mesi di stasi i magistrati di Bologna accelerano sulle spese, i viaggi e le assunzioni dell'ex sindaco Delbono. Ma in altri uffici giudiziari tutto resta fermo: nessuna notizia sulle agende che tirano in ballo il governatore Errani



Miracolo a Bologna: c’è una procura che finalmente indaga su un politico di centrosinistra alla stessa velocità con cui si applica agli altri. Fino a tre mesi fa l’inchiesta su Flavio Delbono aveva percorso non la corsia preferenziale, ma quella di decelerazione. Non soltanto l’ex vicepresidente della Regione Emilia Romagna non era indagato, ma addirittura il fascicolo era contro ignoti e stava per essere archiviato. Ora, in poche settimane, ecco spuntati viaggi-vacanza, bancomat sospetti, assunzioni di comodo, auto blu usate come quelle nel garage di casa.

I pm che hanno preso in mano le indagini dopo che il gip Giorgio Floridia ha ordinato un supplemento non procedono con le marce ridotte. Nemmeno accelerano, per la verità: per esempio, hanno sentito Delbono l’altro giorno, a un mese di distanza dal precedente interrogatorio. Ma era stato il sindaco dimissionario di Bologna a chiedere di dilatare i tempi. Voleva aspettare di essersi formalmente spogliato degli abiti di primo cittadino. Voleva che a Palazzo d’Accursio si fosse insediato il commissario prefettizio, in modo da potersi difendere in tutto e per tutto come un uomo qualunque, anche se si tratta sempre di soldi pubblici.

I magistrati l’hanno accontentato. E l’altro giorno, quando l’ex delfino di Romano Prodi è entrato nell’ufficio del pm Morena Plazzi al terzo piano del «palazzaccio» di piazza Trento e Trieste, ha trovato sul tavolo quello che mai avrebbe immaginato. La lettera strappalacrime che lui stesso aveva scritto a Cinzia Cracchi, la sua ex fidanzata, in cui le chiede di fare un passo indietro, di tacere, offrendole in cambio soldi e aiuto per il lavoro. «Adesso che siamo indagati tutti e due capisci che non posso rimetterti in Regione... Qui ci sono 5mila euro in contanti... Dopo te ne darò altri...». Cinzia, indignata, aveva stracciato il foglio davanti agli occhi di Delbono nel bar in cui si erano incontrati. Il sindaco credeva fosse sparito e poteva tranquillamente sostenere di non aver mai fatto pressioni. Invece lei più tardi aveva recuperato i brandelli di carta, li ha ricuciti e consegnati alla giustizia assieme alle dieci banconote da 500 euro.

Ora quella lettera è un pesantissimo elemento che incastra l’ex sindaco, costretto a lasciare la poltrona 48 ore dopo aver proclamato «non mi dimetterò mai». Ma ci sono altre carte autografe che i magistrati di qualche procura emiliana dovrebbero prendere in considerazione. Sono quelle portate alla luce dal Giornale la scorsa settimana: cinque agende sequestrate dai carabinieri di Comacchio a un ingegnere ravennate arrestato insieme a Giovanni Donigaglia, ex uomo-coop ed elemosiniere del Pci, in un’inchiesta per corruzione. In esse si fa più volte riferimento a un certo Vasco (cioè Vasco Errani, governatore dell’Emilia Romagna) associato a soldi, lavori pubblici e sospetti di affari illeciti («il 17 roba a Vasco», «roba piscina Vasco»). Queste agende dormono da anni in qualche cassetto di qualche procuratore. Hanno preso la via che stava per prendere anche il caso Delbono, cioè quella della giustizia a due velocità. La corsia di decelerazione, quella che conduce fuori dall’autostrada delle indagini.

C’è un giudice a Berlino, esclamò un contadino prussiano secoli fa - così almeno narra la leggenda - quando ottenne ragione in una lite contro il re di Prussia. Ora c’è un giudice anche a Bologna. Ma uno solo. Gli altri continuano ad applicare il «rito emiliano», quello in vigore dal dopoguerra. Sempre il Giornale ha scoperchiato lo scandalo del contributo dato da Errani alla cooperativa presieduta dal fratello Giovanni (coop agricola Terremerse), una faccenda piena di irregolarità e falsi. Ma non risulta ancora che qualche toga abbia deciso di fare luce sulla controversia.

In realtà, il «rito emiliano» viene applicato anche fuori dai confini della regione più rossa d’Europa. Se qualche vicenda giudiziaria sfiora un pubblico amministratore del centrosinistra, la regola è: calma, gesso e prudenza. Quando in mezzo finisce qualcuno del centrodestra, il fascicolo sale sull’alta velocità; altrimenti si procede con circospezione e guai alle fughe di notizie. Il governatore del Lazio Piero Marrazzo ha fornito versioni sempre discordanti delle vicende di cui era stato protagonista e la magistratura ha prudentemente preferito non iscriverlo tra gli indagati. Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino è apparsa in televisione mostrando i palmi delle mani bianchi e puliti di fresco mentre la giunta da lei presieduta crollava, e la procura compiva retate tra gli assessori. Il primo cittadino invece ne è uscito indenne. Ed è ancora al suo posto.



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Il teletribuno Travaglio giustizialista con i nemici, garantista con se stesso

di Giancarlo Perna

Il moralizzatore di "Annozero" ha fatto fortuna con le accuse agli altri. Ma incalzato da Belpietro e Porro ha perso le staffe. Nel 2002 andò in ferie con una persona poi condannata per mafia. Era un cattolico tradizionalista, oggi lancia sentenze sempre a senso unico




Come ogni sedicente moralizzatore, il giornalista Marco Travaglio giudica tutti con severità draconiana, salvo se stesso e i propri amici. Non ha l'ipocrisia di Totò Di Pietro - incarnazione vivente del detto «predica bene e razzola male» - ma si crogiola nell'incoerenza. Se però glielo fai osservare, strologa. È successo giovedì ad Annozero con uno strepitoso battibecco tra quattro giornalisti di lingua pronta. Da un lato, Travaglio e Norma Rangeri, del Manifesto, critici di Guido Bertolaso di casa al Salaria Sporting Center, proprietà di un imprenditore coinvolto nelle intercettazioni sulla Protezione civile. Con spreco di retorica i due hanno sostenuto che la frequentazione era inopportuna, i massaggi ambigui, ecc.

Dall'altra, Maurizio Belpietro, direttore di Libero, e Nicola Porro, nostro vice direttore, che persa la pazienza sono sbottati dicendo a Travaglio: «Anche tu sei andato in giro con gente che poi è stata condannata». Come dire: può capitare a tutti di sbagliare compagnie. Marco, messo all'angolo, si è incappiato di brutto: «Io non distribuivo denaro pubblico», mai fatto nulla di male, ecc. 

Il sottinteso era che Bertolaso invece ha scialato soldi non suoi. Ossia, in puro stile travagliesco, la sentenza prima giudizio. Ne è nato un alterco e Marco, che di norma fa perdere le staffe agli altri, le ha perse lui. «Prenditi un’aspirina», gli ha suggerito Porro. «Come ti permetti, vergognati. Liberali del cavolo», ha reagito Travaglio. «Sei un cretino», ha replicato Porro divertito e perfidamente felice di vedere Marco paonazzo anziché serafico com’è di solito. «Sei un poveraccio», ha urlato Travaglio minacciando di andarsene. Santoro si è intromesso: «Fermi, zitti e che cavolo!» e ha riportato la calma. Questo il clou della trasmissione.

Domanda: perché Marco si è inviperito all'accenno delle sue frequentazioni? Azzardo due motivi. Il primo è che ha abilmente sollevato un polverone perché la vicenda allusa non fosse rievocata. Il secondo è che ha creato un’industria editoriale - decine di volumi, prefazioni, articoli, conferenze - basata sulle accuse agli altri. Non poteva perciò permettersi di vestire lui l'abito dell'imputato mettendo a rischio un fatturato milionario e un seguito di fanatici che lo considerano santa Colomba vergine. Arrabbiandosi a freddo ha difeso il tesoro di famiglia. Qual è l'aneddoto rimasto sulla punta delle lingue di Belpietro e Porro?

Lo rivelò per primo, un paio di anni fa, Giuseppe D'Avanzo, di Repubblica, che è della stessa pasta torquemadesca di Marco ma suo acceso rivale. Nel 2002, Travaglio si fece consigliare una villeggiatura estiva da un sottufficiale della Dia, Giuseppe Ciuro. Costui, gli fornì il nome di un albergo di lusso e trascorsero insieme la vacanza. Tempo dopo, Ciuro fu condannato a quattro anni e sei mesi per favoreggiamento di Michele Aiello, il «re delle cliniche» poi condannato a 14 anni per mafia. 

Questa è la frequentazione «sbagliata» allusa da Belpietro e Porro. «Io che ne sapevo?», si è sempre difeso Marco. Già, ma che ne sapeva Bertolaso del titolare del Centro massaggi, convenzionato per di più col ministero dell'Interno? Questi sono i due pesi e due misure di stampo travagliesco. Nella villeggiatura siciliana c'è di più. Marco sostiene di avere pagato lui, e salato, il conto dell'albergo. Ma il difensore di Aiello lo smentisce. «A saldare fu il mio cliente», ha detto il legale.

Se è vero, l'intemerato Travaglio e famiglia si sono goduti gratis le ferie a spese di un mafioso. Insomma, è la solita storia: chi si impanca rischia di spiaccicarsi. Se Marco non vedesse mafiosi e disonesti ovunque, chiunque sarebbe disposto a riconoscere la sua buona fede. Essendo invece uno che pensa di sapere tutto degli altri, non è creduto se poi dice di ignorare ciò che riguarda lui. La possibilità di cadere in trappola o vale per tutti, Bertolaso compreso, o per nessuno, neanche per la vergine Colomba.

Travaglio è fatto così. Sempre in tv, due anni, fa accusò Renato Schifani, presidente del Senato, di essere amico di un mafioso, tale Mandalà. In realtà Schifani lo aveva frequentato nel 1979, successivamente lo perse di vista. Mandalà fu poi accusato di mafia nel 1998. Ma per Marco, il senatore doveva già sapere quello che sarebbe accaduto vent’anni dopo e guardarsi, fin dagli anni giovanili, dal frequentare il futuro mafioso. Un ragionamento a metà strada tra l'imbecillità e la più furiosa malafede. Se tanto mi da tanto, poteva aggiungere che Schifani, prevedendo la sua nomina a presidente del Senato nel 2008, doveva tanto più vagliare le sue amicizie del 1979. Da manicomio.

Poi, però, quando al suo sodale Di Pietro capita una cosa simile, Marco cambia tattica. Un mese fa esce la foto del 1992 di un pranzo di Totò con diversi 007, tra cui l'agente Bruno Contrada. Sette giorni dopo l'istantanea, Contrada fu accusato di mafia. «E io che ne sapevo prima?», si è difeso Di Pietro all'uscita della vecchia foto. «Giusto. Che ne sapeva?», si precipita a dargli manforte Travaglio e sul suo giornale, il Fatto, confeziona articolesse con un’unica tesi: Tonino era all'oscuro di chi fosse Contrada, non ha mica la palla di vetro, ma che si pretende, ecc. 

Così ci risiamo: il nemico Schifani doveva sapere chi era Mandalà vent'anni prima che fosse accusato; l'amico Di Pietro poteva invece non sapere quello che sarebbe successo all'agente sette giorni dopo. La sagra dell'ipocrisia. Lo dico solo per sottolineare l'attitudine travagliesca a truccare le carte non essendo, quanto a Contrada, affatto convinto delle sue colpe. Questo quarantacinquenne tribuno dalle molteplici attività editoriali basate sulle soffiate delle Procure, le sentenze, le arringhe dei Pm, è un torinese affiliato in origine alle parrocchie.

Alunno dei salesiani, debuttò nel giornalismo sulla rivista diocesana, Il nostro tempo. Era già allora arrabbiato ma di ire opposte alle odierne. Fortemente anticomunista, stava a mezza strada tra Msi e reazionarismo ecclesiale. Era un cattolico tradizionalista, sosteneva la messa in latino, denigrava preti operai e messe rock. La prima scrittura seria sul palcoscenico del giornalismo l’ebbe al Giornale di Montanelli, per intercessione di Giovanni Arpino. Si occupava di sport e tifava per il Cav contro De Benedetti ai tempi della scalata Sme. Seguì Montanelli quando Indro ruppe col Giornale e, in simbiosi con lui, cominciò a odiare il Cav. Poi ha abbracciato il giustizialismo a senso unico. La scelta lo ha fatto ricco e ci è rimasto impiccato.




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Campania, l’ombra della Gomorra rossa: i Casalesi e quei legami a sinistra

di Gian Marco Chiocci

Tra clan e politici del Partito democratico c'è una zona grigia che se coinvolgesse il centrodestra farebbe gridare allo scandalo. L’informativa bluff per infangare Cosentino. Al maxi processo Spartacus non sono stati coinvolti gli esponenti Pdl accusati sui media

 

nostro inviato a Caserta

Nicola Cosentino e non solo. Provate a immaginare se i fatti e i personaggi riportati in questa nostra inchiesta in Terra di Lavoro riguardassero il centrodestra anziché il centrosinistra. Pensate quali inchieste, quanti processi, quali e quanti scoop di giudiziaria, e che battaglie politiche e performance editoriali sul «terzo livello» politico in raccordo coi clan dei Casalesi. Già, perché se un parlamentare di centrodestra conosce un tipo che a sua insaputa è un camorrista, o lo diventerà in seguito, automaticamente è un camorrista pure lui.

Idem se ha partecipato a un pranzo con trecento persone dove c’era un mezzo boss, se è stato testimone di nozze di un affiliato a una «famiglia» casertana, se aveva un parente implicato in procedimenti per associazione mafiosa, se era in una giunta sciolta per infiltrazioni criminali, se da amministratore pubblico ha dato lavoro a società delle cosche.

Ciò che vale per la destra, non vale per la sinistra. Se si dovesse ragionare alla giustizialista maniera, si rovinerebbero svariati esponenti del Pd che in questa terra vivono e fanno politica. E che, fino a prova contraria, sono da considerarsi al di sopra di ogni sospetto perché innocenti e perché nessun velinaro di procura ha avuto mai da ridire su determinate frequentazioni e modalità di comportamento che, al contrario, agli avversari politici non vengono perdonate.

I riferimenti, anche processuali, ai vari parlamentari del Pdl Landolfi, Cosentino, Bocchino, Centaro eccetera non sono affatto casuali. E nonostante taluni siano additati come gli «onorevoli» dei Casalesi, al maxi-processo Spartacus, quello che ha sviscerato ogni dettaglio dei singoli clan, nessun accenno vi è nei loro confronti. Per la cronaca non c’è nemmeno il sottosegretario Nicola Cosentino, ininterrottamente indagato dal 1990.

INSIEME IN GIUNTA COL BOSS BARDELLINO

Basta qualche esempio per dare l’idea. A pagina 223 di Gomorra lo scrittore Roberto Saviano dedica parole affettuose all’unico politico che si sente di menzionare, Lorenzo Diana, già parlamentare Ds ed esponente della commissione Antimafia, vincitore del Premio Borsellino 2008.

Un uomo coraggiosamente contro la camorra, che nel lontanissimo biennio ’79-’80 è stato assessore a San Cipriano d’Aversa accanto a Ernesto Bardellino (fratello del superboss Antonio, capo della Nuova Famiglia, unico camorrista ad essere ammesso alla corte di Cosa Nostra) e a Franco Diana (detto «Francuccio ’o boxer», affiliato e ucciso in cella).

Di questa vicinanza politica e di presunti coinvolgimenti di suoi parenti in gravi reati ha fatto cenno in un’interrogazione parlamentare rimasta senza risposta il senatore Emiddio Novi. Fosse capitato a Cosentino, sarebbe già ad arrostire al rogo.

E che dire di quel che accade da sempre a Pignataro Maggiore, con l’ex sindaco Giovangiuseppe Palumbo, Pds, legato a Diana, marito della nipote del boss del paese Vincenzo Lubrano, mandante dell’omicidio del giudice Imposimato e parente di Raffaele Lubrano ucciso in una faida di camorra nel 2002?

LE PARENTELE SCOMODE E LE DONNE DEI CAPI

Al contrario, all’attuale sindaco Giorgio Magliocca del Pdl, è accaduto di tutto allorché è riuscito a far acquisire al Comune gli immobili sequestrati ai clan Nuvoletta, Ligato e Lubrano: quando si trattava di deliberare l’acquisizione dei cespiti confiscati, in aula si sono però presentate, urlando, alcune donne dei clan: «Ma come, proprio tu Magliocca che sei stato a cena con Lello Lubrano per chiedergli i voti». Tempo quattro anni e quella frase viene ripresa e rilanciata in consiglio comunale da Raimondo Cuccaro, ex assessore Pci, poi Pd.

Ovviamente la sparata diventa un’inchiesta. C’è da capire se Magliocca s’è davvero incontrato al ristorante Ebla di Triflisco coi criminali del luogo. Cuccaro chiama a testimoniare le donne e i parenti dei boss (sic!), che ovviamente confermano. Ma quando tocca ai ristoratori testimoniare, la smentita è categorica: «Magliocca non lo abbiamo mai visto nel nostro ristorante, piuttosto al locale è venuto Cuccaro». E sarebbe venuto per chiedere ai ristoratori di confermare in aula la versione della signora Nuvoletta. Per questo è finito lui indagato per intralcio alla giustizia.


Per fare un esempio di come ci si potrebbe impegnare a distruggere una brava persona come l’onorevole Pina Picierno, responsabile nazionale della legalità per il Pd, basterebbe ricordarle alcune vecchie vicende riguardanti lo zio che al matrimonio volle come testimoni di nozze il capocamorra Lello Lubrano e Rosa Nuvoletta, figlia di Lorenzo, il mammasantissima di Marano.

GLI APPALTI D’ORO

AGLI STRAGISTI DI SETOLA

Un po’ più d’attenzione da parte dei media, con il dovuto spirito garantista, meriterebbe invece la vicenda che ha avuto per oggetto l’ex presidente Pd della Provincia di Caserta, Alessandro De Franciscis, uno che nel 2005 è riuscito nell’impresa di sconfiggere l’uomo politico che avrebbe dovuto avere in mano tutti i voti dei clan e che invece ha perso miseramente al primo turno: sempre lui, Nicola Cosentino.

Al di là dell’inquietante frase di De Franciscis scovata dal Giornale fra i brogliacci dell’inchiesta della procura coordinata dal suocero dell’ex presidente della Provincia casertana, inchiesta sul Prg di Casagiove («Antonio, naturalmente tu adesso mi ricambi il favore con la camorra di Casale...») quel che obiettivamente meriterebbe attenzione sono i 400mila euro d’appalti finiti a una società (la Generale Impianti) riconducibile alla famiglia di Giuseppe Setola, non uno qualunque, ma il capo indiscusso dell’ala stragista dei Casalesi. Su questo filone l’ex assessore di De Franciscis, Fernando Bosco, da una settimana è indagato per abuso d’ufficio aggravato dall’articolo 7 (metodo mafioso).

LE RELAZIONI SOSPETTE E LA SCORTA BOOMERANG

La stessa ditta, e lo stesso riferimento sanguinario, hanno spopolato anche nel vicino comune di Calvi Risorta guidato dal sindaco Pd Giacomo Zacchia, aggiudicandosi anche qui appalti per migliaia di euro. E ancora, seguendo lo sputtanamento giustizialista, si potrebbe colpire facilmente il sindaco Pd di Gricignano d’Aversa (impallinato da tre pentiti), oppure il parlamentare dell’Idv, Franco Barbato, che ha chiesto al ministro Maroni una scorta per Gaetano Manna, un personaggio già segnalato dai carabinieri, discusso per alcune sue disavventure, ritratto qui a sinistra, in foto, insieme all’assassino del fratello del giudice Imposimato.

L’INFORMATIVA BLUFF SU COSENTINO E I CLAN

In questo gioco al massacro (a senso unico) quel che davvero indigna è scoprire che, per arrivare a incastrare l’attuale sottosegretario Nicola Cosentino, sette anni fa si è ricorsi a informazioni rivelatesi «false». Notizie contenute in un’informativa della Guardia di finanza dell’11.11.2003 utilizzata per iniziare a coinvolgere il centrodestra in vicende relative al disciolto Consorzio per lo smaltimento dei rifiuti Ce4 (diventato l’alibi per spiegare la devastazione del territorio prodotta dalla gestione rifiuti di Bassolino) e a quelle della società mista pubblico-privata che ne ha rappresentato il braccio operativo nelle altre attività dettate dall’emergenza rifiuti, l’Eco4 dei fratelli Orsi, equiparato al braccio operativo della camorra sui rifiuti quando si fa finta di non sapere che fu proprio la gestione commissariale di Bassolino ad affidare la raccolta dei rifiuti direttamente al Ce4-Eco4.

In quell’informativa si definiscono «di destra» personaggi cruciali nello snodo dei rifiuti che sono dichiaratamente di sinistra; si attribuisce al sindaco di Sessa Aurunca il suo essere «di destra», quando dal ’95 comanda ininterrottamente il centrosinistra; si fa riferimento a una ventina di sindaci nell’ambito del Consorzio che avrebbero subito pressioni dai clan, e non s’è trovato un riscontro nelle indagini e nei processi in corso; per irrobustire il ruolo della camorra si asserisce che il famigerato Ce4 è stato l’unico consorzio a dotarsi di una società operativa per il servizio di raccolta, quando è dimostrato l’esatto contrario. E ancora molto altro. Insomma, un gran pasticcio. Su cui prima o poi si dovrà fare luce perché non solo nel caso Cosentino tornano poche cose, a cominciare dai pentiti.




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A Milano una multa lunga tre metri

Corriere della Sera




Per un totale di 960 euro più le spese di notifica. A Milano una multa lunga tre metri. Il Comune non avverte che i pass di via Sarpi sono scaduti e andavano rinnovati alla scadenza




Srotolava e leggeva: «Avviso di deposito». Srotolava e scorreva: altro avviso, identico. Racconta: «Sembrava non finisse mai». Succede anche questo: le multe, quando arrivano «a grappolo», vengono recapitate tutte insieme. E assumono una forma strana, simile a un lunghissimo scontrino fiscale. Il rotolo di multe è arrivatoa un cittadino di via Signorelli, all’angolo con Paolo Sarpi. Srotolando e misurando, fanno due metri e 88 centimetri di multe. Novecentosessanta euro, più spese di notifica. Venerdì mattina gliene sono state recapitate altre 13. Stavolta, però, le hanno divise in altrettante buste.

All’origine delle multe ci sono i pass scaduti per circolare sotto le telecamere di via Paolo Sarpi. Permessi concessi ai residenti, poco più di mille. Ma oltre un anno fa, quando entrò in vigore la Zona a traffico limitato, nessuno spiegò ai cittadini che quei pass andavano rinnovati alla scadenza. Il Comune, un paio di settimane fa, ha ammesso che «c'è stato un concorso di responsabilità, da una parte la disattenzione dei cittadini, dall’altra una comunicazione non molto efficace da parte dell’amministrazione». C’è stato anche un passo concreto: «Abbiamo fermato la notifica delle multe a partire dal 16 dicembre». E prima di quel giorno? Qui è il punto critico. Perché chi aveva un pass scaduto in ottobre ha continuato a transitare tranquillamente sotto le telecamere ogni giorno. Spiega l’uomo dei «tre metri dimulte»: «Mi sono informato dai vigili, in poco più di tre settimane ho accumulato 88 multe». Più di 7 mila euro.

La realtà è che le informazioni sui pass di Paolo Sarpi sono state poche e confuse. Racconta un altro cittadino, anche lui di fronte a una collezione di multe poggiata sul tavolo: «Nei giorni in cui mi scadeva il pass ho chiesto informazioni al vigile di zona. Mi ha risposto: "Non si preoccupi, le arriverà il nuovo a casa"». Il nuovo permesso non è arrivato. E sono partite invece le multe. I residenti di via Paolo Sarpi attendono: «Ogni mattina può presentarsi il postino a casa con migliaia di euro di contravvenzioni. Non è un bel modo di iniziare la giornata». Il Comune non ha ancora preso una decisione definitiva, ma visto il difetto alla base della gestione dei pass, l’orientamento sembra quello di «condonare» tutte le contravvenzioni. Anche quelle precedenti al 16 dicembre. Anche quelle «da tre metri».

Gianni Santucci
20 febbraio 2010





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Olanda, il governo cade sull'Afghanistan

Corriere della Sera

Spaccatura sul prolungamento della missione militare nell'Uruzgan.

 



AMSTERDAM

Il governo olandese è caduto, a causa delle posizioni inconciliabili dei suoi componenti sulla prosecuzione dell'intervento militare in Afghanistan. Lo ha comunicato il capo dell'esecutivo alle 4.20 di sabato mattina. Il primo ministro democristiano Jan Peter Balkenende ha reso nota la spaccatura della maggioranza al termine di una riunione-fiume (circa sedici ore) del Consiglio dei Ministri sulla prosecuzione della partecipazione militare del Paese alle operazioni contro i talebani.

La seconda forza della coalizione, il partito laburista, si è ritirata: una decisione che dovrebbe portare alle elezioni, dato che l'attuale primo ministro non dispone più di una maggioranza. «Presenterò più tardi alla regina le dimissioni dei ministri e dei segretari di stato» del partito laburista, ha dichiarato Balkenende, durante una conferenza stampa, «metterò a disposizione i portafogli e gli incarichi degli altri ministri e segretari di stato».

L'alleanza tripartitica era profondamente divisa su mantenimento della presenza militare nella provincia di Uruzgan o il ritiro del contingente olandese alla scadenza della sua missione ad agosto. L'Alleanza cristiano democratica desiderava ridurre la forza esistente nella provincia esposta. Mentre il capo del governo tentava di rimandare la decisione, il ministro delle Finanze Wouter Bos, leader del partito laburista, chiedeva una decisione immediata, equivalente a compromettere la sopravvivenza del gabinetto. La missione olandese in Afghanistan, formata da 1.600 uomini, prosegue dall’agosto 2006. È costata la vita a ventuno soldati.

20 febbraio 2010




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Bye bye «Repubblica» Scalfari, Mauro & C, chi li conosce li evita

di Redazione


Fuoco amico? Chiamalo amico. Al confronto, gli anatemi più accalorati del premier contro la Repubblica sbiadiscono al rango di scherzoni. Non c’è come ascoltare le firme storiche del giornale, ora passate altrove, per capire la differenza.

Se Berlusconi si limita a sporadici contropiede, per interrompere gli attacchi incessanti dell'avversario, le firme dimissionarie impostano tutto sul duello fisico. Puntano l’uomo, non hanno paura dell’uno contro uno. Se c’è bisogno, entrano decise da dietro. E lasciano i segni sulle caviglie.

Anche in questa strana partita, qualche volta bisogna ricorrere alla prova televisiva. È grazie al replay che ora tutti sono in grado di valutare la durezza di Barbara Palombelli nel fuorionda di Mattino5. Riservando alle riprese dirette il celebrato garbo da santa donna dei salotti buoni, la sora Barbara non esita a liberare il Materazzi che evidentemente alberga sotto i suoi pizzi e fa danni atomici. Riassumendo, nell’ordine.

L’editore Caracciolo: «Defunto, poverino, ma ha seminato figli, casini, cose e ha strangolato Ciarrapico». Il fondatore Scalfari: «Sulla sua vita mi astengo, ma un giorno parlerò...». L'attuale direttore Mauro: «Anche lui...». Nonostante tutto questo, dice lei, il trio non ha comunque esitato a impaginare l’attuale «Giornale dei moralisti». Si chiede risentita l’ex coccola del glorioso tabloid: «Ma moralismo di che? Il pulpito è un pulpito dove editore, fondatore e direttore diciamo puntini puntini».

I puntini di sospensione lasciano la porta aperta a qualsiasi sviluppo. C’è tutto un pregresso di incomprensioni e risentimenti ad alimentare il rapporto. Cose loro. Ma anche se istintivamente non viene alcuna voglia di beatificare la Palombelli nel ruolo di martire e santa, perché la sua carriera è tutto fuorché un martirio, resta la sostanza di questa nuova pagina italiana.

A ventilatori accesi, vola roba ovunque. Inevitabile che qualcosa torni anche indietro, verso chi i ventilatori manovra da molto tempo, senza risparmio d’energia. Il moralismo dei moralizzatori svergognato in famiglia. A raccontare i padri della Repubblica in questo modo non sono Bondi e Bonaiuti, ma una testimone diretta e autorevole, forse persino attendibile, di casa Scalfari.

Ci siamo allevati una serpe in seno, diranno adesso in casa. La gratitudine non è di questo mondo, aggiungeranno amaramente. Ma quel che racconta oggi Barbara, nei toni mai così barbara, non può passare via come chiacchiera da pettinatrice. Tra l’altro, è solo l’inizio: Barbie è tanto buona e cara, ma secondo qualcuno è capace di reagire come una belva se le toccano gli affetti più cari.

E la Repubblica, con i ventilatori a tutta per l'Anemone-connection, i suoi affetti li sta toccando alla grande: si parla del fratello commercialista, Paolo Palombelli, come tramite fra i faccendieri del bitume e Francesco Rutelli, notoriamente marito di Palombella rosa, quando questi aveva ancora incarichi interessanti.

Ma allora c’è sotto il risentimento personale, verrà da obiettare. Siamo alle vendette meschine, ai conti da regolare. Bisogna distinguere. Una cosa è la motivazione, altra cosa sono le vicende raccontate: se sono vere restano vere. Se la Palombelli sostiene che siamo in presenza di moralisti senza morale, l’affermazione resta di per sé pesantissima.

Ovviamente se ne assume la responsabilità, e prestissimo capiremo come. L’unica cosa che andrebbe implorata di evitarci è il patetico salvataggio in corner, del tipo «sono caduta in una trappola». Da questo punto di vista, s’è già dato.

Certo che un’ipotetica campagna di rilancio de la Repubblica non potrebbe avere come testimonial le sue firme del passato. Non tutte, almeno. Ad ascoltare alcune di loro, l’unico spot possibile sarebbe «Chi li conosce, li evita». Scartiamo pure la Palombelli per eventuale conflitto d’interessi, perché accecata dai motivi personali: ma vogliamo parlare di Giampaolo Pansa, il migliore di noi?

In casa Scalfari-De Benedetti ha vissuto una vita intera. Dal ’77 al ’91 Repubblica, poi fino al 2008 L’Espresso. Anche lui, in un certo modo, vittima del moralismo: di una certa deviazione del moralismo. Diciamo del moralismo bacchettone sulla Resistenza.

Cercando la verità, come ha fatto sempre in una grandiosa carriera, ad un certo punto s’è azzardato a proporre una visione più realistica e più giusta della guerra di liberazione. Senza sconfessare nulla: soltanto parlando di tutto, anche delle degenerazioni e delle follie.

A quel punto, è terminata la sua gloriosa parabola di icona del gruppo «Espresso-Repubblica». Intuendo d’essere più sopportato che amato, ha levato il disturbo. Ne è uscito con la patente del traditore. «Mi sono accorto che con i miei articoli di politica imbarazzavo Ezio Mauro.

L’ho tolto dall’imbarazzo non scrivendo più». In questi mesi di esilio volontario, non ha mai mancato neppure lui di ricordare. «Dopo l’uscita del mio libro Il sangue dei vinti, Giorgio Bocca mi attaccava su L'Espresso nominandomi o non nominandomi, comunque scaraventandomi addosso di tutto».

Nessuno ha conosciuto meglio l’ambiente e gli uomini, per questo i giudizi di Pansa valgono qualcosa più della semplice ripicca. Su tutti, a perenne memoria, il ritratto del padrone di casa, che pure Michele Serra, un giorno, gli rinfacciò: «Scalfari? Arrogante, velenoso, portajella, meschino, grossolano, legnoso, superbo, cattivo maestro». No, non c’è davvero bisogno di sfrucugliare Bondi e Bonaiuti per raccogliere certe carinerie. Non arriverebbero mai all’altezza delle testimonianze dirette.



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Il dossier E l’ex ministro Landolfi denuncia i vizi dell’«antimafia militante»

di Redazione

Il titolo è già pronto, il libro-bianco quasi. Si chiamerà «Sgomorra» («con la S di sinistra») il corposo documento-inchiesta sugli scheletri negli armadi degli esponenti campani del Pd redatto dall’ex ministro Mario Landolfi, parlamentare del Pdl, già presidente della commissione parlamentare sulla Vigilanza Rai, su cui pende una richiesta di rinvio a giudizio per concorso in corruzione (con agevolazione di un clan mafioso).

Landolfi, che ha dato il suo ok all’utilizzazione delle sue intercettazioni (sono ferme alla Consulta), è stato tirato dentro il caso Cosentino perché il suo nome, al pari di altri politici, è stato fatto da alcuni pentiti. L’obiettivo di Landolfi è quello di presentare quanto prima alla stampa questo dossier completo su fatti e personaggi di camorra che difficilmente vedono la luce sui media omologati. Nessuna anticipazione. «Il libro vuol smascherare una lotta alla mafia politicamente sgrammaticata e scorretta. Faremo parlare i fatti delle amministrazioni rosse di Gomorra».

Saranno sviscerati documenti, sentenze, verranno rivelati i contenuti delle informative delle forze di polizia dimenticate nei faldoni dei processi. «Riveleremo al grande pubblico tante storie sconosciute, denunceremo le connivenze che stanno all’origine del tritacarne mediatico-giudiziario in Terra di lavoro». In subordine il libro punterà a svelare la spirale perversa che collega toghe e circo mediatico attivato come una catena di montaggio: dalla deposizione di verbali o stralci di intercettazioni (anche quando sono coperti dal segreto istruttorio) all’acquisizione mirata del materiale da parte del cronista (sempre lo stesso, a disposizione). «Si butta tutto in pagina, nessuno separa il falso dal vero o dal riscontrato. Nessuno che si cura delle persone che finiscono infangate e delegittimate. È ora di far conoscere chi sono i soloni dell’antimafia militante».



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Le accuse e la difesa: i primi dieci giorni dello scandalo appalti

Corriere della Sera


Nomi, legami, telefonate: radiografia dell’inchiesta. Oltre 20 mila pagine di atti giudiziari



Tre alti funzionari e un imprenditore in carcere per corruzione, ventisette persone indagate per lo stesso reato, una schiera di alti funzionari, politici intercettati indirettamente, dipendenti pubblici che al telefono mostrano dimestichezza con questo scambio tra appalti e favori che ha travolto la Protezione Civile. C’è tutto questo nelle oltre 20 mila pagine di atti giudiziari - dove le presunte violazioni penali si intrecciano con episodi di malcostume - che la procura di Perugia (che ha ereditato per competenza gli atti) sta adesso esaminando in attesa di decidere le prossime mosse.

Un’attività parallela a quella dei magistrati fiorentini che attendono la decisione del giudice sulla richiesta di altre ordinanze presentata già da qualche settimana. A dieci giorni dagli arresti, si delineano le posizioni di accusa e difesa, e ci si prepara all’evoluzione di un’indagine che potrebbe avere a breve nuovi sviluppi.

GLI ARRESTATI

Angelo Balducci Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi presidente del Consiglio dei Lavori Pubblici è accusato di aver concesso appalti a imprenditori amici - con un’attenzione particolare per il gruppo che fa capo a Diego Anemone - in cambio di numerosi benefit. In particolare: telefoni cellulari, viaggi in idrovolante e aerei privati, automobili, lavori di manutenzione delle sue case, arredi, assunzione del figlio e della nuora, pagamento dello stipendio ai domestici. I magistrati gli contestano anche di essere in società con Anemone visto che le mogli di entrambi detengono il 75 per cento della società Erretifilm che si occupa di produzioni cinematografiche. Al giudice ha detto che si è equivocato sulle parole pronunciate al telefono anche perché si trattava di conversazioni tra amici. Poi ha consegnato i contratti con le aziende che prevedono la concessione ai «controllori » di auto e cellulari.

Fabio De Santis
Funzionario delegato alla gestione Grandi Eventi e poi provveditore ai lavori Pubblici in Toscana avrebbe anche lui aiutato alcuni imprenditori - in particolare il gruppo Anemone - a ottenere gli appalti del G8 a La Maddalena, quelli per i Mondiali di nuoto a Roma e alcuni per le celebrazioni del 150˚ anniversario dell’Unità d’Italia. In cambio: cellulari, autovetture, arredi e alcune prestazioni sessuali in alberghi di Roma e Venezia messi a disposizione da Diego Anemone. Non ha risposto alle domande del giudice. Il suo avvocato Remo Pannain ha dichiarato che «potrà chiarire tutto perché i benefit erano previsti dal contratto e il resto riguarda soltanto la sfera privata».

Mauro Della Giovampaola Funzionario delegato al controllo del G8 a La Maddalena avrebbe favorito l’imprenditore Anemone ricevendo in cambio l’uso di un immobile, arredi e prestazioni sessuali. Davanti al giudice si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Diego Anemone
A 39 anni è riuscito a far aggiudicare al suo gruppo una serie di appalti da milioni di euro: lo stadio del tennis e il nuovo museo di Tor Vergata, l’aeroporto di Perugia, tre lotti a La Maddalena. E gli contestano di averli ottenuti dopo aver elargito «favori e altre utilità» ai funzionari pubblici, compreso il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso. Anche lui non ha deciso finora di non rispondere al giudice.

GLI INDAGATI

Guido Bertolaso Il capo della Protezione Civile è accusato di corruzione: avrebbe accettato da Anemone «soldi contanti e prestazioni sessuali». Bertolaso ha negato in maniera categorica qualsiasi illecito, ma non è stato ancora interrogato. Nell’ordinanza del giudice sono riportate intercettazioni telefoniche dell’imprenditore arrestato che - in vista di un appuntamento con Bertolaso - chiede a un amico se può procurargli denaro contante. «Gli investigatori ritengono che abbia una certa fondatezza ritenere che detti incontri siano stati finalizzati alla consegna delle somme», scrive il giudice che evidentemente non vuole assumersi la paternità di questo sospetto.

E in effetti al momento negli atti non si rintraccia riscontro alla dazione. Lo stesso magistrato ritiene invece «comprovata» la prestazione sessuale di una brasiliana di nome Monica all’interno del centro benessere del Salaria Sport Village (circolo sportivo di Anemone inserito nel circuito dei mondiali di nuoto) avvenuta il 14 dicembre e la ritiene una «contropartita».

Denis Verdini
Il coordinatore del Pdl è sospettato di aver favorito illecitamente la nomina di De Santis a provveditore della Toscana. Agli atti sono allegate numerose sue conversazioni, in particolare con Riccardo Fusi, patron dell’azienda toscana Btp, che gli chiede aiuto per ottenere gli appalti. Verdini dice più volte di essere a disposizione e utilizza per alcuni suoi spostamenti anche un elicottero messo a disposizione dall’imprenditore. Dopo aver appreso del suo coinvolgimento nell’inchiesta il parlamentare si è presentato ai pubblici ministeri. E ha dichiarato: «Fusi è un mio amico e gli ho presentato il mondo, ma certamente non per soldi. C’è un sistema, però non è illegale».

Riccardo Fusi Sono decine le telefonate intercettate nelle quali l’imprenditore - con l’amministratore delegato Vincenzo Di Nardo - si attiva per ottenere i lavori. E riesce a essere inserito nel sistema. La ditta riesce ad aggiudicarsi la ricostruzione di una scuola a L’Aquila dopo il terremoto.

Antonio Di Nardo Dipendente del ministero delle Infrastrutture, è uno degli uomini che mostra di poter gestire gli affari anche grazie ad alcune società nelle quali, secondo l’accusa, risulta essere gestore occulto. Ha rapporti diretti con i funzionari responsabili dei Grandi Eventi e segnala le ditte per gli appalti. I magistrati stanno anche valutando «i suoi rapporti con la criminalità organizzata campana e in particolare con soggetti vicini al clan camorristico dei Casalesi». Negli allegati ci sono sue conversazioni con Denis Verdini e con l’attuale presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro.

Francesco De Vito È l’imprenditore che la notte del terremoto «ridevo nel letto». Lui ha negato di aver mai pronunciato quella frase, attribuendola al cognato. Mostra grande attivismo per procurarsi appalti e riesce a ottenere alcuni lavori per i mondiali di nuoto. I magistrati stanno verificando se abbia ottenuto altre commesse, lui ha negato di aver mai goduto di favoritismi.

Mario Sancetta Presidente della Sezione di controllo della Corte dei Conti della Campania è in continuo contatto con imprenditori e funzionari del ministero delle Infrastrutture e dopo il terremoto de L’Aquila sollecita i suoi amici imprenditori ad attivarsi insieme a lui per farsi aggiudicare gli appalti. Dalle telefonate si capisce che a settembre 2008 ha chiesto l’intervento di Di Nardo, attraverso il coordinatore del Pdl Denis Verdini, per farsi nominare capo di gabinetto dal presidente del Senato Renato Schifani.

I POLITICI

Altero Matteol
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Denis Verdini assicura a Riccardo Fusi di averlo contattato per risolvere una questione legata all’appalto della Scuola dei marescialli ed è stata intercettata anche una telefonata diretta tra il ministro delle Infrastrutture e lo stesso imprenditore che gli chiede aiuto, ma Matteoli lo informa che sta andando in ferie. Pubblicamente il ministro ha dichiarato «con serenità, e con una punta d’orgoglio, che i miei comportamenti e la mia azione alla guida del Dicastero sono stati e saranno sempre e solo improntati al rispetto delle leggi, delle regole e della massima trasparenza».

Guido Viceconte e Mario Pepe Entrambi «sono interessati nel far aggiudicare lavori pubblici all’imprenditore Guido Ballari», ma nell’ordinanza viene anche sottolineato come «fino al dicembre 2003 Ballari e Pepe comparivano (il primo amministratore unico e il secondo socio) nella Eurogruppo servizi». In una telefonata Pepe parla pure di «far scorrere una graduatoria» con riferimento alla nomina di De Santis. Viceconte dice di aver fatto «solo un favore a un amico, basta questo per finire alla gogna?». Pepe afferma invece di aver soltanto comunicato al funzionario dei Grandi Eventi «che era stato fottuto. E per il resto posso dire che Ballari è mio amico dai tempi dell’università».

I COMPRIMARI

Giuseppe Tesauro

Il giudice della Corte Costituzionale viene intercettato più volte mentre parla con Antonio Di Nardo e lo aiuta a risolvere un contenzioso con il ministero delle Infrastrutture legato alla sua doppia veste di dipendente pubblico e imprenditore. I due si vedono più volte. Tesauro è socio, insieme a Di Nardo e al giudice della Consulta Sancetta, di una società chiamata «Il Paese del Sole Immobiliare, srl». Ma si difende: «È stato mio cliente quarant’anni fa e si è rifatto vivo da poco. La società? Era un piccolo investimento in Sardegna, l’avevo dimenticato».

Giancarlo Leone Dirigente della Rai, nelle telefonate intercettate mostra di essere buon amico di Angelo Balducci e di Diego Anemone. Con quest’ultimo parla spesso anche della ristrutturazione del suo appartamento del quale l’imprenditore si sta occupando. E si interessa di far inserire in una fiction della televisione di Stato il figlio attore di Balducci. Lui stesso assicura di aver provveduto anche a risolvere un problema che rischiava di farlo estromettere dalla produzione.

Gaetano Blandini Direttore cinema del ministero dei Bene Culturali ha rapporti con Balducci e Anemone. L’indagine mira a verificare se li abbia agevolati la società delle loro mogli nell’erogazione dei fondi per le produzioni di film. Sarebbe riuscito a far assumere una persona di sua fiducia al dipartimento Grandi Eventi.

Gli architetti e la sinistra Nelle conversazioni intercettate alcuni professionisti si lamentano perché «il sistema Veltroni» ha condizionato il sindaco di Firenze Domenici nella gestione degli appalti. Altri sostengono che «Balducci è uomo di Rutelli». Entrambi gli uomini politici del centrosinistra hanno smentito di essersi mai occupati di questo tipo di lavori.


Fiorenza Sarzanini
20 febbraio 2010



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