lunedì 15 febbraio 2010

Sant'Antonio, migliaia di fedeli in coda davanti alla Basilica

Corriere del Veneto

Padova, l'ostensione del corpo del Santo patrono della città ha preso il via alle 6.20 del mattino.
Durerà fino a sabato

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PADOVA - Almeno duemila persone hanno aspettato all’alba l’apertura a Padova dei portoni della Basilica di Sant’Antonio. Tanta era infatti l’attesa del popolo dei devoti del Santo, il cui corpo è esposto di nuovo alla fede dei pellegrini dopo l’ultima ostensione del 1981. La processione di fedeli durerà fino a sabato 20 febbraio, data in cui, salvo proroghe, il corpo di Sant’Antonio ritornerà nell’Arca da cui era stato traslato nell’aprile del 2008 per permettere i lavori di restauro della cappella. I resti del santo sono raccolti in una teca di cristallo nella cappella delle reliquie, che racchiude permanentemente il mento e la lingua incorrotta del Santo.

Attorno alla basilica sono dislocati carabinieri, polizia e volontari di protezione civile, croce rossa ed associazioni religiose che danno orientamento ed assistenza ai devoti in arrivo sul sagrato. Il flusso dei pellegrini dopo il picco delle prime due ore continua al ritmo di un migliaio di ingressi l’ora. I frati della basilica si aspettavano 100mila fedeli nei sei giorni di ostensione, cifra che potrebbe essere ampiamente superata visto che il grosso dei fedeli è atteso per venerdì e sabato. Alle 11.30 il numero dei pellegrini che ha già varcato la soglia della Basilica di Padova ha raggiunto il numero di 4000. Per disciplinare la coda, ordinata e composta, è stata creata una sorta di serpentina nel sagrato, che viene percorsa lentamente dai visitatori. La colonna di fedeli ha raggiunto via Luca Belludi, l’arteria stradale che unisce Prato della Valle alla Basilica. Tutti i pellegrini che giungono alla cappella delle reliquie lasciano in un’urna approntata per l’occasione una preghiera che viene vergata su un foglietto, consegnato prima dell’ingresso insieme ad una guida stilata dai frati della Basilica. I biglietti di preghiera sono in numero così elevato che l’urna è stata già svuotata due volte.


15 febbraio 2010








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Epifani: certificare il numero di iscritti

Corriere della Sera


«Sulla democrazia sindacale non ci siamo. Noi abbiamo 5,7 milioni di tessere, ma serve trasparenza da parte di tutti»




MILANO - È di un mese fa la rivelazione del quotidiano Europa: gli iscritti al sindacato Ugl, quello della Polverini candidata alla presidenza del Lazio, sarebbero stati gonfiati (200mila anziché i 2 milioni e 54mila dichiarati). Di due giorni fa i dati della Cisl: iscrizioni in crescita del 5% tra 2005 e 2008, con 4 milioni e mezzo di tesserati l'anno scorso.

Numeri (quelli "gonfiati") su cui il leader della Cgil Epifani chiede di fare chiarezza. «Sulla democrazia sindacale non ci siamo: uno si sveglia la mattina e dice di avere 5 milioni di iscritti e invece ne ha 500mila: chiedo una certificazione trasparente degli iscritti, ora - tuona Guglielmo Epifani durante un'assemblea a Milano in vista del congresso della Cgil -. Noi abbiamo 5,7 milioni di iscritti, ma serve trasparenza da parte di tutti: non possiamo dare spazio a chi dice una cosa e invece è un'altra».

Redazione online
15 febbraio 2010





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Il cioccolato Belga fatto dai bambini - schiavi

Libero

Quel morbido, scioglievole, famoso cioccolato belga è prodotto dai bambini -schiavi. L''allarme è di Oxfam, una delle più grandi Ong, e  rilanciato oggi dal quotidiano fiammingo Het Laaste Niews, secondo il quale il 99% del cioccolato venduto dalle grandi distribuzioni contiene cacao proveniente da Ghana o Costa d'Avorio dove ragazzini vengono sfruttati nella raccolta del prodotto. Secondo quanto scrive il quotidiano, nell'Africa occidentale sono più di centomila i bambini che lavorano nel settore del cacao e 15 mila sono considerati dei veri e propri schiavi.
 In Belgio, Kraft, la società di produzione del marchio Cote d'Or, ammette che il lavoro dei bambini costituisce un problema e spiega che non è in grado di garantire che il cioccolato non sia stato prodotto con cacao proveniente da zone dove viene utilizzato il lavoro dei bambini. Ma dal novembre 2009, spiega un rappresentante di Kraft citato dal quotidiano, «lavoriamo con cacao certificato da Rainforest Alliance e le piantagioni che impiegano il lavoro dei bambini perdono automaticamente questo riconoscimento».

Sono almeno 15mila i bambini sotto gli 11 anni che vengono trasferiti a forza dal Mali alla Costa d'Avorio. Venduti dai genitori per 30 dollari.
E sfruttati nelle piantagioni di caffè e di cacao. Sono piccoli schiavi neri venduti ad altri neri più ricchi.
Costano trenta dollari Usa l'uno e sono almeno 15mila, secondo la polizia del Mali, ma stime esatte non esistono.
Il loro unico compito è di trasportare e lavorare il cacao, per trasformare la polvere del cioccolato. E' una delle tristi storie della globalizzazione e questa volta i bianchi non c'entrano, almeno direttamente.
Ad alimentare questo esodo forzato è invece la logica del mercato del cacao, uno dei prodotti naturali più trattati nelle borse merci del mondo. La BBC conduce da mesi un'inchiesta su queste nuove forme di schiavitù nell'Africa sub-sahariana e ora ha presentato un reportage impressionante dal Mali, uno Stato stabile, ricco di turisti francesi e in decollo economico;
ma dove si vive ancora con un dollaro Usa al giorno.

12/02/2010





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Beppe Bigazzi sospeso per la ricetta sui gatti

Libero


Beppe Bigazzi è stato sospeso dalla “Prova del cuoco”. La sua ricetta “su come cucinare i gatti” non è piaciuta a nessuno. Data in diretta su Rai Uno il 10 febbraio dall’esperto gastronomico, la r5icetta spiegava nei dettagli come si cucinano gli amati felini che “sono molto più buoni di tanti altri animali”.

La rivolta contro il co-conduttore del programma di Raiuno, è scattata proprio dalle parole del presentatore. A insorgere su web e non solo gli animalisti di tutto il mondo, mentre i Verdi annunciano un esposto contro il giornalista con una grande passione per la gastronomia che dal 2000 affianca le conduttrici, Antonella Clerici prima, Elisa Isoardi poi.

L’ormai soporifero programma di cucina ha “subito una bella scossa. Bigazzi ha ricordato quando “lo si teneva per tre giorni nell’acqua del torrente” per preparare al meglio “le sue carnine bianche”.



Inevitabili le proteste: “E’ gravissimo che a RaiUno si diano ricette di cucina sui gatti, presenteremo un esposto contro Beppe Bigazzi – dice Cristina Morelli, responsabile dei Diritti degli animali dei Verdi – Dobbiamo ricordargli che i gatti, come tutti gli altri animali d’affezione, sono tutelati dalla legge 281 del 1991 che nell’articolo 1 comma 1 recita: ‘Lo Stato promuove e disciplina la tutela degli animali di affezione, condanna gli atti di crudelta’ contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente”.
 
15/02/2010




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La fidanzata di don Giorgio "Voleva vivere insieme a me"

La ritorsione di Gheddafi alla Svizzera: "Stop agli ingressi dall'area Schengen"

di Redazione

Non saranno più rilasciati visti a cittadini dei Paesi Schengen né saranno ammessi coloro già in possesso del visto. E' una "ritorsione" alla misura presa da Berna nei confronti di Muhammar Gheddafi e di altri 187 libici, banditi dalla federazione elvetica. Bloccati e poi rimpatriati tre italiani e nove portoghesi: caos all'aeroporto di Tripoli



Tripoli - Le autorità libiche hanno appena fatto sapere che, già a partire da ieri sera, non solo non saranno più rilasciati visti a cittadini provenienti da Paesi Schengen, ma che non saranno ammessi sul territorio libico anche coloro che nel frattempo arrivano con un visto Schengen. Immediate le conseguenze della decisione: tre italiani e nove portoghesi sono stati prima bloccati all’aeroporto dalle autorità libiche e poi rimpatriati.

Barriere all'area Schengen Un funzionario dell’aeroporto di Tripoli, che non ha voluto entrare nei dettagli della misura, ha spiegato che "è stata presa questa decisione: nessun visto agli europei, tranne ai britannici". Il giornale libico Oea, legato al figlio di Muammar Gheddafi, aveva diffuso per primo la notizia riferendo di un provvedimento relativo ai paesi dell’area Schengen, che comprende Svizzera, Norvegia e Islanda. Gran Bretagna e Irlanda non fanno parte dell’area Schengen. A quanto si apprende da fonti libiche, il provvedimento è una "ritorsione" alla misura presa da Berna nei confronti di Muhammar Gheddafi e di altri 187 libici, banditi dalla federazione elvetica.

Lo screzio con la Svizzera Secondo il quotidiano Oea, "le autorità svizzere hanno preso la decisione di vietare a 188 personalità libiche l’ingresso nel Paese" e tra queste parlamentari e funzionari "dell’apparato di sicurezza, di quello militare e di quello economico". Una scelta, si legge sul quotidiano, che "potrebbe minare gli interessi ella Svizzera" e alla quale Tripoli potrebbe reagire con "misure reciproche". Dall’arresto del figlio di Gheddafi, Hannibal, nel luglio del 2008, le relazioni tra Tripoli e Berna sono molto tese.

Al fermo, anche se per poche ore, di Hannibal e della moglie con l’accusa di aver maltrattato due dipendenti di un albergo di Ginevra, la Libia rispose con il processo a due uomini d’affari svizzeri accusati di violazioni del permesso di soggiorno e di attività illegali. I due sono costretti da allora a vivere nell’ambasciata elvetica. Un tribunale libico ha poi comminato nei confronti di uno di loro una multa; le accuse contro l’altro sono state lasciate cadere

Caos allo scalo di Tripoli Da ieri sera comunque è caos allo scalo internazionale di Tripoli: tutti i passeggeri provenienti da Paesi europei sono stati sottoposti a stretti controlli. Alcuni sono stati trattenuti per ore all’interno dell’aeroporto dalle autorità locali prima di essere lasciati liberi di andare. Ad essere stati rimandati indietro sono stati tutti i passeggeri con la qualifica di "manager" con visti business, per quanto riguarda gli italiani, mentre erano invitati dello stesso governo libico i 9 portoghesi che arrivavano a Tripoli in occasione della Lipo, la fiera libico-portoghese.

"E' iniziato tutto intorno alle 20 - spiega Gianluca Della Torre, Country Manager Alitalia in Libia - quando hanno fermato al loro ingresso in aeroporto 40 passeggeri provenienti da Tunisi e Malta. Poi è stata la volta del volo Alitalia delle 24 e 45. Gli ultimi ad uscire sono stati rilasciati dalle autorità libiche intorno alle 4 e 45 di questa mattina".

I tre italiani respinti I tre italiani respinti dalle autorità aeroportuali libiche provenivano con il volo AZ Alitalia delle 24 e 45 proveniente da Roma di domenica notte. Uno dei passeggeri è un residente con permesso di soggiorno, uno ha un visto d’affari ad ingressi multipli di sei mesi e uno ha un visto d’affari singolo. I tre sono stati costretti a ripartire per Roma. Secondo fonti diplomatiche non è da escludere nei prossimi giorni il ripetersi di episodi del genere, con blocchi o respingimenti in frontiera. Molte rappresentanze diplomatiche di Tripoli stanno sconsigliando quindi tutti i viaggi verso la Libia fino a quando il problema non sarà risolto.



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Kevin Smith a terra perché troppo grasso La compagnia chiede scusa via Twitter

Corriere della Sera

Il regista di «Clerks» fatto scendere da un volo della Southwest perché un solo posto per lui non è sufficiente


MILANO - Era già seduto e pronto a godersi il viaggio da Oakland a Burbank. Ma pochi minuti prima del decollo, il comandante del volo lo ha invitato a scendere. Il motivo? Risulta essere troppo grasso per stare in sicurezza in una poltrona singola. Non è la prima volta che una circostanza del genere si verifica: i regolamenti di diverse compagnie aeree prevedono che i viaggiatori «oversize» non possano viaggiare se le loro dimensioni debordano dallo spazio vitale di un singolo posto. E non è raro che una volta in cabina i passeggeri extralarge siano invitati a scendere se non hanno preventivamente provveduto ad acquistare un posto doppio.Però, questa volta, la vicenda ha fatto subito notizia. Il passeggero in questione non è infatti un anonimo viaggiatore, ma il regista Kevin Smith, che qualche anno fa ha ottenuto un discreto successo internazionale con il film «Clerks - Commessi». Il quale, una volta sbarcato suo malgrado dall'aereo della Southwest che lo avrebbe riportato a casa, ha subito diffuso la notizia via Twitter. Sempre via Twitter la notizia è stata poi commentata da migliaia di persone ed è diventata un caso nazionale (e non solo nazionale). E ancora via Twitter la compagnia ha chiesto scusa per l'inconveniente allo stesso Smith , decidendo poi di pubblicare sul proprio blog un comunicato in cui spiega la propria posizione: «Normalmente non diamo conto all'esterno del nostro modo di operare in queste situazioni individuali - spiega la Southwest -. Ma il clamore che la vicenda ha avuto rende necessaria una spiegazione pubblica».

L'«ESPULSIONE» - Tutto è iniziato sabato sera con un tweet del regista che diceva: «Sono troppo grasso. Se anche voi siete come me, potreste essere espulsi dalla Southwest Air». Il termine originale inglese usato dal regista, «ejected», rende molto bene l'idea: è lo stesso che si utilizza quando il pilota di un jet deve catapultarsi fuori e paracadutarsi perché il suo aereo è stato colpito dal fuoco nemico o si trova in una situazione di irreparabile avaria. In questo caso, l'avaria è stata tutta questione di centimetri. Smith, che dopo aver affidato al web il suo messaggio si è ritrovato con un totale di oltre un milione e 600 mila «followers» (ovvero di persone che si associano al suo account per essere costantemente informate dei ogni aggiornamentio), non aveva potuto fare nulla sul momento per contestare la decisione del comandante. Ma appena ha riacceso il cellulare si è sfogato sul portale di microblogging con una serie di assai poco concilianti messaggini di 140 battute subito ripresi da una vasta platea del popolo «cinguettante» (tweeting, appunto).

LE SCUSE DELLA COMPAGNIA - Chissà se senza la diffusione «virale» della notizia generata da quelle poche parole rimbalzate su milioni di monitor e telefonini la Southwest si sarebbe sentita comunque in dovere di dare spiegazioni «erga omnes». Stando a quanto scrivono nel loro blog, sembrerebbe di no. In un post titolato «Not so silent Bob» («Non così in silenzio Bob»), che richiama il personaggio dei fumetti di «Silent Bob» di cui Kevin Smith è autore, la compagnia spiega che effettivamente il regista, consapevole della propria stazza, aveva acquistato un doppio biglietto per volare con la compagnia. Aveva però deciso di anticipare la propria partenza e si era messo in lista d'attesa per un volo diverso da quello che aveva prenotato. Quando era arrivato il suo turno davanti al banco del check in, sull'aeromobile era rimasto un solo posto libero. Era stato imbarcato comunque, forse per una leggerezza commessa dalle hostess di terra, e solo una volta a bordo e accomodatosi in qualche modo sulla poltrona che gli era stata assegnata, si è visto invitare a scendere. Il pilota ha seguito alla lettera il regolamento e ha stabilito che per esigenze di sicurezza Mr. Smith non avrebbe potuto viaggiare in quella scomoda posizione.



CHI «FOTTE« CHI - Così la compagnia lo ha fatto imbarcare su un volo successivo, assegnandogli due posti e concedendogli un bonus di 100 dollari per l'inconveniente. La Southwest ha però ribadito la correttezza della procedura: permettere ad un passeggero in sovrappeso di sedere in un posto studiato per una corporatura standard significa obbligarlo a stare pericolosamente incastrato tra i due braccioli oppure sbordare nel posto accanto, con conseguente disagio per il passeggero che lo occupa. A conclusione della storia c'è il tweet finale, tutto incentrato sull'ironia, postato dal regista sul proprio profilo: «Piuttosto che stare seduto qui in quello che resta del giorno dell'amore (la vicenda è avvenuta appunto a cavallo della notte di San Valentino, nda) a twittare "fottiti Southwest", andrò piuttosto a pregare mia moglie di fottere Kevin Smith".

Alessandro Sala
15 febbraio 2010




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Milano, Bossi frena la furia della Lega: "I rastrellamenti? Meglio lasciar stare"

di Redazione

Dopo gli scontri di sabato sera tra nordafricani e peruviani, seguiti all'omicidio di un 19enne egiziano, il leader del Carroccio frena i suoi che, con Matteo Salvini, avevano parlato di "rastrellamenti casa per casa" per espellere gli immigrati




Milano - Bossi frena Salvini. Politca dura sull'imigrazione sì, ma sui rastrellamenti meglio lasciar perdere. "I rastrellamenti lasciamoli stare" così il segretario della Lega Nord e ministro delle Riforme, prende posizione contro l’ipotesi di "andare a prendere gli immigrati casa per casa" lanciata da alcuni esponenti del suo partito, Matteo Salvini in particolare, dopo le violenze di sabato in viale Padova a Milano. "Avete presente cosa è successo negli ultimi anni -ha aggiunto Bossi- sono arrivate montagne di immigrati e non è possibile continuare così. 

Anche io critico la sinistra che ha fatto entrare montagne di immigrati senza casa e sono nati quindi i quartieri ghetto. Se Bersani ha ragione vincerà le elezioni, altrimenti le perderà. Però i rastrellamenti lasciamoli stare". Bossi ha voluto sottolineare che lui non è un esperto: "Io parlo dal punto di vista umano. Bisogna che gli immigrati trovino lavoro e poi c’è il problema della casa e della famiglia perché un uomo non può vivere da solo". Alla domanda se non è necessaria una velocizzazione delle pratiche per il ricongiungimento familiare, Bossi ha replicato: "Se uno viene via dal suo paese lasciando la moglie un motivo forse ci sarà". 

Gasparri: "Mano ferma con ci clandestini" Per impedire guerre etniche, a Milano o nelle altre città italiane, occorre il giusto mix fra "una politica corretta di integrazione, ma soprattutto la mano ferma contro i clandestini": è il commento del presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, sui fatti di Milano. "La politica della fermezza - ha spiegato Gasparri - è l’unica che nel lungo termine paga. E poi occorrono iniziative che siano da esempio, come la revoca del permesso di soggiorno e l’espulsione immediata di chi ha generato e alimentato gli scontri. Alla violenza si risponde a colpi di legge. E quelle varate dal centrodestra - ha concluso - sono per la legalità e il rispetto".







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In caso di emergenze mediche, non consultare il Dottor House

La Stampa


Alcuni ricercatori contro la serie tv. Nel mirino anche "Grey's Anatomy" "Er" e "Private Practice": «Nel 46% dei casi riproducono pratiche errate»



NEW YORK


Dottori e infermiere di serial televisivi come "Er" e "Grey’s Anatomy" attirano milioni di telespettatori ma in quasi la metà delle scene commettono strafalcioni tecnici fornendo cattivi esempi di come si affrontano le emergenze mediche.

Lo ha rilevato uno studio canadese che ha preso in esame popolari serie tra cui anche "House" e "Private Practice". Ricercatori della Dalhousie University di Halifax, nella Nuova Scozia, esaminando 327 episodi hanno rilevato che nel 46% dei casi di ricovero d’urgenza sono state mostrate pratiche inappropriate come il tener giù il paziente, bloccarne movimenti involontari o mettergli qualcosa in bocca.

Un corretto primo soccorso è stato riconosciuto solo nel 29% dei casi, mentre in un altro 25% non è stato possibile valutarne l’adeguatezza. Il ricercatore Andrew Moeller, in una nota, ha ricordato che i serial televisivi sono potenzialmente un buon metodo per educare il pubblico ed è quindi preoccupante che questi programmi siano sbagliati per quasi la metà. Lo studio sarà presentato a Toronto, in aprile, all’assemblea annuale dell’Academy of Neurology, l’Accademia americana di neurologia.



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Milko Pennisi resta in carcere E in Comune parte l'ispezione interna

Corriere della Sera

l giudice: pericolo di inquinamento delle prove. Saranno controllate tutte le pratiche dello sportello edilizia
MILANO - Il gip di Milano, Simone Luerti, ha convalidato l'arresto e disposto la custodia cautelare in carcere per Milko Pennisi, il consigliere comunale milanese del Pdl arrestato giovedì scorso mentre intascava una mazzetta da 5mila euro. Il giudice ha confermato anche l'ipotesi accusatoria di concussione ravvisando l'esistenza in particolare del pericolo di inquinamento delle prove. E dopo l'episodio di corruzione la Giunta Moratti ha deciso di avviare un audit interno su tutte le procedure dell'edilizia privata in capo ai propri uffici. Ad annunciarlo è stato l'assessore all'Urbanistica Carlo Masseroli che ha già concordato le modalità di questa ispezione interna con il city manager Giuseppe Sala. «Sono certo - ha affermato Masseroli - che l'audit interno su tutte le procedure dell'edilizia privata darà conferma a quella trasparenza che io mi aspetto».

L'ISPEZIONE - Nelle prossime ore passeranno dunque sotto la lente di ingrandimento degli ispettori comunali le pratiche e i permessi per costruire dello sportello edilizia e di tutti gli uffici competenti. Masseroli ha assicurato che l'avvio dell'audit non dovrà in alcun modo interferire con i tempi di approvazione del piano di governo del territorio, il nuovo piano regolatore da alcune settimane all'esame del consiglio comunale per l'adozione. «Credo fortemente nella riforma urbanistica che stiamo portando avanti - ha affermato Masseroli - e che tra gli altri obiettivi ha quello di rendere più snelli i processi amministrativi e di eliminare passaggi burocratici che, se arrivano nelle mani sbagliate, possono diventare strumenti di anomalie. Questa riforma deve fondarsi su radici salde: per questo è necessario avere certezza su tutte le procedure e tutti i comportamenti all'interno delle strutture comunali».

L'INTERROGATORIO - Domenica Pennisi, durante l'interrogatorio di convalida davanti al giudice Simone Luerti, ha ammesso di aver incassato la tangente (è stato arrestato in fragranza di reato), ma ha cercato di sostenere di non aver concusso l'imprenditore Mario Basso, l'immobiliarista che l'ha denunciato. Ha ammesso soltanto di aver accettato un'offerta di denaro. In sostanza ha cercato di avvalorare la sua versione, e cioè di non aver minacciato nessuno per ottenere denaro per sbloccare la pratica ferma in Comune da tempo e che riguardava la ristrutturazione di un immobile alla Bovisa.

Redazione online
15 febbraio 2010






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L'inchiesta di Firenze: gli appalti, gli imprenditori e i contatti con i politici

Corriere della Sera

Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt

Nelle intercettazioni anche Altero Matteoli, Mario Pepe, Guido Viceconte

L'inchiesta di Firenze: gli appalti, gli imprenditori e i contatti con i politici

Le telefonate di Verdini (Pdl) e Fusi della Bpt

Denis Verdini (Eidon)
Denis Verdini (Eidon)
ROMA — «Nel corso dell’attività d’indagine sono stati raccolti numerosi elementi riferiti all’operatività di una struttura facente capo a due alti funzionari del ministro delle Infrastrutture, Angelo Balducci e Fabio De Santis, finalizzata all’illecita ripartizione dei lavori appaltati nell’ambito dei Grandi eventi». Comincia così l’informativa del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, sezione Anticrimine di Firenze, che il 15 ottobre scorso riferiva ai magistrati il presunto intreccio di corruzione e altri legami tra gli uomini che circolavano intorno alla Protezione civile e un gruppo di imprenditori. I quali, a loro volta erano in collegamento con uomini politici utilizzati per facilitare affari, incontri e contatti.

Dalle intercettazioni racchiuse nel rapporto emergono i nomi dei parlamentari del Pdl Denis Verdini, Altero Matteoli, Mario Pepe e Guido Viceconte. Ascoltati mentre s’intrattengono al telefono con alcuni dei principali inquisiti dell’inchiesta, che a loro volta hanno rapporti privilegiati con chi gestisce gli appalti fuori controllo per la realizzazione dei Grandi eventi, a partire da Balducci e De Santis. «È stata documentata la corresponsione ai predetti funzionari di utilità di varia natura da parte di un cartello di imprenditori in cui sono inseriti, tra gli altri, Francesco De Vito Piscicelli e Diego Anemone», scrivono i carabinieri. Piscicelli è l’uomo sorpreso a dire che la notte del terremoto in Abruzzo rideva pensando a quanto ci si poteva guadagnare (anche se lui ha negato, chiedendo scusa); Anemone è l’imprenditore (ora in carcere) ascoltato e pedinato mentre parlava e s’incontrava con Guido Bertolaso.

«È stato documentato — si legge ancora nel rapporto del Ros—che prima Vincenzo De Nardo e successivamente Riccardo Fusi, rispettivamente amministratore delegato e presidente del Consiglio di amministrazione della Baldassini Tognozzi Pontello (Bpt) spa, tramite l’imprenditore De Vito Piscicelli, hanno allacciato rapporti con Balducci, De Santis e un’altra funzionaria ministeriale, entrando gradualmente a far parte di questo ristretto gruppo di imprenditori favorito nelle aggiudicazioni dall’ing. Balducci e dai suoi collaboratori»; quelli che, solo per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia avevano assegnato, già nel dicembre 2007, «undici opere da realizzarsi in varie città del territorio nazionale, per un importo complessivo di circa 339 milioni di euro».

Il trio De Vito Piscicelli-Di Nardo-Fusi, secondo il rapporto dei carabinieri, «ha avuto la preventiva assicurazione che alcuni lavori (del 150˚ anniversario e del G8 alla Maddalena, ndr) sarebbero stati aggiudicati in favore delle loro imprese unite in associazione temporanea». Ma non solo: «De Vito Piscicelli, avvalendosi dei suoi consolidati ottimi rapporti con Balducci e De Santis, ha richiesto a questi di intervenire presso il ministero delle Infrastrutture al fine di far assegnare alla Bpt spa di Riccardo Fusi il cantiere per la realizzazione della Scuola marescialli dei carabinieri di Firenze».

Per questa «mediazione» De Vito Piscicelli ha chiesto a Fusi un compenso di un milione e mezzo di euro giustificato con la sua antica e consolidata rete di conoscenze, riassunta così in una telefonata del febbraio 2008: «Io ti ho messo a disposizione, a te e ai tuoi uomini, il mio background di dieci anni di buttamento di sangue... Perché sono convinto che insieme possiamo fare delle cose... Io ne avrò benefici e tu altrettanto... Io mi sono giocato dieci anni di rotture di c... di investimenti di tutti i tipi, capisci?».

Fusi in quella conversazione diceva di capire, ma nel frattempo si rivolgeva anche ad altri amici. Uno sembra essere l’onorevole Denis Verdini, già esponente di spicco di Forza Italia e ora coordinatore del Popolo della libertà. Le telefonate tra lui e Fusi sono decine. In un’occasione — riferiscono gli investigatori — il deputato si vanta con l’imprenditore fiorentino di aver contribuito a far nominare Provveditore alle opere pubbliche della Toscana Fabio De Santis, uno dei quattro finiti in carcere nei giorni scorsi.

«Ti volevo dire—racconta a Fusi il 21 gennaio 2009 — quella cosa lì romana è andata a buon fine, ma è stata dura eh... diglielo ai nostri... Poi lui... devo dire... è stato molto corretto con me... il piacere me l’ha fatto... tra l’altro ho parlato con il suo capo il quale ha detto "Va bè, se è per Denis... allora si fa". È stata una cosa dura... comunque... una cosa tosta... falla pesà, insomma». Dieci mesi prima, il 3 marzo 2008, Fusi e Verdini parlavano del «coinvolgimento in una comune operazione dell’imprenditore parmense Pizzarotti».

Verdini: «Senti me... ma te con Pizzarotti come stai?».

Fusi: «Io lo conosco, ho un buon rapporto... però c’è stata quella storia degli ospedali della Toscana... Lui si sta facendo l’interporto di Santa Croce.... le ferrovie a Bologna... roba grossa insomma, capito (...). Io non so perché serve, ma insomma...».

Verdini: «Serve per quello che tu sai... perché sembrerebbe che lì ci fossero delle possibilità... ma da andare a stuzzicare... bisogna sapere che rapporto c’hai, insomma...».

Il 28 marzo 2008, invece, discutevano di un’operazione bancaria condotta sul Credito cooperativo fiorentino.

Fusi: «Ti volevo dire, ho parlato ora con Biagini, volevo...».

Verdini: «Sì, si è fatto tutto... un po’ di fatica... ma insomma si è fatto tutto». Un mese più tardi, il 24 aprile del 2008, parlando della composizione del nuovo governo Berlusconi, a Fusi che chiedeva se poteva stare tranquillo Verdini rispondeva: «Tu devi stare tranquillo, perché io ho preso una decisione... A me mi era toccato l’Ambiente (cioè il ministero, ndr)... Però esco fuori, perché se accetto mi tocca rinunciare a tutto, lasciare la banca, capito? Quindi non posso... (...) diventerò capo del partito, prenderò il posto di Bondi (ex coordinatore di Forza Italia, ndr), anche di quello nuovo... ».

Fusi: «Te l’hai capito? Che c’è tutto il mondo... ».

Verdini: «Non ti preoccupare, siamo messi bene...».

Nell’estate di quell’anno Fusi sollecita a Verdini (che in un’occasione chiede all’imprenditore l’elicottero: «Mi sa che mi serve», e quello risponde pronto: «È a tua disposizione, quando dove e perché») un incontro con Altero Matteoli, ministro delle Infrastrutture, per discutere la vicenda della Scuola dei marescialli. Il 5 agosto l’imprenditore parla direttamente col ministro.

Fusi: «Come funzioni, sei già in vacanza? Ci si può vedere un minuto?».

Matteoli: «No, io me ne vado stanotte e torno il 27 a Roma».

Fusi: «Ah, il 27, ho capito, niente allora... So che ci dovrebbe essere stato un po’ di sviluppi per quanto riguarda la Scuola di Firenze... Dovrebbe arrivare al ministero una situazione abbastanza importante perché... l’Autorità di vigilanza ha riscontrato varie irregolarità...».

Matteoli: «Però io... fino al 27 non torno a Roma ».

Fusi: «Ho capito, va bene».

Matteoli: «Ok, buone vacanze». L’8 ottobre Fusi e Verdini parlano ancora della stessa cosa.

Fusi: «Poi ti volevo dire... con il ministro Matteoli... per quella storia della Scuola dei marescialli, che è nell’interesse dello Stato questa cosa, se si potesse anticipare... Se ci fosse verso che ci mettesse le mani lui...».

Verdini: «Con lui ho fissato che ci si sente a fine settimana... ora fammi fare... faccio lui e poi faccio quest’altro...».

Un capitolo dell’informativa dei carabinieri è intitolato «I rapporti dell’ing. Fabio De Santis e dell’ing. Angelo Balducci con l’imprenditore Guido Ballari, a sua volta in rapporti con il senatore Guido Viceconte e con l’onorevole Mario Pepe», nel quale si spiega: «Lo sviluppo investigativo consentirà di rilevare che l’on. Mario Pepe, a cui si aggiungerà anche il senatore Guido Viceconte, sono interessati nel far aggiudicare lavori pubblici all’imprenditore Guido Ballari». Gli investigatori riferiscono che fino al dicembre 2003 Ballari e Pepe comparivano (il primo amministratore unico e il secondo socio) nella Eurogruppo servizi.

In un’occasione, il 26 marzo 2008, i carabinieri ascoltano l’onorevole Pepe che parla con Fabio De Santis di un concorso interno al ministero a cui l’ingegnere ha partecipato. E gli dà brutte notizie: «Ho parlato con Costanza... lei era molto... turbata... perché dice che sei stato vittima di una faida interna al ministero... Ti hanno teso una trappola, però lei si batterà perché tu possa occupare la parte alta della classifica... (...) Noi, quello che dovremmo fare... è cercare di fare scorrere quella graduatoria... Vabbè, ma quello ce lo vediamo noi, non ti preoccupare... ».

L’intreccio di relazioni e telefonate porta i carabinieri a sostenere, in base a una conversazione del 9 giugno 2008, che «vi è qualche problema nei rapporti fra alcuni imprenditori e l’ing. Balducci; infatti Ballari riferisce a De Santis, alludendo a Balducci, che questi è stato brutalmente rimproverato da un soggetto di nome Guido, e probabilmente il riferimento è al parlamentare sen. Guido Viceconte». Diceva l’imprenditore Ballari a De Santis: «È storto perché l’ha cazziato brutalmente... (...) Bisogna trovare un sistema pe’ coprì tutto senza avere guai...». L’indomani De Santis chiamava l’onorevole Pepe e spiegava: «Allora io dovevo dire a Guido Ballari di dire a Guido Viceconte che l’appuntamento è momentaneamente sospeso perché il capo (Balducci, secondo gli investigatori, ndr) vuole fare il punto della situazione in ufficio».

Giovanni Bianconi
15 febbraio 2010



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La sera con Monica al centro benessere: «Poi l’accompagno io»

Corriere della Sera

Le intercettazioni sul caso della brasiliana ingaggiata per l’incontro con il capo della Protezione civile

ROMA — Una serata speciale organizzata al centro benessere del Salaria Sport Village per Guido Bertolaso. E ad attenderlo c’è Monica, ragazza brasiliana ingaggiata per l’occasione. L’incontro finora negato dal capo della Protezione civile è ricostruito attraverso le intercettazioni telefoniche del 14 dicembre 2008. Le nuove carte dell’inchiesta fiorentina documentano l’intrattenimento che l’imprenditore Guido Anemone, 39 anni — beneficiato con svariati appalti inseriti nei Grandi eventi, tra i quali alcuni lotti del G8 a La Maddalena —, aveva organizzato grazie all’aiuto di Simone Rossetti che del centro relax è il gestore. È la «prestazione sessuale» che il giudice fiorentino contesta a Bertolaso, indagato per corruzione assieme alle quattro persone arrestate: lo stesso Anemone e i funzionari Angelo Balducci, Fabio De Santis, Mauro Della Giovanpaola. Nei giorni successivi Anemone contatta più volte il capo della Protezione civile. Parla anche con Balducci e al centro dei loro colloqui ci sono per la maggior parte i rapporti di affari.

Regina porta «la bionda»

Il pomeriggio del 14 dicembre Guido Bertolaso chiama il gestore del centro benessere Simone Rossetti e gli chiede un appuntamento per la serata. Rossetti avverte l’imprenditore Diego Anemone. Poi, alle 18.22, «una donna di nome Regina dal forte accento brasiliano, successivamente identificata in Regina Profeta, chiede a Rossetti di avvicinarsi al Centro benessere perché gli deve far conoscere una ragazza bionda». Dalle successive conversazioni intercettate si avrà modo di rilevare che questa ragazza bionda, brasiliana e di nome Monica, è stata prescelta per intrattenere, di lì a poco, il dottor Bertolaso. Al circolo fervono i preparativi. Alle 19.09 Rossetti chiama Stefano, il factotum: «Senti hanno lasciato acceso il benessere... c’hai fatto caso ? Perfetto, verifica che sono andati via tutti quelli del centro estetico. Senti mi verifichi un attimo se c’abbiamo un bikini tipo brasiliano un po’ stretto... per questa? Lì al magazzino ».

Bertolaso e la scorta

Alle 19.56 chiama Bertolaso e, annota il giudice, «fa capire che ha la scorta».

Bertolaso: «Sono Guido...».

Rossetti: «Sì, Guido... allora guarda tutto a posto... tu quando vuoi vieni qui da me, è tutto quanto chiuso e dopo ci sono io... tu parcheggia con la macchina tranquillamente in fondo dove sta la scalinata che ti porta direttamente nel Centro benessere oppure parcheggia al solito posto come vuoi te».

Bertolaso: «Eh no io sono al solito posto perché non sono da solo... ovviamente ».

Poco dopo Rossetti fornisce a Regina le ultime istruzioni prima che arrivi il dottor Bertolaso. Poi le riferisce che provvederà lui a riaccompagnare e a pagare la ragazza: «Sì, sì dopo l’accompagno io così dopo gli do i soldini e dopo, dopo noi ci mettiamo d’accordo dai... ci vediamo un attimo». Poi parla con Erica, un’altra dipendente «raccomandando la massima riservatezza», le riferisce che Bertolaso sta per arrivare e le chiede le istruzioni per come attivare la sauna e l’impianto musicale.

Alle 21.19 squilla il telefono.

Rossetti: «Sì Guido, sono Simone... sei arrivato?».

Bertolaso: «Sì»

Rossetti: «Okay arrivo subito».

Neanche un’ora dopo avvisa Anemone: «L’ho messo a suo agio, l’appuntamento sta andando bene». Poi Anemone richiama per essere aggiornato e quando scopre che ancora non è uscito esclama: «È come se avessimo guadagnato 500 punti». Alle 23.04 Bertolaso chiama Rossetti e chiede come fa a uscire. Lui gli spiega il funzionamento della porta. Due minuti dopo «contatta Regina e la rassicura che è tutto finito e quindi provvederà a fare sì che la ragazza (Monica) chiami casa: "A posto e... tutto bene... mo’ la faccio chiamare a casa". Regina è preoccupata perché la ragazza ha lasciato il suo telefono a casa dicendo che andava al centro benessere a fare dei massaggi ».

«Togli lo champagne»

Alle ore 23.14 Rossetti chiama Stefano che è ancora al circolo: «Allora bisogna andare a sistemare il centro benessere, che ci sta lo spumante in giro e tutto quanto e questa è già pronta che deve andare via... intanto leva quello lì... e giusto la bottiglia, il doppio calice. Butta tutto. Fra quanto lo posso mandare giù quello della sicurezza?». Poi richiama Anemone: «È andato via. È rimasto più che contento, contentissimo».

Alle 23.49 è Stefano a contattarlo.

Stefano: «Oh... un’altra cosa. Io ho cercato tracce di preservativi... ma non l’ho visti...».

Rossetti: «Ma sai dove ha fatto il massaggio?... L’ha fatto alla prima sala a destra dello Scen Tao... capito?... Come esci dal centro estetico... prima sala a destra... ».

Stefano: «Okay, oramai io sono fuori ».

Rossetti: «Va beh... non fa niente dai, ho dato tutto alla sicurezza».

Stefano: «Quindi al limite se ci vuoi fare te un sopralluogo... però io ho cercato, niente. Ma lei che ti ha detto?... E dove li ha messi?».

Rossetti: «Eh... che ne so!».

Poco dopo Rossetti torna invece al centro benessere «e descrive in diretta a Stefano le operazioni di pulizia che sta effettuando. Quest’ultimo è incuriosito e gli chiede se la ragazza gli ha riferito qualcosa. Rossetti dice che preferisce raccontargli tutto di persona e gli dà appuntamento davanti alla chiesa a Settebagni ».

Fiorenza Sarzanini
15 febbraio 2010




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La piccola regina del Carnevale scoppia a piangere e lascia le danze

Corriere della Sera

A sette anni era stata scelta tra le polemiche per guidare il Viradouro Samba Group  Julia Lira, dopo 10 minuti di fronte alla folla e alle telecamere, è corsa in braccio al padre

Fotogallery

RIO DE JANEIRO - La regina del Samba ha deposto la corona. Troppo pesante. Julia Lira, sette anni, nominata tra le polemiche alla guida del Viradouro Samba Group, di cui il padre è presidente, ha retto dieci minuti di fronte alle migliaia di spettatori, ai flash dei fotografi e alle telecamere assiepate a Rio de Janeiro per il Carnevale.

IN LACRIME DOPO 10 MINUTI - Poi, dopo questo inizio da star, per cui era stata scelta viste le sue doti di miniballerina di samba, è tornata a essere bambina con i suoi sette anni: è scoppiata a piangere ed è corsa in braccio al padre che seguiva il corteo. Dopo un po' di pausa e di abbracci tranquillizzanti nuova prova per guidare il ballo, ma anche questo secondo tentativo non è andato a buon fine: Julia dopo qualche passo di samba ha abbandonato definitivamente il carnevale di Rio. Prima della parata Marco Lira, il padre della bambina, aveva assicurato che la bambina «era felice di ballare e di partecipare al Carnevale». Dopo 10 minuti lei ha cambiato idea.

15 febbraio 2010




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Belgio, incidente ferroviario causa 20 morti

La Stampa



Lo scontro tra due treni passeggeri in mattinata.
Molte persone ancora intrappolate nei vagoni
Tragedia in Belgio dove un incidente ferroviario ha provocato venti morti e diversi feriti nei pressi della stazione di Halle, una cittadina a venti chilometri a sud della capitale Bruxelles.

All’ora di punta, due treni passeggeri della linea Mons/Bruxelles sono entrati in collisione e i soccorritori sono ancora al lavoro per evacuare i passeggeri dai convogli coinvolti; secondo le prime indicazioni, ci sarebbero ancora molte persone intrappolate nei vagoni mentre alcuni dei feriti sarebbero stati ricoverati in ospedale in gravi condizioni.




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Quando anche Bersani chiese aiuto a Bertolaso

Gian Marco Chiocci
Massimo Malpica


Adesso attacca la Protezione civile, ma da ministro tentò di farle organizzare il vertice dell’Energia.

Prima avanzò le richieste tramite Enrico Letta, poi con il capo di gabinetto.

Mancavano i requisiti di legge ma il dirigente Ds non si diede per vinto



Quelli che gufano perché scoppi un'altra Tangentopoli




Roma
Prima di lapidare «San Guido» qualcuno dovrebbe andare a rileggersi le sacre scritture. In particolare il riferimento al Vangelo, secondo Giovanni, condensato nel precetto: «Chi è senza peccato scagli la prima pietra». Già, perché il primo a lanciare gravissime accuse all’indirizzo del capo della Protezione civile (arrivando a chiederne le dimissioni) dovrebbe essere l’ultimo a parlare. Suona infatti come una bestemmia la lotta politica ingaggiata da Pierluigi Bersani nei confronti del sottosegretario e della struttura da lui diretta. Bestemmia non certo per la «santità» di Bertolaso, ma semmai per una questione di coerenza. Posto che proprio Bersani, quand’era ministro, le tentò tutte, ma proprio tutte, per convincere Bertolaso a includere tra i «Grandi Eventi» una manifestazione che a lui, quale responsabile del dicastero dello Sviluppo economico, interessava in modo particolare.

Sponsorizzò l’evento coi vertici del governo, scrisse personalmente, a maggio del 2007, all’allora sottosegretario Enrico Letta, fece scrivere addirittura dal suo capo di gabinetto. Ci provò anche per vie indirette. Non si arrese nemmeno quando Guido Bertolaso rispose alla richiesta arrivata tramite Letta, con una missiva dell’inizio di giugno del 2007, in cui tra le righe traspariva una certa seccatura, dicendo che non se ne parlava nemmeno di includere il 20º congresso mondiale dell’Energia, in programma a novembre di quell’anno, alla nuova fiera di Roma, fra i Grandi eventi, semplicemente perché non se ne ravvisavano i requisiti. Si sarebbe dovuta infrangere la legge, che per dichiarare il congresso «grande evento» pretendeva «l’assoluta necessità di prevedere una norma derogatoria» per «consentire utilizzo di mezzi e poteri di carattere straordinario e urgente». Ma non c’era molto di straordinario e urgente, spiegava nero su bianco il capo della Protezione civile, aggiungendo poi che «non sembra sussistere» nemmeno «l’esigenza di porre in capo a un unico soggetto il trasferimento di eventuali risorse finanziarie occorrenti per l’attuazione di tutte le iniziative».
Insomma, «considerati la stima del numero dei partecipanti» e «la previsione del pubblico che vi prenderà parte», il congresso «spinto» da Bersani come «grande evento», tagliava corto Bertolaso in chiusura di lettera, era decisamente troppo piccolo, e «tale da poter essere gestito dagli organi competenti in via ordinaria».

Tutto chiarito? E no, perché il primo agosto dello stesso anno il capo di gabinetto di Bersani, Goffredo Zaccardi, scrive ancora a Bertolaso, replicando la richiesta, illustrando una volta di più il prestigio del Wec, «uno dei principali forum» per «il dibattito energetico mondiale». E, praticamente ignorando del tutto la lettera con cui Bertolaso aveva già spiegato i motivi per cui non riteneva di dover incardinare il congresso come «grande evento», conclude bissando l’istanza (e allegando la prima lettera di Bersani), con un giustificativo aggiuntivo: la sicurezza. «In considerazione della rilevanza dell’evento - scrive il capo di gabinetto di Bersani - al fine di garantirne la miglior riuscita e, al tempo stesso, i relativi aspetti di sicurezza, si ribadisce la richiesta, già formulata dal ministro, che il 20° congresso mondiale dell’energia venga dichiarato “Grande evento nazionale”».

E invece niente. Il dipartimento di Protezione civile risponde ancora una volta picche per le vie brevi. Normale dialettica tra istituzioni, verrebbe da dire. Però poi Bertolaso finisce nella bufera giudiziaria che si abbatte da Firenze sugli appalti per il G8 alla Maddalena, e salta fuori Bersani a chiederne la testa. Il primo a pensar male è stato proprio il capo della Protezione civile, che ieri nell’intervista al Giornale ha dichiarato di voler dire «due o tre cose» al segretario del Partito democratico. Che magari non ha tra i «moventi» del suo attacco politico al sottosegretario quel vecchio «no». Ma che, visto il precedente, potrebbe evitare di sparare a zero sulle «procedure discrezionali» previste per i grandi eventi. Proprio quelle per cui lui ha speso - invano - inchiostro e pressioni, meno di tre anni fa.
E invece, a scorrere il Bersani-pensiero degli ultimi giorni, pare che il numero uno del Pd abbia fatto una scelta diversa. Il presupposto è il solito garantismo per cui «le eventuali responsabilità penali le stabilirà la magistratura» e «nessuno si mette a fare il giudice». Salvo che poi giudizi e pregiudizi Bersani non li lesina di certo: «C’è una responsabilità oggettiva, un andazzo che non è accettabile, bisogna tirare le somme», spiegava il segretario venerdì scorso a Pisa. Per poi lanciare un attacco alla formula dei «grandi eventi», quelli appunto a cui lui da ministro guardava speranzoso. «C’è da dire che queste procedure discrezionali danno luogo a rischi enormi. Il governo sta proponendo in questi giorni di triplicare queste procedure. È un’assurdità», sibila Bersani. Spingendosi quindi ben dentro il giudizio di merito: «Non possiamo chiamare emergenza i Campionati di nuoto o il piano carceri, perché poi succedono queste cose».

E il congresso sull’energia? Memoria corta? Può darsi, ma di certo Bersani dal giorno dell’arresto di Balducci e degli altri dirigenti, proprio sul punto dell’eccessivo allargamento dei «grandi eventi», non ha mancato di tirare siluri a Bertolaso. «Dobbiamo sapere se il G8 e i mondiali di nuoto e ogni cosa sono un’emergenza, e in nome di questo si può venir meno ai processi di trasparenza. Io dico no», diceva mercoledì scorso l’uomo che voleva il «grande evento» per un convegno che registrò poche migliaia di visitatori. E le dichiarazioni del segretario del Pd di adesso paiono copiate proprio dalla risposta negativa del capo della Protezione civile di allora. «Vogliamo di nuovo andare per questa strada, chiamando emergenza quel che di normale accade in un Paese, per derogare a meccanismi trasparenti?». Ma quando lo diceva Bertolaso, chissà come mai, a Bersani non stava bene per niente.



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Giustizialisti e processi a pagamento

di Stefano Zurlo

Il giornalista del Fatto, il filosofo dipietrista Vattimo e il procuratore Caselli si improvvisano attori per mettere sotto inchiesta anche la Chiesa e riscrivere la storia di Galileo. Serata in pompa magna al Regio di Torino, e per il pubblico ingresso a 10 euro





Il precedente verdetto gli andava stretto. E allora hanno deciso di fare le cose in grande: un altro processo. Tanto loro, ci sono abituati. Giancarlo Caselli ha messo sotto inchiesta metà della prima Repubblica e, per par condicio, pure la seconda. Marco Travaglio, invece, le sue requisitorie le fa puntuali come un treno svizzero sulla carta stampata e in televisione. Quanto al terzo della compagnia, Gianni Vattimo, è un filosofo abituato a nuotare controcorrente nei flutti della storia ma per non farsi mancare nulla, oltre a Hegel e Nietzsche, si è agganciato all’attualità andando ad occupare una poltrona a Strasburgo come eurodeputato dell’Italia dei valori.

Un terzetto strepitoso. Pronto, finalmente, per debuttare a teatro. Dove verrà data un’altra chance, nientemeno, a Galileo Galilei. Persino la Chiesa, che ha l’eternità in tasca, ha ammesso di essere andata troppo per le spicce. Quello a Galileo fu un processo, non proprio canonico, di quelli - così ci hanno spiegato a scuola - col verdetto già scritto prima ancora di cominciare. Un po’ come è successo la scorsa settimana in corte d’appello a Milano: quando un avvocato ha messo, pare per sbaglio, le mani nel fascicolo del presidente e ha trovato il verdetto di colpevolezza già pronto.

Ora le mani nella storia, e che storia, le metteranno i tre splendidi piemontesi. Già forgiati a mettere le mani nella cronaca e a scagliare i loro anatemi sul parterre della politica italiana. Il «Processo a Galileo» andrà in scena questa sera al Piccolo Regio di Torino, uno dei più importanti teatri italiani. E il pubblico, naturalmente, dovrà mettere mano al portafoglio per partecipare all’happening. Il biglietto costerà 10 euro a testa. Neanche tanto, rispetto alle cifre che si sborsano per pranzare con questo o quel big. Insomma, la compagnia dei giustizialisti si esibirà a pagamento. Del resto non capita tutti i giorni di vedere tre icone in un colpo solo. L’effetto sarà da museo, più che da teatro.

L’idea è dell’Associazione «Il libro ritrovato», l’adattamento è di Laura Salvetti Firpo. Certo, avremmo gradito, visto il concentrato di intelligenze, un processo più che a Galileo alla Rivoluzione francese. Si sa, la premiata ditta Travaglio & soci è accusata, un giorno sì e l’altro pure, di essere animata da spirito neogiacobino. Quale occasione migliore dunque per vedere i figli che ghigliottinano i padri? Niente da fare, sarà per la prossima volta, magari con ingresso libero.

Ma lo spettacolo di questa sera avrà un altro lato stimolante: sarà in qualche modo interattivo. Ovvero, il pubblico formerà la giuria. Ma prima, se la vedranno loro. Il giornalista, il procuratore, il filosofo, il teologo. Sì, perché sul palco ci sarà pure don Ermis Segatti, ammiratore dell’escatologia e della demonologia di Travaglio oltreché ottimo conoscitore delle Sacre scritture. Travaglio sarà Galileo, Vattimo giocherà la parte dell’avvocato difensore, Segatti sarà il pm del Sant’Uffizio, infine Caselli il Presidente della corte. E sarà lui, se abbiamo compreso lo svolgimento della serata, a coordinare il voto del pubblico.

Vedremo come andrà a finire. Ma certo, i quattro attori non professionisti riscriveranno una pagina di storia. La tentazione è troppo grande per limitarsi ad un compitino di basso profilo. Chissà, forse alla fine della performance, le maschere del Regio manderanno le carte alla Procura generale di Torino, ovvero allo stesso Caselli, per avviare un’indagine sui comportamenti della Chiesa nel Seicento. E Travaglio ne racconterà le evoluzioni sul Fatto, il quotidiano frequentato anche dalle altre tonache e toghe chiamate a recitare. Ci saranno, forse, arresti, fughe di notizie, interrogatori, sia pure virtuali. E Vattimo ne discetterà con un saggetto acuminato dei suoi, esattamente come ha fatto a proposito di Tonino spiegando con una mezza capriola ai lettori della Stampa «il carattere esemplare e rinnovatore che l’Italia dei valori giustamente rivendica», anche se Di Pietro ha deciso di votare in Campania per l’inquisito Vincenzo De Luca.

Facile prevedere la standing ovation. E magari pure una pillola di bis sul processo breve. In effetti, che serata sarà senza una qualche punzecchiatura al Cavaliere? E alla sua maggioranza? Certo, Silvio non c’era ai tempi di Galileo. Ma il teatro permette il miracolo. E anche la storia, come la cronaca, si presta ad essere aggiustata.



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Bersani chiese aiuto a Bertolaso

di Redazione


Basta rovistare fra le carte per scoprire che questa storia di Bertolaso può essere pedagogicamente utile. La sinistra da quando la Procura di Firenze ha aperto un’inchiesta sulle presunte ruberie nella Protezione Civile, predica che la gestione delle cosiddette emergenze va riveduta e corretta secondo schemi burocratici per favorire i controlli. Pierluigi Bersani in persona, segretario del Pd, oltre ad aver formalmente chiesto le dimissioni del sottosegretario più stimato dagli italiani, pretende di trasformare l’attuale organizzazione efficiente nel solito baraccone statale, dal quale sappiamo cosa aspettarci: pressappochismo, sciatteria, incapacità di affrontare situazioni di crisi (terremoti, alluvioni eccetera).

L’augurio è che invece la Protezione civile continui come è stato fin qui. Forse nel suo intimo se lo augura anche Bersani, se è vero, come è vero, che nel 2007 egli stesso scrisse una lettera a Enrico Letta, da cui Bertolaso dipendeva (governo Prodi), per sollecitare la Protezione a prendere sotto la propria egida (e cura) il Congresso Mondiale dell’Energia.

In pratica, l’allora ministro Bersani desiderava che tale Congresso fosse dichiarato «grande evento» in modo che a occuparsene fosse appunto Bertolaso per un motivo chiaro: e cioè che le spese necessarie per metterlo in piedi non fossero sottoposte all’iter farraginoso della burocrazia. Evidentemente l’attuale leader Pd allora la pensava diversamente rispetto a oggi, ed era convinto che per accelerare i tempi bisognasse adottare i sistemi di Bertolaso. Peccato che Bertolaso, esaminata la domanda del ministro Bersani, rispose negativamente, elencando le ragioni del rifiuto in una missiva.

Queste: «... a questo Dipartimento non sembrano ricorrere i presupposti di leggi per poter procedere nei termini richiesti, non essendosi rilevata l’assoluta necessità di prevedere una norma derogatoria finalizzata a consentire l’utilizzo di mezzi e poteri di carattere straordinario ed urgente e né, peraltro, parrebbe sussistere l’esigenza di porre in campo ad uno soggetto il trasferimento di eventuali risorse finanziarie occorrenti per l’attuazione di tutte le iniziative che si intendono intraprendere... Dato il numero di partecipanti alla programmata manifestazione, si ritiene... che lo svolgimento dell’evento in condizioni di sicurezza... risultano tali da poter essere gestiti dagli organi competenti in via ordinaria».

Al di là dell’orrendo linguaggio da mezzamanica, il concetto è trasparente caro Bersani, noi della Protezione ci dedichiamo a cose più importanti del Congresso Mondiale dell’Energia che non è una emergenza eccetera. Mentre Bersani sperava in un aiuto straordinario forse per fare bella figura, quel mostro di Bertolaso, pronto a sfruttare ogni occasione per farsi fare dei massaggi, rispondeva picche.

L’interrogativo in definitiva è il seguente: perché il Pd esige di smontare una macchina snella che fino a ieri apprezzava al punto da auspicarne l’intervento per un Congresso cui teneva? Qui non è in discussione solo Bertolaso ma l’intero dipartimento come è concepito adesso e che ha dato fior di risultati. Si degna di spiegarci, Bersani, come mai il modello che gli piaceva tre anni fa, all’improvviso non gli piace più?



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Par condicio La Rai: Bachelet in onda

di Redazione

La Rai fa dietrofront. La puntata di «A sua immagine» dedicata a Vittorio Bachelet, inizialmente annullata in ossequio alla par condicio (tra gli ospiti c’era il figlio, Giovanni, che è deputato del Pd) andrà ugualmente in onda, sabato prossimo. Lo ha annunciato una nota di viale Mazzini: «Fermo restando che Raiuno ha applicato in maniera corretta e puntuale la normative vigente considerata l’eccezionalità della vicenda umana e storica della famiglia Bachelet, la Rai ha deciso che il servizio dedicato a Vittorio Bachelet andrà comunque in onda». Plauso da sinistra per la retromarcia. Perplesso il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri: «Comprendo la decisione della Rai - dice - e vista l’eccezionalità del caso mi astengo da polemiche. Ma così va in archivio la non compianta legge sulla par condicio».



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Addio al comico Gian, celebre in coppia con Ric

Corriere della Sera

Pochi giorni fa l’incontro con la figlia dopo decenni

L’attore era stato colpito da un aneurisma. Aveva 73 anni
Addio al comico Gian, celebre in coppia con Ric. Pochi giorni fa l’incontro con la figlia dopo decenni

Ric e Gian (a destra) (Archivio Corsera)


MILANO — Gian Fabio Bosco, fiorentino, noto col doppio nome della coppia che lo rese popolare, Ric & Gian, è morto dopo una lunga agonia dovuta alle complicazioni di un aneurisma. La notizia è arrivata ieri sera, l’ha data Lino Banfi (suo amico e compagno di tanto lavoro).

Aveva 73 anni. Nel suo finale di partita, combattuto in ospedale, ha di nuovo ritrovato l’amore della figlia 52enne, scappata da casa a 15 e che le cose della vita e della nuova moglie avevano reso estranei: la faccia amara della maschera di un comico che per tutta la vita ha voluto solo far ridere con una lunghissima carriera nel varietà. Era un figlio d’arte che a 8 anni già faceva le imitazioni e a 15 entrava nella compagnia genovese di Govi, accanto alla madre.

A 20 fa pratica con la rivista, le sorelle Nava, Bramieri, Pisu; poi nello stabile della Rivista a Torino dove è «spalla» di Mario Ferrero. Qui il colpo di fulmine professionale per il torinese Riccardo Miniggio, ballerino e fantasista con cui formò dal 1961 un’inossidabile coppia in televisione, cinema, radio e teatro. Nell’87 la rottura, ma poi tornano insieme su Raiuno in «Gran Casinò» con Banfi: sono litigarelli, come si addice ai sodalizi di ragazzi irresistibili del varietà e nel 2002 al Ciak di Milano in Una moglie con i baffi ritrovano la sintonia.

Ma l'avvio è all'inizio anni 60 al Crazy Horse a Parigi: come Jerry & Fabio s'inventano lo sketch dello «Spogliarello». L’incontro con Rizzoli che nel ’66 li fa debuttare nel film Ischia operazione amore (sono due imbianchini che si esibiscono per signore sole), cercando il colpaccio alla Franchi e Ingrassia, non ha successo ma crea la ditta Ric & Gian. Con cui i due attori scalano il mondo della rivista e della tv, dove il successo arriva col mitico domenicale

«Quelli della domenica » palestra di Villaggio e Cochi e Renato; e «Risatissima» su Canale 5, «Giochi in famiglia » con Mike Bongiorno, «Senza rete». Ma il fascino del teatro li invita al salto di qualità in palcoscenico: recitano una riduzione di La strana coppia di Simon (’76), Scusa mi presti tua moglie? e le Farse di Dario Fo. Poi Gian, da solo, offre ottime caratterizzazioni d’attore in Irma la dolce, entra a Trieste nell’operetta Sissi, eredita da Carotenuto il ruolo del papà di Eliza in bandana proletaria in My fair lady, affianca Lino Banfi in Arcobaleno, amarcord del vecchio avanspettacolo, gusta la pochade Pigiama per sei e torna alla rivista di Dino Verde Comunque sia sarà un successo.

Il suo mondo era quello, lo sghignazzo e la passerella, il doppio senso e la ripicca col partner (l’esperienza ad Antenna 3 con «Ric & Gian show» lo dimostra), ma il duo aveva un tempismo comico ideale anche in radio. Gian conduce per 40 settimane «Taxi taxi» e con Banfi in tv fa «W la radio! », spettacolo itinerante.

Nel 1981 i due fanno i cantanti con Baudo, ed è sempre il destino domenicale, mentre con Banfi, il secondo partner preferito, Gian recita in «Che domenica ragazzi» su Raidue e poi con Villaggio in «Da dove chiama? ». Nel cinema qualche partecipazione distratta, mentre funziona meglio il prodotto seriale tv: tra gli altri «Ladri si nasce » di Pingitore, il serial Raiuno «Angelo, il custode» ancora con Banfi e la Ralli, oltre alle 100 puntate della sit com «I 5 del quinto piano».

Maurizio Porro
15 febbraio 2010



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