sabato 13 febbraio 2010

Avevo droga. Ricattato e stuprato da un carabiniere"

La Nazione


Prato, l'accusa di un giovane. "Non mi denunciò dopo un controllo, ma poi mi costrinse ad andare a casa sua".La procura ha aperto un'inchiesta. Sospeso il militare.
E spunta un filmato


Prato, 13 febbraio 2010


Violenza sessuale compiuta su un minorenne approfittando delle divisa dell’Arma. Un’accusa infamante che potrebbe costare la stessa uniforme e gli anni di servizio a un carabiniere in forza al comando provinciale di Prato. E nei guai sarebbe finito anche il capopattuglia, un sottufficiale, che assieme al militare indagato aveva fermato il minorenne con un amico su uno scooter durante un controllo di routine in una strada della periferia pratese.

I due ragazzi, entrambi di 17 anni, quando erano stati fermati e controllati, avrebbero mostrato chiari segni di nervosismo. Era scattata quindi la perquisizione personale, da cui sarebbero saltati fuori due pezzetti di hashish, una modica quantità, sufficiente però a portare alla segnalazione dei due giovanissimi alla prefettura di Prato quali assuntori di stupefacenti.

Un «marchio» che il conducente dello scooter e l’amico avrebbero voluto certo evitare. Cosa che è riuscita. Tanto che di quel controllo non esisterebbe né un verbale né una denuncia né gli atti di sequestro della droga. Proprio la mancata segnalazione all’autorità sarebbe diventata l’«esca» tra il carabiniere e uno dei due minorenni. Nei giorni immediatamente successivi a quel controllo «fantasma», infatti il militare avrebbe invitato nella sua abitazione il ragazzo per una prestazione sessuale ottenuta facendo leva sul timore della denuncia per il possesso dell’hashish. Ma c’è di più. Il carabiniere, trentenne, che vive da solo in un appartamento in un paese in provincia di Pistoia, a circa 35 chilometri di distanza da Prato, avrebbe filmato l’incontro con il proprio telefonino e poi riversato il video nel suo personal computer.

Sono stati i familiari della giovane vittima ad accorgersi che qualcosa nei comportamenti del figlio non quadrava e a raccogliere le sue confidenze: da genitori attenti sono andati al comando carabinieri per chiedere spiegazioni e denunciare l’accaduto. E’ partita così l’indagine che, considerata la minore età del ragazzo e l’entità dei reati, è stata aperta d’ufficio. Riserbo assoluto da parte della procura di Pistoia le cui indagini sulla presunta violenza sarebbero a livello embrionale. Il telefonino e il pc del carabiniere trentenne sono stati inviati ai Ris per i necessari accertamenti, mentre il militare è stato sospeso dal servizio. In malattia invece il capopattuglia, la cui responsabilità sarebbe minore e relativa ai mancati atti di segnalazione e sequestro di droga nell’episodio del controllo su strada, su cui indagherebbe la procura di Prato.

Elena Duranti




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Trova la madre naturale dopo trent’anni: è una vicina

Il Secolo xix


Cercava la chiave smarrita del mistero della sua vita. L’ha trovata qualche civico più in là. In quella casa, nella sua stessa via, davanti alla quale passava da anni, prima con lo zaino dei libri, poi abbracciato alla fidanzata. E forse proprio lungo quel tragitto quotidiano, quante volte avrà incontrato sua madre. Come due estranei si saranno sfiorati con lo sguardo dell’indifferenza. Due passanti uniti da un cordone ombelicale. Quando, dopo aver compiuto 25 anni, - come consente una legge recente.

Mario, genovese, figlio di una famiglia adottiva, si è recato dai giudici del Tribunale dei minori per avviare il percorso delicatissimo e spesso traumatico che porta al recupero dell’identità, che riannoda i fili con il nome e cognome della madre, l’ha trovata. La madre abitava a due passi, qualche civico più in là di casa sua. Non sappiamo come è finita questa storia comunque a lieto fine. Se un amore filiale mai nato è poi cresciuto. Se lo choc, invece, è stato tale da tagliare per una seconda volta il cordone ombelicale. Si tratta comunque di un’emozionante storia esemplare.

Simbolo di un fenomeno nuovo, come lo definisce il presidente del Tribunale dei minori di Genova, Adriano Sansa, ragion per cui aumentano a dismisura le persone adottate che chiedono di rintracciare i propri genitori biologici cui erano stati tolto anni prima dai giudici perché in una “condizione di trascuratezza morale e materiale”.



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Nella guerra del nome soccombe Amedeo: non potrà più chiamarsi solo Savoia

Quotidianonet


Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto vincono la causa contro Amedeo e Aimone d’Aosta: questi ultimi dovranno chiamarsi col cognome completo 'Savoia Aosta'




Roma, 13 febbraio 2010 

Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto vincono la causa contro Amedeo e Aimone d’Aosta. Il Tribunale di Arezzo ha infatti condannato questi ultimi due a pagare un risarcimento di 50mila euro e le spese processuali stabilendo che Amedeo e Aimone non potranno più usare il solo cognome ‘di Savoia' ma dovranno utilizzare il cognome completo ‘di Savoia Aosta'. A rendere nota la sentenza è una nota di Casa Savoia, nella quale, tra l’altro, Vittorio Emanuele esprime la sua soddisfazione e invita: "Ora gli Aosta tornino a fare gli Aosta".

"Con una sentenza netta e resa esecutiva
- si legge - il Tribunale di Arezzo ha condannato Amedeo d’Aosta e Aimone d’Aosta per l’uso illecito del cognome ‘di Savoia' e per l’uso illecito dello Stemma della Casa Reale di Savoia e dello Stemma del Principe di Piemonte Amedeo d’Aosta e Aimone d’Aosta. La causa, promossa dai Principi Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto di Savoia nel 2006, era stata depositata all’indomani del tentativo di Amedeo d’Aosta di proclamarsi Capo della Casa Reale di Savoia".

"All’operazione aveva preso parte anche il figlio Aimone d’Aosta che all’improvviso iniziò ad utilizzare lo stemma spettante al Principe Emanuele Filiberto di Savoia avocandosi i diritti sugli Ordini Cavallereschi di Casa Savoia. Tutto ciò provocò gravi danni alle Organizzazioni Sociali e Culturali legate alla Casa Savoia ed in modo particolare agli Ordini Cavallereschi di Casa Savoia

(www.ordinidinasticicasasavoia.it)".




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Caso Pennisi, spuntano tracce di altre tangenti

di Redazione


Le perquisizioni della Guardia di Finanza avrebbero fatto emergere altre tangenti versate a Pennisi.

Alla Moratti non bastano le dimissioni dalla Commissione urbanistica: "Lasci ogni incarico comunale".

E Podestà: "Valuteremo sospensione dal Pdl"





Milano - Le perquisizioni della Guardia di Finanza avrebbero fatto emergere altre tangenti versate a Milko Pennisi, il presidente dimissionario della Commissione urbanistica del Comune di Milano arrestato ieri con l’accusa di aver incassato una mazzetta da 10mila euro da un imprenditore, Mario Basso, per sbloccare una pratica edilizia. E il sindaco Letizia Moratti ha auspicato che "il consigliere Pennisi dopo aver dato le dimissioni da presidente della commissione urbanistica dia le dimissioni dagli incarichi che sono comunali o collegati al Comune". 

Tracce di nuovi versamenti Emergono tracce di altri versamenti da parte di altri imprenditori a Milko Pennini, il consigliere comunale del Pdl di Milano, arrestato ieri pomeriggio pochi secondi dopo aver incassato la rata di 5000 euro di una mazzetta da 10 mila da un imprenditore al fine di sveltire una pratica edilizia. Fonti della procura parlano di "spunti investigativi molto interessanti". 

Altri imprenditori potrebbero presentarsi dai pm nei prossimi gironi per dire di aver pagato Pennisi. Gli inquirenti sono comunque pronti a convocare i legali rappresentanti delle società che avevano in corso pratiche urbanistiche. Pennisi, nell’interrogatorio durato fino a notte, non ha chiamato in causa altre persone. Stando a quanto si apprende non avrebbe fornito spiegazioni precise sui motivi che l’avevano indotto a chiedere e ottenere la tangente da M.B. per la ristrutturazione di un palazzo nel quartiere Bovisa. 

I pm non hanno ancora mandato al gip la richiesta di convalida dell’arresto. Lo faranno nel tardo pomeriggio. Quindi l’udienza di convalida dovrebbe essere fissata per domenica. La decisione del gip, più che scontata considerando il reato di concussione in flagranza, dovrebbe arrivare lunedì.  

Computer e documenti al vaglio degli inquirenti Gli investigatori stanno vagliando il contenuto di tre computer riconducibili al consigliere comunale e altri due utilizzati dalla sua segretaria, Silvana Rezzani, oltre a una montagna di documenti cartacei tale da riempire un’intera stanza. Gli inquirenti dedicano la loro attenzione anche alla documentazione sequestrata nello studio dell’architetto Giulio Orsi, che fino all’anno scorso lavorava nel settore delle pratiche edilizie del Comune. A quanto si apprende l’architetto, che non è indagato, è stato perquisito al fine di trovare riscontri a dichiarazioni rilasciate da Mario Basso, il titolare della società immobiliare Style di Ponte di Legno che, assistito da un avvocato di Brescia, ha denunciato di essere vittima di concussione. 

Il Pdl valuta l'espulsione dal partito "Ne parlerò all’interno del partito, è possibile", ha detto Guido Podestà, presidente della provincia e coordinatore regionale del Pdl, riguardo a una possibile sospensione di Pennisi dal partito. Podestà crede, infatti, che "ci sia nei diversi gruppi politici il positivo e il negativo". "Certi comportamenti patologici - spiega Podestà - devono essere eliminati e allontanati dalla politica". Anche la Moratti tiene la stessa linea: "Ho portato in Giunta un comunicato che è stato condiviso dalla Giunta con una ferma condanna ad ogni atto illegale e con una posizione della Giunta che intende proseguire nel massimo rigore e nella massima trasparenza i lavori negli interessi dei cittadini".




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Non è Francesca, ma un pasticcio

di Giancarlo Perna

Maccé puttaniere. Studiando le carte, non si trova neanche uno straccio di prova per incolpare Bertolaso. Il rischio è che, se oggi lui soffre ingiustamente, domani i giudici perdano la faccia. Per l'ennesima volta


Riepilogando, vediamo in che consiste l’attività di «puttaniere» - scusate il termine - di Guido Bertolaso secondo procura e gip di Firenze. Il sottosegretario è iscritto al Salaria Sport Village, periferia nord di Roma. In un anno, si è chiuso dodici volte per un’ora con tale Francesca nella stanza massaggi del circolo. La magistratura, in base a intercettazioni, pensa che Francesca gli abbia concesso le sue grazie essendo al soldo di un imprenditore, Diego Anemone, che voleva compensare Bertolaso per ingiusti appalti. Per riassumere: il sottosegretario sarebbe un verro corrotto; la fantomatica Francesca una geisha mercenaria.

Se però si approfondisce c’è da mettersi le mani nei capelli. Il sessuomane Bertolaso si incontra con Francesca una volta al mese. Una regolarità da metronomo che fa a pugni con la tempestosità degli impulsi sessuali. In secondo luogo, il sottosegretario passa ogni volta alla cassa e paga di tasca sua la prestazione. Ad affermarlo è la stessa ordinanza del gip senza che però il magistrato ne tragga le conseguenze. Una su tutte: se il sottosegretario sborsa il danaro, l’incontro con Francesca non è un «dono» di Anemone. Ergo, non c’è corruzione sessuale.

Ecco allora, come ha detto lo stesso Bertolaso dopo la batosta giudiziaria, che si può leggere la cosa in tutt’altro modo. Francesca è una valente fisioterapista e il sottosegretario, tra uno stress e l’altro, ricorre a lei per farsi togliere gli acciacchi. Poi, come qualsiasi paziente, paga la cura a fine seduta. Punto. Per quale paturnia i magistrati trasformano questa normalissima quotidianità nel grave reato di corruzione con contorno di sesso? Mistero. Nessuna informazione agli atti autorizza le pruriginose illazioni dei giudici. Allo stato, tutto appare come pura maldicenza, «infamante e drammatica» per dirla con Bertolaso.

Cerchiamo lumi nelle intercettazioni. Il 18 febbraio 2009, il nostro Guido, che ha già fissato un incontro con Francesca, telefona ad Anemone (proprietario del circolo) e dice: «Ho appuntamento all’una e mezza ma prima delle tre non ce la faccio». Ossia lo prega di avvertire la signora. Difficile si parli così di un lupanare. Poi aggiunge: «Fammi trovare la documentazione per pagare l’abbonamento al circolo di quest’anno. Sono in ritardo». È il classico discorso, forse anche imbarazzato, di un socio moroso.

Chi di noi avrebbe usato nella circostanza parole diverse e più incolpevoli di queste?
Protagonista di un’altra intercettazione è Anemone. Telefona al direttore del circolo e gli chiede di essere avvisato dieci minuti prima che Bertolaso finisca il massaggio perché vuole parlargli. Il direttore, a sua volta, chiama il beauty center e dice a una segretaria: «C’è un signore che adesso fa un messaggio. Mi chiamate dieci minuti prima che finisca?». L’altra risponde: «Consideri che ha iniziato adesso, quindi tra una cinquantina di minuti».

Trascorso il tempo, la segretaria ritelefona al direttore: «È uscito ora con l’accappatoio dalla cabina». Insomma, come piffero fai a pensare che dietro ci sia una tresca? Guido entra un po’ in ritardo, sta un’ora esatta - non dieci minuti o tre ore secondo l’estro dell’assatanato - ed esce con l’accappatoio come un normalissimo utente di piscine, beauty center, ecc., per farsi una doccia e togliersi l’olio della fisioterapia di dosso. Ma in che mondo vivono al Tribunale di Firenze?

Se guardiamo con occhi non depravati, si spiega benissimo anche la terza e più «compromettente» intercettazione. Bertolaso telefona dall’aeroporto al rientro da una missione e dice: «Se oggi pomeriggio Francesca potesse... verrei volentieri... una ripassata». Ecco la parola chiave che ha fatto drizzare le orecchie giudiziarie: «ripassata». Tra i pornografi può anche spalancare uno scenario orgiastico ma, tra sani, tanti più se romani, evoca perfettamente l’idea del messaggio distensivo, l’abile stiratura dei tendini contratti e consimili amenità da Asl.

Personalmente mi chiedo perché dei magistrati seri e motivati finiscano per arrampicarsi sugli specchi in modo così artificioso e scomposto. Quelli di Firenze non hanno convinto nessuno. Anche il Fatto, che è il Fatto, ossia il quotidiano dipietrista che esalta le procure a prescindere, stavolta non si pronuncia. Anzi, si mostra scettico. Sottolinea che Bertolaso pagava di tasca sua il massaggio e che perciò - sottinteso - è dura vederci lo zampino corruttivo dell’imprenditore.

Di Francesca dice, a conferma delle affermazioni di Bertolaso, che è una signora di 45 anni. Non, dunque, una lolita da ripassarsi per favorire appalti. Aggiunge poi un particolare taciuto dagli altri giornali: Guido ha cessato di farsi massaggiare dal 6 aprile 2009, giorno del terremoto dell’Aquila. Come dire che, da quel momento, non ha avuto un attimo di tempo per badare a se stesso. Si può osservare, conoscendo la natura umana, che se si fosse trattato di sesso e non di cervicale l’attimo lo avrebbe comunque trovato.

Allora che dire della tempesta in un probabile bicchiere d’acqua che si è abbattuta su wonderful Bertolaso, san Guido per le folle? Diciamo che le inchieste hanno bisogno di attenzione. Arrestare un imprenditore, un paio di funzionari e uno stimato presidente del Consiglio superiore del Lavori pubblici come Angelo Balducci, avrebbe avuto un’eco relativa. In fondo chisseneimporta, l’istruttoria farà il suo corso, poi si vedrà. Se invece metto nel ventilatore una spruzzata di sesso e un tipo stranoto l’effetto è garantito. La politica è costretta a interrogarsi su se stessa, la morale pubblica è richiamata all’ordine. Una variante della solita funzione etica che la magistratura crede, a torto, di dovere assolvere.

Se fosse invece rimasta sul suo terreno, quello del diritto e della responsabilità dei singoli, come avrebbe dovuto comportarsi anziché sparacchiare pubblicamente intercettazioni ambigue? Vi dico, da profano, cosa averi fatto io. Anziché colpire a freddo il sottosegretario - o un altro qualsiasi su cui si allunga un’ombra -, lo avrei chiamato nel mio ufficio per chiarire le cose prima di ogni iniziativa. Delle due l’una: o mi dava una spiegazione e la cosa finiva lì; o non ci riusciva e l’avrei incriminato con fondamento. Così invece, lui resta sulla graticola prima che possa dire la sua e sulla giustizia si addensa il sospetto di partigianeria. Tutto per mostrare i muscoli anziché buon senso. Col rischio che Bertolaso oggi soffra ingiustamente. Ma che domani, e per l’ennesima volta, i giudici perdano la faccia.


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Spunta un fotografo di Vallettopoli «Ricatto» all’imprenditore taglieggiato

Corriere della Sera

Il paparazzo «Bicio»: soldi in cambio delle immagini dell’incontro con il politico

MILANO—Una morsa. Ricattato da Milko Pennisi, che esigeva la seconda parte della tangente pattuita, e nello stesso giorno perseguitato, e in qualche modo minacciato, da un celebre e chiacchierato paparazzo del regno del gossip, Fabrizio Pensa detto Bicio, ex collaboratore di Fabrizio Corona e gola profonda dell’inchiesta «Vallettopoli » di Potenza e di «Vallettopoli bis», indagine appena avviata dalla procura di Milano. C’è anche questo delicato retroscena nella lunga denuncia presentata dall’imprenditore di Ponte di Legno al pool milanese di Francesco Greco. E in questa nuova direzione gli investigatori stanno già facendo rapidi passi in avanti. Bicio, che per un po’ di tempo ha collaborato con una delle società di cui Mario Basso è socio, è il fotografo che ha prestato all’imprenditore la microtelecamera a bottone servita per videoregistrare la consegna della mazzetta passata, a metà novembre dell’anno scorso, dalle mani di Basso a quelle di Pennisi. Un favore e nulla più. Almeno, così doveva essere. Ma nei giorni scorsi, proprio come Pennisi, Bicio s’è fatto sotto. Allontanato dalla società milanese che si occupa di comunicazione, il paparazzo che ha fatto infuriare l’Arcuri e ha immortalato Lapo a trans — sono sue le foto della Ferrari gialla ferma davanti a un certo palazzo di Milano — è tornato sui suoi passi e avrebbe minacciato di spaccare tutto e tutti. «Voleva soldi», sta scritto in procura. Altrimenti avrebbe messo in circolazione il «filmato della mazzetta ». «Siete dei pirla—avrebbe detto Bicio—pensavate che io l’avessi cancellato...».

Un modo di fare, quello di Bicio Pensa, che dovrà essere chiarito dai tre magistrati che si occupano del caso e presto lo interrogheranno. Tentata estorsione e minacce potrebbero essere le ipotesi d’accusa. Di Bicio, Mario Basso non vuole parlare. «Grazie, ma quel genere di persone non mi interessano », mormora l’imprenditore. Che del faccia a faccia di Pennisi, invece, racconta proprio tutto. «Quando ha deciso di chiedermi la tangente ha preteso un incontro», ricorda. Basso voleva mandargli il suo architetto. Ma Pennisi ha insistito: «È lei il proprietario, vero? Allora è meglio che venga lei». Poi il colpo basso. «La pratica (che era già stata approvata, ndr) rischia di essere bloccata e lei dovrebbe ricominciare tutto dall’inizio... », lo ha gelato il presidente della commissione Urbanistica di Milano. «I soldi, 10 mila euro—ricorda Mario Basso — li voleva subito e in contanti... Servivano, mi spiegava, per convincere due o tre membri della commissione. Gli ho detto che lì per lì non li avevo, che avrebbe dovuto darmi tempo per recuperare la somma in nero, anche perché avrei dovuto farlo senza dirlo ai miei soci... Ma sapete cosa ha avuto il coraggio di dirmi? Che non era certo di potersi fidare di me... Pazzesco». Ricorda e scuote la testa nera nera, l’imprenditore bresciano. Uno che gira in 500 cabrio e da piccolo ha gareggiato con gli sci ai piedi. «In un attimo, incassato il colpo — ricorda ancora — ho deciso che lo avrei incastrato.

Mi è venuta l’idea di chiedergli le due rate, così, ho pensato, la prima volta lo filmo, mando tutto a Striscia e lo sputtano ben bene...». Poi le cose sono andate come sono andate. S’è messo in mezzo pure Bicio e Basso ha deciso di lasciar perdere il telegiornale satirico di Canale 5. «Sono corso in procura — dice — e mi sono trovato benissimo, sono stati tutti fantastici. Mi hanno chiesto se me la sentivo di fare da esca, ho detto sì...». Giovedì, però, quando ha visto Pennisi che goffamente cercava di correre in un bar per mollare la tangente sul bancone, è stato male. «Provo pietà per quell’uomo che si è rovinato la vita... — racconta ancora — anche se i suoi modi sono stati davvero arroganti. Lui pretendeva, esigeva... Ho pensato che la colpa non è tutta sua, ma di un sistema pubblico che non funziona. Io lavoro in giro per l’Italia e dico che l’ufficio urbanistica del Comune di Milano fa schifo, è gestito coi piedi. L’efficienza evita la disonestà. Voto Pdl e voglio pulizia». Ha mille cose da dire, Basso. E se qualcuno lo dovesse chiamare per scendere in politica? «Che lusinga... Ci penserei».

Biagio Marsiglia
13 febbraio 2010




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Battaglia fra baleniere giapponesi e navi ambientaliste in Antartico

Corriere della Sera

Ancora uno scontro fra le due «flotte». Questa volta sono stati gli ecoguerrieri ad avere la meglio




WASHINGTON – Ancora una battaglia in Antartico tra le baleniere giapponesi e gli ambientalisti dell’associazione «Sea Shepherd». Questa volta sono stati gli ecoguerrieri ad avere la meglio: per la seconda settimana consecutiva i pescatori nipponici, camuffati da ricercatori, non sono riusciti ad uccidere neppure una balena. La «Bob Barker» e la «Steve Irwin», le due unità ambientaliste, hanno ingaggiato un duello feroce con ben sei navi giapponesi. I pescatori hanno cercato di speronare i rivali e hanno anche provato a distruggere l’elicottero a bordo della «Irwin». I «verdi» hanno tirato razzi di segnalazione, gettato in mare delle gomene nella speranza di imbrigliare i timoni, impiegato dei gommoni veloci per ostacolare i marinai. E in diverse occasioni i battelli dei due schieramenti hanno rischiato la collisione.

Video

IL PRECEDENTE - Come si ricorderà, in gennaio una baleniera ha affondato deliberatamente la «Ady Gil», un velocissimo trimarano schierato dalla «Shepherd». Infuriati per le difficoltà incontrate, i giapponesi hanno accusato gli ecologisti di aver ferito tre marinai con il lancio di sostanze tossiche. Ma i dirigenti della «Shepherd» hanno sostenuto che gli attivisti hanno usato solo del burro rancido. Inoltre c’è un video interessante. Il breve filmato mostra tre guardie presenti su una baleniera che sparano spray al pepe contro gli eco-guerrieri ma lo fanno controvento. Risultato: hanno sofferto irritazione agli occhi. Gli ambientalisti hanno contestato le accuse nipponiche di aver messo in pericolo gli equipaggi e hanno sottolineato la sproporzione di forze. Da una parte due battelli «verdi», un piccolo elicottero, e un solo idrante. Dall’altra sei navi baleniere molto veloci, 12 idranti, raggi acustici assordanti, bombe stordenti, fucili al pepe e aerei da ricognizione. Una mini-armata quella di Tokio per poter massacrare impunemente i cetacei. Un’attività che i giapponesi vogliono far passare per ricerca scientifica. Oltre che crudeli anche bugiardi. Accusano gli ecologisti di pirateria ma sono loro i veri predoni del mare.

Guido Olimpio
13 febbraio 2010




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La cricca? Figlia del PD

Libero





Di Franco Bechis- C’è un solo imprenditore che è stato più forte di quella che i magistrati fiorentini chiamano talvolta la “banda”, altre volte la “cricca” di Angelo Balducci, l’imperatore dei lavori pubblici italiani. Questo imprenditore si chiama Emiliano Cerasi, e insieme al padre Claudio guida la Sac, società di costruzioni romana. Ai Cerasi, o meglio al Pd che li sponsorizzava, è stato costretto ad arrendersi persino uno che faceva il bello e il cattivo tempo in ogni appalto come Balducci.

Storia, quella dell’appalto pilotato da Balducci ai Cerasi, quasi dimenticata nell’ordinanza di queste ore. Eppure è proprio dal fatto che la “cricca” Balducci deve piegarsi a qualcuno più forte che parte l’inchiesta di Firenze. Perché per altri motivi i magistrati hanno sotto intercettazione il telefonino di un architetto, Marco Casamonti, pizzicato mentre chiama un collega, Paolo Desideri. Si parlano proprio di quell’appalto per il teatro della musica di Firenze, perché Casamonti ha fatto il progetto per Carducci (rifiutato) e Desideri quello per i Cerasi (vincente grazie alle pressioni politiche). Dopo l’assegnazione è montata la rabbia dello sconfitto, che fa ricorso al Tar.

 In quella telefonata, avvenuta ala fine della campagna elettorale 2008, i due architetti solidarizzano, dicendosi l’un l’altro che tanto i progetti tecnici da loro elaborati erano contati un fico secco, visto che l’appalto veniva assegnato per altre logiche e in commissione aggiudicante manco si erano preoccupati di salvare la forma inserendo un tecnico del settore. I due si dicono che all’interno del ministero ancora guidato da Antonio Di Pietro c’è un sistema scandaloso di gestione degli appalti: «Non è limpido… non è limpido… c’è un sistema dentro il Ministero dei Lavori pubblici che sfiora lo scandalo». Casamonti spiega che il ricorso al Tar è solo strumentale, serve all’impresa che lo ha fatto per avere qualcosa in cambio. E ci azzecca, perché Balducci e la sua “cricca” (Fabio De Santis, Mauro della Giovampaola) ricompenserà Carducci inserendolo insieme a Diego Anemone negli appalti più rilevanti per il G8 a La Maddalena.

In carriera

Fin qui l’inchiesta che poi prosegue raccontando per intercettazioni e prove documentali come Balducci e i suoi pilotino la danza degli appalti per i grandi eventi in barba a Guido Bertolaso, ma favorendo imprese amiche in cambio di favori e utilità personali (auto, ville, viaggi, prostitute e forse anche soldi). Ma i magistrati non spiegano perché in un solo caso la “cricca” si piega non a favori personali, ma alle richieste politiche di un partito, il Pd.

E qui la risposta più che le intercettazioni, la fornisce la biografia. Perché dopo avere ricoperto incarichi locali anche di prestigio (il più importante a Siena, comune rosso per eccellenza), l’imperatore dei lavori pubblici è proprio con il genitore del Pd, e cioè l’Ulivo che inizia a fare carriera. Il gran salto avviene nel 1996, con l’arrivo di Romano Prodi alla presidenza del Consiglio dei ministri. Su proposta per altro di Di Pietro Balducci diventa prima direttore generale della Difesa del suolo al ministero dei Lavori pubblici, e poi presidente della V sezione del Consiglio superiore dei lavori pubblici. L’anno dopo il ministero gli affida la responsabilità delle zone terremotate dell’Umbria e delle Marche. Nel 1998 viene nominato sempre dal governo dell’Ulivo provveditore delle opere pubbliche del Lazio e poi dell’Umbria. Con questo incarico Balducci affiancherà il sindaco di Roma Rutelli nei grandi lavori per il Giubileo: un rapporto solidissimo, che vedrà scendere in campo il primo cittadino della capitale a difendere Balducci dagli attacchi degli ambientalisti. E che culminerà nel trionfo (estate 2000) della gestione della giornata mondiale della gioventù con papa Giovanni Paolo II alle porte di Roma.

Da lì in poi ai vertici dei lavori pubblici attraverserà gli anni del governo Berlusconi che proprio alla fine, nel gennaio 2006, lo nominerà commissario per i mondiali di nuoto a Roma. Ma è di nuovo grazie a Prodi che Balducci farà il salto di qualità, nel 2007, diventando il dominus degli appalti di tutti i grandi eventi (mondiali di nuoto, 150 unità di Italia e G8 a La Maddalena), portandosi con sé come attuatore degli appalti (altro decreto firmato da Prodi) proprio quel De Santis che oggi l’ha seguito in carcere.

ai tempi di Prodi


Un potere immenso, quello raggiunto nell’autunno 2007 e che secondo i magistrati ha avuto aspetti ancora più inquietanti: una mediazione alla vigilia di Natale fra un’impresa fiorentina, la Baldassini Tognozzi Pontello spa, desiderosa di entrare nel giro di grandi appalti, e la cricca Balducci. La compie Francesco Maria de Vita Piscitelli, che sostiene nelle intercettazioni di avere dovuto oliare «i funzionari di via della Ferratella», struttura della presidenza del Consiglio dei ministri (allora c’era Prodi) decisiva per quegli appalti. Siccome il mediatore non aveva liquidità a dovuto chiedere un prestito di 100 mila euro a usurai campani della camorra, che indietro ne hanno voluti 140 mila. Oltre a un ingresso nel sistema “Balducci”. Scrivono i magistrati a proposito di quanto avvenuto proprio nei mesi finali del secondo governo Prodi: «È dunque emerso l’interessamento anche di soggetti legati alla malavita organizzata di stampo mafioso che controllano cordate di imprese interessate al banchetto costituito dagli ultramilionari appalti sopra citati».


Cerasi non è un imprenditore qualsiasi a Roma. Non solo perché ricopre la carica di vicepresidente dell’Associazione, ma perché per anni è stato notoriamente l’imprenditore più amato e coccolato da Walter Veltroni, sindaco di Roma e poi primo segretario del Pd

I due si dicono che all’interno del ministero ancora guidato da Antonio Di Pietro c’è un sistema scandaloso di gestione degli appalti: «Non è limpido… non è limpido… c’è un sistema dentro il Ministero dei Lavori pubblici che sfiora lo scandalo»

Perché dopo avere ricoperto incarichi locali anche di prestigio (il più importante a Siena, comune rosso per eccellenza), l’imperatore dei lavori pubblici è proprio con il genitore del Pd, e cioè l’Ulivo che inizia a fare carriera


13/02/2010





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Lo statale da oggi ha un nome Ma per qualcuno c'è già la deroga

Il Tempo


Diventa obbligatorio esibire nome e cognome. Cartellino per il personale a contatto con il pubblico. 

Uil e Cisl: "Ben venga la trasparenza". Via libera del Garante della privacy:
"E' una scelta che premia il principio di pubblicità".


Chi si trova dietro a uno sportello a contatto con il pubblico non potrà più essere anonimo. Scatta da oggi l’obbligo, stabilito dalla riforma Brunetta, di indossare un cartellino con nome e cognome. La norma era già prevista ma poco applicata. Ora ci saranno anche sanzioni per il dirigente inadempiente.

Tra gli statali mugugni ma anche soddisfazione. Questa volta non ci sono escamotage nè è più possibile sottrarsi. La legge parla chiaro e prevede anche delle sanzioni per il dirigente che non la fa rispettare. Ci riferiamo all'obbligo per il personale dello Stato che opera a contatto con il pubblico, di indossare un cartellino identificativo con il proprio nome e cognome.

In alternativa si potrà esporre sulla scrivania una targa con il nominativo. È quanto prevede la riforma «antifannulloni» del ministro Brunetta in vigore da metà novembre e che fa decorrere questa norma dopo novanta giorni. L'obbligo del cartellino che scatta a partire da oggi, già esiste nella pubblica amministrazione, introdotto da una riforma precedente, ma finora non è stato osservato in modo sistematico.

Brunetta nell'ambito della sua crociata sull'efficienza e la trasparenza della macchina statale, ha quindi voluto ribadire l'obbligo dell'identificazione prevedendo anche delle sanzioni secondo le norme generali previste dalla legge e dai contratti collettivi.

Nell'ottica di responsabilizzare la dirigenza (un elemento già contenuto nelle precedenti riforme ma sul quale Brunetta ha insistito con particolare vigore), il manager pubblico a capo di un ufficio potrà essere punito con un richiamo verbale o scritto qualora un dipendente della sua struttura sia inadempiente.

La riforma però prevede l'esenzione di alcune categorie che saranno indicate da uno o più decreti del presidente del Consiglio o del ministro della Pubblica Amministrazione su proposta del ministro competente. Si tratta di figure professionali con funzioni e compiti tali da non richiedere il cartellino identificativo.

La norma ha ricevuto un sostanziale via libera dal Garante per la Privacy: si tratta di «una scelta del legislatore e il Garante ne prende atto», dice il presidente dell'Autorità, Francesco Pizzetti, annunciando la prossima adozione di nuove linee guida sulla trasparenza nelle pubbliche amministrazioni. «Precise indicazioni - spiega - che si sono rese necessarie considerando che la riforma Brunetta parte dal presupposto che tutto deve essere conoscibile, tranne quello che dev'essere riservato».

Secondo il Garante, «è una scelta che premia il principio di pubblicità, si considera l'amministrazione come un servizio e solo residualmente come un esercizio di potere. Prendiamo atto del rovesciamento del principio precedente che si basava, invece, sulla non conoscibilità e forniremo le nostre valutazioni e il nostro contributo, vigilando sul rispetto delle norme».

Soddisfatti i sindacati. Per Salvatore Bosco, segretario generale della Uil Funzione pubblica, «ben venga tutto ciò che può migliorare la qualità nella pubblica amministrazione». Sulal stessa linea la Cgil finora piuttosto critica verso diversi aspetti della riforma Brunetta:

«Questo obbligo è una generalizzazione di una norma che in alcuni casi già si applica - afferma il responsabile settori pubblici della Cgil, Michele Gentile - è sicuramente utile per la trasparenza ma spero non si tratti del secondo tempo della campagna antifannulloni del ministro Brunetta. A questo punto, tuttavia, siamo curiosi di conoscere quali saranno le deroghe previste dalla legge».




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Lerner querelato dal padre che chiede pure i danni per il libro "Scintille"

Quotidianonet


Moshé Lerner, 83 anni, si è ritenuto danneggiato dall'opera del figlio Gad e l'ha denunciato alla Procura della Repubblica di Milano. Nel volume, l'autore scrive che il genitore è 'geloso' del suo successo





Milano, 12 febbraio 2010

La notizia è clamorosa: Moshè Lerner, 83 anni, padre di Gad, 54 anni, ha querelato per diffamazione il figlio, autore del libro 'Scintille', edito da Feltrinelli. Lo scrive 'il Giornale', in edicola stamane, in un servizo a firma Enrico Lagatolla. "... A quanto pare Moshé Lerner non l'ha trovato per niente spassoso. 'Scintille': l'ultimo romanzo edito da Feltrinelli e scritto dall' editorialista di 'Repubblica' e conduttore di La7, diventa un caso giudiziario che si consuma in famiglia. Moshé, a 83 anni, non ha digerito il lavoro del figlio. E l'ha querelato per diffamazione, presentando una denuncia alla Procura di Milano. Quel nome, 'L'Infedele', l'ha preso decisamente sul serio. Il fascicolo è stato aperto nelle scorse settimane dal pubblico ministero Letizia Mannella, che si è vista recapitare sulla scrivania l'insolita denuncia.

Moshé Lerner si considera largamente danneggiato dall'immagine che Gad dà di lui nel corso delle 220 pagine di romanzo, nel quale viene descritto come un uomo 'dall'inconfondibile pastura beffarda e lo sguardo di sfida', 'geloso' del figlio, una persona che 'sfoggia credenziali altisonanti' e 'dichiara di aver viaggiato in ogni dove', nel corso di 'una vita di successi che è l'esatto contrario di quella sfortunata che ha vissuto', ricordando 'gli appuntamenti mancati della sua biografia' e la sua 'diffidenza maniacale' su cui costruiva 'una ragnatela immaginaria di complotti ai suoi danni'. Così, il figlio, si confida di sentirsi 'atterrito per il dubbio di essere nient'altro che il discendente di quel padre', il che 'avrebbe certo reso fallimentari i miei sforzi di integrazione nel mondo circostante», destinandolo a ripeterne «il palese insuccesso'".

Tutto questo, solo arrivando a pagina 25. Un racconto che, come lo stesso giornalista ha spiegato più volte presentando il suo lavoro, nasce da un lunga e difficile ricostruzione degli eventi "che hanno deteriorato i rapporti nella mia famiglia", e che in realtà ha contribuito - suo malgrado - a peggiorare la situazione. Perché la denuncia per diffamazione presentata ai magistrati da Moshé Lerner ("il vero Lerner", come ama dire di sé l'anziano patriarca) è aspra più di quanto non siano le pagine scritte dal figlio. Usa parole, Moshé, che rendono ancora più dolorosa e incredibile questa vicenda. Parla di Gad con toni ruvidi, quasi fosse un delinquente oltre che una progenie ingrata".




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Usa, per la prima volta un'arma laser di un aereo distrugge un missile in volo

Quotidianonet

l futuristico test e’ stato effettuato questa mattina in California nell’ambito di un programma di ricerca gestito dalla Missile Defense Agency. Lo ha reso noto il Pentagono


Washington, 12 febbraio 2010


Come nei film di fantascienza, per la prima volta un missile e’ stato distrutto in volo da un’arma laser montata su un Boeing 747. Lo ha reso noto il Pentagono.

Il test e’ stato effettuato questa mattina in California nell’ambito di un programma di ricerca gestito dalla Missile Defense Agency (MDA).

Il congegno laser, prodotto dalla Northrop Grumman, e’ stato montato su un Boeing 747 modificato. Il sistema di puntamento e’ stato prodotto dalla Lockheed Martin.

‘’La Missile Defense Agency ha dimostrato l’uso potenziale di energia diretta per la difesa dai missili balistici: un Airborne Laser Testbed (ALTB) ha distrutto con successo un missile balistico’’, afferma un comunicato del Pentagono.

‘’E’ stata la prima intercettazione letale di un missile balistico a carburante liquido con laser partito da una piattaforma volante’’, afferma il comunicato. Il Pentagono aveva gia’ fatto un test analogo nello scorso agosto ma in tale occasione il raggio laser aveva solo centrato il bersaglio senza distruggerlo.

Un Boeing 747 modificato, con a bordo l’arma, era decollato dalla Base Area Andrew (nel Maryland) usando sensori a raggi infrarossi per ‘puntare’ un missile bersaglio lanciato dalla California.

Stavolta il laser ha distrutto il missile ‘nemico’. ‘’L’uso rivoluzionario di energia diretta e’ di grande interesse per la difesa anti-missile - afferma il comunicato del Pentagono - per la sua capacita’ potenziale di attaccare bersagli multipli alla velocita’ della luce, con una portata di centinaia di chilometri e per giunta a costo basso rispetto ad altri sistemi’’.




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Olimpiadi, morte sul ghiaccio Ma lo show non si ferma

Quotidianonet

Nodar Kumaritashvili, 21 anni, ha avuto un gravissimo incidente andando a sbattere contro un palo.
All'inaugurazione la bandiera georgiana listata a lutto. 'Assolta' la pista



Vancouver, 13 febbraio 2010 -  Via alle Olimpiadi listate a lutto. I Giochi di Vancouver 2010 si sono aperti ufficialmente con la cerimonia inaugurale, segnata dal dolore per la morte di Nodar Kumaritashvili. Il 21enne slittinista georgiano ha perso la vita in un terribile incidente nelle prove andate in scena poche ore prima dello show del BC Place Stadium.

La «profonda tristezza» avvertita dal presidente del Cio, Jacques Rogge, ha velato anche le parole con cui Michaelle Jean, governatore generale del Canada, alle 20.31 locali ha dato ufficialmente inizio alla manifestazione: «Dichiaro aperti i Giochi di Vancouver, XXI edizione delle Olimpiadi invernali».


È toccato a Wayne Gretzky, leggenda dell’hockey
canadese, accendere il tripode nell’impianto indoor gremito da 60.000 spettatori e completare il percorso di 45.000 della torcia olimpica. «Bienvenu, Welcome to Vancouver», ha detto John Furlong, presidente del Comitato organizzatore, rivolgendosi agli oltre 2500 atleti provenienti da 82 paesi, compresa l’Italia condotta dal portabandiera Giorgio Di Centa.


Il pubblico ha salutato
con un’ovazione la delegazione del Canada, che ha chiuso la sfilata, e ha riservato un’accoglienza commossa ai 10 atleti georgiani, che si sono presentati con una sciarpa nera e con una fascia al braccio. La squadra, come annunciato poco prima dal ministro dello Sport Nikolos Rurua, resterà a Vancouver per «onorare lo spirito olimpico». Il portabandiera Iason Abramshivili ha guidato una delegazione sotto una bandiera listata a lutto. Tutti in piedi e applausi scroscianti per Kumaritashvili. 

Il dolore non ha tolto spazio allo stupore quando il BC Place è stato avvolto dalle luci e dai colori dello show, che si è sostanzialmente svolto secondo il programma stilato prima del tragico episodio. Il Canada, che organizza i Giochi invernali per la terza volta dopo Montreal ‘76 e Calgary ‘88, ha mostrato al mondo tutte le sue anime: spazio alle radici aborigene e alla linfa europea, al rosso della foglia d’acero e delle tradizionali giubbe, al bianco della neve.

L’ingresso della bandiera olimpica, portata tra gli altri dal pilota Jacques Villeneuve e dall’attore Donald Sutherland, ha fatto da prologo ideale al momento clou. Rick Hansen, un atleta paralimpico che 25 anni fa percorse 40.000 km per far conoscere la propria casa, ha consegnato la torcia alla pattinatrice Catriona LeMay Doan. Il sacro fuoco è passato nelle mani di Steve Nash, asso del basket NBA con la maglia dei Phoenix Suns. È toccato a Nancy Greene, nome storico dello sci canadese, passare la fiaccola a Gretzky, ultimo tedoforo. 

'ASSOLTA' LA PISTA

 «Non è colpa della pista. Il programma va avanti». La federazione internazionale dello slittino (FIL) non ritiene che la morte del georgiano Nodar Kumaritashvili, deceduto dopo un incidente in pista, sia legata alle caratteristiche dell’impianto di Whistler che oggi, come da programma, ospiterà le prime gare di Vancouver 2010.

«I tecnici della FIL hanno ricostruito la traiettoria dell’atleta e hanno concluso che non ci siano indicazioni secondo cui l’incidente sia stato provocato da carenze della pista», si legge in una nota della FIL.
Secondo i primi rilievi effettuati, «l’atleta è arrivato in ritardo alla curva 15 e non è riuscito a compensare adeguatamente per entrare nella curva 16. Sebbene abbia provato a correggere il problema, ha perso il controllo del suo attrezzo provocando l’incidente».

«Il direttore dell’impianto, d’accordo con la FIL, ha deciso di riaprire l’impianto alzando ulteriorimente le protezioni all’uscita della curva 16 e con una modifica al profilo del ghiaccio come misure preventive», prosegue il comunicato. La gara maschile si svolgerà regolarmente: «La FIL ripristinerà gli allenamenti nella mattinata di sabato con due manche complete prima che la competizione cominci alle 17».

LA PROTESTA

 La protesta di alcuni attivisti ‘anti-olimpicI' ha costretto la torcia a modificare il proprio percorso prima della cerimonia di apertura dei Giochi di Vancouver 2010. La polizia, in particolare, ha bloccato un gruppo di contestatori nelle strade del Downtown Eastside, una delle zone più a rischio per l’itinerario della fiaccola.
Il percorso è stato modificato parzialmente e il viaggio della torcia è proseguito fino al BC Stadium, l’impianto dove il viaggio del fuoco olimpico si è concluso, dopo 45.000 km, con l’accensione del braciere. Tra gli ultimi tedofori, nelle strade della città, si è esibito anche Arnold Schwarzenegger, governatore della California.

IL PORTABANDIERA DI CENTA

«È un’emozione indescrivibile, solo ora mi rendo conto di quanto sono orgoglioso di rappresentare questa Italia: ringrazio chi mi ha fatto questo regalo». Giorgio Di Centa, portabandiera azzurro alle Olimpiadi di Vancouver, ha vissuto momenti indimenticabili nella cerimonia d’apertura dei Giochi invernali. «Ho tenuto questa bandiera non pensando solo a me, ma a tutta la squadra e mi auguro che ora anche la gente che sta lontano ci sostenga. Entrando in questo stadio, con tutto il bianco a ricordare la neve, ho pensato a un mondo libero e a questo le Olimpiadi devono far pensare», dice il fondista.







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