venerdì 12 febbraio 2010

Aerei di linea minacciati dai lampi dei raggi gamma

Corriere della Sera

Il satellite Agile ha confermato che gli effetti arrivano anche a 10 mila metri di quota


Possono scatenarsi in prossimità di violente tempeste tropicali nella fascia equatoriale

Il satellite Agile ha confermato che gli effetti arrivano anche a 10 mila metri di quota

Aerei di linea minacciati dai lampi dei raggi gamma

Possono scatenarsi in prossimità di violente tempeste tropicali nella fascia equatoriale

Arriva dallo spazio la conferma di un fenomeno terrestre battezzato Terrestrial Gamma Ray Flash (TGRF) che potrebbe essere fonte di rischio per gli aerei di linea. Il satellite Agile dell’agenzia spaziale italiana Asi nato dalla collaborazione con l’Istituto nazionale di astrofisica Inaf e con l’Istituto nazionale di fisica nucleare Infn conferma lo scatenarsi di lampi di raggi gamma in prossimità di violente tempeste tropicali nella fascia equatoriale. Analoga prova è stata raccolta anche dal satellite “Fermi” della Nasa, al quale collaborano pure scienziati italiani. Questi lampi erano scoperti nel 1994 dallo scienziato Jerry Fishman della Nasa ma rimasti non ben identificati nella loro natura.


FLASH SULLA TERRA - I lampi di raggi gamma sono un fenomeno dell’universo rimasto a lungo misterioso e data la loro imponente energia notevolmente studiato per cui oggi si sa che sono legati anche ai buchi neri. «Ma ora i rilevatori del satellite Agile hanno mostrato che flashes di lampi gamma brillano pure sulla Terra ¬ spiega Marco Tavani dell’Inaf alla guida delle indagini come responsabile scientifico - I suoi occhi scandagliano la fascia intorno all’Equatore tra i 15 gradi di latitudine a nord e a sud proprio in concomitanza di eventi meteorologici di elevata intensità. I lampi normali hanno una differenza di potenziale di 500 mila volt, questi lampi gamma arrivano a 500 milioni di volt; quindi si può immaginare la potenza in gioco e i possibili effetti». La loro manifestazione sembrava essere limitata alle alte quote tra i 20 e i 50 chilometri.

EFFETTI ANCHE A 10KM DI ALTEZZA - Invece ora si scopre che ciò può avvenire anche tra i 10 e i venti chilometri e quindi interessare la navigazione aerea. Il mistero ancora irrisolto dell’Airbus di Air France scomparso in quelle aeree indagate e proprio con condizioni meteo proibitive il 1° giugno 2009 ha fatto suonare un campanello di allarme intensificando gli studi per trovare precise spiegazioni. «Si tratta di fenomeni rari – aggiunge Tavani - e non sappiamo se il fiotto di raggi gamma sia cilindrico o sferico ma se un aeroplano ne è coinvolto data l’energia in gioco ci possono essere effetti negativi ad esempio sull’elettronica di bordo». Le rilevazioni mostrano maggiore intensità nella generazione dei flashes in Africa, in Indonesia, in Amazzonia e su alcune zone oceaniche anche se in un numero minore. Questo è in sintonia con i lampi tradizionali più frequenti sulla terraferma.

GRUPPO DI STUDIO - Ora si è costituito un gruppo di lavoro formato da studiosi dell’Inaf, dell’Asi e dell’Enac (l’ente nazionale dell’aviazione civile) per approfondire la questione sui potenziali rischi per gli aerei in volo. In parallelo si collabora allo stesso fine con gli scienziati americani. «Vogliamo sensibilizzare gli enti aeronautici e meteorologici perché considerino seriamente la questione – nota Marco Tavani – Con i satelliti siamo in grado di rilevare il fenomeno e avvisare tempestivamente del rischio che alcune zone presentano se sorvolate. Intanto siamo mobilitati per approfondire e definire il problema». La conclusione degli astrofisici impegnati con Agile è in corso di pubblicazione sulla rivista Journal of Geophysical Research e su altre importanti testate internazionali. Dai buchi neri alla Terra: così si dimostra che la scienza di base può essere utile anche alla vita quotidiana.

Giovanni Caprara
12 febbraio 2010



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Caravaggio, la verità in nove scheletri


Nella cripta dell’antico cimitero di S.Sebastiano a Porto Ercole: già sottoposte ad analisi preliminari



PORTO ERCOLE (Grosseto) – La verità potrebbe essere nascosta in quei nove scheletri del Seicento appena riesumati e che la scienza sta cercando di decifrare con analisi accuratissime. Appartenevano presumibilmente a quarantenni, costituzione robusta, altezza media. «Uomini dalla corporatura compatibile con quella del Caravaggio», dicono gli esperti. Le ossa sono già state sottoposte ad analisi preliminari (ne seguiranno poi altre) anatomiche e antropologiche nel laboratorio di antropologia del Dipartimento di Beni culturali dell’Università di Bologna (sede di Ravenna) dall’équipe coordinata dal professor Giorgio Gruppioni, che sta indagando su uno degli enigmi più affascinanti della storia dell’arte: il ritrovamento della tomba di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

GIALLO STORICO - Una vicenda che ha seguito un cammino tortuoso, tra giallo storico e leggenda metropolitana, e che adesso potrebbe diventare realtà a quattrocento anni esatti dalla morte del grande pittore. Grazie alle testimonianze di Giovanna Anastasia, una storica toscana appassionata di archeologia che nell'aprile scorso aveva svelato al Corriere della Sera una storia affascinante di rinvenimenti e sparizioni dei resti del pittore, un gruppo di ricercatori delle università di Pisa, Ravenna e Bologna, ed esperti del Comitato nazionale per la valorizzazione dei beni storici, culturali e ambientali guidati da Silvano Vinceti, hanno iniziato la campagna di scavi nella cripta dell’antico cimitero di San Sebastiano a Porto Ercole. I primi accertamenti hanno individuato i resti di 17 individui, e di questi nove hanno mostrato caratteri simili a quelli del Caravaggio ricostruiti grazie a documenti di archivio. Adesso gli scienziati, con nuove e più approfondite analisi, stanno cercando di stabilire l’epoca e l’età di morte e la presenza di pigmenti di cui il pittore faceva uso.

SATURNISMO O SIFILIDE - Un particolare di straordinario interesse. Una delle ipotesi avanzata dal gruppo di ricerca sulla morte del Caravaggio si riferisce infatti a un possibile avvelenamento dal piombo contenuto nei colori, chiamato in medicina saturnismo. È storicamente accertato che il Caravaggio dipingesse con le mani e dunque fosse un soggetto a rischio saturnismo, la stessa sindrome che uccise Van Gogh e Goya. Esiste però anche una seconda ipotesi: il Merisi potrebbe essere stato ucciso dalla sifilide. «Caravaggio è ricordato dai biografi come un accanito frequentatori di bordelli», spiega Silvano Vinceti. «Le sue descrizioni del comportamento anomalo dell’artista e dei sui malori sono compatibili con le due malattie. E non escluso che il pittore potesse essere stato colpito da entrambe».

SEPOLTURA - Secondo gli studiosi, e grazie anche a un documento che attesta l’atto di morte del pittore recuperato nel 2001 sempre da Giovanna Anastasia, il Caravaggio dovrebbe essere stato sepolto nella parte più bassa del camposanto. «Il piccolo cimitero che ospitava i resti mortali dell'ospitale di S.Maria Ausiliatrice della Confraternita di Santa Croce», spiega Vinceti, «iniziò la sua funzione nel 1590. La sepoltura avveniva secondo la tecnica della lisca di pesce, cioè per via orizzontale e procedendo per strati successivi. Il cimitero poi cessò di funzionare nei primi anni del 1800. Le sepolture più recenti occupavano gli strati più alti ed è verosimile che molti dei resti ossei collocati nelle parti superiori del cimitero siano andati persi o per mareggiate o per atti vandalici». Secondo Vinceti un altro indizio che i resti ossei selezionati siano quelli più vecchi, e presenti nello strato più basso del cimitero, è arrivato da un primo esame empirico della composizione del terriccio «povero degli elementi organici tipici del terreno più profondo». Sui nove scheletri saranno effettuate anche analisi del Dna che infine saranno confrontate con quelle dei discendenti del Caravaggio.

TOMBA - La storia della tomba di Michelangelo Merisi è sorprendente e misteriosa come la vita dell’artista. Il giorno dopo la morte avvenuta dell’ospedaletto di Santa Maria Ausiliatrice il 19 luglio 1610, Caravaggio viene sepolto cimitero San Sebastiano. È un luogo di periferia, sabbioso e ventoso, davanti a una grande spiaggia. Qui veniva sepolta la gente comune: artigiani, pescatori, soldati, forestieri. Trascorrono quasi 400 anni di quiete quando nel 1956, durante lavori alla strada, vengono alla luce alcune tombe. E tra queste alcune c’è quella del Caravaggio. Sulla cassa c’è una targa con il nome del pittore e la data della morte. La scoperta sorprendentemente passa inosservata e le ossa, collocate in una cassetta più piccola, sono traslate dall’allora parroco, don Mariano Sabatini (che custodisce anche l’atto di morte del pittore), chi dice nella chiesa di Sant’Erasmo e custodite nella cripta, chi afferma nel nuovo cimitero di Porto Ercole in una delle tre cripte della chiesa dove si sta scavando oggi. Poco dopo don Mariano muore e si porta con sé il segreto della tomba del Caravaggio.


Marco Gasperetti
12 febbraio 2010





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Condanna definitiva per Capezzone, paragonò pm a «teppisti»

Corriere della Sera


Le dichiarazioni risalgono al 2002, quando l'attuale portavoce del Pdl era il segretario dei radicali




ROMA - La Cassazione ha condannato in via definitiva Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, per aver «rilasciato dichiarazioni lesive dell'onore e della reputazione» del pm di Roma Carlo Lasperanza, titolare delle indagini sull'omicidio di Marta Russo, la giovane uccisa il 9 maggio 1997 da un colpo di carabina mentre transitava in un cortile dell'università a Roma. Capezzone, all'epoca segretario dei radicali, in una dichiarazione rilasciata a un'agenzia di stampa il 30 novembre 2002, giorno della sentenza di secondo grado di condanna degli imputati, parlò di «comportamenti letteralmente teppistici di alcuni magistrati» e di «testimoni minacciati».

RICORSO NON ACCOLTO - Capezzone venne condannato in appello a Perugia l'11 novembre 2008. Secondo i giudici d'appello, il comportamento processuale del magistrato «era passato indenne» al vaglio sia dei giudici del processo, sia del «giudice penale al quale era stata devoluta la denuncia sui presunti abusi del magistrato, sia dell'organo di autocontrollo della magistratura».

Capezzone si era porò rivolto alla Cassazione rilevando che la sua era stata «una legittima critica al difetto di garantismo emerso dalle indagini», ma la Suprema Corta non ha accolto il suo ricorso, affermando inoltre che . «L'espressione riferita al magistrato ha prodotto un effetto devastante poiché associa l'attività del pubblico ministero ai comportamenti delinquenziali dei teppisti che si sottraggono a qualsiasi controllo sociale».

12 febbraio 2010




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Iran, l'Ue accende un faro su Nokia "Aiuta il regime". Ma l'azienda frena

La Stampa

Bruxelles chiede spiegazioni sulla fornitura di tecnologie per la sorveglianza



Un caso internazionale investe Nokia. Con una risoluzione adottata mercoledì il parlamento europeo accusa il gigante della comunicazione finlandese di collaborare con l’Iran nella fornitura di tecnologie che il regime iraniano avrebbe poi usato per perseguitare e arrestare i dissidenti.

La compagnia finlandese respinge le accuse, spiegando che la tecnologia usata a Teheran è la stessa utilizzata anche nei paesi europei. Ben Roome, responsabile delle comunicazioni, ha confermato alla Bbc la fornitura di tecnologie a scopo di sorveglianza nel 2008, ma ha spiegato che dotare l’Iran degli strumenti per il controllo delle tlc non implica prevederne un suo uso a scopo censorio. Inoltre, l’equipaggiamento dato all’Iran, avendo una capacità di sorveglianza “di base”, sarebbe piuttosto elementare a livello tecnologico e permetterebbe di monitorare solo le telefonate dei cellulari.

In realtà dettagli sulle attività di Nokia in Iran erano già venuti alla luce lo scorso giugno, quando dai media era partita l’accusa di aiuti al regime iraniano per l’intercettazione delle comunicazioni, in un momento in cui la protesta stava correndo proprio sui nuovi mezzi di comunicazione, tra cui i telefonini. Il colosso della comunicazione non si scompone: «Crediamo che le tecnologie mobili migliorino la qualità della vita- ha detto Roome- promuovendo la trasparenza e la democrazia, fornendo ai cittadini un mezzo per farsi sentire».

Ma la stretta del regime iraniano sui mezzi di comunicazione e sulla stampa si fa sempre più pressante. Ieri, nell’anniversario della rivoluzione, non potendo impedire ai giornalisti di coprire le celebrazioni, il Dipartimento per la stampa estera li ha portati direttamente sulla Piazza Azadi, dove ha parlato Ahmadinejad.

Per la prima volta è stato vietato loro anche mescolarsi alla folla dei cortei ufficiali, per timore che potessero testimoniare qualche infiltrazione degli avversari. Il risultato è stato che, mentre la televisione di Stato mandava in onda immagini - riprese dalle emittenti internazionali - di una folla sterminata che inneggiava a Ahmadinejad, la miriade dei siti e blog di Internet ha diffuso immagini di proteste in varie piazze e nella metropolitana di Teheran, oltre a notizie di arresti, feriti e di tre dimostranti, fra cui una ragazza, uccisi dalle forze di sicurezza.

Ma, con l’ulteriore stretta sul Web imposta negli ultimi giorni dalle autorità, è diventato ancora più difficile per l’opposizione in Iran diffondere notizie e video. Molti giornalisti su posizioni riformiste sono stati arrestati negli ultimi mesi e altri hanno lasciato il paese e anche il «cittadino-giornalista», ossia la gente comune che raccoglie informazioni sul terreno e le mette in circolazione, stenta oggi a mantenere un flusso costante di notizie, come invece avveniva durante le proteste seguite alla rielezione di Ahmadinejad.



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Ora Ciancimino parla anche del caso Moro "Mio padre intervenne per non farlo liberare"

di Redazione

L'ultima rivelazione di Ciancimino: "Pippo Calò tramite la banda della Magliana aveva individuato Moro in via Gradoli.

Mio padre gli disse di non intervenire per liberarlo".

Processo Dell'Utri: udienza aggiornata al 26 febbraio


Palermo - Massimo Ciancimino, figlio di Vito, l'ex sindaco di Palermo condannato per mafia, continua a far parlare di sé con le proprie rivelazioni. E ogni volta scoppia il putiferio. L'ultima riguarda il "caso Moro". "Nel 2000 mio padre mi disse che i cugini Salvo e l’onorevole Rosario Nicoletti, ex segretario della Dc siciliana, si erano rivolti a Salvo Lima dicendo di essere in grado di dare indicazioni sul luogo in cui era tenuto prigioniero Aldo Moro". La rivelazione, fatta ai pm di Roma, è confluita nel processo al senatore del Pdl Marcello Dell’Utri. Le carte sono state inviate alla Dda di Palermo perché contengono anche dichiarazioni su Dell’Utri e i pm del capoluogo le hanno inviate al pg che sostiene l’accusa nel processo al senatore.

Pippo Calò e la Magliana "In seguito - prosegue - a mio padre era stato chiesto di impedire la liberazione dello statista dal segretario della Dc Zaccagnini attraverso Attilio Ruffini. Analoga richiesta gli era giunta da appartenenti a Gladio, nella cui struttura mio padre era inserito, e dai servizi segreti". "Mio padre - conclude il testimone - mi ha detto di avere incontrato Pippo Calò che gli disse che era stato interessato per individuare il covo di Moro, attività che aveva svolto servendosi dei suoi amici della banda della Magliana e che aveva consentito di stabilire che Moro era in via Gradoli. Disse a Calò che non si sarebbe più dovuti intervenire per la liberazione".

Processo Dell'Utri, udienza il 26 febbraio I giudici della Corte d’appello, seconda sezione penale del Tribunale di Palermo, hanno aggiornato al 26 febbraio la nuova udienza del processo a carico di Dell’Utri, accusato di concorso in associazione mafiosa. I magistrati hanno concesso alla difesa due settimane di tempo per analizzare i documenti portati in aula dal pg Antonino Gatto e la sua richiesta di ascoltare Ciancimino. Il 26 febbraio, ascoltate le controdeduzioni della difesa, i magistrati si riserveranno se chiamare in aula Massimo Ciancimino o meno.





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L'ultimo lancio di Walter Morrison, l'inventore del frisbeeCorriere della Sera

Corriere della Sera


È deceduto all'età di 90 anni


All'inizio si chiamava Pluto Platter. L'idea da un tegame per torte della pasticceria Frisbee Pie Co.





SALT LAKE CITY - È deceduto all'età di 90 anni a Monroe (Utah) Walter Fredrick Morrison, ritenuto l’inventore del frisbee. Nel corso di mezzo secolo si calcola che siano stati venduti circa 200 milioni di esemplari del «disco di Pluto» (Pluto Platter), il suo nome con il quale venne lanciato il frisbee.

DA UNA TEGLIA PER TORTE - Furono soprattutto gli studenti americani universitari e liceali alla fine degli anni Cinquanta a imporlo come moda e da lì si è diffuso sino a diventare uno sport da competizione con campionati mondiali in diverse specialità. Secondo Phil Kennedy, autore di un libro nel 2001 sulla nascita del frisbee, Morrison e la moglie Lu avevano l’abitudine di giocare con una teglia piatta per torte sulle spiagge della California. Morrison da lì partì per fabbricare il primo frisbee nel 1948. Dopo averne venduti diversi esemplari sui mercati locali, convinse infine a fabbricarne in serie l’azienda Wham-O Manufacturing che nel 1957 ne acquisì i diritti. Phil Kennedy ha spiegato che il nome frisbee deriva dal nome della pasticceria Frisbie Pie Co., nel New England i cui tegami vuoti venivano utilizzati da Morrison e la moglie.

Redazione online
12 febbraio 2010





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Il giallo di Vignola «Sono la fidanzata del prete omicida»

Corriere della Sera


Il delitto Lui puntò la sveglia alle 3, poi il massacro. Il rapporto legato al possibile movente



VIGNOLA (Modena) — C'era ancora odore di morte nella villetta alle porte del paese quando lei, bruna, minuta, sui quarant'anni, si è presentata in ospedale, al capezzale di don Giorgio Panini, sfidando occhiate inquisitrici e sorrisetti maliziosi. Era da poco passato Natale e attorno al letto di quel sacerdote grande e grosso, che con le sue 5 parrocchie e le tante iniziative per poveri e diseredati si era fatto a Vignola la fama di «stakanovista di Dio», c'era una piccola folla, tra magistrati e carabinieri. Tutti lì per capire in preda a quali demoni quell'omone di 57 anni avesse massacrato a coltellate il suo miglior amico e socio in affari, Sergio Manfredini, 68 anni, riducendo in fin di vita la moglie Paola, 62, e ferendo il figlio Davide, 42, prima che quest'ultimo, armato di candelabro, lo spedisse al tappeto, mettendo fine alla mattanza.

sapendo che sarebbe stato impossibile passare inosservata e che da quel momento la sua esistenza non sarebbe più stata la stessa. Furono i carabinieri i primi a chiederle cosa ci faceva lì e in quali rapporti fosse con il sacerdote. E a loro, così come qualche giorno fa al pm Lucia Musti che l'ha ascoltata in qualità di persona informata dei fatti (del tutto estranea all'omicidio), lei ha dato la stessa risposta, semplice e diretta: «Io e don Giorgio siamo fidanzati». Proprio così: «Fidanzati». Lei separata da anni e con un figlio grande. Lui uomo di Chiesa. Entrambi, da tempo, nel mirino delle comari di paese, che favoleggiavano di «una donna del prete», di «un amore nato tra salmi e rosari». E ora, eccola lì, la prova provata. L'irruzione della signora in questa storia di sangue, pur lasciando intatto il quadro delle responsabilità (don Panini è accusato di omicidio premeditato e contro di lui ci sono indizi pesanti), costituisce un tassello importante per risalire al movente.

Gli inquirenti sono convinti che la molla dell'aggressione vada ricercata nell'intreccio di affari che da due decenni univa il sacerdote all'amico Manfredini e alla moglie. Un piccolo tesoretto, il loro: decine di conti correnti, proprietà immobiliari in Puglia, nel Bresciano e nel Modenese, un giro di investimenti che sfiora il milione di euro. Un sodalizio che ha funzionato fino a quando don Giorgio non ha conosciuto la signora. In paese c'è chi dice che il sacerdote avesse intenzione di lasciare la Chiesa per lei. Chissà. Di sicuro, facevano sul serio. Si erano messi perfino a cercare casa. Per i Manfredini, che fino a quel momento avevano diviso tutto con il don, una situazione difficile da accettare, sia per lo scandalo che ne sarebbe derivato che per motivi economici. L'antivigilia di Natale, l'aggressione. Il legale del parroco parla di «raptus». Ma si è scoperto che la sveglia del prete era puntata sulle 3: l'ora del delitto.

Francesco Alberti
12 febbraio 2010




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Infermiera fannullona: ora lavorerà 6 mesi gratis

di Alessandra Pasotti

Condannata a 180 giorni senza stipendio per scarso impegno lavorativo. Lei si difende: "Conta la qualità, non la quantità". L'azienda sanitaria l'aveva richiamata più volte ma senza risultati





Milano - Condannata a 180 giorni senza stipendio per scarso impegno lavorativo. Neppure la riforma Brunetta sul pubblico impiego ha previsto una sanzione disciplinare tanto severa per il lavoratore fannullone. Ma è questo il fio che dovrà scontare una fisioterapista che presta servizio negli ambulatori degli Istituti clinici di perfezionamento colpevole di essersi «autoridotta le prestazioni professionali».

In altre parole: di non aver lavorato abbastanza. Protagonista di questa singolare controversia giudiziaria è Laura B., 50 anni, dipendente degli Icp di Milano, che si era rivolta al giudice con un ricorso contro la sanzione inflittale dalla direzione sanitaria per «gravi inadempienze nello svolgimento delle sue mansioni».
Addetta all'elettroterapia, Laura B. «stabiliva di propria iniziativa la quantità di prestazioni da effettuare giornalmente - si legge tra gli atti - rifiutava arbitrariamente le cure a pazienti già in appuntamento invitando gli stessi a rivolgersi allo sportello reclami, alla direzione sanitaria o al numero 112». 

Proprio così: a chi si lamentava dell'eccessivo ritardo sull'appuntamento per effettuare la terapia diceva di telefonare ai carabinieri. Un atteggiamento che aveva determinato «il mancato rispetto degli appuntamenti agli utenti negli orari fissati e l'impossibilità di esaurirli se non ricorrendo all'ausilio di altro personale, causando malcontento nei colleghi e lamentele da parte dell'utenza».

L'azienda sanitaria era già intervenuta attraverso inviti verbali e scritti per convincere la fisioterapista a lavorare adeguatamente. Infine era passata alle maniere forti: 180 giorni di allontanamento dall'ospedale. In pratica sei mesi senza stipendio. Una sanzione che ieri è stata confermata dal Tar e motivata con «il comportamento scorretto nei confronti delle figure dirigenziali nonché dei colleghi di lavoro, e per i disagi arrecati all'utenza per lo scarso impegno lavorativo». «Un comportamento che riveste carattere di particolare gravità - scrive il giudice -, non solo per la natura degli atti compiuti, che comporta turbativa al servizio, ma anche per la reiterazione degli atti stessi, che lascia intendere una precisa volontà di non assoggettarsi alle regole secondo le quali il servizio cui è addetta è organizzato».

Una sentenza contro la quale il legale della fisioterapista ha già promesso ricorso in appello. «La mia assistita gestiva un paziente ogni mezz'ora - ha detto l'avvocato Mirco Rizzoglio -. L'ospedale non è una catena di montaggio. Qual è il ritmo da tenere? Uno ogni dieci minuti? Questa sentenza lascia perplessi, si tratta della sanzione più grave prima del licenziamento.

Se non avesse lavorato avrei potuto capirlo, ma qui si tratta del numero di prestazioni effettuate». Nessuno sconto riguardo la presunta «violazione del diritto alla salute della dipendente» con la quale Laura B. aveva cercato di dimostrare la sua inidoneità alla mansione per un mal di schiena cronico. Secondo il giudice la elettroterapia a cui era stata assegnata era un compito assolutamente compatibile con le sue condizioni.
«È una sentenza che fa riflettere - è il commento dell'avvocato degli Icp, Rocco Mangia -. Spesso per buonismo si lascia correre. In questo caso invece le mancanze nei confronti dei cittadini sono state sanzionate duramente»



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La svolta di Luxuria: spero nella destra liberale

Corriere della Sera


«Mi piacerebbe lavorare ancora con la Carfagna sui diritti civili»


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ROMA — Finiti i tempi dei lanci di finocchi (intesi come ortaggi), del «meglio fascista che frocio» urlato in tv da Alessandra Mussolini, del fintamente rispettoso «signor Guadagno» ripetuto dal leghista Castelli. Accantonati dileggi e sarcasmi, Vladimir Luxuria — già paragonata a Obama da Piero Sansonetti dopo l'elezione per Rifondazione — flirta con Ignazio La Russa e lancia segnali di disponibilità alla destra: «Adesso non ho tempo e non mi candido neanche a Miss Italia.

Ma se me lo chiedessero più avanti forse non direi di no: vorrebbe dire che è nata una nuova destra liberale, alla Sarkozy». Nel frattempo, dopo i disagi dell'Isola dei Famosi, Luxuria farebbe un salto volentieri tra i saloni ovattati di Palazzo Chigi: «Con la Carfagna ho già collaborato. Se lei o un altro ministro mi chiedessero di lavorare a un progetto sui diritti civili, lo farei volentieri». Trasformismo? Opportunismo? Nient'affatto. Perché l'esperienza con la sinistra radicale per Luxuria è stata solo una parentesi.

Che cancella con un tratto di penna: «Non sono mai stata militante. L'unica tessera che ho è quella dell'Avon». I suoi ex colleghi di scranno non saranno felici. «Non sono rimasta in contatto. E comunque sono moralmente onesta: vado dove posso migliorare la vita della gente». Qualcuno se l'è presa: «Mi hanno dato della vigliacca e della traditrice. Ma mi sono arrivati molti più elogi».

Nostalgia delle poltrone, come maligna qualcuno, o ritorno alle origini (suo padre era un almirantiano di ferro), Luxuria sbarca a destra, sdoganata alla Vita in diretta da Ignazio La Russa. Il «macho» di destra, tutto legge e ordine, e l'icona trans, tutta strass e parità di genere, hanno improvvisato un simpatico siparietto, scambiandosi cordialità. La Russa ha aperto ai gay nelle caserme.

E già che c'era ha elogiato Luxuria. Che gongola: «Se permette, dopo essere trattata per anni come una Cicciolina ridicola (copyright Mastella), sentire un ministro che dice che ho lavorato meglio di molti suoi colleghi, mi riempie di orgoglio. E poi perché queste cose sulle caserme non le ha dette prima Parisi?». Quanto basta per dimenticare le molte scortesie ricevute. Come quando Elisabetta Gardini la incrociò nella toilette di Montecitorio e rimase «traumatizzata», sentendosi «violentata». Con Giorgia Meloni che chiosava impietosa: «Il Parlamento è diventato un circo Barnum». Anche a sinistra non sono mancati sarcasmi e battutacce da cinepanettone («da falce e martello a falce e pisello»).

Grazie alla caparbietà e a un'imprevista preparazione, Luxuria ha conquistato spazio e giudizi benevoli. Attestati di stima da Marina Berlusconi — «È preparata, ragionevole, con un grande senso dell'umorismo» — e persino da Castelli: «È intelligente, corretta, per nulla volgare». Maurizio Gasparri, facendo uno sforzo, ha detto di non trovarla affatto «sciocca». Lei incassa ed esibisce le credenziali: «Partecipai a una festa del Tricolore. E a un'iniziativa leghista». Di Berlusconi disse di non odiarlo: «Anche lui si trucca e mette i tacchi». La battuta su Marrazzo, però, non le è piaciuta: «Uno scivolone». Del resto lei è più attratta da altri nomi: «La corrente che mi intriga di più è quella di Fini. La Polverini ha anche aperto sulle coppie di fatto». Archiviati Paolo Ferrero, che le offrì un posto a Strasburgo, e Fausto Bertinotti, che le fece l'encomio solenne: «Ha vinto l'Isola dei Famosi perché è autentica: come il movimento degli Studenti».

Alessandro Trocino
12 febbraio 2010




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Atleta Vittorioso: va confiscata la statua attribuita a Lisippo del Getty Museum

Corriere della Sera


L'opera in bronzo venne ripescata nell'agosto 1964 in Adriatico da un peschereccio di Fano
La decisione del gip di Pesaro. La statua si trova a Los Angeles.
La fondazione Getty fa ricorso in Cassazione





PESARO - Il gip del Tribunale di Pesaro, Lorena Mussoni, ha disposto la confisca della statua bronzea dell'Atleta Vittorioso, nota anche come l'Atleta di Fano, attribuita allo scultore greco Lisippo. Si tratta del più importante bene archeologico conteso fra Italia e Usa.

La statua era stata ripescata nell'agosto 1964 al largo di Fano dalle reti di un peschereccio, forse in acque internazionali, ed era poi finita dieci annidopo al Paul Getty Museum a Los Angeles. La sentenza del gip dispone il sequestro della scultura «attualmente al Getty Museum o ovunque essa si trovi».

RICORSO IN CASSAZIONE - Successivamente la Fondazione Getty ha dichiarato che farà ricorso in Cassazione contro l'ordinanza del gip di Pesaro. In una dichiarazione diffusa a Los Angeles, la fondazione Getty si dice «delusa dalla decisione» del gip giudicandola «viziata sia dal punto di vista procedurale, sia nella sostanza».

La fondazione ricorda che «lo stesso tribunale a Pesaro aveva respinto un precedente ricorso nel 2007 nel quale lo stesso pubblico ministero aveva sostenuto che la statua dell'atleta vittorioso apparteneva all'Italia». In quel caso, il giudice aveva stabilito che, essendo il reato prescritto, «il Getty doveva essere considerato il proprietario in buona fede» del bronzo. Ricordando che nessuno è stato condannato da un tribunale italiano in questo caso, «il Getty farà appello contro la decisione del gip di Pesaro presso la Corte di Cassazione a Roma e difenderà con vigore la sua proprietà legale della statua».

STORIA - Secondo gli studiosi, l'Atleta Vittorioso è stato realizzato tra il IV e il II secolo a. C., ma le considerazioni di tipo stilistico la porta a essere accostata a Lisippo, uno dei più grandi scultori della Grecia classica. La statua è mancante dei piedi, è alta poco più di un metro e mezzo e pesa circa 50 chili.

La scultura potrebbe essere stata parte di un gruppo di atleti vittoriosi in un santuario, forse a Delfi o a Olimpia. La nave che la stava trasportando in Italia naufragò in mezzo all'Adriatico. Stando alle dichiarazioni a suo tempo rilasciate dal capo del peschereccio, la statua venne ripescata «a 43 miglia dal Conero e 27 miglia dalla costa della Jugoslavia» a circa 75 metri di profondità.

La statua è stata esportata illegalmente, sia che sia stata rinvenuta in acque italiane sia in quelle internazionali, in quanto venne recuperata e issata a bordo da una nave battente bandiera italiana e sbarcata in territorio nazionale. Dopo varie vicissitudini, la statua venne acquistata nel 1977 dal Getty Museum per poco meno di 4 milioni di dollari. I curatori del museo hanno sempre detto di non aver saputo della provenienza illecita della statua per cui non si sentono in dovere di doverla restituire.

RUTELLI - Francesco Rutelli, ex ministro dei Beni culturali, si è detto soddisfatto per la decisione del gip. «Si tratta di una decisione di importanza storica, che mette fine alla vecchia stagione del saccheggio del nostro patrimonio archeologico. In base all'accordo che ho firmato nel settembre 2007, le due parti hanno affidato a una decisione della magistratura la destinazione finale della statua», ha affermato Rutelli. «Con la confisca, il museo Getty dovrà dare applicazione al nostro accordo e questa statua di incomparabile bellezza dovrà tornare in Italia».

Redazione online
11 febbraio 2010




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Tutti i favori di Anemone: prostitute, champagne e l'idrovolante-taxi

Corriere della Sera


«Piove», il segnale dell'indagine in arrivo. Il lavoro al cognato di Masi



Chiudeva affari milionari la «combriccola» e poi si occupava di soddisfare in ogni modo gli alti funzionari che gestivano i «grandi Eventi». Dalle carte dell'inchiesta di Firenze spuntano altri festini a luci rosse, viaggi in aerei privati, case messe a disposizione e assunzioni fittizie per assecondare le richieste dei potenti. Nel settembre 2008 «per il trasferimento di Angelo Balducci da Roma a Palermo con sosta a Capri» fu affittato «un idrovolante per due persone al costo di 3.800 euro più Iva».

Qualche settimana dopo per Guido Bertolaso fu organizzata una «cosa megagalattica»: serata con «frutta, champagne e due o tre ragazze». Il capo della protezione civile fu costretto a rinunciare perché aveva un altro impegno, ma al telefono sottolineò: «Conto che l'offerta possa essere ripetuta ovviamente in un'altra occasione».

A tutto pensava Diego Anemone, 39 anni, l'imprenditore che era riuscito ad accaparrarsi una grossa fetta degli appalti per i «Grandi Eventi» gestiti dalla presidenza del Consiglio. Pagava persino le stoffe che la moglie di Balducci aveva scelto per arredare il nuovo appartamento del figlio. E non badava a spese. Sapeva di poter ottenere altri vantaggi e infatti agli amici imprenditori assicurava di «tenerli presenti per i lavori del post terremoto in Abruzzo».

Prostitute a Venezia - È il 17 ottobre 2008. I fondi del G8 sono stati sbloccati. Mauro Della Giovampaola, il funzionario delegato alla Maddalena finito adesso in carcere, contatta Daniele Anemone, il fratello di Diego.

Della Giovampaola: Guarda ti dico, una cosa così non l'ho mai vista... All'1,15 sono arrivati i soldi sul conto, all'1,18 il Soggetto Attuatore li aveva già mandati in Banca d'Italia, all'1,19 sono partiti i pagamenti.

Anemone: grande! grande!

Della Giovampaola: allora a questo punto... in virtù di questa cosa ... non è che uno... siccome la vita è un po' così. Che si deve fare? Ti faccio presente che noi domani sera con una terza persona (oltre a lui, De Santis e Balducci) dormiamo a Venezia.

Anemone: umhh ci organizziamo... eh ma mi devi dire l'albergo però.

Della Giovampaola: sì... allora è il Gritti Palace... però siccome è roba che è a sei, quasi sette stelle... deve essere tutto equivalente.

Anemone: eh, ho capito

Della Giovampaola: perché non è che arrivano due stelline del cazzo... che poi è una cosa che non va bene no? Anemone: (ride) va bene adesso mi organizzo. Pochi minuti dopo, come risulta dalle intercettazioni, Daniele Anemone chiama Simone Rossetti e gli chiede: «Ma tu a Venezia come stai messo? perché a me per domani sera...». Subito dopo contatta il fratello Diego e «gli fa capire che Simone ha bisogno di non meno di 4.000 euro...».

Annota il giudice: «In effetti De Santis e Della Giovampaola usufruiranno delle prestazioni sessuali a pagamento di una ragazza procurata da Rossetti peraltro poi lamentandosi della «qualità» della ragazza». Non è l'unica volta. «Il 13 novembre 2008 viene messa a disposizione da Rossetti una prostituta in favore di De Santis. L'incontro mercenario a sfondo sessuale viene procurato su richiesta di Della Giovampaola il quale in un primo momento avrebbe dovuto usufruirne insieme a lui, su sollecitazione di Diego Anemone».


Il favore a Mauro Masi - Il pomeriggio dell'8 giugno 2009 «il professor Mauro Masi (direttore generale della Rai, ndr) facendo evidentemente riferimento a pregresse intese con Angelo Balducci lo sollecita a telefonare a Anthony Smit (fratello della sua fidanzata)»: «Se puoi fare quella telefonata entro oggi... a me servirebbe insomma». Dal tenore delle conversazioni successive si capisce che la richiesta riguarda «una sistemazione lavorativa». E infatti Balducci lo contatta e gli fissa un appuntamento per il fine settimana successivo a Roma. Neanche un mese dopo la pratica appare sistemata: Anemone lo assumerà presso il Salaria Sport Village, come gli dice chiaramente.

Anemone: Antony se mi mandi un messaggino di un tuo riferimento di un conto corrente perché io ho fatto l'assunzione già retrodatata.

Smit: Ah splendido, va bene

Anemone: così ti mando poi a settembre, dimmi te quando vogliamo iniziare, come avevamo detto... non me lo ricordo neanche più.

Smit: il 15 luglio io finivo le ferie insomma... queste ferie di cui ho avuto bisogno per sistemare un po' la situazione... tu scusami se mi permetto, quando avresti bisogno di cominciare a inquadrarmi...
 
Anemone: io l'ho fatta dal primo luglio quindi significa che tu la mensilità di luglio la prendi tutta e siccome agosto è ferie ti prendi anche quella di agosto... se tu vedi che hai finito ci vediamo la prima settimana di agosto facciamo un punto e poi ci rivediamo a settembre, se invece dici «voglio chiudere così» iniziamo dal primo settembre però dal primo luglio stai assunto.

Smit: Ah splendido... quindi vengo su agosto un attimino. Scrive il giudice: «Il 13 agosto Smit chiede ad Anemone notizie sull'assunzione e soprattutto in merito allo stipendio che non gli è stato ancora accreditato. Anemone gli dice che potrà venire a Roma a ritirare i due stipendi». Quando si trasferisce a Roma gli sarà dato in uso anche un appartamento che costa al gruppo Anemone 950 euro al mese.

L'allerta di Toro - A fine settembre scorso la banda evidentemente fiuta guai. A Roma sono stati sequestrate le piscine dei Mondiali di nuoto, si rincorrono voci su altre indagini. Scrive il giudice: «Il 26 Balducci rassicura Anemone che il problema del sequestro del cantiere del Salaria Sport Village e degli altri impianti è da considerarsi risolto».

Comincia una frenetica attività di contatti da parte di entrambi che ha come terminale Camillo Toro, il figlio del procuratore aggiunto di Roma Achille, che ha ottenuto un incarico al ministero delle Infrastrutture. Il tramite è l'avvocato Edgardo Azzopardi, amico della famiglia, che a sua volta passa le informazioni a Manuel Messina per farle arrivare ad Anemone. Usano tutti massima cautela: Balducci rinuncia addirittura all'autista per gli incontri riservati, gli altri in alcune conversazioni si servono del sistema Skype. Il 30 gennaio scorso Azzopardi incontra Camillo Toro. Poi chiama Messina. E, sottolinea il giudice, «gli fa capire che ci sono grossi problemi giudiziari in arrivo».

Azzopardi: eh... piove.

Messina: Non mi dire... pesantemente? Piove parecchio?

Azzopardi: eh... speriamo che non ti piova dentro casa perché... piove tanto.


Fiorenza Sarzanini
12 febbraio 201







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Pakistan, vescovo difende in tribunale famiglia cristiana

Avvenire


Cresce la protesta dei cristiani pachistani verso il sistema giudiziario e i politici per il tentativo di insabbiare le accuse contro il presunto colpevole dell’uccisione, seguita a torture e violenza sessuale, della dodicenne Shazia Bhatti il 22 gennaio scorso.

Ancora una volta, la minoranza cattolica della popolosa provincia del Punjab teme che la giustizia per un atto di violenza le venga negata. Per questo Timoteo Nasir, vescovo della Chiesa Presbiteriana ed eminente giurista, ha deciso di guidare gli avvocati della famiglia nella loro azione contro Naeem Chaudhry, arrestato per l’assassinio e a sua volta influente avvocato islamico ed ex presidente dell’Alta Corte del Punjab. Il vescovo ha deciso di scendere in campo e guidare il pool di legali, dopo che nei giorni scorsi molti avvocati avevano preferito “declinare” l’offerta di assistere la famiglia come parte lesa in aula contro il potente ex giudice Chaudhry.

Come riferito dall’agenzia vaticana Fides, monsignor Nasir è assai noto nella comunità cristiana, sia per la sua attività di pastore e di rettore del Seminario teologico di Gujranwala, sia per il suo impegno – come giurista e pubblicista – a difesa dei diritti delle minoranze religiose nel Paese in grande maggioranza musulmano.

Il decesso, che per le autorità e anche per i medici che hanno testimoniato a difesa di Chaudhry, sarebbe un incidente (le abrasioni e contusioni sarebbero conseguenze di malattia e la morte dovuta a una caduta accidentale) può invece aprire, per gli avvocati della famiglia della giovane e per i suoi genitori, uno spiraglio su una realtà drammatica. Sono in tante, infatti, le bambine come Shazia che il bisogno spinge a mettersi al servizio di famiglie ricche e potenti subendo spesso vessazioni e a volte violenze per un salario equivalente a 6-8 euro al mese, ma altrettanto aberrante e frequente è l’incapacità per i cristiani di avere giustizia. 



Chaudhry è una personalità influente, con amicizie tra i militari e nell’amministrazione pubblica, oltre che connessioni politiche con la Lega Musulmana, per la fazione che fa capo all’ex primo ministro Nawaz Sharif. Nei giorni scorsi i suoi colleghi hanno cercato di discolparlo mentre gli avvocati che si sono offerti di assistere gratuitamente la famiglia sono stati oggetto di intimidazioni e minacce.

Anche l’arresto dell’avvocato, ora in carcere in attesa del processo, dopo che le due settimane di indagini previste dalla legge prima della convalida dell’arresto non hanno portato, per le autorità, a raccogliere prove sufficienti a suo carico, è avvenuto nel massimo segreto, reso noto solo dai gruppi che si sono impegnati per far chiarezza sulla vicenda che per giorni erano scesi in piazza davanti al palazzo di giustizia di Lahore ottenendo l’accoglimento della denuncia dei familiari da parte della polizia. La piccola Shazia era stata ricoverata all’Ospedale Jinnah di Lahore il 19 gennaio con una dozzina di ferite di arma da taglio sul corpo. I risultati dell’autopsia non sono accessibili e dagli avvocati della famiglia è stato chiesto nuove perizie.

Da lungo tempo alla ragazzina non veniva concesso di vedere i familiari perché si era lamentata con loro degli orari massacranti, della scarsità di cibo, delle percosse e della mancata corresponsione del pur misero salario. Vicini di casa di Naeem Chaudhry hanno testimoniato delle sevizie e anche del duro lavoro all’esterno dell’abitazione, nel gelo invernale. Ai genitori, accorsi all’ospedale dopo la morte della figlia erano state offerte 15mila rupie, circa 130 euro, perché non sporgessero denuncia.




Stefano Vecchia


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La «prova tv» inchioda l’Idv Evangelisti

di Redazione

Una squalifica che neanche Cassano ai tempi d’oro. È infatti di 12 giorni di sospensione dai lavori parlamentari la sanzione data dall’Ufficio di Presidenza della Camera a Fabio Evangelisti, deputato Idv, per la rissa scatenata l’altroieri in Aula dopo che il governo era stato battuto su un ddl sul settore agroalimentare. Altre due le sanzioni «inappellabili» - così le ha definite il presidente di Montecitorio Gianfranco Fini - distribuite ai deputati rissosi: 10 giorni di sospensione a Fabio Rainieri e 5 a Gianluca Buonanno, entrambi della Lega. L’ufficio di presidenza ha raggiunto ieri il «verdetto» dopo quasi due ore di riunione, passate a visionare i filmati della rissa (solo verbale, visto che non c’è stato nessun contatto tra i deputati). Decisamente, una «prova tv» così pesante Cassano non l’ha mai beccata.



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Anche un prete finisce nei guai «Girava gli aiuti all’imprenditore»

di Redazione

SCONTRO 

L’Idv: «Decine di miliardi messi in mano a squallidi approfittatori». Il centrodestra: «Pensate ai conti del vostro partito»


Roma


Un prete. Anzi, un missionario impegnato a raccogliere fondi per finanziare le missioni all’estero. Parte di quei fondi però sarebbero stati prelevati per essere prestati a Diego Anemone, l’imprenditore arrestato nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti alla Maddalena. Un’accusa grave contenuta nell’ordinanza del giudice fiorentino. Sul tavolo degli inquirenti è finita un’intercettazione telefonica tra Anemone e appunto il missionario. Ovvero don Evaldo Biasini della Congregatio Missionariorum Pretiosissimi Sanguinis. Biasini è il consigliere economo della società di vita apostolica e dunque ha responsabilità della cassa. Un sacerdote anziano e molto conosciuto anche a Roma, dove divenne viceparroco nel 1956.

«Anemone risulta avere rapporti poco chiari con un prelato, don Evaldo Biasini», scrive il gip nell’ordinanza, specificando poi come dalle indagini sia emerso che l’impresa di Anemone stava eseguendo alcuni lavori edili presso il collegio del Preziosissimo sangue in via Narni a Roma per conto di don Biasini. Ed è a don Evaldo che Anemone, il 22 settembre del 2008, avrebbe chiesto dei soldi. L’imprenditore va in cerca di contante, sottolinea il giudice, poco prima di un incontro programmato con il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. Non solo. Nel provvedimento gli inquirenti osservano come Anemone si sia attivato spesso alla ricerca di denaro contante proprio in previsione di taluni incontri con Bertolaso. Insomma gli investigatori ritengono «con certa fondatezza che detti incontri siano finalizzati alla consegna di somme di denaro al Bertolaso».

Ed ecco la trascrizione della conversazione tra Anemone e il missionario. «Senti Evà scusa se ti scoccio solo per rotture di coglioni perché ieri... stamattina devo vedere una persona verso le 10 e mezza... 11. Tu come stai messo?» Don Evaldo risponde: «Di soldi? Qui ad Albano ce n’ho 10 soltanto. Giù a Roma potrei darteli. Debbo poi portarli in Africa mercoledì. Vediamo un po’». Così Anemone si accorda con il sacerdote: «Oggi non ce la facciamo eh? Domani, domani.

Va be’...domani mattina faccio un salto casomai allora». L’ordinanza del giudice poi fa cenno ad una «successiva conversazione del 23 settembre» nella quale «Anemone sembra impartire disposizioni affinché sia richiesta a don Evaldo la disponibilità di dargli un’ulteriore somma di denaro di 50mila euro che però stavolta non ottiene». Una donna contatta per conto di Anemone il sacerdote e poi chiama l’imprenditore e gli riferisce la risposta negativa di don Biasini: «proprio m’ha detto scordatelo».




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