giovedì 11 febbraio 2010

Pantani, sei anni dopo "Il suo mito vive sul web per milioni di tifosi in tutto il mondo"

Quotidianonet

Il 14 febbraio ricorre il sesto anniversario della scomparsa del grandissimo campione romagnolo. Sergio Piumetto, artefice di pantanichannel.it racconta quali siano le iniziative che in Rete mantengono vivo il ricordo di un fuoriclasse amatissimo

Cesenatico, 11 febbraio 2010


Luglio 2000, Tour de France: Marco Pantani stacca in salita il campione in carica Lance Armstrong in ben due occasioni, portandosi a casa le tappe di Mont Ventorux e Couchevel. Milioni di italiani incollati allo schermo. Una nazione intera esalta le ultime grandi imprese di un fenomeno del ciclismo, tornato sulle due ruote dopo circa un anno di assenza.

Le ultime due perle di una carriera straordinaria e folgorante, che ha raggiunto il suo apice nel 1998, quando il pirata ha centrato la conquista del Giro D'Italia in giugno, e quella del Tour de France in agosto.

Il palmarès parla chiaro: 83 vittorie nelle diverse categorie, tra cui 8 tappe al Giro d'Italia, 8 al Tour de France, 14 volte maglia rosa e 8 maglia gialla. Numeri degni di un grande campione.

14 Febbraio 2004, Rimini: Marco Pantani viene trovato senza vita in una camera del residence 'Le rose'. Il pirata ha mollato gli ormeggi ed è salpato per un viaggio senza ritorno. A ucciderlo la cocaina, nella quale aveva trovato rifugio nel tentativo di alleviare il dolore che da troppo tempo lo attanagliava. Una sofferenza lacerante, figlia del prezzo troppo alto pagato per errori probabilmente mai commessi.

E' notizia di questi giorni la morte di Franco Ballerini, ct della nazionale italiana di ciclismo, ed ex allenatore del ciclista cesenate. Al funerale era presente anche Paolo Pantani, il papà di Marco che ha così unito il ricordo di suo figlio e di colui che lo ha allenato: “Franco ha sempre creduto in quello che Marco diceva, io sono venuto per questo, perché Franco era una persona eccezionale. Credo che lui e Marco, due ciclisti bravissimi e onesti, si troveranno insieme in Paradiso”.

Domenica ricorre il sesto anniversario della scomparsa di Pantani. Per volere della famiglia è stata organizzata soltanto una messa in suffragio, che si terrà nella chiesa di San Giacomo in Cesenatico alle 11.15.

Diversi sono i portali internet a lui dedicati, che si occupano di tenere vivo nella memoria il ricordo del campione. Tra loro www.pantanichannel.it , gestito da Sergio Piumetto, un grandissimo appassionato del Pantani uomo, prima ancora che del Pantani ciclista, che conosce i famigliari di Marco, e che con loro condivide uno stretto legame.

Sergio, com'è nata l'idea di creare un sito web dedicato al pirata?

“Il mio intento è sempre stato quello di onorare la memoria di Marco. Offrire a chi lo ha amato, e a chi lo amerà per sempre, uno spazio virtuale nel quale ricordarlo, creando così sorta di community nella quale condividere pensieri, idee ed esperienze. E per questo motivo ho creato anche un'organizzazione ad hoc chiamata Pantani For Ever, che curo personalmente. Io vivo all'estero da circa 25 anni e posso assicurare che il pirata è molto amato anche nelle altre nazioni, oltre che nel nostro paese. Una passione per un grande campione che non conosce confini”.

Quali sono le iniziative organizzate dalla Pantani For Ever?

“Diverse. Partiamo dal sito internet, che ha come scopo quello di diventare una web tv interamente dedicata a Marco, nella quale introdurre filmati, notizie e video legati alla sua vita, e agli eventi a lui organizzati in giro per il mondo. Il portale è stato attivato nel 2008, e dopo poche settimane già contava visite da ben 66 nazioni diverse. Come Pantani For Ever organizziamo dal 2008 una corsa/evento dedicata a Marco, la Pantani Challenge, a Les 2 Alpes.

Il 'memorial cycling' è diviso in due giornate. Nella prima è prevista una cronoscalata, nella quale ogni partecipante potrà misurarsi con il record imbattuto di Marco sul percorso. Nella seconda invece ci sarà una corsa ciclosportiva, che prevede la scelta tra due diversi percorsi: uno senior da 64 chilometri e uno master da 164. La prossima edizione, la terza, è in programma il 21 e il 22 agosto 2010, e ha già ricevuto richieste di partecipazione da ben 14 paesi stranieri. Inoltre nel 2008 è stato creato ' L'isola del Pirata', un museo itinerante di Marco Pantani allestito su un grande camion americano.

Con questo camion saremo (e siamo stati) presenti a tutte le tappe del giro d'Italia permettendo agli appassionati di poter conoscere la vita personale e la carriera sportiva di Marco attraverso l'esposizione di immagini, trofei, cimeli e tanto altro. Infine abbiamo realizzato un book fotografico, in vendita per adesso solo nella grande distribuzione, con le immagini e i racconti della sua vita. Materiale per lo più sconosciuto al grande pubblico.”

Chi era Marco Pantani?

“Non ho avuto il piacere di conoscerlo personalmente, ma ho avuto il grande onore di conoscere la sua famiglia che mi ha permesso di capire e apprendere chi era Marco veramente. Un ciclista fenomenale e onesto, travolto da una serie di attacchi sportivi e personali spesso gratuiti, per episodi nei quali a mio parere non ha nessuna colpa. Poi non tutti sanno che il pirata una volta sceso dalla sua amata bici coltivava innumerevoli passioni. Era un'amante della vita, e a mio avviso un grande artista. Ha infatti disegnato ben 41 quadri e scritto diversi testi. Tutte opere meritevoli di elogi. Inoltre gli piaceva anche cantare. Era una personale eccezionale, un grande uomo prima che un grandissimo ciclista. A sei anni dalla sua scomparsi rivive nei nostri cuori e nelle nostre menti, dove resterà in eterno a farci compagnia.”

di Dario Cuomo




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Multe fino a 600 euro per chi sfama i randagi

Libero

Il sottosegretario Martini risponde : E' maltrattamento.


E'«acute; emanare provvedimenti assurdi che privano gli animali randagi del fondamentale diritto all'alimentazione e, quindi, alla sopravvivenza, il Sindaco di Monte Procida dovrebbe preoccuparsi di applicare le norme vigenti in materia di prevenzione del randagismo e di tutela del benessere animale, a partire dall'obbligo di microchippatura dei cani, disposto dalla mia Ordinanza del 6 agosto scorso per implementare l'anagrafe canina e consentire la rapida e sicura rintracciabilità degli animali vaganti sul territorio». Francesca Martini, sottosegretario alla Salute, risponde al Sindaco di Monte Procida, in provincia di Napoli, in merito all'Ordinanza che stabilisce multe salatissime – da 100 a 600 euro - ai cittadini che sfamano cani e gatti randagi.

Rivolto a «chi dà da mangiare in strada, o nei parchi, a cani e gatti randagi e ai colombi», «il ricorso al provvedimento - si legge nell’ordinanza - è spiegato con la necessità di fronteggiare problemi di carattere igienico sanitario in alcune pubbliche vie, piazze e spazi di verde attrezzato, causati da residui di cibo che vengono somministrati a cani e gatti randagi e ai colombi da privati cittadini».

«Vorrei ricordare al primo cittadino di Monte Procida - prosegue il Sottosegretario Martini - che le leggi vigenti attribuiscono ai Sindaci la responsabilità di raccogliere i cani randagi, curarli, ricoverarli in canile, microchipparli e sterilizzarli e non certo farli morire di stenti.

Privare gli animali del sostentamento rientra nel reato di maltrattamento e non risolve il problema del randagismo. I milioni di proprietari di animali da compagnia in Italia pretendono dalle Istituzioni comportamenti civili e di rispetto delle leggi sacrosante di cui fortunatamente il nostro Paese è dotato. Prenderemo immediatamente contatto con l'amministrazione e con la Asl territorialmente competente, perché iniziative come queste vengano prontamente interrotte e sanzionate».
11/02/2010





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Operato al testicolo sano, risarcimento record a un 35enne e alla moglie

Corriere della Sera


la coppia non potrà avere figli



L'intervento, sei anni fa, per una neoplasia. Il tribunale: 375 mila euro a lui e 100 mila alla consorte


MILANO - Era stato sottoposto a un’operazione per l’asportazione di un testicolo affetto da neoplasia: ma il medico ha asportato il testicolo sano, rendendolo sterile e causandogli un calo del desiderio sessuale. Il Tribunale civile di Milano, a cui si è rivolto il paziente, ha disposto per lui e per sua moglie un risarcimento di 475mila euro, riconoscendogli i danni morali e biologici. A emettere la sentenza è stato il giudice Damiano Spera.

L'OPERAZIONE SBAGLIATA - L’uomo aveva citato per danni il medico che aveva eseguito l’operazione, quasi sei anni fa, e l’Istituto nazionale per lo studio e la cura dei tumori. Nelle motivazioni della sentenza il giudice spiega che è necessario tenere conto dell’età dell’uomo, che ha 35 anni, e del «particolare pregiudizio subito nella sfera sessuale e della compromissione definitiva della capacità riproduttiva». Il giudice ha anche accolto la domanda di risarcimento della moglie, concedendole 100 mila euro che vanno a sommarsi ai 375 mila ottenuti dal marito. Il giudice parla di «menomazione permanente occorsa al marito». (fonte: Apcom)

11 febbraio 2010




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Ecco la «cosa megagalattica»

Corriere della Sera




I preparativi per la festa: «Quante situazioni devo creare?». «Due, io penso che lui si diverte»



ROMA - Il 21 settembre 2008, annota il gip nella sua ordinanza, «l'Anemone, unitamente al Rossetti (Simone Rossetti, indagato, gestore del Salaria sport village - ndr)», si attiva per organizzare la «cosa megagalattica».

Rossetti: ...capo
Anemone: ...eccomi R.:...allora domenica prossima alle 8
A.: ...di quello che parlavamo prima...?
R.: ... si si... cosa megagalattica
A.: ...ma li da voi?
R.: ...chiudo il circolo due ore prima...festa al Centro Benessere
A.: ...benissimo okay
R.: ... (inc)... con lui
A.: ...eh?
R.: ...tre persone con lui (...)
A.: ...grazie... quindi l'ora a che ora è?
R.:...io direi per le 8 così ci organizziamo.. un po' di frutta prima... champagne... frutta ... un po' di colori fuori... cose
Il 23 settembre altra conversazione intercettata tra i due.
Anemone: ...2 cose... la prima al 99% domenica va bene
Rossetti: ...okay... perfetto
A.: ...me lo conferma sabato... però m'ha detto che al 99%... si
R.: ... okay... sicuramente ci costerà qualche soldino
A.: non mi frega un c. Simò
R.: ...no, no, io 'ste cose A.:...sì, sì, però mi raccomando...la riservatezza tua e basta...Simò
R.: ... ah...Diè...tranquillo proprio...
I due parlano ancora della festa il 25 settembre.
Rossetti: ...senti quante situazioni devo creare?...una...due
Anemone: ....io penso due... lui si diverte... due
R.: ...tre?...che ne so!
A.: ...eh la Madonna!
R.: ...(ride) va bene... a posto
A.: ...di qualità!
R.: ...assolutamente
Bertolaso, in una telefonata ad Anemone del 27 settembre, spiega però di non poter essere a Roma la sera dopo, domenica.
Anemone: ...quindi non ci sei domani sera
Bertolaso: ...no domani sera... ahimè non ci sono
A.: ... ho capito...
B.: ...però conto che l'offerta possa essere ripetuta ovviamente in un'altra occasione (...)
A.: ...come no! come no!...grazie...ci sentiamo in settimana.
(fonte Ansa)

11 febbraio 2010




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Ecco «Inuk», com'era l'uomo 4 mila anni fa in Groenlandia

Corriere della Sera


Ricostruito il genoma a partire da una ciocca di capelli conservata nei ghiacci



MILANO – Fossili di frammenti ossei e una ciocca di capelli rimasti imprigionati nei ghiacci perenni: è ciò che ha permesso a un gruppo internazionale di scienziati di codificare il patrimonio genetico di un nostro antenato preistorico, vissuto circa 4mila anni fa e oggi battezzato Inuk.

INUKI suoi resti erano stati ritrovati nel 1986 sull’isola di Qeqertasussuk, al largo delle coste occidentali della Groenlandia (dove l’uomo è morto – per cause ancora ignote – quando era ancora in giovane età), e fino a ora conservati presso il Museo Nazionale di Danimarca. Il team di esperti guidati dagli scienziati danesi Eske Willerslev e Morten Rasmussen ha analizzato gli antichi resti, ha mappato il Dna dei capelli e sequenziato così l’80 per cento del suo genoma. In questo modo è stato possibile scoprire numerosi dettagli della vita e dell’identità di Inuk, che apparteneva alla cultura Saqqaq, discendente dalle popolazioni migrate dalla Siberia oltre 5 mila anni fa e la prima ad aver abitato le terre della Groenlandia.

FOTOGRAFIA L’analisi genetica ha consentito di disegnare un identikit dell’uomo e regalarci così una fotografia di quello che probabilmente era il suo aspetto, e non solo. Inuk aveva la carnagione scura, i suoi occhi erano castani e così pure i suoi capelli, che erano folti anche se a quanto pare il giovane era incline alla calvizie. Si nutriva di uccelli marini e carne di foca, il suo gruppo sanguigno era A+ e sia il fisico che il metabolismo si erano adattati alla vita nel clima artico, nonostante non fossero passate molte generazioni da quando i suoi antenati erano arrivati su quelle terre.

Alessandra Carboni
11 febbraio 2010





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Marcia indietro del governo sulla donazione degli organi

Corriere della Sera


Solo chi lo desidera può indicare la propria decisione sulla carta d'identità. Ma non è più un obbligo 




MILANO - Sulla scelta di donare o meno gli organi tutto resta come prima: l'obbligo di fare una scelta, e di indicarla sulla carta di identità, torna a essere solo una facoltà. C'è stata infatti una marcia indietro del governo sulla norma che avrebbe introdotto l'obbligo di indicare nella carta d'identità il consenso oppure il diniego alla donazione dei propri organi in caso di morte. Mercoledì questa norma era contenuta nel maxiemendamento decreto legge milleproroghe, sul quale è stata posta la fiducia.

IL VERBO "DEVE" DIVENTA "PUO'" - Ma giovedì il sottosegretario all'Economia Luigi Casero ha dichiarato in aula che il la parola "deve" va sostituita con la parola "puo". In sostanza «la carta d'identità può altresì contenere l'indicazione del consenso ovvero del diniego della persona cui si riferisce a donare i propri organi in caso di morte». Il Presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato, Carlo Vizzini, spiega: «È stato un errore materiale del Governo, che l'esecutivo ha corretto in aula. Una norma del genere con l'obbligo di dichiarare o meno il proprio consenso alla donazione di organi sarebbe stata incostituzionale».

Redazione online
11 febbraio 2010



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Il premio Nobel Ebadi: "Giusto proibire il burqa Per i musulmani è illecito"

di Redazione

Intervistata da Radio France Info l'avvocato iraniana esiliata in Francia, premio Nobel per la pace nel 2003, dice che il velo che ricopre integralmente il viso e il corpo "non è musulmano e si basa su false tradizioni", e proprio per questa ragione può essere proibito


Parigi - Si torna a parlare di velo in Francia. Questa volta a sostenere che quello integrale (burqa e nijab) non è lecito, perché rende impossibile l'identificazione della persona che lo indossa, non è un movimento politico o una legge. A puntare il dito sul velo è una donna musulmana, Shirin Ebadi, avvocato, premio Nobel per la Pace nel 2003. La Ebadi, intervistata da Radio France Info, parte da una considerazione: il velo che ricopre integralmente il viso e il corpo "non è musulmano e si basa su false tradizioni", e proprio per questa ragione può essere proibito.

Non esiste nell'Islam Ebadi ha spiegato che "il velo che ricopre il viso non esiste neanche in seno all’Islam e di fatto quando si prega con il viso coperto la preghiera non viene ritenuta valida, e lo stesso accade con il pellegrinaggio alla Mecca".

Esiliata in Francia L’avvocato iraniano Ebadi ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2003. La prima onorificenza ricevuta da una donna musulmana, ottenuta grazie all'impegno profuso a favore dei diritti umani, delle minoranze e delle donne. Cittadina iraniana attualmente in esilio a Parigi, domani sarà a Ginevra dove il Consiglio per i diritti umani dell’Onu esaminerà la prossima settimama l’attuale situazione in Iran.





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Moto, vestiti e sangue: monumento choc a scuola con i corpi dei fidanzati morti

Corriere del Veneto


Il padre della ragazza ricostruisce la scena della tragedia «Monito contro le stragi, lo porteremo anche nelle disco»





FONTE (Treviso) – Lei ha i jeans strappati. Anche le perline del ricamo sono macchiate di sangue. E il piede destro ha perso la calzatura marchiata D&G, sicché si vede il calzino bianco imbrattato di rosso. Pure lui ha i denim lacerati. Sotto i brandelli di tela si scorgono delle ferite. Ma entrambe le scarpe gli sono rimaste addosso, come il giubbotto da centauro che ha gli stessi colori della motocicletta, bianco, argento e blu. Eccoli Chiara Filippin e Omar Artuso, nell’istante fatale in cui la due ruote sulla quale viaggiavano a velocità sostenuta, la sera del 12 luglio 2009 a Vedelago, si scontrò con l’auto di un cinese sbucato da una laterale senza dare la precedenza.




Ma questa non è una fotografia della polizia stradale, buona al massimo a finire dimenticata in qualche fascicolo della procura. No: questo, che il prossimo 26 febbraio sarà inaugurato davanti ad una scuola di Fonte, è un monumento-choc contro le stragi della strada. Un’installazione in cui la quasi normalità dei rottami di un veicolo si carica dell’assoluto turbamento provocato dalla presenza di due manichini, vestiti con gli abiti squarciati ed insanguinati effettivamente indossati dai due fidanzati di San Zenone degli Ezzelini, la domenica in cui la 23enne ed il 24enne morirono di ritorno da una gita al mare.

Il pranzo tutti insieme a Caorle, per festeggiare il diploma da geometra conseguito quella stessa settimana da Chiara, il secondo dopo la licenza linguistica. Una scelta anche d’affetto per papà Italo, affermato architetto ad Onè. Poi il pomeriggio in spiaggia, i parenti a ponente e la giovane coppia a levante, in un delicato gesto d’intimità. Quindi il ritorno a casa: gli altri in macchina e loro in moto, «con il casco ed il giubbotto da motociclista», come ricordano i familiari dei due ragazzi nel pannello che narra gli antefatti e spiega le finalità del simulacro, tre metri per due e cinquantacinque di dolore e coraggio.
Perché ci deve volere davvero una grande forza d’animo, per superare lo strazio della sofferenza, e farsi dissequestrare i rottami di una Yamaha semidistrutta, e farsi restituire degli indumenti impregnati di morte. E poi ricomporle, quelle lamiere e quelle stoffe, su una pedana di legno che ricostruisce la tremenda scena di un duplice incidente mortale. Un puzzle di cronaca e monito, in cui le foto dei giorni felici si incastrano con un mezzo devastato dallo schianto, i caschi graffiati dall’urto, una scarpa slacciata, una cassetta postale per il recapito di eventuali messaggi, gli articoli di giornale.

E quei due fantocci con le facce blu-viola solcate di sangue, avatar di quello che però non è un film, adagiati perpendicolarmente l’uno all’altro, con le teste vicine ma gli sguardi che non si incroceranno mai più. Il monumento è stato chiamato «L’isola che non c’è». Ovvero «il luogo dove risiedono i desideri, dove mai si potrebbe verificare quanto accaduto, ma anche il luogo dei pensieri, della riflessione sulla realtà degli accadimenti che a volte si dissociano crudamente dall’apparenza, la fabbrica di quello che si vorrebbe fosse e della bellezza». Perché «l’isola che non c’è è abitata solo da giovani e Chiara ed Omar sono nella parte più bella!».

Ecco, ci vuole fegato anche per mettere un punto esclamativo, in fondo a questa specie di epigrafe che spiega il senso di un’installazione che turba. «Me ne sono accorto guardando gli studenti che collaboravano con me nell’allestimento: non scherzavano più, non parlavano neanche, semplicemente si fermavano a guardare e pensare», racconta Italo Filippin, anima di un’iniziativa concordata con il centro di formazione professionale della Fondazione Opera Montegrappa, l’istituto in cui aveva studiato Omar. Un’operazione concordata con la sezione di Treviso dell’Associazione nazionale vittime della strada, che conta di portare il memento davanti a tutte le scuole della Marca e, in estate, pure fuori dalle discoteche.


Angela Pederiva
11 febbraio 2010





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Carelli vittima dei foto-ricatti «Ho pagato, non lo rifarei»

Corriere della Sera


Il direttore di Sky Tg24: «Erano scatti innocenti, ma con didascalie false. Volevano colpire il mio telegiornale»





ROMA - È il primo personaggio pubblico che ammette di aver comprato fotografie che lo riguardano per ritirarle dalla circolazione, anche se lo sfondo della storia - come si capirà - ha pochissimo a che fare col gossip. Emilio Carelli (58 anni, da 6 e mezzo direttore di Sky Tg24, due figli gemelli di un anno) racconta senza tradire emozioni: «Mi hanno chiamato un paio di amici direttori di periodici e mi hanno detto che giravano alcune mie fotografie.

Guarda, noi non le pubblichiamo. Se vuoi recuperarle, puoi comprarle». Foto compromettenti, Carelli? «Avevo notato un paio di paparazzi, poco tempo prima, mentre uscivo dal ristorante "Il bolognese" e da un altro vicino via Veneto. Se avessi voluto nascondere qualcosa, certo non sarei andato in due luoghi così pubblici. Mi trovavo con persone amiche, che frequentano abitualmente la mia casa, e sono state invitate al compleanno dei miei figli».

E allora, perché preoccuparsi tanto? «Per due motivi. Il primo me lo dettero i miei amici direttori che mi parlarono delle didascalie che "confezionavano" il servizio insinuando situazioni false. Si sa, come funzionano certe cose. Basta un uso maestro di un teleobiettivo che ravvicina le figure, cancella la distanza, lasciando invece spazio a illazioni sentimentali inventate di sana pianta. La seconda ragione era legata alla testata. Colpendo me, ho pensato, avrebbero colpito anche l’immagine del Tg». Di lì la decisione di pagare per riavere quegli scatti.

Quanto? «Poche migliaia di euro. Ne ho ovviamente parlato con la mia compagna, la collega Silvia Mazzucco. Ho preferito chiuderla lì». Lo rifarebbe? «No, non credo. Perché poi ho capito molte cose. L’assedio non è finito, è andato avanti fino a dicembre. Sempre fotografi intorno. Oppure falsi turisti "capitati" sotto casa che si mettono a scattare. Movimenti sospetti. Non erano semplici paparazzi». Si è dato una spiegazione? «L’unica possibile.

Il fatto che in questi anni abbiamo garantito un’informazione indipendente, non omologabile a questo o a quell’altro blocco politico. Penso, nei tempi recenti, all’inchiesta sulle strutture alla Maddalena. Sui doppi incarichi dei politici. Diamo molto fastidio a qualcuno». Ma perché ha parlato solo ora? «Perché, in questo clima, se la storia fosse uscita altrove avrebbe alimentato altre illazioni. Ho preferito farlo io».

A difendere Carelli e a sostenere la sua tesi scende in campo addirittura Tom Mockridge, amministratore delegato di Sky Italia, cioè l’editore: «Fare un giornalismo indipendente è la missione di News Corporation sin dalla sua nascita nel 1954. Oggi il nostro gruppo è il principale editore al mondo con quasi 200 tra quotidiani, magazine e agenzie di stampa, oltre 90 canali tv tra cui i principali all news come Sky News, Fox News e Sky Tg24.

Se qualcuno immagina di intimidirci attraverso ricatti, minacce o allusioni contro i nostri giornalisti fa davvero un grande, grandissimo errore. Ogni giorno i nostri giornalisti lavorano nei luoghi più pericolosi del pianeta, non hanno mai paura di denunciare la corruzione del potere, di informare il loro pubblico rispondendo soltanto alla loro etica e al dovere di essere precisi e imparziali.

Oggi più che mai sono fiero di quel che SkyTg24, sotto la guida di Emilio Carelli, ha realizzato in questi anni e di quello che continuerà a realizzare nei prossimi garantendo un’informazione indipendente e libera dai condizionamenti di ogni genere». Conclude Mockridge: «Ogni giorno sempre più italiani scelgono il Tg diretto da Emilio come fonte per la loro informazione.

Gli ascolti di SkyTg24 sono cresciuti costantemente da quando è stato lanciato nel 2003. Questi milioni di italiani possono stare tranquilli. News Corporation non permetterà a nessuno, ripeto a nessuno, di negargli il diritto di continuare ad accedere a questo tipo di informazione».

Paolo Conti
11 febbraio 2010



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Mandela, vent'anni da uomo libero

Corriere della Sera


Ma il leader anti-apartheid non c'è alle manifestazioni. Contrasti tra la famiglia e la Fondazione Mandela




DRAKENSTEIN - Si sono radunati in migliaia davanti alla prigione di Paarl, nei pressi di Città del Capo, per commemorare il ventennale della liberazione di Nelson Mandela, ma il festeggiato non ci sarà. L'Anc, il partito di governo del leader sudafricano, ha infatti reso noto che Mandela, 91 anni, parteciperà solamente all’apertura della speciale sessione parlamentare prevista in serata.

Fotogallery

CONTRASTI - Secondo quanto riporta il quotidiano britannico The Times, all’origine della mancata presenza del simbolo della lotta contro l'apartheid vi sarebbe un litigio tra alcuni membri della famiglia del premio Nobel per la pace e i responsabili della Fondazione Mandela, preoccupati per il possibile sfruttamento del nome di Mandela per scopi di pubblicità o arricchimento personale di cui si sono più volti resi colpevoli i familiari. Mandela non appare in pubblico dallo scorso dicembre e Fikile Mbalula, vice primo ministro, aveva reso noto che Madiba (il soprannome di Mandela) avrebbe partecipato alla commemorazione proprio per smentire le voci su un suo presunto precario stato di salute. Alla marcia simbolica di Paarl parteciperanno invece l'ex moglie Winnie e il presidente sudafricano Jacob Zuma. I contrasti sarebbero sorti proprio tra Winnie, sua figlia Zindzi, l'attuale moglie Graça Machel e altri membri della famiglia e la Fondazione Mandela, riporta il Times.


Redazione online
11 febbraio 2010



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Sul Boffo-gate giornali in confusione

di Stefano Filippi

La nota della Segreteria di Stato vaticana sul caso del direttore di Avvenire scatena i quotidiani con improbabili retroscena. 

Repubblica e Unità si smentiscono a vicenda. E il Corriere fa retromarcia sulle manovre nella Chiesa

 





Per Repubblica, il Vaticano (paragonato a una «moderna Avignone») è andato «all'attacco». Anche per il Messaggero c'è un «j'accuse papale contro il gossip». Secondo il Corriere, invece, «la ferita resta»: e il «malessere» è addirittura «antico». La Stampa ritiene che si tratti di «un duro richiamo anche per la Curia», anzi, che il «messaggio» abbia «due destinatari». Il Riformista si scandalizza dell'«irrituale auto-assoluzione». Il Foglio prende atto a modo suo di «una smentita squillante e molto tardiva». Libero la definisce una «telenovela». E l'Avvenire? Come commenta l'Avvenire il comunicato della Segreteria di Stato vaticana approvato dal Papa in persona sul caso Boffo? Non lo commenta: si limita a pubblicarlo integralmente a pagina 2, su due colonne, taglio centrale. Nemmeno una parola in più. 

«Grande è la confusione sotto il cielo», avrebbe detto Mao. I giornali sono il bersaglio principale della Santa Sede che condanna «le ipotesi più incredibili ripetute sui media con una consonanza davvero singolare». Eppure i quotidiani hanno dato letture discordanti della nota vaticana che smentisce interventi del cardinale Bertone e del direttore dell'Osservatore romano Vian nella vicenda che portò alle dimissioni di Dino Boffo da direttore dell'Avvenire.

Il più critico è un ateo, ancorché devoto: Giuliano Ferrara. Reazione prevedibile: era stato il suo Foglio ad attizzare il fuoco il 23 gennaio ipotizzando una diretta responsabilità di Vian, e il comunicato fa riferimento diretto a quell'articolo quando dice che proprio «dal 23 gennaio si stanno moltiplicando notizie e ricostruzioni prive di fondamento». Ferrara, che l'altro giorno aveva messo in prima pagina un contributo del cardinale Ruini, non è arretrato di un passo: ha ripubblicato l'articolo sotto accusa ripetendo i giudizi di «spregiudicata ingenuità» e «improprio narcisismo curiale» verso il responsabile dell'Osservatore romano. Il comunicato dei Sacri palazzi è visto come «un tentativo di silenziare ed esporre alla gogna l'informazione laica, libera e amica che denuncia il fattaccio e ne spiega le ragioni». 

Sorprendente invece la retromarcia del Corriere. Che fu il primo giornale a lasciar intuire una manovra tutta interna alla Curia romana dietro la defenestrazione di Boffo. L'aveva fatto con un'intervista (non sconfessata dal Vaticano) proprio a Vian, un colloquio critico verso il direttore dell'Avvenire investito dalla bufera, del quale probabilmente accelerò le dimissioni. Lo stesso Corriere, che aveva dato voce allo «sconcerto» di Vittorio Messori «per la gestione del caso mediatico», non più tardi di domenica scorsa sosteneva che il Papa aveva altro da fare che occuparsi delle polemichette su Boffo e Vian. 

Invece Benedetto XVI teneva aperto sul tavolo il dossier e poche ore dopo ha ordinato alla Segreteria di Stato di intervenire. E così, ieri un editoriale - che in via Solferino non hanno affidato all'esperto di cose vaticane ma al notista di politica italiana - parla genericamente di «ferite aperte», di «guerra nelle gerarchie» poi ammorbidita in una «deriva quasi bellica», di uno «sfondo sconcertante» pieno di «lati oscuri»: «C'è solo da sperare che le prossime settimane li chiariscano senza aggiungere veleni», conclude amaro il «Corrierone». 

Insuperabile Repubblica. Giusto martedì, tanto per distinguersi dalla «campagna diffamatoria contro la Santa Sede» di cui si è lamentato il Papa, aveva pubblicato due paginate di un'inchiesta che descrive il Vaticano come una banda di ladri, ed era solo la prima puntata. Ieri un'articolessa di Giancarlo Zizola ha censurato «le bassure avignonesi nelle quali è sprofondata la credibilità del governo centrale» della Chiesa cattolica: un «clima pesante, carico di tensioni, colmo di risentimento». 

In un altro articolo il quotidiano di De Benedetti ha dipinto arditi scenari fatti di prelati che «in 50 anni mai visto nulla di simile» e che «forse qualcosa è successo»; di «faide per il rinnovo del consiglio di amministrazione della Fondazione Toniolo»; addirittura si favoleggia che il comunicato «sia stato fatto d'intesa con Berlusconi per coprirsi da Feltri». 

Ma la chicca di Repubblica è un'intervista a Rocco Buttiglione. La nota vaticana «è una reazione coraggiosa ai ricatti del giornale del premier», sentenzia il presidente filosofo dell'Udc che proprio non ci azzecca mai. Perfino l'Unità ha capito che l'obiettivo della Santa Sede non è il Giornale, l'unico quotidiano - scrive Filippo Di Giacomo - che ha ancora odore di carta e inchiostro come le gazzette di un tempo».





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Idv, l'alleato De Luca? Alla sbarra lui e la moglie

di Gian Marco Chiocci

Delle richieste di arresto per De Luca, candidato del centrosinistra per la Campania, già si sa tutto Ma anche la moglie è a processo. Avrebbe fornito documenti falsi per diventare sociologa in una Asl. 

Il pg di Catanzato stronca De Magistris: "Del tutto inadeguato a fare il pm"

 





Salerno - Moglie e guai dei paesi tuoi, direbbe Antonio Di Pietro. Il plurinquisito sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca, ha seri problemi anche in famiglia. Com’è noto anche a Tonino, l’aspirante governatore della Campania è stato rinviato a giudizio per concussione, truffa, associazione a delinquere e falso nelle inchieste ribattezzate Sea Park e Mcm (manifatture cotoniere meridionali). 

Quel che non si sa è se il leader dell’Italia dei valori, neo sponsor dell’aspirante governatore della Campania, è a conoscenza che pure la moglie del sindaco indagato ha guai con la giustizia. Rosa Zampetti s’è infatti portata avanti col lavoro (di inquisita) ed è al momento sotto processo al tribunale di Nocera Inferiore con accuse che spaziano dal falso in atto pubblico all’abuso d’ufficio causa un concorso che la signora avrebbe vinto senza averne i titoli. Il procedimento che vede imputata Lady De Luca non ha origini lontane, meno di tre anni.

Stando a quel che si legge nel decreto del gip Donatella Mancini che dispone il giudizio, Rosa Zampetti avrebbe presentato documenti falsi attestando false pregresse esperienze al fine di ottenere un punteggio sufficiente a guadagnarsi l’ambita poltrona. 

Più precisamente perché «attraverso la presentazione alla Asl Salerno 1 della domanda di partecipazione al concorso pubblico per titoli ed esami per la copertura di due posti di sociologo dirigente presso l’Asl 1 di Nocera Inferiore (cui risultava allegata una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, un curriculum vitae et studiorum e una serie di documenti in cui si attestava falsamente lo svolgimento di precedenti periodi di servizio presso altre pubbliche amministrazioni nel profilo professionale corrispondente, ovvero l’espletamento di attività libero-professionali presso studi professionali, privati, società o istituti di ricerca) induceva in errore il direttore amministrativo del servizio gestione risorse umane della Asl 1». 

Il quale, con apposita delibera, di fronte a quel po’ po’ di curriculum ed esperienza allegata, il 29 giugno del 2005 dava il beneplacito alla promozione. Come? «Attestando che la domanda presentata dalla Zampetti Rosamaria risultava conforme alle prescrizioni del bando» e che dunque sussistevano tutti i requisiti di ammissibilità della domanda. 

Ma la realtà sarebbe stata ben diversa perché, contrariaramente al vero, «la Zampetti non era in possesso» del requisito specifico previsto dal bando. «Ovvero dei cinque anni di servizio effettivo prestati presso altre pubbliche amministrazioni nelle qualifiche funzionali di settimo, ottavo, nono livello». E nemmeno «delle esperienze lavorative con rapporto di lavoro libero professionale documentate presso studi professionali privati, società o istituti di ricerca» e via discorrendo. 

Il 30 marzo scorso, in sordina, è cominciato il processo a Lady De Luca che si ritrova come coimputati, per reati vari, anche alcuni componenti delle commissioni esaminatrici dei due concorsi per sociologi finiti sotto inchiesta: quello da due posti per sei mesi e un altro a tempo indeterminato (nel primo la signora Rosa risulta tra i vincitori, nel secondo è la vincitrice). 

Seguendo il ragionamento dell’accusa, i membri della commissione d’esame avrebbero sostanzialmente sorvolato sulle omissioni, «evitando di valutare adeguatamente» le valutazioni delle pubblicazioni e del curriculum prodotte dalla signora De Luca attribuendole intenzionalmente, nel caso del concorso per un posto a tempo determinato, il secondo posto utile per rientrare nell’assunzione alla Asl.

«In tal modo - conclude il gip - intenzionalmente procuravano alla Zampetti un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente nella attribuzione del secondo posto nella graduatoria finale di merito con corrispondente danno per i candidati collocatisi nelle posizioni successive».

Nella montagna di accertamenti disposti dal pubblico ministero Giuseppe Cacciapuoti non ha avuto seguito un’altra ipotesi di reato collegata alla produzione di un altro presunto falso attestato dove risultava che la moglie del sindaco, in qualità di docente, aveva svolto tot ore quale insegnante di più seminari per medici della Asl nel triennio formativo 2003-2005: a detta della procura e dei carabinieri sarebbe risultata una sola ora d’insegnamento (fra le 13 e le 14 del 18 maggio 2004) ma su questo caso il gip è stato di parere opposto e Rosa Zampetti in De Luca è stata prosciolta insieme a Raffaele Ferraioli (ex direttore generale della Asl di Salerno 1, divenuto consigliere comunale nella giunta De Luca) e Renato Cascone (direttore delle risorse umane della stessa Asl, padre di un assessore Pd nella medesima giunta). 

La nomina come capo sociologo della Asl è il fulcro di tutta l’inchiesta sui concorsi truccati. Inchiesta che prende il là dal ricorso di una candidata esclusa, Antonina M., che a un certo punto si convince di esser stata letteralmente fregata nel concorso a sei mesi. Impugna la procedura al Tar recriminando la carenza, nel curriculum della moglie del sindaco, del requisito di «specializzazione in sociologia» richiesto dall’avviso pubblico che di conseguenza viene annullato a seguito di una serie di controlli disposti dalla Asl che evidenzieranno «un errore materiale nella trascrizione del bando». 

Risultato? Il bando non viene annullato ma solo rivisto: fra i nuovi requisiti non si richiede più l’attestato di specializzazione che mancava alla signora De Luca ma solo l’attestazione dei cinque anni di esperienza lavorativa. Che la signora afferma di avere. Ed è a quel punto, si legge nelle carte dell’inchiesta, che la consorte del sindaco supera il test. 

Contestualmente, però, il ricorso amministrativo della candidata respinta, sotto altra forma, atterra sul tavolo del pubblico ministero Cacciapuoti. Le indagini dei carabinieri affidate al maresciallo Massimo Santaniello prendono la strada già battuta da altre inchieste della procura salernitana: quella che porta a casa del sindaco Vincenzo De Luca. Un avviso di garanzia viene recapitato a settembre 2007 alla signora Rosa mentre altre dodici persone finiscono a più riprese sul registro degli indagati. Di fronte al gup tutti si professano innocenti, solo quattro escono con un proscioglimento, in sei con un rinvio a giudizio. A caldo Rosamaria ostenta sicurezza. «Non ho niente da rimproverarmi, quando nel processo avrò la possibilità di entrare nei dettagli, chiarirò tutta la vicenda». Il processo è cominciato da un po’, quello del marito per lo scandalo Sea Park inizierà il 29 marzo, il lunedì delle elezioni regionali.





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Ora boicottiamo la Coop" I consumatori in rivolta: no macellazione islamica

di Francesco De Remigis

I timori della clientela per la carne halal prodotta rispettando i dettami del Corano: "Animali torturati. 

E chi garantisce l’igiene?". Dubbi sulle strutture che svolgono l'attività e sui religiosi che la supervisionano



«Difficilmente metterò piede in una Coop e spero che siano in tanti a farlo. Ci stiamo muovendo perché questo accada». Al Giornale parla Carla Rocchi, presidente dell’Enpa, l’Ente nazionale protezione animali, che da giorni registra un numero crescente di telefonate in cui si chiede un chiarimento sui servizi offerti dallo sportello «islamico», da poco inaugurato nell’ipermercato Coop di Roma Casilina. 

Il boicottaggio è annunciato. «Riceviamo dalle 40 alle 50 telefonate al giorno – spiega Carla Rocchi – non soltanto di soci, ma anche di persone comuni che vogliono sapere cosa s’intende per macellazione rituale in Italia, tanto più perché non c’è garanzia che la normativa, sia pure scarsa, sia rispettata dagli sportelli Coop».

Nel grande centro commerciale alla periferia Sud di Roma viene infatti venduta carne macellata secondo i dettami del Corano, cioè attraverso una morte che dovrebbe essere cosciente, per dissanguamento, provocata dal taglio netto della giugulare. Ma sarà verò? La legge non è chiarissima e la macellazione halal in Italia è frutto più che altro di intese locali in cui si cerca, per così dire, di limitare il danno dell’animale. 

A fronte delle proteste o delle più semplici richieste di chiarimento giunte attraverso un tam tam in rete, seguito all’apertura dello sportello Coop, l’azienda ha spiegato in due tempi che la preoccupazione di limitare le sofferenze degli animali «in fase di macellazione» è anche la sua. Ma è proprio la procedura che assicura la certificazione religiosa. Dunque l’imam, che secondo la Coop «ha dichiarato conforme al rito islamico lo stordimento preventivo». 

Tra le questioni che fanno della macellazione rituale un nodo ancora irrisolto c’è proprio la legittimità delle strutture in cui essa avviene e, soprattutto, le qualifiche religiose che vengono attribuite in questi casi. Se in alcune città si autorizzano presidi delle Asl che verificano le condizioni igienico-sanitarie delle aree utili, come è successo a Reggio Emilia in occasione della festa del sacrificio di Abramo nel novembre scorso - 566 animali macellati con rito islamico nelle quattro strutture autorizzate dalla Provincia -, in altre si firmano protocolli d’intesa tra associazioni islamiche e istituzioni. 

È il caso della Provincia di Arezzo, dove la Questura si è impegnata a vigilare sulle attività di macellazione nei periodi di festa e dove le Asl mettono a disposizione una dozzina di veterinari; medici che preparano gli imam a supervisionare la macellazione. 

Spesso, però, non si tratta di autorità islamiche riconosciute – come avviene invece per la macellazione con rito ebraico, dove è una Commissione rabbinica a delegare il personale che certificherà la carne macellata come kasher –, bensì di religiosi che partecipano alle attività di associazioni fra loro diverse, e dove emergono sensibilità distinte. 

È infatti un musulmano dell’associazione Vegan, Rafeeque Ahmed, a scrivere che «qualsiasi crudeltà verso gli animali è vietata nell’islam». Dunque perché non dovrebbe essere ascoltata anche la sua voce? 

Secondo molti lettori del Giornale che sul caso Coop hanno inviato decine di lettere, «stiamo dimenticando tutto il progresso che abbiamo fatto negli anni per cercare di non far soffrire i più deboli», scrive Elia Dallabrida. Non si tratta di avere pregiudizi verso i musulmani, che legittimamente acquistano carne halal, ma di affermare in due parole «che stiamo regredendo», come scrivono molti lettori e come sottolinea il presidente dell’Enpa. 

C’è poi chi si chiede, altrettanto legittimamente, se la Coop non stia promuovendo «una forma di tortura», come fa Giacomo Rizzo sul suo blog; un socio della catena di supermercati che non ha ancora deciso se aderire al boicottaggio che unirà trasversalmente associazioni animaliste e cittadini, come ha annuncia Carla Rocchi al Giornale. La Coop, per ora, si difende dicendo «che non siamo stati certo i primi a farlo», e al Giornale chiarisce che «l’operazione viene comunque supervisionata dal servizio veterinario».




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L’ultima follia di Chavez: va in radio quando vuole

di Davide Mattei

Un nuovo programma autorizza il presidente venezuelano a interrompere in ogni momento le trasmissioni per rivolgersi agli ascoltatori. E la sua trasmissione della domenica in tv dura 6-8 ore 


Madrid - «Quando sentirete un'arpa che suona virtuosa, magari Chávez starà arrivando. All'improvviso, a qualsiasi ora, magari a tarda notte, magari di prima mattina». Così il presidente del Venezuela, Hugo Chávez ha preparato lunedì i cittadini alla sua ultima creazione: «All'improvviso... Chávez», un programma radio che potrà essere trasmesso a sorpresa a qualsiasi ora del giorno e della notte e che informerà - senza limiti di tempo - sulle ultime decisioni del governo. Così, mentre diminuisce il numero delle tv e radio indipendenti che resistono alla censura del governo, aumenta il tempo che il presidente si concede nell'etere.

«All'improvviso», che sarà trasmesso per ora da una dozzina di radio, è l'ultima goccia nel mare di interventi che Chávez si è ritagliato e con i quali ha dato vita alla sua particolare forma di governare il Paese in diretta sui media, sfruttando le sue doti di oratore ed una gestione personalistica dello Stato.

A maggio si festeggeranno infatti gli 11 anni del suo programma più importante: «Aló Presidente», che inizia puntualmente in diretta su tv e radio pubbliche ogni domenica alle 11 di mattina, ma non si sa quando finisca. La sua durata media supera infatti le 6 ore, ha raggiunto picchi di otto, e lo ha portato a stare in video più di duemila ore nei 350 e più programmi trasmessi in 11 anni di governo.

Il premier venezuelano vanta inoltre una colonna domenicale su vari quotidiani nazionali intitolata «Le righe di Chávez»; collegamenti in diretta con i programmi della radio e della tv statale Venezolana de Televisión, ed i messaggi congiunti trasmessi da tv pubbliche e private chiamati popolarmente cadenas. Proprio questi sono gli interventi più criticati dall'opposizione e sono stati ultimamente la scusa per chiudere anche tv via cavo private che si sono rifiutate di trasmettere il messaggio di Chávez, reso obbligatorio per decreto.

Da lunedì Chávez può inoltre piombare all'improvviso nell'etere a qualsiasi ora. «A volte sono sveglio alle 3 di notte, mentre lavoro, e c'è gente che ascolta la radio», ha spiegato il presidente che ha presentato il programma come una «guerriglia comunicativa» contro «i media dell'oligarchia». Ammesso che questi siano rimasti un folto gruppo, bisognerà vedere se i cittadini avranno voglia di sentire la retorica ufficiale su nuovi canali. Proprio l'onnipresenza presidenziale ha fatto scoppiare negli ultimi anni un vero e proprio boom delle tv indipendenti via cavo, che si possono dichiarare straniere sfuggendo così in parte alle leggi venezuelane.

Ma i cittadini avranno anche un altro problema: trovare l'elettricità per accendere la radio. Proprio durante la prima puntata di «All'improvviso», Chávez ha infatti dichiarato lo stato di emergenza elettrica. Nonostante il Venezuela sia il terzo Paese produttore di petrolio al mondo, dipende al 70% dall'energia idroelettrica, prodotta in grandissima parte nella centrale delle cascate di Guri, sul fiume Orinoco. Una forte siccità ha però ridotto seriamente il suo flusso d'acqua facendo cadere la produzione elettrica e condannando il Paese al razionamento.

Già da mesi l'elettricità viene interrotta a rotazione per varie ore nelle diverse zone del Paese, salvo che a Caracas. Ma adesso la situazione si aggrava e Chávez ha annunciato un decreto che aumenterà di un 75% il prezzo dell'energia a chi consuma più di 500 kilowattora per mese, siano privati o aziende.




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Luci rosse sull'Anp, esplode il sexgate Il presidente Abu Mazen finisce nei guai

Corriere della Sera


Il collaboratore del leader palestinese ripreso nudo in flagrante adulterio. «Spaventosa corruzione ai vertici»


Dal nostro corrispondente  Francesco Battistini


GERUSALEMME - Fosse per lui, resterebbe in Giappone. Dall’altra parte del mondo. Abu Mazen sorseggiava il sake in un grande albergo di Tokyo, dov’è in visita ufficiale, quando gliel’hanno detto: a una tv israeliana, Canale 10, è arrivato quel famoso dvd. E si vede tutto. E i fotogrammi stanno per andare in onda. E c’è anche un’anonima intervista con un riconoscibilissimo intervistato. E sta per sgorgare un fiume di fango sull’Autorità palestinese.

Perché, nell’ordine: 1) le immagini rivelano l’adulterio flagrante di Rafik Husseini, uno stretto collaboratore del presidente, ripreso nudo in un appartamento di Gerusalemme Est mentre fa sesso con una segretaria; 2) l’intervista, a un ex capo dell’intelligence palestinese, rivela che ci sono in giro «migliaia di documenti» come prova della «spaventosa corruzione ai vertici dell’Anp»; 3) il messaggio dell’operazione, neanche tanto velato, è che Abu Mazen deve far piazza pulita di chi lo circonda. Pena uno scandalo che travolgerà lui e tutta la sua dirigenza.

Si riaccendono le luci rosse sulla Muqata. Riesplode il sexgate che, qualche mese fa, s’era faticosamente riusciti a insabbiare. È la vendetta di Tawfiq Tirawi e di Fahmi Shabana, i due ex capi del Mukhabarat, i grandi burattinai degli 007 palestinesi.

Un intrigo d’intifada: la primavera scorsa, quando scattò la trappola dell’alcova a Husseini e il dvd dello scandalo arrivò ad Abu Mazen in persona, un giornale israeliano raccontò che a girare le immagini erano stati Tirawi e Shabana, arcinemici di Husseini, e che proprio per questo erano stati provvidenzialmente arrestati dalla polizia israeliana e, altrettanto provvidenzialmente, erano stati accusati dallo stesso Abu Mazen d’intelligence col nemico e perciò dimissionati.

La faccenda sembrava chiusa lì. Finché dopo mesi di silenzio, sotto i riflettori di Canale 10, Shabana non è rispuntato dall’ombra in cui era finito. Con le immagini nude del rivale. E col pesante ricatto: o il leader di Ramallah caccia finalmente Husseini o qualcuno mostrerà le prove di milioni di dollari che, donati dall’Europa e dai Paesi arabi e dagli Usa alla causa palestinese, sarebbero invece finiti nelle tasche dei vertici Anp. La gola profonda non accusa direttamente Abu Mazen, né il premier Fayyad. Ma è come se lo facesse: «Hanno lasciato che queste cose accadessero, senza toccare i colpevoli».

Cornuti e corrotti. Interessati più ai tradimenti che agl’insediamenti. Accuse del genere, a proposito dell’Autorità palestinese, le lanciano di solito da Hamas o dalla destra israeliana. Uno come il ministro Uzi Landau, per esempio: «Non c’è nessuna differenza tra Arafat e Abu Mazen - è stato il suo delicato commento di ieri -: uno è Jack lo Squartatore e l’altro è lo Strangolatore di Boston. Uno spargeva sangue, l’altro ammazza in silenzio. Ma il risultato è lo stesso».

Ora però la grana è seria: Tirawi, fedelissimo di Arafat, per dieci anni depositario dei segreti di Ramallah, è disposto a dispensare altro sesso e a svelare altre bugie. Shabana è pronto a fornire nuovi videotape. In uno, si vedrebbe Husseini a letto con la signora che, per inciso, è pure un’amica di Abu Mazen: «Me l’hanno mandata apposta per incastrarmi», ha tentato di giustificarsi il fedifrago. Il capo gli aveva creduto, alla fine del primo tempo.

E cerca di ricredergli, mentre va in onda il secondo: «Questa manovra è orchestrata dagli israeliani - dicono l’agenzia Maan e il sito Al Watani, entrambi vicini al leader dell’Anp -: vogliono colpire in alto». O in basso, a seconda dei punti di vista.

11 febbraio 2010





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Donazione di organi, si cambia: la scelta nella carta d'identità

Corriere della Sera


La norma inserita nel «Milleproroghe»


ROMA - Si indicherà sulla carta d’identità se si vuole essere o meno donatori di organi. Il documento di riconoscimento «deve contenere l’indicazione del consenso ovvero del diniego della persona cui si riferisce a donare i propri organi in caso di morte », prevede un comma del maxiemendamento al decreto milleproroghe sul quale il governo ieri ha posto la fiducia. Se approvata, la novità potrebbe dare una spinta alle donazione in un Paese, l’Italia, che già si colloca tra i prima in Europa nel settore dei trapianti, con 21 donatori per milione di abitanti. L’iniziativa del governo è l’ultimo capitolo di un dibattito cominciato nel 1988, quando il tema fu discusso per la prima volta in Parlamento.

Nel 1999 fu varata la legge 91 che introduce il silenzio-assenso informato. Un provvedimento che però non ha avuto completa applicazione per la mancata creazione del registro informatico dei potenziali donatori. «Grazie all’art. 23 della legge, sulla base del quale il cittadino può esprimere la volontà di donare—spiega il direttore del Centro nazionale trapianti, Alessandro Nanni Costa — un milione di persone hanno comunque espresso la loro volontà».

Ad esempio, con una dichiarazione scritta accompagnata da data e forma, oppure con una tessera di un’associazione donatori, o ancora con il tesserino blu introdotto dal ministero della salute nell’aprile 2000. «Tutte queste possibilità sono ugualmente valide» sottolinea Nanni Costa. La legge prevede che se una persona ha espresso la propria volontà, al momento della morte se ne prende atto; se non lo ha fatto, i familiari hanno diritto ad opporsi all’espianto degli organi. La 91 prevede che possa farlo il coniuge, in assenza di questo i figli e, in assenza dei figli, i genitori:

Oggi, intanto, alle 11 si riunirà la conferenza dei capigruppo del Senato per decidere i tempi del voto di fiducia mentre la commissione Bilancio è al lavoro per il parere. C’è infatti un problema riguardante la copertura per la proroga della sospensione dei pagamenti dei tributi per le popolazioni abruzzesi. Ma ieri sera il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, ha assicurato che la questione sarà risolta con la relazione tecnica del governo. Numerose le novità del maxiemendamento. I visti per gli immigrati per lavoro saranno rilasciati «entro il 30 novembre, nel limite delle quote stabilite nell’ultimo decreto emanato. La fiera di Milano potrà entrare nella gestione di Expo 2015. C’è la conferma della proroga degli sfratti al 31 dicembre 2010.

Enrico Marro
11 febbraio 2010




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Bertolaso indagato per corruzione Berlusconi: «Respingo le dimissioni»

Corriere della Sera

Il capo della Protezione civile: «Rimetto gli incarichi». In manette un suo collaboratore «attuatore delle opere»




MILANO - È bufera su Guido Bertolaso. Il capo della Protezione civile è stato raggiunto da un avviso di garanzia per corruzione nell'ambito di un'inchiesta sui lavori del G8 alla Maddalena. Per questo Bertolaso ha rimesso tutti gli incarichi al premier che dopo qualche ora in Consiglio dei ministri ha ribadito la sua fiducia nel capo della Protezione civile e ne ha respinto le dimissioni: «Sono convinto che Bertolaso potrà chiarire ogni cosa».

DIMISSIONI - In precedenza Bertolaso aveva annunciato le sue dimissioni «per non intralciare l'operato degli organi inquirenti», lasciando al premier ogni decisione. «Chiederò al pubblico ministero - ha scritto Bertolaso in una nota - che si sta occupando dell'indagine di procedere al più presto al mio interrogatorio così da poter fornire tutte le informazioni in mio possesso. Abbiamo assicurato al personale della Polizia Giudiziaria pieno supporto, consegnando tutti i documenti in nostro possesso e ribadisco ancora una volta la più totale fiducia nell'operato della magistratura».

Poi conclude: «Mi sono sempre definito un servitore dello Stato e, come sempre, rimango a disposizione del mio paese». La nota è stata diffusa poco prima che Bertolaso incontrasse Gianni Letta a Palazzo Chigi, il quale auspicava che il Premier gli rinnovasse la fiducia e così è stato. Anzi nel pomeriggio l'attestazione di stima del premier a Bertolaso è stata ancora più marcata: «Mi sembra che ci sia lo sport nazionale di andare a deprimere chi fa il bene del Paese».
 
LA VICENDA - Tutto ha inizio con l'arresto mercoledì mattina, da parte dei carabinieri del Ros di Roma su ordine della magistratura di Firenze, di Angelo Balducci, 62 anni, ex collaboratore di Bertolaso e della protezione Civile. In mattinata ci sono state venti perquisizioni, una anche nella sede del dipartimento della Protezione civile a Roma. Oltre a Balducci sono finite in manette altre tre persone: Fabio De Santis, 47 anni, ingegnere, provveditore alle opere pubbliche della Toscana e successore di Balducci come «soggetto attuatore» delle opere per il G8, Mauro Della Giovampaola, 44 anni e Diego Anemone, 39 anni, imprenditore romano.

Sarebbero in particolare tre, secondo quanto risulta dall'ordinanza del gip di Firenze, gli appalti collegati ai presunti casi di corruzione a loro contestati: gli interventi per il G8 alla Maddalena, la ristrutturazione degli impianti del Foro Italico per i mondiali di nuoto 2009 e il completamento dell'aeroporto internazionale dell'Umbria S.Egidio di Perugia in vista delle celebrazioni per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Il gip contesta ai quattro la corruzione continuata in concorso: in cambio degli appalti avrebbero ottenuto mobili, cellulari, soggiorni in hotel (solo per Balducci), ristrutturazioni di immobili privati e altri benefit.

IL GIUDICE - Dieci le persone indagate: tra queste il procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, coordinatore dei reati contro la pubblica amministrazione. Nel provvedimento dei magistrati fiorentini si farebbe riferimento a una informazione che un imprenditore avrebbe appreso dal figlio del magistrato, Camillo Toro. La parte d'inchiesta riguardante il procuratore aggiunto è stata trasmessa per competenza alla procura di Perugia.

Tra i reati contestati agli arrestati e ad alcuni indagati a piede libero vi è l'abuso d'ufficio e quello più grave di corruzione. L'inchiesta, coordinata dal procuratore Giovanni Ferrara e dal sostituto Sergio Colaiocco, vuole fare luce su rapporti d'affari e legami più o meno diretti tra Balducci, suoi familiari e le società di costruzione che avrebbero dovuto trasformare l'ex base Nato in un villaggio a cinque stelle, in occasione del vertice, prima che venisse trasferito a L'Aquila.

IL PROCURATORE - Sull'inchiesta si è espresso il procuratore di Firenze Giuseppe Quattrocchi: «Sono stati ravvisati, come è scritto nell'ordinanza, gravi indizi di colpevolezza che riguardano fattispecie corruttive relative agli appalti di alcune grandi opere che sarebbero stati assegnati nel quadro di uno scambio di favori tra dirigenti dello Stato preposti agli uffici interessati e privati imprenditori».

L'INCHIESTA - Tutto sarebbe partito da un'intercettazione telefonica disposta nell'ambito di un'altra indagine della procura del capoluogo toscano, relativa alla trasformazione urbanistica dell'area di Castello a Firenze, che ha coinvolto tra gli altri Salvatore Ligresti e due ex assessori della vecchia giunta comunale. In quell'inchiesta il costruttore di origine siciliana, presidente onorario di Fondiaria Sai, è indagato insieme con il suo braccio destro Fausto Rapisarda, con gli ex assessori comunali Graziano Cioni (sicurezza sociale) e Gianni Biagi (urbanistica), con due architetti progettisti.

Per tutti l´ipotesi di reato formulata è concorso in corruzione. Ed è proprio uno dei due architetti indagati per la vicenda di Castello, il fiorentino Marco Casamonti, l'anello di congiunzione con Angelo Balducci, ex vice del capo della Protezione civile e attuale presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici. Casamonti, titolare dello studio Archea, uno dei progettisti dell'hotel a cinque stelle che alla Maddalena avrebbe dovuto ospitare i capi di stato e di governo. È intercettando lui che spunta il nome di Balducci che viene così intercettato a sua volta. Casamonti questa mattina è stato perquisito: per lui l'accusa è di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.

LA MADDALENA - Per ospitare nel 2009 alla Maddalena il G8 dei Grandi - poi spostato a L'Aquila a causa dell' incompatibilità tra lo sfarzo della Costa Smeralda e il terremoto abruzzese - sono stati spesi in meno di un anno (dal luglio del 2008 al maggio scorso) fondi pubblici per 327 milioni di euro: la somma è stata in gran parte utilizzata per ristrutturare l'ex Arsenale militare abbandonato da decenni e ridotto a discarica di amianto e idrocarburi. Gli interventi realizzati sono stati più volte oggetto di polemiche, ma sono stati «difesi» di recente dal capo della protezione civile Guido Bertolaso.

«Quei soldi non sono stati buttati - disse Bertolaso incontrando i giornalisti sull'isola - . «Le strutture nate per ospitare i Grandi saranno l'occasione per il rilancio turistico, economico e anche occupazionale - spiegò - non solo della Maddalena, ma dell'intera Gallura. Alla Maddalena è stata fatta innanzitutto a più grande bonifica di sempre, che ha permesso di trasformare un luogo che era "una fogna" in qualcosa che sarà occasione di vanto per l'isola». Dall'area dell'ex arsenale sono state raccolte 62mila tonnellate di rifiuti e il 21% di quanto è stato portato via era composto da amianto, idrocarburi e metalli. Ed è stato realizzato un porto in grado di ospitare 600 imbarcazioni.

REAZIONI - Il governo e la maggioranza fanno quadrato attorno a Bertolaso, mentre l'opposizione, attraverso il leader del Pd Pier Luigi Bersani, definisce quanto accaduto un «fatto grave» e auspica che la magistratura faccia al più presto luce sulla vicenda. L'inchiesta che ha coinvolto Bertolaso riaccende però la polemica politica sul decreto per la Protezione civile Spa.

Il capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini, insieme ai rappresentanti Idv e Udc ha chiesto «formalmente» durante la riunione dei capigruppo di Montecitorio che il governo «rinunci a portare in Aula le norme riguardanti la Protezione civile alla luce dei fatti di oggi e delle vicende giudiziarie che coinvolgono i vertici della Protezione civile. Sarebbe sbagliato e inopportuno». Per l'ex leader del Pd, inoltre, il decreto contiene anche una sorta di «scudo» dalle azioni giudiziarie per i commissari dell'emergenza rifiuti in Campania.

Redazione online
10 febbraio 2010(ultima modifica: 11 febbraio 2010)







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Iran, l'Onda verde torna in piazza Appelli contro la repressione

Corriere della Sera


Si temono scontri. Le autorità oscurano il servizio mail di Google. Ahmadinejad: se Israele attacca sarà cancellato







TEHERAN - In un clima di forte tensione tra governo e opposizione l'Iran festeggia il trentunesimo anniversario della Rivoluzione islamica, dopo otto mesi di proteste seguite alla rielezione di Ahmadinejad, culminate con l'impiccagione di due manifestanti a fine gennaio. Il regime ha organizzato celebrazioni di massa: anche i contestatori, la cosiddetta Onda verde, scenderanno in piazza, ma la polizia ha annunciato che «ogni complotto sarà vanificato». Il tutto sullo sfondo delle crescenti pressioni della comunità internazionale, che minaccia sanzioni per il programma nucleare della Repubblica islamica. L'Unione Europea ha «condannato con forza» le manifestazioni ostili davanti alle ambasciate italiana e di altri Paesi europei. In segno di protesta l'ambasciatore italiano Alberto Bradanini e altri diplomatici della Ue non partecipano al ricevimento organizzato in occasione delle celebrazioni.

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«DISTRUGGEREMO ISRAELE» - Il presidente Ahmadinejad è tornato ad attaccare Israele: mercoledì sera, in un colloquio telefonico con il presidente siriano Bashar al-Assad, ha detto che l'Iran resisterà a un'eventuale attacco militare di Israele nella regione mediorientale e che sarà l'occasione per eliminare il Paese una volta per tutte. «Distruggeremo Israele una volta per tutte se verremo attaccati dai sionisti. Abbiamo informazioni attendibili che il regime sionista sta cercando un modo per compensare le sue ridicole sconfitte a Gaza e in Libano - ha detto Ahmadinejad -.

Se il regime sionista dovesse ripetere i propri errori e avviare una operazione militare, questa dovrà essere respinta con tutta la forza per porre fine una volta per tutte a tale regime». Ahmadinejad, che ha spesso minacciato di voler cancellare «il regime sionista dalle mappe geografiche», ha aggiunto che l'Iran rimarrà al fianco di Siria, Libano e Palestina.

«NO ALLA VIOLENZA» - Sul fronte interno, l'Onda verde torna in piazza per la prima volta dopo la repressione delle manifestazioni del 27 dicembre, ricorrenza sciita dell'Ashura, con un bilancio di almeno otto morti. Gli ex candidati rivali di Ahmadinejad, Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karrubi, hanno invitato i propri sostenitori a manifestare ma senza cedere alla tentazione della violenza. Lo stesso ha fatto l'ex presidente riformista Khatami.

Ma le forze di sicurezza hanno avvertito che non saranno tollerate manifestazioni di dissenso e in un discorso pronunciato tre giorni fa la Guida suprema, ayatollah Ali Khamenei, ha affermato che le celebrazioni saranno «un pugno in faccia ai nemici». Il capo della polizia, Esmail Ahmadi-Moqaddam, ha spiegato che sono state adottate «tutte le misure» per impedire che siano gridati slogan anti-governativi o esibiti simboli dell'opposizione e ha reso noto che alcune persone sospette «sono state arrestate».

I giornalisti stranieri non potranno seguire nemmeno i sette cortei ufficiali che attraverseranno Teheran e saranno portati direttamente sulla grande Piazza Azadi, nel sud-ovest della capitale, dove Ahmadinejad terrà un discorso. Appelli perché le manifestazioni dell'opposizione non vengano represse con la violenza sono stati rivolti alle autorità iraniane da diversi Paesi occidentali e da Amnesty International. «Siamo preoccupati per il pericolo che le manifestazioni possano degenerare», ha detto Frattini. Intanto martedì le autorità hanno annunciato che un altro manifestante che aveva preso parte a precedenti raduni di protesta è stato condannato a morte, portando il totale delle sentenze capitali a 12.

OSCURATA GMAIL - Ed è arrivata una nuova stretta su internet: l'agenzia per le telecomunicazioni di Teheran ha oscurato Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. L'annuncio della «sospensione permanente» del servizio, di cui hanno dato notizia il Wall Street Journal e la Fox, è arrivato in contemporanea a quello del lancio di un servizio di e-mail nazionale per tutti i cittadini iraniani.

Dalla sua sede di Mountain View, Google ha confermato di avere avuto notizia di «difficoltà di accesso» da parte di internauti iraniani ma non per problemi tecnici. «Abbiamo ricevuto segnalazioni da parte dei nostri clienti iraniani - ha detto un portavoce di Google - che hanno problemi con la loro casella postale Gmail. Confermiamo che ci sono forti cali di traffico e abbiamo verificato che non sono dovuti a problemi di natura tecnica. «L'Iran sembra deciso a negare ai suoi cittadini l'informazione, ma gli iraniani sapranno trovare come superare gli ostacoli» ha commentato il portavoce del Dipartimento di Stato Usa P. J. Crowley.

CONFISCATE PARABOLE - Fonti governative iraniane citate dal Wall Street Journal hanno detto che la misura mira a rafforzare lo sviluppo locale di tecnologia internet e «costruire fiducia tra cittadini e governo». Non è la prima iniziativa delle autorità iraniane sul gigante di Silicon Valley, bersaglio nelle scorse settimane di attacchi informatici provenienti dalla Cina. Recentemente le autorità hanno bloccato l'accesso a Google Translate, che aveva offerto da giugno, dopo le controverse elezioni, il servizio di traduzione dall'inglese in farsi e viceversa: un programma di aiuto alla democrazia «per aumentare l'accesso all'informazione» mentre l'onda verde della protesta contro Mahmoud Ahmadinejad scendeva in strada.

L'annuncio di mercoledì coincide con le ultime misure di sicurezza ordinate dal governo iraniano alla vigilia delle celebrazioni. La polizia ha confiscato le parabole del satellite dai tetti delle case, secondo siti internet dell'opposizione, mentre altri iraniani citati su questi siti hanno detto che i loro cellulari sono stati controllati e in certi casi sequestrati. Dalle elezioni di giugno il governo di Ahmadinejad ha studiato vari modi per bloccare l'uso di internet.

Il servizio di mail nazionale, presentato la scorsa settimana attraverso il portale Iran.ir, era stato inizialmente destinato solo ai dipendenti del governo. Secondo cifre ufficiali di Teheran il 95% degli utenti iraniani usa servizi di posta stranieri come Yahoo mail, Gmail e Hotmail. Il timore degli attivisti per i diritti umani è che il servizio nazionale sia parte di un più vasto piano di localizzare internet entro i confini dell'Iran.

SANZIONI DAGLI USA - Sul fronte delle sanzioni, tornate di forte attualità dopo che Teheran ha avviato l'arricchimento dell'uranio al 20% e in attesa di un'eventuale decisione delle Nazioni Unite (sulla quale però pesa il possibile veto della Cina, finora contraria), gli Stati Uniti hanno già adottato misure restrittive selettive contro quattro società e una persona legati ai Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione. «Credo che sia il tempo delle sanzioni» ha detto il ministro degli Esteri Frattini: parole condivise anche dal premier Berlusconi. Ma Teheran non si ferma e ha annunciato, tramite l'emittente in lingua inglese Press Tv, di aver messo a punto un sistema anti-missile. Il generale Sayyed Mohammad Alavi, vice comandante dell'aeronautica militare della Repubblica islamica, ha spiegato che in questo modo un missile potrà essere intercettato e deviato dal bersaglio preso di mira. Alavi ha detto inoltre che sono stati messi a punto "proiettili intelligenti" e armi a lunga gittata in grado di accrescere il livello di deterrenza dei sistemi di difesa del Paese.

Redazione online
11 febbraio 2010




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Csm sprint «Ha offeso le toghe». E Silvio viene subito «incriminato»

di Redazione


Giustizia lenta? Forse per molti, ma non per Berlusconi. Al premier basta aprire bocca per ritrovarsi sotto processo. Osservate il «timing». Sono le 17.47 di ieri quando esce la prima agenzia con la frase del presidente del Consiglio sui «processi infondati» quale «male italiano» pronunciata a proposito dell’inchiesta su Guido Bertolaso. E alle 19 in punto ecco il «lancio» che annuncia: quell’affermazione finirà al vaglio del Consiglio superiore della magistratura dove pende da tempo una corposa pratica a tutela di magistrati oggetto di accuse da parte del Cavaliere.

È passata un’ora e 13 minuti. Forse un record. Ma se si tratta di accusare il premier, la giustizia mette il turbo. «Valuteremo anche queste dichiarazioni» ammonisce il consigliere Mario Fresa, togato del Movimento per la giustizia e relatore insieme con il laico dell’Udc Ugo Bergamo del fascicolo pendente alla Prima commissione. La pratica contro Berlusconi è stata aperta il 3 novembre scorso all’unanimità a tutela dei magistrati delle Procure di Palermo e di Milano che hanno riaperto le indagini sulle stragi mafiose.



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Giallo in Tribunale: avvocato trova la sentenza scritta prima del processo

Corriere della Sera


Era in un fascicolo sul tavolo del presidente di Corte d'Appello. Il magistrato: «Era solo una bozza»

 

MILANO - Un singolare episodio si è verificato mercoledì mattina presso la prima Corte d'Appello di Milano. Mentre il collegio giudicante era in camera di consiglio per alcuni processi già discussi, l'avvocato Paolo Cerruti - difensore in un procedimento ancora da trattare - è andato a sfogliare alcuni fascicoletti sul tavolo del presidente Giovanni Scaglioni e ha scoperto che per il suo assistito, Francesco Basile, la sentenza era già stata scritta, con la conferma del giudizio di primo grado: una condanna a 8 mesi per un borseggio avvenuto a Monza lo scorso anno.

Al rientro della corte in aula l'avvocato Cerruti ha fatto verbalizzare l'episodio e il sostituto procuratore generale Isabella Pugliese ha chiesto un'integrazione del collegio giudicante. Il presidente, pur ravvisando l'anormalità della consultazione dei suoi documenti che non facevano parte del fascicolo processuale, ha deciso di astenersi. Per effettuare la sua sostituzione il processo Basile è stato lasciato per ultimo tra quelli in programma. L'episodio è stato segnalato all'ordine degli avvocati di Milano e quattro suoi componenti sono arrivati in aula per chiedere l'acquisizione del documento. Il fascicolo sul tavolo del presidente, a quanto appreso, non avrebbe avuto ancora l'intestazione del Tribunale.

«SOLO UNA BOZZA» - Il giudice Scaglione si è giustificato dicendo che la sentenza trovata dall'avvocato «era solo una bozza». «Hanno messo le mani nelle mie carte - ha detto, respingendo l'accusa di aver scritto il verdetto prime del tempo -. Io ho preparato una bozza di decisione, per quello che poteva essere il giudizio del collegio, che poi poteva esser completato diversamente. Ma un avvocato ha messo abusivamente le mani nelle mie carte e non lo poteva fare. Era solo un appunto e non la preparazione di un atto già assunto. Quello che conta è la decisione finale, non quello che ha in mente prima un giudice».

IL VERDETTO - Dopo il cambiamento dell'intero collegio giudicante, il processo si è svolto a porte chiuse e, mentre il sostituto procuratore generale Isabella Pugliese ha chiesto la conferma del verdetto di primo grado, la difesa ha invocato l'assoluzione. La corte ha concesso un'attenuante e ha ridotto la pena da 8 a 5 mesi. Tra due giorni Basile, avendo scontato la condanna, sarà scarcerato e potrà tornare alla sua abitazione. «Io non sono contento - ha commentato l'avvocato Cerruti - perchè sono convinto che il mio assistito meritava l'assoluzione».

Redazione online
10 febbraio 2010



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