mercoledì 10 febbraio 2010

Schiavone: "Ora la guerra dei Casalesi"

Il Tempo

Nel suo rifugio segreto lontano da Roma, l'ex boss parla a ruota libera.
Davanti a sé vede un futuro rosso sangue: "Ci saranno omicidi eccellenti a partire dal mio.
Rischiano pure i pm".



«E ora sarà guerra, ci saranno omicidi eccellenti, a partire dal mio, per far vedere che ancora contano qualcosa». Lo dice il superpentito di camorra Carmine Schiavone, 67 anni, poche ore prima che i carabinieri lo arrestino (deve scontare otto anni), trasformando questa intervista in un involontario testamento. Nel suo rifugio segreto lontano da Roma, l'ex boss parla a ruota libera. Davanti a sé vede un futuro rosso sangue. Con le sue dichiarazioni-fiume ha imbastito e dato impulso al processo Spartacus contro i feroci Casalesi, terminato il 15 gennaio con la conferma in Cassazione di sedici ergastoli contro i capi storici delle famiglie criminali riunite sotto quel nome sinonimo di potere e terrore. Preconizza Schiavone: «Adesso reagiranno, altrimenti sono spacciati». I primi segnali già ci sono stati. Ventiquattr'ore dopo il pronunciamento dei giudici, il fantasma del destino ha recapitato il primo cupo messaggio: «Infame, ti veniamo a prendere, adesso tocca a te». L'incontro avviene di mattina presto. Dopo una vita di «alta mafia», come dice lui, le uniche violazioni che ora si permette sono bere caffè e fumare, fumare.

Dopo Spartacus che succederà?
«Dovranno eliminare me. Le vittime ci vogliono, altrimenti i "vecchi" scompaiono ed emergono i nuovi».

Ma gli affari non si dirigono anche da dietro le sbarre?
«Certo. Ma se non passano all'azione dimostrano la loro sconfitta agli occhi degli altri, perdono credibilità, li mollano pure i politici. Possono mandare qualcuno, oppure farmi saltare in aria con un'autobomba. Hanno tanto di quell'esplosivo, che anch'io all'epoca ho provveduto a far arrivare - C4, i gelatini di tritolo, lanciamissili - che dovrà essere usato».

Quali sono i camorristi che più di altri hanno interesse a vederla morto?
«Gli Schiavone, mio cugino Sandokan. Ha cinque figli maschi (e due femmine, ndr)».

Teme per i suoi familiari?
«Sì, ma una volta in corte d'Assise a quelli dei clan li ho avvisati: tenete presente che non sono testimone di Geova, io non porgo l'altra guancia. So dove fate i colloqui, io uno lo moltiplico per venti. Mi hanno sempre tenuto sotto controllo tramite i loro emissari. Spartacus ha cambiato tutto. Speravano disperatamente che il processo tornasse in appello. Hanno smosso tutto per farlo. E non ci sono riusciti. Spartacus doveva tagliare i fili coi padrini politici, così le condanne servono a poco».

È l'unico della lista o ce sono altri che secondo lei vogliono colpire?
«Rischia di essere ammazzato anche il pm della procura di Napoli Federico Cafiero de Raho, un magistrato. È stato implacabile, inflessibile. E, purtroppo, anche Roberto Saviano è in pericolo. Forse è odiato come me. Ha scritto cose che erano all'ordine del giorno ma che non si dovevano dire. E invece lui, con quel libro, "Gomorra", ha acceso i riflettori sulla camorra, ha aperto le coscienze, ha fatto uscire allo scoperto il malaffare. Noi per una vita abbiamo discusso di anonimato».

Dopo gli ergastoli, potrebbe scatenarsi una guerra tra i Casalesi?
«Sandokan riesce ancora a gestire Casal di Principe. Iovine controlla la zona di San Cipriano, e Michele Zagaria (fuggiasco anche lui, ndr) l'area di Casapenna. Sta in Romania e Polonia, va e viene. Però dopo gli ergastoli le autonomie diventano automatiche. Non ci sono eredi di Sandokan, almeno non riconosciuti. Se fosse stato lui a indicare un successore, quando era ancora libero, sarebbe stato diverso. Ma oggi nessuno accetterebbe un capo. Zagaria potrebbe farla la guerra. Iovine è stato cresciuto da me e Sandokan, è più moderato, ha studiato, pensa a fare soldi e metterli da parte. Michele portava le pale meccaniche, non è un cretino, sta bene addentro alle cose, ma ha sempre fatto parte dell'ala militare, ha combattuto tutte le guerre. Zagaria è più potente. Tra di loro non ci saranno più incontri come una volta. Fanno affari in comune ma li gestiscono con terzi - avvocati, ingegneri – e si incontrano in casa di uno di questi. Poi Zagaria ha fatto la plastica facciale e so che anche o' Ninno si è aggiustato».

Si sente il superpentito della camorra?
«No, mi sento un povero stronzo che ha creduto troppo nella giustizia».

Che vuol dire: se tornasse indietro non rifarebbe quello che ha fatto?
«Mi ammazzerei, ho sbagliato tutto nella mia vita. Me ne dovevo andare quando avevo vent'anni, dovevo andare all'estero». Risposto alla domanda, scatta l'altro appuntamento. Alla porta bussano i carabinieri, sono venuti ad arrestare Carmine Schiavone e trasferirlo in un carcere in una località segreta. È ancora lì.

Fabio Di Chio
10/02/2010





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Iran, il regime stacca la spina a Gmail "Vogliono nascondere l'urlo dell'onda"

La Stampa


Teheran lavora a un servizio nazionale e rallenta le comunicazioni via Internet "Il segnale qui è vicinissimo allo zero" Sotto attacco i filtri per l'anonimato

TORINO

Alla vigilia del 31.mo anniversario della Rivoluzione islamica l’Iran ha deciso di staccare la spina al servizio di posta elettronica di Google, Gmail, molto usato dall’opposizione. Il governo,
ha scritto il Wall Street Journal, intende lanciare un proprio servizio nazionale di mail. Da ieri a Teheran il sito di Gmail non è accessibile agli utenti iraniani, mentre la velocità di internet a Teheran è drasticamente limitata, impedendo di fatto l’accesso a siti e social network quali Facebook, Yahoo
Messenger e Twitter, molto usati dai giovani manifestanti per raccontare la repressione a cui sono sottoposti.

La disattivazione di Gmail è solo l’ultima mossa del governo per contrastare l’onda verde. «Il segnale in molte zone di Teheran è vicinissimo allo zero», scrive la rivista online Green Voices of Fredoom.
«Tagliando le connessioni il governo spera di evitare la diffusione delle immagini e delle notizie sulla marcia - spiegano i responsabili del sito- e così ottiene il doppio effetto di compromettere il
funzionamento delle comunicazioni tra i privati e di indebolire la copertura dei media». Il flusso dei messaggi su Twitter, primo palcoscenico della rivolta anti-Ahmadinejad dopo il voto contestato del
giugno scorso, sta nettamente rallentando.

Il clima a Teheran, fanno sapere gli attivisti dell’onda verde, è più teso che mai. Nei giorni scorsi sono finiti sotto la lente della polizia anche i filtri che garantiscono l’anonimato: le autorità sono in grado di tracciare i profili degli utenti che si affidano ai proxy per mascherare il loro indirizzo Ip, il codice che permette di identificare i computer da cui partono i messaggi. «Il governo può anche bloccare il Web, la gente troverà altre strade- dice Afshin, un web developer vicino all’opposizione- E’ come un gioco al gatto col topo che le autorità non possono vincere».

Meno fiducioso Mikko Hypponen, numero uno dell’agenzia di sicurezza F-secure, che spiega alla Reuters i passi da gigante che il governo iraniano sta facendo nell’ambito del monitoraggio del Web. Molti degli attivisti usano dei filtri molto simili a quelli usati in Occidente per i siti di e-commerce e per le traslazioni con le banche, filtri che dovrebbero rendere impossibile tracciare le operazioni, ma la stretta delle autorità li ha messi fuorilegge. «La gente deve sapere che quando usa sms e mail è sotto

controllo- ha detto il capo della polizia Ahmadi-Moghaddam – e non pensino di usare filtri per nascondere la loro identità. Se continueranno, avranno commesso un crimine più grave dello scendere in strada». L’unica soluzione per l’onda verde è abbandonare i pc di casa e affollare gli Internet cafè, da cui raggiungere i social network è più difficile. «Il modo più sicuro oggi è avere un indirizzo mail
sicuro e usarlo» spiega un ragazzo iraniano citato su Facebook.

La lentezza della Rete è stata giustificata dal ministro delle Comunicazioni iraniano Reza Taghipour con il guasto di un cavo a fibra ottica nel porto di Jask. Taghipour ha detto che Internet continuerà a
funzionare a singhiozzo ancora per una settimana, insospettendo ancora di più gli utenti del Web. «La censurà finirà quando la protesta sarà già schemata», si legge su Twitter. Il giro di vite delle milizie è
iniziato da qualche settimana, e ora sta abbandonando il terreno virtuale per spostarsi in strada.

Sul sito A street journalist è stato postato un video che mostra come nel centro di Teheran i cassonetti di plastica siano stati sostituiti con altri in metallo, impossibili da dare alle fiamme e da usare come scudi contro le cariche delle forze dell’ordine. In un altro filmato si vedono operai che installano altoparlanti nelle vie della protesta per zittire i manifestanti e telecamere per poter poi ricostruire al computer i volti dell’onda. Ora l’ultimo affronto: la sfida a Google, in vista della piazza.


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Google sperimenta la Rete superveloce

Corriere della sera

Scritto da: Federico Cella




Le vie di Google, se non infinite, comunque non sono ancora finite. Anzi. Direttamente dal blog della Big G, rimbalzando sul Wall Street Journal, da Mountain View annunciano la sperimentazione di una nuova connessione alla Rete attraverso le fibre ottiche capace di farci viaggiare a un Gigabit al secondo. Gli ingegneri di Google hanno avviato una serie di test in vista di collegare alcune città americane con questa nuova rete che di fatto è circa 100 volte più veloce della banda larga attuale. Secondo il blog del colosso, le città interessate devono segnalarlo a Google entro il 26 marzo. Quindi partirà la sperimentazione sul campo.

Video

L'obiettivo del gruppo californiano è di raggiungere a breve tra 50mila e 500mila utenti con il nuovo servizio, che - come spiegano da Mountain View - cambierà il mondo della medicina a distanza, dell'insegnamento universitario e della fruizione dei video ad alta definizione televisiva (un film in Hd potrà essere scaricato in meno di 5 minuti). Ma il progetto in realtà apre la Rete a scenari del tutto nuovi in tutti gli ambiti, sia professionali sia di intrattenimento. I product manager Minny Ingersoll e James Kelly scrivono che l'idea è di offrire una rete aperta accessibile a diversi provider, garantendo un servizio ad un non meglio precisato "prezzo competitivo". Come da tradizionale policy dell'azienda, si legge sul blog che lo scopo di questo progetto - le comunità americane interessate possono iscriversi da questa pagina - è  di "sperimentare e imparare", soprattutto capire quali nuove applicazioni della Rete possono essere sviluppate sfruttando una tale ampiezza di banda. Ma è ovvio che questo annuncio ha già gettato nel panico il mercato degli Internet provider.




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Belgio: attivisti violano una base Nato che contiene una ventina di bombe atomiche

Corriere della Sera


Blitz del gruppo Bombspotters a Kleine Brogel. I sei ragazzi fermati solo dopo un'ora



MILANO - Hanno scavalcato senza alcun problema la recinzione della base Nato «Kleine Brogel», in Belgio, cuore del potere militare in Europa che ospita un serie di testate nucleari. Sono rimasti per un'ora all'interno dell'area «off limits» senza essere visti da nessuno. Infine, hanno caricato su YouTube il video dell'impresa.

BOMBE - E' stata un'intrusione all'interno di un'area che dovrebbe essere super protetta: sei attivisti belgi del gruppo «Bomspotters», ovvero gli «scopritori di bombe» sono riusciti a violare la base Nato di Kleine Brogel, in Belgio. In quest'area sarebbero tutt'oggi stipate una ventina di bombe termonucleari di tipo B-61 - un ordigno tattico di potenza dieci volte superiore alla bomba sganciata su Hiroshima.

In tempo di pace vengono controllate da un'unità speciale dell'aviazione statunitense, la «701. MUNSS», acronimo di «Munition Support Squadron», e in casi d'emergenza impiegati dai caccia bombardieri belgi F-16 come deterrente della Nato. I sei giovani pacifisti hanno catturato le immagini della spettacolare azione e caricato il filmato su YouTube. Una figuraccia per l'aviazione belga, ma soprattutto per l'Alleanza Atlantica, la quale ha sempre affermato che le basi delle atomiche in Europa fossero assolutamente sicure, scrive il quotidiano belga De Standaard.


VIDEO 

Gli attivisti hanno dapprima scavalcato la rete di sicurezza che delimita tutto il perimetro di recinzione, hanno attraversato un boschetto fino a raggiungere la pista d'atterraggio della base. Sicuri che giunti fin qui i militari li avessero scovati e fermati - come accaduto nel novembre 2009 per un gruppo di giovani pacifisti - hanno proseguito indisturbati, passando attraverso una rete squarciata che chiude l'area off-limits della base aerea dove dovrebbero essere custodite le bombe, zona nevralgica e sensibile.

Con tutta la calma possibile, il gruppo ha poi marchiato il bunker con del nastro adesivo, segnalando così la loro presenza. Dopo circa un'ora sono stati scoperti dai militari belgi. Questi li hanno fermati, confiscando loro la telecamera, ma non sono riusciti a sottrarre la memoria con i dati nel dispositivo, riporta il quotidiano belga Het Nieuwsblad.

SICUREZZA - Il fatto rilevante è che gli attivisti hanno fatto il comodo loro, riuscendo a violare una zona che dovrebbe essere protettissima. Il Ministero della difesa belga ha cercato di minimizzare: «Posso assicurarvi che queste persone non si sono mai trovate nelle vicinanze di installazioni sensibili». Ciononostante, il comandante di Kleine Brogel ha ammesso che la sicurezza nel sito militare fa acqua: «La base aerea si estende su 450 ettari.

Un terzo è coperto dalla vegetazione e a causa della mancanza di personale ci si concentra solo sulle installazioni più importanti». Già nel febbraio di due anni fa un'inchiesta interna ha rilevato che molti siti di stoccaggio delle armi atomiche che gli Stati Uniti detengono in Europa non rispettano tutti gli standard di sicurezza. Hans Kristensen, esperto e studioso delle armi non convenzionali, nonchè membro della Federazione degli Scienziati Americani ha reso pubblico il problema: buchi nelle recinzioni; cattiva illuminazione, edifici in cattivo stato, il lavoro del personale di sorveglianza male organizzato e l'organico costantemente carente. Diversi pacifisti su blog e forum sono partiti in quarta e hanno approfittato di questo episodio per denunciare le lacune di queste basi sul fronte della sicurezza.

EUROPA - Secondo le stime degli esperti vi sarebbero attualmente in Europa fra le 200 e le 350 bombe nucleari tattiche, in un momento in cui le aeronautiche militari della Nato sono impegnate in operazioni convenzionali ed antiterrorismo e la deterrenza nucleare, a più di vent'anni dalla fine della Guerra Fredda, non è più una priorità.

Elmar Burchia
10 febbraio 2010



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Barbuta sotto il niqab E lo sposo fa annullare le nozze

Corriere della Sera


Un ambasciatore arabo in tribunale: «Sono stato raggirato». Ha scoperto dopo il sì il volto della consorte





DUBAI - Donna barbuta sempre piaciuta? Falso. Almeno per l'ambasciatore arabo, di cui non sono state rese note le generalità, che ha chiesto e ottenuto l'annullamento delle proprie nozze, avendo scoperto solo dopo le nozze che la sposa none era certo la bellezza che lui si immaginava. La sposa in questione, una volta sollevato il niqab, il velo nero che copre il volto, si è rivelata strabica e barbuta. L'episodio è accaduto a Dubai. Il diplomatico si è rivolto al tribunale per ottenere l'annullamento della promessa di nozze ed un risarcimento per danni morali. Lo riferisce il quotidiano Gulf News.

NEGATA LA RESTITUZIONE DEI REGALI - L'ambasciatore ha sostenuto di essere stato raggirato dalla madre della sposa che aveva fornito a sua madre le foto di un'altra figlia. Nel matrimonio tradizionale arabo i primi approcci e accordi vengono infatti combinati dalle madri dei potenziali fidanzati. L'uomo aveva incontrato la promessa sposa in sporadiche occasioni durante le quali questa era rimasta nascosta sotto il niqab, scostandolo dal volto solo parzialmente. Il giorno delle nozze ha però dovuto sollevarlo, rivelando le imperfezioni. Il giudice che ha esaminato il caso ha concesso l'annullamento dell'unione ma non la restituzione di regali e gioielli (per un valore di circa 100.000 euro) donati alla donna durante il fidanzamento. (Fonte Ansa)

10 febbraio 2010




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I prof: studenti incontrollabili Basta con le gite scolastiche

Corriere della Sera


Una ragazza torna incinta, giovani chiusi in camera evadono dal balcone

Sbronze, droga e sesso. Accompagnatori dimezzati


MILANO - «La più memorabile è stata quella ad Amsterdam. Una studentessa tornò incinta. E quando non c’è di mezzo il sesso, ci sono altri problemi: in gita girano droga, alcol, i ragazzi sono ingestibili. L’errore più grande? Chiuderli in camera. Si calarono dal balcone». Da quella volta A. P., insegnante in un liceo milanese, ha detto basta. «Mai più in viaggio di istruzione». Una decisione ormai comune a moltissimi professori. Via dalla gita. Troppe responsabilità — penali e civili — troppe ore di sonno saltate, troppi rischi. Il ragazzino ubriaco in spiaggia (con relativa congestione), i compagni che fanno a botte con i coetanei di altre scuole, le adolescenti che passano la notte fuori, quella trascorre la mattinata a vomitare. No, non è il Bronx. Chi conosce bene gli adolescenti sa che queste scene possono ripetersi ogni volta che si parte. E la conseguenza — denunciano i presidi — è che rispetto a soli dieci anni fa gli accompagnatori «sono dimezzati».

Michele D’Elia, a capo dello scientifico Vittorio Veneto, non si scompone: «È ovvio che le cifre si siano ridotte: per portare in gita i ragazzi prendiamo a un euro all’ora, non ci viene riconosciuto il lavoro notturno e in più la gente pensa che siamo in vacanza. Ma si sbaglia: ci vogliono nervi d’acciaio per portare in giro una classe». Al Vittorio Veneto la metà dei professori ha firmato un documento: «Niente gita finché non saranno riconosciuti i nostri diritti». Paradosso: «Secondo un capitolato del ’92 l’accompagnatore dovrebbe controllare la rasatura delle gomme del bus. Se succede qualcosa e non era tutto in regola, la colpa è sua».

Mille precauzioni. Luca Azzolini del Frisi: «Non mando docenti che conosco poco». E ancora: «Un mese prima di partire iniziano le raccomandazioni». Oppure: «Io li tengo svegli tutta notte per stancarli»; «Portiamo solo quelli di quinta». Ma il pericolo è sempre in agguato. Sbronze, incidenti, scherzi mal riusciti. «È difficile evitare tutto questo», sospira Giacomo Merlo, del professionale Albe Steiner. «Viviamo in una società abituata allo sballo. Il controllo è possibile fino a un certo punto». E i ragazzi, aggiunge Carola Feltrinelli, a capo del Moreschi, «non sono educati ad affrontare questa esperienza. Per questo i docenti che li accompagnano sono sempre meno». «E non hanno torto», conclude Riccardo Grimaldi del Marelli.

Pochi eroi rimasti. Carlo Columbo, preside del Porta, ammette: «C’è uno zoccolo duro che crede ancora al valore educativo della gita e lo fa con spirito missionario». Tutti gli altri rinunciano. «È naturale — aggiunge Carlo Pedretti, preside del Parini —: se hanno i figli piccoli non possono muoversi. Stessa cosa se hanno i genitori anziani». Ribatte Giorgio Castellari del Vittorini: «I motivi di famiglia sono spesso una scusa: la verità è che non vogliono rischiare». Meglio non partire. eppure Rodolfo Rossi, preside del Giorgi, ha una ricetta anti-sorprese: «Soggiorni in famiglia (i ragazzi sono più controllati), scelta ragionata dell’albergo (evitare quelli enormi pieni di ragazzi italiani che assaltano le stanze di compagne consenzienti) e, per i più piccoli, agriturismo». Lui giura: «Così si contengono i rischi». E rilancia: «Portiamo in gita anche i lavoratori del serale. Quest’anno andiamo in Tunisia».


Annachiara Sacchi
10 febbraio 2010




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I lavoratori di Termini: «Fiorello aiutaci»

Corriere della Sera


Sospendi la pubblicità in onore di Termini Imerese! Orgoglio siculo!»

 

ILANO - «Caro Fiorello La Sicilia e i siciliani ti amano per quello che sei stato, per quello che sei....ma vederti in tv a pubblicizzare la Fiat...nooo!!!! Ti chiediamo di sospendere la pubblicità (anche momentaneamente) in onore di Termini Imerese! Orgoglio siculo! Dimostraci la tua sicilianità!». Dopo che l'azienda ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Temini, operai e semplici cittadini siciliani ricorrono a Facebook per chiedere allo showman di interrompere gli spot del Lingotto, in segno di solidarietà per i corregionali minacciati di licenziamento.

Sono già sei i gruppi, per un totale di un migliaio di iscritti. Su uno di essi i componenti sono quasi 500, così come gli appelli che spesso fanno leva sul senso di appartenenza del comico alla sua terra. Si va da «vai Fioreee fatti sentire!», a «i siciliani sono orgogliosi di te! Ora tocca a te farti vedere orgoglioso della Sicilia!». Mentre Gino Cosenza scrive: «Fiorello sono un Lavoratore dello Stabilimento Fiat di Termini Imerese dopo 13 anni che ci lavoro mi stanno licenziando ti prego: interrompi la pubblicità che Fiat ti fa fare.

So che è un contratto che hai fatto con la casa torinese ma da buon siciliano pensa a noi 2200 lavoratori, ti vogliamo bene. I lavoratori Fiat di Termini Imerese». Gli appelli si susseguono con enfasi: «Fiore.......dacci una mano per favore .....dillo chiaro e forte che non chiudano la stabilimento Fiat di Termini Imerese.....magari a te ti ascoltano...rifiutati di fare spot Fiat». Non manca chi ricorre al dialetto («Nun fari u surdu all'appellu de Siciliani») e chi chiede a al comico: «Sai cosa significa licenziare quegli operai? Significa, in un territorio governato dalla mafia, mandare per strada 2200 famiglie». Mentre alcuni si adoperano affinchè il messaggio arrivi a destinazione, lanciando il passaparola tra i contatti e sulla bacheca del fan club di Fiorello. (Fonte AdnKronos)

10 febbraio 2010





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Processo Parmalat: chiesti 11 anni per Tanzi

di Redazione

Undici anni e un mese di reclusione, è la richiesta della Procura generale di Milano per l'ex patron del gruppo, condannato in primo grado a dieci anni: "E' stato il principale protagonista del crac e il maggior beneficiario degli aggiotaggi"

 

Milano - Calisto Tanzi deve essere condannato a 11 anni e un mese di reclusione. Lo ha sostenuto la Procura generale di Milano nel processo milanese d’Appello sulla vicenda del crac Parmalat del 2003, chiedendo un aumento di pena per l’ex patron del gruppo, condannato in primo grado a 10 anni di reclusione. Il sostituto procuratore generale Elena Maria Visconti, nella sua requisitoria, ha definito Tanzi "il maggior beneficiario" degli aggiotaggi compiuti e il "principale protagonista" del crac. La Procura generale ha chiesto inoltre la condanna, a pene comprese tra i 3 anni e i 5 anni di reclusione, per gli altri sei imputati, tra cui tre ex funzionari di Bank of America, che erano stati assolti in primo grado.



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Appalti Maddalena, manette a Balducci E' indagato anche Guido Bertolaso

di Redazione

Angelo Balducci, soggetto attuatore delle opere per il G8 alla Maddalena - in seguito rimosso dall'incarico - è stato arrestato su mandato della procura di Firenze.


E' indagato anche il capo del Dipartimento della Protezione civile Bertolaso


Roma -  I carabinieri del Ros di Roma hanno arrestato, su ordine della magistratura di Firenze, Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici del ministero delle Infrastrutture. Balducci era stato nominato soggetto attuatore delle opere per il G8 alla Maddalena con ordinanza della Protezione civile del 2008; successivamente era stato sostituito nell’incarico L’indagine riguarda gli appalti per il G8 della Maddalena, poi svoltosi all'Aquila. Stando a quanto si apprende sono stati effettuati altri arresti. E risulta indagato anche il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. 

L'inchiesta E' condotta dalla procura di Firenze e dai carabinieri del Ros fiorentino. Tutto sarebbe partito da un’intercettazione telefonica disposta nell’ambito di un’altra indagine della procura del capoluogo toscano, relativa alla trasformazione urbanistica dell’area di Castello a Firenze, che ha coinvolto tra gli altri Salvatore Ligresti e due ex assessori della vecchia giunta comunale. In quell’inchiesta sono coinvolti due architetti progettisti. Ed è proprio uno di loro, il fiorentino Marco Casamonti, l’anello di congiunzione con Angelo Balducci. Titolare dello studio Archea, è uno dei progettisti dell’hotel a cinque stelle che alla Maddalena avrebbe dovuto ospitare i capi di Stato e di governo. È intercettando Casamonti che spunta il nome di Balducci che viene così intercettato a sua volta. Casamonti questa mattina è stato perquisito: per lui l’accusa è di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche. 

Precisazione della Protezione civile Balducci non è mai stato un dirigente della protezione civile. In passato aveva avuto incarichi per gli interventi legati al 150° anniversario dell’Unità d’Italia e per la ricostruzione del teatro Petruzzelli di Bari. È stato, inoltre, provveditore alle opere pubbliche di Lazio e Sardegna.  




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Vercelli, a vent'anni Luca Bianchini schiacciato dall'inferno della Sla

La Stampa


Il dramma di un ragazzo devastato dalla malattia del padre e lasciato solo ad affrontarne le conseguenze


VERCELLI

«Ho deciso di vendermi un rene perchè ci sentiamo abbandonati dallo Stato italiano e non abbiamo le possibilità economiche per permetterci una badante che allevi le nostre sofferenze». Lo dichiara Andrea Pancallo, 20 anni, di Vercelli, figlio di Domenico che dal 2004 lotta contro la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica: «Papà si è ammalato all’età di 44 anni, ed in poco tempo la malattia lo ha reso incapace di essere autonomo in tutto e per tutto. Oggi è completamente immobile, non comunica più neanche con gli occhi, è attaccato ad un respiratore e nutrito per via artificiale. Ci siamo trovati da un giorno all’altro catapultati in una realtà di dolore e di sofferenza che non ci ha risparmiato nemmeno un minuto, e da allora siamo soli».

A raccontare la storia di Andrea è l’Associazione Viva la vita Onlus. Già dall’età di quindici anni Andrea ha assunto il ruolo di capo famiglia. Ha dovuto rinunciare a tutti i suoi sogni, ha sospeso gli studi dopo aver conseguito la qualifica triennale di operatore elettrico ottenuta con grossi sacrifici: studiando, lavorando e assistendo il padre, il tutto nello stesso tempo. Si alzava alle cinque di mattina per aprire il bar del padre, alle otto correva a scuola e all’una del pomeriggio ancora al lavoro fino alla sera, per poi passare una nottata pressochè insonne accanto al padre. «I miei sforzi e il mio lavoro - sottolinea Andrea - non bastano, perchè la stanchezza e il carico assistenziale che richiede mio padre stanno annientando mia madre, ed io questo non lo posso permettere».

Domenico la notte è accudito dal figlio, il giorno gli dà il cambio la madre Maria che ha totalmente rinunciato alla sua vita e non esce più di casa. Le istituzioni locali offrono poco e nulla, «solo un’ora al mattino per le pulizie alla persona e tre accessi settimanali di fisioterapia, ottenuti dopo feroci lotte con l'Asl». Il cambio cannula e peg - manovre ordinarie per un malato nelle condizioni di Domenico - avvengono in ospedale come in gran parte della Regione: operazioni che potrebbero essere quasi sempre effettuate a domicilio evitando inutili, costosi e sofferti trasporti in ambulanza.

«Mia madre si sta lasciando andare; è stanca, non ce la fa più e non posso permettere che la Sla porti via anche lei. - continua Andrea -. Sentirmi dire "Vorrei potermi chiudere a chiave in quella stanza e lasciarmi morire insieme a lui" oppure "Ti prego se muoio prenditi cura di tuo padre", da figlio mi distrugge il cuore e non posso assolutamente permettere che tutto questo accada. Non posso permettere che mia madre a neanche cinquant’anni debba aver paura di andare a dormire perchè è talmente stanca da pensare di non svegliarsi più».

Da qui l’unica soluzione possibile nella testa di un ragazzo che è stato abituato dalla vita a cavarsela da solo e ad essere inascoltato nel suo grido di aiuto: «Ho deciso di vendermi un rene, potrò comunque vivere una vita regolare, salvare la vita a qualcuno e soprattutto assicurare un’assistenza a papà e un angolino di vita anche a mamma che ne ha ogni diritto». Mauro Pichezzi, presidente dell’associazione Viva la Vita Onlus, spiega: «Siamo in un Paese in cui vivere con la Sla si trasforma in una tragedia familiare.

Le Istituzioni devono intervenire con urgenza per affrontare un problema che è già da mesi all’attenzione del Ministro della Salute e che finora non ha avuto alcuna risposta concreta. Lasciare che le cose vadano avanti così per migliaia di famiglie in Italia vuol dire ignorare del tutto il valore della vita umana». Per Pichezzi «non si tratta di polemica politica, ma di tratta di intervenire su un’emergenza che sta assumendo i tratti di una catastrofe: se i malati di Sla vogliono vivere non trovano ragioni per farlo in queste disperate condizioni. La civiltà del nostro Paese si dimostra proprio in queste occasioni e chiediamo con forza al Governo e alle Regioni di intervenire con un sostegno economico per salvare i malati e le loro famiglie». (AGI)



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De Luca, l’alleato che porta guai a Tonino

di Paolo Bracalini


Per lui Di Pietro abbandona la piazza e sceglie i poteri forti. Tre richieste di arresto, un collaboratore accusato di rapporti coi clan e un "sistema" per la vendita di terreni: che c’azzecca con Idv? 

 

Intanto Tonino e De Magistris si scannano sul "Fatto".  E il secondo prepara la fuga

 





Direbbe Tonino: qui è il bue che dice cornuto all’asino. E il detto cadrebbe a pennello per riassumere il senso della questione De Luca. Il caso cioè di un plurindagato, rinviato due volte a giudizio per truffa, concussione, associazione a delinquere e falso, che ha scelto però questo slogan per le Regionali: o votate me, anche a destra, o vincerà la camorra. È il bue che dice cornuto all’asino, poteva dire Antonio Di Pietro ma non lo dirà, perché il leader Idv ha scelto, spiazzando tutti e spaccando la sua base, di sostenere De Luca. 

Un incredibile cambio di rotta che sta provocando un cataclisma capace di ridisegnare la rete di alleanze di Tonino: non più i grillini e la galassia giustizialista di Travaglio e Flores D’Arcais, ma una nuova sponda verso qualche potere forte, anche se macchiato da pesanti indagini giudiziarie. Intanto arrivano i fendenti dagli (ex) amici, prima Travaglio, sul Fatto di ieri, poi Beppe Grillo sul suo blog («Tu quoque Tonino...»): «Il giorno dopo l’appoggio a De Luca come governatore della Campania da parte di Antonio Di Pietro mi sono svegliato con la testa pesante, con un senso di nausea – scrive Grillo -. Perché dilapidare un patrimonio di consensi per un signore con due processi pesantissimi in corso? Era meglio Bassolino che di processo ne ha uno solo ed è anche più simpatico di De Luca». 

Il candidato scelto da Tonino come «alternativa alla criminalità», è un uomo su cui gravano pesanti accuse e sospetti. Nei suoi confronti l’ex pm di Salerno Gabriella Nuzzi ha chiesto per tre volte l’arresto. De Luca accusa di collusioni coi casalesi il Pdl campano e invoca le dimissioni, ma un suo uomo di fiducia fu candidato al consiglio provinciale di Salerno dopo essere stato rinviato a giudizio per 416bis (accusato di rapporti col clan Forte). Poi, quando era ancora sindaco, una delle aziende appaltatrici del Comune fu interdetta dal prefetto, e per altre si parlò di legami con i clan. 

I due tronconi di indagine che adesso lo riguardano partono dalla cessione dei suoli dell’ex Ideal Standard a varie società che avrebbero dovuto realizzare un mega parco marino (il Sea park), mai iniziato. La vendita dei suoli sarebbe stata fatta «a prezzi molto inferiori rispetto alla stima effettiva» sostiene l’accusa, che parla di un «sistema-De Luca» basato sulla lievitazione dei costi dei terreni, «una gestione illecita e affaristica delle aree del territorio salernitano, un mercato intorno a cui si sviluppa l’azione criminosa di soggetti privati e pubblici». 

De Luca, all’epoca dei fatti contestati, non era più sindaco di Salerno ma parlamentare Ds, a guidare il Comune c’era però il suo ex segretario particolare, Mario De Biase (anche lui rinviato a giudizio), candidato nel 2001 perché De Luca aveva già raggiunto il limite massimo dei due mandati consecutivi. Ebbene De Luca, secondo il Pm, avrebbe sostenuto la chiusura dell’Ideal Standard «per favorire vari gruppi imprenditoriali, allo scopo di conseguire indebite erogazioni di denaro» e non, come ha sostenuto lui al congresso Idv, per ottenere la cassa integrazione dei lavoratori. Per un curioso scherzo del destino, l’udienza del processo Sea Park è fissata per il 29 marzo, il giorno in cui si saprà il nome del nuovo presidente della Campania. 

A Salerno De Luca è noto come sindaco-sceriffo, promotore in prima persona di ronde anti clandestini («li prenderemo a calci nei denti e li butteremo a mare») e antiprostitute (famosa la volta in cui una di loro rifilò uno schiaffo al primo cittadino). È tra i sindaci più popolari d’Italia secondo le classifiche del Sole24Ore, ma è anche tra quelli che hanno saputo costruire negli anni un sistema di potere capillare. Promette di tagliare tutte le consulenze, ma i suoi uomini siedono ai vertici dell’Asi, l’Agenzia per lo sviluppo dell’area di Salerno, delle società partecipate del Comune (molti dei dipendenti hanno fatto campagna elettorale per lui), delle Asl di Salerno, dove recentemente è stata assunta - con la qualifica di sociologa - la moglie, con un concorso dubbio che è sfociato in un rinvio a giudizio per la consorte di De Luca. 

Si è fatto astutamente paladino della lotta alla «politica politicante», di cui però è esponente lui stesso, dopo una vita da funzionario di partito prima nel Pci, poi nel Pds, poi nel Pd ma nella versione personalistica locale, il deluchismo. L’altra abilità politica di De Luca, oltre ad aver guadagnato l’appoggio della potente lobby dei costruttori salernitani, è quella di aver saputo monetizzare la rivalità con Napoli, «cannibalizzando» il declino di Bassolino, di cui è acerrimo nemico, e della Iervolino. Quando scoppiò il caso Romeo, a Napoli, si scagliò contro i politici intercettati. Fu contrario però alle intercettazioni che riguardavano lui, e che furono distrutte dopo un voto della Camera perché «totalmente irrilevanti».





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Contrordine compagni: il popolo è bue

Libero




Contrordine, compagni. Il popolo ci piace, ma se sta zitto di più. Lo ha detto Pier Luigi Bersani, in un forum con il Sole 24 ore. Il meccanismo delle primarie non funziona mica tanto bene. E "bisogna  parlarne". La tranvata in faccia presa con Vendola, dunque, ha convinto i dirigenti del Pd che la democrazia è bella finché va dove ti porta il partito. Ma quando poi "la base" va a zonzo per i fatti suoi e ti stravolge i piani e ti caccia Boccia, allora forse è meglio abolirla. Dice infatti Bersani che  "non sempre partecipazione è sinonimo di innovazione. E, a volte,  l'innovazione ha bisogno di impulso che non non sempre può venire dal basso". Primarie kaputt.

10/02/2010




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Il frate di Manzoni? Non era cappuccino...

Avvenire

Un nuovo studio rivela: fu un camilliano a scoprire il primo contagiato dalla peste del 1630, citato anche dai «Promessi Sposi».



Fra Cristoforo? Era un camilliano! Un momento, c’è un errore: lo sanno tutti, infatti, che il frate manzoniano era un cappuccino, diventato tale dopo una tormentata conversione. Né certo si può confondere il saio bigio dei seguaci di san Francesco con la sgargiante croce rossa che domina la talare dei figli di san Camillo de’ Lellis... Eppure succede più o meno così: il religioso che nei Promessi Sposi scoprì per primo la peste del 1630 potrebbe essere stato ispirato non tanto a un cappuccino, bensì alla figura del camilliano fratel Giulio Cesare Terzago; che per l’appunto prestò servizio agli appestati in un lazzaretto milanese, fino a morire per lo stesso contagio.

L’ipotesi era già stata documentata con una certa ampiezza nel 1930 in un libro di padre Mario Vanti su I camilliani, il Manzoni e la peste del 1630; ma ora torna alla ribalta grazie allo studio di Maurizio De Filippis ed Elisabetta Zanarotti Tiranini su San Camillo de Lellis e l’Ordine dei Ministri degli Infermi nella storia della Chiesa di Milano, che è in uscita per le edizioni Ares (pp. 262, euro 20) e sarà presentato il 13 febbraio alle 11 nell’aula magna dell’Ospedale Sacco di Milano da Marisa Sfondrini, Alberto Scanni e padre Vittorio Paleari.

In un capitolo su «I Crociferi a Milano», i due autori dedicano ampio spazio alla questione, esaminando con accuratezza una discreta mole di documenti storici ed arrivando a identificare in un camilliano quel «buon frate» che il romanzo cita come il primo, già nell’autunno 1629, ad annunciare l’arrivo del contagio a Milano. Si tratta appunto di fratel Terzago, nobile milanese non più giovanissimo (era nato infatti nel 1584 e si era fatto camilliano a vent’anni, accolto dal fondatore stesso) e capo-infermiere alla Ca Granda: l’Ospedale maggiore del capoluogo lombardo. 


All’epoca i «ministri degli infermi» seguaci di san Camillo facevano voto speciale di dedicarsi al «perenne servizio dei malati anche colpiti da peste»; difatti Terzago era stato a Palermo durante l’epidemia scoppiata nel capoluogo siciliano tra il 1624 e il 1626, distinguendosi per dedizione nella responsabilità di un lazzaretto: «Per poter attendere a tutti i bisogni con sollecitudine – racconta una cronaca dell’epoca – cavalcava un animaletto stando in volta continuamente di giorno e di notte, senza nessun risparmio; faceva infinite opere di carità... et spesso era visto pigliarsi le creature in braccio che languendo aspettavano la morte, gli faceva le minestre et l’imboccava».

Dopo 4 mesi, però, anche il religioso si era ammalato e venne inviato prima in quarantena, poi in convalescenza e infine nella patria Milano, dove i suoi confratelli lavoravano appunto all’Ospedale Maggiore (peraltro con qualche difficoltà di burocrazia ecclesiastica, che non permetteva loro di avere una chiesa pubblica). Ed è probabilmente grazie all’occhio clinico acquisito sul campo che fratel Terzago fu in grado di diagnosticare la peste nel primo infetto della città, quel soldato Lovato o Locati che anche Manzoni cita al capitolo XXXI del suo gran libro. 


Purtroppo però l’allarme del camilliano fu colpevolmente disatteso dalle autorità, anche nel vano tentativo di non spargere il panico tra la popolazione. Così più passava il tempo, e più numerosi i monatti dovevano trasportare i malati al lazzaretto grande o di Porta Orientale, nel quale andarono a servire sia i crociferi sia i cappuccini. L’epidemia raggiunse poi l’apice dalla primavera del 1630 in avanti, fino a dicembre; alla fine del morbo, dei 130 mila abitanti ne rimanevano circa 60 mila. E i religiosi furono in prima fila nell’assistenza. 

I camilliani, in particolare, contavano la loro prima vittima già il 15 aprile e alla fine, su 50 impegnati in città, i deceduti saranno la metà. Si aprivano infatti anche altri lazzaretti, pare uno per ogni porta milanese, e dal luglio fratel Terzago – che aveva contratto la malattia alla Ca’ Granda ed era guarito – fu destinato con due confratelli a quello di San Barnaba presso Porta Ticinese, capace di 4000 malati.

Testimonia il confratello padre Vanti: «Per due mesi, quanti sopravvisse, egli fu là dentro l’angelo della vita e della buona morte»; fino a morire egli stesso, in una data incerta tra il 19 agosto e il 2 settembre 1630. Manzoni ne avrebbe ricavato la vicenda attraverso la sua fonte, il medico Alessandro Tadino, che nel suo Ragguaglio della gran peste (1648) cita fratel Terzago per nome omettendone però l’appartenenza ai camilliani. Da cui la tendenza degli interpreti a identificare l’innominato frate manzoniano con un cappuccino, visto che il romanziere cita a man salva i religiosi di quest’ordine.

Del resto Manzoni non disponeva sul camilliano della completa documentazione poi ritrovata e tuttora conservata nell’Archivio di Stato milanese, né le Memorie delle origini crocifere pubblicate nel 1676 da padre Domenico Girolamo Regi, in cui si romanza la fine di fratel Terzago attribuendola proprio agli untori di manzoniana memoria: «Cavata un ampolla, in cui creder si puote che vi fosse il liquore delle bave dei dragoni, o di cerbero infernale, là dove essendo egli poi caduto ed ungersene, assalito indi a poco da fiero accidente, a pena preparatosi coi sacramenti, religiosamente se ne passò al Signore». 


Un benefico «effetto collaterale» per il sacrificio del religioso e dei confratelli, tuttavia, ci fu: convincere l’arcivescovo Borromeo (in precedenza diffidente) a regolarizzare la presenza dei crociferi nella metropoli lombarda. Dove i camilliani sono tuttora attivissimi.
Roberto Beretta




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Onorevole Vespa”, il caso del badge

Il Secolo xix


Il caso del badge speciale che la Camera dei deputati ha rilasciato a Bruno Vespa approda in Aula. E’ il deputato del Pd, Roberto Giachetti, a chiedere ulteriori chiarimenti, all’indomani del botta e risposta tra la Velina Rossa, che ieri ha sollevato il tema, e la presidenza della Camera che ieri ha spiegato che la tessera speciale valida due anni è stata rilasciata al conduttore di Porta a Porta dal comitato per sicurezza di Montecitorio, «in base a una norma che consente di rilasciare tesserini a personalità che ne facciano richiesta».

«Quante sono le personalità che hanno questo diritto particolare? Chi c’è in questa friend list? Esiste un registro?», ha chiesto Giachetti. «Sarebbe utile sapere quali sono le motivazioni attraverso le quali vengono avanzate queste richieste e quali sono i criteri attraverso i quali vengono identificate le personalità.

Deve essere una strada impervia - ha continuato il deputato dei democratici con una punta di sarcasmo - trovare la forma e il modo per stabiire che un soggetto in quanto tale ha qualcosa in più degli altri, in più dei disgraziati giornalisti che invece seguono le normali procedure per accedere alla Camera. Vorremmo sapere se le richieste di permesso speciale sono formali o avvengono incontrandosi casualmente a una tramissione che si svolge in prima serata sulla tv di stato».


«Fini - ha concluso Giachetti - ha fatto tante iniziative meritorie e non sarà difficile trasferire i suoi meriti anche a questa vicenda». Il vicepresidente della Camera Rocco Buttiglione ha definito le curiosità di Giachetti «legittime» e ha assicurato: «Provvederò a riferire agli organi competenti».

LA VICENDA:
Chi ha fornito a Bruno Vespa lo «specialissimo lasciapassare» per accedere alla Camera? Se lo chiede Pasqualino Laurito nella sua Velina rossa che parla di «sorprendente iniziativa di qualche ufficio della Camera». Laurito sottolinea che a dare il badge al conduttore di Porta a porta non è l’Associazione stampa parlamentare alla quale «è delegato il compito di rilasciare ai giornalisti professionisti» i pemessi di accesso. «Sarà la prova che definitiva - domanda la Velina rossa - che `Porta a porta´ è per davvero la “terza Camera” della Repubblica»?

A stretto giro dagli uffici di Montecitorio fanno sapere che non c’è nessun mistero: Vespa è in possesso di «un tesserino che consente l’accesso al Transatlantico della Camera rilasciato dal Servizio sicurezza su input del Comitato per la sicurezza della Camera, dopo aver sentito i questori e il vicepresidente con delega al Comitato per la sicurezza, Maurizio Lupi». Il tesserino, precisano le stesse fonti, «in base a una norma interna viene rilasciato a personalità che ne facciano richiesta».




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Il coach egiziano «Meglio morire di fame che allenare Israele»

di Redazione

Neppure il tempo di gustarsi la terza vittoria di fila in Coppa d'Africa che Hassan Shehata è finito nell’occhio del ciclone per alcune dichiarazioni che stanno creando tensioni soprattutto di carattere diplomatico. Il tecnico dell’Egitto ha ricevuto nei giorni scorsi una proposta per allenare la nazionale di Israele. Sarebbe stata un’apertura storica e un segno di buona volontà per due Paesi che non hanno ancora del tutto scacciato i fantasmi della Guerra dei Sei Giorni, anche se l’Egitto è uno dei pochi Paesi arabi a riconoscere l’esistenza d’Israele, ad avere un Trattato di Pace con i vicini ormai dal 1979, a portare avanti relazioni diplomatiche e commerciali con lo Stato ebraico.

Purtroppo Shehata non si è limitato a rifiutare l’offerta come un qualsiasi altro professionista, ma si è lasciato andare a dichiarazioni che hanno fatto infuriare Shalom Cohen, l’ambasciatore d'Israele al Cairo. «Non pensavo che da quelle parti si giocasse a pallone - ha spiegato ironicamente il baffuto allenatore - ero convinto che si occupassero solo di massacrare i palestinesi e il popolo arabo. Piuttosto che allenare in Israele morirei di fame».

E dire che Cohen aveva di recente affermato come le relazioni politiche tra i due Paesi si potessero considerare ormai ai massimi livelli, citando come esempio le visite di ufficiali israeliani d'alto rango al Cairo negli ultimi anni. «Israele trova sempre l’Egitto solerte nel fornire assistenza, però in questo caso c’è stata una caduta di stile», ha commentato lapidario il diplomatico.

Shehata, che ha rifiutato anche la panchina della Nigeria, è stato acclamato come un eroe dalla stampa iraniana e della Striscia di Gaza, ma ha messo in imbarazzo il presidente egiziano Hosni Mubarak il quale potrebbe far pressioni sulla federazione per allontanarlo dalla nazionale. Anche l’altro eroe dell’Egitto, il centravanti e capocannoniere della kermesse angolana Mohammed Nagy «Gedo» non se la passa bene. Corteggiato da club di Spagna e Inghilterra, ha iniziato a comportarsi da prima donna nel suo club che per tutta risposta lo ha messo fuori rosa.



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Di Pietro ora dà i numeri ma è bocciato in economia

di Redazione

Antonio Di Pietro, nella nuova versione di lotta e di governo, ha fatto approvare dal suo partito un documento economico che, ove fosse preso sul serio, come programma di governo, farebbe immediatamente crollare la credibilità finanziaria dell’Italia e del nostro debito pubblico. E pertanto, metterebbe in crisi l’Unione europea. Il programma si basa, infatti, sul principio, scarsamente apprezzato negli ambienti finanziari e nelle agenzie di rating, della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Forse Di Pietro si è confuso fra il suo cognome San Pietro, che può fare miracoli, (ma in genere non in questo settore). Fatto sta che nel programmone, di una quarantina di cartelle, fa spicco la «soluzione geniale» consistente nei tre numeri 20, 20 e 20.
Il primo 20 riguarda l’aliquota del 20% che dovrebbe essere applicata ai redditi di lavoro, in luogo delle maggiori aliquote attuali. Il secondo 20% riguarda la tassazione delle rendite finanziarie, che dovrebbe passare dal 12,5% attuale per l’appunto al 20%. Ed il terzo 20 lo possiamo definire «dulcis in fundo», poiché si riferisce alla proposta di aumentare del 20% in tre anni le retribuzioni del pubblico impiego. Il che, naturalmente, comporta un aumento medio del 6,66% annuo.

È chiaro che l’annuncio che l’Italia abbassa al 20% le aliquote Irpef sui redditi di lavoro genererebbe immediatamente la certezza di una voragine nel gettito dell’imposta personale sul reddito. L’aumento di aliquota della cedolare potrebbe dare 10 miliardi di maggior gettito: ammesso che i capitali non fuggano spaventati. La perdita di gettito nell’Irpef sarebbe un multiplo. D’altra parte il simultaneo annuncio dell’aumento al 20% della cedolare secca sulle rendite finanziarie, quindi anche sugli interessi del debito pubblico, farebbe crollare la borsa e spaventerebbe i risparmiatori, già intimoriti dal buco nell’Irpef. E, per finire, i mercati finanziari verrebbero anche informati che, mentre si riduce il gettito delle imposte, le spese per gli stipendi della Pubblica amministrazione, nel triennio dovrebbero lievitare di una cifra quasi doppia di quella consentita da un aumento proporzionale alla crescita del Pil monetario, stimabile in un 11%.

Ma nel programma di Di Pietro-San Pietro, i calcoli sulle variazioni delle entrate e delle spese del pubblico bilancio - dovute alla sua terna secca di 20, 20, 20 - non ci sono. Per chi ha il potere di moltiplicare i pani ed i pesci, queste sono quisquilie. Invece, trattandosi di una mozione congressuale presentata al termine di una «convention» dell’Italia dei valori in cui veniva acclamato il candidato alla guida della Regione Campania (nella persona di Vincenzo De Luca, sotto processo per mega casi di abusi edilizi come sindaco di Salerno) non poteva mancare un quarto numero, per passare dalla terna alla quaterna, che è particolarmente amata nell’area dell’antico reame di Napoli. Ed il quarto numero è scaramantico, si tratta del 13, che si riferisce alla tredicesima mensilità. Nel programma di Di Pietro la tredicesima dovrebbe essere esonerata dall’Irpef almeno per il 2010, anno difficile, come lui dice, per i bilanci delle famiglie a reddito fisso. È difficile calcolare la perdita di gettito di questa misura, ma va tenuto presente che essa comporta una diminuzione del 7,8% del gettito dell’Irpef sui redditi di lavoro, che, a loro volta, danno il 70% almeno del gettito globale di questo tributo. Dunque una perdita di gettito di oltre il 5% dell’Irpef, cioè uno 0,6 circa del Prodotto Interno Lordo. Ma la «copertura» di questo regalo di Natale non viene indicata. È da presumere che, trattandosi del Natale, qualcuno faccia un miracolo. Ma se il miracolo non c’è, questo minor gettito si sommerebbe alle altre minori entrate e maggiori spese del programma.

A questo tipo di finanza, che Di Pietro definisce liberale, forse confondendo questi termine con «liberalità», egli aggiunge anche un salario di ingresso di mille euro al mese per ogni giovane, stabilito per legge, così resuscitando la famosa teoria sessantottina del «salario variabile indipendente». Ma una parte che si potrebbe definire liberale, nel senso del «lasciar fare, lasciar passare», in questo nuovo programma dell’Italia dei valori c’è, ammesso che sia liberale il disordine pubblico. Infatti nella parte sulla immigrazione il programma propone di abrogare la legge Bossi-Fini, di dare a tutti gli immigrati che sono già in Italia il permesso di soggiorno, compresi tutti i clandestini, e di dare al più presto a tutti la cittadinanza.
Non a caso ho citato sopra l’antico reame di Napoli. Infatti nel programma, accanto a queste proposte economiche, ci sono le proposte forcaiole della parte riguardante la giustizia. Così esso fa venire in mente la massima dei Borboni di Napoli, che si compendiava in tre parole «festa, farina e forca».



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