martedì 9 febbraio 2010

Il ritorno del lupo, ora non fa più paura


Corriere della Sera


Si ripopolano i branchi nel Parco della Majella. Merito dell'intesa con gli allevatori e della lotta al bracconaggio

MILANO - Il problema, per certi versi, è Cappuccetto Rosso, la prima
fiaba che si impara da bambini. Lì dentro, nelle parole raccontate da
Perrault e dai fratelli Grimm, il lupo è decisamente cattivo. Anzi, è
il cattivo per antonomasia, le ha tutte lui: subdolo, crudele, perfido,
insaziabile. Tutto forse parte da lì. E da credenze e falsi miti
attorno a questo predatore che si sono tramandati nel tempo. Ma il
lupo, fuori dalle favole, è anche e soprattutto un anello importante
della catena alimentare di diverse regioni italiane e l'immagine
negativa che si è portato appresso per tanti, troppi, anni ha fatto sì
che nella storia sia stato spesso considerato una minaccia, per l'uomo
e per il suo bestiame. E di conseguenza da eliminare. In alcuni casi lo
sterminio è riuscito e in diverse aree la sua scomparsa ha provocato
uno sviluppo incontrollato di quelle che sono sempre state le sue
prede, con uno squilibro che ha poi avuto ripercussioni anche sulla
vita dell'uomo.

Foto

INVERSIONE DI TENDENZA -
A volte, però, ci sono anche le notizie

positive. E in questo 2010 anno dedicato dall'Onu alla difesa della
biodiversità, dal Parco nazionale della Majella, in Abruzzo, arriva
l'annuncio che lascia ben sperare: il lupo è tornato. Nella riserva
abruzzese sono stati censiti dodici branchi per un totale di
un'ottantina di lupi. Tra i primi in Italia a mettere in atto un
sistema di sorveglianza sanitaria sulla fauna selvatica, il Parco della
Majella ha lavorato negli ultimi anni per raggiungere l'obiettivo di
una serena convivenza tra i lupi e le popolazioni locali. «Nei 75 mila
ettari del suo territorio protetto, negli ultimi 7-8 anni il conflitto
con il settore zootecnico si è trasformato in gestione collaborativa
del rapporto uomo-lupo - spiegano dalla sede di Badia Morronese, presso
Sulmona -. Indennizzi economici, incentivi per l'adozione di misure di
prevenzione, attività investigativa sul controllo delle morti illegali,
sistemi di controllo e monitoraggio del lupo altamente tecnologici come
la radiotelemetria satellitare hanno permesso di abbattere la mortalità
del bestiame e di migliorare il rapporto tra lupi e allevatori». I
radiocollari consentono di seguire gli spostamenti dei lupi fino a 12
volte al giorno e di intervenire in caso di un loro avvicinamento
eccessivo alle mandrie.

TUTELA E CONTROLLO - Il parco della Majella, assieme a quello

delle Foreste Casentinesi e a quello del Pollino e ad una serie di
altri enti territoriali, sta promuovendo anche un progetto Life (che
usufruisce del sostegno dell'Unione Europea) per il coordinamento delle
misure di monitoraggio del lupo sugli Appennini. «Wolfnet», così si
chiama, sarà presentato venerdì a Sulmona in occasione del workshop che
darà il via all'iniziativa. L'operazione mira a tutelare da un lato la
sopravvivenza della specie (ad esempio con interventi contro il
bracconaggio o con una maggiore protezione dei territori in cui vivono
nei periodi riproduttivi e alle diverse fasi del ciclo biologico della
specie), dall'altro alla messa a punto di di politiche di controllo e
di contenimento che rendano sempre più compatibile la convivenza al
fianco di realtà urbanizzate.

MODELLO DA ESPORTARE - L'obiettivo è inoltre quello di esportare

un modello di gestione, sostenibile sul lungo termine e rimodulato
sulle caratteristiche locali ecologiche e socio-economiche, all'interno
di altre aree protette e territori non protetti della rete Appennino
Parco d'Europa. Per realizzare il progetto, che ha un costo complessivo
di un milione e 600 mila euro di cui un milione finanziati da
Bruxelles, saranno tra l'altro sviluppate nuove procedure di
accertamento dei danni causati dai lupi agli allevamenti e creati
gruppi operativi specialistici composti anche da veterinari che avranno
il compito di effettuare attività diagnostiche e medico-legali e
attività investigative di contrasto alla persecuzione illegale nei
confronti del lupo. «I danni causati al bestiame domestico sono uno dei
motivi principali per i quali i grandi carnivori, orsi e lupi in
particolare, sono stati perseguitati per secoli. L'approvazione del
progetto Life Wolfnet - spiega il direttore del parco Nicola Cimini -
rappresenta il coronamento delle attività intraprese negli ultimi anni
dal Parco nazionale della Majella con impegno e professionalità sulle
problematiche della coesistenza lupo-uomo».

Al. S.

09 febbraio 2010

Il lupo appenninico nel Parco della Majella



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L’Oltraggio impunito

di Paolo Granzotto


A essere scandalose non sono le parole di Massimo Ciancimino, lo scandalo risiede nel fatto che quelle parole gliele si facciano pronunciare nel corso di un procedimento giudiziario che nulla ha a che vedere con Berlusconi, Dell’Utri o Forza Italia. Scandaloso è che non si sia fatto tacere il «dichiarante», incriminandolo per oltraggio alla giustizia e all’intelligenza dei componenti la Corte. Nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone si stanno giudicando il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra per la mancata cattura, nell’ottobre del ’95, del boss mafioso Bernardo Provenzano. Cosa c’entra, dunque, la fondazione di Forza Italia? E come fa una Corte a non respingere per evidente assurdità, per palese farneticazione la «rivelazione» che Forza Italia fu il frutto della trattativa tra lo Stato e la mafia? Lo Stato rappresentato da chi, dal primo ministro Ciampi? Dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro?

Traendo dal cilindro i suoi conigli - cose dette o fatte dal padre; copie se non addirittura bozze di papelli e pizzini; una lettera scritta da Provenzano ma elaborata dal padre Vito e alla quale manca il destinatario, che però il «dichiarante» assicura fosse destinata a Marcello Dell’Utri e «per conoscenza» - per conoscenza! - a Silvio Berlusconi; memorie relative al disastro di Ustica; figure di ambigui agenti dei servizi segreti - Massimo Ciancimino non fa mistero di voler dar corpo all’immagine di un Silvio Berlusconi mafioso a tutto tondo. Ciò che gli è lecito fare, salvo poi doverne pagare le inevitabili conseguenze penali. Ma non in un’aula dove si dibatte sulle accuse mosse a Mori e a Obinu, non in un’aula dove la ricerca della verità è indirizzata alla presunta collusione dei due imputati con Cosa Nostra, non alle origini di Forza Italia.

È lecito chiedersi perché ciò sia stato consentito a Massimo Ciancimino, non un pentito, un collaboratore di giustizia, non un teste, ma un «dichiarante», figura dai contorni non ben definiti e proprio per questo circoscritti di volta in volta, secondo l’interesse e la disposizione d’animo. È poi doveroso chiedersi perché la Corte, una volta ascoltate le sorprendenti rivelazioni di Ciancimino non ne abbia subito fatto notare la palese contraddizione con quelle che il «dichiarante» giusto l’estate scorsa: «Io a Silvio Berlusconi mafioso non ci credo. Né papà mi ha mai detto qualcosa al riguardo. Glielo chiesi tre o quattro volte, e rispose sempre allo stesso modo: “È fuori da tutto”.

Per certo so che Berlusconi era piuttosto una vittima della mafia. Forse qualcuno intorno a lui, magari del suo più stretto entourage, può aver avuto contatti con Cosa Nostra millantando amicizie e mandati del Cavaliere, muovendosi in suo nome e per suo conto, senza che Berlusconi lo sapesse. Papà aveva solo delle perplessità su alcuni personaggi...». È noto che la magistratura - e ciò va a suo onore - non lascia nulla al caso. Ma riempie faldoni su faldoni di atti, documenti, informative, copie conformi, carte bollate, verbali eccetera su ogni soggetto implicato nella causa in corso (e anche non in corso, se è per questo).

Possibile che mancasse quell’intervista rilasciata da Massimo Ciancimino? Non lo crediamo ragionevole: non si prende in mano un «dichiarante», non gli si offre la platea di un’aula giudiziaria affollata di cronisti senza prima passarlo ai raggi X. Non resta quindi da pensare o a un governo alla carlona dei pentiti e dei «dichiaranti», e allora si fa impellente una legge che ne regoli la gestione. O a una precisa volontà di cogliere l’occasione per coinvolgere in un processo di mafia il presidente del Consiglio. E farlo apparire, ancorché per bocca di un Ciancimino poco credibile perché pronto a cambiare opinione e verità, mafioso anch’esso. Tertium non datur.



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Vivo sotto le macerie a un mese dal sisma

Corriere della Sera


Haiti, un uomo di 28 anni tratto in salvo durante la rimozione di detriti da un mercato di Port-au-Prince




MILANO - Un uomo di 28 anni è stato estratto vivo dalle macerie di un edificio di Port-au-Prince, dove potrebbe esser rimasto intrappolato dallo scorso 12 gennaio, giorno del devastante terremoto che rase al suolo Haiti. La notizia è stata data dalla Cnn, in particolare dal suo inviato Sanjay Gupta, che è anche un medico..

DENUTRITO MA SALVO - Evan Muncie è stato disseppellito dalle rovine di un mercato dove, secondo i suoi famigliari, vendeva riso: quando è stato trovato il giovane era gravemente disidratato e malnutrito, ma non mostrava segni di ferite gravi. «Era emaciato, non mangiava da chissà quanto tempo - ha spiegato Mike Connelly, uno dei medici che stanno lavorando ad Haiti - e aveva ferite aperte su entrambi i piedi!». Secondo il medico, le persone che lo hanno portato in ospedale, lo hanno trovato mentre liberavano dai detriti tutta la zona del mercato. L'uomo ha raccontato ai dottori che qualcuno gli aveva dato acqua mentre era intrappolato, ma secondo i medici il giovane era visibilmente confuso e a tratti credeva ancora di trovarsi sotto le macerie. I suoi famigliari hanno detto alla Cnn di averlo trovato molto dimagrito e che a loro parere avrebbe perso almeno 15 kg rispetto al suo normale peso.

LO STOP ALLE RICERCHE - Il ritrovamento è avvenuto quasi un mese dopo il terremoto di 7 gradi di magnitudo sulla scala Richter che ha prodotto oltre 200.000 morti e migliaia di feriti. Il governo di Haiti ha interrotto gli sforzi di ricerca lo scorso 23 gennaio, ma sopravvissuti sono stati trovati fino al 27.

Redazione online
09 febbraio 2010





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Marinano la scuola, riportati in classe dalla polizia

IL Secolo xix



Quattro studenti imperiesi minorenni, di cui tre con età inferiore ai 16 anni, che avevano saltato le lezioni, sono stati identificati dalla polizia che ha avvisato i rispettivi genitori, riportandoli in classe.





Sono stati due poliziotti di quartiere, sabato scorso, passando per una piazzetta centrale di Oneglia, che hanno notato un gruppo di giovanissimi, i quali alla vista degli agenti hanno cercato di defilarsi.

Considerato l’atteggiamento piuttosto anomalo, gli agenti li hanno raggiunti identificando quattro di loro. Alla richiesta del perché non si trovassero a scuola, i ragazzi non hanno saputo fornire alcuna giustificazione plausibile.

Gli agenti li hanno quindi riaccompagnati in classe - presso un istituto di scuola secondaria di secondo grado ed uno di secondaria di primo grado - dove i rispettivi dirigenti scolastici hanno confermato che l’assenza dalle lezioni era per tutti ingiustificata. A quel punto sono stati informati i genitori dei ragazzi. Gli alunni hanno, però, terminato le lezioni prima di rincasare.




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Bestemmie in campo, linea dura della Figc

Corriere della Sera


Cartellino rosso e prova tv per punire a tutti i livelli




MILANO - Cartellino rosso per le bestemmie in campo. La federcalcio interverrà con una specifica previsione nelle "decisioni ufficiali della Figc" per punire a tutti i livelli, anche attraverso la prova tv, questo tipo di comportamento. «Interverremo sulle decisioni ufficiali per chiarire che all’interno di comportamenti offensivi e oltraggiosi rientra anche la bestemmia», ha detto il presidente della Figc Giancarlo Abete al termine del consiglio federale che si è tenuto oggi a Roma.

Abete ha specificato che "l’arbitro può sanzionare con il cartellino rosso un comportamento del genere" e che "se tale comportamento non verrà rilevato dal direttore di gara, sarà possibile intervenire attraverso la prova tv con una sanzione successiva". Per dare modo alla procura federale di acquisire la documentazione e certificare il contenuto di eventuali deferimenti, saranno allungati di quattro ore i tempi per l’acquisizione della prova tv: il termine non sarà più le ore 12 del giorno feriale successivo alla partita, ma le ore 16.

Il consiglio federale ha dunque pienamente condiviso il recente intervento del presidente del Coni Gianni Petrucci contro l’inaccettabile comportamento di chi bestemmia sui campi di gioco. Ma non solo. Sarà punita anche l’esibizione di scritte sotto la divisa da gioco. Il presidente Abete ha ricordato che "i giocatori non possono esibire scritte con contenuto personale, politico o religioso". Eventuali violazioni, segnalate dall’arbitro o dai collaboratori della procura presenti sui campi di gioco, saranno punite con ammende. Decisioni che sono state assunte da parte del consiglio con ampio consenso da parte dell’Associazione calciatori. "E’ fondamentale - ha spiegato ancora Abete - richiamare tutti ad un comportamento adeguato alla visibilità del mondo del calcio". (Fonte Apcom)

09 febbraio 2010





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L'ultrà Speziale condannato a 14 anni per la morte dell'ispettore Raciti

La Stampa


Il tribunale per i minorenni di Catania ha condannato a 14 anni di reclusione per omicidio
preterintenzionale Antonino Speziale, imputato per la morte dell’ispettore capo della polizia Filippo Raciti. La sentenza è arrivata dopo una lunga riunione in camera di consiglio.

«Sono sicuro di essere innocente. C’è un complotto, ma non mi arrendo. Con il mio avvocato
faremo appello» ha commentato Speziale.

Giuseppe Lipera, il legale di Speziale, aveva chiesto per il giovane l’assoluzione per non avere commesso il fatto o, in subordine, per mancanza di prove, mentre ieri l’accusa aveva chiesto una condanna a 15 anni. L’ispettore Filippo Raciti morì il 2 febbraio del 2007 in seguito agli scontri tra ultras e polizia nel corso del derby Catania-Palermo.

Il processo per Speziale si è svolto davanti al Tribunale per i Minorenni perchè all`epoca dei fatti il giovane aveva 17 anni. Alla lettura della sentenza in aula erano presenti l’imputato e i suoi genitori, la vedova di Raciti, Marisa Grasso, e i genitori dell’ispettore di polizia.

Secondo l’accusa Speziale durante l’arrivo dei tifosi del Palermo al Massimino avrebbe lasciato il suo posto allo stadio per scontrarsi con gli ultras ’rivalì e avrebbe utilizzato un sottolavello in metallo, usandolo a mò d’ariete, contro le forze dell’ordine che cercavano di bloccarli.

In quell’occasione, davanti all’ingresso della Curva Nord, avrebbe ferito mortalmente, con una lesione al parenchima del fegato, l’ispettore Raciti.

Con lui avrebbe agito anche un altro ultras del Catania, Daniele Michele, per il quale, in un processo separato davanti la Corte d’assise di Catania, l’accusa ha chiesto oggi la condanna a 11 anni di reclusione: 10 per omicidio preterintenzionale e un anno per resistenza aggravata a pubblico ufficiale.

Per quest’ultimo reato Speziale è stato già condannato, con sentenza definitiva, a due anni di reclusione, che ha già scontato.




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La strana bugia di Di Pietro: "Non conosco quest'uomo"

di Gian Marco Chiocci

L'ex pm finge di non aver nulla a che fare con il fondatore del partito Mani pulite, Piero Rocchini.

 

 L'intervista all'ex leader

 


Nega spesso l’evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s’è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l’opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l’indagato principe dell’inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro. 

Uno che s’è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l’ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l’impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più». 

Anche Tonino non l’ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell’anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C’è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino. 

Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell’accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d’averlo incontrato in un viaggio all’estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica. 

L’avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l’amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. 

E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi. 

Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c’era un rapporto connotato d’amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell’inchiesta. L’ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l’ho incontrato con la moglie (...)». 

Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». 

Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. “Non posso venire mi dispiace”». 

Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l’Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un’occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!“. Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.

Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: “Faccia riferimento al signor Rocchini”...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...». 

Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell’Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). “Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo». Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L’avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?. 

Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».

Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell’avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l’analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell’immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini. 

Di Pietro: «La parola “Io” l’ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell’organigramma, non solo la parola io, ma tutto l’organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c’è scritto anche Mani pulite». 

Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l’ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell’occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C’era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l’estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...». 

Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978. 

Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c’è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c’è tanto di fotografia, ma non l’ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...». Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». 

Avv.: «Dov’è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov’è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.





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Di Pietro nega all’Idv la lista delle sue ricchezze

di Paolo Bracalini

Quando lasciò la magistratura aveva due immobili, ora ne ha dieci tra Milano, Roma e Montenero. 


Al congresso l’ala grillina propone d’istituire una "anagrafe patrimoniale" per controllare gli eletti, ma l’idea viene annullata dopo l’intervento del leader

 




Una volta le case erano due, poi sono diventate dieci. Nel mezzo una carriera politica. Difficile, poi, presentarsi come il paladino dell’anti-casta. Spiegatelo all’ala grillina dell’Idv, che l’altro giorno al congresso del partito si è vista sfilare di mano una proposta per fare trasparenza sull’attività e sui patrimoni dei vertici. Nella grande sala dell’hotel Marriott a Roma è andato in scena un giallo, che si scioglierà forse solo quando la famosa mozione Pardi verrà riscritta sulla base delle modifiche fatte a voce ma non verbalizzate. 

Ma cos’è successo veramente? L’ennesima magia: complice probabilmente il bailamme dei lavori finali, è successo che l’«anagrafe patrimoniale» degli eletti, proposta dalla mozione, si è trasformata semplicemente (e magicamente) in una «anagrafe» degli eletti. 

Ma la differenza non è lieve, la prima sarebbe una radiografia delle proprietà del dipietrista, prima e dopo la parentesi politica, la seconda la semplice identificazione anagrafica dei parlamentari e dei vari consiglieri Idv eletti nei vari enti.
Dunque due cose completamente diverse, che però Tonino - forse confondendosi - ha mescolato, trasformando un’opzione di trasparenza in un’ovvietà amministrativa, tanto che lo stesso Di Pietro ha aggiunto - un po’ comicamente - che quella richiesta era ridondante, perché «i dati degli uomini politici dell’Idv sono già tutti noti»: nome, cognome, luogo di nascita etc. 

Certo, «ma si parla di anagrafe patrimoniale!!!», ha allora urlato dalla sala l’onorevole Renato Cambursano, deputato piemontese dell’Idv già tesoriere della Margherita. Infatti nel testo originario si leggeva: «Il partito deve garantire la più trasparente anagrafe degli eletti: gli elettori devono sapere con quali mezzi gli eletti entrano ed escono dalla politica». 

Ma il concetto, ingombrante anche per il partito degli onesti, è sparito sotto gli occhi di tutti, annacquato nell’anagrafe senza patrimonio, una banalità che non serve a niente. Eppure Pardi, autore della mozione che ha portato un barlume di critica dentro un congresso superblindato per la rielezione plebiscitaria del leader, sventolava le fotocopie del suo documento come se avesse vinto lui contro l’apparato. Si vedrà, quando (e se) le modifiche verranno scritte, cosa rimarrà dello spirito «riformista» iniziale. Probabilmente ben poco, se le modifiche corrisponderanno a quelle fatte a voce dal capo durante la discussione. 

Se l’anagrafe dei beni posseduti, prima e dopo aver fatto parte della Casta, esistesse davvero nell’Idv, il primo a poter raccontare un’evoluzione patrimoniale davvero straordinaria sarebbe proprio il leader Di Pietro, l’inventore dell’Idv, il partito che dieci anni fa non era niente e oggi aspira al 10% (anche se i sondaggi per le Regionali lo danno in discesa, dall’8% delle Europee al 6 e qualcosa). 

Se ci fosse, l’anagrafe patrimoniale di Tonino racconterebbe una passione per il mattone che nel giro di dodici anni ha portato il leader dell’Idv a possedere una decina di case (tra acquisti per sé, la moglie e per i figli), passando dalle due della fase pre-politica: la masseria di Montenero di Bisaccia ereditata dalla famiglia e la villa a Curno. Da lì a poco sarebbe cominciato uno shopping immobiliare di tutto rispetto per l’ex Pm nel frattempo diventato politico. Nel 1999 Di Pietro è europarlamentare, e per la bisogna compra un appartamento a Bruxelles, per 200milioni di lire circa.

Ma è solo un piccolo colpo, quelli veri arrivano più tardi. Nel 2002 si aggiudica un elegante quarto piano in via Merulana, a Roma: otto vani per un totale di 180 metri quadrati, pagato circa 650mila euro (in parte con un mutuo acceso alla Bnl). L’anno dopo, a Montenero, Tonino cede al figlio Cristiano un attico di 173 metri quadrati, sei vani e mezzo poi ampliati a otto grazie al condono edilizio del 2003. Spesa: attorno ai 300mila euro. 

Non basta, il fiuto immobiliare di Tonino colpisce ancora, e l’ex Pm compra a Bergamo un quarto piano di 190 metri quadrati, in un palazzo Liberty in centro a Bergamo. Un dono per i figli Anna e Toto, un regalo importante. Lo stesso giorno la moglie compra un appartamento, due cantine e garage sempre a Bergamo: il costo oscillerebbe intorno agli 800mila euro. Passa un altro anno e nel 2004 Di Pietro (tramite la sua società Antocri) acquista un’altra casa, questa volta a Milano, nella centrale Via Felice Casati. 

Un appartamento di 190 metri quadrati che viene via con 614mila euro, di cui 300mila con un mutuo. Siamo al 2005 e anche quell’anno non passa senza un altro colpo immobiliare, a Roma però. Qui si aggiudica, per più di 1 milione di euro, un appartamento in via Principe Eugenio a Roma, come sede capitolina del partito. Passa ancora del tempo e arriviamo al 2006, quando Tonino compra all’asta, in condizioni rocambolesche, un altro appartamento a Bergamo, in via Locatelli, ad un prezzo molto scontato, meno di 210mila euro, grazie alle cartolarizzazioni del patrimonio immobiliare Inail. Nel 2007, poi, inizia i lavori di ristrutturazione della masseria di Montenero di Bisaccia, operazioni che devono costare care viste le dimensioni della proprietà: 33 frazionamenti pari a 16 ettari.

Lo stesso anno papà Tonino regala un altro appartamento ai figli, a Milano in piazza Dergano. Finita? No, l’amore per la terra natìa è troppo forte e nel 2007 compra una nuova masseria, proprio dirimpetto al vecchio terreno. Spesa di 70-80mila euro, a cui va aggiunto il lavoro di ristrutturazione già avviato e costato finora una cifra - così dicono dal paese - pari a 120mila euro. Dunque uno shopping immobiliare di 200mila euro totali. Di Pietro ha spiegato che non c’è nessun mistero, ma i conti sono complicati. Certo farebbe un bell’effetto, questa sfilza di immobili, nell’anagrafe patrimoniale che vorrebbero i grillini dell’Idv.






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Iran, assalto con pietre all'ambasciata I miliziani del regime: "Morte all'Italia"

di Redazione

l ministro degli Esteri in Senato denuncia l'attacco da parte dei basiji: "Cento miliziani con pietre e bastoni contro al nostra ambasciata.

Gridavano 'Morte all'Italia' e 'Morte a Berlusconi'".

Fonti da Teheran: l'ambasciatore italiano convocato dopo le frasi del premier alla Knesset



Teheran - Decine di basiji, la milizia paramilitare iraniana ha tentato di assaltare l’ambasciata italiana a Teheran. Lo ha comunicato il ministro degli Esteri Franco Frattini, nel corso di un’audizione al SeUn centinaio.  di miliziani, ha detto Frattini, hanno tirato pietre contro l’ambasciata e urlato slogan come "Morte all’Italia" e "Morte a Berlusconi". La polizia iraniana ha "scongiurato l’assalto vero e proprio all’ambasciata". Lo ha detto il Ministro degli Esteri Franco Frattini, lasciando il Senato. E ha assicurato che, grazie a questo intervento, "non ci sono danni seri" all’ambasciata.

La denuncia "Vi comunico - ha detto Frattini - che si è appena svolta una manifestazione ostile verso l’ambasciata italiana a Teheran. Un centinaio di basji, che si sono resi protagonisti di violazioni contro civili, hanno tentato di assaltare l’ambasciata a colpi di pietre e al grido di 'Morte all’Italia e a Berlusconi' e lo stesso stanno facendo con l’ambasciata di Francia e Olanda".

La festa della Rivoluzione Per questa ragione, "l’Italia non invierà l’ambasciatore alle manifestazioni dell’11" ha annunciato il ministro, secondo cui "c’è una consultazione europea per capire se vi sarà una sorta di osservazione diplomatica da parte delle cancelliere europee, ma credo che quello che è stato deciso dall’Italia sarà condiviso da altri Paesi, come Germania e Gran Bretagna".

Problemi con tutti Non ci sono rapporti "tesi" in particolare con l’Italia, purtroppo l’Iran "ha rapporti complessi e problematici con l’intera comunità internazionale". Così il ministro degli Esteri, lasciando Palazzo Madama, ha risposto a una domanda se il tentato assalto di oggi all’ambasciata italiana a Teheran potesse essere collegato alle recenti dichiarazioni fatte in Israele dal premier Silvio Berlusconi nei confronti dell’Iran. Il giorno dopo il regime degli ayatollah aveva accusato il premier italiano di "rendere servigi a Israele".

Teheran contro Berlusconi Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato domenica l’ambasciatore italiano a Teheran, Alberto Bradanini, per trasmettergli una protesta ufficiale per le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Berlusconi nella recente visita in Israele. Lo hanno riferito fonti locali attendibili che hanno voluto mantenere l’anonimato. In particolare, hanno sottolineato le stesse fonti, il premier Berlusconi ha detto che è nostro "dovere sostenere e aiutare l’opposizione" nella Repubblica islamica.





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Di Pietro così mentì in tribunale: "Io quest'uomo non lo conosco"

di Gian Marco Chiocci


l verbale della fantozziana deposizione dell’ex pm in tribunale: finge di non aver nulla a che fare con il fondatore del partito Mani pulite.


Ma foto e documenti lo smascherano. L'ex leader della lista Mani pulite: "Era di destra, poi torna dagli Usa e passa alla sinistra".


Caso Campania, De Magistris è infuriato

 

 




Nega spesso l’evidenza incurante di smentire se stesso. Ai tempi della Milano da bere era specializzato nel tradimento degli amici, poi s’è perfezionato nel rinnegare qualsiasi frequentazione scomoda per l’opinione pubblica: dalla cena con Contrada ai rapporti col provveditore Mautone (quello intercettato col figliol prodigo Cristiano) fino agli incontri con Antonio Saladino, l’indagato principe dell’inchiesta Why Not di Genchi e De Magistris. Tre casi, decine e decine di casi. Un Giuda degli affetti e della politica, Antonio Di Pietro. 

Uno che s’è comportato alla solita maniera anche quando Piero Rocchini, un caro e vecchio amico psichiatra che per lui si sarebbe buttato nel fuoco e che insieme a lui inventò il «movimento politico Mani Pulite», ha avuto l’ardire di chiedergli spiegazioni in merito al cambio di strategia che Tonino fece al ritorno dal viaggio negli States: «Ebbi l’impressione che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti anziché fuori. Era cambiato, non lo riconoscevo più». 

Anche Tonino non l’ha più riconosciuto, a Rocchini. Quando? Una mattina di maggio dell’anno 2000. Di Pietro è convocato dalla difesa di Rocchini a testimoniare in un processo per diffamazione. C’è da chiarire i reali rapporti fra i due, posto che un imprenditore, Giorgio Panto, ha dato a Rocchini del millantatore. Rocchini conta sulla testimonianza di Tonino. Alle prime domande del pm e del presidente, Di Pietro risponde però come un teste dell’accusa: inizia a dire che il presidente del movimento lui lo conosce appena, che agiva per conto suo senza averne diritto, che ricordava vagamente d’averlo incontrato in un viaggio all’estero, che era uno dei tanti simpatizzanti del pool, che tutti gliene parlavano male perché era vicino ai fascisti di Ordine Nuovo, eccetera. Insomma, per dirla in dipietresco napoletano, lo fa una chiavica. 

L’avvocato di Rocchini di fronte a quel disconoscimento non sa se ridere o piangere: «Ma scusa Antonio, non ti ricordi che Piero me lo hai presentato tu?». No, sì, forse. Balbetta. Quando capisce che in tribunale ci sono suoi scritti autografi, prove dei contatti «politici» e fotografie con l’amico carneade, il Molisano mette le mani avanti. E minimizza tutto, compresa quella foto che lo ritrae a casa sua (di Di Pietro) sdraiato sul petto di Piero Rocchini davanti a una bottiglia mezza vuota di vodka. Quel che segue è un ampio stralcio della sua deposizione shock. Giudicate voi.

 Pm: «(...) allora, se può sinteticamente riferire dei suoi rapporti personali con Piero Rocchini, se c’era un rapporto connotato d’amicizia o da frequentazione, e i risvolti politici (...). Di Pietro: «Dal punto di vista personale beh... non è che non lo conosco, però non lo conoscevo prima dell’inchiesta. L’ho conosciuto durante la mia attività di magistrato credo in relazione a un convegno in Australia o in Spagna dove l’ho incontrato con la moglie (...)». 

Dagli atti in possesso di Rocchini, visionati dal Giornale, Di Pietro non incontrò casualmente Rocchini in Australia perché fu proprio Rocchini a organizzare quel viaggio, gli incontri, le conferenze, gli spostamenti interni, vitto e alloggio inclusi. Rocchini accompagnò pure Di Pietro a Fiumicino.
Presidente: «Ci serve chiarire quali fossero i rapporti fra lei e Rocchini, in particolare del fatto che Rocchini avesse fondato un movimento denominato Mani pulite, lei quando lo è venuto a sapere?». 

Di Pietro: «Il fatto stesso che non ne abbia contezza piena le dice che io non ho fondato o co-fondato o autorizzato a fondare un movimento Mani pulite. A nome mio e ispirandosi alla mia persona tante persone hanno fondato in Italia tanti movimenti autonomi senza che io dicessi nulla. Anzi avevo preso la buona abitudine, per mantenere una differenziazione, che quando questi mi invitavano, a tutti dicevo. “Non posso venire mi dispiace”». 

Anche a Rocchini il buon Di Pietro ha risposto così in occasione di svariati convegni, in giro per l’Italia, organizzati dal Movimento Mani pulite. Però se uno dà un’occhiata alle carte custodite da Rocchini scopre che i rapporti erano costanti. In un biglietto autografo, Tonino scrive: «Ciao, come potrei dimenticarmi di te, consigliere occulto!“. Oppure: «Caro Piero, interroga la tua campana di vetro oppure leggimi la mano: come andrà a finire? Ce la faremo?» Ogni riferimento alla discesa in campo di Tonino non è casuale.

Pm: «Le mostro questi fax. Se può ricordare in che contesto li ha spediti. Lei alle persone che le scrivono risponde dicendo: “Faccia riferimento al signor Rocchini”...». Di Pietro: «Ma no, era con riferimento a tutta questa attività non politica che stava facendo Rocchini...». 

Non è così. Il Pm tira fuori un altro biglietto scritto da Di Pietro ad alcuni personaggi poi entrati fattivamente nell’Idv. Si legge: «Sarà bene che prendiate contatto con il dottor Rocchini». Di Pietro dice di non ricordare bene, poi aggiunge che saranno centinaia le lettere che riceveva ogni giorno (...). “Non me ne voglia Rocchini ma io avrò detto di prendere contatto con 200mila Rocchini, non ricordo». Allora il Pm tira fuori un altro fax di Di Pietro, ancora più esemplificativo della vicinanza fra i due: «Rispondo al fax del 6 novembre per assicurarle che io sto facendo tutto tranne che disinteressarmi del vostro movimento». L’avvocato lo incalza: «Questo vuol dire che lei si sta interessando molto a questo movimento», o no?. 

Pm: «Ci è stato riferito di contrasti che a un certo punto sarebbero incorsi tra il movimento del presidente Rocchini e lei. Questi fatti le risultano?». Di Pietro: «Io non ho mai intrattenuto rapporti politici».

Non sembrerebbe così. Stando alle contestazioni documentate dell’avvocato di Rocchini, il 7 novembre 1995 Di Pietro scrive un organigramma politico, di suo pugno, con tanto di intestazione: «Movimento per i diritti civili». Lo schema del movimento è strutturato su sei linee («Programma: Veltri», «Organizzazione: io», «Stato giuridico: Stajano», «Struttura amministrativa», «l’analisi delle candidature: Cristina») e due sottolinee: «Controllo dell’immagine: Directa», «Movimento Mani pulite» appunto quello di Rocchini. 

Di Pietro: «La parola “Io” l’ho scritta io? Non ho capito...». Pm: «Sì, se lei ha scritto quell’organigramma, non solo la parola io, ma tutto l’organigramma». Di Pietro: «Allora... rilevo che ci sono parti che hanno la mia scrittura e altre parti no(...). Questo documento... è stato fatto, ma non è un documento, è un appunto, poi non so se è stato ritagliato, non so dove è stato (...) La parte mia è uno studio di un movimento che volevano imbastire con Cristina Koc» (...). Pm: «Sì, ma poi c’è scritto anche Mani pulite». 

Di Pietro: «Sì, ma che ci azzecca lui (Rocchini, ndr)?». Pm. «Ah non lo so, l’ha scritto lei». Di Pietro: «No, non ci azzecca niente» (...)». Pm: «In quell’occasione erano presenti queste persone, Stajano, Veltri, Rocchini. Non ricorda?». Di Pietro: «Veramente io non mi ricordo nemmeno quando è stata fatta quella roba lì (...). C’era una persona, credo Ferrieri, che mi segnalò che Rocchini aveva avuto a che fare con l’estrema destra, con Ordine nuovo. Mi irrigidii quando lessi i documenti giudiziari su Rocchini...».

Antonio Di Pietro si sarebbe potuto irrigidire di meno se solo le avesse tutte le carte su Rocchini, che finì in cella 3 mesi ma venne poi prosciolto per non aver commesso il fatto già 15 anni prima, il 20 giugno 1978. 

Di Pietro: «A un certo punto mi sono accorto che c’è un signore, che conosco in un convegno, che frequento in un altro convegno... credo che sia addirittura venuto a casa mia, non vorrei sbagliarmi...». Pm: «Sì, c’è tanto di fotografia, ma non l’ho ammessa». Di Pietro: «Ah... ricordo siamo stati in Australia...» (...). Avvocato di Rocchini: «Lei dottor Di Pietro riconosce questa fotografia? 

Che io devo esibire al teste, dato che non è la solita foto al pranzo conviviale o al pranzo ufficiale, ma è come dire...». Di Pietro: «Ci siamo sicuramente io e lui, è venuto a casa mia». Avv.: «Dov’è avvenuta questa ripresa?». Di Pietro: «Non lo so dov’è avvenuta». Avv. «Denota rapporti molto confidenziali...». Di Pietro: «(guarda la foto, ndr)... è avvenuta a casa mia». Avv: «Ecco, appunto, a casa sua, bene. I rapporti erano quindi confidenziali?». Di Pietro: «Confidenziali no. Amichevoli, ma da qui adesso non li facciamo confidenziali». Macché.




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Bagarella era povero e non poteva pagare il legale, assolto dall'accusa di falso

Quotidianonet


Il boss mafioso aveva fatto ricorso nel 2004 al gratuito patrocinio per un processo sostenendo di non avere soldi per pagare un avvocato.

Per i pm invece, pur essendo detenuto al 41 bis per reati di mafia, il nucleo familiare di Bagarella, avrebbe potuto pagare, da qui l'accusa




Palermo, 9 febbraio 2010

Il giudice monocratico di Palermo, Salvatore Flaccovio, accogliendo la tesi della difesa ha assolto dall’accusa di falso il boss mafioso Leoluca Bagarella che aveva fatto ricorso nel 2004 al gratuito patrocinio per un processo che lo vedeva imputato, sostenendo di non avere soldi per pagare un avvocato.

Il capomafia aveva usufruito di un legale a spese dello Stato, come prevede la legge per chi ha un reddito inferiore ai 9 mila euro annui. Per i pm invece, pur essendo detenuto al 41 bis per reati di mafia, il nucleo familiare di Bagarella, composto da due sorelle del mafioso, avrebbe un reddito superiore ai 10 mila euro.

Secondo l’avvocato, Giovanni Anania, Bagarella sarebbe povero. ‘’I suoi beni? - dice l’avvocato al Giornale di Sicilia - Solo quella maglietta e quel pantalone che aveva il giorno in cui nel ‘95 l’hanno arrestato, vestiti che lavava la sera e indossava la mattina’’. ‘’Tutto - prosegue il legale - gli e’ stato confiscato, con che cosa avrebbe dovuto pagare?’’.

Al boss, cognato di Toto’ Riina, sono stati sequestrati terreni e diversi appartamenti. Nel 2001 gli furono sequestrati anche alcuni regali ricevuti per il matrimonio, tra cui argenteria, orologi preziosi e pellicce. L’avvocato Anania spiega che Bagarella e’ stato imputato in una trentina di processi, alcuni per reati molto gravi, ed e’ stato quasi sempre assistito a spese dello Stato.

Dal 2008, secondo quanto prevede la legge, chi e’ stato condannato per il 416 bis non puo’ piu’ usufruire del gratuito patrocinio pur in presenza di un reddito al di sotto dei 9 mila euro annui




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Caso Boffo, il Vaticano: «Campagna contro il Papa»

Corriere della Sera



CITTÀ DEL VATICANO - Contro la Santa Sede è in corso una campagna diffamatoria che coinvolge lo stesso Benedetto XVI. È quanto si legge in un comunicato della Segreteria di Stato, in cui la Santa Sede definisce come prive di qualsiasi fondamento le ricostruzioni di stampa sul coinvolgimento del direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian nel caso Boffo.

«È falso che responsabili della Gendarmeria vaticana o il direttore dell'Osservatore Romano abbiano trasmesso documenti che sono alla base delle dimissioni, il 3 settembre scorso, del direttore di Avvenire - si legge nel comunicato - .È falso - spiega ancora la nota. - che il direttore dell'Osservatore Romano abbia dato, o comunque trasmesso o avallato in qualsiasi modo, informazioni su questi documenti, ed è falso che egli abbia scritto sotto pseudonimo, o ispirato, articoli su altre testate».









Bagnasco, a Genova l’incontro con i trans

Corriere della Sera


L’appello di Regina e degli altri al capo dei vescovi: la comunione anche a noi


GENOVA—Un appartamento nel centro storico di Genova, nei vicoli che un tempo delimitavano il vecchio Ghetto e dopo sono diventati i caruggi dei travestiti; nella casa abitano le suore contemplative missionarie dell’ordine di padre de Foucauld. In queste stanze ieri pomeriggio il cardinale Angelo Bagnasco, vescovo di Genova e presidente della Cei, ha incontrato una decina di transessuali.

Le suore avevano chiesto al cardinale se era disponibile a un incontro «con le nostre ospiti». Le ospiti si chiamano Regina, Lucrezia, Patrizia, sono tutti trans. Il cardinale ha detto sì. Ha incontrato anche altri ospiti, alcune famiglie di senza tetto, una delegazione di immigrati, ragazze fuggite dal racket della prostituzione. I trans hanno preparato canzoni di benvenuto. Hanno cantato un inno dedicato alla Madonna della Guardia, protettrice di Genova: «Mi è uscita una voce—dice Regina— che non avevo nemmeno a 14 anni... ».

Regina Satariano, genovese trapiantata in Versilia, è stata la portavoce delle instanze transgender: «Ho spiegato che la nostra non è una scelta: siamo così. Fra noi ci sono molte credenti, come me, e vederci discriminate o allontanate dai sacramenti è una sofferenza. Abbiamo sollevato il caso del vescovo di Pistoia che ha rifiutato la Comunione agli omosessuali, per noi un’ingiustizia.

Speriamo in un domani migliore, dove la Chiesa giudichi le persone per quel che fanno e non per le loro inclinazioni di genere e sesso ». Regina è anche andata oltre, ricordando Galileo Galilei: «Papa Wojtyla ha chiesto scusa per il processo a Galileo qualche secolo dopo, ammettendo l’errore. Noi, ho detto, non vorremmo aspettare tanto per vederci riconosciuto il diritto a non essere trattati da persone e fedeli di serie B».

È stato un fiume in piena. A fianco di Regina anche i trans dell’associazione «Princesa», che prende il nome da una canzone di Fabrizio de Andrè: la tessera numero 1 è stata data a don Andrea Gallo, fondatore della Comunità di San Benedetto, «prete da strada».

Il cardinale ha ascoltato, seduto nel salottino, ha accettato lo scatto della foto ricordo con suore e trans, ha stretto le mani a tutti, ha ascoltato l’inno dedicato alla Madre di Dio cantato da voci inconsuete. Infine ha risposto con parole evangeliche. Siamo figli del peccato originale — ha detto — tutti possiamo cadere nell’errore, possiamo peccare anche se siamo comunque responsabili delle nostre azioni. Ma — ha aggiunto—«Cristo è morto in croce per la salvezza di tutti. Non spetta a me giudicare. Le porte di Dio sono aperte a tutti».

I trans hanno chiesto un altro incontro per poter parlare ancora della loro vita, delle loro esigenze spirituali. «Il cardinale non ha condiviso la mia naturalezza nell’essere omosessuale ma abbiamo parlato — ha concluso Regina — è più di quanto sia riuscita a fare con il cardinale Siri che pure ho conosciuto tanti anni fa».

Erika Dellacasa
09 febbraio 2010






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Stradivari, violini muti nei caveau

Avvenire


In una sala dell’Ashmolean Museum di Oxford, sigillato in una teca di cristallo, c’è un violino. È il «Messiah», il capolavoro di Antonio Stradivari. Fu donato al museo a patto che non venisse suonato mai più. Attorno a quello strumento ruota In search of the Messiah, un documentario di Tim Meara sul mondo degli antichi strumenti ad arco, un universo nascosto che si rivela essere un regno di segreti, rivalità feroci e conti bancari, in cui la voce dei violini si sente sempre meno. Il «Messiah» deve il nome al fatto che il suo padrone lo celebrava tanto quanto lo nascondeva. Era il violino «che tutti attendono e che non arriva mai».

Un’attesa frustrante condivisa da Ruth Palmer, giovane e talentuosa violinista inglese, che nel film gira mezzo mondo per strappare pochi minuti di arcate sugli strumenti più belli. E capita sempre più spesso anche ad artisti blasonati di poter imbracciare violini estratti da caveaux bancari solo pochi istanti prima di un concerto.Di comprarne uno nemmeno l’ipotesi: uno Stradivari oscilla tra un milione e i cinque milioni di euro. I Guarneri – più rari, ce ne sono solo 134 al mondo, contro i 620 Stradivari – da due milioni e mezzo fino a cinque e mezzo. Cifre da superstar dell’archetto o da oligarchi russi. «Devo ricevere in prestito un violino per essere una violinista. E significa che devo trovare una persona molto ricca che me lo conceda», dice Ruth. Un concetto ribadito da Joshua Bell: «Acquistare un violino simile a inizio carriera? Impossibile». E sì che lui lo Stradivari ce l’ha: nel 2001 ha comprato il «Gibson» 1713 per 4 milioni di dollari. Dopo aver venduto lo Stradivari «Tom Taylor» 1732 a poco più di due.

Il «Gibson» rivela a quale grado la speculazione abbia investito la liuteria antica. Quando fu rubato nei camerini della Carnegie Hall a Bronislaw Huberman nel 1936, l’assicurazione lo rifuse per 30 mila dollari. Riemerso nel 1987 fu battuto all’asta per 1,1 milioni di dollari, oggi ne vale 4. Lo Stradivari «Seymour Solomon ex Lambert» 1729, venduto da Christie’s nel 2007 per 1,5 milioni di dollari, era costato 30 mila nel 1972. L’economia ha scoperto il violino come bene su cui investire. 



Un caso esemplare è quello della cordata guidata da Brook & Seth Taube che possiede ventotto strumenti, di cui dodici Stradivari e due Guarneri del Gesù, comprati in blocco nel 2007 per 20 milioni di dollari. Più vicino a noi, come spiegava due anni fa in un’intervista Francesca Peterlongo, la più importante collezionista italiana, «ci sono commercianti specializzati nella compravendita di violini: alcuni mi raccontano di aver venduto o fatto comprare uno stesso strumento quattro, cinque volte». E poi c’è la speculazione su scala globale. La Cina, come rivela il film, acquista sistematicamente liuteria antica in quantità da grossista: «Se non compri quest’anno, l’anno prossimo pagherai di più. Così ogni settimana importiamo nuovi strumenti».


Proprio perché i legni dei liutai si trasformano in lingotti, sono sempre di più i proprietari che li confinano nel silenzio. C’è però chi presta volentieri gli strumenti. La Stradivari Society di Chicago, grazie a un’attività di patronage, consegna a tempo indeterminato strumenti di prestigio a giovani artisti (ne hanno usufruito ad esempio lo stesso Bell e Gil Shaham, che poi ha comprato un suo Stradivari). In Italia c’è la Fondazione Pro Canale della Peterlongo, quaranta strumenti affidati a musicisti come Dindo, Rizzi e Kavakos. Per il quale però, che dal 1996 possiede lo Stradivari «Falmouth» 1692, resta una «tragedia» che la maggior parte dei violinisti oggi non possa permettersi il proprio strumento d’epoca: «Chi gestisce questo business dovrebbe riflettere. Il migliore cliente per un violino è il violinista». Intanto David Fulton, cofondatore di Microsoft, li conserva nel bunker sotto la sua villa: se verrà la terza guerra mondiale, dice, i posteri potranno suonare gli Stradivari.




Alessandro Beltrami




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Falsi permessi di soggiorno tra gli arrestati anche un parroco

Quotidianonet


La base logistica dell'organizzazione era proprio la chiesa di Bosco Minniti di Siracusa, da lì il gruppo produceva e rilasciava, dietro il pagamento di ingenti somme di denaro, i documenti falsi per cinesi e nigeriani. Venivano anche regolarizzate ragazze avviate poi alla prostituzione in Campania dagli sfruttatori


Siracusa, 9 febbraio 2010

C’è anche il parroco della Chiesa di Bosco Minniti di Siracusa, padre Carlo D’Antoni, tra gli arrestati dell’operazione che ha smantellato un’organizzazione accusata di favoreggiamento della permanenza illegale di immigrati nel territorio italiano.

Insieme a lui uno stretto collaboratore, Antonino De Carlo, e l’avvocato Aldo Valtimora. La polizia ha, infatti, eseguito nove provvedimenti di custodia cautelare emessi dal gip di Catania nei confronti di altrettranti soggetti accusati di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento della permanenza illegale di immigrati nel territorio italiano, falso ideologico in atto pubblico e false dichiarazioni a pubblico ufficiale.

Le indagini, coordinate inizialmente dalla procura di Siracusa e poi dalla Dda di Catania, hanno evidenziato che l’organizzazione, che aveva base logistica proprio presso la chiesa di Bosco Minniti di Siracusa, allo scopo di consentire la permanenza di cinesi e nigeriani entrati clandestinamento nel Paese, produceva e rilasciava, dietro il pagamento di ingenti somme di denaro, i documenti falsi necessari per ottenere i permessi di soggiorno per l’asilo politico, tanto da divenire un punto di riferimento nazionale per gli stranieri provenienti da diverse parti d’Italia.

I criminali riuscivano a ottenere anche la regolarizzazione di numerose ragazze nigeriane avviate da tempo alla prostituzione in Campania, inviate dai loro sfruttatori interessati a preservare la loro fonte di reddito. A due donne è stato infatti contestato, anche il reato di sfruttamento della prostituzione. I dettagli saranno illustrati in una conferenza stampa fissata alle 11 presso la sala stampa del Tribunale di Catania.

agi




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Vendola brucia undici milioni per le consulenze

di Bepi Castellaneta

Ecco il "buon governo" del presidente pugliese: dal 2006 oltre 500 contratti In un anno incarichi esterni cresciuti del 52%. E 180 precari aspettano stabilità. Veneto: affari privati e società, ombre sul candidato del centrosinistra Bortolussi




Bari - Ha deciso di chiamare il suo quartier generale «la fabbrica di Nichi», e la cosa ha innescato il sarcasmo dei suoi oppositori. I quali, adesso, ci scherzano su e con affilata ironia dicono che «la fabbrica in effetti esiste, ma è quella delle consulenze». 

Il fatto è che a partire dal 2006, la giunta regionale pugliese, capitanata dal portavoce nazionale di Sinistra ecologia e Libertà, Nichi Vendola - portato in trionfo senza soluzione di continuità dal popolo di sinistra per aver sconfitto Francesco Boccia, l’economista colpevole di essere il candidato voluto da Massimo D’Alema e bollato fin dall’inizio come «quello paracadutato dall’alto delle segreterie politiche romane» -, è riuscita a sfornare circa 500 contratti di collaborazione, tra co.co.co. e consulenze. Insomma, un fiume di incarichi ai quali si vanno ad aggiungere centinaia di mandati legali ad avvocati esterni nonostante la presenza di un’Avvocatura regionale, sbandierata e rivendicata più volte come un fiore all’occhiello dall’entourage vendoliano.

Nomi e cifre sono contenute nel sito internet della Regione Puglia grazie alla legge sulla trasparenza voluta fortemente dal ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. E così, basta un clic per scorrere un lungo elenco: c’è l’assessorato di competenza, ci sono i prescelti per far funzionare la complicata macchina del governo regionale. E ci sono i compensi, che a quanto pare sono niente male visto che spiccano consulenze remunerate con cifre che vanno anche oltre gli 80mila euro. Fatti i conti, quella valanga di contratti è costata non proprio pochi spiccioli: trattasi di quasi 11 milioni e mezzo. Ma non è tutto, perché a queste cifre vanno poi aggiunte quelle relative al settore sanità, che sul sito non figurano, e vanno tenuti presente i compensi per le società destinatarie di altri incarichi: tutte voci che fanno inevitabilmente lievitare i costi dell’ingranaggio burocratico regionale.

La cosa non è passata inosservata. E adesso sulla questione consulenze e contratti intervengono con decisione gli avversari del governatore, tra cui il segretario nazionale del Partito socialdemocratico Mimmo Magistro. Il quale ha scelto di scrivere una lettera aperta a Vendola annunciando la decisione di appoggiare il candidato del Pdl, Rocco Palese, ma soprattutto puntando l’indice contro quello che definisce «il più grande spettacolo della storia della politica pugliese». Magistro sottolinea che «il dipartimento della Funzione pubblica denuncia un 52% in più di spese di consulenza della pubblica amministrazione in Puglia nel 2008 rispetto all’anno precedente» e sferra un attacco frontale sulle numerose assunzioni con contratto a tempo determinato.


«Solo a partire dal 2008 sono stati banditi avvisi pubblici o chiamate dirette con short list per oltre 180 persone: si tratta di precari che nei prossimi anni avranno diritto alla stabilizzazione con danno ingente per le casse regionali», spiega Magistro. Che poi torna ad attaccare il governatore affermando che «il presunto buon governo è una favola, ben scritta, anche interpretata in mondo splendido, che si scontra con i dati e le cifre del fallimento della sua amministrazione». Le cifre a cui fa riferimento il segretario nazionale del Psdi sono in particolare quelle di collaborazioni e consulenze, finite in secondo piano a sinistra nella fase bollente delle primarie culminate col successone del governatore. Ma adesso, passata la sbornia della vittoria vendoliana che ha mandato in fumo il progetto di alleanza con l’Udc voluto dai leader Pd, la questione è destinata a finire al centro dello scontro politico in vista delle regionali.

Proprio sul tema del denaro pubblico ieri è intervenuto il candidato alla presidenza della Regione Puglia del Pdl, Rocco Palese. «La giunta Vendola – sostiene in una dura nota - sta cominciando a spendere il tesoro accumulato in questi cinque anni: soldi colpevolmente non spesi per infrastrutture e interventi in favore dei cittadini e delle aziende e che oggi, sotto elezioni, vengono dissipati in convegni e campagne di comunicazione della presidenza e dei singoli assessori». «Rivolgiamo un appello agli organi preposti al controllo della spesa delle pubbliche amministrazioni – prosegue Palese - affinché si ponga fine allo scandalo di un centrosinistra che si fa campagna elettorale a spese dei cittadini, strumentalizzando e sfruttando i ruoli istituzionali».




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Io donna Auditel, barare è facile"

La Stampa

Gabriella Bosio, arpista e “campione” per 15 anni

ALESSANDRA COMAZZI


Ha contribuito con un semplice, piccolo gesto, alla fortuna o alla disgrazia di programmi e conduttori. Ha condizionato le scelte degli investitori pubblicitari, ha mosso milioni, ha fatto piangere soubrette, creato fenomeni, affossato divi. Gabriella Bosio per 15 anni ha avuto il meter sul televisore: arpista, single, senza figli, è stata uno dei «campioni» scelti dall’Auditel per rilevare gli ascolti della tivù italiana. Non ha mai ricevuto una lira, per il periodo di attività l’hanno vincolata alla riservatezza, ma senza pressioni. «Se avessi parlato, non sarei più stata nell’Auditel, tutto lì».

Quando ha lasciato la «carica»?
«L’anno scorso».

Com’era cominciata?
«Mi telefonò una signora dalla voce anzianotta, credevo fosse uno scherzo. Mi propose di far parte del campione Auditel. Io risposi che guardavo poco la tivù, e più o meno sempre le stesse cose, alle stesse ore. Inoltre, avevo un televisore molto vecchio, che per motivi suoi, quando si accendeva si sintonizzava sempre e solo su Rete 4. Mi rispose che non c’era problema, perché la rilevazione cominciava dopo dieci minuti. Ho accettato, mi hanno messo il meter. Per 15 anni un tecnico si presentava periodicamente a casa mia. Ogni tanto mi cambiava la scatola e, se c’era qualche problema, lo risolveva. Sarebbe stato comodo adesso, con il passaggio al digitale terrestre».

Lei che cosa fa nella vita?
«Da 35 anni insegno arpa nei Conservatori. Reggio Calabria, Brescia e dal ’79 Torino, dove mi sono diplomata».

Si rende conto di essere un personaggio da fantascienza, per la tivù italiana, la nicchia della nicchia?
«Si vede che ero funzionale alla campionatura».

Che cosa vuol dire, materialmente, avere il meter?
«Semplicissimo. Si accende la tele, e subito dopo si avvia il telecomando del meter. Si indica il numero di persone che seguono il programma, l’età, il sesso. Poi si segnala quando si va in vacanza. Poi basta. Ma ti controllano. Io una volta dimenticai di segnalare la vacanza e me lo fecero rilevare».

Si sentiva spiata?
«Ma no».

Lei poteva accendere la tele e non guardarla?
«E certo».

Anche andarsene di casa? «Ci potevano essere controlli casuali, però sì, lo potevo fare».

L’ha fatto?
«Una volta non riuscivo a vedere Report e volevo alzargli l’ascolto. Ho acceso la tele e sono uscita».

Poteva anche barare sul numero di spettatori davanti alla tv? 
«E certo».

L’ha mai fatto?
«No, tra noi c’era un patto tra gentiluomini. Lo avrei fatto solo se mi avessero corrotto».

Prego?
«Ma sì, mi dicevo, vuoi che nessuno venga a propormi qualche conveniente accordo per l’ascolto? Oh, zero: nessuno, mai».

Che effetto le faceva questo potere artistico e economico?

«Una bella soddisfazione».

Si sentiva responsabile?
«Le mie erano scelte consapevoli, avevo ben presente le conseguenze del mio gesto».

E la società Auditel che cosa le dava?
«Ogni anno, un premio scelto da un catalogo tipo quello dei punti della benzina: un frullatore, una macchina per fare il pane, una gelatiera, cose così».

Come mai è stata «campione» per 15 anni, mentre di solito i cambi avvengono ogni due o tre?
«Perché il mio “status sociale" non era cambiato, e un campione come il mio serviva sempre».

Ha contribuito al successo di chi?

«Del caso Franzoni. Ero una fan assoluta della vicenda, la guardavo dovunque la trovassi. Non male neanche Erica e Omar».

Fiction?
«Mai».

Fiorello?
«Non l’avevo capito, credevo ancora fosse stupido, così me lo sono perso».

Panariello?
«Mai visto».

I reality?
«Mai visti».

Telefilm?
«Il tenente Colombo».

Festival di Sanremo?
«Un pezzetto ogni anno. Più la finale di Miss Italia. Insomma, io li ho informati subito del mio rapporto con la tivù: a colazione sento la radio; a pranzo vedo tre tg; ma ho fatto alzare l’audience della Prova del cuoco con la Clerici, ai tempi, di Fazio prima che esplodesse. La sera guardo l’informazione».

E Vespa?
«Per la Franzoni e Novi Ligure, poi meno».

A chi abbassava l’audience?
«Quando spuntavano Belpietro, Giovanardi, Ghedini, zàc, li toglievo immediatamente».

Chi le deve un po’ del suo successo?
«La Dandini, Per un pugno di libri, Prima della prima, il concerto di Capodanno da Vienna o Venezia, Gran concerto».

Le dà fastidio che la musica in televisione sia così marginale?
«No. Io la musica la vado a sentire nelle sale. E se non lavoro, preferisco sentir parlare che sentir suonare».




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Berlusconi indignato Alfano: «Agguato ai danni del governo»

Corriere della Sera


Il Pdl: fango alla vigilia delle elezioni




ROMA — La netta condanna da parte del Popolo della Libertà, che parla di «agguato al governo». Il silenzio della Lega, sottolineato dall’Idv. E poi i commenti dell’opposizione che vanno dalla presa di distanza dell’Udc alla prudenza del Partito democratico, fino alle accuse dell’Italia dei Valori e della sinistra.

Al centro della giornata politica stavolta ci sono le parole di Massimo Ciancimino, che al processo di Palermo ha sostenuto come Forza Italia sia nata dalla trattativa fra lo Stato e la mafia all’inizio degli Anni 90. Silvio Berlusconi evita ogni replica ufficiale: «Avrei tante risposte da dare ma la dittatura imposta da Bonaiuti mi impone il silenzio», è la battuta con cui evita di commentare la deposizione di Ciancimino. In privato però il premier non nasconde la sua indignazione, parlando del solito copione che si ripete ogni volta che c’è una campagna elettorale.

«Non vorrei — dice il ministro della Giustizia Angelino Alfano — che ci fosse un tentativo di delegittimare l’azione di un governo che combatte la mafia ». Questo perché, afferma il Guardasigilli, «quando la mafia vuole contrastare i suoi avversari non sceglie la via dell’assassinio fisico ma quella della delegittimazione » e il «governo Berlusconi ha fatto con le leggi l’esatto contrario di quello che prevede il papello di cui tanto si parla».

Secondo il ministro della Difesa Ignazio La Russa le dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco di Palermo «non stanno né in cielo né in terra», il senatore Marcello Dell’Utri annuncia querela nei confronti del «folle totale» che lo ha direttamente chiamato in causa. Mentre è Sandro Bondi, coordinatore nazionale del Pdl, a parlare apertamente di «disegno politico» dietro quello che sta succedendo nell’aula bunker di Palermo: «Immancabilmente — afferma — alla vigilia di ogni elezione assistiamo a una nuova ondata di fango, calunnie e teoremi tanto fantasiosi quanto falsi».


Nell’opposizione l’Udc prende le distanze dalle parole di Ciancimino: «Ritenere che Forza Italia sia un prodotto della mafia — dice Pier Ferdinando Casini — significa non solo offendere milioni di elettori, ma soprattutto falsificare profondamente la realtà. Non ha futuro un Paese in cui la politica si fa usando queste armi». Prudente e quasi defilato il commento del Pd: «Lasciamo lavorare la magistratura — dichiara il responsabile giustizia del partito, Andrea Orlando—che saprà discernere nelle dichiarazioni di Ciancimino e restituirci un quadro certo su uno dei momenti più difficili e opachi della nostra storia recente».

Chi invece cavalca le parole di Ciancimino junior è l’Italia dei Valori, con Antonio Di Pietro che definisce il governo «paramafioso » e aggiunge: «Non è solo Ciancimino che lo dice ma sono in tanti». Secondo l’ex pm «la colpa non è di Ciancimino, che riferisce dei fatti e consegna documenti, ma molto probabilmente del braccio destro di Berlusconi, Dell’Utri, che è stato condannato seppure in primo grado». A chiedere di fare chiarezza è anche Paolo Ferrero, portavoce della Federazione della sinistra: «Queste dichiarazioni vanno naturalmente riscontrate nel modo più scrupoloso da parte della magistratura, ma certo sono inquietanti e preoccupanti. Da cittadini vogliamo sapere da chi siamo governati».

Lorenzo Salvia
09 febbraio 2010




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La rivolta della base sul web: «Vergogna, non vi voterò più»

di Redazione

Stavolta l’operazione era troppo ardita e la svolta «garantista» di Di Pietro verso l’indagato De Luca, uno che fino all’altroieri era un impresentabile e da ieri è un alleato rispettabile, non ha creato solo una frattura con De Magistris ma anche con la base più legata al mito giustizialista delle mani pulite. Nel blog dell’Idv si rincorrono, ferocemente, i commenti dei delusi e le risposte dei «realisti» che cercano di seguire l’indicazione del capo. Ma la voce che prevale, tra i 150 interventi, è la prima, che fa intravedere un sommovimento interno che Tonino farebbe bene a non sottovalutare. «Non ci sono parole per commentare il disorientamento che ha provocato l'appoggio a De Luca - scrive Franco Bertani sul blog dell’Idv -.

Così si perde di credibilità».
Gli fa eco Miki, «La candidatura di De Luca, farà perdere all'Idv il 25% di voti; e questo solamente per scelta di Bersani. Io personalmente farò un passo indietro». I «lealisti» rispondono seguendo la linea del capo, e cioè che l’alleanza con l’indagato De Luca è l’unico modo per sconfiggere il Pdl: «Certo sarebbe stato meglio se ci fosse stato un altro candidato non indagato, ma e sempre meglio che mettere la Campania in mano ai casalesi, perciò come se dice a Roma accontentamose» scrive un utente. Ma il sentimento diffuso è quello espresso da un altro commentatore del blog, Pietro Novello: «No a De Luca in Campania, un grande errore per Idv che ha fatto la battaglia delle liste pulite la principale forza del partito.

Candidare De Luca per me e la vanificazione di tutto ciò che l'Idv (che ho sempre votato) ha ottenuto. Per questo l'Idv perde il mio voto in campania, e spero che altri seguano la mia scelta di non andare a votare». Qualcuno se la prende con De Magistris, in dissenso su De Luca ma incapace di battagliare politicamente su questo tema col leader al congresso. E quindi il pensiero di alcuni lettori-elettori Idv è quello espresso da Dario R.: «Tra ’sta porcata di De Luca e quella di lasciare il Parlamento europeo, ma nemmeno c'è un pelo di dubbio: De Magistris ha sbagliato!!! Se c’era una possibilità che il Pd guardasse alla pari l'Idv, beh adesso ce la siamo giocata: si corre il rischio di diventare un loro feudo!».

Le dichiarazioni di non voto si sprecano: «L'errore più grosso è stato confondere gli elettori dell'Idv con quelli del Pd o del Pdl, noi non ci teniamo a governare a qualunque costo!!! Segnate un altro voto in meno» scrive Ivan. Così anche Loris Buiatti: «E se De Luca venisse condannato in primo grado e poi non volesse dimettersi, che si fa? Con questa candidatura l'Idv si è dimostrata profondamente incoerente con le sue idee. Mi sento deluso e tradito, non avrete mai il mio voto. Vergognatevi!!!». «Se questa è coerenza dell'Idv non voterò più Italia dei “valori”. Saluti» dice Roberto Matteotti. «Ho saputo solo adesso dell'appoggio a De Luca. Eravate la mia ultima speranza... mi spiace ma non vi voterò più» scrive Gianni Gandini. Altri elettori rispondono difendendo la scelta di realpolitik. Ma è dura convincere gli altri che non si tratti di un tradimento. «Sono estremamente deluso dalla sua svolta politica - scrive l’utente Sicofrone -. Non capisco, dopo tanto giusto combattere, perché abbia deciso di unirsi alla casta sciagurata che ha distrutto il Paese. La stimavo molto perché pensavo che avesse princìpi davvero saldi. Vedo che non è così. Addio e buona fortuna».



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De Magistris infuriato per il caso Campania e la mancata nomina a vicepresidente Idv

di Redazione

Il vero sconfitto è lui, Luigi De Magistris, un dilettante della politica che non regge il passo con una vecchia volpe come Tonino. Mentre l’ex Pm napoletano organizzava inutili conferenze stampa per dire che non era d’accordo, Di Pietro faceva passare l’appoggio all’indagato De Luca in Campania, con una standing ovation del congresso Idv. Una svolta epocale per Di Pietro, una sconfitta madornale per De Magistris, incapace di organizzare una resistenza interna o di evitare un epilogo intollerabile per molta base Idv.

Solo adesso si è svegliato De Magistris, dopo che Travaglio (suo sponsor) lo ha dipinto come un debole, e dopo che la colpa per l’accordo in Campania è stato in parte addebitato anche alla sua indecisione. Solo ora si è svegliato e prova a reagire: «Di Pietro si è assunto una responsabilità gravissima». «Se non c’è una linea chiara, se non c’è una politica netta, alle Regionali potrebbe rivelarsi verosimile una flessione dell’Idv rispetto risultato delle alle Europee», dice a Klaus Davi. La risposta di Di Pietro è che, andando da soli, si sarebbe consegnata la Campania «al clan dei Casalesi» (ma gli risponde per il Pdl la Carfagna: «Con Caldoro cacceremo dalla regione clientelismo e malaffare»). Insomma uno scontro frontale, forse il primo, tra Di Pietro e De Magistris. Ma il caso De Luca non è l’unico motivo di delusione per l’ex Pm di Why Not. Ce n’è un altro: Di Pietro lo aveva convinto a fare politica promettendogli un posto da vicepresidente del partito. Ma la promessa non si è mai realizzata, e De Magistris - dicono i suoi - non l’ha presa bene. Si sta accorgendo che si bara anche nel partito degli onesti.



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Di Pietro era di destra Poi torna dagli Usa e passa alla sinistra»

di Redazione


Dottor Piero Rocchini, quale presidente del Movimento Mani pulite, lei fu uno dei primi a sollevare più di un interrogativo sui viaggi americani di Antonio Di Pietro...

«Lo ricordo benissimo. Prima, a tu per tu con Antonio, gli chiesi conto del perché avesse cambiato idea sul movimento, sui progetti, sulle speranze che univano tutti coloro che credevano in lui e nell’ideale alto della politica che pensavamo incarnasse. Dopodiché riversai al settimanale Epoca, nel giugno del 1996, il mio disagio per quel voltafaccia seguito al tour che Di Pietro fece negli Stati Uniti. E da allora, a cominciare da una sua singolare testimonianza in un processo per diffamazione, fra me e Antonio c’è stato prima un raffreddamento dei rapporti e poi una rottura totale». Andiamo per gradi. A gennaio ’95 Di Pietro lascia la toga, a luglio vola negli Usa. Nel mezzo c’è il Movimento Mani pulite e c’è grande attesa su quel che farà da grande l’ex Pm...

«Nell’aria c’erano più strade da percorrere. Una era quella di considerare Antonio Di Pietro come riferimento etico fuori dalla politica attiva. In continuazione parlava di quello che avrebbe voluto fare da grande ma al dunque era sempre abbastanza vago. Faceva riunioni su riunioni, discuteva di programmi da stilare, coinvolgeva persone che poi lo hanno seguito fino al giorno del battesimo dell’Idv. Addirittura arrivò a prendere personalmente contatti con i dirigenti del Movimento che stranamente evitarono di dirmelo. Era chiaro che ambiva a ricoprire un ruolo attivo, di primo piano, in politica. Quando tornò dal viaggio non era più l’Antonio che conoscevo, quello che assieme a Veltri, Stajano e altri pianificò con me la formazione di un movimento trasversale, autonomo, che si rifaceva allo spirito di Mani pulite e al movimento di cui era ben informato.

La sua idea iniziale era quella di utilizzare noi restando nelle retrovie. Non si voleva bruciare. Poi però il Tonino americano prese a fare strani discorsi, sosteneva che non era più il caso di continuare con i nostri entusiastici progetti politici, disse che era meglio combattere il sistema da dentro e non da fuori come a gran voce chiedeva la “sua” base. Ero perplesso...». Torniamo ai circoli americani frequentati da Di Pietro... «Andò, ufficialmente, per una serie di conferenze organizzate dal politologo Luttwak. Quando rientrò in Italia mi parlò di un suo impegno per rinnovare la classe politica non più come progetto autonomo dai partiti bensì come entità di appoggio a una determinata parte politica. L’aveva ripetuto in continuazione.

Poi si buttò con il centrosinistra».

E la cosa la sorprese?
«Assolutamente sì. Di Pietro era, e si professava, uomo di destra. Era chiaro che in quanto magistrato, proprio per una questione di opportunità, non si sarebbe dovuto candidare. Poi qualcosa cambiò. Un giorno ci convoca tutti alla Directa, la società di sondaggi che avrebbe fatto parte dell’organigramma del partito che si sarebbe dovuto chiamare Movimento per i diritti del cittadino. Tira fuori un foglio, ci dice che lui avrebbe curato l’organizzazione e a ognuno trova un incarico e dà un compito, me compreso. Ci disse anche che i soldi non erano un problema».

E poi che è successo?
«Che Di Pietro, spinto da Veltri, decide di spostare il movimento a sinistra. Io protesto. Lui mi rassicura che c’è un progetto per stare al centro con il Ccd, grazie a Cimadoro, il cognato. Chiedo e gli chiedo se è normale allearsi con gente inquisita che ci porta nell’orbita di Berlusconi. Un casino. Alla fine me lo ritrovo con Prodi».

Ci perdoni Rocchini, ma perché Di Pietro poi nega tutto, compresi i rapporti con lei?
«Me lo chiedo ancora. Forse perché ero l’unico che aveva sollevato interrogativi pesanti sul suo modo di comportarsi, l’unico che gli chiese conto del cambio d’atteggiamento post America. Certo, non mi aspettavo quello che ha combinato nel mio processo per diffamazione nei confronti dell’imprenditore Giorgio Panto querelato per un’incomprensione politica che chiarimmo prima della sua morte. Per farla breve quando Di Pietro venne a testimoniare ero tranquillo, certo, che Antonio avrebbe detto la verità sui nostri rapporti e sul Movimento».

E invece?
«Disse cose fuori dal mondo. Arrivò a negare una frequentazione assidua, un’amicizia vera, una collaborazione politica intensa, documentata da centinaia di atti. Negò la comune strategia fatta di progetti messi anche nero su bianco. Persino sul viaggio che gli organizzai in Australia fu vago, disse che c’eravamo incontrati lì come se non sapesse che viaggiammo insieme da Fiumicino e che grazie a me fece trasferimenti interni, cene, conferenze e interviste. Ha addirittura sostenuto che non appena lesse degli atti giudiziari sul mio conto, riguardanti un’inchiesta su Ordine Nuovo, rabbrividì. Lui sa bene che sono stato coinvolto solo perché patito di paracadutismo e paracadutisti era alcuni indagati. Sa benissimo che mi hanno assolto definitivamente con tante scuse. Sa bene tutto ma ha negato l’evidenza solo perché, al ritorno da Washington, gli abbiamo detto che non eravamo disposti a tradire i programmi e i valori del Movimento».

È sorpreso da quanto si viene a sapere in questi giorni sui trascorsi di Di Pietro?
«Un passaggio di un mio libro di fantasia riassume il suo modo di pensare: Aggio ’a cumanna’»



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