lunedì 8 febbraio 2010

La frangia yemenita di Al Qaeda invoca la jihad contro cristiani ed ebrei

Corriere della Sera


«Danneggiare ovunque gli interessi americani. Vogliamo arrivare al controllo del golfo di Aden»



 

DUBAI - L'ala di Al Qaeda basata nello Yemen ha chiamato lunedì tutti i musulmani della penisola arabica alla jihad contro i cristiani e gli ebrei presenti nella regione attraverso un messaggio audio diffuso su internet del numero due dell'organizzazione.

L'EX DETENUTO DI GUANTANAMO - «Non c'è altra via d'uscita da questa situazione che combattere una guerra santa», ha detto Saeed al-Shehri, ex detenuto di Guantanamo, esortando ad attaccare dappertutto «gli interessi americani e crociati». Poi ha aggiunto che Al Qaeda nello Yemen vuole prendere il controllo dello stretto strategico di Bab al-Mandeb, nel golfo di Aden, che separa lo Yemen dal Corno d'Africa. E poi incita ad attaccare gli americani e i loro interessi «dovunque» nel mondo.

Redazione online
08 febbraio 2010






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Manifesti elettorali, le vostre foto

Corriere della Sera

Strani, curiosi, intelligenti, originali


MILANO
- Per le strade d'Italia è iniziata la campagna elettorale in vista delle elezioni amministrative del 28-29 marzo. Aspiranti sindaci e aspiranti governatori (e non solo) lanciano simboli e slogan per convincere i cittadini a scegliere il loro nome nell'urna. Non mancheranno i manifesti politici curiosi, strani, intelligenti.

LE IMMAGINI - Mandateci le vostre foto, se vi capita di notarne qualcuno di originale. Come quello di Michele Dell'Utri, ad esempio: si presenta con i "Moderati per Bresso" e ci tiene a specificare di "non essere parente". Facile immaginare che si riferisca a Marcello Dell'Utri. Sono ammessi anche tarocchi, caricature e rielaborazioni. Magari pescati in giro per il web.



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La scrittrice prodigio tedesca confessa: «Il mio libro? Ho copiato tutto dal web»

Corriere della Sera


La casa editrice, la Ullstein Verlag, ha preso le distanze dalla teenagerTradita da un blogger la 17enne Helene Hegemann. Con il suo «Axolotl Roadkill» ha conquistato i tedeschi. La casa editrice, la Ullstein Verlag, ha preso le distanze dalla teenager. La scrittrice prodigio tedesca confessa:. «Il mio libro? Ho copiato tutto dal web». Tradita da un blogger la 17enne Helene Hegemann. Con il suo «Axolotl Roadkill» ha conquistato i tedeschi



Helene Hegemann
Helene Hegemann
MILANO - Maledetta fu la combinazione CRTL+C: la giovane promessa tedesca Helene Hegemann, di soli 17 anni, ha conosciuto in breve tempo l'ascesa e la caduta dall'olimpo letterario. Con il suo romanzo di debutto Axolotl Roadkill ha fatto furore in Germania, è stata lodata dalla critica e i suoi libri sono andati subito a ruba. Tuttavia, quella che inizialmente era stata ribattezzata la «nuova stella» del panorama letterario berlinese si è ben presto dovuta cospargere il capo di cenere: «Ho copiato tutto dal web», ha ammesso ora l'adolescente. E a scovare il plagio è stato proprio il web.

BESTSELLER - Le prime esperienze col sesso, il consumo di droga, la ricerca dell'amore: questi gli ingredienti del libro che ha scalato in poche settimane le classifiche in Germania - è attualmente primo nella lista dei bestseller della rivista Der Spiegel e Die Zeit. L'autrice è finita in tutti i feuilleton, elogiata come la giovane «voce radicale della letteratura». Ora Helene Hegemann ha dovuto scusarsi pubblicamente ed ammettere l'innammissibile: ha copiato, saccheggiato il web. La sua casa editrice, la Ullstein Verlag, ha preso le distanze dalla teenager berlinese. Ma la figuraccia è fatta, non solo dalla giovane, ma anche dalla schiera degli illustri critici che hanno incoronato, forse troppo frettolosamente, la nuova star della letteratura pop.

AUTENTICITÀ - A scoprire che quei passaggi nel libro non erano tutti farina del suo sacco è stato un altro blogger, tale Deef Pirmasen. L'internauta si accorto dei molti pararellismi tra Axolotl Roadkill e Strobo, un libro uscito lo scorso anno del blogger berlinese che si firma con lo pseudonimo di Airen. Parti nel libro sono trascritte parola per parola, frutto di un semplice copia-e-incolla, l'accusa. E infatti, le similitudini sono più che evidenti. Anche Hegemann, dopo il tam tam su forum di discussione e blog, non contesta le critiche, ma ribatte: «L'originalità in ogni caso non esiste più, solo l'autenticità». E aggiunge: «Arien, dal quale ho copiato complessivamente una pagina, senza doverla modificare molto, è uno scrittore grandioso». Ciononostante, Helene Hegemann si dice dispiaciuta per aver agito distrattamente, essere stata «troppo egoista» e «non aver citato adeguatamente tutte le persone i cui pensieri e testi l'hanno aiutata».

ISPIRAZIONE - Siv Bublitz, direttrice della casa che ha pubblicato il libro sulle vicissitudini di una 16enne berlinese prende le distanze: «Abbiamo chiesto alla nostra autrice se e quali fonti ha usato, ma ci ha risposto che l'unica citazione era di David Foster Wallace». La 17enne, forse per giustificarsi, fa infine riferimento anche al mondo 2.0 nel quale è cresciuta: «Credo che il mio comportamento e il modo di lavorare sia stato del tutto legittimo; non mi faccio rimproveri, ciò può dipendere anche dall'ambiente dal quale provengo e nel quale si cerca l'ispirazione un po' dappertutto».

Elmar Burchia
08 febbraio 2010



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Ciancimino cita Forza Italia Alfano: «Piano per colpirci»

Corriere della Sera


Il teste: «Il partito frutto della trattativa Stato-mafia».

Il ministro: «Tentativo di delegittimare azione di governo»

 




PALERMO - «Forza Italia non ha mai avuto collegamenti con la mafia». A parlare è il ministro della Giustizia Angelino Alfano. Che replica così, a distanza, alla nuova deposizione di Massimo Ciancimino. Al processo Mori, il figlio dell'ex sindaco di Palermo condannato per mafia ha chiamato in causa Forza Italia. «Mio padre mi spiegò che Forza Italia era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha detto Ciancimino jr. Pronta la replica del Guardasigilli.

«È in atto un tentativo di delegittimazione dell'azione del governo Berlusconi sempre in prima linea nella lotta a Cosa Nostra» ha detto il ministro, premettendo di non voler esprimere un suo giudizio rispetto a quando dichiarato da un teste, nel corso di un processo, ma ricordando altresì di aver militato in Forza Italia sin dal '94, ricoprendo diversi incarichi in Sicilia. «Mai e poi mai abbiamo avuto la sensazione che la nostra storia, questa grande storia di partecipazione che ha emozionato milioni di persone in Sicilia e altrove, possa aver avuto collegamenti con la mafia» ha detto Alfano.

«Il governo Berlusconi con le leggi antimafia ha fatto esattamente il contrario di ciò che prevede il papello», ha aggiunto.Dal momento che poi «la mafia non teme dibattiti e convegni ma teme la confisca dei beni e il carcere duro - ha specificato il ministro -, abbiamo fatto una guerra alla mafia con la normativa di contrasto più duro dai tempi di Falcone e Borsellino.

Tanto è vero che il modello Italia è diventato esempio per i paesi del G8». «Non vorrei - ha dunque sottolineato Alfano - che vi fosse da più parti un tentativo di delegittimazione dell'azione di un governo che contrasta la mafia. La mafia non sempre sceglie la via dell'assassinio fisico, ma a volte quella delle delegittimazione».

TRATTATIVA MAFIA-STATO - Ciancimino jr. è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per deporre al processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra (per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995, dopo le segnalazioni di un confidente).

Il figlio dell'ex sindaco di Palermo, ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza, sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo.

«Mio padre mi spiegò che Forza Italia era il frutto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia» ha poi detto Ciancimino jr. spiegando in aula il significato di un «pizzino», depositato agli atti del processo, e che a suo dire sarebbe stato indirizzato da Provenzano a Berlusconi e Dell'Utri. Nel foglietto Provenzano avrebbe parlato di un presunto progetto intimidatorio ai danni del figlio del premier. «Intendo portare il mio contributo - si legge nel pizzino - che non sarà di poco conto perché questo triste evento non si verifichi (si allude all'intimidazione ndr).

Sono convinto che Berlusconi potrà mettere a disposizione le sue reti televisive». «Mio padre - ha spiegato il teste illustrando il biglietto - mi disse che questo documento, insieme all'immunità di cui aveva goduto Provenzano e alla mancata perquisizione del covo di Riina, era il frutto di un'unica trattativa che andava avanti da anni. Con quel messaggio Provenzano voleva richiamare il partito di Forza Italia, nato grazie alla trattativa, a tornare sui suoi passi e a non scordarsi che lo stesso Berlusconi era frutto dell'accordo».


LA LETTERA - In aula a Palermo poi Massimo Ciancimino, ha consegnato a sorpresa una lettera che sarebbe stata scritta dal padre e indirizzata per conoscenza a Silvio Berlusconi. Il documento, di cui i pm e la difesa non erano a conoscenza, è stato ammesso dai giudici. La lettera, che sarebbe stata redatta da Vito Ciancimino e indirizzata a Dell'Utri e per conoscenza a Silvio Berlusconi, è la rielaborazione di un «pizzino» scritto da Provenzano e già agli atti.

Nella lettera c'è una parte che coincide con quella scritta dal boss e relativa a un tentativo di intimidazione al figlio di Berlusconi e alla necessità che il politico metta a disposizione alcune sue reti tv. Nella rielaborazione di Ciancimino, però, c'è una parte nuova in cui si legge: «Se passa molto tempo e ancora non sarò indiziato del reato di ingiuria sarò costretto a uscire dal mio riserbo che dura da anni». Secondo il testimone, che riferisce quanto saputo dal padre, si trattava di una sorta di minaccia al premier. L'ex sindaco lo avvertiva che avrebbe potuto raccontare quanto sapeva sulla nascita di Forza Italia.

POLEMICHE - Le dichiarazioni di Ciancimino hanno sollevato, oltre alla ferma replica di Alfano, un vespaio di polemiche. Contro il teste del ptrocesso Mori si è scagliato in primis Marcello Dell'Utri. «Lo Stato non eravamo noi in ogni caso, a parte che non siamo lo Stato, ma non siamo mai stati in condizione di essere parte in questi discorsi», ha detto il senatore del Pdl.

«Se Ciancimino vuol parlare di cose successe veramente, si vada a cercare dove sono successe e con chi». «Certamente», ha assicurato, «io non c'entro niente, e non parliamo ovviamente di Berlusconi, ma proprio niente di niente. Qui siamo alla pura invenzione che sfiora anzi sicuramente entra nel campo della pazzia» ha aggiunto annunciando che denuncerà per calunnia Ciancimino jr. Anche Nicolò Ghedini, parlamentare Pdl e difensore di fiducia del premier, promette battaglia: «Ciancimino dovrà rispondere di fronte all'autorità giudiziaria anche di tali diffamatorie dichiarazioni» ha detto l'avvocato.

A sostegno di Silvio Berlusconi anche Pier Ferdinando Casini. «Ritenere però che Forza Italia sia prodotto della mafia significa non solo offendere milioni di elettori, ma soprattutto falsificare profondamente la realtà. Non ha futuro un Paese in cui la politica si fa usando queste armi», ha detto il leader centrista. Di segno opposto le parole di Antonio Di Pietro: «L’Italia dei valori è un’alternativa di governo a quello piduista, fascista e a ciò che dice oggi Ciancimino, se fosse vero, paramafioso di Berlusconi» ha detto l'ex pm.

L'eurodeputato dell'Italia dei Valori Pino Arlacchi, tra i creatori della Direzione Investigativa Antimafia e amico di Giovanni Falcone, invita però alla cautela il leader del suo partito. «Non credo a una parola di quanto detto da Ciancimino. E queste storie le abbiamo già viste e sentite. Sono parole che non giovano altri che a Berlusconi, si vuole sollevare un gran polverone e screditare così la figura dei pentiti in generale».

SEGRETO DI STATO - In aula Ciancimino jr. ha anche sostenuto che gli 007 lo invitarono a tacere, spiegando che, in più occasioni negli anni, il capitano dei carabinieri, braccio destro di Mori, Giuseppe De Donno, lo rassicurò che nessuno lo avrebbe sentito sulla vicenda relativa alla cattura di Riina sulla quale sarebbe stato anche apposto il segreto di Stato. Lo stesso De Donno «si oppose - secondo Ciancimino - a un incontro tra mio padre e Antonio Di Pietro», all'epoca ancora magistrato a Milano. Il figlio dell'ex sindaco di Palermo si è poi commosso in aula quanto il pm Di Matteo gli ha mostrato delle fotografie della casa al mare in cui ha trascorso la prima estate dopo la nascita del figlio Vito Andrea.

Nelle foto, scattate l'anno scorso dalla Procura dopo l'indagine avviata sulla trattativa tra Stato e Cosa nostra, si intravede anche la cassaforte al cui interno sarebbe stato nascosto il 'papello' con le richieste del boss Riina. Poi Ciancimino ha rivelato di essere oggetto di minacce: «La settimana scorsa sul parabrezza dell'auto blindata la mia scorta ha trovato una lettera minatoria in cui si diceva che nessuno, neppure i magistrati di Palermo con cui sto collaborando, sarebbero riusciti a salvarmi». Il teste ha anche detto che, nel maggio scorso, un agente dei Servizi, quando ormai la collaborazione era di dominio pubblico, gli aveva detto di «preoccuparsi dell'incolumità di suo figlio».

SARANNO SENTITI MARTELLI E FERRARO - Al termine della nuova deposizione di Ciancimino, che non si è sottoposto al controesame spiegando di essere stanco, il pm Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo, ha chiesto l'esame dell'ex ministro della giustizia Claudio Martelli e dell'ex direttore degli affari penali del ministero Liliana Ferraro. L'ex politico e il magistrato dovranno riferire sui rapporti tra i carabinieri del Ros e l'ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. Il tribunale ha accolto la richiesta.


Redazione online
08 febbraio 2010




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Voglio somigliare a Jessica Alba" L'alt dell'attrice: «Non farlo»

Corriere della Sera


Una 21enne cinese si sottoporrà a diversi ritocchi per tornare col suo ex, fan sfegatato della sex symbol

MILANO - Essere Jessica Alba: una ragazza cinese vuole trasformarsi nell'attrice americana. Xiaoqing, 21 anni, porta una parrucca color biondo scuro. Cerca di imitare le movenze della Alba e acquista gli stessi capi indossati dalla sex symbol 29enne. Ora, con un intervento chirurgico importante vuole cambiare i lineamenti del viso. Non per una mania personale, ma per piacere finalmente al suo ex fidanzato. La star di Hollywood non ci sta e lancia un appello per dissuadere Xiaoqing.

EX RAGAZZO - L'imitazione è la forma più sincera di adulazione. Ma forse Xiaoqing è andata oltre. O meglio, il suo ex fidanzato: la 21enne ha detto infatti di essere a pezzi dopo la rottura avvenuta un mese fa con il ragazzo, un fan sfegatato dell'attrice che ha recitato ne I Fantastici Quattro e Silver Surfer e Into the Blue. Da Los Angeles è intervenuta ora Jessica Alba, rivolgendosi direttamente alla giovane: «Non farlo. Penso che non dovresti mai cambiare così te stessa.

Se qualcuno ti ama veramente, ti amerà a prescindere da qualunque cosa». Xiaoqing, che lavora per una Internet company di Shangai, ha spiegato che nel corso della loro relazione durata un anno e mezzo, il suo ragazzo, che ha 28 anni, era ossessionato dalla Alba: ha riempito il loro appartamento di sue fotografie e poster, inoltre parlava continuamente dei lei, il suo idolo. Ciononostante, il ragazzo non l'avrebbe mai obbligata ad assomigliare all'attrice, ma non le ha mai nascosto che gli sarebbe piaciuto. L'ultimo regalo è stata una parrucca bionda.

DESIDERIO - «Quando ho rotto con il mio ragazzo, ero molto triste», ha detto Xiaoqing quando si è presentata allo Shangai Time Plastic Surgery Hospital, l'ospedale che ha acconsentito ad aiutarla a realizzare il suo desiderio. «I miei amici... mi hanno consolato ma non ha funzionato, così mi hanno suggerito di ricorrere alla chirurgia per diventare come lei».

Il direttore dell'ospedale, Jiang Shan - che interverrà "pro bono" sulla ragazza anche per dimostrare le sue abilità - ha spiegato che Xiaoqing avrà bisogno di diversi interventi per modificare occhi e naso. «Se vuole sembrare più bella di ciò che è adesso penso che potremmo aiutarla ad esaudire il suo desiderio - ha sottolineato - se invece vuole assomigliare completamente a Jessica Alba, credo che più di un intervento abbia bisogno di risolvere il suo problema psicologicamente».

MODA - Benchè molti blogger e coetanei si siano scatenati sui forum del Paese con commenti e critiche, la ragazza resta ferma sulla sua posizione: «Come membro della giovane generazione di questo Paese, posso scegliere di decidere cosa voglio nella vita», ha affermato Xiaoqing. Che dalle colonne dei media cinesi si rivolge al suo ex: «Se dopo l'intervento chirurgico non mi volesse ancora accettare, rinuncerò a lui», ha sottolineato. Assomigliare alle celebrità ricorrendo al ritocco è assai comune a molti ragazzi nella Cina d'oggi, ha spiegato l'ospedale. Il governo stima che centinaia di milioni di yuan vengano spesi ogni anno per interventi di chirurgia plastica.

Elmar Burchia
08 febbraio 2010






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Il Papa denuncia la pedofilia nella Chiesa

Corriere della Sera 


Benedetto XVI: alcuni membri della Chiesa hanno violato i diritti dell'infanzia il pontefice preannuncia una lettera pastorale ai fedeli irlandesi. Il Papa denuncia la pedofilia nella Chiesa Benedetto XVI: alcuni membri della Chiesa hanno violato i diritti dell'infanzia



Papa Benedetto XVI (Eidon)

ROMA - Un duro atto d'accusa, che questa volta arriva direttamente dal soglio pontificio. Alcuni membri della Chiesa hanno violato i diritti dell'infanzia, «un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e condannare». Lo ha affermato Papa Benedetto XVI ricevendo i partecipanti all'assemblea plenaria del Pontificio consiglio per la famiglia.

ANNUNCIO DI LETTERA AI FEDELI IRLANDESI - «La tenerezza e l'insegnamento di Gesù - ha aggiunto il Papa che ha già annunciato per le prossime settimane una lettera pastorale ai fedeli irlandesi dopo alcuni rapporti giudiziari su abusi compiuti da religiosi - hanno sempre costituito un appello pressante a nutrire nei loro confronti profondo rispetto e premura». «La Chiesa, lungo i secoli, sull'esempio di Cristo - ha detto il Papa commentando il ventesimo anniversario della Convenzione dell'Onu sui diritti dell'infanzia - ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei minori e, in molti modi, si è presa cura di essi.

Purtroppo, in diversi casi - ha aggiunto - alcuni dei suoi membri, agendo in contrasto con questo impegno, hanno violato tali diritti: un comportamento che la Chiesa non manca e non mancherà di deplorare e di condannare». «Le dure parole di Gesù contro chi scandalizza uno di questi piccoli - ha spiegato ancora il Pontefice - impegnano tutti a non abbassare mai il livello di tale rispetto e amore. Perciò anche la Convenzione sui diritti dell'infanzia è stata accolta con favore dalla Santa Sede, in quanto contiene enunciati positivi circa l'adozione, le cure sanitarie, l'educazione, la tutela dei disabili e la protezione dei piccoli contro la violenza, l'abbandono e lo sfruttamento sessuale e lavorativo».

Redazione online
08 febbraio 2010





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Victoria Donda, nata due volte

Corriere della Sera

La storia della prima e più giovane parlamentare argentina

a 27 anni la scoperta di essere figlia di desaparecidos

Victoria Donda, nata due volte

La storia della prima e più giovane parlamentare argentina

Victoria Donda
Victoria Donda
MILANO - Dal pozzo profondo del dramma dei desaparecidos, le almeno 30mila persone che furono arrestate per motivi politici dalla polizia del regime militare e delle quali si persero le tracce tra il 1976 e il 1983, un passato ancora troppo vicino per non macchiare l'anima dell'Argentina, appare il volto sorridente di Victoria.

Victoria è nata, anzi rinata, a 27 anni, nel 2005. Quando ha scoperto che il suo nome, Analìa, non era quello che le aveva dato sua madre un giorno del 1977 quando la partorì dentro la famigerata Esma, il campo di concentramento di Buenos Aires. Quando ha scoperto che quello che fino a 27 anni era stato "suo padre Raul" in realtà era un militare, complice diretto della immonda carneficina di esseri umani, che l'aveva adottata in casa quando aveva solo 15 giorni. Quando ha scoperto, grazie al lavoro paziente delle Nonne di Piazza de Mayo, che sua madre Cori - arrestata quando era incinta di cinque mesi - era stata anestetizzata con una dose di Pentotal dopo averla data alla luce, portata sui famigerati "voli della morte" e gettata ancora viva nel Rio de la Plata. Quando ha scoperto che il suo vero padre José Marià Donda era stato invece giustiziato subito dopo l'arresto. Quando ha scoperto che tutto questo era successo per mano e sotto la diretta supervisione di suo zio, il fratello di suo padre, il famigerato Adolfo Donda, un militare pezzo grosso nel Groupos de tareas che gestiva gli arrestati dentro l'Esma. Lui aveva permesso, anzi autorizzato, che il fratello e la cognata fossero uccisi perché oppositori politici. E che quella bambina appena nata fosse affidata in regalo ad amici del regime che l'avevano ribattezzata "Analìa" attribuendogli una data di nascita fittizia. Un destino comune a centinaia di figli di desaparecidos, tutti nati durante la detenzione delle proprie madri nei centri di tortura disseminati in Argentina.

Video

Victoria Donda oggi è la prima e più giovane parlamentare argentina. E' crollata davanti al nuovo mondo che le ha stravolto la vita. E' rinata. E' riuscita - sta forse ancora tentando di riuscirci o forse lo tenterà per tutta la vita - di rinascere due volte. Ha vissuto e rivissuto, visto e rivisto, la propria vita con due nomi e identità diverse. Anche se lei è una sola persona: simbolo e contraddizione del suo paese, l'Argentina.

Victoria ama portare orecchini grandi e vistosi da sempre. Forse perché da sempre ha saputo dentro di sé che la madre, appena partorita, le aveva cucito del filo blu nei lobi delle orecchie nella inutile speranza un giorno di poterla ritrovare. Victoria Donda, la "nipote numero 78" - come l'ha identificato l'associazione delle Nonne di Piazza de Mayo - ha subìto il destino sconvolgente di cambiare identità, di sapere quelle che non avrebbe mai immaginato, cosciente del male che ha colpito lei insieme a migliaia di altri giovani della sua generazione. Una cosa è intanto riuscita a fare, recuperare il suo nome: Victoria, quello che sua madre le aveva dato.

Molte certezze le sono crollate addosso lasciando il posto a dubbi lancinanti accompagnati però da sicurezze sconosciute e più forti. Quelle di una rivelazione che strappa la vita ma che riporta alla luce le origini di sangue. «Tutto mi hanno tolto ma non hanno potuto negarmi la mia vera identità e la mia famiglia». La sua storia oggi è un libro, "Il mio nome è Victoria" (appena pubblicato in Italia per i tipi del Corbaccio, 250 pagine, 17 euro). Un libro emozionante e scioccante. Una testimonianza di un lacerante viaggio umano che cerca di gettare una luce nel pozzo profondo di un dramma recente. Una storia di «intolleranza, violenza e menzogna, le cui conseguenze sono ancora vive e che non sarà conclusa finché anche l'ultimo bambino rubato durante la dittatura non ritrovi la propria identità, finché l'ultimo dei responsabili di quella barbarie non venga giudicato per i crimini che ha commesso, finché l'ultimo dei desaparecidos non abbia di nuovo un nome, una storia e una circostanza di morte conosciuta, e finché l'ultimo dei suoi parenti non sia finalmente in grado di dargli una sepoltura». Una storia ancora lontano dall'essere conclusa ma che non impedisce a Victoria di combattere con tutte le sue forze per quello in cui ha sempre creduto, anche quando pensava di essere figlia di un semplice funzionario dell'esercito argentino e non di due desaparecidos: libertà e giustizia. Iacopo Gori
08 febbraio 201



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Il commento Una svolta simulata per salvarsi dal «Fatto»

di Redazione


Non si resta per vent’anni nei giochi del potere italiano (e non solo italiano) senza avere furbizia e capacità di movimento. Tuttavia l’Antonio Di Pietro del congresso dell’Italia dei valori stupisce. L’ex pm è efficace demagogo e spregiudicato opportunista, ma il suo volto di «stratega» che «dà una prospettiva di governo» oltre «la piazza e la pancia», che scarica un applauditissimo Gioacchino Genchi (già collaboratore principe di Luigi De Magistris) delirante su montature nell’aggressione di Massimo Tartaglia, che incorona Enzo De Luca a candidato dell’Idv, oltre che del Pd, in Campania solo dopo pochi giorni dall’averlo accusato di essere un impresentabile inquisito, «questo» Di Pietro sorprende e fa riflettere su che cosa sia successo per reagire così.

Senza dubbio l’ex pm vuole allentare la morsa del Corriere della Sera che l’ha spaventato. E sa che nelle mosse di via Solferino c’è anche una risposta per le rime al quotidiano Il Fatto, che dalla nascita è all’attacco di tutti gli editorialisti che non si arrendono all’antiberlusconismo più becero: le penne del «Pompiere della Sera», come le chiama Marco Travaglio. Già Eugenio Scalfari ha provato la sferza di chi vuole intimidire via Solferino, ora tocca agli idoli del giustizialismo.

Ma Il Fatto agli occhi di Di Pietro non è pericoloso solo per questo motivo, lo è anche perché ospita editoriali come quello di Paolo Flores d’Arcais che lanciano la candidatura di De Magistris in Campania. L’ex pm di Catanzaro, ora eurodeputato di Idv, già ha stabilito in Puglia un’alleanza dei «giovani» (lui e Nichi Vendola) contro i vecchi (Massimo D’Alema e lo stesso Di Pietro), già nel suo feudo calabrese impedisce l’alleanza con il Pd, se fosse stato determinante anche in Campania, sarebbe diventato il dominus di un Sud dove Di Pietro, mettendo insieme personale di incerta provenienza (dileggiato da Flores d’Arcais in un numero di Micromega), ha posto le basi del «suo» partito.

Spiazzare i forcaioli che gli volevano fare la forca è stata dunque la spinta di fondo per l’uomo di Montenero di Bisaccia a trasformarsi da tribuno giustizialista in simil-statista. Vi è poi una dimensione dello scontro che sfugge ai comuni mortali. Da settimane gli obiettivi di Travaglio sono magistrati come Pietro Grasso, capo delle toghe antimafia accusato tra le righe di avere coperto il generale Mario Mori, Livia Pomodoro, la maggioranza del Csm e Luciano Violante (il titolo di un articolo sul Fatto suonava così: Violante ordina, Alfano esegue).

Come è chiaro, vi è un intreccio diretto tra certe aree della magistratura e forze politico-mediatiche forcaiole, e gli scontri di potere dentro la corporazione si riflettono dunque sulle prese di posizione dei vari Travaglio, Di Pietro e simili. Alcune sono pure lotte di potere: come si coglie in quelle che contraddistinguono la superpolitica corrente Magistratura democratica contro i movimentisti della corrente dei Verdi, con scenari palermitani - che toccano Grasso - e milanesi dove c’è lotta per una sorta di leadership tra l’Md Francesco Greco e il «verde» Armando Spataro. Al di là del potere poi c’è l’esasperazione dei «dimenticati» come Gian Carlo Caselli, non per nulla editorialista del Fatto, quotidiano che può vivere soltanto - e far vendere libri alle sue firme - con l’eccitazione degli animi. Ma questo percorso non va bene a un uomo di potere come Di Pietro che, per contenerne i rischi, simula addirittura sensi di responsabilità che non gli si conoscevano.



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Nel cielo dei «manettari» brilla De Magistris

di Francesco Cramer

RomaLa «svolta di Salerno», con quell’appoggio all’imputato Vincenzo De Luca estorto al popolo dipietrista, decreta che il nuovo campione del giustizialismo è lui: Luigi De Magistris. Intransigente, primadonna, amatissimo dagli ultrà manettari, spinto a Strasburgo con una valanga di voti (450mila), l’ex sostituto procuratore di Catanzaro ha raccolto il testimone del purismo forcaiolo. Lui no, non ha voluto nemmeno assistere al processo-farsa imbastito nella pancia dell’Hotel Marriott per assolvere il candidato alla Regione Campania e regalargli il sostegno dell’Idv. «Non siamo mica a Porta a Porta», ha sibilato De Magistris uscendo dal salone dove De Luca stava srotolando la sua arringa difensiva.

«E poi i processi si fanno nelle aule dei tribunali, mica ai congressi. E cos’è? Il processo breve?». L’inflessibile eroe del codice non può piegarsi alla realpolitik e alla favoletta del male minore: ma che vuol dire «meglio appoggiare De Luca che regalare la Campania ai Casalesi?». De Magistris non cambia idea, ha la toga tatuata sulla pelle e per lui il sindaco di Salerno è imputato, sotto processo, impresentabile. È Di Pietro che con la «svolta» ha sbandato, rischiando di andare a sbattere. E hai voglia a negare che tra Tonino e il suo (ex?) pupillo non sia duello. «De Magistris avrà un ruolo nel partito a tutto tondo - assicurava ieri Tonino - perché per noi rappresenta una risorsa». Una risorsa, certo, ma anche l’avversario interno più temuto.

A scendere sul campo di battaglia è stato anche l’onorevole Franco Barbato, autore di una nota al vetriolo nei confronti dell’ex pm campano: «Forse De Magistris non ha ancora realizzato che non è più un magistrato e che i politici non fanno i processi nei tribunali; e men che mai si demoliscono gli avversari, compreso Berlusconi, per via giudiziaria». Botte da orbi, insomma. Da una parte il Di Pietro in versione mago Zurlì che per far digerire De Luca ai suoi s’inventa la favoletta dei «paletti»: si dimetta se condannato, faccia piazza pulita delle nomine passate, governi come in una casa di vetro; dall’altra De Magistris versione «signor no» che ripete a macchinetta: «Io non lo voto, è improponibile perché ho letto le carte e la questione morale non può partire da lui».

Ma il nuovo corso dettato da Tonino è una virata rispetto all’ortodossia delle Mani pulite e basta che l’inquisito candidato tocchi i tasti politici giusti per guadagnarsi l’assoluzione dell’Idv. È bravo ad arringare la folla, De Luca: «Io rifiuto la logica delle clientele» e giù applausi; «Tutti i consulenti della Regione a casa!» e sono olè; «Basta coi viaggi all’estero a spese della Regione» e partono i «bravo»; «Stop alle nomine di primari che non distinguono un bisturi da un cavatappi» ed è frastuono di battimani; ma soprattutto «La magistratura indaghi a 360 gradi. Ognuno si difende “nei” processi e non “dai” processi» ed è l’apoteosi, il boato, l’assoluzione piena. Per il Di Pietro di ieri non sarebbe bastato, per quello di oggi è più che sufficiente.

Una linea benedetta pure dall’Unità, che ieri ha consacrato il new deal dipietrista. «De Luca piace a tutti, meno uno», titolava ieri il quotidiano di Concita De Gregorio secondo cui «De Magistris resta contrario ma è in minoranza». Di certo a fine congresso il polso dei delegati pulsava a mille sul caso Campania. «Io non ho mica sentito che si sarebbe dimesso in caso di condanna - ammetteva uno -. E poi che condanna? In primo grado? In Cassazione? Mah...». Un altro rifletteva: «In questo modo non siamo più diversi dagli altri. E poi mica basta venire qui a fare un comizio su come ha governato bene a Salerno per riacquistare la verginità».

Parole come pietre che fanno male quasi come l’editoriale di Marco Travaglio sul Fatto. Il quale, questa volta, scarica Tonino: «Inutile nascondersi dietro un dito: l’ovazione che ha salutato una vecchia volpe come De Luca al congresso dell’Idv rappresenta una sconfitta per Di Pietro e soprattutto per il suo tentativo di portare un minimo di pulizia nella politica italiana». Peggio: «Ora è tardi per le lacrime di coccodrillo. Ma oggi gli italiani che sognano una politica pulita sono un po’ meno di ieri». Sulle stesse posizioni anche il portavoce della Federazione di sinistra, Paolo Ferrero: «Se andare a governare significa far assolvere da un congresso chi è rinviato a giudizio dalla magistratura e ha amministrato la propria città su posizioni di destra, allora non ci siamo proprio».



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Il dipietrismo è finito

Il Tempo

L'abbraccio con De Luca in Campania sarà digerito a fatica dalla base dell'ex pm, riconfermato presidente del partito.




Le metamorfosi stupiscono sempre, a patto che siano reali. Per quanto corrive e correnti in politica, in qualche modo ne costituiscono il sale, soprattutto in tempi di decadenza. L’apparizione, per dire, di un populista giacobino come Antonio Di Pietro è emblematica dell'epoca in cui viviamo e dello scadimento dei costumi politici. Egli ha riassunto il malessere che percorre il sistema istituzionale facendone un'arma micidiale di delegittimazione della democrazia e della rappresentanza popolare. Per di più si è proposto come «puro» interprete di un imprecisato sentimento di giustizia.

Almeno fino a ieri quando il congresso dell'Italia dei valori ha segnato la fine improvvisa, come un infarto, del dipietrismo per volontà dello stesso demiurgo il quale, disattendendo le aspettative dei suoi stessi seguaci, ha dichiarato che l'opposizione gridata, l'estremismo esagitato, il malpancismo come ideologia si sono rivelati strumenti inservibili nella lotta politica. Questa, ha teorizzato, oggi necessita della costruzione di un'alternativa di governo a cui il suo movimento deve contribuire cercando magari un'intesa più stretta con il Partito democratico. Musica per le orecchie di Pierluigi Bersani a cui non è parso vero abbracciare Di Pietro come un fratello ritrovato. La metamorfosi è poi stata suggellata da un abbraccio ancora più significativo e, a breve termine, più produttivo: quello con il sindaco di Salerno, candidato alla presidenza della Regione Campania, Vincenzo De Luca che così ha ricevuto la benedizione dell'Idv nonostante i mugugni di Luigi De Magistris che non lo voterà comunque.

De Luca, più furbo dell'eurodeputato, sa come conquistare platee assetate di giustizialismo, affollate di tricoteuses, e con il garbo che lo contraddistingue ha proclamato che se non la vince lui la partita regionale la vincerà la camorra dei Casalesi. Accenti che la dicono lunga sullo spirito «moderato» e sulla concezione della democrazia dell'ex-comunista salernitano per il quale, evidentemente, tutti quelli che non la pensano come lui sono oggettivamente collusi con il clan più feroce della Campania. Meno male che c'era De Luca a scaldare la folla dipietrista la quale ci metterà un po' per comprendere le ragioni della metamorfosi del capo. Il quale, naturalmente, temendo di non essere compreso, non ha potuto esplicitare le ragioni della sua conversione. Proviamo a farlo noi, con poche battute.

Di Pietro ha abbandonato il dipietrismo perché si è reso conto che è cominciato il suo declino politico. Senza un progetto, suddito riottoso di un Pd che non lo sopporta più, diviso al proprio interno, prigioniero di logiche correntizie esasperate, dove potrebbe andare il movimento dell'ex-magistrato su cui gravano inquietanti interrogativi esplosi sulla stampa in questi giorni? E poi quelle foto dell'integerrimo Sant-Just molisano con il numero tre del Sisde Bruno Contrada. Arrestato pochi giorni dopo per concorso in associazione mafiosa e poi condannato, non gli rendono di certo la vita più facile, né gli faranno guadagnare nuovi consensi. E non è detto che Di Pietro non sia chiamato a rispondere anche in sede giudiziaria, oltre che in quella politica naturalmente, di tutto quel che è stato scritto. La solitudine lo spaventa. Dunque, al diavolo la piazza, il popolo viola, l'opposizione rissosa: per questo basta un Barbato qualunque o un De Magistris coadiuvato dal fine rivoluzionario Flores d'Arcais.

L'Idv è un'altra cosa. Anzi, un'altra casa: quella tra le cui pareti Di Pietro può sentirsi al sicuro con la benevolenza di Bersani e compagni disposti a dimenticare antichi dissapori e riaccogliere l'uomo che promette di eclissarsi nel 2013. E se la metamorfosi non fosse sincera? Non si stupirebbe nessuno. Da quando ha fatto la sua comparsa nella vita pubblica, quasi un ventennio fa, Di Pietro non s'è mai posto il problema della coerenza. Sfogliare i giornali per credere. Dovrebbe farlo ora? Un congresso, come sa perfino lui, è fatto di parole. E le parole spesso se le porta il vento.

Gennaro Malgieri
08/02/2010




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Matrimoni gay, Zanardi sospende lo sciopero della fame di protesta

Corriere della Sera


Lo stop dopo 35 giorni: «Indifferenza dei politici italiani, sordi anche ai richiami dell'Unione Europea»

 


La coppia Incorvaia-Zanardi
Incorvaia-Zanardi
ROMA - Dopo 35 giorni, Francesco Zanardi ha interrotto lo sciopero della fame iniziato il 4 gennaio davanti a Montecitorioper sollecitare l'avvio di una discussione parlamentare sulle unioni civili tra gay. Il digiuno, ha spiegato in una nota, è stato accompagnato dalla «più totale indifferenza delle istituzioni italiane, a nulla sono servite le mail degli italiani, le mie, quelle delle associazioni, persino i richiami del'Unione Europea sono stati totalmente ignorati dai nostri politici, una classe politica sorda, che non ci rappresenta affatto».

ECO INTERNAZIONALE - Se in Italia l'iniziativa è stata accompagnata dal silenzio, non così all'estero. «Sono soddisfatto del risultato che tutti insieme abbiamo ottenuto, l'Ue e gli stati membri ci hanno sostenuto e appoggiato moltissimo», ha spiegato Zanardi, «chi ha saputo guardare ha trovato una strada percorribile, che non è purtroppo quella della politica italiana, una classe politica che assolutamente non rappresenta una enorme parte di italiani e che li costringe dietro le porte della repressione». Dunque, ha concluso, «alle prossime regionali spero che gli italiani non credano più alle promesse mai mantenute da quelle persone che non hanno mai affrontato questo problema, tranne che in campagna elettorale». (Fonte: Agi)

07 febbraio 2010




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Ciancimino: «Forza Italia è il frutto della trattativa tra Stato e mafia»

Corriere della Sera

La deposizione in aula: «Mio padre Vito Ciancimino avviò la trattativa con i Carabinieri e i boss»



PALERMO - Massimo Ciancimino è tornato nell'aula bunker dell'Ucciardone a Palermo per continuare a deporre nel processo in cui l'ex comandante del Ros, Mario Mori, e l'ex colonnello Mauro Obinu, sono imputati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995 dopo le segnalazioni di un confidente. Ciancimino ha portato con sé vari documenti per consegnarli al pm, e anche un passaporto intestato a suo figlio dieci giorni dopo la nascita, e del quale aveva parlato nella precedenza udienza sostenendo che il documento gli venne rilasciato grazie a «Franco», l'ancora non identificato agente dei servizi segreti che fin dagli anni '70 manteneva contatti con Vito Ciancimino, l'ex sindaco mafioso di Palermo. Massimo Ciancimino ha presentato il documento per dimostrare come l'ottenne.

TRATTATIVA MAFIA-STATO - Durante la sua deposizione, Ciancimino ha dichiarato che «Forza Italia è il frutto della trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra dopo le stragi del '92». A riferirglielo sarebbe stato il padre Vito Ciancimino, l'ex sindaco di Palermo, che secondo il figlio avrebbe avviato dopo il maggio del 1992 la trattativa con i Carabinieri da un lato e i boss mafiosi dall'altro.


08 febbraio 2010





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Così i call center rischiano il crac

La Stampa

Incentivi in scadenza, migliaia di posti in bilico. La Cgil: «E' una bomba che sta per scoppiare»
FABIO POZZO



TORINO

Phonemedia, Omnia Network. Sono i campi di battaglia, le trincee che si sgretolano di un modello di lavoro, quello dei call center, che da simbolo dell’esasperazione dello sfruttamento, unico sbocco per disoccupati e «bamboccioni» in fuga forzata dalla famiglia, aveva anche saputo alzare la testa e cercare di diventare «lavoro vero».

Sotto i colpi della crisi, dei cambi di proprietà, degli appalti al ribasso spinto, ora queste due aziende si sono dissolte, lasciando a terra oltre 10 mila persone. A Trino Vercellese, Novara, Ivrea. A Palermo, Catanzaro, Bari, Napoli, Milano, Cagliari. Stipendi non pagati da mesi, sedi chiuse per sfratto, dipendenti nell’assurda situazione di non potersi nemmeno licenziare, perché la mancata retribuzione non è ritenuta dall’impresa ipotesi di «giusta causa». Oppure, perché non possono mostrare a un giudice il cedolino dello stipendio.


Sono in atto vertenze in tutt’Italia. Proteste, occupazioni, manifestazioni. Per Phonemedia i sindacati hanno presentato istanza d’insolvenza al tribunale di Novara, e richiesta di commissariamento. Per Omnia Network, a Milano, c’è un’istanza di fallimento avanzata da alcuni creditori. Le due aziende hanno richiesto, nelle ultime ore, la cassa integrazione. In deroga, a rotazione. Ma i sindacati non ci stanno. «Siamo arrivati a un punto di non ritorno per i call center», dice Emilio Miceli, segretario generale di Slc-Cgil.

«O si punta a trasformarlo davvero in un’industria, oppure si precipita nell’abisso». Perché Phonemedia e Omnia Network sono soltanto i casi più macroscopici. Nell’ombra, navigano gli altri. «Cooperative non riconosciute, sottoscala dove si continua a sottopagare gli operatori, se va bene con contratti a progetto. Ma in alcuni casi non li pagano proprio. Anzi, addirittura li derubano: non versano i contributi all’Inps, non effettuano i versamenti per l’assistenza sanitaria, s’impossessano del quinto dello stipendio» dice Renato Rabellino, segretario di Slc-Cgil Piemonte.


Una giungla. Che travolge tutto e tutti, anche quelle aziende - perché ci sono anche queste - virtuose. Che assumono con contratti regolari, che offrono servizi di alto livello. Che hanno per committenti multinazionali, grandi aziende, banche. Su cinquanta-sessanta marchi presenti sul mercato italiano, per un totale di almeno 50 mila addetti calcolano i sindacati, quelli virtuosi sono una quindicina. Tra questi, un leader da 180 milioni di fatturato, due o tre gruppi da 50 milioni, altrettanti sui 30 milioni, poi i più piccoli, destinati a uscire da un mercato sempre più difficile.

«Abbiamo tre ordini di problemi da risolvere» dice ancora Miceli. «C’è quello dei riders, gli imprenditori che si sono gettati nel business in tempi più floridi, mettendo su call center per guadagnare in tempi brevi e a scopi speculativi. Non hanno puntato sulla qualità, e al momento della contrazione del mercato sono saltati. Non prima di aver rastrellato tutto il denaro possibile ed essersi lasciati dietro le spalle migliaia di posti di lavoro in dissoluzione».

Poi, c’è la crisi del settore. «Cala la domanda, calano gli ordini, cala il valore delle commesse». Gli appalti sono tirati al ribasso, le grandi concessionarie spingono i fornitori a puntare sull’estero, a delocalizzare per abbassare i costi. «Su questo fronte è meno peggio che in altri comparti, perché l’italiano non è parlato ovunque, ed è ancora un valore aggiunto» spiega Miceli. «Sì, però anche i gruppi italiani, come ad esempio Telecom, dovrebbero rifiutarsi di veder finire i call center in Tunisia», denuncia Rabellino.

Infine, la questione della stabilizzazione dei posti di lavoro. Nel 2006 la «circolare Damiano» ha stabilito anche per le Tlc, anche per i call center (inbound), il divieto dei contratti a progetto. Lo Stato ha introdotto incentivi, sgravi contributivi per le aziende che trasformavano queste posizioni in contratti a tempo indeterminato.

Sgravi pieni al Sud. Si spiega così perché sono sorti come funghi call center nel Mezzogiorno. «Abbiamo stabilizzato 25 mila posizioni», dice Miceli. Ma adesso la festa è finita. «Gli incentivi sono in scadenza». Che succederà, se non saranno prorogati, a Catanzaro, Bari, Cagliari, Palermo? «Ci sono città che sono bombe sociali pronte a scoppiare. E non solo nel Sud. A Ivrea, ad esempio, che rischia di diventare una Sheffield» avverte Miceli.

Ecco il punto di non ritorno. Il bivio. I sindacati hanno convinto il governo ad aprire un «tavolo dei call center». Il 12 febbraio, la prima riunione presso il ministero dello Sviluppo economico. Il 22 la seconda. «Chiediamo una proroga degli sgravi contribuitivi», dice Miceli. I riders finirebbero espulsi dal mercato, le aziende virtuose avrebbero interesse a farsi carico dei «cocci» lasciati da questi ultimi, altri lavoratori senza futuro potrebbero, per la prima volta, ambire ad un contratto serio. A un lavoro vero.



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Sos Racket chiude i battenti Il fondatore: "Troppe minacce"

Quotidianonet

Milano, dopo l'ennesimo attentato Frediano Manzi getta la spugna. E denuncia che l'associazione, attiva da 13 anni, è stata lasciata sola dalle istituzioni



Milano, 8 febbraio 2010

«Stop, basta, si chiude. Da oggi ‘Sos Racket e Usura’ non esiste più». Frediano Manzi, fondatore della storica associazione che da 13 anni si batte contro ogni forma di racket criminale, ha deciso di chiamarsi fuori. «Non ne posso più di intimidazioni e di essere lasciato solo dalle istituzioni — commenta amaro —. Ieri a Caronno Pertusella, in provincia di Varese, hanno dato fuoco a un mio furgone per la consegna dei fiori. Negli ultimi tre mesi è il terzo attentato che subiamo, dopo che hanno sparato contro un negozio a Parabiago e hanno messo una bomba carta nel mio chiosco di Nerviano, senza contare le centinaia di telefonate di minacce ricevute.

Ma non è per paura che chiudiamo. Sono in prima linea da tanti anni e non saranno le prepotenze a fermarmi. Mi spaventa, piuttosto, la totale chiusura delle istituzioni milanesi. Ci hanno lasciati soli, ridicolizzati perfino. Avete presente la denuncia sul racket degli alloggi Aler di via padre Monti, che ha portato a vari arresti per associazione a delinquere finalizzata all’occupazione abusiva? Bene, hanno detto che sono tutte balle, che il racket non esiste. In questo modo, che senso ha andare avanti?».

E' una resa totale, senza condizioni. Ma anche un atto d’accusa. «Dopo la denuncia sul racket — protesta Manzi — si sono interrotti completamente i rapporti con la Regione Lombardia, mentre da gran parte delle istituzioni milanesi non abbiamo avuto alcun appoggio. Il sindaco Moratti non ha mai detto una parola e il vicesindaco De Corato ci ha delegittimati in pieno». La replica di De Corato arriva immediata: «Auguro a Manzi di proseguire la sua attività di denuncia come ha fatto finora. Il Comune, da parte sua, continuerà a fare il proprio dovere, agendo in nome della legalità. E senza delegittimare nessuno».

Ma Manzi non ne è affatto convinto e prosegue dritto per la sua strada: «Io e i miei collaboratori sappiamo benissimo che lottare contro la criminalità è pericoloso, ma ci esponiamo lo stesso. Non facciamo statistiche, non elenchiamo numeri, scendiamo in campo e combattiamo. Punto. Quando ti delegittimano, però, diventa dura proseguire». Soprattutto per le decine di volontari che lavorano per ‘Sos Racket e Usura’. «Io non so chi ci sia dietro gli atti intimidatori che subiamo giornalmente, saranno le decine di inchieste aperte in tutta Italia a dirlo. L’unica cosa che so è che non intendo mettere a rischio le tante persone perbene che collaborano con l’associazione».

A preoccupare Manzi è soprattutto il pericolo di trovarsi isolato, lui e i suoi collaboratori, di fronte alle reazioni violente di gente manovrata. «Da quando ci siamo occupati del racket delle case popolari, non possiamo più entrare in alcuni quartieri della città senza essere bersagliati da insulti e minacce. Questo non è tollerabile in un paese civile, come non è tollerabile che l’inerzia delle istituzioni nei quartieri ghetto di Milano permetta alla criminalità organizzata di sostituirsi di fatto allo Stato». Qualche amico, però, resta sempre. «L’unica collaborazione — ammette Manzi — è arrivata dalle forze dell’ordine, ma per il resto siamo stati lasciati totalmente allo sbando. Non ce la sentiamo più di andare avanti in questo modo, sembra di essere allo Zen di Palermo, non a Milano».

Completamento solo, insomma. Al punto che dopo la sfuriata e l’annuncio di scioglimento dell’associazione, non ha ricevuto nemmeno una telefonata di solidarietà. «Ma questo — commenta Manzi — ci spinge a rimanere ancora più fermi nella nostra decisione. Continueremo a collaborare con la magistratura per le inchieste aperte, ma di fronte al senso di fastidio delle istituzioni verso le nostre denunce non possiamo far altro che arrenderci».

di Marco Ruggero




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Trapianti, le vite che non salviamo

Il Secolo xix


Nei giorni scorsi, una lettera - pubblicata su questo stesso sito - ha commosso lettori e navigatori del Secolo XIX: «Margherita è sempre stata una donna speciale e ha resistito, ha atteso il 118, è arrivata in ospedale dove, però, nessuno ha potuto fare nulla per lei. Ma lei ha continuato a resistere per poter donare gli organi, come aveva sempre detto, e sconfiggere, in questo modo, la morte». Sabato notte si è consumata la tragedia di una donna genovese di 53 anni, Margherita Rapallo, stroncata da aneurisma cerebrale. La sua morte, raccontata al giornale quasi in diretta dal cugino medico, Paolo Strada, ha però ridato la speranza a tanti malati in attesa di trapianto (in fondo alla pagina, il link per rileggere tutta la vicenda).

Purtroppo, come lo stesso dottor Strada segnalava nel momento più doloroso per la sua famiglia, in Italia la cultura della donazione è ancora in ritardo, anzi negli ultimi anni ha fatto passi indietro: ancora oggi solo un paziente su tre, tra coloro che sperano nel trapianto, riceve in tempo l’organo che potrebbe salvarlo. Vincenzo Passarelli, presidente nazionale dell’Aido, l’Associazione italiana donatori organi, lo aveva denunciato pochi giorni fa: «Gli altri, purtroppo, o restano per anni in lista oppure muoiono». Il Secolo XIX ha approfondito il caso partendo proprio dalla storia di Margherita.

sul Decimonono in edicola, due pagine di approfondimenti, dati, storie





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Di Pietro adesso chiede aiuto: ha paura

di Francesco Cramer

Il leader dell'Idv accetta di candidare un pluri indagato e giura di non andare più in piazza. In cambio chiede a Bersani (e non solo) protezione. 

 

La strana fortuna di Di Pietro. Il buco nero della tv che finanziò il partito. Quando gli "avvisi" dell'ex pm erano letali. 

 

L'Idv dei parenti

 



Roma - La metamorfosi dell’Idv imposta dal suo padre-padrone Di Pietro passa attraverso tre bocconi, in verità mal digeriti da un pezzo importante di partito: la sconfessione della piazza urlante; la ricerca di un’alleanza privilegiata con il Pd; il bacio al «rospo» De Luca. In occasione del primo congresso-patacca della sua creatura, Tonino ha parlato di «svolta». 

«Siamo pronti a un altro governo per il Paese - ha arringato il popolo dei delegati nella pancia dell’immenso hotel Marriott di Roma -. Abbiamo fatto resistenza, resistenza, resistenza, che ci voleva a un regime piduista, ma ora siamo alla svolta». La citazione borrelliana è un richiamo alle radici ma adesso i frutti devono essere altri. Di Pietro sembra essersi stufato di solleticare la piazza manettara e di brandire la forca perché «è finito il tempo della sterile protesta e comincia quello della grande responsabilità di governo».

L’aveva detto pure venerdì, davanti al segretario del Pd Bersani, che poi era corso ad abbracciarlo: «Urlare in piazza non basta più e io non voglio morire d’opposizione. Non posso aspettare che Berlusconi vada in pensione, voglio batterlo politicamente». Meno proteste e più proposte, insomma. L’ex leader di Mani pulite sembra essersi stufato dei Palavobis, dei girotondi, dei vaffa-day, dei no B-day e persino del popolo viola. Roba difficile da mandar giù per l’ala più movimentista dell’Idv che tra gazebo, megafoni e sit-in ci sguazza che è una meraviglia. Ma tant’è: così ha deciso il capo e nessuno osi contraddirlo. 

Il secondo piatto forte riguarda le alleanze e parte dal presupposto che in solitaria non si cresce, non si vince, non si governa. «Se accettiamo soltanto il voto di pancia si può prendere il 2 o l’8 per cento e da soli possiamo prendere uno o due punti in più. Ma facendo così consegniamo il Paese a Berlusconi». Quindi ben vengano gli abbracci con Bersani e il Pd, interlocutori privilegiati per «costruire l’alternativa». La realpolitik impone di uscire dal ghetto dell’opposizione radicale: «Tra noi molti dicono che non dobbiamo andare con nessuno... 

Ma da soli non si fanno figli...», ripeteva con pittoresca metafora Di Pietro, alla ricerca del nulla osta nel siglare patti per vincere il più possibile e in ogni dove. Patti con chi? Sebbene «io con Tabacci ci parlo volentieri, tutti i giorni», l’interlocutore privilegiato resta il Pd. E anche in questo caso capita che la base debba mandar giù roba indigesta: al dipietrino, spesso orfano dei partiti della sinistra radicale, piace molto di più un Vendola che un D’Alema. La riprova è che al congresso il candidato governatore della Puglia sia stato osannato manco fosse la Madonna: «Ni-chi, Ni-chi, Ni-chi». 

Il terzo boccone, forse quello più pesante da inghiottire, riguarda l’appoggio al candidato piddino in Campania, Vincenzo De Luca. L’attuale sindaco di Salerno, fino a ieri considerato inaccettabile, impresentabile, mascalzone, è stato riabilitato con uno show magistrale. Quella che è stata definita la «svolta di Salerno» è arrivata in seguito a un processo-farlocco, culminato con una sentenza di assoluzione. Lo scontato verdetto è giunto per acclamazione (e non per voto, ndr) dopo la sceneggiata dipietresca del «vieni qui e convincici che sei pulito».





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Dietro l'affaire Boffo i fondi dell'8 per mille

La Tempo

L'ex direttore di Avvenire sarebbe stato incastrato nei giochi di potere per il cda dell'Istituto Toniolo.


Non vittima di una lotta di potere tra Segreteria di Stato e vescovi italiani, ma al centro di una più intricata questione che comincia dal modo in cui viene utilizzato il denaro destinato al comparto media per la Cei e che sale su fino al vertice, e cioé all'istituto Toniolo, che gestisce e pianifica ricerche, fondi e linee di indirizzo dell'Università Cattolica. Si tratta di circa 32 milioni e mezzo di euro (dati 2008) che provengono da un fondo speciale dell'8 per mille.

Dino Boffo, per quindici anni direttore del quotidiano dei vescovi Avvenire, cui aveva aggiunto con il tempo gli incarichi di direttore di Radio InBlu e Tv2000 (rispettivamente circuito Radio e tv satellitare della Cei), ha perso la direzione del quotidiano della Cei per motivi più alti di quella che si è andata configurando sempre più come una lotta di potere: da una parte il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, che approfittava della defaillance di Boffo per mettere in chiaro chi, tra Santa Sede e vescovi, gestiva i rapporti con lo Stato italiano; dall'altra, Dino Boffo, un uomo di Ruini, messo sulla graticola per una denuncia per molestie di qualche anno prima, conclusa con il pagamento di una «modesta ammenda», come aveva riferito Panorama già al tempo della denuncia.

Ma si tratta davvero solo di questo? Per rispondere a questa domanda, ci si deve fare un altro interrogativo. E cioè: da chi è partita la «velina» («una persona insospettabile», l'ha definito lo stesso Feltri) che ha dato inizio all'affaire Boffo?

E qui gli scenari si complicano. Fino a diramarsi in due possibilità entrambe plausibili, e che tra l'altro non si escludono l'una con l'altra: che la velina sia arrivata a Feltri direttamente dall'Istituto Toniolo; e che, se proprio è stata una persona della Segreteria di Stato a parlarne, non è stato qualcuno dei piani alti, molto vicino a Bertone, ma una scheggia impazzita, che voleva togliersi qualche sassolino dalle scarpe. In entrambi i casi, né la Segreteria di Stato, né la Santa Sede sarebbero direttamente coinvolti. Anche perché non avrebbero motivo di fare un'operazione così scoperta.

A vedere i fatti, la linea della Segreteria di Stato di Bertone è stata piuttosto «morbida»: prima di sostituire la segreteria di Stato con persone a lui fedeli, ha aspettato che quanti erano rimasti dalla precedente gestione andassero a scadenza, non ha creato scontri con il segretario di Stato Emerito Sodano, che pure aveva mantenuto radici all'interno del suo vecchio ufficio, e ha preferito tenere tutti i rapporti in una sorta di understatement che qualcuno ha voluto interpretare come indolenza, o incapacità di affrontare i problemi.

Fare un'operazione del genere, così scoperta, così rischiosa anche per la reputazione, dicono in ambienti vicini ai Sacri Palazzi, sarebbe stata per Bertone solo controproducente. Perché, quando - come segretario di Stato - avrebbe avuto ben altri mezzi di persuasione? Lo stesso dicasi per Gian Maria Vian, direttore dell'Osservatore Romano: si è parlato di un suo ridimensionamento, ma chi lo conosce lo ha trovato rinfrancato negli ultimi giorni. Segno che il chiarimento, ad alti livelli, c'è stato. E che il suo ruolo, nella vicenda, è tutto da definire, ma difficilmente può essere riconducibile a quello di un congiurato.

Più complessa è invece la questione del Toniolo: il rettore della Cattolica Lorenzo Ornaghi termina il mandato a marzo, e dalla nomina del successore potrebbero cambiare gli equilibri interni dell'Istituto. Presidente ne è il cardinal Dionigi Tettamanzi, che aveva preso il posto del senatore Colombo, uscito dall'Istituto dopo essere stato inquisito per droga.

Ci sono vecchie ruggini interne all'istituto, che nascono anche dal modo nel quale è avvenuto l'avvicendamento tra vecchia e nuova gestione. Appena a capo dell'Istituto, Tettamanzi fece entrare nel Cda Dino Boffo. Il quale si è dimesso, dopo lo scandalo, dagli incarichi dei media della Cei, ma non dal Toniolo, né dal Progetto Culturale, che sono le «cassaforti» della gestione della Cultura cattolica.

Un colpo, Boffo lo ha comunque preso: mantiene gli incarichi nella gestione della cassaforte della cultura «alta», ma non quella della diffusione del cattolicesimo «dal basso», di cui un circuito formidabile è quello di RadioInBlu, un progetto che raccoglie circa 200 radio locali sparse in tutta Italia. Si tratta di un segnale? È certo che gli scenari sono molto confusi. Se si voleva far partire una lotta per il controllo del Toniolo, si sarebbe di certo fatto uscire qualcosa di interno all'Istituto.

Cosa che non è successa. Per questo è persino plausibile che una scheggia impazzita della Segreteria di Stato abbia fatto partire la velina (che appare ai più come un documento di uso interno, non ufficiale e non proveniente dalla Gendarmeria vaticana) alla volta di Feltri, magari passando dal Toniolo. Un'operazione scoperta e rischiosa, ad alto rischio di tracciabilità. Ma forse il nome del colpevole è da vedere un po' più in alto. C'era l'idea, durante il caso Boffo, che il cardinal Sodano, ex segretario di Stato, stesse facendo bollire qualcosa in pentola.

Da Segretario di Stato, ha assistito all'ascesa dei ruiniani all'interno del Toniolo. E la sua perdita di influenza sarebbe accreditata da un fatto: monsignor Piero Pioppo, da lui nominato prelato dello Ior (cioè il raccordo tra i banchieri e i cardinali che reggono l'istituto) è stato nominato di recente Nunzio Apostolico in Camerun. Un allontanamento che suona come un allontanamento definitivo del cardinale. Il quale, in un colpo solo, si sarebbe voluto togliere tutti i suoi sassolini dalle scarpe.

Andrea Gagliarducci
07/02/2010




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E lo statuto dal partito rimane ad personam

di Redazione

ANOMALIA Solo 6 persone possono ritoccare il testo: tutte nominate da Di Pietro Borghesi: «Nodo cruciale»


Roma

È sera tardi, al congresso si lavora e si discute ancora, quasi ininterrottamente fin dalla mattina. I delegati Idv, venuti coi pullman da tutta la penisola, sono stanchi, distratti. È il clima ideale per una sparizione. Le mozioni vengono passate in rassegna una dopo l’altra, rapidamente, ma sono troppe. Ce n’è una importante, che riguarda lo statuto ad personam dell’Idv, un’anomalia evidente, «palese» secondo il firmatario della mozione, il deputato Antonio Borghesi.

Il dipietrista propone una cosa semplice: le modifiche allo statuto, «che è il massimo strumento di regolazione della organizzazione e della vita interna di una associazione, non può che essere modificato dal suo massimo organismo, che è appunto l’Assemblea Generale dei soci, cioè il Congresso nazionale». Invece lo statuto Idv prevede che l’unico organismo che possa modificare il testo sia l’ufficio di presidenza, il gabinetto di Di Pietro.

«È un’anomalia, alla quale è difficile dare giustificazioni solide», sostiene Borghesi che ha portato la mozione al congresso. Però, coup de théâtre, la mozione sparisce, insieme a molte altre, e viene derubricata a «raccomandazione» per il futuro. «Non se n’è nemmeno parlato, peccato perché è una questione centrale» lamenta Borghesi nell’atrio dell’hotel congressuale, circondato da qualche delegato che la mette giù più dura:

«Se poi non si fa nulla lasciamo il partito, è una questione di democrazia». In effetti il caso dello statuto Idv è singolare. Il documento che norma la vita di tutto il partito è appannaggio solo di sei persone, tutte nominate dal presidente appena riconfermato con plebiscito, Antonio Di Pietro, che dunque è l’unico a controllare il partito. Nel Pd, alleato di Tonino, le cose vanno molto diversamente, e le modifiche allo statuto (si legge nell’art. 44) «sono approvate dall’Assemblea nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei componenti».

Così succede anche nel Pdl, dove «le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto». La mozione del deputato Idv doveva sanare quest’anomalia del partito di Tonino, anomalia che ha implicazioni anche sul discusso capitolo dei conti e dei finanziamenti pubblici. Ma, per velocizzare i lavori (o forse per rimandare il problema), l’invito a regolarizzare la questione è diventato un semplice buon proposito. Un’anomalia «alla quale è difficile dare giustificazioni solide - c’era scritto nella mozione poi messa nel cassetto -, poiché demandare tale funzione ad un organo del partito, tra l’altro non elettivo, come l’Ufficio di Presidenza, si presta ad interventi dettati da motivi contingenti, mentre uno Statuto dovrebbe essere modificato solo per ragioni che trovano larga condivisione tra gli associati». Il tempo per discuterne, però, non si è trovato, in 12 ore di lavori.




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