domenica 7 febbraio 2010

I figli dei funzionari europei e la settimana bianca (pagata) sulle Alpi

Corriere della Sera


Il Times di Londra all'attacco: contributo di 230 mila euro ai pargoli di almeno 80 a euroburocrati le elargizioni sarebbero inserite sotto la voce "Servizi sociali - Interventi sociali"

I figli dei funzionari europei e la settimana bianca (pagata) sulle Alpi Il Times di Londra all'attacco: contributo di 230 mila euro ai pargoli di almeno 80 auroburocrati


LONDRA - Un fondo nero da oltre 230.000 euro per pagare le vacanze ai figli dei ricchi funzionari europei. Secondo il Times di Londra la prossima settimana i pargoli di almeno 80 euroburocrati passeranno una splendida settimana bianca sulle Alpi in gran parte pagata dai contribuenti del Vecchio Continente. Sarà solo la prima sessione di una vacanza annuale che comprende anche 4 campi estivi in famosi luoghi turisti continentali. La cifra stanziata è notevole: 234.000 euro. La notizia dell'ennesimo privilegio accordato ai principali funzionari che lavorano nell'Unione Europea ha scatenato l'indignazione e le proteste di alcuni europarlamentari e naturalmente della più "euroscettica" stampa britannica che ancora una volta si scaglia contro "la mangiatoia europea".

DETTAGLI DI SPESA - Il quotidiano britannico rileva che è stato davvero difficile riuscire a scovare i dettagli di queste vacanze da favola offerte ai figli dei funzionari. Infatti queste elargizioni sarebbero elencate nella relazione economica annuale del Parlamento Europeo e inseriti sotto la generica voce "Servizi sociali - Interventi sociali".

La scoperta è avvenuta dopo che alcuni parlamentari europei hanno deciso di conoscere in dettaglio come il Parlamento Europeo spende il suo ricco budget annuale (1,5 miliardi di euro). Spulciando ogni voce di spesa i politici hanno scoperto che già l'anno scorso sono stati organizzati simili campi estivi in Francia, in Germania, a Malta e a Brighton, in Inghilterra. I figli di 97 funzionari (che in media guadagnano 78 mila euro all'anno) inoltre, sempre nel 2009, hanno potuto beneficiare di un contributo di 53.000 euro per la loro settimana bianca.

BUONI PROPOSITI - Daniël van der Stoep, europarlamentare olandese, è stato nominato a capo di un team che ha il compito di vigilare su tutte le voci di spesa del budget europeo. Il politico dei Paesi Bassi precisa al Times che intende scavare fino in fondo per scoprire se esistono ulteriori benefici offerti ai funzionari comunitari. Inoltre dichiara: «Sono alla mia prima legislatura al parlamentare europeo e ogni giorno mi stupisco delle nuove tecniche ideate dai funzionari per spendere soldi». I membri del Parlamento assicurano di voler invertire la rotta e porre un freno agli sperperi. Per quest'anno il team di esperti vigilerà attentamente su questi fondi e in futuro si tenterà di elargire contributi economici solo ai figli dei dipendenti delle istituzioni comunitarie che guadagnano salari bassi.

Francesco Tortora
07 febbraio 2010



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Chiusura sedi estere: la Rai temporeggia

Avvenire


Non c’è nulla di deciso - per ora - sulla chiusura delle cinque sedi Rai nei Paesi del Sud del Mondo. All’incontro con l’Usigrai e il rappresentante dei corrispondenti esteri, l’azienda prende tempo sui tagli annunciati per Beirut, Il Cairo, Nairobi, Nuova Delhi e Buenos Aires. Oltre che, non va dimenticato, per il canale Rai Med. Il sindacato dei giornalisti Rai chiede che, se economie dovranno esserci, siano più oculate perché altri sono gli sprechi. 

E Viale Mazzini rinvia la decisione. Anche, forse, sulla scia della rapida mobilitazione di società civile e missionari: una reazione che potrebbe aver sorpreso qualcuno al settimo piano. Così, mentre la politica comincia a muoversi e dalle ambasciate italiane arrivano segnali di disagio, la Tavola della Pace conta già oltre 2.000 sottoscrizioni all’appello «Non chiudete quelle sedi». E proprio da Nairobi i missionari della Consolata, in rappresentanza di tutti i religiosi inviati in Kenya, scrivono un’accorata lettera al presidente ed al direttore generale della Rai.

L’apertura della sede nella capitale kenyota era stato il frutto di una mobilitazione, nemmeno tre anni fa, che aveva visto associazionismo e sindacato dei giornalisti Rai compatti nel chiedere un’informazione meno provinciale e più di qualità. Ma l’annuncio dei giorni scorsi sul piano industriale 2010 – con i possibili interventi per sanare entro due anni un deficit incombente di 700 milioni – sembra aver cancellato tutto.

L’Usigrai, nell’incontro di giovedì, ha contestato quella che considera «una mutilazione delle funzioni del servizio pubblico». Il segretario dell’Usigrai, Carlo Verna, all’incontro di giovedì assieme al rappresentante dei corrispondenti esteri Ennio Remondino, ha ricordato che altri sono gli «sprechi di vario tipo, le assunzioni fatte dall’esterno e la moltiplicazione inutile di incarichi apicali». Non è un segreto che, ad esempio, per i quattro corrispondenti da New York, Rai Corporation – azienda esterna affiliata – paga 55 tra tecnici, montatori, producer. Una squadra robusta, al cui interno i manager sono ben 11.

Il timore dell’Usigrai è che si tratti in realtà di «prove tecniche di più ampi e inaccettabili tagli». E afferma di «essere pronta alla sciopero». Le argomentazioni del sindacato saranno portate all’attenzione dei vertici Rai, «coi quali, questo l’impegno preso, si aprirà un successivo confronto».
La notizia non ha impiegato molto per arrivare ai Missionari della Consolata di Nairobi. Padre Franco Cellana, rappresentante dei religiosi che operano nelle missioni in Kenya ha messo nero su bianco il suo appello al Cda Rai. «Siamo stupiti di tale decisione - scrive il missionario - in questo momento particolare per il Kenya e per l’Africa, quando il nostro mondo italiano ed europeo hanno bisogno di mantenere le loro promesse di interesse e solidarietà con l’Africa».

Con le chiusure di entrambi le sedi di corrispondenza africana – Il Cairo e Nairobi – i missionari chiedono «come sarà possibile passare certe informazioni e notizie di prima mano sugli sviluppi e necessità di questi Paesi». Ancora: «Come si riuscirà a capire il grande dramma che stanno vivendo il Kenya e gli altri stati africani, se nessuno avrà la possibilità di trasmettere in diretta le realtà di ogni paese nelle loro componenti di povertà, ritardo programmatico, corruzione sociale, tribalismo e disagi di ogni genere ai vari livelli?». E l’azione e promozione umana dei missionari nell’educazione, nella salute e nello sviluppo come potrà essere evidenziata e sostenuta?».

Il tam-tam dell’associazionismo sta sollevando un coro di proteste. Oltre alll’appello della federazione delle 40 testate missionari, coaugula consensi – oltre 2.000 sottoscrizioni – l’appello lanciato giovedì dalla Tavola della Pace e altri tedici testate, sindacati e associazioni tra cui Articolo 21, Fnsi, Misna, Radattore sociale, Vita Magazine, Coordinamento enti locali per la pace.

 
Luca Liverani




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Tonino spia? Mah

Il Foglio


Troppo tardi e male, riecco vecchie storie che dovevano essere prese sul serio allora


Di una vecchia cena delle beffe, che vide fianco a fianco un Tonino allora senza macchia e il senza macchia, allora, Bruno Contrada, riemerge dopo un’infinità di tempo una fotografia. Giannelli sul Corriere di ieri l’ha ritagliata e mirabilmente ricontestualizzata: non si vede, dal bordo slabbrato, chi la stesse dando a bere a chi. Perfetto. Quel che manca nelle vecchie foto che sbucano improvvisamente accusatorie è sempre quel che stava intorno. Ma il contesto, in verità, non è andato perduto. Né la storia dimenticata, per chi avesse memoria.

C’è chi allora gridò, nel deserto, quel che si vedeva a occhio nudo. A patto di non chiudere gli occhi. C’era chi “vedeva” il poker d’assi, chi avvertiva di una magistratura che ambiva a sostituire la politica, come poi accadde. Fu denunciato un pm abile e tribuno che presto avrebbe sostituito i suoi inquisiti, e quel pm fondò un partito. Era palese che non fosse estraneo a qualche amichevole briefing transoceanico, giusto per fargli intendere sopra a chi sarebbero cascati i muri e chi sarebbe stato sommerso, e chi solo infarinato.

Rari giornalisti provarono ad allargare già allora l’inquadratura; un piccolo settimanale catto-primorepubblicano, il Sabato, tirò giù la saracinesca poco dopo aver messo in pagina un elenco ragionato dei fatti. Sarà per questo che il riemergere  da un’infinità di tempo di quella fotografia, di quelle frequentazioni ambientali, di quei rapporti confidenziali, allappa con un retrogusto da chissenefrega, da fuori tempo massimo. Adesso che dalle sponde più impensate, comprese quelle amiche di MicroMega, sale l’onda dello scaricabarile e della contestualizzazione postuma. L’impressione è di un maramaldesco voler uccidere l’uomo morto, o almeno azzoppato.

Vendette tardive, una sindrome da Conte di Montecristo ma a costo zero e un tanto facilona. Come l’insipido Bersani, che invita a “riflettere sul fatto che foto di 18 anni fa sbuchino fuori proprio adesso”. Forse s’erano perse in Mugello, no? Un piccolo vizio italiano, la natura sicaria di certi regolamenti di conti fatti sempre a babbo morto, a buoi scappati, a latte versato. Non a caso la lingua ha un’infinità di espressioni per variare sul medesimo, meschino, moralismo del poi. Come quelli che oggi chiedono durezza per i terroristi (ormai ex), quegli stessi che a P38 fumante chiedevano invece clemenza e strategia dell’attenzione. Come quelli che oggi rivogliono picchiare in testa al tribuno, dopo averlo salutato “stinco di santo”, con bacio di pantofola e remissione di querele, quando andava a rifarsi la faccia in Mugello. Troppo facile, come fumarsi un Montecristo. Ovviamente a scrocco.

Leggi qui Perché mi annoia la storia delle foto di Di Pietro di Giuliano Ferrara





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L’ex parlamentare "pentito": quante ombre sui fondi pubblici

di Redazione


I soldi, i maledetti soldi del partito. Quante rotture, quante inimicizie con ex collaboratori, quanti veleni intorno a Tonino per colpa dei soldi.

È l’accusa più frequente tra gli ex Idv: poca trasparenza nella gestione delle casse del partito, poca democrazia nella distribuzione delle risorse

 


Roma
I soldi, i maledetti soldi del partito. Quante rotture, quante inimicizie con ex collaboratori, quanti veleni intorno a Tonino per colpa dei soldi. È l’accusa più frequente tra gli ex Idv: poca trasparenza nella gestione delle casse del partito, poca democrazia nella distribuzione delle risorse. Notevoli risorse, peraltro, che aumentano proporzionalmente con l’aumentare dei voti, recentemente raddoppiati. Significa molti milioni di euro per il rimborso elettorale, versati dalla Camera al legale rappresentante del partito (l’onorevole Silvana Mura), dopo l’autorizzazione dei segretari di presidenza della Camera (tra cui, l’onorevole Silvana Mura).

Ma non ci sono solo quei soldi, tanti, legati alle elezioni politiche, regionali e europee. C’è un’altra fonte di «introiti» per il partito e per l’associazione di famiglia che si è sovrapposta al partito Idv grazie a uno statuto molto ambiguo. Sono i rimborsi per i gruppi parlamentari dell’Idv, circa 5 milioni di euro all’anno erogati dal Parlamento come fondo per la funzionalità del gruppo dei senatori e dei deputati eletti con Tonino. Ma chi li incassa? Ovviamente il partito, che però non presenta il conto ai parlamentari. Una pratica non proprio trasparente. «I gruppi sono equiparati ad associazioni, e quindi come associazioni avrebbero diritto a vedere una rendicontazione delle spese - racconta un ex parlamentare “pentito” dell’Idv -.

Nel partito di Di Pietro però non è mai successo, la segreteria prende i finanziamenti destinati ai due gruppi parlamentari senza che i parlamentari sappiano né quanto sia stato incassato né come sia stato speso né quanto resti da utilizzare. Ma la legge dice che le associazioni devono dare rendicontazione agli associati, in questo caso in parlamentari, ai quali andrebbe presentato un bilancio dell’attività. Anche perché, appunto, non tutto viene speso per pagare i dipendenti impiegati nelle due Camere, e quel che resta dovrebbe essere messo a disposizione dei parlamentari come fondo per iniziative politiche.

Invece questo non è mai successo nel partito di Di Pietro, e so che non succede neppure ora. A fine anno Di Pietro e la Mura dovrebbero riunire i due gruppi, mostrare i conti e chiedere: abbiamo incassato 100, abbiamo speso 90, cosa facciamo dei 10 rimanenti? Invece tutto avviene nella mancanza di trasparenza. Può essere che anche altri partiti lo facciano, il punto è che il capo dei moralisti non può farlo».

Tra l’altro, avendo 43 tra deputati e senatori, a Tonino spettano circa 5 milioni di euro l’anno come rimborso per i gruppi parlamentari. C’è anche chi pensa che dietro la scelta di Tonino nel 2008, subito dopo le elezioni, di non fare un solo gruppo Pd-Idv, ci sia stato un calcolo economico.

Il «pentito» però sa un’altra cosa, legata al congresso dell’Idv. «Di Pietro ha detto che toglierà il suo nome dal simbolo, lo ha detto già molte volte e non lo ha mai fatto. So che stavolta c’è un piccolo trucco pronto. Alcuni deputati hanno già pronta una mozione per chiedere che il nome venga tenuto. Così Di Pietro potrà far finta di voler democratizzare l’Idv, ma di non riuscire a farlo perché è la sua base a volerlo come capo carismatico. Un trucchetto, uno dei tanti».

A dire il vero, c’è anche una terza fonte di ricavo per l’Idv (come per tutti i partiti del resto). Parliamo dei versamenti che ogni mese i parlamentari fanno al partito, circa 1500 euro prelevati dallo stipendio di onorevoli e senatori, come finanziamento per le sedi regionali. In totale significa che ogni mese i parlamentari versano 52mila e passa euro al partito. In un anno fanno 600mila euro. Altri quattrini che, stando alla denuncia dell’ex parlamentare «pentito» di Tonino, finirebbero nel calderone dei rimborsi ricevuti senza «trasparenza».




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Brosio: "Io nel buio come Morgan, la Madonna mi ha salvato"

di Eleonora Barbieri

Il giornalista racconta gli anni dannati tra droga e festini: "Mi sballavo per sfuggire alla realtà. Poi ho sentito una voce"




Mercoledì 3 febbraio avevo appuntamento con Paolo Brosio per questa intervista. Volevo parlare della sua nuova vita di uomo votato a Dio, delle esperienze straordinarie vissute a Medjugorje, dove la Madonna appare ai veggenti da molti anni. Poi leggo sui quotidiani del caso Morgan, della cocaina sbattuta in prima pagina e trasformata nel migliore degli antidepressivi. Certo, il cantante poi corregge il tiro, si rende conto di avere una grande responsabilità, e si dice pronto a farsi aiutare. Ma la bomba è stata lanciata. Con Brosio decido di parlare proprio di questo, perché lui - che oggi è un uomo sereno e risolto - nel suo libro A un passo dal baratro, perché Medjugorje ha cambiato la mia vita (centomila copie vendute) di cocaina parla come di una sostanza che addormenta la coscienza.
«Non voglio giudicare Morgan. Mi riferisco esclusivamente alla mia esperienza personale. Nel 2008 mi hanno bruciato il locale, mio padre è morto, il mio matrimonio è finito e io ero precipitato in un pozzo di dolore insostenibile, così per distrarmi mi sono buttato nel divertimento più sfrenato, soprattutto sessuale. Dovevo evadere dalla realtà. Dovevo uscire dallo strazio della doppia perdita di mio padre e della mia donna e per farlo avevo bisogno di emozioni forti, della ripetizione ossessiva dell'atto sessuale».

E la droga?
«Dopo un po' neanche il sesso mi bastava più. Per dimenticare dovevo farlo in modo trasgressivo ma, avendo ricevuto un'educazione con alti valori morali, era necessario annullare la mia coscienza. Ci riuscivo con fumo, alcol e coca».
Un modo per autodistruggersi?
«Lo fai perché non sai sopportare il dolore, non capisci che la sofferenza è necessaria per crescere, che è parte della vita. Ma ti sballi anche perché non sei contento di te, sei demoralizzato, insoddisfatto, disperato».
Che cos'è la sessodipendenza?
«Il sesso diventa un chiodo fisso che altera la percezione delle cose. La donna non rappresenta più una persona da amare, con cui costruire una famiglia, con cui fare dei figli, è solo un oggetto sessuale. E questo umilia lei, ma anche te, perché non sei più capace di avere una relazione normale, diventi una macchina. Passi da una donna all'altra come un'automa».

E questa dipendenza era aggravata dall'uso della droga, ma quando finisce l'effetto?
«Quando finisce l'effetto stai peggio di prima, il male esistenziale è ancora lì ed è triplicato dal rimorso di avere fatto quello che hai fatto. Insieme a questo stato di prostrazione sentivo la necessità fortissima di riappropriarmi della mia vita, dei miei sentimenti, ma anche del piacere della conquista lenta di una donna. Quante volte in quei momenti di disperazione ho sognato una relazione serena, semplice».
Era dentro una centrifuga.

«Dentro di me c'era una lotta continua tra il bene e il male. Il bene mi diceva “smetti, ti stai rovinando la vita, basta”, il male contrattaccava “lasciati andare, tuo padre è morto, il tuo matrimonio è finito, ti hanno bruciato il locale, sei solo e lavori venti ore al giorno, te lo meriti, divertiti, che problemi hai”. Per lungo tempo ha vinto il male. Poi in un giorno di dicembre del 2008, durante un festino, è accaduto qualcosa di straordinario. Ho sentito una voce, non l'ho udita, la sentivo come parte di me, veniva da dentro. Oggi so che Dio parla agli uomini così, attraverso una voce interiore. Era dentro di me da mesi e ogni volta era più forte, più netta. La notte in cui la mia vita è cambiata, in cui la Madonna mi ha preso per mano e mi ha salvato, quella voce ha squartato la mia coscienza».

Come ha fatto a capire che era una voce divina?
«Perché mi diceva cose buone, mi suggeriva i consigli giusti, mi indicava la strada per uscire dal baratro nel quale ero precipitato. La Madonna è come una mamma che ti dice cosa fare o non fare per stare bene».
A lei cosa ha detto?
«La sua voce ha aperto un varco nella mia coscienza annebbiata permettendomi di capire che non potevo uscire da solo da quel buco nero, che le difficoltà fanno parte della vita e vanno affrontate con la serenità nel cuore, non con la disperazione. La disperazione porta a fare gesti terribili. Quando penso a quel periodo sto davvero male».

Ci sono stati altri momenti simili nella sua vita?
«Mai a questi livelli. Negli anni Novanta grazie a Tangentopoli avevo raggiunto una grande popolarità e forse per questo mi ero avvicinato a questo mondo. Ma in maniera marginale, distaccata, saltuaria».
Quale mondo?
«Il mondo della notte, di quelli che devono tirare tardi a tutti i costi, che devono trasgredire. Tu pensi di divertirti, di giocare, di scherzare e invece butti via le ore del sonno e la vita. La notte è fatta per recuperare le fatiche del giorno, non per devastarsi».
Quali sono i «riti» di chi vive la notte come luogo dello sballo?
«Si comincia con l'aperitivo, già qui si bevono superalcolici, poi vai a cena e bevi anche lì, finita la cena magari ti fai una canna e a quel punto sei talmente stonato che per proseguire la serata in discoteca devi farti una riga. Quello è il momento peggiore. Il primo passo sbagliato però è bere i superalcolici già prima di cena».

L'alcol fa più vittime della droga.
«Un mese fa sono andato a visitare alcune comunità di recupero in cui ho conosciuto Suor Elvira, Chiara Almirante e Rosolina Ravasio, tre persone meravigliose. Dovevo rendermi conto di quali rischi avevo corso, e volevo portare il mio esempio perché sono convinto che nel mio piccolo posso aiutare a capire quali sono i pericoli. Vado anche nelle scuole perché purtroppo nelle comunità ci sono un sacco di adolescenti, la Ravasio mi ha detto che oggi il 33% dei suoi ospiti ha dai 12 ai 16 anni. Un fenomeno allarmante».
Vuole fare un appello?

«Il mio non è solo un appello, è un grido che faccio con tutto il cuore e che mi viene da un sentimento profondo di riconoscenza verso la Madonna, verso Dio, che mi hanno aiutato nei momenti più difficili. È un grido di allarme che nasce da un'esperienza vissuta. Il male mi ha attraversato, lo ha fatto in età adulta. Quello che è capitato a me per un giovane potrebbe essere letale. Gli adolescenti poi, pensano che tutto è possibile. Non è così».
Come si sente oggi?

«Oggi sono un uomo sereno che ha un forte senso della fede, che ha voglia di aiutare gli altri, ma la cosa straordinaria è che continuano ad accadermi cose che mi dimostrano quanto possa essere potente la grandezza di Dio».
Per esempio?
«Per esempio l'8 dicembre del 2009 sull'aereo che mi portava a Medjugorje è accaduta una cosa incredibile. Ci sono state una serie di coincidenze inspiegabili che hanno risolto una situazione drammatica. Ma non bastano poche righe per raccontarlo, ne scriverò nel mio prossimo libro».
A chi dice che ha seguito la Madonna più per business che per fede cosa risponde?



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Una Tv chiusa finanziò Di Pietro

di Alessandro Sallusti


Contributo di 50mila euro all’Idv da "Sei Milano", che non trasmette da sette anni Il proprietario è in carcere per una vicenda di spot e tangenti.


Sarà anche tutto regolare ma.... "Basta far politica con la pancia", Tonino prende in giro anche l'Idv

 

Tre signori sono stati protagonisti del primo congresso dell’Italia dei Valori. Ad applaudirli, in prima fila, il leader del Pd Pierluigi Bersani. Come dire, gente seria, garantisco io. Vediamo chi sono i tre. Il primo, ovviamente è Antonio Di Pietro, fondatore del partito, la cui immagine sta uscendo a pezzi da sospetti, supportati da fotografie, di collusioni con i servizi segreti italiani ed esteri ai tempi di Mani pulite e da accuse, da parte di suoi ex collaboratori, di scarsa trasparenza nella gestione dei fondi del partito (56 milioni di euro).

Il secondo è un altro ex magistrato passato alla politica (è deputato europeo dell’Idv), Luigi De Magistris, che prima di entrare in politica fu trasferito e censurato dal Csm per «gravi anomalie» nelle sue inchieste, una delle quali provocò la caduta del governo Prodi (l’avviso di garanzia all’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella, poi risultato completamente estraneo) e che forse per questo riceve oggi gli onori di Bersani.

Il terzo è un ex poliziotto, Gioacchino Genchi, simpatizzante dipietrista, oggi consulente delle Procure di mezza Italia e balzato agli onori della cronaca per aver intercettato i telefonini di 350mila italiani, per questo finito sotto inchiesta e ancora al centro di una intricata vicenda giudiziaria che però non gli impedisce di continuare la sua attività, ben retribuita, al fianco di molti magistrati. Che non hanno ovviamente avuto nulla da ridire quando ieri, dal palco Idv, Genchi ha annunciato di sapere con certezza che l’attentato di Milano contro Silvio Berlusconi è stato una montatura organizzata dallo stesso premier per commuovere gli italiani e intimidire gli avversari.

Insomma, due discussi e discutibili ex magistrati e un ex poliziotto farneticante, spione di professione, si candidano a guidare il Paese in compagnia del Pd e in alternativa al Pdl, il più grande partito liberale europeo. In attesa che il sogno si avveri suggeriamo al trio investigativo di tenersi allenato risolvendo il seguente rebus.

Nel 2008 la maggior offerta spontanea all’Italia dei valori è stata fatta da una piccola emittente milanese, «Sei Tv». Si tratta di 50mila euro. Nulla di illegale, ovviamente, ma è legittimo chiedersi come mai una emittente che non trasmette più dal 2002, e che alla data dell’elargizione risulta alla Camera di commercio «inattiva» e con un solo dipendente, sia stata così generosa con Di Pietro. Proprietario di «Sei Tv» è Raimondo Lagostena, noto imprenditore televisivo, titolare del gruppo Odeon, che attualmente si trova in carcere.

È coinvolto in una storia di presunte false fatturazioni e fondi neri sulla cessione di spazi pubblicitari televisivi a favore dell’assessore regionale lombardo Gianni Prosperini, anche lui agli arresti.
Del resto Di Pietro conosce è apprezza le tv di Lagostena, tanto che alle ultime elezioni europee l’Idv utilizzò su quelle reti spazi pubblicitari per un valore di oltre 200mila euro. Che però, a quanto ci risulta, nonostante le rigide norme che regolano la pubblicità elettorale, non furono fatturati in prima battuta al partito dell’ex Pm, ma acquistati direttamente da Lagostena.

Quasi 50mila euro di quei 200, finirono poi alla inattiva «Sei Tv», la benefattrice dell’Idv. Insomma, una storia sicuramente legale ma complicata, come tutte quelle che vedono protagonista Di Pietro. E che forse solo lui, insieme con De Magistris e Genchi, può dipanare e spiegare. E se questa volta, e su questo caso, qualcun altro, per esempio la Procura di Milano provasse a capirci qualcosa, così, tanto per dissipare inutili dubbi? Difficile, ma non impossibile.




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Lo scippo del "Corriere", ecco perché Rizzoli rivuole il suo giornale

di Nicola Porro

Angelo, prosciolto dalla Cassazione, chiede 650 milioni di danni e contesta il passaggio del quotidiano alla cordata Gemina-Bazoli.

L'ingresso in via Solferino, nel 1974, fu per la famiglia l'inizio della disfatta

 

 

Quella che segue è una storia incredibile, favolosa. È la storia di uno scippo, ma è anche la vicenda umana di una famiglia che ha saputo distruggere la sua fantastica ricchezza nel giro di pochi anni. È la storia dei Rizzoli, dei tipografi che si fanno editori, del martinitt che diventa conte, dei poveracci che si scoprono miliardari. È la storia di un giornale, il Corriere della Sera, che a seconda di chi lo compra ha un valore diverso: altissimo quando lo acquistano i Rizzoli, vile per gli Agnelli.

È una storia già scritta in tanti libri che hanno raccontato molto di ciò che si doveva sapere della Erre Verde (il più completo è il testo di Alberto Mazzuca). Ma è anche una vicenda che non si è ancora chiusa. Molto, se non tutto, ruota intorno alla sciagurata decisione della famiglia di portarsi a casa all’inizio degli anni ’70 la proprietà del Corriere della Sera. E oggi Angelo Rizzoli, dopo 26 anni dalla sua cessione, lo rivuole indietro e ha avviato una causa per un risarcimento danni monstre di 650 milioni di euro.

LE ORIGINI

Angelo Rizzoli, il fondatore, lo aveva sempre detto. Anzi lo aveva confidato al proprio autista: «È nata la terza generazione, quella che manderà in rovina tutto quanto. Io costruisco, mio figlio mantiene, i nipoti distruggeranno. È una regola». Non sarà così semplice e non sarà forse così vero. Quelle che contano in questa storia sono le A: quella di Angelo, il fondatore, il Cummenda (come tutti lo chiamavano e continuano a chiamarlo); quella di Andrea il figlio; quella di Angelo jr o Angelone e Alberto, i nipoti.

Certo di mezzo ci sono tante donne: parenti, figlie, amanti e attrici. E avranno come è ovvio una grande parte nella storia di questa dinastia, ma ai nostri fini hanno un ruolo laterale.
Angelo, partendo dalla casa degli orfanelli è finito conte, per di più in epoca repubblicana, per un appartamento donato all’Unione monarchica. Alla fine degli anni ’50 la piccola tipografia di Angelo Rizzoli è diventata una casa editrice tra le più importanti in Italia. La tiratura dei periodici Rizzoli sfiora quota tre milioni.

E poi i grandi marchi di successo: Novella, con cui parte la fortuna nel 1919 e che negli anni diventerà 2000, Oggi, che per lungo tempo si voleva fare quotidiano, l’Europeo, Candido, Sorrisi e Canzoni e tanti altri. Il tocco di Angelo sembra d’oro. Si fanno quattrini persino con la Bur. L’idea era per l’epoca folle (siamo nel 1949): pubblicare i grandi classici in edizione povera e a poco prezzo, 50 lire per ogni cento pagine.

Il successo fu tale che si pubblicarono quasi tremila titoli. Anche il Cinema portò quattrini e fortuna alla Rizzoli. Grandi successi: dalla Dolce Vita a Don Camillo e Peppone. E quella incredibile gita di Chaplin a Ischia (che Angelo aveva scoperto come località turistica e che con Rizzoli sembrava Beverly Hills quanto a frequentazioni) per la prima continentale di Un re a New York.
Rizzoli nasce povero, ma ambizioso.

Sono due le sue caratteristiche principali. La prima, che non riesce minimamente a trasferire ai suoi eredi: mai un debito, mai una cambiale, mai un prestito. C’è un tratto che invece passa per le tre generazioni e che nel ventennio fu definito il «rizzolismo»: la capacità di fare affari a destra e a sinistra, di stare in mezzo non già perché si creda nella media, ma perché è la strada più breve per spostarsi da una parte o dall’altra. Angelo avrà solo un grande amico nella politica: Nenni. Ma non i socialisti.

LA FISSAZIONE

Un quotidiano è sempre mancato alla Rizzoli. E anche Angelo, il Cummenda, ne sentiva il vuoto. All’inizio degli anni ’60 si mette in contatto con i Crespi, allora proprietari del Corriere della Sera. L’idea era piuttosto ambiziosa: mettere insieme i periodici Rizzoli e il quotidiano di via Solferino e realizzare un cartello sulla raccolta pubblicitaria. «Il Cummenda mi disse - ricorda Indro Montanelli - che i Crespi lo misero alla porta con arroganza poiché non lo ritenevano alla loro altezza.

E da quel momento si mise in testa di fare un quotidiano suo». Angelo aveva già tutto pronto in testa. Da immaginare la scena del martinitt che interpella Montanelli e gli dice: «Vieni a fare il direttore del mio nuovo quotidiano. Si chiamerà Buondì, così quando ci si presenta all’edicola verrà automatico comprarlo». Alla fine la ragionevolezza porterà la scelta su un marchio di fabbrica che è stato il best seller dei periodici Rizzoli nel dopoguerra: Oggi. Sul tetto degli stabilimenti fu così issata un’insegna che continuò a mostrarsi anche quando il progetto ero bello che affondato: «Oggi, il quotidiano di domani».

Nonostante le prime assunzioni (Granzotto, Afeltra, Barzini), Oggi, il quotidiano di domani, non uscì mai in edicola, anche se si realizzarono decine di numeri zero. Nel frattempo ci fu un tentativo di stampare la Notte di Nutrizio (grande amico dei Rizzoli) negli stabilimenti della Erre Verde, e un abboccamento prima con Enrico Mattei e poi con Eugenio Cefis per comprare dall’Eni il Giorno. Si provò invano e più tardi anche con il Messagero e il Tempo.

Quando nel 1970 il Cummenda muore lascerà agli eredi un patrimonio valutato cento miliardi di lire, zero debiti, due pagine del Corriere zeppe di necrologi, ma nessun quotidiano.

IL CORRIERE DELLA SERA

Chi ha deciso veramente l’acquisto del Corriere della Sera? Chi ha detto l’ultima parola? Chi l’ha voluto davvero? Quando il sogno, o l’inizio dell’incubo, si realizza nel 1974, sono solo due i possibili indiziati: padre e figlio. Andrea e Angelone saranno evidentemente complici in questo passo. Alberto il fratello, che poi dopo cinque anni uscirà completamente dal gruppo di famiglia, è stato sempre il più immune alla malattia di via Solferino.

Andrea comanda in azienda così come il padre, con un piglio da monarca. Suo figlio Angelo, a 28 anni, è già il delfino designato e viene nominato amministratore delegato. Mica male. Quando si parla di queste vicende conviene sempre riflettere sulla giovane età in cui furono catapultati al vertice i ragazzi Rizzoli. All’epoca dell’acquisto del Corsera, il gruppo impegnava circa 5mila dipendenti, realizzava una sessantina di miliardi di fatturato, e circa sei di utili: aveva un quinto del mercato dei periodici e circa il 10 per cento dei libri.

Aveva una prima linea di manager compatta, tra cui il giovane e «disinnescato» Tassan Din (un direttore finanziario per un’impresa con pochi debiti, ha poco peso). «Ho comprato il Corriere della Sera perché l’azienda è granitica» disse in un’intervista sul suo Europeo, Andrea. Non era proprio così. A tre anni dalla morte del Cummenda si manifestarono i primi debiti: una ventina di miliardi. Sopportabili, ma una novità in casa Rizzoli. Non in casa di Andrea per la verità: da presidente del Milan conquistò successi unici, la prima Coppa dei Campioni, ma anche la prima esposizione finanziaria con in calce la firma Rizzoli.

Andrea inoltre è tutto preso dal suo nuovo e appassionante amore con Ljuba Rosa e il suo cuore fa le bizze: nei momenti clou delle trattative viene ricoverato in gravi, gravissime condizioni in ospedale. I Crespi non sono più soci unici, ma comandano, e hanno diritto di vita e di morte sul quotidiano. Con quote paritetiche nel capitale (ciascuno ha il 33 per cento) ci sono anche i Moratti e gli Agnelli, come semplici soci finanziatori.

È da qui che parte l’attacco dei Rizzoli. All’epoca il Corriere era già pieno di debiti, con i conti in rosso, e con un sindacato che comandava. In Rizzoli il ’68 non era ancora arrivato, in via Solferino invece c’erano Ottone, Fiengo e i comitati di fabbrica. Montanelli, che nel frattempo era uscito bruscamente dal Corriere, li aveva avvertiti: «Ci sbatterete il muso» e li aveva anche invitati, senza successo, a diventare editori del suo (e nostro) Giornale. Niente da fare.

I primi a cadere saranno dunque i Moratti e gli Agnelli, inclini a cedere una partecipazione che oltre a costare molto, non rendeva, politicamente, nulla. A quel punto sono costretti a cedere anche i Crespi. Il primo assegno da 27 miliardi di lire, a metà luglio del 1974, viene staccato a favore di Giulia Maria Crespi. Con la zarina fuori, si comanda al Corriere.

La sua è la quota con diritti assoluti, è quella a cui lo statuto riconosce di fatto la conduzione unica ed esclusiva dell’azienda. È l’epoca, come diceva Cuccia, in cui le azioni non si contavano, ma si pesavano. Ma Andrea Rizzoli va avanti, dopo pochi giorni si porta a casa anche il 33 per cento dei Moratti per 14 miliardi: il Corriere è vinto. Con il 66 per cento del capitale e la quota ex Crespi, a questo punto non ci sarebbe più bisogno della fetta Agnelli.

E qui si commette il primo grande errore di ingordigia. Nonostante una parte della famiglia non volesse, la Rizzoli si impegna a comprare anche la quota Agnelli. L’annuncio della cessione per 13 miliardi è fatto subito, ma il pagamento sarà dilazionato a tre anni: nel 1977. Il saldo finale sarà vicino ai 100 miliardi. Molto più del previsto. Ma soprattutto molto peggio del previsto saranno le condizioni di salute del quotidiano.

I Rizzoli lo comprarono al buio, e nel primo anno le perdite previste in 4 miliardi si rivelarono quattro volte tanto. A soli 5 anni dalla morte del Cummenda gli eredi violano il caposaldo della sua filosofia: si riempiono di debiti, ne hanno più di cento miliardi. In compenso hanno una casa editrice molto più influente, politicamente preziosa, diecimila dipendenti, un quinto del mercato dei quotidiani, quasi la metà di quello dei periodici e il 10 per cento di quello dei libri. Sono una potenza: dai piedi di argilla.

LA P2 E LA TRAPPOLA

Quello che succede nei mesi che seguono è l’inizio della fine per i Rizzoli. Due sono le rivoluzioni in corso. La prima è quella finanziaria: il gruppo è lentamente consumato dai suoi deficit che raggiungono i 4 miliardi al mese. Di pari passo una figura marginale all’interno del gruppo, quella del direttore finanziario, Tassan Din, diventa chiave. Saranno Tassan Din e Angelo a fare il giro delle sette chiese romane per cercare disperatamente finanziamenti da parte del sistema bancario.

Saranno a tal punto a corto di liquidi che metteranno infine in vendita le proprietà immobiliari di Ischia. È intorno a questa vendita che si verifica il contagio con la P2 e con l’avvocato democristiano che ne fu il primo punto di contatto, Umberto Ortolani. Con il Corriere sanguisuga, con gli interessi che corrono e con gli immobili di Ischia bloccati, Ortolani apparirà come una via d’uscita. Da una parte permetterà la vendita del complesso alberghiero costruito dal Cummenda e dall’altra in una stanza dell’Excelsior di Roma presenterà Angelo e Tassan Din a Licio Gelli, gran maestro venerabile della P2.

Sono gli anni della follia, le banche, soprattutto l’Ambrosiano di Calvi, iniziano ad aprire i cordoni della borsa. Di pari passo la Rizzoli, non paga della sua insicura situazione finanziaria, inizia una politica di espansione che alla fine si rivelò giovare solo all’aumento del potere interno di Tassan Din e degli uomini della P2. La famiglia Rizzoli è ormai cotta, Andrea, il padre, sempre più distaccato e malato a Cap Ferrat, Angelo invischiato nella rete piduista, Alberto, con un piede già fuori dall’azienda di famiglia. Il colpo finale avverrà con il pagamento della quota Agnelli.

Di quel superfluo 33 per cento del Corriere, che i Rizzoli si erano impegnati a comprare nel 1974 e che nel 1977 comportava un esborso di 22 miliardi. Impegno maledetto, che aveva diviso la famiglia tre anni prima, e che soprattutto nessuno era più in grado di onorare. Tanto meno l’azienda che nel 1976 aveva chiuso il bilancio con 20 miliardi di perdite e 105 miliardi di prestiti bancari. La soluzione viene trovata da Gelli-Ortolani-Calvi: è la trappola. In buona sostanza il Banco Ambrosiano di Calvi fornisce alla Rizzoli 20 miliardi, sotto forma di un aumento di capitale.

Ovviamente non lo fa gratis. Ottiene in cambio dai Rizzoli l’80 per cento delle quote del gruppo. Come dire con 20 miliardi la P2 e l’Ambrosiano si portano a casa il primo gruppo editoriale italiano. Non è per la verità così semplice. Su questo pacchetto di azioni, la famiglia Rizzoli ha un diritto di riscatto dopo tre anni, al valore già fissato di 35 miliardi. I Rizzoli per pagare il debito agli Agnelli, ipotecano pesantemente le loro quote in azienda. È un continuo spostare in avanti il redde rationem.

Ricapitolando: nel 1974 comprano il Corriere. Ma si lasciano un debituccio con gli Agnelli, da saldare nel 1977. Dopo tre anni non sono più in grado di far fronte ai loro impegni con la famiglia torinese. E a questo punto cedono l’azienda, con l’arrière pensée di ricomprarla dopo alcuni anni. L’impegno originale di 14 miliardi è così lievitato a 35 e soprattutto la famiglia Rizzoli ha perso il controllo del gruppo. Rizzoli e Corriere della Sera vengono di fatto eterodirette, Tassan Din diventa direttore generale e il giovane Angelo prende il posto del padre, ma con scarsissimi poteri.

Ciò che nessuno sa all’esterno, il passaggio della maggioranza della Rizzoli a misteriosi investitori e la fine del potere della famiglia, in azienda si nota. Resta il problema di un gruppo che nonostante le sue dimensioni continua ad avere una posizione debitoria con le banche insopportabile. In questo contesto nasce il cosiddetto Pattone o il patto BLU (dalle iniziali dei nomi di chi lo pensa e lo sottoscrive Bruno Tassan Din, Licio Gelli e Umberto Ortolani). L’accordo non comprende i Rizzoli, e come vedremo, fa scattare la molla della trappola. In una certa misura, soprattutto grazie alle dismissioni e alla possibilità concessa dalla politica di aumentare finalmente il prezzo dei quotidiani, le cose vanno migliorando dal punto di vista industriale.

Ma non a sufficienza per ripianare i debiti e per fornire ai Rizzoli le risorse per riscattare la loro quota dell’80 per cento. Il meccanismo che viene limato e limato alla fine prevede il solito aumento di capitale della Rizzoli: questa volta da 150 miliardi. In più la Centrale, braccio operativo dell’Ambrosiano, si comprerà alla luce del sole il 40 per cento della Rizzoli, fornendo così i quattrini ai Rizzoli sia per pagare i 35 miliardi necessari al riscatto del loro vecchio 80 per cento, sia per sottoscrivere pro quota l’aumento di capitale. Ebbene come si vedrà in seguito è la mossa che definitivamente inguaia la famiglia.

L’aumento di capitale si rivelerà un falso: non una lira entra in Rizzoli. Formalmente sembrerà tutto a posto: viene comunicato al pubblico e annotato in azienda. Si tratta di un complicato castelletto di menzogne, dove alla fine i quattrini che escono in effetti dall’Ambrosiano vanno a finire sui conti personali dei BLU. Una serie di manovre che vengono fatte proprio in coincidenza con l’emergere delle liste P2 e la conseguente fuga di Gelli. Per i Rizzoli la storia in Rizzoli è finita. Angelo (insieme al fratello Alberto ormai da tempo fuori dal gruppo) fu sbattuto in galera e solo dopo 26 anni una sentenza della Cassazione lo ha riconosciuto definitivamente innocente rilevando come il crac, che poi è seguito, della casa editrice, sia stato cagionato tra l’altro da quest’ultimo clamoroso ladrocinio.

IL RITORNO DEGLI AGNELLI

La saga dei Rizzoli finisce dunque quando finalmente recuperano fisicamente l’80% delle azioni che erano state cedute tramite Calvi e di queste si gira il 40% alla Centrale. Si dovrà pazientare qualche giorno: le azioni erano finite in Vaticano (che per tutti quegli anni era stato dunque formalmente l’azionista occulto e di maggioranza della Rizzoli) nella cassaforte dello Ior: però il custode delle chiavi, il vice di Marcinkus, era in galera per l’affaire Sindona.

Questo era il pasticcio in cui si erano ficcati i nipoti del Cummenda. Quando il 7 agosto 1982 il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia creano il Nuovo Banco Ambrosiano (Nba) che eredita attraverso la società Centrale anche il pacchetto del 40% di Rizzoli, i nodi vengono al pettine. Il nuovo presidente del Banco, Giovanni Bazoli, mette al muro il gruppo: chiede l’immediato rientro dei fidi, pari a 70 miliardi.

Ma nel frattempo sembra dimenticarsi che il Nba ha ereditato anche la Centrale con tutte le sue posizioni giuridiche. Tra cui un debito della Centrale (e dunque del Nba) di 150 miliardi mai onorati nei confronti sia del gruppo Rizzoli sia di Angelo, per l’aumento di capitale dell’81 sottoscritto ma mai versato. La Rizzoli in questo modo schizofrenico si vede contestati i propri debiti e non già riconosciuti i propri crediti. Sarà questo il centro dell’azione legale intrapresa in questi mesi da Angelo Rizzoli.

La società infatti in questo modo è cotta e finisce in amministrazione controllata e Angelo in galera per bancarotta fraudolenta, con la sua quota della Rizzoli (il 50,2%) sequestrata dai custodi giudiziari. Il teorema è semplice: Rizzoli ha occultato i quattrini che l’Ambrosiano ha versato in azienda dopo l’aumento di capitale. Falso, come dimostra una recente sentenza della Cassazione: quei miliardi non arrivarono mai sui conti Rizzoli, ma sui depositi esteri di BLU. Angelo ritorna libero nel 1984: la Rizzoli ha recuperato vigore ma è troppo tardi.

Il 4 ottobre del 1984 Angelo è di fatto obbligato a vendere la sua quota e dunque il Corriere della Sera a un gruppo di investitori che comprende la Fiat, Mediobanca, Montedison, l’industriale Arvedi e la finanziaria Mittel di Bazoli, per il prezzo scontato di 9 miliardi di lire. Facendo un conto un po’ grossolano gli Agnelli avevano venduto nel 1974 un terzo del solo Corriere della Sera a una cifra tre volte superiore a quanto valesse dieci anni dopo l’intero gruppo Rizzoli.

Evidentemente il prezzo di vendita del gruppo nel 1984 era più che da saldo. Pier Domenico Gallo, all’epoca direttore generale del Nuovo Banco Ambrosiano, nel bel libro Intesa San Paolo, si duole di questa vendita. «Conveniva, dal nostro punto di vista, convertire i debiti che Rizzoli aveva con il Banco in azioni... mi ero convinto che la Rizzoli potesse costituire un grande valore potenziale per Nba e per i suoi azionisti». Non gli fu permesso. In realtà le direttive del Cicr non permettevano alle banche di avere la proprietà di un quotidiano. Regole che però valevano a corrente alternata: qualcuno si era dimenticato del Mattino in mano al Banco di Napoli.

Senza considerare come queste stesse norme non furono evocate per la clamorosa presenza di Mediobanca nella cordata che poi sfilò il Corriere ai Rizzoli. Ma la verità è che evidentemente c’erano altri progetti. Gallo si stupisce inoltre: «È abbastanza singolare pensare come in quel momento nessun gruppo imprenditoriale italiano, a parte la cordata Fiat-Mediobanca, capisse la bontà dell’affare facendo un’offerta formale alternativa». Entriamo in Rizzoli per disinfestarla, dirà l’avvocato Agnelli, a conclusione dell’affare. «Io - confida onestamente Gallo - e tutti quelli che avevano lavorato alla ripartenza della casa editrice negli ultimi due anni, consapevoli del grande affare fatto da Torino, fummo sconcertati e disturbati».

Un senso di sconcerto e di disturbo che oggi deve sentire a maggior ragione Angelone, Angelo jr, il figlio di Andrea, il nipote del grande Cummenda, solo a ripensare alla storia di questo clamoroso scippo.




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Proibito pubblicare le foto con Gaucci della compagna di Fini

di Redazione


La relazione sentimentale, all’epoca, era pubblica. Così come le fotografie pubblicate e scattate in quel periodo. Fotografie che ritraggono, ai tempi della loro liaison, l’ex presidente del Perugia Luciano Gaucci, e la sua fidanzata di allora, Elisabetta Tulliani, e che adesso non potranno essere pubblicate. Il motivo? La signora Tulliani, adesso è la compagna del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e il Garante le ha riconosciuto una sorta di diritto all’oblìo del suo passato. Quindi d’ora in poi quelle foto sono vietate.

A dare la notizia «Dagospia», riprendendo «Il Fatto Quotidiano». Molti blogger sono stati raggiunti via e mail da una comunicazione dell’avvocato della Tulliani, che chiede appunto lo stop alla diffusione delle immagini con Gaucci: «In forza del provvedimento del Garante per la protezione dei dati personali – scrive il legale – vi chiedo di voler provvedere a non rendere più indicizzabile attraverso i motori di ricerca, notizie e immagini riguardanti la mia assistita con riferimento alla sua trascorsa relazione sentimentale con il signor Gaucci». Blog e siti hanno cinque giorni di tempo per adeguarsi alla richiesta.

Una decisione, quella del Garante, che - secondo Dagospia – pur riconoscendo che si tratta di personaggi pubblici, la diffusione della cui immagine dunque è lecita, riconoscerebbe alla compagna del presidente della Camera una sorta di diritto all’oblìo del suo passato.



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Ciao Titta, stai morendo con un gesto d’amore»

Il Secolo xix

Nota della redazione: nel momento in cui pubblichiamo questa notizia, è in corso l’espianto degli organi.

06 febbraio 2010



Spett.le Direzione, questa notte morirà una giovane donna genovese che ha voluto donare i suoi organi. Era mia cugina ma soprattutto era una donna particolare, mi farebbe piacere salutarla attraverso il vostro giornale e contemporaneamente dare un messaggio forte che incentivi le donazioni degli organi che, purtroppo, sono in costante diminuzione. 


Caro Direttore,
scusa se ti scrivo ma ti chiedo ospitalità per salutare una amica e raccontare una storia. E’ la storia di Rosa, di 52 anni, prima figlia, poi moglie e madre, una vita come tante, con gioie e anche con grandi dolori. Ieri, però, senza nessun preavviso, a tradimento, una piccola arteria le si è rotta nella testa e in un attimo tutto è finito. Ma Rosa è sempre stata una donna speciale e ha resistito, ha atteso il 118, è arrivata in ospedale dove, però, nessuno ha potuto fare nulla per lei.
Ma lei ha continuato a resistere per potere donare gli organi ,come aveva sempre detto, e sconfiggere, in questo modo, la morte
.
Rosa continuerà a vivere: il suo cuore nel petto di una altro, il fegato e i reni ridaranno una vita normale a tre persone mentre i suoi occhi rivedranno l’azzurro del cielo e i volti di altri mariti e di altri figli. Lei, dopo questo gesto finale d’amore, vivrà invece per sempre nel cuore di tutti noi che le abbiamo voluto bene

Ciao Titta
Paolo Strada




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