venerdì 5 febbraio 2010

Angeli custodi

La Stampa



YOANI SANCHEZ
Vedo poliziotti ovunque. Non so se la loro immagine è ormai fissa nelle mie retine o se negli ultimi mesi sono aumentati di numero in maniera allarmante. Circolano sopra camionette Mercedes Benz, si fermano agli angoli delle strade e in diversi luoghi della città mostrano persino i loro cani lupo. Mentre centinaia di moderne e tondeggianti telecamere ci osservano dall’alto, questi uomini in divisa ci controllano a livello della strada e dei suoi marciapiedi dissestati. Escono fuori dal niente e scompaiono quando più servirebbero. Sono abili a individuare un sacco di cemento trasportato senza documenti, ma è raro vederli di notte in un quartiere marginale dove il numero dei delitti è in continuo aumento. Ci sono anche i poliziotti in abiti civili, certi “angeli custodi”, vere e proprie presenze immancabili nelle file, nei centri culturali e ovunque si formi un gruppo di persone. Adesso non è così facile distinguerli perché non indossano più magliette a righe, camicie a quadri e non sfoggiano pettinature dal taglio militare, ma travestimenti che vanno dalle treccine con palline colorate fino alle mutande che escono fuori dai pantaloni. Adesso portano telefoni cellulari, occhiali da sole, sandali di cuoio, ma si continua a capire che sono fuori posto, perché hanno l’espressione di chi non c’entra niente con il luogo in cui si trovano. Si recano al festival del cinema ma non hanno mai visto una pellicola di Fellini, frequentano le gallerie d’arte, ma sono incapaci di distinguere un quadro figurativo da uno astratto. Hanno imparato a camuffarsi, ma non sono stati capaci di perdere il tipico atteggiamento di disprezzo davanti a certe “debolezze piccolo borghesi” come l’arte e le sue manifestazioni. Tuttavia, quel che temo maggiormente non sono i poliziotti che indossano il distintivo di metallo numerato sul petto né gli agenti segreti che redigono rapporti, ma il poliziotto coercitivo che tutti portiamo dentro. Quello che suona il fischio della paura per avvisarci di non osare e che scuote le manette dell’indifferenza ogni volta che tra di noi aumentano le critiche e le opinioni. È passato per l’Accademia dell’autocensura ed è un soldato sveglio a indicare percorsi che non portano difficoltà. Il suo codice penale comprende soltanto un paio di brevi articoli: “Non ti mettere nei guai” e “Tutto quello che farai non cambierà le cose”. Se un giorno ci alziamo decisi a far tacere il rumore dei suoi stivali nella nostra testa, allora lui ci ricorda le sbarre, i tribunali e la freddezza di una prigione di provincia. Non ha bisogno di alzare il manganello contro le nostre costole, perché sa toccare le molle della paura ed eseguire le mosse di karate che lasciano il nostro corpo sofferente in anticipo, immobilizzato, davanti alla frase: “Stai tranquillo, è meglio aspettare”.

Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi




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Ex vescovo: «Niente comunione ai gay»

Corriere della Sera


Monsignor Simone Scatizzi: «L'ostentata e praticata omosessualità è un peccato che esclude questa possibilità»




ROMA - «La pratica omosessuale e la ostentata e dichiarata omosessualità impediscono l'amministrazione della comunione, secondo quanto dice la Chiesa, e nessuno è in grado di contraddire questo precetto». Queste le parole, riportate dal sito Pontifex Roma, dell'ex vescovo di Pistoia Simone Scatizzi. Secondo l'alto prelato «l'omosessualità in quanto tale è un disordine». Tuttavia, «nessuno sulla terra è autorizzato a emettere sentenze». Ma, per Scatizzi, per coloro che ostentamente proclamano la loro omosessualità e la praticano «le cose cambiano un tantino: da pastore sono obbligato, sempre in linea generale, a rifiutare la comunione. Certo se si presentano davanti a me non posso dire di no e non per buonismo» perché «non se questi possano essersi confessati, pentiti o aver cambiato vita», ha spiegato il vescovo.

PECCATO CHE ESCLUDE LA COMUNIONE - Che poi ha ribadito: «Il principio generale è che la conclamata, ostentata e praticata omosessualità è un peccato che esclude dalla comunione». Una condizione che, peraltro, mette sulla stessa linea gay e divorziati: «Vero, ma non per una cattiveria della Chiesa e i divorziati mai devono sentirsi emarginati o esclusi dalla comunione della Chiesa, ma esiste una oggettiva situazione incompatibile con il sacramento e la sua amministrazione», ha precisato Scatizzi. (Fonte Ansa)

05 febbraio 2010




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Idv, base in rivolta: "No alla dittatura" De Magistris: Di Pietro? Io più giovane

di Redazione

Primo congresso per l'Idv e scoppia la bagarre. La base attacca l'ex pm denunciando la gestione "dittatoriale e oligarchica del partito". E si prepara a sostenere la candidatura di Barbato alla presidenza del partito. De Magistris: "Sto con Di Pietro, ma io ho 20 anni di meno". L'Udc non sarà presente al congresso. Casini: "Parli poco di noi, altrimenti citarò la sua carriera da magistrato con rapporti speciali"





Roma - Non si apre sotto i migliori auspici il congresso dell’Idv, ma con una denuncia della Base al "capo" Antonio Di Pietro a cui è chiesto "più trasparenza e maggiore democrazia". Così, a poche ore dall’inizio della due giorni di conclave, i rivoltosi annunciano l’appoggio alla candidatura di Francesco Barbato alla presidenza del partito. Da Milano il leader centrista, Pierferdinando Casini, fa sapere che l'Udc non sarà presente al congresso: "Di Pietro si astenga da lezioni di moralismo". 

Polemica intestina al partito Tutto pronto all’Hotel Marriott per l’avvio del primo congresso dell’Italia dei Valori: circa tremila i delegati. Nella hall dell’albergo campeggiano i cartelloni con la scritta "L’alternativa per una nuova Italia", slogan della tre giorni, tra i colori dell’arcobaleno, e ci sono anche alcuni stand. 

Uno vende copie del Fatto Quotidiano e libri di Gomez o Travaglio come Bavaglio o, ancora, quello di Patrizia D’Addario. Ma la Base, il movimento che riunisce diversi gruppi locali, si prepara a contestare la gestione "dittatoriale e oligarchica del partito". Si tratta di iscritti all’Idv che hanno visto respinta la loro adesione al partito o che sono stati sospesi perché "in contrasto con la linea imposta dall’alto". 

Democrazia e glasnost, sono allora le parole d’ordine dei rivoltosi che accusano l’ex pm di "dirigere in modo dittatoriale" il partito. "Ma nessuna scissione", assicurano i rappresentanti della Base  presentando una mozione su tre punti: istituzione di una vicepresidenza, primarie prima interne e poi aperte a tutti per scegliere presidente e vicepresidente, elezione del tesoriere del partito da parte dell’assemblea nazionale. 

De Magistris: "Niente dualismo" Sfida politica e fedeltà personale: così l’eurodeputato Luigi de Magistris ha rappresentato al congresso dell’Idv il suo rapporto con il leader del partito Antonio Di Pietro. "Non servono dualismi", ha detto commentando le frequenti indiscrezioni sulle differenze politiche e umane che lo separano da Di Pietro. "Quando è circolata la voce che stava per essere arrestato, gli ho telefonato - ha raccontato alla platea dei delegati - e gli ho detto: mi costituisco, così litighiamo pure in galera". 

Sulla linea politica De Magistris ha invitato il partito a non avere paura, ed ha illustrato una futura collocazione nella quale pur "dialogando con il Pd", l’Idv possa fare "da baricentro fra il Pd e le altre forze del centrosinistra". In questo modo non ci si sposta troppo a sinistra, ha spiegato, perché "il comune riferimento è la Costituzione". 

Quanto a Di Pietro, De Magistris crede che "debba essere alla guida di un grande percorso politico, per farlo bisogna passare da movimento politico a partito d’azione. Per farlo occorre fare una squadra". Sul futuro però c’è un’ipoteca. "Tra me e Antonio - ha detto scherzando ma non troppo l’ex magistrato - ci sono venti anni di differenza. Per mia fortuna e per tua sfortuna". 

Le polemiche di Casini "Dato che spesso Di Pietro parla dell’Udc, spero che oggi non parli troppo di noi perché dovrei amaramente rispondergli citando le sue gesta da magistrato con rapporti speciali con gli imputati, cosa che dovrebbe esimerlo da qualsiasi lezione di moralismo rispetto a gente per bene come noi". Nuova frecciata del leader dell’Udc, nel corso di una conferenza stampa a Milano per l’apertura della campagna elettorale in Lombardia. Oggi l’Idv apre i lavori del proprio congresso "senza la delegazione dell’Udc - sottolinea Casini - perché noi riduciamo al minimo indispensabile i contatti cn l’Idv, nel senso che non vogliamo avere niente a che fare col giustizialismo di Di Pietro e il suo moralismo degli immorali".




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Lumumba: "Vado alla Corte europea La giustizia italiana mi insulta"

La Stampa

Scagionato dal delitto Meredith ha avuto 8 mila euro di indennizzo per due settimane in carcere
"E' una presa in giro"




PERUGIA
«Non sto cercando elemosine e per questo non prenderò neanche un centesimo. Vado davanti alla Corte europea per i diritti dell’uomo per continuare la mia battaglia»: Patrick Lumumba ha deciso di rinunciare agli 8 mila euro che gli sono stati assegnati come indennizzo per la «ingiusta detenzione», 14 giorni, subita dopo essere stato accusato dell’omicidio di Meredith Kercher, reato dal quale è stato poi però completamente prosciolto. Una cifra stabilita dalla Corte d’appello di Perugia e ora diventata definitiva dopo la pronuncia della Cassazione.

Decisione accolta con «grande amarezza» da Lumumba che stamani, insieme al suo legale Carlo Pacelli, ha parlato di «una umiliazione e di un modo gentile di insultare». «Lo Stato - ha sostenuto il musicista congolese - mi ha molto danneggiato. Non può sequestrare ingiustamente i beni a un cittadino e poi non riconoscere la propria responsabilità. Deve avere la volontà di riconoscere gli errori». Lumumba ha lamentato in particolare che non gli siano stati riconosciuti i danni psichici, morali e di immagine subiti. «E la dignità - ha sottolineato - è qualcosa che si costruisce durante tutta la vita».

Quando venne arrestato, Lumumba gestiva un pub nel centro di Perugia poi però chiuso per le difficoltà incontrate. «Oggi - ha spiegato - collaboro all’organizzazione di eventi musicali. Vado avanti con l’aiuto della mia compagna e della sua famiglia». Dopo il suo arresto, il quarantenne originario del Congo ha cominciato ad avere - ha spiegato lui stesso - diversi problemi psichici. «Mi sveglio ogni notte - ha detto - per controllare che mio figlio sia ancora in casa. Quello che è successo ha anche riaperto una ferita antica. Ero bambino in Congo quando mio padre venne prelevato da casa e sparì per sempre. Ho rivissuto questa sensazione, la paura di non poter tornare più dalla mia famiglia».

«Chiunque - ha sottolineato l’avvocato Pacelli - avrebbe potuto trovarsi al posto di Patrick. L’indennizzo che gli è stato assegnato può ritenersi equo? Lascio la risposta alla coscienza di ciascuno di voi». Il legale ha quindi ricordato che nei giorni scorsi la Cassazione ha riconosciuto un «ulteriore bonus» di 33 mila euro a una giovane di Napoli rimasta tre giorni in carcere e 11 ai domiciliari. «Se Patrick fosse stato italiano e di pelle bianca avrebbe avuto un trattamento diverso?» si è chiesto ancora Pacelli.

Lumumba venne coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio Kercher in seguito alle dichiarazioni rese alla polizia da Amanda Knox, condannata a 26 anni di reclusione per il delitto e per calunnia nei suoi confronti. La Corte d’assise ha anche disposto che la giovane americana lo risarcisca con 50 mila euro. «Ma Patrick - ha spiegato Pacelli - non ha preso un centesimo e probabilmente mai lo prenderà perchè Amanda è una studentessa senza alcun bene di sua proprietà». Intanto però Lumumba ha ribadito: «non voglio nemmeno un centesimo e vado avanti con la mia battaglia».



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Di Pietro, il viaggio negli Usa e il mistero di quell'assegno

Corriere della Sera


il caso - L’ex segretario racconta il soggiorno tra Washington e Miami nel 2000. Di Domenico: ci portò un falso ingegnere, poi candidato



ROMA — Di viaggi negli Stati Uniti Antonio Di Pietro ne avrà fatti tanti, ma di uno s’era dimenticato. Quello cominciato il 28 ottobre di dieci anni fa, l’anno del Giubileo. Quando partì per Washington con il suo più caro nemico, visto che si tratta dell’ostinato Mario Di Domenico, ex amico ed ex segretario dell’Idv, l’avvocato delle foto con Bruno Contrada, autore di un libro ancora in bozze, il tono del Saint Just lanciato contro il partito che con Di Pietro ha fondato e dal quale è stato espulso. È la ricostruzione di un viaggio oltreoceano a caccia di finanziamenti, circostanza che l’altra sera a Montecitorio proprio non ricordava Di Pietro: «In America con Di Domenico? Lo escluderei. Credo proprio di no...».

E invece che fa il legale abruzzese con la passione degli statuti medievali? Apre il suo cassetto senza fondo e tira fuori una foto in cui i due inseparabili nemici sorridono seduti su un divano del Ponte Vedra Beach Resort di Miami. E racconta: «Partimmo alla conquista dell’America, spinti dal signor Gino Bianchini, un falso ingegnere... ». Ecco un altro passaggio di quella caricatura di spy story che Di Pietro smonta con ironia, autodefinendosi «James Tonino Bond», ma bollando come un acrobatico grafologo il suo accusatore che ha perduto le 19 querele seguite a liti e veleni.

La foto «americana » però c’è. Anzi, Di Domenico ne mostra diverse, tutte legate al viaggio che si comincia a preparare nei primi di ottobre, «quando la segreteria Idv a Busto Arsizio riceve una mail da parte di un tal ingegner Gino Bianchini, con un’intestazione intrigante, come se la comunicazione pervenisse dalle organizzazioni ecclesiastiche Vaticane: "Sanctuaryrome"».

Di Pietro chiama subito Di Domenico: «Prendi contatti». E viene fuori che l’«ingegnere» senza laurea, come poi scopriranno, garantisce «cospicui finanziamenti », stando anche ad un capitolo del libro: «Bianchini parlava di suoi potenti amici dell’ambiente politico e imprenditoriale sostenitori di Al Gore negli Stati Uniti d'America...». Tutti in volo il 28 ottobre. A bordo, oltre a presidente e segretario, ci sono Silvana Mura, oggi deputato, e Bianchini con due influenti personaggi al seguito, l’avvocato Sharon Talbot e l'imprenditore Randy Stelk, «tutti in vena di attenzioni verso il nostro Paese in vista di un totale rinnovamento politico...», come avrebbe detto lo stesso Bianchini, stando ai ricordi di Di Domenico, subito sorpreso dallo scambio proposto, «perché tutto era condizionato alla candidatura dell’"ingegnere" al Senato».

Scalo a Londra, prima tappa Washington e poi «a scorrazzare lungo tutta la East Coast, fino a Miami in Florida, alla ricerca dei dollari», insiste di Domenico ricordando la prima vera lite con Di Pietro: «Ogni sera tavolate imbandite in nostro onore. Ma mentre io, da ligio segretario del partito, ripetevo il solito ritornello della povertà francescana, Di Pietro puntualmente si alzava e si allontanava con un pretesto qualsiasi non appena si parlava di quattrini. Una, due, tre volte, la cosa insospettiva. Mi lasciava solo ad affrontare scabrosi discorsi».




Poi il clou: «Una sera Bianchini mi allungò un assegno di 50 mila dollari, ma con scadenza "13 maggio 2001", il giorno delle Politiche, con la ragione causale "elections". In pratica, mi veniva detto dai suoi sostenitori che quello sarebbe stato solo l’anticipo della ben più cospicua somma di finanziamento. Si parlava addirittura di somme dieci volte maggiori... ». Sarebbe stata questa la molla della crisi interna al vertice Idv. Con Di Domenico che, senza rimpianti per la mancata elezione di Bianchini, quell'assegno non cambiò mai. E infatti lo sventola insieme con le foto «americane».

Felice Cavallaro
05 febbraio 2010





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Lite tra coniugi? Lei affitta la ruspa e demolisce la casa

Libero





Le liti con la moglie possono diventare anche pericolose, ma soprattutto costose. A dimostrarlo è la vicenda accaduta in provincia di Treviso. Un uomo di 45 anni di Codogné, da tempo in lite con la moglie dalla quale è in fase di separazione, ha trovato al suo rientro da lavoro buona parte dell'abitazione praticamente distrutta ed ha accusato la consorte di essere responsabile dell'accaduto.

La donna, che si trovava nella casa di una sorella con i tre figli, secondo i carabinieri sarebbe la responsabile del danno che, in assenza del coniuge, avrebbe incaricato un'impresa edile di demolire metà dell'abitazione che, benché ancora abitabile, non era ancora stata ristrutturata secondo un precedente progetto.  L’uomo ha dato in escandescenze, minacciando a sua volta di incendiare la parte dello stabile risparmiata dalle ruspe e di appiccare il fuoco anche a se stesso. Da subito intervenuti sul posto,  i militari l'hanno convinto l’uomo ad assumere un atteggiamento più razionale, informandolo della possibilità di denunciare la consorte per danneggiamento aggravato.




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Immigrati, ecco il permesso di soggiorno a punti

di Redazione

Chi richiede il permesso di soggiorno dovrà sottoscrivere un accordo per l'integrazione. Tra i doveri: conoscenza della lingua italiana e della Costituzione. Previsto il raggiungimento di un credito di 30 punti in due anni, pari alla durata del permesso. Il Pd protesta: "E' una lotteria sociale" 


Roma - Via libera al permesso di soggiorno a punti. Andrà presto in Consiglio dei Ministri un decreto in base al quale i nuovi richiedenti di permesso di soggiorno dovranno sottoscrivere un accordo per l' integrazione con una serie di doveri da adempiere, tra i quali la conoscenza della lingua italiana, l'iscrizione al servizio sanitario nazionale, la conoscenza della Costituzione. È quanto prevede una intesa raggiunta oggi dai ministri dell'Interno e del Welfare Roberto Maroni e Maurizio Sacconi. 

Niente costi per gli immigrati "È un interesse di chi richiede il permesso di soggiorno sottoscrivere questo accordo. Chi non lo fa - prosegue Maroni - vuol dire che non vuole integrarsi". A proposito dei costi, il titolare del Viminale ha aggiunto: "Non si può certo chiedere all’integrando di metterci dei soldi. Pagheremo e organizzeremo tutto noi, così avremo anche sotto controllo l’organizzazione e potremo garantire standard uniformi per tutte le province italiane". 

Diritti e doveri Il lavoro fra i due ministeri, dell’Interno e del Welfare, ha detto Maroni, ha portato "a questo accordo che sarà, a breve, trasformato in un provvedimento con un decreto, un dpr, che regolamenterà la materia". Il ministro Sacconi ha annunciato che nei prossimi giorni sarà varato un piano sull’integrazione che "sottolineerà la responsabilità della persona, diritti e doveri". 

Percorso d'integrazione Comprenderà, tra i vari punti, per chi vorrà intraprendere un percorso di integrazione, la conoscenza della lingua italiana, l’iscrizione alle scuole dell’obbligo e la trasparenza dei certificati abitativi. Il permesso di soggiorno a punti prevede il raggiungimento di un credito (30 punti) in due anni (è la durata di un permesso). Al termine di questo percorso, se non dovesse essere raggiunto l’obiettivo, sarebbe previsto un anno di proroga. Al termine di questo percorso, una volta raggiunti gli obiettivi prefissati nell’accordo, gli immigrati potrebbero chiedere la carta di soggiorno. 

Il Pd: "E' una lotteria sociale"  "Adesso le follie legislative dei mesi scorsi cominciano a dispiegare i loro incredibili effetti. Essere straniero in Italia vuol dire essere soggetto ad una scandalosa lotteria sociale i cui giudici imbrogliano in partenza. Siamo il paese più xenofobo d’Europa. Bel risultato, complimenti a Maroni e a Sacconi". Così il capogruppo del Pd nella commissione Affari costituzionali della Camera, Gianclaudio Bressa commenta la proposta del permesso di soggiorno a punti illustrata oggi dal ministro degli Interni, Roberto Maroni.




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Brunetta: «Prendo una pensione da 3.000 euro»

Il Secolo xix

«Sono da poco in pensione come professore universitario e prendo una pensione di 3.000 euro netti». Così, il ministro della Pubblica amministrazione e Innovazione, Renato Brunetta, 60 anni il prossimo maggio, ha risposto alla domanda di Lilli Gruber durante la trasmissione «Otto e mezzo» su “La 7”, aggiungendo che la pensione gli viene riconosciuta «dopo 38 anni di insegnamento».

l ministro ha poi detto che se sarà eletto sindaco di Venezia manterrà gli attuali incarichi di ministro e parlamentare ma non prenderà tutte e tre indennità: «Si viene pagati dallo Stato una sola volta» ha risposto alla domanda da cui ha detto di essersi «sentito offeso». Sul fatto di avere tre incarichi, Brunetta ha tuttavia osservato: «Perché in Francia si e in Italia no?», ricordando che sia l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni e sia quello di Venezia Massimo Cacciari sono stati sindaci mantenendo l’incarico di parlamentare europeo.



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India, a New Delhi entra in servizio l'ambulanza per gli alberi malati

Quotidianonet


Si tratta di un autocarro verde, con lampeggianti e sirena.
Un equipaggio di sei persone addestrate al compito.
Per richiederne l’intervento bastera’ telefonare od inviare un e-mail alla Direzione dei giardini



New Delhi, 5 febbraio 2010


New Delhi è una delle citta’ piu’ verdi d’Asia e il consiglio comunale della capitale indiana, per continuare rispettare questa tradizione 'ecologista', ha deciso l’entrata in servizio di un automezzo speciale che ‘soccorrera’’, ove necessario, gli alberi cittadini. Lo scrive il quotidiano Hindustan Times.

Si tratta di un autocarro verde - in sostanza una vera e propria ambulanza con tanto di lampeggianti e sirena - con un equipaggio permanente di sei persone che hanno seguito uno specifico corso di addestramento. Per richiederne l’intervento bastera’ telefonare od inviare un e-mail alla Direzione dei giardini.

Secondo i responsabili comunali, la citta’ di New Delhi vera e propria ha una copertura verde del 46%, con quasi 100.000 alberi. Negli ultimi cinque anni almeno 150-200 di essi vengono perduti, sradicati dal vento o uccisi dalla siccita’.

‘’L’ambulanza - ha detto un portavoce cittadino - e’ dotata di tre macchinari per il lavaggio, attrezzi per la potatura, prodotti per combattere le patologie piu’ comuni, uno stock di concime ed una motosega’’.




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La zia di Barack Obama potrebbe essere espulsa oggi dagli Usa

La Stampa

Tra poche ore il verdetto a Boston la donna, 57 anni, è clandestina
Una patata bollente per il presidente







PARIGI

Il giudice di Boston deciderà oggi se la zia del presidente degli Stati Uniti Barack Obama potrà o no restare negli Usa, in cui è entrata nel 2000. Zeituni Onyango, 57 anni, ha presentato domanda di asilo politico per le violenze che rischia di subire nel suo paese, il Kenya, ma la sua richiesta è stata respinta nel 2004. E' insomma una clandestina. Ha presentato appello contro la procedura di espulsione, e i suoi legali giustificano la domanda di regolarizzazione anche con la parentela illustre: essendo la zia dell'uomo più famoso e potente del mondo, potrebbe essere a maggior ragione oggetto di violenze e minacce se tornasse nella sua terra d'origine.

Della vicenda racconta stamane «Le Figaro.it»: secondo il quotidiano parigino, se la zia non verrà espulsa la cosa si ritorcerà contro il presidente, perché si parlerà di un gesto di favoritismo; ma anche se le sarà consentito di restare negli Usa ci sarà polemica contro Obama, perché verrebbe rafforzata la sua immagine di uomo freddo e verrebbero rinfocolate le critiche alla sua politica per l'immigrazione: durante la campagna elettorale, aveva promesso per il 2009 una legge di progressiva regolarizzazione dei 12 milioni di immigrati clandestini negli Usa. Promessa sinora non mantenuta.

Il presidente conosce bene la zia, sorellastra del padre: è stata invitata alla cerimonia per il debutto al Senato di Obama, che parla con affetto di «zia Zeituni» nella sua autobiografia «I sogni di mio padre» («Dreams from My Father»).



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E ufficiale: correre non serve a nulla

di Oscar Grazioli


Lo rivela una ricerca inglese: allenarsi non aiuta il cuore. Il 30 per cento degli sportivi esaminati mostra insensibilità ai livelli di insulina





Dieci chilometri di corsa la mattina presto dopo colazione, una dozzina di vasche al posto del pranzo e un paio d'ore di palestra dopo cena. Questo si chiama tenersi in forma, anzi meglio scrivere «si chiamava». Sì, perché da ieri sappiamo che milioni di persone, nel mondo, non traggono alcun beneficio dall'esercizio fisico, moderato o intenso che sia.

Problema di geni, ci assicurano i ricercatori dell’università di Londra. Circa un 20 per cento della popolazione non trae alcun significativo beneficio dal jogging o dalla palestra. James Timmons, del Royal Veterinary College presso l’università della capitale britannica, è il ricercatore che ha tirato le somme di uno studio portato avanti assieme al reparto genomico dell’Università di Louisiana e al laboratorio per gli studi sugli anziani di Copenhagen.

Timmons sostiene che un numero importante di persone, sottoposte ad esercizi aerobici continuativi, non ha tratto alcun beneficio per quanto riguarda la prevenzione delle malattie cardiovascolari e il diabete che normalmente si pensa traggano notevole giovamento da un regolare esercizio fisico.

La ricerca, pubblicata sul Journal of Applied Phisiology, ha preso in considerazione oltre 500 partecipanti in Europa e Usa che dovevano effettuare esercizi aerobici per trenta minuti al giorno e per cinque giorni la settimana, in accordo con le linee guida del governo statunitense sugli opportuni stili di vita.

Dopo un certo numero di settimane la maggior parte dei volontari mostrava un netto miglioramento nel consumo d’ossigeno durante gli esercizi, un indicatore chiave del benefico funzionamento aerobico.

D’altro canto più del 20 per cento dei partecipanti allo studio mostrava un incremento inferiore al 5 per cento, un dato insignificante sul piano del funzionamento aerobico, mentre addirittura il 30 per cento mostrava insensibilità ai livelli di insulina. In altri termini nessun beneficio sul piano della prevenzione della malattia diabetica.

Lavorando sulla mappa genetica del Dna si sono individuati alcuni punti dell’elica che causano la resistenza, nei salutisti adepti dell'aerobica, al giovamento sul piano della salute fisica che speravano di ottenere attraverso nuoto, corsa e palestra.

Naturalmente, scrive Timmons, non c’è nulla di male a fare esercizio fisico aerobico senza trarne giovamento, se non che molte persone possono essere sviate da una dieta equilibrata e soprattutto da trattamenti farmacologici idonei a prevenire quelle malattie verso le quali si cerca un giovamento nel jogging. Peraltro sono noti i benefici dell’esercizio fisico sulla salute mentale, sulle malattie depressive e ansiose.

Lo studio sugli uomini potrebbe avere, una volta tanto, risvolti sugli animali. Inutile, anzi dannoso e al limite del maltrattamento, trascinare il Fido sovrappeso di turno, dietro la bicicletta o peggio al motorino, magari d’estate nel primo pomeriggio. Se non ha i geni al posto giusto probabile che rischi un attacco cardiaco fatale, invece di dimagrire.



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Se il marocchino è "moretto" Senato: caffè politically correct

di Paola Setti

Baristi alla buvette pronti a correggere i clienti. I parlamentari esterrefatti: "Cambieranno nome anche al cappuccino, troppo offensivo verso i frati?"





«Un marocchino per favore». «Voleva dire un moretto, senatore». Non è dato sapere se la direttiva l’abbiano messa per iscritto. Alla buvette di Palazzo Madama, l’unico ordine certo è quello che impone la consegna del silenzio, provi a chiedere e ti pare di stare al Sismi: «Non siamo autorizzati a dare informazioni interne». «Mi hanno detto però che è una questione di politically correctness - racconta un divertito senatore Franco Orsi, Pdl -. Ora aspettiamo di ribattezzare il cappuccino con un nome meno riconducibile ai frati».

Ieri c’era la fila al bar del Senato. Tutti a chiedere un marocchino per verificare se fosse vero. Ebbene sì. Se i ciechi sono ormai «non vedenti» e i bassi saranno presto «verticalmente svantaggiati», non si vede perché il fervore egualitario non dovrebbe entrare anche nel lessico di chi sta dietro al bancone. E che importa se, insomma, il caffè marocchino è il più buono, con la panna e il cacao in polvere, e quindi, se mai, sarebbe un riconoscimento in più al popolo degli aromi e delle spezie. I baristi alla buvette li correggono, come se lorsignori onorevoli stessero dando prova di bassezza razzista.

Fra i pochi a non mettersi in coda alla cassa, ieri c’era il senatore Cesarino Monti, quello che da sindaco leghista di Lazzate per mettere al riparo il suo comune dalla costruzione di moschee fece inserire nel piano regolatore un codicillo che vietava le costruzioni «in stile moresco», e che, correva l’anno 1997, vinse la guerra contro l’allora ministro dell’Interno Rosa Russo Iervolino che lo voleva sollevare dall’incarico per aver assunto un’impiegata «padana doc».

«Non ordino marocchino per principio» commenta. E il politicamente corretto? «Di corretto conosco solo il caffè: ma corretto latte, perché sono astemio». Fra il divertito e l’indignato Francesco Casoli, vicecapogruppo del Pdl: «Siamo anche noi impegnati in un’operazione di pulizia semantica alla buvette: cambieremo nome ai baci di dama, troppo sessisti, alle lingue di gatto, antianimaliste, e soprattutto alle palle di Mozart, irriverenti verso il grande compositore». Ma se fosse vero, è dal lessico che bisogna partire per educare il Paese all’integrazione? «Ha certo un senso, ma anche la tradizione della lingua italiana ne ha, e un conto è la mancanza di rispetto, altra cosa è pensare che nominare marocchino un caffè sia segno di disprezzo».

Così, tocca scoprire che il «marocchino» deve il nome al colore di un tipo di pelle usata come fascia per cappelli in voga negli anni Trenta, il Marocco, che ha appunto una colorazione simile alla bevanda, e che nasce a Torino, dal «Bicerin» di Cavour, evoluzione della bevanda sabauda con l’avvento delle moderne macchine del caffè. «E questo dimostra quanto stupido sia il politically correct a tutti i costi» s’infervora Giorgio Stracquadanio. Lui sta alla Camera, dove il «marocchino» è ancora tale.

Ma è autore di diverse crociate contro quello che ha definito «luogocomunismo». «È un atteggiamento nato a sinistra che inquina la vita sociale e disturba le menti - analizza -. Nel tentativo di nobilitare la persona apostrofata, le si scarica addosso il problema, inchiodandola a uno stigma sociale. Così, l’handicappato è “portatore di handicap”, come fosse colpa sua, o “diversamente abile”, una ridicolizzazione. La stortura è che quando poi si dice un’ovvietà come quella che la clandestinità fa aumentare la criminalità, tutti si sentono titolati a indignarsi». Per fortuna ci si può scherzare ancora su: «Alla Camera le deputate brutte oggi sono “diversamente f...”. Ma forse questa lei non la può scrivere...».



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Annozero e Di Pietro: solo lui poteva non sapere

di Paolo Bracalini

l metodo di Travaglio e Santoro: il Cavaliere e Schifani colpevoli a scatola chiusa.

L’ex pm candido pur avendo cenato con Contrada, arrestato per mafia 9 giorni dopo




Si dovrebbe parlare di legittimo impedimento ma il proscenio è per i magistrati minacciati dalla mafia. Messaggio subliminale santorian-travagliesco: la giustizia è perfetta, fatta solo da eroi, quindi chi critica il sistema-giustizia è contro gli eroi e amico della mafia. Vero? No, ma non importa. Il metodo Annozero è di accavallare piani diversi, mescolare problemi come se fossero la stessa cosa, per far passare il concetto voluto: il governo è per l’impunità. Viene riesumato anche l’avvocato Carlo Taormina, che nelle vesti di «pentito» del Pdl si indigna per il processo breve e per l’assolutismo del premier, dimenticandosi di quando lui auspicò che i giudici di Milano venissero «arrestati». 

Sono tasselli della scena criminis, dove il criminale è noto: l’esecutivo. Arriva Giorgio Bocca che parla di fascismo, lui ne sa qualcosa essendo stato da giovane un sostenitore della campagna razziale antiebraica. Finalmente si arriva alle foto di Tonino e Contrada del ’92, ma solo per accusare il Corriere (che le ha tirate fuori) di diffamare Di Pietro. Domandarsi che ci facesse lì, quel giorno, il pm di Mani Pulite, non è una domanda legittima, ma diffamazione, puro fango. I racconti di Ciancimino jr invece sono tutt’altro che fango, rivelazioni, anche se nessuno riesce a provare che siano più che chiacchiere. 

È il metodo Travaglio-Santoro, per cui si diventa mafiosi per aver intrattenuto rapporti con un tale accusato di mafia 20 anni dopo, ma si rimane perfettamente candidi pur avendo cenato con un tale arrestato per mafia nove giorni dopo. Il primo tale si chiama Nino Mandalà, e il suo conoscente Renato Schifani. In mezzo, tra la conoscenza e l’accusa, una ventina di anni, solo un breve lasso di tempo che autorizza perfettamente il cronista che la sa lunga a spruzzare un po’ di mafiosità sul presidente del Senato. Lo stesso ragionamento, tuttavia, non vale se il secondo tale si chiama Bruno Contrada e il suo conoscente Antonio Di Pietro, evidentemente dotato di salvacondotto morale a prescindere dalle frequentazioni e dai banchetti. 

Il metodo Travaglio/Annozero, ditta di famiglia specializzata in processi tv, è che il «non poteva non sapere» vale come sacrosanto argomento contro i nemici, ma il «non poteva non sapere» è solo cialtroneria da venditori di fumo se trattasi del caso Di Pietro, commensale di ex agenti segreti poi arrestati, capi del Sisde poi arrestati, agenti dell’intelligence americana ovviamente mai visti e sentiti, se non quella volta, proprio quella volta della foto riemersa dopo 17 anni. Uno e bino, a seconda dei casi. 

C’è il Travaglio che da Santoro racconta il legittimo impedimento come un blitz criminale ma riconosce come perfettamente legittimo l’impedimento di Tonino a spiegare quella cena con Contrada, superpoliziotto già molto chiacchierato ben prima dell’antipasto, almeno da qualche mese, se non da qualche anno, se è vero - come ha raccontato il fratello di Paolo Borsellino - che il giudice ucciso dalla mafia diceva di Contrada: «Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire». 

Nessuna traccia però dell’acume investigativo di Travaglio, né ieri ad Annozero né ieri sul Fatto, di quell’istinto da segugio che gli aveva fatto dire, in onda da Fabio Fazio, che un cronista ha il dovere di «chiedere semplicemente alla seconda carica dello Stato (Schifani, ndr) di spiegare i rapporti con quei signori che sono poi stati condannati per mafia». Nessuna traccia di questa domanda a Di Pietro, perché lui invece era solamente a cena «con degli incensurati», che sarebbero rimasti tali ancora per poco, però.

C’è insomma il rischio che quello di Travaglio non sia «giornalismo d’informazione ma, come nella peggiore tradizione italiana, scaltra informazione che veste i panni del neutrale watchdog per nascondere la sua partigianeria. È un metodo di lavoro che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde». È la diagnosi che gli fece un giornalista non certo tacciabile di berlusconismo, Giuseppe D’Avanzo di Repubblica, quello delle 10 domande su Noemi.

Una fonte attendibile per giudicare il travaglismo, dunque. D’Avanzo e Travaglio si sono scannati su una vecchia storia che ora casca a fagiolo. È la storia della vacanza siciliana di Travaglio e del rapporto con un sottufficiale della Gdf, Giuseppe Ciuro, all’epoca incensurato, più tardi però condannato a quattro anni e mezzo di galera per aver rivelato segreti d’ufficio utili a favorire la latitanza di Bernardo Provenzano. Applicando il «metodo Travaglio», Travaglio sarebbe accusabile di aver frequentato mafiosi. Se ci fosse un Travaglio che raccontasse Travaglio.



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Valettopoli bis, spuntano i nomi dei vip Il sindacalista, la ministra e il direttore

di Luca Fazzo

Per il settimanale Oggi l’inchiesta prosegue: "Si indaga su un alto rappresentante di una sigla nazionale, su una ministra del governo in carica immortalata con un imprenditore, su un direttore di tg paparazato durante una scappatella". E poi gli scatti sui calciatori di serie A a trans in via Gradoli





Milano - Nel tritacarne di Vallettopoli-bis, l’ombra del fotoricatto non risparmia nessuno. Le ultime indiscrezioni, in un’inchiesta che giorno dopo giorno è stata sempre più blindata dalla Procura di Milano, chiamano in causa un ministro, un sindacalista di spicco, calciatori di serie A in processione nelle stanze di via Gradoli a Roma: la stessa trappola, per intendersi, in cui è caduto l’ex presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. È il settimanale Oggi, nel numero da ieri in edicola, a rilanciare le voci sulle ultime vittime del sistema dei ricatti, delle trappole, delle foto ritirate dalla circolazione a botte di decine e centinaia di migliaia di euro.

Vano, come era forse prevedibile, si dimostra il tentativo della Procura di Milano di mettere la sordina all’inchiesta, per evitare di trasformare questa vicenda in un remake di quella gestita a Potenza dal pm Henry Woodcock. «Non permetteremo ad agenti e paparazzi di dettarci i tempi e i contenuti dell’indagine», avevano annunciato i vertici della Procura dopo i clamori dei primi giorni, quando raffiche di nomi eccellenti avevano iniziato a piovere sulle pagine dei giornali.

In testa alle preoccupazioni del procuratore Manlio Minale c’era la necessità di evitare la gogna mediatica ai ricattati. Da quel momento in poi gli interrogatori hanno iniziato a tenersi lontani dagli sguardi dei cronisti, fuori dal palazzo di giustizia, in una piccola stazione dei carabinieri. Ma - dopo qualche giorno di pace - il valzer delle indiscrezioni riparte in grande stile.

A lanciarle è Oggi, lo stesso settimanale che - pubblicando le foto di Lapo Elkann e della sua Ferrari gialla sotto un palazzo milanese abitato anche da transessuali - aveva gettato benzina sul fuoco dei primi giorni. E ora il magazine della Rcs rilancia. Nel suo servizio, Oggi dà conto di una serie di voci che circolerebbero negli ambienti dei paparazzi romani: voci e null’altro, e senza nessun indizio diretto che le colleghi all’indagine condotta a Milano dal pm Frank Di Maio. Solo in un caso, il servizio del settimanale parla esplicitamente di un nuovo personaggio finito nell’indagine milanese, ed è oggettivamente una rivelazione sensazionale: perché catapulta nell’inchiesta l’unica categoria «eccellente» rimasta fuori da questa e dalle precedenti puntate degli scandali a base di trappole, foto e ricatti, cioè il sindacato. Oggi afferma che «nei fascicoli di Di Maio ci sarebbe un sindacalista di livello nazionale».

Il nome non viene fatto, ma è chiaro come la rosa dei «papabili» si sfogli sulle dita di una mano, perché ai vertici di Cgil Cisl e Uil non sono molti i volti così noti da risultare appetibili per una paparazzata. E questo non fa che aumentare ulteriormente il potenziale dello scoop, se venisse davvero confermato. Anche perché ci si domanderebbe con quali risorse un dirigente sindacale pagato meno di quattromila euro al mese avrebbe affrontato le richieste esorbitanti che in questo circuito venivano fatte per fare sparire le immagini dal circuito.
Improbabile che dalla Procura milanese arrivino oggi conferme o smentite. 

E così anche l’identità del misterioso leader sindacale rimane a bagnomaria insieme ai tanti identikit più o meno precisi circolati nelle settimane scorse. Oggi fa un campionario anche delle altre voci in circolazione, quelle raccolte non ai margini dell’indagine milanese ma nel milieu dei fotografi della Capitale. Sono queste voci ad affermare che in via Gradoli, negli appartamenti dove esercitava Brenda - la trans del caso Marrazzo morta in circostanze oscure - suonavano al citofono anche calciatori di serie 

A, immortalati dai teleobiettivi; che una serie di scatti riguarderebbe una ministra dell’attuale governo in compagnia di un noto imprenditore; che un direttore di tg sarebbe stato colto nel corso di una scappatella; che una «divorzianda famosa» sarebbe stata immortalata durante una «romantica vacanza siciliana»; e che, last but not least, a restare vittima dei paparazzi sarebbe stato anche Stefano Ricucci, l’immobiliarista romano sotto inchiesta per l’affare Antonveneta, ex dell’attrice Anna Falchi.

Vero, non vero? Di sicuro basta che ieri pomeriggio Dagospia spari nell’iperspazio di Internet il reportage di Oggi perché il circuito infernale delle voci, che si inseguono e si autoalimentano, riparta a pieno regime. Con buona pace dei nobili tentativi di non trasformare l’inchiesta milanese in un ennesimo red carpet dei famosi sotto ricatto.




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Panorama»: un milione sui conti della D’Addario

Corriere della Sera



Il settimanale: la Procura sospetta che i soldi siano il «premio» del ruolo recitato contro il premier



Il settimanale: la Procura sospetta che i soldi siano il «premio» del ruolo recitato contro il premier



Patrizia D’Addario

MILANO— «Un gruzzolo non lontano da 1 milione di euro che sarebbe affluito negli ultimi mesi» su un conto corrente in Italia riferibile a Patrizia D’Addario. È una delle rivelazioni sull’inchiesta che sarebbe stata aperta dalla Procura di Bari secondo Panorama. Nel numero in edicola venerdì, si spiega che «in Procura sospettano che tutti quei soldi possano essere il premio per il ruolo recitato in questi mesi, quello di nemica giurata del premier».

Il settimanale racconta come gli investigatori stiano cercando di capire la provenienza di quei soldi. È la seconda puntata del «complotto» contro Berlusconi, che il giornale già nel numero della scorsa settimana ha sostenuto per spiegare lo scandalo politico collegato alla notte passata dalla D’Addario a Palazzo Grazioli. La Procura di Bari aveva escluso l’esistenza di un’inchiesta per complotto.

Il nuovo articolo di Panorama ricostruisce la genesi della presunta inchiesta sulla escort e sostiene che la D’Addario è indagata, tra l’altro, con l’accusa di associazione per delinquere, un reato cornice che permette agli inquirenti di investigare ad ampio raggio. Il primo livello dell’inchiesta che ruota intorno all’affaire D’Addario si concluderà, secondo il settimanale, nei prossimi giorni. Gli investigatori, scrive il settimanale, non stanno indagando solo sulla «pupa», ma anche sui presunti «pupari».

05 febbraio 2010




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