martedì 2 febbraio 2010

Caro caffè alla buvette: al Senato la tazzina costa quasi come al bar

Quotidianonet

Il cambio di gestione del bar di palazzo Madama ha portato a un 'allineamento' dei prezzi: aumenti fino al 40%


Roma, 2 febbraio 2010

Uno dei privilegi parlamentari che hanno sempre colpito la fantasia dei cittadini sono i prezzi di favore nella ristorazione riservata agli eletti dal popolo. Ma i tempi cambiano e in seguito all’appalto che ha conferito a una nuova società, Gemeaz Cusin, la gestione della buvette (riservata a senatori, stampa e funzionari) e del bar per i dipendenti del Senato, il mese di febbraio ha portato una brutta sorpresa ai frequentatori del Palazzo.

 I prezzi sono aumentati fino al 40%: e il prodotto di maggiore consumo per qualunque bar, il caffè, è passato da 50 a 70 centesimi, un livello quasi allineato a quello di un normale bar di Roma.

Aumenti anche per i prodotti
della ristorazione vera e propria, dalla colazione al pranzo: ma solo per quelli serviti al bar e alla buvette. Al ristorante per i senatori e nella mensa riservata ai dipendenti e ai collaboratori parlamentari i prezzi, leggermente diversi da quelli di un normale ristorante, restano invariati.



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Centenaria disabile sfrattata da casa Chiede aiuto su YouTube

Corriere della Sera


La signora Cesira, 101 anni, è costretta a letto, con lo sfratto il 16 febbraio. Dal Campidoglio: avrà una casa


ROMA - La signora Cesira, romana, arrivata alla tenera età di 101 anni, che compirà a maggio, è costretta a letto da una disabilità e il 16 febbraio suoneranno alla sua porta gli ufficiali giudiziari per farle lasciare l'abitazione perché c'è pendente uno sfratto esecutivo per finita locazione. Da tempo l'anziana ha chiesto l'assegnazione di un alloggio popolare - vive della pensione sociale.

LA RICHIESTA D'AIUTO SUL WEB - Il suo Sos l'ha affidato a Youtube da dove, con un reportage di Marco Petruzzelli, racconta la sua odissea e chiede aiuto. A prendere a cuore la situazione della signora Cesira che si aspettava «almeno un augurio dal Campidoglio» racconta la figlia, anche uno studio legale della Capitale. Gli avvocati Vanessa Pollicelli, Laura Curzi e Pierluigi Rossi hanno già presentato una istanza di proroga dello sfratto al giudice «nella speranza - spiegano - che nel frattempo il comune di Roma trovi una soluzione.

Il motivo per il quale la centenaria nonnina non avrebbe diritto ad un alloggio è paradossale, non è ancora senza un tetto». L'abitazione nella quale vive l'anziana era fino al 2007 di un Ente che l'ha venduta e il privato che è subentrato pretende di averla a disposizione. Nonostante la signora avesse già nel 2007 beneficiato della proroga dello sfratto tra pochi giorni potrebbe trovarsi su una strada. Di qui la richiesta di aiuto anche attraverso il web.

Video


LA RISPOSTA DEL CAMPIDOGLIO -Dopo la notizia uscita martedì mattina su tutti i giornali arriva la rassicurazione dal Comune di Roma: grazie al decreto milleproroghe prima e all'approvazione del piano casa capitolino poi, l'anziana, non resterà senza casa. Dal Campidoglio spiegano che se il decreto governativo, che prevede la proroga degli sfratti, consentirà alla signora di restare nella casa in cui vive fino a fine anno, successivamente «la signora, rientrando nelle categorie protette, dopo richiesta formale otterrà una delle 170 case che il Comune sta per acquistare all'interno del piano casa». «Roma fa il suo dovere - ha commentato il sindaco Gianni Alemanno - e difende anche una famiglia che ha dimostrato un profondo amore nei confronti di un'anziana che ha preferito tenere in casa».

Redazione Online
02 febbraio 2010






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Le Iene convincono Crisafulli "Ora Salvatore vuole vivere"

Quotidianonet


Il fratello: "Ci hanno promesso che avrà tutta l'assistenza di cui ha bisogno". L'operaio è completamente paralizzato dal 2003. Tutto era pronto per il 'viaggio della morte' in Belgio





Roma, 2 febbraio 2010

Salvatore Crisafulli ha cambiato idea “ora vuole vivere”: lo dice al telefono ad Apcom il fratello Pietro Crisafulli che spiega come a convincere l’operaio, completamente paralizzato dopo un grave
incidente stradale nel 2003 e di cui da tempo i familiari denunciano l’abbandono da parte delle istituzione e del Snn, siano state le Iene, nella persona di Giulio Golia, come dimostra un video che andrà in onda domani sera su Italia Uno.

“Golia è stato qui in casa con Salvatore - spiega al telefono ad Apcom Pietro - tre giorni, è ancora qui, ed alla fine lo ha convinto, gli ha promesso tutta l’assistenza di cui ha bisogno e
Salvatore ha così cambiato idea, ora vuole vivere, gli è tornata la voglia di vivere. Muovendo gli occhi ha ‘detto’ di non voler più morire. Tutta la famiglia è sollevata”.

E così, laddove a nulla sono servite le promesse delle istituzioni, tanto che ancora stamattina Pietro confermava il viaggio in Belgio per l’eutanasia, e tutto era pronto per la dolce morte, sono riuscite le Iene, un giornalista che è stato con Salvatore e ha parlato con lui per tre giorni.


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Francia, al via processo sullo schianto del Concorde

La Stampa

Il velivolo precipitò su un hotel nel luglio del 2000 provocando 113 morti



PARIGI


Si apre oggi a Pontoise, cittadina dell'Ile-de-France, il processo che dovrà stabilire le responsabilità dell’incidente avvenuto il 25 luglio del 2000 in cui un Concorde appena partito dall'aeroporto parigino di Roissy e diretto a New York prese fuoco e precipitò sull'hotel Hotelissimo.

Nell'incidente morirono 113 persone - 109 tra turisti tedeschi e personale francese AirFrance e 4 persone dell'hotel- e la tragedia fece sì che la carriera del Concorde terminasse: sul banco degli imputati due ingegneri dell'Aviazione civile ora in pensione, due tecnici della compagnia aerea americana Continental Airlines e la compagnia aerea stessa, accusati di omicidio colposo.

La Procura presenterà la versione fin qui difesa dalla commissione di inchiesta ufficiale, ovvero che la causa «esterna» dell’incidente va ricercata in un pezzo di metallo - il cui montaggio non era stato autorizzato dall’ente federale per l’aviazione civile statunitense - staccatosi dalla fusoliera di un Dc-10 della Continental, decollato immediatamente prima del supersonico. Secondo tale ricostruzione, il frammento di titanio avrebbe infatti provocato lo scoppio di uno penumatico del Concorde, i cui detriti avrebbero colpito il serbatoio di carburante alloggiato nell’ala sinistra innescando un incendio.

Dato che l’apparecchio aveva però già superato la V1 (il punto di non ritorno oltre il quale è necessario lasciare la pista) il comandante cercò di effettuare ugualmente il decollo: la successiva perdita di potenza dei motori fece sì che il supersonico si schiantasse poco dopo contro l'hotel.

La Continental sostiene invece che l’incendio si sarebbe sviluppato prima che il Concorde colpisse il frammento metallico; la commissione di inchiesta ha però anche accertato che la debolezza strutturale del deposito di combustibile in caso di impatti multipli - definita non un «vizio di progettazione» ma un difetto e quindi fonte di potenziali rischi - era nota fin dal 1979 ai responsabili del progetto del supersonico, tre dei quali sono stati quindi citati in giudizio.

Le udienze termineranno il 28 maggio.



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Sigilli" alle concessionarie Fiat Blitz di CasaPound in tutta Italia

Quotidianonet


Da Torino a Palermo un centinaio di rivenditori hanno trovato i sigilli con il nastro bianco e rosso. "Un’azione non violenta - sottolinea il centro sociale della destra nella rivendicazione - un gesto simbolico ma dal sapore fortemente provocatorio”:




Roma, 2 febbraio 2010

Blitz di CasaPound Italia contro la Fiat: messi simbolici ‘sigilli’ in centinaia di concessionarie in tutta Italia, ingressi nastrati e cartelli eloquenti, come ‘Odia l’Italia, prima fallisce meglio è’.

CasaPound Italia rivendica il blitz messo a segno nella notte dai membri del centro sociale di estrema destra, con sede storica a Roma all’Esquilino: stamattina un centinaio di concessionarie della casa automobilistica in oltre 40 città italiane, da Torino a Palermo, sono state trovate ‘sigillate’ con il nastro bianco e rosso, a ricordare una ‘scena del crimine’, e circondate di striscioni con la scritta ‘Fiat odia l’Italia’.

"Un’azione non violenta - sottolineano nella rivendicazione - un gesto simbolico ma dal sapore fortemente provocatorio”: e ‘Prima fallisce, meglio è. Per tutti’, è lo slogan che si legge sui volantini lasciati davanti a tutti i punti vendita ‘colpiti’. O ancora: ‘Salviamo i lavoratori e la produzione italiana, non la dirigenza Fiat, incapaci avventurieri che amano il profitto e non l’Italia’.

Casapound chiede così lo stop agli incentivi “per auto prodotte all’estero sfruttando lavoratori stranieri sottopagati” e chiede “incentivi solo per auto prodotte in Italia”; riguardo agli stabilimenti di Pomigliano d’Arco e Termini Imerese, propone che siano “sequestrati, nazionalizzati e affidati a Finmeccanica e Fincantieri”.

La Fiat vive di aiuti pubblici e, nonostante cio’, ha tradito il nostro paese e la nostra gente - spiega CasaPound Italia - vuole incentivi e soldi dallo Stato, ma poi licenzia e chiude le fabbriche nel nostro Paese per portare la produzione all’estero. Lasciamola fallire e con i soldi che non ‘ruberà’ piu’ avvieremo una nuova e sana industria automobilistica”.

A Torino - sottolinea Casapound - a essere messe simbolicamente ‘sotto sequestro’ sono state le fabbriche e i luoghi di riferimento della casa automobilistica in corso Agnelli e via Nizza, mentre a Palermo CasaPound Italia ha ‘colpito’ le concessionarie della Fiat a via Imperatore Federico, via Tasca Lanza e via Aspromonte e a Napoli i ‘sigilli’ sono stati posti allo stabilimento di Pomigliano d’Arco.
A Milano i 'sigilli' sono stati trovati al sito industriale di Arese, e alle concessionarie della casa automobilistica in via Bisceglie, via Novara, via Arona, via Grassi, via Grosio, viale Monza a Milano e quella di Melzo

Tra gli altri punti vendita finiti ‘nel mirino’ di Cpi quelli di Corso Perrone, Via Piave e Lungo Bisagno d’Istria a Genova, quelli di via Po e M.E. Lepido a Bologna, quelli di via Beniamino Disraeli, via Renato Cartesio e Guido Meucci a Reggio Emilia, quelli di via IX Strada e di via Venezia a Padova. Altri sigilli a Fermignano (Pesaro Urbino), alla concessionaria della zona industriale di Campolungo ad Ascoli Piceno, quella di Piediripa a Macerata, e quella in via Unità d’Italia a Surbo (nell’area commerciale sulla SS Lecce-Brindisi).

Sigilli anche alle concessionarie della casa automobilistica di Porta al Prato a Firenze, in via dei Romagnoli ad Ostia e in via Arsiero a Fiumicino, al punto vendita di Via della Vittoria a Lamezia Terme e a quello in Via Lucrezia della Valle a Catanzaro.

A Roma una cinquantina di militanti di CasaPound Italia I manifestanti si sono presentati all’apertura del punto vendita ‘Fiat Center’ di viale Manzoni, una delle concessionarie piu’ grandi della capitale, con bandiere di Cpi e striscioni con su scritto ‘Fiat odia l’Italia’, e, entrati nella concessionaria, hanno spiegato di voler mettere in atto un’occupazione simbolica e sono saliti sul tetto dello stabile. La questura di Roma conferma che i militanti sono sul tetto della concessionaria, gli agenti sono sul posto ma avvertono che al momento tutto si sta svolgendo pacificamente.

LA FIOM

‘’E’ chiaro che si tratta di una iniziativa volta esclusivamente a farsi propaganda. Non c’entra niente con le lotte dei lavoratori Fiat. Casapound cerca solo di farsi pubblicita’. Confondono le acque, le loro finalita’ sono lontanissime da quelle dei lavoratori’’. Cosi’, a CNRmedia il segretario generale della Fiom, Gianni Rinaldini, ha commentato il boicottaggio delle concessionarie Fiat operato da Casapound, che nella notte hanno posto i sigilli ai punti vendita del Lingotto in 40 citta’ italiane.




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Rinviata l'asta dei diari di Josef Mengele

Corriere della Sera

Nel documento, forse trovato dalla polizia brasiliana, il "dottor morte" si compiace di aver salvato una mucca


WASHINGTON - La controversa vendita all'asta negli Usa del diario del medico nazista Josef Mengele, responsabile di atroci esperimenti sui detenuti del campo di concentramento di Auschwitz, è stata rinviata a data non precisata. Il documento doveva essere venduto al miglior offerente nel Connecticut dalla casa d'aste Alexander Autographs, specializzata in documenti storici, ma l'evento è stato annullato per ragioni non precisate. Il prezzo iniziale era di 60mila dollari.

ORIGINE MISTERIOSA - Mengele, ritenuto responsabile della morte di oltre 400 mila persone, era riuscito a fuggire dopo la guerra in Brasile, dove è morto annegato il 7 febbraio 1979, probabilmente per un infarto, mentre faceva il bagno in mare. Sono tristemente passati alla storia i suoi esperimenti, senza anestetico, su bambini e gemelli. Dal 1960, quando aveva 49 anni, ha riempito un quaderno di 180 pagine con osservazioni e pensieri su tanti argomenti: letteratura, arte, religione, storia della Germania. Rilievo particolare nel diario, ereditato da alcuni familiari dell'aguzzino nazista soprannominato "L'angelo della morte", assumono le riflessioni su alcuni dei temi che ossessionavano Mengele: la selezione naturale, l'eugenetica. Ma anche la passione per il romanzo di Boris Pasternak «Il dottor Zivago». I responsabili dell'asta si sono rifiutati di rivelare il nome del proprietario del diario confermando solo che si tratta di persone vicine alla famiglia di Mengele. Secondo il Telegraph i documenti sono stati scoperti recentemente in alcuni file dalla polizia brasiliana.

SALVATA UNA MUCCA - Dal diario emerge che Mengele era un grande ammiratore dell'arte italiana: musica, pittura, scultura, architettura. La «nemica» Inghilterra viene citata per il teatro e le scienze (dove l'Italia risulta terza dietro alla Germania). Da alcuni brani del diario pubblicati dal quotidiano tedesco Bild, emerge la barbarie di un uomo pronto a salvare la vita a una mucca dopo aver mandato a morte almeno 400mila persone ad Auschwitz. «Ieri una mucca era rimasta imprigionata nel fango - racconta Mengele - ed è stato abbastanza difficile tirarla fuori. Le ho dato da mangiare e da bere». Il medico racconta anche del piacere di aver visto una scimmia nella foresta. Nelle sue memorie del dopoguerra, il "dottor morte" non smentisce le inclinazioni razziste, per esempio quando suggerisce la necessità di «sterilizzare le donne con geni imperfetti» e di «sterminare ogni essere inferiore».

Redazione online
02 febbraio 2010



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Ciancimino: «Provenzano "diede" Riina ai carabinieri in cambio dell'impunità»

Corriere della Sera

Dopo la strage proseguì la trattativa Stato-mafia.
L'ex sindaco di Palermo voleva «garanzie» da Violante


PALERMO - Vito Ciancimino «diede indicazioni per la cattura di Totò Riina e convinse Bernardo Provenzano. Non fu facile, Provenzano non amava il tardimento». È il racconto di Massimo Ciancimino, figlio dell'ex sindaco di Palermo, nell'aula bunker del carcere Ucciardone nella seconda giornata di deposizione al processo contro il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano.

VIA D'AMELIO - Ciancimino si sentiva indirettamente responsabile della strage di via D'Amelio, in cui morirono Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, ha raccontato Massimo. «Mi trovavo a Roma, quando appresi dalla tv della strage. Mio padre si sentiva, anche se indirettamente, responsabile dell'ennesima strage. "Se questo è capitatato è anche colpa nostra", mi disse», ha deposto Massimo Ciancimino.

LA TRATTATIVA - Dopo la strage di via D'Amelio sarebbe ripresa la «trattativa» tra lo Stato e Cosa nostra, ha proseguito Massimo Ciancimino nella sua deposizione. «Mio padre mi disse che, per riuscire a catturare Riina, i carabinieri avevano bisogno di Provenzano. Nel momento in cui si percepisce la ferocia di Cosa nostra, mio padre reputa interrotto qualsiasi tipo di rapporto con Riina. Ma intorno al 22 agosto mi dice di riprendere i contatti con i carabinieri. L'incontro avviene nel suo appartamento di Roma tra il 25 e il 26 agosto, e ho un documento che ne prova il riscontro. Cambia totalmente l'oggetto del dialogo rispetto alla prima trattativa», ricorda Ciancimino jr. «In quel caso era una proposta iniziale delle istituzioni di possibili benefici verso i familiari e un atteggiamento più morbido verso i latitanti. La seconda fase è più operativa: dalla resa dei latitanti si passa alla volontà di catturare Riina. I carabinieri non ipotizzarono nemmeno la cattura di Provenzano, perché sapevano che grazie a lui sarebbero arrivati all'arresto di Riina. E per potere giungere a Riina avevano bisogno di mio padre».

TRADIMENTO - Vito Ciancimino discusse dell'arresto di Riina in diversi incontri tra agosto e novembre 1992 sia con Provenzano, sia con i carabinieri e con l'agente dei servizi segreti, finora mai identificato e dal teste indicato come Franco. «Portai io stesso le indicazioni per alcuni di questi incontri tra il 21 e il 25 luglio, dopo la strage di via D'Amelio», ha affermato Massimo Ciancimino. «In cambio del suo contributo per la cattura di Riina, Provenzano ottenne una sorta di impunità. Mio padre spiegò ai carabinieri che l'unica persona che poteva imprimere una rotta nuova alla strategia di Cosa nostra e far cessare le stragi era Provenzano e per questo doveva rimanere libero», ha detto Massimo Ciancimino. I carabinieri, secondo il suo racconto, avrebbero fatto avere a Vito Ciancimino «due tuboni gialli con documenti A3 contenenti le mappe di Palermo, tabulati telefonici, liste delle utenze di acqua, luce e gas». I documenti, ridotti a una zona più ristretta, sarebbero stati poi dati da Massimo Ciancimino a Bernardo Provenzano che li avrebbe restituiti con un cerchio su una zona tra il Motel Agip e via Pacinotti. È in quell'area che si trova via Bernini, dove Riina viveva in una villa assieme alla famiglia e dove fu arrestato dai carabinieri il 15 gennaio 1993. Il 19 dicembre 1992 Vito Ciancimino fu arrestato. «Mi chiamò dal carcere», ha detto Massimo Ciancimino. «Con lui c'era De Donno. Mi disse di consegnare le carte a De Donno. I carabinieri sapevano che le indicazioni per l'arresto di Riina arrivavano da Provenzano, ma Riina non doveva cogliere il senso del tradimento».

GARANZIE DA VIOLANTE - Garazie da parte di Luciano Violante, all'epoca presidente della Commissione nazionale antimafia. Sarebbe stata questa la condizione posta da Vito Ciancimino ai carabinieri. In cambio del suo ruolo di intermediario nella trattativa tra Stato e mafia, l'ex sindaco chiedeva una garanzia per la tutela del suo patrimonio finito sotto sequestro. «Chiese espressamente la garanzia di Violante per avere benefici nei processi in corso e nelle misure di prevenzione», ha aggiunto Massimo Ciancimino. «Violante, essendo vicino ai giudici, in qualche modo poteva garantirgli la salvezza del patrimonio». Il capitano De Donno, che secondo la procura trattava con Ciancimino insieme all'allora capo del Ros, Mario Mori, «disse che si sarebbe attivato», aggiunge Ciancimino jr., «e mi preannunciò l'uscita di un articolo su Panorama» su una perizia del professore Pietro Di Miceli sulle condizioni di salute dell'ex sindaco, che nel frattempo tentò anche di avvicinare i magistrati della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo.

OSCURATO SITO ANTIMAFIA - Il sito internet della testata AntimafiaDuemila è stato oscurato per un attacco di hacker dalle 23 del 31 gennaio fino a lunedì sera, proprio in corrispondenza dell'annunciata diretta streaming della deposizione di Ciancimino jr., hanno denunciato i responsabili della testata.

Redazione online
02 febbraio 2010







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Feltri-Boffo, pranzo di «chiarimento»

Corriere della Sera

Incontro con l'ex direttore di «Avvenire» che si dimise dopo la campagna del «Giornale»

MILANO— Qualcuno li ha riconosciuti subito, come Stefania Craxi: «Ma che ci fate qui? Avete fatto la pace?». Qualcun altro, come Filippo Penati, candidato del Pd alla presidenza della Lombardia, se ne è accorto solo dopo, quando è stato presentato all'interlocutore. Non nascondendo meraviglia e un po' di stupore. Perchè il trio di commensali che ieri ha pranzato da Berti, ristorante milanese a due passi dalla sede della Regione Lombardia, era davvero insolito. Da una parte il direttore del Giornale, Vittorio Feltri e il suo giornalista di fiducia, e deputato pdl, Renato Farina, dall'altra l'ex direttore di Avvenire, Dino Boffo costretto alle dimissioni proprio dalla campagna di stampa del quotidiano di Paolo Berlusconi.

Nessuno dei commensali rilascia dichiarazioni. Né Feltri, né Boffo. Ma sono in molti a pensare che sia stato un incontro di chiarimento. Per far luce sui tanti punti oscuri della vicenda. A partire da come sia finita sul tavolo del direttore del Giornale la «velina» che accompagnava il decreto penale di condanna e poi rivelatasi fasulla. Proprio l'altro giorno, Feltri in un'intervista al Foglio di Giuliano Ferrara ha ricostruito le fasi che lo hanno portato a pubblicare il dossier su quello che ormai è l’ex direttore di Avvenire. «Una personalità della Chiesa di cui ci si deve fidare istituzionalmente mi ha contattato e fatto avere la fotocopia del casello giudiziale dove veniva riportata la condanna a Boffo e, assieme, una nota informativa che aggiungeva particolari sulla notizia». Feltri non svela il nome della fonte ma insiste su un punto: era qualcuno di cui ci si doveva «istituzionalmente fidare» perchè «non si poteva dubitare di lei».

Una rivelazione che ha portato molti giornali a individuare negli ambienti vaticani la mano che ha «recapitato» la velina sul tavolo di Feltri. Ma il direttore del Giornale si limita alla ricostruzione. «Il suo emissario, arrivò da me per portarmi la fotocopia, poi mi lasciò un foglietto che era un riassunto degli atti processuali, almeno così mi fu detto. In questa velina era scritto che chi aveva fatto questa molestia era un omosessuale». Che Boffo non «risulta implicato in vicende omosessuali» lo avrebbe appurato più tardi, con la pubblicazione degli atti fino ad allora secretati e la segnalazione dell'avvocato dell'ormai ex direttore. A cui seguì una laconica lettera di scuse sul Giornale. Ieri, i due si sono incontrati per la prima volta dopo la bufera dei mesi scorsi. Il pranzo è durato poco più di un'ora. E non poteva passare inosservato. Per un semplicissimo motivo. Berti è frequentato da politici di tutti gli schieramenti. Anche la scelta del tavolino subito dopo l’ingresso, sulla destra. Neanche la «prudenza» di chiedere la saletta riservata. Non era top secret. In molti hanno riconosciuto Feltri e sono andati a salutarlo. Come gli assessori regionali Massimo Buscemi e Mario Scotti. E la notizia è apparsa subito su Dagospia.

Maurizio Giannattasio
02 febbraio 2010








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Le Figaro: «Dipendenti pubblici in Sicilia? Che felicità»

Corriere della Sera 


Il quotidiano francese: «Stipendi aumentati del 38% mentre il governo aveva imposto la crescita zero»


PARIGI - «Stipendi record, boom degli effettivi, balletto di dirigenti a spese del contribuente: la regione siciliana ha uno strano modo di interpretare la crisi nella gestione dei propri funzionari»: lo si legge in un commento in prima pagina del quotidiano francese Le Figaro. «Fra il 2004 e il 2008, secondo l'ultimo rapporto della Corte dei Conti - prosegue il giornale - gli stipendi sono aumentati del 38% mentre il governo aveva imposto la crescita zero nelle remunerazioni del settore pubblico. Questi stipendi raggiungono in media 42,756 euro all'anno, cioè più del 40% di quello che guadagna un dipendente di ministero».

LE ACCUSE - Dopo aver illustrato l'aumento degli effettivi nella Regione, Le Figaro scrive che «nel corso del solo 2009, l'attuale governatore Raffaele Lombardo ha proceduto a due ondate successive di assunzioni di una ventina di dirigenti, pagati ognuno 150.000 euro l'anno, senza contare la macchina di servizio con autista. Tuttavia è al suo predecessore Salvatore Cuffaro, oggi accusato di connivenza con la mafia, che va soprattutto la censura dei magistrati. Gli ci sono voluti otto anni per far applicare la riforma che adegua le pensioni ai versamenti e non agli stipendi. Per sua fortuna, la Sicilia, regione a statuto autonomo, non deve rendere conti a Roma». (fonte: Ansa)



02 febbraio 2010




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Il nuovo Schumi: niente autografi ai bimbi ferraristi

di Benny Casadei Lucchi

L’ex re di Maranello snobba tutti e fa uno sgarbo a un piccolo fan.

Nei primi test è già in forma mondiale: "Mi sento un ragazzo". 

La nuova Rossa: 408 km senza intoppi



nostro inviato a Valencia

Alvaro ha otto anni e da un'ora e mezza se ne sta immobile davanti al maniero di Schumacher. Cappellino rosso della Rossa, camicione rampante della Ferrari, indossa roba larga e datata, frutto di un tifo che si tramanda di padre in figlio. Papà lo controlla a vista, «Alvaro, mettiti il giaccone». consiglia. I due tifosi dell'ex ferrarista non mollano la posizione mentre si apre, lenta, la porta del maniero. Come un suono di trombe, una salva di ohh ammirati si propaga tra i curiosi al centro del paddock valenciano dove Micael - da leggersi rigorosamente alla tedesca - ha posteggiato il suo fortino: un grigio mega caravan roulotte lungo 15 metri preso in prestito dal fratello Ralf. Quando l'enormità teutonica spalanca la porta e finalmente, in tuta, scende e si avvicina, Alvaro porge il foglio all'idolo e l'idolo lo scosta e va altrove.

ignore e signori, Micael Schumacher è più in forma che mai. Dolce Ferrari, occhio, perché questo qui non vede e ricorda nessuno e vuole asfaltare tutto e tutti, dall'età che avanza al rosso del passato, compresi i tifosi che furono e non dovranno più essere. Persino il futuro vuole asfaltare: per cementarlo e fermarlo e inciderci sopra Schumi titolo numero 8, missione compiuta. Il maniero Schumacher inquieta come il suo Principe. Pare una fortezza eretta nella notte nel cuore della F1. Gli altri piloti vanno e vengono dall'hotel e al massimo si riposano in piccole stanze dentro le hospitality. Micael no. In fondo sta anche in questo la sua grandezza fatta di meticolosità e amore della perfezione. Davanti al maniero, appesa al motorhome Mercedes, c'è la scala che porta nella stanzetta del suo compagno, Nico Rosberg, che da giorni va dicendo «incredibile quanto lui sia concentrato, parla solo di F1 anche a pranzo».

Nico non sa, ingenuo, che dovrebbe copiare e fotocopiare e mandare a mente. Non sa che l'immensità motoristica è giunta domenica sera con il proprio jet privato in compagnia solo della fidata addetta stampa e del fisioterapista. Non sa che l'immensità motoristica ha preso un taxi Mercedes fino al circuito, le chiavi del maniero e si è subito rifugiata nel fortino. Non sa che il suo credo è ottimizzare, che non c'è spazio per perdite di tempo, svaghi, distrazioni, niente di niente. E la giornata di ieri parla per lui. Alle 8 un tè e di corsa, ancora assonnato, alla presentazione fotografica in pit lane della Mercedes. Cento metri in tutto. Quindi di nuovo chiuso e protetto nel fortino. Fino alle 10, quando noterà il rombo della sua ex Ferrari, quando il suo ex allievo Massa darà il segnale per entrare in pista.
Solo allora Micael deciderà di mischiarsi per qualche istante con il popolo assiepato attorno al maniero. Lo farà per correre nel box Mercedes giusto in tempo per affacciarsi al muretto e guardare la sua ex Rossa sfrecciargli davanti. Poi, in attesa che il compagno Rosberg finisca la prima parte di prove, Schumi scomparirà di nuovo nel castello al centro del paddock. Qualcuno domanderà: forse sta studiando le telemetrie di Rosberg? Macché, «si sta facendo una pastasciutta, lo fa per rilassarsi».

La pastasciutta. È questo l'unico pezzo d'Italia che gli è rimasto addosso. Alvaro lo capirà a proprie spese poche ore dopo, quando alle 15 Schumi lo schiverà per andarsi a immergere in quel mondo che ama in pista e non sopporta appena spegne il motore. Quel mondo che a fine test gli farà dire «è stato un giorno perfetto, tutto mi riesce in modo naturale e mi sento un ragazzo come nel '91, quando debuttai e percorrendo il mio primo giro pensai che, wow!, le F1 sono davvero veloci». Quel mondo dove, cantava Ruggeri, un dettaglio può uccidere una poesia. Già. La poesia di un bambino che aveva un idolo e non l'ha più. «Però fa niente, magari con Alonso sarà diverso».





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Il Pd garantista a senso unico I loro inquisiti diventano eroi

di Redazione


La legge del moralismo strabico funziona così. È semplice semplice. De Luca sì, Cosentino no. Delbono buono, la Moratti cattiva. Marrazzo, Vendola, Bassolino, Loiero tutti più o meno da capire, giustificare, perdonare. Gli altri, a destra, tutti alla sbarra, tutti al rogo. Il vecchio Lenin, che di comunisti se ne intendeva, direbbe che la doppia morale è la malattia senile della sinistra italiana. Due pesi e due misure. I panni sporchi sono sempre quelli degli altri.

Se Vincenzo De Luca è indagato per reati contro la pubblica amministrazione, visto che è di sinistra, bisogna applicare tutte le cautele del garantismo, quasi considerarlo un perseguitato. Se, invece, ad essere indagato è un candidato di centrodestra, allora serve una legge per metterlo fuori dal gioco.
Dov’è finito il senatore Ignazio Marino, quello che solo tre mesi fa, ai tempi delle primarie del Pd gridava: «Niente inquisisti nelle nostre liste»? Adesso sostiene De Luca.

E dove sono finiti tutti quei duecentocinquanta parlamentari che avevano votato compatti per chiedere le dimissioni del sottosegretario Cosentino? Sono tutti lì, sempre compatti, dietro il loro candidato. E Michele Santoro, il grande giustiziere catodico, manderà il suo inviato prediletto, Corrado Formigli, a collegarsi da una piazza di Salerno per raccontare le nefandezze del sindaco sceriffo? Li vedremo questa volta i baffoni di Sandro Ruotolo immersi nei verbali dei testimoni del processo contro De Luca? Illusioni. Un mese fa sermoni e j’accuse dei leader del Pd contro l’orribile sottosegretario Cosentino, quello che non si dimette, quello indecente, quello inquisito. Un mese dopo la realtà è capovolta.

Gli stessi leader, sempre quelli del Pd, incensano, plaudono, applaudono, santificano, perdonano il loro candidato, anche lui inquisito. Cosa cambia? Nulla. Solo il nome e il colore. Cosentino, Pdl, è un furfante. De Luca, Pd, è un benefattore. Tutto avviene senza un minimo di riflessione, uno straccio di giustificazione, un abbozzo di scuse. Così è (perché a loro pare).

Ai tempi di Enrico Berlinguer il segretario del Pci poteva dire in una storica intervista a Eugenio Scalfari: «I partiti sono diventati una macchina di potere, sono penetrati in tutti i gangli dello Stato». Oggi, se il segretario del Pci dovesse continuare il suo ragionamento, non potrebbe fare a meno di notare che è il Pd il partito più inquisito, più spregiudicato, più compromesso sul piano della questione morale. Potrebbe cominciare il suo viaggio a Genova, dove il candidato presidente alla Regione, Claudio Burlando, sorpreso dalla polizia contromano in autostrada, ha mostrato il suo tesserino da parlamentare, scaduto. Lei non sa chi sono io.

All’ombra della Lanterna troverebbe anche il portavoce del sindaco indagato in un’inchiesta, reo confesso, per i suoi rapporti spregiudicati con alcuni imprenditori. A Bologna, invece, incapperebbe in un altro sindaco, Flavio Delbono, che si fa dare un bancomat per l’amante da un imprenditore che faceva appalti con la Regione Emilia Romagna. Quando? Quando Delbono era il vice del presidente Errani. Ancora peggio a Roma, dove conoscerebbe un presidente della Regione Lazio dimissionario, Piero Marrazzo, che cercava di occultare e distruggere le prove di un ricatto.

In Puglia incontrerebbe cinque assessori dimissionati dal presidente Vendola per l’inchiesta sulla malasanità, e un vicepresidente (Sandro Frisullo) che si è dimesso dopo la notizia che un imprenditore gli pagava gli incontri con due prostitute. In Campania, tanto per non farsi mancare nulla, avrebbe a che fare con il presidente uscente, Antonio Bassolino, indagato per la sua gestione spensierata del ciclo di smaltimento dei rifiuti, mentre altri parlamentari e un assessore sono ancora sotto inchiesta tra Roma e la Campania per i rapporti con Alfredo Romeo, un imprenditore della manutenzione urbana. E alla fine del viaggio, in Calabria, troverebbe Agazio Loiero, che detiene un meraviglioso primato: guida la giunta più inquisita d’Italia. È la mappa dei panni sporchi, quelli che la sinistra non ha mai lavato. Solo che adesso puzzano.




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Di Pietro, Contrada e la cena del 1992

Corriere della Sera

Il tentativo di farle sparire, ne esistevano altre otto. L’ex pm: spy story che non esiste

ROMA - Alcune foto che era stato ordinato di distruggere inquietano Antonio Di Pietro. Sono quattro foto scattate il 15 dicembre del 1992 con il futuro leader di Italia dei valori seduto a tavola, durante una cena conviviale in una caserma dei carabinieri, fra alcuni ufficiali arruolati nei servizi segreti, uno 007 eccellente come Bruno Contrada e un altro James Bond vicino alla Cia, arrivato da Washington per una targa ricordo della famosa «Kroll Secret Service» all’ospite d’onore, appunto Di Pietro. Solo una cena. Niente di male, come ha già fatto sapere lo stesso Contrada attraverso il suo avvocato. Solo una occasionale e innocua chiacchierata prenatalizia fra amici e colleghi, fra investigatori e soltanto un magistrato. Una cena immortalata da una macchina fotografica senza pretese che salta fuori giusto per un ricordo, appena qualche scatto, dodici per l’esattezza, come si accerterà nove giorni dopo, quando tutti si preoccupano e a tutti fanno giurare di bruciare ogni copia.

Tante le telefonate incrociate quel maledetto giorno, il 24 dicembre del 1992. Il giorno dell’arresto di Bruno Contrada, allora numero 3 del Sisde, funzionario sotto mira dei colleghi di Paolo Borsellino sin dalla strage di via D’Amelio, cinque mesi prima. E scatta una gara a farle sparire. Ognuno assicura che lo farà. Forse per evitare di ritrovarsi un giorno davanti al funzionario mascariato dalle rivelazioni di alcuni pentiti come Gaspare Mutolo, scagliatosi in ottobre contro ‘u dutturi e contro Domenico Signorino, pm con Giuseppe Ayala al primo maxi processo. Un giudice antimafia nelle mani dei Riccobono, secondo i primi scoop. Seguiti dal suicidio di Signorino, il 3 dicembre. Un drammatico evento del quale non si può non parlare alla cena organizzata con i vertici dei Servizi nella caserma del comando Legione di via In Selci dal capo del reparto operativo dei carabinieri di Roma, Tommaso Vitagliano, allora colonnello, oggi generale di brigata. Ma le storiacce di mafia non sono l’unico argomento di conversazione perché quel 15 dicembre, a metà giornata, l’Ansa ha ufficializzato con un dispaccio l’avviso di garanzia contro Bettino Craxi per concorso in corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico ai partiti. È il provvedimento firmato con Saverio Borrelli e gli altri colleghi del pool di Milano proprio da Tonino Di Pietro la sera precedente, il 14. E, ventiquattro ore dopo, il giudice per il quale mezza Italia ormai tifa sta lì a tavola, Contrada seduto accanto a lui, l’agente americano pronto con la targa premio.

IL COLPO - Se la storia non fosse rimasta top secret per 17 anni forse qualche domanda, anche fra gli stessi sostenitori di Di Pietro, sarebbe stata posta prima. Avvertì Di Pietro di quelle curiose coincidenze i suoi colleghi? Se lo chiede anche chi adesso tira fuori le foto considerate tessere di un mosaico chiamato «Il ‘colpo’ allo Stato», per dirla col titolo di un libro quasi ultimato da un ex amico sganciatosi da Di Pietro, l’avvocato Mario Di Domenico, cultore di statuti medievali e, guarda un po’, cooptato dieci anni fa dal magistrato per redigere proprio lo Statuto di Italia dei valori. Un’amicizia clamorosamente interrotta. Come quella di Di Pietro con Elio Veltri, oggi in sintonia con Di Domenico. Al di là dei rancori che spaccano il micro mondo dell’Italia dei valori, adesso le foto che il Corriere pubblica oggi e quelle che si troveranno nel libro edito da Koinè stimolano qualche riflessione. Al di là di impropri retro pensieri sul versante «americano», Di Pietro non avrebbe informato di quella cena con Bruno Contrada né i suoi colleghi del pool di Milano né i magistrati di Palermo che il 24 dicembre disposero l’arresto. Anzi, quel giorno scatta la caccia alle foto per distruggerle.

Vivono tutti un forte imbarazzo e si affanna soprattutto Francesco D’Agostino, il maggiore dei carabinieri che accompagna Di Pietro alla cena, e che in una istantanea compare di fronte a Contrada, a sua volta seduto vicino a Di Pietro. Provando a soffocare le prime voci sulle foto da una manina salvate, adesso l’ex magistrato ricorda di avere incontrato lì per caso Contrada. E forse lo stesso dirà D’Agostino, l’ufficiale soprannominato «El tigre», amico e frequentatore del banchiere italo-svizzero Pier Francesco Pacini Battaglia che uscì indenne dagli interrogatori avvenuti prima delle scenografiche dimissioni di Di Pietro. Con soddisfazione del maggiore, in seguito al centro di un discusso prestito di 700 milioni elargito dallo stesso Pacini Battaglia. Quel 15 dicembre del 1992 D’Agostino è un fidatissimo collaboratore per Di Pietro. E con lui va alla cena romana lasciando tornare a Milano da solo Gherardo Colombo, dopo la notte dell’avviso e dopo avere trascorso insieme la mattina a Roma, al Csm, per un convegno. Di Pietro è così l’unico magistrato presente al vertice enogastronomico con gli alti gradi dei Servizi e con l’«americano» Rocco Mario Modiati, a tutti presentato come il responsabile della cosiddetta «Cia di Wall Street», la Kroll, la più grande organizzazione di investigazione d’affari del mondo fondata nel ’72 da Jules Kroll, tremila dipendenti fissi, una quantità di collaboratori, corsia preferenziale per chi arriva da Cia e altri servizi, Mossad compreso, uffici in 60 città di 35 Paesi, stando anche a una inchiesta pubblicata dal New Yorker il 19 ottobre scorso.

LA BUFALA - Manca la foto con la consegna della targa premio. E forse serve a poco interrogarsi sull’impatto che tutte avrebbero potuto avere nel pieno e nella piena di Mani pulite. Anche nelle scelte degli stessi colleghi di Di Pietro e di Borrelli che «avrebbe potuto cambiare mano nella guida delle inchieste», come teorizza Di Domenico. Oggi Contrada è il primo a minimizzare il peso dell’incontro, parlando attraverso il suo avvocato Giuseppe Lipera, tappato com’è ai domiciliari per motivi di salute: «Un incontro casuale e cordiale. "Siamo quasi colleghi perché anch’io sono stato per il passato funzionario di polizia", mi disse Di Pietro quando capì chi ero...». Molti considerano inattendibile Contrada per definizione. Altri sono certi di un errore giudiziario a suo carico. Ma il punto non è questo. Bisognerebbe semmai capire perché di quell’incontro non si sia fatto mai cenno successivamente e perché l’evidente imbarazzo portò tutti a cercare di far sparire le foto, anche se lo stesso Contrada dice di possederne una copia e altri le hanno conservate.

Di Pietro, davanti a sospetti o insinuazioni, passa al contrattacco, inserendo qualche errore fra i suoi ricordi: «Si vuol fare credere, attraverso un dossier di 12 foto mie con Mori, Contrada e funzionari dei servizi segreti, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia». Una citazione errata quella di Mori, estraneo alla cena derubricata da Di Pietro al rango di «bufala o trappola»: «Soltanto menti malate possono pensare che ho fatto quel che ho fatto per una spy story e non come umile manovale dello Stato, che quando faceva il muro cercava di farlo dritto». Ma non basta per convincere Bobo Craxi, da tempo interessato a scavare sull’ipotesi dell’aggancio americano: «Una teoria che sarebbe verosimile perché dopo l’89 c’erano interessi internazionali a cambiare il quadro europeo».

ANNOZERO - Le foto documentano solo una cena. Ma è anche vero che il ruolo di Contrada era già discusso e che non sfuggiva a Di Pietro il quadro insidioso dei misteri legati alla strage di via D’Amelio. Dopo 17 anni è stato lui l’8 ottobre scorso a rivelare durante una puntata di Annozero, presente Massimo Ciancimino, di essere stato informato alcuni giorni prima della strage di una relazione dei Ros su un attentato preparato contro lo stesso magistrato e contro Paolo Borsellino. Con una differenza. Che a Borsellino la nota fu inviata per posta e mai recapitata. Mentre a lui fu consegnato un passaporto con nome di copertura, Mario Canale, per rifugiarsi all’estero. Come fece andando in vacanza con la moglie in Costa Rica, ma lasciando i figli a casa. Per chi indaga da vent’anni sui pasticci italiani è scontato cercare di mettere a fuoco la controffensiva di potentati allarmati dall’eventualità di un incrocio fra le inchieste di Palermo e Milano sui grandi affari. Proprio quel che rischiava di accadere dal febbraio ’92 in poi, con Falcone e Borsellino vivi e con il pool di Milano al lavoro. Da qui l’importanza di quella minaccia della mafia su Di Pietro e Borsellino insieme. Eppure, anche la storia della fuga del «Signor Canale» è venuta fuori solo a 17 anni di distanza.

Sull’asse Milano-Palermo si incrocia una cronologia parallela da vertigine. E ogni volta salta fuori anche il nome di Contrada che alcuni considerano un mostro, a cominciare da un fan di Di Pietro come Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via D’Amelio: «Paolo considerava Contrada un assassino e lo stesso considero io. Paolo disse più di una volta ai suoi familiari parlando di Contrada "Solo a fare il nome di quell’uomo si può morire"». Posizione oggi ufficialmente condivisa da Di Pietro, stando a quel «finalmente condannato» che lanciò nel suo blog il 19 luglio di due anni fa. Parole che stridono per i suoi ex amici più che con la cena con i silenzi successivi. D’altronde per il pool di Palermo, diffidente nei confronti del capo, Piero Giammanco, e in attesa di Giancarlo Caselli, arrivato il 15 gennaio ’93, è una estate infuocata quella del ‘92.

UN VORTICE - Il 12 settembre, vengono estradati dal Venezuela i fratelli Cuntrera, il 17 viene ucciso a Palermo Ignazio Salvo, il 15 ottobre a Catania il giudice Felice Lima fa arrestare 22 persone fra imprenditori, politici, progettisti coinvolti dal geometra Giuseppe Li Pera e il 4 novembre tuona il pentito Giuseppe Marchese su Contrada accusandolo di aver avvisato Totò Riina prima di una perquisizione nella villa-covo di Borgo Molara, rivelazione preceduta dagli strali di Gaspare Mutolo contro il dirigente del Sisde e il giudice Signorino. In quei giorni Di Pietro non lavora solo su Craxi, ma anche sulle storie siciliane. Segue l’asse appalti-mafia come farà nei mesi successivi andando a trovare con l’allora capitano Giuseppe De Donno a Rebibbia «don» Vito Ciancimino. Un incontro che sarà poi dimenticato. Fatti senza seguito. Fino ad arrivare alla deposizione dello stesso Di Pietro, il 21 aprile 1999, davanti ai giudici del «Borsellino ter» ai quali ricorderà di avere collaborato con Paolo Borsellino fino alla morte di Falcone e di «avere interrotto il rapporto con la Sicilia» (argomento mafia-appalti) dopo la bomba di via D’Amelio «perché non mi ritrovavo nel metodo d’indagine degli altri magistrati». Gli stessi ignari di foto e incontri eccellenti.

Felice Cavallaro
02 febbraio 2010



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