lunedì 1 febbraio 2010

Pronti a pagare per i dati rubati" Berlino a caccia della lista di evasori

La Stampa

Pronti di 2,5 milioni di euro per il cd con i nomi di 1.500 evasori. Merkel: «Così fermiamo le frodi». L'ira di Berna: non collaboreremo



BERLINO


Il governo tedesco ha finto di esitare, ma la prospettiva di acciuffare più di un migliaio di persone che hanno frodato il fisco è troppo allettante: Berlino è pronta a sborsare 2,5 milioni di euro per un cd, offerto da una talpa, contenente dati bancari di presunti evasori tedeschi in Svizzera. Una decisione che rischia di creare nuove tensioni con la Svizzera.

Berna da parte sua ha già promesso che non collaborerà con Berlino «sulla base di dati bancari rubati». Alla domanda «Bisogna pagare?», la «cancelliera» tedesca Angela Merkel ha risposto che bisogna «fare tutto il possibile per ottenere quei dati». Poco prima un portavoce del ministero delle Finanze aveva messo fine al gran vociare affermando che «la decisione sarà sulla stessa linea di quella presa dalla Repubblica federale e i Laender nel caso del Liechtenstein». Nel 2008 la Germania pagò 5 milioni di euro per avere informazioni (sono 180 i milioni nel frattempo recuperati) e fu preso un pesce grosso, il patron di Deutsche Bank all’epoca, Klaus Zumwinkel.

Berlino dovrà ora versare 2,5 milioni di euro per ottenere il cd che contiene tra i 1.300 e i 1.500 nomi di evasori tedeschi e proviene, secondo il Financial Times Deutschland, da Hervé Falsciani, informatico della filiale di Ginevra dell’istituto bancario britannico HSBC. L’interessato ha smentito il suo coinvolgimento, ma sta di fatto che la lista permetterebbe al governo di recuperare almeno 100 milioni di euro.

La Svizzera ha già avvertito la Germania che non collaborerà «sulla base di dati rubati». Il ministro delle Finanze elvetico Hans-Rudolf Merz non risponderà «ad alcuna domanda di assistenza amministrativa» del suo omologo tedesco Wolfgang Schaeuble, secondo un comunicato delle autortità elvetiche. Per ora Berlino non ha annunciato la decisione formale di acquistare i dati. A differenza della Federazione di etica dell’economia tedesca, che vede in questa scelta «un’incitazione a compiere reati», il governo considera che «non c’è un vero mercato» per queste informazioni.

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Sgarbi: "Mi dimetto da sindaco L'antimafia è peggio della mafia"

La Stampa

Lascia la poltrona di Salemi"amareggiato" per l'indagine della Guardia di Finanza

TRAPANI

«Qui l’antimafia è anche peggio della mafia. Non ne posso più. Mi dimetto da sindaco di Salemi e vado via». Lo ha annunciato oggi Vittorio Sgarbi, che si è detto «amareggiato» per l’indagine della guardia di finanza sul presunto illecito utilizzo delle auto blu e per un’altra indagine avviata dalla Dda dopo una lettera a un quotidiano inviata dall’ex assessore comunale Oliviero Toscani.

«Qui devo chiedere per favore - aveva scritto tra l’altro - a chi sto facendo un favore». «La Dda convoca i miei collaboratori e non me. Indaga sul nulla, perchè la mafia a Salemi non c’è». Per Sgarbi «Toscani non è Buscetta: non capisco su cosa possano indagare. Forse mi si accusa di cosa non posso fare?». Sgarbi ha poi ricordato di aver subito il furto di 10 computer dalla sua abitazione di Salemi dove hanno sede l’ufficio di gabinetto e la Fondazione che porta il suo nome.





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Tartaglia ai domiciliari in comunità

Corriere della Sera



Lo ha disposto il gip Di Censo su istanza dei difensori. Ora è detenuto nel reparto di psichiatria del San Carlo


MILANO - Massimo Tartaglia ha ottenuto gli arresti domiciliari e li trascorrerà in una comunità terapeutica. Lo ha deciso il gip Cristina Di Censo su istanza dei difensori, Daniela Insalaco e Gianmarco Rubino, e con il parere positivo della Procura.

L'AGGRESSIONE - Tartaglia, 35 anni, era stato arrestato il 13 dicembre dopo aver aggredito il premier Berlusconi in piazza Duomo a Milano. Dal 19 gennaio è in stato di detenzione nel reparto di psichiatria dell'ospedale San Carlo. La comunità terapeutica dove l'uomo sarà accolto è stata individuata da tempo dai suoi legali e ora per il trasferimento si attende solo il nulla osta dei sanitari del San Carlo.

«SARÀ CURATO» - I legali di Tartaglia sono soddisfatti della decisione del gip: «In tal modo il nostro assistito potrà essere curato. La necessità di assicurare cure adeguate, fin da subito evidenziate, è stato confermato dal professor Maurizio Dalla Pria che, nella consulenza di parte depositata in atti, ha concluso accertando l'infermità mentale dell'indagato». La madre del giovane è sollevata: «Non sono stata ancora informata di questa decisione e le prime informazioni le ho avute proprio dai giornalisti - spiega Donata Tartaglia -, ma se così fosse sarei davvero molto contenta».

Redazione online
01 febbraio 2010






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I dati sui conti svizzeri di evasori tedeschi «offerti» a Berlino

Corriere della Sera


Il governo tedesco sta valutando se comprare le informazioni, che però sono state rubate 

 



MILANO - Prendere o lasciare. Sul piatto ci sono i dati sui conti bancari di 1.500 contribuenti tedeschi fortemente sospettati di evasione fiscale: dati che finora sono stati gelosamente custoditi nelle banche svizzere. Sono indicazioni rubate che un informatore ha messo a disposizione del governo e del fisco tedeschi, che però devono pagare 2,5 milioni di euro. Un prezzo non così esoso se si calcola che con quelle informazioni la Germania potrebbe recuperare fino a 100 milioni di euro. Ma si tratta pur sempre di dati rubati, e di mezzo c’è una crisi diplomatica con la vicina Svizzera.

LA PROPOSTA - La vicenda è stata portata alla luce due giorni fa dal giornale tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung che ha rivelato per primo la «proposta indecente» ricevuta dalle autorità nazionali. La «gola profonda» (che sarebbe un dipendente di una filiale di Ginevra della banca britannica Hsbc) ha già passato le informazioni su 5 evasori di spicco e la Germania ha potuto verificare che non si tratta di un bluff. Tra l’altro ognuno di questi cinque – riporta Swissinfo.ch - dovrebbe restituire circa 1 milione di euro.

IL GRUZZOLO TEDESCO - La conferma sull’autenticità delle informazioni offerte alla Germania arriva anche da un’indagine del Wall Street Journal, secondo il quale sarebbero ben 175 miliardi gli euro depositati dai contribuenti tedeschi nelle banche svizzere. Più in generale i tedeschi rappresentano uno dei gruppi più numerosi di evasori che hanno trovato rifugio nel Paese della cioccolata.

LE REAZIONI - Naturalmente la reazione degli svizzeri alla fuga di notizie è stata molto dura. «È piuttosto insidioso che uno stato di diritto faccia uso di dati illegali. È uno sviluppo che non possiamo accettare», ha dichiarato il presidente elvetico Doris Leuthard. Mentre l’associazione dei banchieri svizzeri ha chiesto a Berlino di restituire i dati. Ma il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ancora non si è sbilanciato. Anche perché ufficialmente il dischetto con i file scottanti sarebbe stato offerto al fisco dello Stato del Nord Reno Westfalia.

I PRECEDENTI - Di certo, la Germania ha già acquistato in passato dati bancari rubati al fine di perseguire l’evasione fiscale. Nel 2008 il servizio di intelligence pagò 4,2 milioni di euro a un ex-impiegato di banca per impossessarsi di file riguardanti i conti di un istituto del Liechtenstein. I dati così raccolti portarono tra le altre cose all’arresto di Klaus Zumwinkel, l’allora amministratore delegato di Deutsche Post.

Carola Frediani
01 febbraio 2010



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Oro: sì, ma solo etico

Avvenire

Se c’è un materiale che gronda sangue, lo sappiamo tutti, questo è l’oro. Altro che «metallo nobile» e «puro»... Solo i secoli sanno quanto di morti e di lacrime, che razza di passioni e delitti e nefandezze abbia saputo suscitare quest’elemento, ben oltre il suo pur alto valore venale e il peso specifico che gli è proprio. Eppure noi uomini con l’oro abbiamo sempre fatto, e continuiamo a fabbricare, gli oggetti più sacri: il calice della messa e gli anelli del matrimonio, i premi sportivi come le statue dei santi (o degli dei), le medaglie al valore e le catenine da mettere al collo. E dunque? L’oro è incorruttibile e prezioso, certo; ma è anche il metallo cui più nella storia si è idolatricamente sacrificato in sangue e vizi. Esso è dunque «sacer» sì, ma nel doppio significato originario del vocabolo in latino: santo e maledetto, cioè.

Proprio per chiarire questa ambiguità, e almeno per quanto riguarda l’oro adoperato per gli usi religiosi, qualcuno ha pensato di «ripulirlo» per renderlo cioè davvero «puro»: non tanto nel senso della qualità del minerale, ma piuttosto per la sua provenienza. E ha inventato l’«oro etico». Di che si tratta? Lo spiega il Goldlake Group di Gubbio (Pg), che in Honduras controlla appunto alcuni giacimenti auriferi alluvionali in cui non si fa uso di cianuro o mercurio, additivi di solito impiegati nelle lavorazioni e altamente inquinanti. Grazie a un «processo di separazione per caduta di inerti», in sostanza, si riescono a separare la polvere d’oro o le pepite dagli altri minerali, impiegando per di più acqua continuamente riciclata.

Un processo industriale indubbiamente innovativo ed ecologicamente meritorio, cui gli imprenditori cementieri umbri Giuseppe e Franco Colaiacovo (fondatori nel 2003 del Goldlake) aggiungono poi alcuni progetti di riforestazione e sviluppo destinati alle popolazioni centramericane, sul modello ormai collaudato delle aziende che partecipano al circuito del commercio equo e solidale. Ecologia, diritti umani, promozione sociale: quali ingredienti più consoni, dunque, a un oro «etico & sostenibile» adatto anche a fabbricare oggetti sacri? Infatti sono proprio la liturgia e l’oggettistica religiosa (oltre all’alta gioielleria con retrogusto di sensi di colpa umanitari: Cartier ha appena firmato un accordo col gruppo eugubino) due dei settori verso i quali il particolare metallo viene incanalato.

Sono passati i tempi in cui il primo oro strappato agli indios – ovviamente pagani – dell’America Latina serviva per decorare la basilica di Santa Maria Maggiore a Roma; oggi la sensibilità moderna e anche una certa dose di politically correct impongono crescenti cautele nelle scelte anche apparentemente più «neutre», come quelle del vasellame per il culto o degli arredi sacri. L’oro «etico» – sostiene la Goldlake – costa un po’ di più, però «può essere alla base di oggetti di natura cultuale o comunque in rapporto con momenti di vita sacramentale». Ecco perché la stessa società mineraria ha deciso di sponsorizzare una monografia che si occupa de «L’oro nel culto» ed è stampata come numero della Rivista liturgica, edita dall’Istituto Santa Giustina e dalle Edizioni Messaggero di Padova.

«L’oro "etico" – assicura l’autorevole periodico – permette di diffondere una nuova cultura del metallo prezioso... Mentre chiama in causa la coscienza della persona e delle istituzioni, rinvia a quel rispetto della natura di cui l’oro è una delle più eloquenti espressioni. In un simile contesto, l’uso "religioso" dell’oro può essere un richiamo per sensibilizzare all’acquisto di oggetti plasmati in oro "etico" (si pensi a tutti i regali in oro che si fanno in occasione di celebrazione di sacramenti, a cominciare dagli anelli nuziali...)». Marketing o segno dei tempi? Dopo il Concilio si tuonava contro le «ricchezze» del Vaticano e qualche vescovo vendeva la croce pettorale per indossarne una più sobria; oggi invece si accetta – forse più realisticamente – di fabbricarle in materia più «sostenibile». Ci si può chiedere se è la via giusta.

Di certo sappiamo che la Bibbia con il metallo nobile non fa tanto la schizzinosa: comincia infatti a citarlo fin dal secondo capitolo della Genesi (dove descrive uno dei fiumi che circondano l’Eden e trasportano «oro fine») e continua per 316 volte – in mezzo ci stanno il Tempio di Salomone laminato di metallo giallo, l’Arca dell’Alleanza rivestita dello stesso materiale e il dono portato a Betlemme da un re mago –fino al penultimo capitolo dell’Apocalisse, in cui la piazza della Gerusalemme celeste è definita «di oro puro». Ma c’è pure il vitello d’oro... Appunto: è proprio lui a dimostrare che la quintessenza dell’idolatria, in realtà, non sta tanto nell’ostentazione di ricchezza o nello spreco di denari, bensì – a parte la scelta di un animale come oggetto d’adorazione – nella profanazione di un elemento raro e fin dagli albori delle culture mondiali riservato soltanto alla regalità; umana o celeste che sia. L’oro è divino – ma anche diabolico, si capisce. «L’oro è la divinità stessa», sostenevano gli antichi (o «la divinità in sé stessa?»). Non per nulla tutte le religioni tranne l’islam – spiega l’editoriale della rivista – «trovano nel segno dell’oro numerosi motivi per esprimere il proprio rapporto con il soprannaturale».

Attenzione: il «segno» non allude necessariamente al valore economico o monetario (anche nella cultura dell’antico Israele l’oro, pur importato dalla lontana Arabia per coniare monete, non rivestiva un interesse particolarmente vitale). Ovvero: le fedi adottano l’oro, nel culto come nel simbolismo, non tanto perché è prezioso, costoso, indice di sfarzo e di potenza, ma per la sua capacità di rimandare a Dio. Il «cielo» delle icone orientali, così come gli sfondi dei mosaici absidali paleocristiani e le aureole giottesche, sfavillano d’oro perché nessun altro colore è capace di abbagliare la vista dei fedeli e richiamarli dunque all’infinito, al perfetto, all’eterno e all’incorruttibile.

Che poi i compromessi siano invece pane quotidiano è ben dimostrato dai contatti non sempre cristallini tra la religione (cristianesimo incluso) e il più duttile dei metalli. In passato, la richiesta di purificazione è transitata spesso attraverso i movimenti pauperisti ricorrenti nella Chiesa. Però oggi ancora – secondo gli esperti della Rivista liturgica – «emerge la sfida dell’educazione al linguaggio dell’oro, perché l’uso del metallo prezioso nel culto non sia visto come una fonte di inganno, ma come richiamo ad una realtà il cui prezzo va ben al di là e al di sopra del valore dell’oro stesso... In questo  panorama si affaccia la peculiare importanza dell’oro "etico" o "responsabile"». Eh già: anche sugli altari, non è tutt’oro quello che luccica...
Roberto Beretta




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Ciancimino jr contro il generale Mori "Provenzano godeva di immunità"

La Stampa

"Una trattativa mafia-Statolo salvò dall'arresto nel 1995. Era latitante ma poteva muoversi liberamente"




PALERMO


Il boss Bernardo Provenzano, pur latitante, non poteva essere arrestato, in virtù di un patto fra lo Stato e Cosa Nostra. Lo ha detto Massimo Ciancimino nell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo dove ha deposto al processo a carico del generale Mario Mori e del colonnello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra per la mancata cattura del Boss Provenzano. Secondo Ciancimino, Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale.

Ciancimino junior, figlio dell'ex sindaco di Palermo, ha parlato di una trattativa tra Stato e Cosa Nostra dopo le stragi del ’92, che avrebbe visto tra i protagonisti anche Mori, allora capo dei Ros dei carabinieri. Secondo l'accusa nonostante le informazioni che sarebbero state fornite da un confidente non si sarebbe voluto catturare Provenzano il 31 ottobre del 1995 a Mezzojuso, paese a pochi chilometri dal capoluogo. Mori e Obinu sono imputati in particolare del mancato successivo sviluppo delle indagini, rispetto al mancato blitz di Mezzojuso. Questi fatti avrebbero una spiegazione nel contesto di un patto tra mafia e Stato, dopo la stagione delle stragi e la cattura di Totò Riina, avvenuta il 15 gennaio 1993.

«Conosco Bernardo Provenzano da sempre, fin dalla mia infanzia - ha detto stamane in aula il figliodel sindaco mafioso -. Trascorrevamo insieme anche la villeggaitura, negli anni Settanta, quando avevo 7-8 anni. Mio padre frequentava Provenzano, che io chiamavo "signor Lo Verde", da molto tempo, anche per un rapporto di vicinato. Erano entrambi di Corleone». Poi Ciancimino ha aggiunto: «Mio padre mi disse che Bernardo Provenzano godeva di una sorta di immunità territoriale per cui, anche da latitante, poteva muoversi liberamente». E ha spiegato: «Questa immunità era garantita da una sorta di accordo, alla stipula del quale aveva partecipato proprio mio padre. L'accordo risaliva al maggio del ’92».

Per spiegare i suoi rapporti con il capomafia, ha raccontato un aneddoto: «Mio padre mi disse: "Sei stato l’unico a dire cornuto a Provenzano". Mio padre vide in me il "soggetto sacrificabile" per qualsiasi situazione: volendo preservare i miei fratelli che avevano carriere professionali, sono stato delegato come quello che poteva essere sacrificato». Per il padre, Ciancimino junior faceva anche da postino: «Mi è capitato di ricevere o consegnare direttamente nelle mani di Provenzano qualche lettera. Mio padre usava particolare accortezza per questo scambio di "pizzini":  li buttava nel water, li bruciava, o li tagliava a pezzetti. Spesso faceva le fotocopie perchè temeva che si potessero trovare le sue impronte: quando scriveva le lettere usava addirittura dei guanti».

E ha proseguito: «Scoprii che la persona che conoscevo come "signor Lo Verde" era Bernardo Provenzano negli anni Ottanta. Ero dal barbiere a Palermo. Sfogliando una rivista, mi pare "Epoca", vidi una sua foto. Nella didascalia c’era scritto che si trattava del boss latitante. Quando ne parlai con mio padre, lui mi disse: "Stai attento con il signor Lo Verde, perchè da questa situazione non ti salva nessuno». «Mio padre dava a Provenzano del tu, mentre lui chiamava mio padre ingegnere, anche se in realtà gli mancavano due materie alla laurea».

Ha rivelato pure che «Nel 1990 mio padre si fece annullare l’ordine di carcerazione grazie ai rapporti che aveva in Cassazione». Ha fatto esplicito riferimento, come autorità giudiziaria che annullò la misura, la prima sezione della Cassazione all’epoca presieduta dal giudice Corrado Carnevale. Nelle scorse udienze la Procura ha depositato parte della documentazione portata agli inquirenti da Ciancimino junior. Fra gli atti, il cosiddetto «Papello» con le richieste di Totò Riina, alcuni «pizzini» attribuiti a Provenzano e indirizzati a don Vito Ciancimino e 47 fogli scritti a mano dall’ex primo cittadino del sacco edilizio di Palermo.




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Abu Omar, il giudice: "Il Sismi sapeva" Poi contesta l'uso del segreto di Stato

di Luca Fazzo

Il giudice Magi pubblica la motivazioni della sentenza di condanna agli 007 Usa per l'imam milanese rapito nel febbraio 2003: "Operazione della Cia con la conoscenza e forse la compiacenza dei servizi segreti italiani".

Poi attacca la Corte Costituzionale sul segreto di Stato: "Paradosso logico e giuridico di portata preoccupante"




Milano - Il rapimento di Abu Omar, l'imam estremista sequestrato a Milano nel febbraio 2003, avvenne ad opera della Cia con la "conoscenza e forse la compiacenza" del Sismi: ma la responsabilità penale dei nostri servizi segreti non è stata accertata a causa del segreto di Stato apposto dai governi Prodi e Berlusconi e confermato dalla Corte Costituzionale con una sentenza che costituisce "un paradosso logico e giuridico di portata assoluta e preoccupante".

Motivazioni Sono questi i passaggi principali delle motivazioni - depositate questa mattina - della sentenza con cui il giudice Oscar Magi ha condannato per il sequestro Abu Omar un folto gruppo di 007 americani, prosciogliendo invece Nicolò Pollari, ex direttore del Sismi, e il suo braccio destro Marco Mancini. Scrive Magi: "Il “rapimento” o meglio la “extraordinary rendition” di Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003, è stato voluto, programmato ed attuato da un gruppo di agenti Cia che, in ottemperanza a quanto espressamente deciso in sede politica competente, ha operato in Milano e in Italia del nord nelle date precedenti al febbraio 2003 fino al compimento dell’atto, per poi abbandonare il territorio dello stato nei giorni e mesi successivi allo stesso. Tale attività è stata programmata e compiuta con il supporto organizzativo e operativo dei responsabili Cia a Milano e a Roma (responsabili per l’Italia), con la fattiva disponibilità del Comandante Usa della base aerea di Aviano e con l’importante aiuto da parte di Pironi Luciano, agente Ros di Milano, appositamente reclutato per il compimento dell’operazione.

Il ruolo dell'Italia L’esistenza di una autorizzazione organizzativa a livello territoriale nazionale da parte delle massime autorità responsabili del servizio segreto Usa (e cioè Castelli, Russomando, Medero, De Sousa e Lady) lascia presumere che tale attività sia stata compiuta quantomeno con la conoscenza (o forse con la compiacenza) delle omologhe autorità nazionali, ma di tale circostanza non è stato possibile approfondire le evenienze probatorie (pur esistenti) per l’apposizione/opposizione di segreto di Stato da parte delle autorità governative italiane".

Corte Costituzionale Magi ha parole severe per la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha confermato la validità del segreto di Stato: "Un paradosso logico e giuridico” di portata assoluta e preoccupante". "La portata di tale decisione/interpretazione è stata molto “invasiva” nello sviluppo della istruttoria dibattimentale, consentendo agli imputati non solo di evitare, in massima parte, il loro esame dibattimentale, ma di evitare che confluissero nell’alveo decisorio anche le dichiarazioni dagli stessi rese nel corso delle indagini preliminari ha finito con l’estendere l’area del segreto in modo assolutamente abnorme, fino al rischio di trasformare quest’ultimo in una “possibile eccezione assoluta ed incontrollabile allo stato di diritto”, così come finora conosciuto". E ancora: "Consentire che gli imputati di una gravissima vicenda penalmente perseguibile possano andare esenti da una corretta valutazione delle loro responsabilità perché i loro rapporti con servizi segreti di altri paesi e gli assetti organizzativi ed operativi del loro servizio pur se collegati al fatto reato in questione sono coperti da segreto di Stato, significa, in termini molto semplici, ammettere che gli stessi possano godere di una immunità di tipo assoluto a livello processuale e sostanziale, immunità che non sembra essere consentita da nessuna legge di questa Repubblica. Questo giudice vi è stato costretto in conseguenza dei dettami contenuti nella sentenza della Corte e ne avrebbe fatto volentieri a meno se solo avesse potuto seguire i dettami della propria coscienza professionale e della propria volontà conoscitiva".





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D’Alema sposo per ordine del Pci

di Paolo Bracalini


Il dolcevita e il capello scarmigliato, l’aria riottosa del giovane che ce l’ha coi vecchi perché vuole cambiare il mondo, qualche molotov ogni tanto, i blitz contro i borghesi, la tensione con la nomenklatura del partito, il suo... Sì però, quando il partito comanda, si ubbidisce, anche se dispone sulla cosa più privata. La segreteria decide, il compagno esegue. Togliatti con la Iotti e l’aborto di partito, D’Alema con la convivente, sposata per forza in ossequio alle direttive di Botteghe Oscure.

C’è questo buco nel mito del D’Alema giovane rivoluzionario, quello degli anni pisani alla Normale, del movimento studentesco, delle assemblee burrascose, delle denunce per blocco ferroviario e dei primi amori anti-borghesi. Un buco che dice qualcosa sulla cattiva coscienza del Pci e dei suoi eredi.
È una vecchia storia, che si legge nelle biografie di Max (quelle di Giovanni Fasanella e di Alberto Rapisarda), e che ieri ha rispolverato un vecchio amico dell’ex segretario Pds, Fabrizio Rondolino, intervistato da Luca Telese sul Fatto.

L’epopea dell’enfant prodige del Pci, di cui si tramandano leggende di autonomia rivoluzionaria (quando a 6 anni, in prima elementare, si rifiutò di partecipare alle lezioni di religione contestando «la solita propaganda democristiana della maestra»), si ridimensiona un po’ (e con la sua anche l’immagine del partito) alla luce di un altro fatto, il matrimonio celebrato obtorto collo nel 1973 con la compagna degli anni pisani, Gioia Maestro. Stavano insieme, vivevano nella stessa casa ma senza essere marito e moglie.

Un’anomalia imbarazzante per una coppia cattolica, non certo per due giovani comunisti, per giunta negli anni in cui la sinistra si batteva per l’emancipazione della donna e per il divorzio. Eppure la ragione di partito, che qui sconfina nell’ipocrisia della doppia morale, impose la regola bacchettona per cui conta innanzitutto la forma: si salvino le apparenze. «Me lo ha raccontato lo stesso Massimo - ha svelato Rondolino - . Gli fecero questo discorso: “Caro compagno, tu sei libero di fare quello che vuoi, ma adesso hai un ruolo pubblico, sei consigliere comunale, quasi capogruppo...”.

Gli chiesero di regolarizzare la sua situazione. E lui lo fece». Suppergiù quel che sarebbe successo nella Dc, ma quello era il Pci. La direttiva comunista imponeva che il dirigente potesse avere macchie nel privato, purché non fossero visibili. Ma il complesso di superiorità morale gioca brutti scherzi. Se la condotta privata non è all’altezza, si possono scoperchiare vicende imbarazzanti. Oppure, se si scoprono in tempo, ci si mette una toppa nascondendo il peccato sotto un paravento di moralità, come è accaduto con l’aborto imposto alla Iotti o con le nozze coatte di D’Alema. Tutto, purché sia salva l’apparente superiorità morale, in un gioco di prestigio che sa di ipocrisia.

A Max, che neppure a 25 anni era di primo pelo nel Pci (ci era entrato da poppante con l’Associazione Pionieri italiani, le giovani marmotte del partito...), lo avrebbe spiegato chiaramente Enrico Berlinguer, che lo volle con sé per i funerali a Mosca di Jurij Andropov: «Vedi, questa è la prima legge generale del socialismo reale. I dirigenti mentono, sempre, anche quando non sarebbe necessario», spiegò il segretario del Pci al trentenne dirigente comunista.

D’Alema doveva sposare la sua compagna, e lo fece, ubbidendo all’ordine, come un funzionario con i suoi superiori. Ci fu solo un timido tentativo di resistenza al verdetto del partito: «Non abbiamo nemmeno i soldi per il rinfresco...». Ma la faccenda si risolse in fretta, pagandogli le spese delle nozze con le finanze comuniste. Una parentesi di libertà subito sedata dal diktat dell’apparato. In fondo quella relazione (divorzierà poco dopo) e l’irregolarità della convivenza, erano solo un frutto fugace del clima sessantottino, che attraeva il giovane D’Alema inimicandogli parte della dirigenza: «Al congresso del ’68 il Pci decise di mettere uno studente nel Comitato centrale.

Scelsero Mussi perché era considerato più affidabile, io ero visto come un estremista un po’ stravagante», racconterà poi. Ma la stagione del ribellismo di D’Alema dura poco, il tempo di abbonarsi brevemente al Manifesto e di partecipare (insieme alla fidanzata poi moglie) agli scontri di Capodanno davanti a La Bussola, contro i borghesi che arrivavano lì per il veglione di fine anno sfoggiando abiti da sera e gioielli. Solo una parentesi di contestazione, perché il giovane D’Alema è un giovane ambizioso che punta ai vertici del partito, e per arrivarci sa che bisogna dire sì. Per la verità, già come ribelle era un po’ sui generis.

Le biografie ricordano che da universitario a Pisa non girava in eskimo, ma si faceva cucire gli abiti su misura dal fratello sarto di un deputato comunista di Pisa. La doppiezza faceva già parte di lui. Come dimostrerà subito dopo. Indignato per i carri sovietici nella Primavera di Praga, qualche tempo dopo interverrà a Mosca come segretario della Fgci con queste parole: «Nella nostra battaglia per il socialismo sono forze determinanti i Paesi socialisti, in primo luogo l’Urss». Aveva imparato benissimo la lezione.



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Rispunta Prodi: riparte il gioco dell'oca rossa

di Stefano Filippi

Per uscire dalle secche in cui le dimissioni di Delbono hanno gettato Bologna il centrosinistra invoca il Professore. E' l'eterna altalena del Pd: i protagonisti sono sempre gli stessi. Al massimo stanno fermi un giro, poi ritornano. Fra i due forni Casini resta con il cerino in mano


Un grido si leva da Bologna, a metà tra il dolore e la speranza: Prodi sindaco! È un coro supplice, un'ovazione fiduciosa, una marea oceanica, o almeno così ci viene rappresentata. La città del Professore è sgomenta per le dimissioni di Flavio Delbono. Gli assessori piangono inconsolabili. Vasco Errani trema nel terremoto che fa traballare anche la sua terza campagna elettorale per la regione. La sinistra è sotto choc davanti alla prospettiva di dover scegliere un nuovo candidato sindaco dopo aver patito le pene dell'inferno un anno fa per sostituire Sergio Cofferati.

Ed ecco calare dall'alto quello che nelle tragedie greche risolveva le trame più intricate. In questo sceneggiato alla dottor Balanzone il deus ex machina ha la faccia seria, il parlare lento e la ritrosia estenuante di Romano Prodi. Lui e nessun altro può risollevare la Dotta, «sazia e disperata» secondo il cardinale Giacomo Biffi, «strana signora, volgare matrona» come la canta Francesco Guccini, la «Dark Bologna» di Lucio Dalla dove «c'è Sirio, ma che due maroni». E proprio Dalla ha lanciato la candidatura di Prodi per il dopo Delbono. Lui ha lanciato il martellamento, il tam-tam per convincere l'ex premier a lasciare il suo esilio dorato fatto di conferenze, lezioni, viaggi dalla Cina all'Africa.

I bolognesi che contano, dal presidente della Fondazione Carisbo Fabio Roversi Monaco al filosofo Stefano Bonaga, dall'imprenditore Alberto Vacchi all'allenatore Franco Colomba, sono un cuor solo per Romano: è l'unico che può sbrogliare questo intrigo. Ieri si sono uniti al pressing anche Nichi Vendola ed Enzo Bianco. Lui tace, chiuso nel dolore per la scomparsa dell'ottantacinquenne fratello maggiore Giovanni. Parla la sua portavoce, l'onorevole Sandra Zampa, la quale fa sapere che «l'orientamento non è cambiato». Cioè Prodi non ha nessuna voglia di infilarsi nelle sabbie mobili in cui si dibatte la città. Ma nessuno si pronuncia neppure dai quartieri generali del Pd, segno che da Pier Luigi Bersani all'ultimo notabile del partito bolognese non sono in molti a osannare il ritorno del Grande Assente.

Tuttavia dalle colonne del Corriere della Sera traspare un certo compiacimento di Prodi, la soddisfazione per essere ancora cercato e voluto come salvatore della patria. È il copione che gli piace di più, l'unico che vorrebbe gli venisse sottoposto, quello che ha sempre recitato. Uomo della provvidenza quando lo chiamarono alla guida dell'Iri. Ancora più provvidenziale quando lo vollero una seconda volta sul carrozzone. Manna dal cielo quando lo caricarono su un pullman per sconfiggere Silvio Berlusconi. Provvidenzialissimo quando lo fecero tornare da Bruxelles per vincere il secondo assalto al Cavaliere. E chi, se non lui, avrebbe potuto traghettare l'Italia nell'euro? E se non c'era lui a presiedere la Commissione europea, chi si azzardava ad allargare verso Est l'Unione?

Essendo un vero deus, ancorché ex machina, esiste un solo sistema per smuoverlo: pregarlo, pregarlo, pregarlo. Quando il coro orante rasenta l'imbarazzo, a Prodi non resterà che degnarsi ad accogliere le implorazioni. Funzionerà anche questa volta? Lo vedremo a giorni. D'altra parte, sono quasi due anni che sta fuori per turno dalla grande partita della politica. Perché nel Pd le cose vanno come in un gigantesco gioco dell'oca, a lungo tiri i dadi, avanzi sul tabellone, ma quando capiti nella casella sbagliata ti devi fermare. Fuori un turno.

Massimo D'Alema è un esperto, la sua carriera è punteggiata di alti e bassi: al partito, alla Bicamerale, a Palazzo Chigi, alla Farnesina. E in mezzo, fermo un giro perché nel frattempo giocava qualcun altro; adesso che ha esaurito il ruolo di king maker per il lancio di Bersani, può prendersi il suo periodo sabbatico sulla poltrona di presidente del Comitato di controllo sui servizi. Chi invece era fermo si muove, come Walter Veltroni: anche lui L’Unità, poi il governo, infine il partito; in mezzo qualche libro e la promessa che si sarebbe ritirato a fare il volontario in Africa. Era in panchina dopo il disastroso decollo del Partito democratico, ed eccolo che torna a scalpitare, a rilasciare interviste, tirare le orecchie, dettare indicazioni.

Il Pd è una grande altalena dove un momento sei su e quello dopo sprofondi. Si comanda a turno: mentre qualcuno rimane bloccato dalla prigione (metaforica), dallo scheletro o dalle altre caselle-trabocchetto del gioco, qualche ochetta avanza sullo scacchiere della politica finché non arriva il suo turno di passare la mano. Prodi e D'Alema, Veltroni e Fassino, Amato e Bersani: è tutto uno scambiarsi di posto, riprendere fiato e quindi ricominciare. Per le facce nuove c'è tempo, per informazioni chiedere al giovane Francesco Boccia, pupillo di Enrico Letta mandato per due volte al massacro nelle primarie del Pd in Puglia che il solito Vendola aveva già vinto in partenza.

Ora toccherebbe a Prodi alzarsi dalla panca e riprendere posto nella prima squadra. Lui ha imposto Flavio Delbono a sindaco di Bologna, lui ha fatto in modo che il Pd gli facesse vincere le primarie, lui ora tolga le castagne dal fuoco all'ex capitale del buon governo rosso. «Sarebbe un sacrificio personale non indifferente», spiegano le persone a lui vicine. Ma immolarsi è il destino che Prodi ha sempre inseguito.






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L'inchiesta sui dossier illegali Telecom e Pirelli patteggiano

Corriere della Sera


Le due aziende indagate per corruzione usciranno dall’udienza preliminare sull’attività di Tavaroli




MILANO 


Centomila euro di profitto del reato, 400.000 di sanzione pecuniaria, 750.000 a titolo di risarcimento del danno a tre ministeri, più i circa 3.000 euro di offerta-standard ai dipendenti schedati al momento dell’assunzione (circa 4,8 milioni): su questa base, complessivamente intorno ai 7 milioni e mezzo di euro, sia Telecom sia Pirelli hanno ottenuto dalla Procura di Milano il consenso all’accordo che, depositato sabato mattina negli uffici deserti per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, farà uscire le due aziende dall’udienza preliminare sul dossieraggio illecito praticato dalla divisione Security negli anni in cui la guidava Giuliano Tavaroli, tra i primi a chiedere già mesi fa di patteggiare 4 anni e mezzo.

In questo modo, sebbene entrambe le imprese quotate in Borsa non intendano ammettere alcuna responsabilità ma si rappresentino come danneggiate dal comportamento di Tavaroli e degli altri manager della sicurezza aziendale che avrebbero reso vani i modelli organizzativi interni anti illeciti, Telecom e Pirelli chiedono di patteggiare l’accusa di corruzione per la quale i pmNapoleone- Civardi-Piacente ne avevano chiesto nel 2008 il rinvio a giudizio in forza della legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche per reati commessi dai propri dipendenti nell’interesse aziendale.

Il dossieraggio illegale con casi anche di intercettazioni non telefoniche ma telematiche, pagato dal 1997 al 2005 con 34 milioni di euro aziendali (11 dei quali sequestrati all’investigatore privato Emanuele Cipriani), si alimentava infatti di molti canali: le risorse societarie utilizzate dalla struttura di Tavaroli per il mercimonio di tabulati telefonici o l'intercettazione di posta elettronica; l'agenzia di investigazione privata di Cipriani; il flusso informativo veicolato da detective privati come Giampaolo Spinelli (ex Cia) eMarco Bernardini (ex Sisde); la pirateria informatica del Tiger Team di Fabio Ghioni in Telecom; le notizie carpite dagli archivi dei servizi segreti grazie ai contatti con 007 (Marco Mancini) e «fonti» italiane (Rossi e Vairello) e francesi (Guatteri); i «profili» stilati dall’ex giornalista di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini. Ma anche, ed è questa l’origine dell’imputazione di corruzione mossa alle aziende in base alla legge 231, le tangenti pagate a poliziotti-carabinieri- finanzieri per gli accessi abusivi alle banche dati del ministero dell’Interno, della Giustizia e delle Finanze.

Per riparare le conseguenze del reato, l’articolo 17 della legge 231 chiede che la società indagata risarcisca integralmente il danno, vanti un modello organizzativo che sia riconosciuto come adeguato a prevenire i reati dei dipendenti, si faccia confiscare il profitto conseguito. È quello che Telecom e Pirelli hanno preferito fare, rinunciando a giocare nel futuro la lotteria delle tante variabili che pezzo dopo pezzo stanno smantellando l’udienza preliminare: la prescrizione che corre e che ha già cancellato i reati fino al 2003; la legge 2007 di distruzione dei dossier illegali, che dopo la sentenza della Corte costituzionale dell’aprile 2009 rende di scarsissima utilizzabilità gran parte del dvd sequestrato a Cipriani con migliaia di dossier; la recente apposizione del segreto di Stato da parte del premier Silvio Berlusconi sulle circostanze richiamate dall’indagato ex numero tre del Sismi, Marco Mancini; e la possibile approvazione della legge sul «processo breve» anche per le aziende, che estinguerebbe un procedimento la cui richiesta di giudizio non è lontana dai 2 anni.

Così Telecom e Pirelli hanno ciascuna affrontato 400.000 euro come sanzione pecuniaria misurata dalla legge in un numero variabile di quote societarie, versato 100.000 euro come confisca del profitto delle corruzioni; e con 750.000 euro l’una hanno risarcito i tre ministeri tutelati dall’Avvocatura dello Stato, cifra 10 giorni fa rifiutata ma ora accettata dalla presidenza del Consiglio come indennizzo del danno sia diretto sia da responsabilità per fatto illecito dei dipendenti. In più, nel pacchetto vanno conteggiati i 2 milioni che Telecom e i 2,8 milioni che Pirelli avevano già offerto ai propri lavoratori come risarcimento (3.000 euro a dipendente) per le schedature di massa operate dalla Security al momento dell’assunzione e per asserite finalità antiterrorismo. Come effetto collaterale della definizione della procedura sulla corruzione ai fini della legge 231, alle vittime del dossieraggio non resterà che provare a intentare alle società per le quali lavorava Tavaroli una causa civile a parte. Telecom e Pirelli restano invece nell’udienza preliminare solo come parti civili costituite contro Tavaroli e Cipriani per l’ipotesi che costoro si siano indebitamente appropriati di soldi delle società, e come responsabili civili rispetto ad altri reati contestati agli indagati.

Luigi Ferrarella
01 febbraio 2010





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Lasciate morire i ragazzi in coma

di Redazione

Caro ministro Fazio,



un anno fa, il 9 febbraio, nel nostro Paese veniva indotta la morte su Eluana Englaro e quest’anno, provocatoriamente nella stessa data, è stata prenotata la morte di un altro paziente vegetale permanente, Salvatore Crisafulli, da suo fratello Pietro, in Belgio, in una clinica vicino Bruxelles, con un’iniezione letale.
La famiglia non riuscendo più a garantire l’assistenza continua e domiciliare al proprio congiunto, è arrivata a tale drammatica decisione e a chiederne una morte «rapida». Caro ministro, mi rivolgo a lei che è medico e che è il garante della tutela della salute degli italiani, per dare un consiglio altrettanto drammatico: per favore non rianimiamoli più!

Non riportiamo più in vita quei giovani che arrivano nei pronto soccorso praticamente morti, e che assistiti con le moderne tecniche non muoiono più, curiamoli certo, ma senza accanimento, lasciandoli andare verso il loro destino, se poi non siamo in grado di assisterli nella vita recuperata. Non li resuscitiamo più sul filo della morte, né riattiviamo tutte le funzioni vitali e tutti gli organi, se non sappiamo risvegliare la loro coscienza, e se poi li lasciamo in abbandono terapeutico e morale a carico di genitori anziani che non hanno la forza fisica ed economica per occuparsene.

Il coma vegetativo persistente è uno stato clinico relativamente nuovo ed assolutamente artificiale, perché creato e provocato da noi medici, grazie all’avanzamento delle terapie e delle tecniche di rianimazione. Fino a vent’anni fa non esisteva, non c’era, perché fino ad allora si moriva e basta. Semplicemente, così com’era segnato nel proprio destino. Oggi invece si tenta la rianimazione di qualunque persona incidentata che arriva in ospedale in coma, e spesso riesce poiché si tratta quasi sempre di soggetti giovani, con organi giovani, esenti da patologie, e che si rianimano con facilità.

Il medico rianimatore non sa per quanto tempo il paziente è stato in carenza di ossigeno cerebrale, e più questo tempo è stato lungo, minori sono le probabilità del risveglio della coscienza, quella sì insensibile a qualunque terapia intensiva. Oggi i pazienti in coma vegetativo persistente in Italia sono un piccolo esercito, circa 2800, e quando, dopo le prime cure intensive, diventano autonomi dai medici e dalle macchine, vengono «dimessi» e riconsegnati ai familiari che devono assisterli, arrangiarsi ed organizzarsi. Devono cioè occuparsene a tempo pieno.

Avete idea di cosa significhi prendersi cura di questi corpi vegetali per 24 ore al giorno? Vuol dire annullare la propria vita e dedicarsi completamente al nuovo lavoro, imposto dal destino e dallo Stato, vuol dire lavare e cambiare pannoloni, preparare passati di verdure e di carne da imboccare, fare iniezioni e pulire cateteri, girare e sollevare il corpo spastico giacente a letto, che sbava, che geme e non comunica, significa frequentare solo farmacie e asciugare lacrime e sudori di entrambi.

Caro ministro Fazio, se lo Stato che lei rappresenta aiuta un suo cittadino a non morire, deve poi anche aiutarlo a vivere con dignità la vita che gli è stata restituita. È innaturale far insorgere in un genitore il desiderio di morte del figlio, la ricerca di eutanasia attiva o passiva, perché quella vita che gli è stata riconsegnata è più dolorosa e drammatica della morte stessa.

È ingiusto dibattersi intorno a una legge che regoli il fine vita, nel timore che casi come questi si moltiplichino senza che lo Stato assicuri delle prospettive di assistenza medica e fisica adeguata, trasformando dei casi clinici in casi di coscienza.Caro ministro, convochi un tavolo Governo-Regioni per colmare questa lacuna, per prevedere una spesa dedicata a garantire assistenza vera e continuata a tutte le famiglie che lo desiderano e che lo necessitino, e al ricovero cronico e assistito a coloro che a casa non possono stare. Non lasciamo soli nella disgrazia coloro che la disgrazia l’hanno già avuta, e soprattutto aiutiamoli. Aiutiamoli a non distruggere la propria vita mentre assistono la vita già distrutta dei loro cari.


*Medico e parlamentare Pdl



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