sabato 30 gennaio 2010

Bufera sulla Apple per "i-Mussolini"

La Stampa

Permette di scaricare i discorsi del Duce.
I sopravvissuti alla Shoah: «Un insulto alla memoria delle vittime»




WASHINGTON
Un’associazione che raggruppa i sopravvissuti della Shoah residenti negli Stati Uniti hanno duramente condannato "I-Mussolini", l’applicazione dell’Iphone che contiene un centinaio di discorsi del Duce messa on-line dal programmatore napoletano Luigi Marino.

Elan Steinberg, vicepresidente di questa organizzazione (American Gathering of Holocaust Survivors and their Descendants) ha chiamato in causa la Apple, definendo quest’applicazione «un insulto alla memoria di tutte le vittime del nazismo e del fascismo, ebrei e non, da condannare come un’offesa alla decenza e alla coscienza».

«Intendiamo protestare - ha concluso Steinberg - nei confronti dei dirigenti della Apple che avendo il controllo di questa applicazione ne sono pertanto responsabili«.



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Vi racconto gli affari bulgari di Delbono"

di Stefano Filippi

Parla Francesco Stagni, l’ex missino socio del sindaco dimissionario: "Fu Flavio a chiedermi di subentrare con il 50% della Bulfranz. Voleva investire i risparmi della madre, insieme abbiamo trattato appartamenti.


Il vantaggio? Tasse al 15%". Cambia il procuratore e l'inchiesta rinasce


nostro inviato a Bologna


Il socio di Flavio Delbono per gli investimenti bulgari è un ex missino di 58 anni, bolognese, commercialista, che frequenta i Balcani da una ventina d’anni. Francesco Stagni è furente per essere finito in questo scandalo: «La mia attività è regolare e trasparente, querelerò chi mi ha accostato a uno come Divani che non conosco neppure». Non è ancora stato chiamato in Procura. E precisa: «Fu Delbono a cercarmi».

Siete amici?
«Sì. Ci conoscemmo parecchi anni fa, quando lui era assessore comunale al bilancio nella giunta Vitali e io revisore dei conti. Una persona gentile e affabile».

Chi la scelse come controllore del bilancio comunale?
«Mi propose il capogruppo del Movimento sociale, Veronesi. Era il più grosso partito dell’opposizione. Poi sono passato in Alleanza nazionale che nel 2000 mi candidò in Regione: con quattromila preferenze mi piazzai secondo, primo dei non eletti. A Bologna non sono uno sconosciuto».

Adesso è fuori della politica?
«Totalmente. Abbandonata nel 2002 per protesta contro Fini».

Come cominciò a fare affari in Bulgaria?
«Nei primi anni Novanta, assieme a un gruppo di aziende emiliane del settore meccanico interessate a investire laggiù, e a un pool di avvocati e commercialisti».

Perché proprio in Bulgaria?
«I Balcani erano un mercato promettente, ma in Macedonia c’era troppa incertezza, in Serbia la guerra, altrove ci boicottavano. La Bulgaria aveva una buona tradizione nella meccanica e nell’agroalimentare, settori economici affini ai nostri, e quel gruppo di imprenditori voleva portare all’estero parte della produzione. Se poi fosse entrata nell’Ue e nell’euro, l’investimento si sarebbe raddoppiato».

A Sofia ha mantenuto rapporti per tutti questi anni?
«Svolgevo consulenze per varie aziende. Poi ho pensato di buttarmi nell’immobiliare».

E ha aperto questa società, la Bulfranz.
«Ero socio unico. Un privato che vuole investire in immobili non può acquistare terreni in proprietà, una società sì. Al privato è riservata una formula tipo il lease-hold inglese, una specie di affitto a lungo termine».

Fu lei a coinvolgere Delbono?
«No, mi chiamò lui. Disse che aveva dei soldi della madre da investire».

Perché si rivolse proprio a lei?
«Lo chieda a lui. Siamo amici, abbiamo lavorato a lungo assieme, avrà pensato che sono un professionista serio. Che poteva fidarsi».

Un pezzo grosso del Pd e un ex missino che fanno affari assieme.
«Se Fini presenta il suo libro alla libreria delle Coop rosse, perché io non posso fare affari con uno di sinistra?».

Lei conferma che Delbono era in Bulgaria a sbrigare questioni immobiliari mentre figurava in missione?
«So che viaggiava per conto della Regione. Sia chiaro che io ho pagato il mio biglietto, è tutto documentato».

Era necessaria la presenza di Delbono a Sofia?
«In due occasioni sì».

Quali?
«La prima volta quando gli cedetti il 50 per cento delle mie quote perché la società passava da uninominale a plurinominale, la seconda quando approvammo una modifica allo statuto».

E queste due occasioni coincidevano con viaggi istituzionali di Delbono.
«Sono fatti suoi, io non c’entro con questa storia, non ero aggregato a nessuna delegazione, nessuno ha pagato per me».

Che affari avete fatto assieme?
«Poca cosa, abbiamo comprato due appartamenti e ne abbiamo rivenduto uno. Appena in tempo».

Perché?
«La Bulgaria non si è dimostrata una terra promessa, le banche non danno facilmente mutui, il nostro acquirente paga l’8,5 per cento di interesse».

E dov’è allora il vantaggio di investire laggiù?
«Quello fiscale. Le società sono tassate al 15 per cento».

Aliquota fissa indipendentemente dal reddito?
«Sì».

Quindi Delbono voleva investire un capitale per pagare meno tasse.
«Chiedetelo a lui, non conosco i suoi fini reconditi».

Siete ancora soci?
«Per forza, finché non vendiamo l’appartamento che abbiamo ancora sul gobbo...».

Perché non ha raccontato la sua verità agli inquirenti?
«Aspetto solo che il magistrato mi chiami. Io ho fatto tutto in regola, le operazioni sono registrate nel quadro RW della denuncia dei redditi».

Che cosa pensa ora di Delbono?
«È un bravo professore. Mi auguro che ne esca bene a livello personale. A livello politico è un’altra questione».





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Nas, sequestri in tutta Italia Uova tra escrementi di topo Finti prodotti "biologici"

Quotidianonet

Ad Alessandria il nucleo dei carabinieri a tutela della sicurezza dei consumatori ha sequestrato 40.000 uova tenute in una struttura con muffe, ragnatele, escrementi e carcasse di roditori sparse sul terreno.
A Napoli, come a Udine, scoperto un centro di imballaggio che apponeva una durata minima superiore a quello prevista. Sequestri anche a Cosenza, Bari e Aosta

Roma, 30 gennaio 2010.


Operazioni in tutta Italia dei Carabinieri dei Nas a tutela della sicurezza dei consumatori. Il Nucleo di Alessandria ha sequestrato 40.000 uova stipate in un deposito abusivo privo di norme igienico-sanitarie presso un allevamento di galline ovaiole della provincia di Cuneo.

La struttura presentava infatti pessime condizioni con muffe, ragnatele, escrementi e carcasse di roditori sparse sul terreno.

Buona parte delle uova avevano inoltre il guscio infranto e mancavano dei codici identificativi aziendali, irregolarità quest’ultima che si ricollega al rinvenimento di quasi 6.000 confezioni per uova, vuote e recanti indicazioni riferibili ad altro centro di confezionamento. Il titolare è stato denunciato per frode in commercio e detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione.

Analoga operazione è stata effettuata dal Nas di Napoli, che ha individuato un centro di imballaggio di uova il cui proprietario apponeva sulle confezioni una durata minima superiore a quello prevista dalla normativa vigente. Sequestrate quasi 5000 uova e denunciato il titolare per frode in commercio.

A Udine i carabinieri hanno sequestrato, in un caseificio, circa 1800 forme di ricotte e formaggi tipici della Carnia (Montasio ed Occhione), per un totale di 9 tonnellate, poste a stagionare in uno stabilimento abusivo (non riconosciuto a livello comunitario) e non dotate di idoneo sistema di rintracciabilità. Il valore dei prodotti caseari sequestrati supera i 75.000 euro.

Lo stesso Nucleo, in un’azienda agricola delle medesima provincia, ha vincolato oltre 5 tonnellate di prodotti ortofrutticoli etichettati come "biologici", ma mancanti di documentazione idonea a comprovare tale loro caratteristica.

Attività di rilievo sono state effettuate, infine, anche dal Nas di Aosta (sequestrati una tonnellata di carne bovina scaduta da diversi mesi e di macchinari per lavorazioni non autorizzate, effettuato presso un deposito all’ingrosso di prodotti carnei), di Cosenza (che ha posto i sigilli a 3 depositi ortofrutticoli non autorizzati ed in pessime condizioni strutturali) e di Bari (con il sequestro di 3 tonnellate di prodotti ittici congelati in cattivo stato di conservazione effettuato presso un deposito all’ingrosso di quella provincia).




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Un difetto al pedale dell'acceleratore Toyota ritira 8 milioni di auto con le scuse del presidente

Quotidianonet

Per un difetto al pedale dell’acceleratore la compagnia giapponese è stata cotstretta a richiamare fino a 1,8 milioni di auto in Europa. In totale ha ritirato l’equivalente della sua intera produzione mondiale annuale




Tokyo, 30 gennaio 2010


Il presidente della Toyota si è scusato per il difetto al pedale dell’acceleratore che ha costretto la compagnia giapponese a richiamare quasi otto milioni di milioni di veicoli in tutto il mondo. "Siamo estremamente dispiaciuti di aver messo a disagio i nostri clienti", ha dichiarato Akio Toyoda in un’intervista a margine del forum economico di Davos, in Svizzera.

Toyoda ha assicurato che la compagnia sta cercando di accertare i motivi del difetto per fornire "il prima possibile" una spiegazione che tranquillizzi i suoi clienti.

Ieri Toyota ha richiamato fino a 1,8 milioni di auto in Europa, mentre la rivale Honda ne ha richiamate 646 mila in tutto il mondo. A livello globale, nei giorni scorsi, Toyota ha richiamato quasi 8 milioni di auto per problemi all’acceleratore.

Praticamente la casa giapponese ha richiamato l’equivalente la sua intera produzione mondiale annuale, che nel 2009 è stata di 7,8 milioni di auto. Il primo richiamo ha riguardato 2,3 milioni di auto negli Usa, poi il numero dei veicoli richiamati negli Stati Uniti è salito fino a 5,3 milioni di unità, che sommati ai richiami europei portano il totale a 7,7 milioni di auto.






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Stop di Google a Internet Explorer 6

La Stampa

Da marzo non supporterà più il browser, considerato un anello debole nei cyberattacchi. Alcune funzionalità delle applicazioni Web saranno disattivate



ROMA


A partire dal prossimo primo marzo Google inizierà a non supportare più Internet Explorer 6, considerato l’anello debole negli ultimi cyberattacchi lanciati contro il motore di ricerca.

Come riporta il sito della Bbc, anche i governi francese e tedesco hanno invitato i propri cittadini a cambiare sistema operativo fintanto che la Microsoft non avrà apportato i necessari correttivi; l'azienda americana ha in effetti provveduto a effettuare un upgrade di sicurezza tre settimane prima della data programmata.

Tuttavia Google ha deciso di ritirare gradualmente il supporto del programma: alcune funzionalità delle applicazioni Google - come Google Docs o Google Sites - non funzioneranno più con IE6, uscito nove anni fa ma ancora utilizzato dal 20% degli utenti Internet comprese numerose pubbliche amministrazioni.

I cyberattacchi effettuati contro account di posta elettronica di Google hanno fatto sì che la casa statunitense abbia minacciato il ritiro dal mercato cinese: decisione criticata dal patron della Ms, Bill Gates, secondo il quale la censura del governo di Pechino sulle risorse internet sarebbe «limitata e facilmente aggirabile».



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Molto più spaventati di me

La Stampa

YOANI SANCHEZ
Venerdì è stata una giornata molto difficile, non lo nego. Nella mattinata è venuto a mancare Claudio, professore di fotografia nell’Accademia Blogger, perché è stato arrestato da un agente che esibiva un opaco documento con le sigle DSE (1). Nella nostra classe, dopo le lezioni, abbiamo fatto una piccola festa per celebrare il primo anniversario di Voces Cubanas (http://vocescubanas.com/), che nonostante la sua breve vita contiene già 26 siti personali. Ricordo che tra gli abbracci e i sorrisi qualcuno mi ha detto di fare molta attenzione. “In un sistema come il nostro non c’è modo di proteggersi dagli attacchi dello Stato”, ho detto per scacciare la mia stessa paura. Verso le sei di sera siamo andati a una riunione familiare. Mia sorella 36 anni fa, nelle prime ore del mattino, regalò a mio padre - per la giornata del ferroviere - il suo primo pianto di neonata.

È venuto con noi persino Teo, anche se da buon adolescente non partecipa volentieri alle attività dei “vecchi”. Là ci attendeva il solito compleanno a base di foto, candeline da spengere e il consueto “Felicidades Yunia en tu día, que lo pases con sana alegría….” (2). Ma eravamo spiati da diversi occhi che avevano in mente per noi un programma diverso. Nel bel mezzo della avenida Boyeros, a pochi metri dal MINFAR (3) e dall’ufficio di Raúl Castro, tre auto hanno fermato la Lada scassata sulla quale viaggiavamo e che avevamo preso all’angolo di una strada. “Non ti venga in mente di passare per calle 23, Yoani, perché l’Unione dei Giovani Comunisti sta svolgendo un’attività proprio in quella strada”, hanno gridato alcuni uomini scesi da un Geely di fabbricazione cinese che mi ha ricordato un forte dolore nella zona lombare. Ho vissuto una cosa simile nel novembre scorso e oggi non avrei permesso che mi mettessero di forza in un’altra auto, questa volta insieme a mio figlio.

Un uomo enorme è sceso dal veicolo e ha cominciato a ripetere le sue minacce. “Come ti chiami?”, ha chiesto Reinaldo, ma lui non ha avuto il coraggio di rispondere. Dal corpo slanciato di Teo è uscita una frase ironica: “Non dice il suo nome perché è un codardo”. Peggio ancora, Teo, peggio ancora, non dice il suo nome perché non si riconosce come individuo ma è soltanto un portavoce di persone che stanno più in alto. Una macchina da presa professionale filmava ogni nostro gesto, attendendo una posa aggressiva, una frase volgare, un eccesso d’ira. L’iniezione di terrore è stata breve ma il compleanno è diventato amaro. Come possiamo uscire indenni da una simile situazione? In quale modo un cittadino può proteggersi da uno Stato che comanda la polizia, i tribunali, le brigate di risposta rapida, i mezzi di diffusione e ha la capacità di diffamare e mentire, il potere di linciare socialmente e di trasformare una persona in uno sconfitto che chiede perdono?

Perché hanno così paura? Cosa pensavano succedesse oggi nella calle 23 che hanno fermato diversi blogger? Il terrore che provo quasi non mi fa digitare i tasti del computer, ma voglio dire a chi legge che oggi sono stata minacciata insieme alla mia famiglia e che quando una persona raggiunge un determinato livello di panico una dose maggiore non cambia la situazione. Non voglio smettere di scrivere, né di digitare frasi su Twitter, non sto programmando di chiudere il mio blog, non abbandonerò l’abitudine di pensare con la mia testa e - soprattutto - non voglio smettere di credere che loro sono molto più spaventati di me.

Traduzione di Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Note del traduttore:
(1) Il DSE è il dipartimento che contiene i Sevizi Segreti, la polizia politica e la Sicurezza di Stato.
(2) “Felicidades Yunia en tu día, que lo pases con sana alegría….”, letteralmente significa “Auguri Yunia nel tuo giorno, trascorrilo con sana allegria…”, è il corrispettivo del nostro “Tanti auguri a te”.
(3) Il MINFAR è il Ministero delle Forze Armate.




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Giorgio Bocca: "Non sono uno snob ma odio la gente"

La Stampa

Il giornalista: “Questa Italia è ladra e corrotta. Il popolo sovrano?
E’ pronto a tutti i delitti”




MASSIMO GRAMELLINI

Il pessimismo allunga la vita. E mantiene dritta la schiena. Quella di Giorgio Bocca è drittissima, e non solo per metafora. All’alba dei novant’anni l’arzillo catastrofista cuneese ha pubblicato un saggio dal titolo molto giorgiobocchesco - Annus Horribilis (Feltrinelli) - scritto in una lingua limpida e densa come i torrenti delle sue valli.

Prima pagina del libro e subito un cittadin per terra: Gianfranco Fini. La sinistra lo adotta e lei gli spara addosso?
«È il tipico carrierista che difende le forme della democrazia, ma nella sostanza permette al sultano di continuare a governare».

Bene, siamo partiti leggeri.
«Chi vuol fare carriera non dovrebbe mai dire quello che pensa. Nel 1948, ero alla Gazzetta del Popolo, mi chiesero per chi avrei votato al referendum. Ma per la Repubblica, risposi io, ingenuo. Stupore assoluto. La Sip, padrona del giornale, sapeva che la sinistra voleva nazionalizzare l'azienda e tifava per i monarchici. Da allora il direttore Caputo mi fece mangiare merda. Ogni notte in tipografia urlava: chi è il coglione che ha passato questa notizia? I colleghi si aprivano come il Mar Rosso e in mezzo rimanevo io… Il mondo è pieno di servi».

Lei se la prende molto con gli urlatori da talk show.
«L’avvocato Ghedini… Ogni volta che lo vedo mi contorco sulla sedia dalla rabbia. Potessi, lo strozzerei. Ti portano via la parola come delle iene. La tv è una rovina per la democrazia. Non insegna ad ascoltare, ma a urlare».

E naturalmente il grande burattinaio dello spettacolo resta Lui.
«Lui è un maestro in queste cose. Ricordo quando intervistai Craxi per le sue tv. Arriva Bettino e mi saluta con tono minaccioso: “Professore, come va?” Berlusconi sparì subito in regia. E guardando l’intervista capii poi il perché. Io ero ripreso sempre di nuca (cominciavo a essere un po’ calvo) e Craxi in primo piano, ridente e sfottente».

Lei ha sempre avuto un debole per il segretario socialista...
«È stato il Machiavelli della corruzione mentale degli italiani. Il suo celebre discorso alla Camera: siccome rubiamo tutti, non ruba nessuno».

I suoi seguaci dicono che ha pagato solo lui, non i capi comunisti.
«I leader del Pci non avevano bisogno di rubare: ricevevano i soldi dall’Urss. E poi per loro rubare era ancora un delitto. Adesso non c’è più differenza, se non che a destra si ruba in grande e a sinistra in piccolo. Non è tanto il denaro che li affascina, ma l'idea di farla franca. Durante il fascismo uno che rubava era fuori dalla società. A rubare erano pochissimi, Ciano, Farinacci. I piccoli gerarchi non rubavano».

La accuseranno di parlar bene dei fascisti, pur di parlar male dei contemporanei.
«Si era onesti perché c’era poco da rubare. La piccola borghesia aveva delle virtù. Poi i soldi hanno corrotto tutto. Conoscevo dei socialisti, a Cuneo, che facevano campagna elettorale in bicicletta. Dopo è arrivato Craxi e ho iniziato a vederli girare in automobile. Prima ai comizi bevevano vino acido. Poi davano banchetti».

Gli ex comunisti sembrano essersi adeguati.
«La fedeltà è una delle virtù civili. Sono un partigiano e resto fedele alla sinistra anche quando fa delle coglionerie. Perché ne fa… Il capolavoro è stata la Puglia. Quel D’Alema… Uno odioso a tutti, un piccolo gerarca. Questa sua fama di intelligenza che consiste nel fare sempre le mosse sbagliate».

E il sindaco della rossa Bologna inguaiato dall’amante?
«Mi sembrano piccoli peccati. Un tempo impensabili, perché c’era il controllo della classe operaia sul candidato. Ma ora la classe operaia non esiste più».

Immagino che il gossip le faccia venire l’orticaria.
«Signorini e Corona sono due personaggi che in una società normale la gente si vergognerebbe di far entrare in casa. Berlusconi ha capito che i peccati sessuali sono un’arma di potere. Fa politica con un giornale di gossip e così riesce a uccidere gli avversari. Guardi quel Boffo come è stato giustiziato».

Lì Signorini non c’entra. È stato «Il Giornale», oggi di Feltri e un tempo del suo amato nemico Montanelli.
«Montanelli era un attore, con tutti i difetti degli attori, ma una brava persona incapace di colpi bassi. Certo, un contaballe… Durante la resistenza, ha raccontato così tante balle sulla sua amicizia con i partigiani che alla fine i fascisti sono stati costretti a metterlo in galera. Però era un uomo dell’Italia onesta che non rubava».

E il suo successore?
«Di Feltri non penso niente, perché mi fa paura».

Giuliano Ferrara?
«Un altro pazzo, ma mi è simpatico. Il Foglio è l’unico giornale culturale che esista in Italia».

I terzisti?
«Fanno i finti tonti. Chi non sta né di qua né di là finisce inevitabilmente per andare di là. Perché non c’è mediazione possibile: i ladri sono ladri».

Nel libro cita una battuta di Confalonieri su Berlusconi. «È come Anteo, se lo butti a terra, moltiplichi le sue forze».
«Berlusconi è pericoloso perché è abile, furbo. Usa tutti i mezzi, anche quelli illeciti come la diffamazione. È un fondatore di imperi, la forza bruta del capitalismo che distruggerà il capitalismo. Dal punto di vista clinico, un megalomane. Quando lavoravo per lui ricordo le telefonate alle otto del mattino, la segretaria che prima di entrare nel suo ufficio mi obbligava a mettere la cravatta che teneva nel cassetto».

I veri tiranni preferiscono essere temuti più che amati.
«I megalomani vogliono essere amati anche dalle persone che atterriscono… Aveva una tale smania di ottimizzare tutto che un ex giocatore di basket lo seguiva con un cronometro manuale e prendeva il tempo delle sue conversazioni. Per cui tu eri lì che parlavi con Berlusconi e quello ogni trenta secondi ci interrompeva: Dottore, sono passati trenta secondi… Dottore, è passato un minuto…».

Si rassegni. Quell’uomo vuol essere amato ed è amato.
«Gli italiani invidiano chi ha un euro più di loro, ma oltre un certo livello di ricchezza l’atteggiamento cambia. Lo straricco è ammirato. Pensi all’Avvocato».

Lei non va matto per «la gente».
«Il popolo sovrano è pronto a tutti i delitti. La storia d’Italia l’hanno fatta le minoranze. I Mille di Garibaldi e della Resistenza, minoranze estreme che muovono un popolo egoista, grigio. È stata la Chiesa a diseducarlo con confessioni e giubilei. Della religione cattolica mi piace la pietas, non il perdono generalizzato».

Diranno che è uno snob.
«L’unico che tenta di esserlo è Sgarbi. Ma l’italiano è il contrario dello snob. Noi siamo melodrammatici».

Come la tv?
«La tv è una Filodrammatica: tutti nella vita recitano come se fossero in tv. La guardo molto. Spesso mi addormento davanti. Ormai è una ripetizione di tutto. Persino il cattivo gusto è diventato difficile da rinnovare».

I comici?
«Questi di Zelig non fanno proprio ridere. Neanche Macario mi faceva ridere. Totò sì, per le mosse da marionetta. E Sordi per il suo cinismo, certo non per l’umorismo. L’umorismo è sconosciuto agli italiani. È una specialità degli ebrei americani».

Cosa guarda, allora?
«Lo sport. Almeno il calcio è autentico».

Sicuro? Girano tanti di quei soldi anche lì.
«Ma almeno i calciatori corrono, si feriscono continuamente. Le partite sono vere».

E la sua Juve?
«Ciro Ferrara! L’allenatore non è il suo mestiere. Questa Juve non ha un gioco. A me piace quello del Genoa, Gasperini».

E Obama le piace? Il 2009 è stato abbastanza horribilis anche per lui.
«Ha una cattiva stampa, ma ce la mette tutta. Forse ha suscitato troppe speranze. È difficile imporre delle novità a un Impero: alla fine lì sono i militari che decidono».

Lo scrittore Martin Amis sostiene che ci sono troppi vecchi al mondo e propone un’eutanasia obbligatoria al compimento dei 70 anni. Lei ormai è fuori pericolo.
«Quell’idea c’era già in un racconto di Buzzati. Magari ci arriveremo. Mi sembra la grande vendetta di Hitler. Il dominio dei più forti sui più deboli».

Lei scrive, legge, si emoziona, si indigna, mangia con appetito. È davvero così terribile diventare vecchi?
«Quando ero giovane e forte avevo coraggio. Se ripenso a quei venti mesi di guerra vissuti come una splendida vacanza… Andavo in giro col mio fucile convinto di essere immortale. Adesso mi sento fragile e ho così paura di tutto che non esco quasi più di casa. La morte è una fregatura, ma l’immortalità non mi attira. La noia è micidiale a 90 anni, figuriamoci a 200».

Ai vecchi saggi si chiede di predire il futuro.
«Il genere umano sta andando verso l’autodistruzione. Siamo troppi e il mondo è troppo piccolo per noi».

In che cosa crede un pessimista universale?
«Nella dignità dell’uomo. I ladri sono degli stupidi che si fregano da soli».

Ci regali almeno una speranza. Anche piccola, la prego.
«Se viene di là, le offrirò l’unica cosa veramente buona che esiste al mondo. Un bicchiere di vino».




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Medici ubriachi e in posa con il mitra Scandalo sui soccorritori di Haiti

Corriere della Sera

La squadra è originaria del Portorico, le foto pubblicate su Facebook (poi rimosse) creano imbarazzo nel Paese



MILANO - A pochi passi da loro probabilmente si respira ancora l'odore della morte. Dopo il terribile terremoto che ha sconvolto Haiti è scattata la solidarietà internazionale e squadre di soccorso sono partite alla volta dell'isola caraibica. Tra queste c'era anche la loro, quella di un gruppo di medici portoricani accorsi per dare manforte ai colleghi che abitualmente operano nel Paese. Fin qui nulla di male. Se non fosse che, forse per stemperare la tensione, a margine dei loro interventi a favore dei feriti hanno trovato anche il modo di brindare, scherzare e perfino di assumere atteggiamenti goliardici mettendosi sorridenti in posa per alcune foto ricordo con fucili e mitra prestati loro dai soldati che presidiano il territorio. Una situazione al limite del buon gusto, tanto più che quegli scatti sono poi stati pubblicati su Facebook. Dalla messa online delle immagini all'esplosione di un vero e proprio scandalo il passo è stato davvero breve.

Fotogallery

«INSENSIBILITA' INCREDIBILE» - Le foto non sono passate inosservate e sono state subito riprese da quasi tutti i media latinoamericani. Grande eco hanno avuto anche negli Stati Uniti, dove la notizia risulta la più cliccata tra quelle del portale della Cnn. In patria, a Portorico, la cosa ha creato novevole imbarazzo, soprattutto negli ambienti istituzionali. «Quelle immagini sono di una crudezza ed insensibilità incredibile», ha reagito il presidente del senato portoricano, Thomas Rivera, che ha assicurato ad una radio locale che verranno prese le misure del caso.

SCATTI IMBARAZZANTI - Le foto mostrano vari medici che, ridendo, bevono, fumano, brandiscono armi prestate loro da soldati dominicani e perfino una sega, presumibilmente per amputare arti. Altre foto mostrano haitiani seminudi con arti amputati. Secondo la denuncia di una giornalista locale, le immagini, almeno un migliaio, sono state postate su Facebook dal gruppo 'Salvemos a Haiti (Senado de Puerto Rico)'. Dopo lo scandalo che ne è seguito, fanno sapere i media latinoamericani, sarebbero state ritirate. Sono però tuttora presenti sui siti web di molti blog e siti informativi online.

Redazione Online
30 gennaio 2010



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Pinocchio, dalla televisione al web

Corriere della Sera


Scaricabile online (gratis) un audiolibro di Andrea Balestri, già protagonista del capolavoro di Comencini


Andrea Balestri
Andrea Balestri
PISA - Riecco il Pinocchio di Luigi Comencini, quarant’anni dopo. Non più alla tv, stavolta, ma su iTunes (e altri sistemi di podcasting) rivisitato e interpretato da lui, il mitico Andrea Balestri, l’indimenticabile Pinocchio del capolavoro televisivo andato in onda nell’aprile del 1972. Grazie a un progetto del Comune di Pisa e della Fondazione Collodi, da oggi Andrea mette a disposizione gratuitamente su iTunes (e pure sul normale web) la sua versione multimediale del capolavoro di Collodi. Che altro non è che una sorta di audiolibro, letto dallo stesso Balestri, e arricchito dai disegni di Fabio Leonardi e dalla musica di Andrea Cellesi.

«ANNI FORMIDABILI» - Andrea Balestri oggi ha 46 anni e lavora come operaio in un’azienda di smaltimento di rifiuti a Pisa. Però nonostante si sia fatto trascinare dal personaggio e abbia abbandonato la scuola con un certo anticipo non è diventato Lucignolo e soprattutto ha cercato di migliorarsi. Andrea ha scritto un libro con la prefazione di Cristina Comencini, la figlia del regista scomparso nel 2007, ha allestito un sito sul Internet, e si diverte ad organizzare spettacoli e iniziative culturali.

Gli anni del set li ricorda con nostalgia. «Anni formidabili - racconta - che nei cinque anni successivi mi hanno regalato una notorietà incredibile che ancora oggi in parte mi porto dietro. Ho tantissimi amici su Facebook o che mi lasciano messaggi nel mio sito. Sul set ho conosciuto attori straordinari. Nino Manfredi era Geppetto anche nella vita, simpaticissimo e gentile con me, paziente, protettivo. Con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, il gatto e la volpe, il rapporto poi era speciale. Mi capivano, mi coccolavano, mi viziavano a volte».

GINA LOLLOBRIGIDA - Solo con una persona Andrea Balestri non andava andavo d’accordo. Ed era la pur bravissima Gina Lollobrigida. «Le facevo i dispetti - ricorda -. Ero impertinente. Una volta ci furono problemi con la casa galleggiante della fatina che si staccò dalla riva del lago di Martignano, nel Lazio, spostando pericolosamente al largo. Erano tutti preoccupati, io ero contento perché speravo che lì dentro ci fosse la Lollo. Un’altra volta poi mi rifiutai di piangere davanti alla tomba della Fata Turchina solo perché c’era la foto della signora Gina. Ero proprio un Pinocchio vero. Il tempo mi avrebbe cambiato. Ora sono un uomo vero anche se quel burattino mi è rimasto nell’anima».


Marco Gasperetti
mgasperetti@corriere.it
29 gennaio 2010



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Cerchi lavoro? Negli Usa le aziende ti bocciano anche per la reputazione online

Quotidianonet

Il 70% dei reclutatori intervistati ha ammesso di aver respinto dei candidati sulla base di ricerche fatte su internet, una percentuale che scende al 41% in Gran Bretagna e al 16 e al 14 in Germania e Francia
 


Roma, 29 gennaio 2010 - Uno studio commissionato dalla Microsoft e presentato oggi, in occasione del ‘Data Privacy Day’, ha rivelato che negli Stati Uniti il 70% delle aziende ammette di aver respinto dei curricula sulla base del comportamento on line del candidato. In Europa la percentuale e’ piu’ bassa ma comunque significativa.
Alla ricerca hanno partecipato 1.200 manager e reclutatori, intervistati sulle abitudini nelle valutazioni dei candidati, e altrettanti utilizzatori di Internet, provenienti da Usa, Gran Bretagna, Francia e Germania.

Dallo studio sembrerebbe che la reputazione online sia fondamentale soprattutto negli Usa: il 70% dei reclutatori intervistati ha ammesso di aver respinto dei candidati sulla base di ricerche fatte su internet, una percentuale che scende al 41% in Gran Bretagna e al 16 e al 14 in Germania e Francia.

Al primo posto nei motivi di rigetto ci sono ‘preoccupazioni sui comportamenti del candidato’ e ‘commenti e testi inappropriati’, ma ben piazzati ci sono anche i commenti negativi nei confronti di colleghi e precedenti luoghi di lavoro.

Gli utenti non sembrano pero’ avere coscienza del pericolo: negli Usa solo il 7% degli intervistati ritiene che i propri comportamenti sul web possano influenzare la ricerca del lavoro, una percentuale che sale di poco, al 13%, nei tedeschi.







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Così i servizi stranieri hanno reclutato Patrizia»

di Redazione


Si parte dai pozzi di petrolio, si arriva a Patrizia D’Addario. Aldo Giannuli segue le curve di un ragionamento sofisticato e suggestivo per arrivare a una conclusione granitica: «L’operazione D’Addario è stata un’operazione di intelligence. E con ogni probabilità la cabina di regia non è a Bari o a Roma, ma all’estero». Attenzione, Giannuli, storico e saggista, è uno che di 007 se ne intende: è suo un testo molto fortunato, Come funzionano i servizi segreti (Ponte alle grazie), che viviseziona il metodo di lavoro delle barbefinte. E l’occhio allenato dello studioso, che fra l’altro ha sempre avuto simpatie per la sinistra radicale, riconosce il complotto dietro lo scandalo delle escort.


Dottor Giannuli, lei aveva già espresso questa convinzione in una precedente intervista al «Giornale». Come fa ad essere così sicuro?
«Sono troppi gli elementi che non tornano».

Troppi?
«Nel giro di poche settimane, con una simultaneità impressionante, parte una campagna che definirei multipla per azzoppare il Cavaliere. I giornali francesi pubblicano vignette pesantissime, che ridicolizzano il nostro presidente del Consiglio».

Diritto di satira.
«Ma no, siamo ben oltre. A distanza di pochi giorni parte il Noemigate, con la storia della ragazza di Casoria. Poi, a giugno, per la precisione il 17, ecco l’intervista di Patrizia D’Addario al Corriere della Sera. Troppa roba in troppo poco tempo».

Non potrebbe essere un caso?
«Non siamo ingenui. Mettiamola così, qualcuno ha capito che il nostro premier ha un punto debole: le donne. Per ragioni sue ha deciso di partire all’attacco. E c’è un altro elemento da considerare».

Quale?
«Nello stesso periodo, supercongestionato, salta fuori un fotografo sardo, Antonello Zappadu, che incredibilmente ha scattato immagini al premier per anni senza che nessuno l’abbia mai fermato sulla porta di Villa Certosa. Guarda la combinazione, proprio in quelle settimane calde Zappadu dice di avere cinquemila foto, un archivio sterminato, e le tira fuori. Forse qualcuno ha visto quelle foto, ha fatto delle riflessioni, ha capito che si può partire dalle ragazze, dalle feste, dalle escort per dare un colpo all’immagine del premier».

D’accordo, ma chi?
«Non credo assolutamente ad una regia italiana. L’operazione è troppo raffinata, studiata nei dettagli, mirata».

E allora?
«Io andrei a cercare negli Usa o dalle parti di un certo Rupert Murdoch».

Negli Usa? E perché?
«Perché l’Eni, con la sponda del Cavaliere, sta attuando una politica energetica che gli americani vedono come il fumo negli occhi. L’Eni, che è un colosso mondiale, ha messo le mani sui più importante giacimento iracheno, poi c’è stata la mano tesa a Gheddafi e Chavez, soprattutto l’accordo fra Eni e Gazprom per la realizzazione del gasdotto South Stream che connetterà direttamente Russia ed Unione europea. Chiaro?».

Berlusconi si è messo contro gli Usa?
«C’è chi è finito nella polvere per molto, molto meno. In alternativa c’è il duello con Murdoch, il signore di Sky. Qui il braccio di ferro fra i due magnati della comunicazione si spiega da sé».
Ammettiamo che ci sia un’origine internazionale. Ma poi come si arriva a Tarantini e alla D’Addario?
«Io credo che ci si sia appoggiati a qualche personaggio locale. Io sono di Bari e Bari dispone di ottimi investigatori privati e ottimi penalisti».

Andiamo avanti.
«L’investigatore, o il penalista, ha contattato Tarantini e gli ha chiesto lumi».

La escort più adatta?
«Certo. Così è saltata fuori Patrizia D’Addario».

La escort col registratore.
«Che, certo non dall’investigatore ma da qualcuno molto più in alto, ha avuto precise garanzie».

Quali garanzie?
«Sulla vita, ovviamente. E sul compenso. Ora si parla di ingenti somme depositate dalla signorina nel Qatar. Staremo a vedere gli sviluppi delle indagini. Certo, la D’Addario ha chiuso deliberatamente la sua carriera di escort e non posso pensare che l’abbia fatto a cuor leggero. Andando a sfidare, col suo registratorino, il premier, la security, le forze di polizia. Ma su, c’è un limite a tutto».

Nella sua spy story c’è spazio anche per i servizi segreti?
«Può darsi che qualche 007 corrotto, o qualche talpa interna a Mediaset, abbia agevolato il complotto. Così come è evidente che qualcuno a sinistra ha cercato di speculare su questa storia, senza rendersi conto che una vicenda del genere non indebolisce solo il premier ma l’Italia intera. E lo dico da uomo di sinistra, preoccupato perché talvolta lo stesso Berlusconi sembra affrontare con troppa disinvoltura e senza la necessaria prudenza situazioni difficilissime e assai scivolose».

Siamo all’ultima puntata, o ci saranno altri colpi di scena?
«L’obiettivo resta quello di prima: indebolire il premier, destabilizzare l’Italia. Quindi attrezziamoci: il peggio non è passato».



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Doping, dopo Riccò anche la fidanzata

Corriere della Sera

Vania Rossi, campionessa di ciclocross, positiva all'Epo-Cera: la stessa sostanza utilizzata dal compagno

MILANO - Anche Vania Rossi, come il suo compagno Riccardo Riccò, è stata trovata positiva all'antidoping. Per l'azzurra, seconda ai campionati italiani di ciclocross, la sostanza riscontrata è l'Epo-Cera: la stessa che ha portato alla squalifica il suo compagno due anni fa in occasione del Tour de France. Così, mentre Riccò potrà tornare a correre il 19 marzo, la compagna è stata appena sospesa dal Coni. I due hanno un figlio di pochi mesi. La ventiseienne di Torriana (Rimini) è stata trovata positiva dopo un controllo al termine della prova Tricolore di Milano del 10 gennaio.

«ALLATTO MIO FIGLIO» - «Cado dalle nuvole, sono assolutamente estranea all'accusa che mi è stata rivolta - si è difesa la Rossi -. Non ho mai preso sostanze proibite e non l'ho fatto neppure ora visto che sono mamma da luglio e allatto il mio bambino. Chi mi conosce, chi conosce la mia storia, sa benissimo che tutto questo è assolutamente assurdo. Non metterei mai a rischio la salute del mio bimbo per una gara ciclistica. Quella domenica, mentre attendevo di fare il controllo, ho allattato mio figlio, se avessi preso il Cera o qualsiasi altra cosa, sarei da mettere in galera. Cosa è successo? Questo non lo so, ma ci sono troppe cose che non tornano».

Redazione online
29 gennaio 2010








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