mercoledì 27 gennaio 2010

Criminalità organizzata e giornalismo d’inchiesta

Corriere della Sera

L'informazione e l'uso strumentale delle cause per diffamazione.
Con Milena Gabanelli e Gianni Barbacetto

MILANO - Nell’ambito di un ciclo di incontri sulla presenza della criminalità organizzata nel Nord Italia, si terrà sabato 30 gennaio al Circolo della Stampa una tavola rotonda che avrà per tema l’utilizzo strumentale delle cause per diffamazione e l’impatto che le richieste di risarcimento ad esse correlate hanno sulla libertà di stampa e sul diritto d’informazione.
Assieme a quella di Milena Gabanelli e Gianni Barbacetto, che porteranno la loro testimonianza diretta di giornalisti, la tavola rotonda vedrà la partecipazione dell'avvocato Caterina Malavenda, difensore di alcune delle principali testate giornalistiche nazionali, e di Alberto Nobili, procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Milano.

DIBATTITO - All’incontro interverranno anche alcuni esponenti del mondo della politica e del giornalismo lombardo, tra cui Giulio Cavalli, Ludovico Gilberti e Mauro Giubellini. Il dibattito intorno all’opportunità che sia introdotto nell’ordinamento normativo italiano un più efficace sistema sanzionatorio dell’azione temeraria nelle cause per diffamazione è aperto da tempo ed è stato rilanciato proprio da Milena Gabanelli quando, nello scorso settembre, si era paventata l’ipotesi che la Rai sospendesse la copertura legale alla trasmissione Report. Le spese legali necessarie ad affrontare i procedimenti giudiziari sono infatti notoriamente ingenti e spesso tali da dissuadere editori e giornalisti dal perseverare nelle proprie inchieste, anche quando l’azione sia infondata e il fatto diffamatorio del tutto insussistente. Analogamente le richieste di risarcimento possono raggiungere cifre a sei zeri e indurre l’editore a desistere dal rendere pubbliche determinate notizie.

LITE TEMERARIA - Sebbene le modifiche all’art.96 del Codice di procedura civile, introdotte dalla recente legge del 18 giugno 2009, n. 69, promettano novità, nella quasi totalità dei casi la lite temeraria (l’azione giudiziale mossa senza fondamento, con dolo o colpa grave) viene punita con sanzioni d’importo trascurabile. Chi possa permettersi di sostenere il costo delle spese processuali – e fra costoro si annoverano in gran numero mafiosi e camorristi, i quali possono contare su ricche fonti di liquidità – ha dunque a disposizione un utile istituto che, nato per difendere l’onorabilità di ogni onesto cittadino, si trasforma in vero e proprio strumento d’intimidazione.

INFORMAZIONE E INTIMIDAZIONE - La questione, apparentemente tecnica, nasconde un problema di interesse generale: il diritto della collettività a ricevere una corretta e puntuale informazione, libera da indebiti condizionamenti. Nelle intenzioni degli organizzatori l’incontro ha dunque lo scopo di portare il problema all’attenzione di un pubblico che non sia solo quello degli addetti ai lavori, e della politica, affinché possa intervenire sul piano normativo.

L'APPUNTAMENTO - L’evento avrà luogo sabato 30 gennaio, alle ore 16, nella Sala Bracco del Circolo della Stampa di Milano, ed è organizzato dall’Associazione Culturale Balrog, in collaborazione con virgolaz.it, milanomafia.com e Susp-Student’s Union Scienze Politiche.
Il Circolo della Stampa è in Corso Venezia 16, a Milano (MM1 Linea Rossa, fermate Palestro o San Babila, o Bus 97). Per informazioni: - Circolo della Stampa: eventi@circolostampamilano.it, tel. 02.76022671; Associazione Culturale Balrog: info@balrog.it, tel. 327.1534498.


27 gennaio 2010





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La Nasa si arrende:«Spirit» resta prigioniero delle sabbie di Marte Corriere della Sera

Corriere della Sera


Il rover marziano si trasformerà in laboratorio statico per studiare il nucleo del «pianeta rosso»





ROMA - La Nasa getta la spugna: «Spirit», il rover marziano bloccato da mesi in una zona sabbiosa del Pianeta Rosso, rimarrà dove si trova trasformandosi così in un laboratorio statico in grado di determinare ad esempio se il nucleo di Marte sia solido o liquido, misurando le oscillazioni del suo asse. Come riporta il sito della Bbc, la Nasa ha cercato a lungo di far uscire il rover da «Troy», un cratere nel quale era entrato nell’aprile scorso finendo impantanato nella sabbia, un terreno troppo friabile perché le sei ruote - di cui due danneggiate - riescano a fare presa sufficiente; «Spirit» era già sopravvissuto un anno fa a una violenta tempesta di polvere che aveva fatto temere per le batterie solari della sonda.

Ora la Nasa cercherà di orientare il rover in modo da massimizzare l’incidenza della luce sui pannelli solari: tuttavia l’esiguità dell’energia rimasta nelle batterie farà sì che nell’inverno marziano la sonda vada in letargo, disconnettendosi automaticamente. Nello scorso dicembre Spirit, nel tentativo di fuggire dalla zona sabbiosa, aveva rimosso e analizzato alcuni campioni del terreno trovandovi dei solfati, minerali normalmente associati ad attività idrotermali; i solfati si formano nelle zone in cui sono presenti dei getti di vapore, il che implicherebbe l’effetto contemporaneo di acqua e attività vulcaniche.

Fotogallery

RISULTATI INSPERATI - Nonostante qualche problema, sia Spirit che il gemello Opportunity hanno dato risultati al di là di ogni speranza: la missione esplorativa su Marte è giunta al sesto anno, quando il periodo operativo inizialmente previsto dai tecnici non superava i novanta giorni. Le missioni fin qui lanciate verso Marte hanno finalmente accertato che l’ipotesi dei geologi, ovvero che il Pianeta Rosso abbia in passato ospitato degli oceani, è corretta: rimane appunto da vedere se tale situazione sia durata abbastanza a lungo da permettere lo sviluppo di forme di vita unicellulari, che potrebbero avere lasciato delle tracce fossili.

La massa del pianeta è infatti troppo esigua e il campo magnetico troppo debole per trattenere un’atmosfera significativa, e temperatura e pressione atmosferica sono dunque attualmente troppo basse per permettere la formazione di H2O in forma liquida alla superficie (il ghiaccio è possibile, ma sublima direttamente in vapore di ghiaccio, rilevato dalle sonde orbitanti). È tuttavia possibile che sotto la superficie, dove pressione e temperatura sono maggiori, possano essere rimaste delle sacche di acqua in grado di aver conservato anche forme di vita elementari.

(Fonte agenzia ApCom)

27 gennaio 2010




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I francobolli censurati di Lin Biao ora valgono una fortuna

Corriere della Sera




Una serie mai emessa, un'altra con l'immagine tagliata dell'ex delfino di Mao Zedong




MILANO - Lin Biao era il successore designato da Mao Zedong alla guida della Cina. Ma il ministro della Difesa e vice presidente del Partito comunista cinese cadde in disgrazia e il 13 settembre 1971 l'aereo con il quale stava fuggendo un Unione Sovietica per evitare l'arresto precipitò in circostanze misteriose in Mongolia, forse dopo una mai chiarito colpo di Stato che avrebbe dovuto eliminare il Grande Timoniere. Da allora le sue immagini vennero eliminate in tutte le fotografie ufficiali, anche nei francobolli.


NON EMESSO - Ora questi francobolli vanno all'asta a Hong Kong a prezzi stratosferici. In particolare i pezzi che stanno focalizzando l'attenzione dei collezionisti sono due. Il primo, di cui sarà all'asta una quartina a un prezzo stimato di 640-770 mila dollari di Hong Kong (58-70 mila euro), risale al 1968 e doveva celebrare la «Grande vittoria della rivoluzione culturale».

All'inizio di novembre di quell'anno il noto illustratore Wan Weisheng venne incaricato di disegnare il bozzetto in cui Mao e Lin erano raffigurati mentre salutavano il popolo (Lin agitando il Libretto rosso alle spalle di Mao), popolo che reggeva uno striscione con la scritta «Tutto il Paese è rosso». Nella parte inferiore del francobollo compariva la dicitura «Lunga vita alla grande vittoria della rivoluzione culturale proletaria!».

La stampa di prova però sollevò alcuni distinguo dottrinali, in quanto si voleva dare maggiore enfasi al «tutto è rosso». A causa del poco tempo disponibile, Weishang eliminò sia Mao Zedong che Lin Biao e aggiunse una mappa della Cina sullo sfondo con la scritta «In Cina il rosso è da tutte le parti» (si veda la foto qui a destra), con l'unica parte in bianco dell'isola di Taiwan.

Ma ecco sorgere un altro problema dottrinale: come faceva la Cina a essere tutta rossa se Taiwan restava bianca? Il Comitato esecutivo militare decise di fermare la diffusione e di ritirare il francobollo, ma alcuni esemplari erano già stati distribuiti e utilizzati.



TAGLIATO - Il secondo francobollo, dal quale i curatori dell'asta si aspettano di ricavare 77-100 mila dollari di Hong Kong (7-9 mila euro), è in realtà una metà. Si tratta della figura di Lin Biao, che è stata tagliata di netto con le forbici da un altro francobollo del 1967 mai emesso in cui il ministro della Difesa cinese compariva accanto a Mao Zedong per celebrare il 40mo anniversario della base rivoluzionaria di Jing Gangshan. Si tratta del primo di una serie di quattro francobolli, in cui Mao compariva sulla parte sinistra mentre insieme a Biao si trovava all'entrata della Città Proibita in piazza Tien An Men. Dopo la caduta in disgrazia di Lin Biao, la sua figura venne completamente eliminata affinché non restasse alcuna traccia della sua presenza accanto a Mao.

Paolo Virtuani
27 gennaio 2010





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Licenziata per una fetta di formaggio Ma il giudice condanna Mc Donald's

Corriere della Sera


La commessa di un fast food olandese scaricata per non aver fatto pagare un supplemento ad un collega




MILANO - «E' solo una fetta di formaggio». Il pronunciamento del giudice di Leeuwarden, nel nord dei Paesi Bassi, passerà probabilmente alla storia: è con questa frase, infatti, che il magistrato ha sancito la sconfitta del colosso della ristorazione veloce Mc Donald's, che nei mesi scorsi aveva licenziato una propria impiegata ritenuta colpevole di avere danneggiato la società aggiungendo, appunto, una fetta di formaggio al panino preparato per un collega. Un gesto compiuto probabilmente in buona fede ma che è stato considerato una violazione delle regole interne della catena americana di fast food che prevedono appunto il divieto di trattamenti di favore nei confronti di amici, famigliari o degli stessi colleghi.

L'«UPGRADE» DEL PANINO - La commessa che si era resa «colpevole» dell'arricchimento «indebito» del panino destinato ad un altro lavoratore come lei - sostanzialmente un semplice hamburger era stato trasformato in un cheeseburger e quindi per l'acquisto sarebbe stato necessario pagare una somma maggiore, seppure se di pochi centesimi - non era stata semplicemente richiamata. Il suo capo l'aveva messa direttamente alla porta, interrompendo con cinque mesi d'anticipo il contratto a tempo determinato che la legava alla società.

Non aveva voluto sentire ragioni e per questo la ragazza aveva poi deciso di rivolgersi alla magistratura ordinaria. Il giudice ha approfondito il caso e alla fine ha ritenuto davvero spropositata la misura del licenziamento per una violazione di così lieve entità. Secondo il tribunale, un semplice avvertimento sarebbe stata una misura più che sufficiente per quella che evidentemente è stata giudicata solo una violazione della policy interna e non un vero danneggiamento nei confronti dell'azienda. Al punto che Mc Donald's è stata condannata a risarcire la propria ex dipendente con una somma di circa 4.200 euro, ovvero la somma corrispondente ai cinque mesi di lavoro persi.

Redazione Online
27 gennaio 2010



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Il Cristo di Rio si fa il lifting

Corriere della Sera

Nel weekend parte il restauro della statua del Corcovado. Costerà 2,7 milioni di euro

MILANO - Il Cristo Redentore di Rio si fa il lifting. Nel fine settimana la statua simbolo della città brasiliana che domina Rio dall'alto del Corcovado sarà sottoposta infatti a lavori di restauro che costeranno in tutto sette milioni di real, pari a circa 2,7 milioni di euro. Durante il lavori che dureranno fino a giugno, le visite turistiche al Cristo a braccia aperte non saranno interrotte. Il monumento, che a ottobre ha festeggiato le 78 primavere, sarà comunque coperto da un velo trasparente,

I LAVORI - I lavori consisteranno principalmente nel sostituire i pezzi di pietra che si sono staccati ed eliminare le macchie di umidità e i graffi che nel tempo si sono accumulati. La maggior parte del costo del restauro sarà sostenuta dal gigante brasiliano del settore minerario Vale, che si è impegnato ad assicurare il buono stato di conservazione del Cristo Redentore fino al 2015. Nello stesso tempo, la chiesa cattolica brasiliana ha lanciato un appello ai fedeli per ottenere donazioni. Piccole statue in miniatura del Cristo a braccia aperte sono state vendute a 7 real ciascuna nelle 252 parrocchie dell'arcidiocesi di Rio.

MONUMENTO SIMBOLO - Posta su un piedistallo alto otto metri, la statua in pietra e cemento che domina Rio si erge sulla montagna del Corcovado, è alta trenta metri e pesa 1.145 tonnellate. La costruzione ebbe inizio nel 1926 a partire da un progetto dell'ingegnere brasiliano Heitor da Silva Costa che ha ceduto tutti i suoi diritti alla chiesa cattolica. È stata scolpita da Paul Landowski, un francese di origine polacche, e inaugurata nel 1931 dopo cinque anni di lavori che hanno richiesto anche la costruzione di una strada e di una ferrovia per consentire l'accesso al Corcovado (710 metri d'altezza). Classificato come monumento storico dal 1973, il Cristo a braccia aperte, che conta un milione e ottocentomila turisti l'anno, è in assoluto il luogo più visitato di Rio. (Fonte Afp)


27 gennaio 2010





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Shoah, la provocazione di Teheran «Un giorno vedremo Israele distrutta»

Corriere della Sera


Khamenei rilancia l'appello di Ahmadinejad a «cancellare Israele dalla mappa del mondo» 


MILANO - «Di sicuro verrà il giorno in cui le nazioni della regione vedranno la distruzione del regime sionista. I tempi di questa dipendono dal modo in cui le nazioni islamiche affronteranno il tema». Nel Giorno della Memoria la Guida Suprema dell'Iran, Ali Khamenei, invoca nuovamente la scomparsa di Israele, rilanciando l'appello del presidente Mahmoud Ahmadinejad a «cancellare Israele dalla mappa del mondo» e a interpretare l'Olocausto come un «mito».



INCONTRO CON IL PRESIDENTE DELLA MAURITANIA - Le frasi di Khamenei, sono riportate sul sito web della guida spirituale, impegnata con Ahmadinejad a compattare la Repubblica Islamica contro il nemico storico anche per superare le difficoltà politiche interne. Khamenei ha ricevuto il presidente della Mauritania Mohammed Ould Abdel Aziz e ha invitato lo Stato africano a troncare definitivamente le relazioni con Israele; una strada che Nouakchott aveva già cominciato a percorrere nel gennaio del 2009 con la sospensione delle relazioni diplomatiche.

>PROCESSARE AHMADINEJAD» - Proprio all'Iran e ad Ahmadinejad ha fatto riferimento lo scrittore ebreo sopravvissuto all’Olocausto Elie Wiesel, parlando nell’aula di Montecitorio : «Come si può trattare con un presidente di nazione che non riconosce la Shoah né il diritto di Israele ad esistere? - ha chiesto Elie Wiesel -. Dovrebbe essere arrestato e tradotto davanti alla Corte penale internazionale dell’Aja per incitazione a crimini contro l’umanità».

Redazione online
27 gennaio 2010



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L’odio contro la moschea può far nascere i kamikaze»

Il Secolo xix

Daniele Grillo


«È difficile spiegare ai ragazzi, soprattutto ai più giovani, ai nuovi arrivati, perché non ci permettono di costruire la moschea. Questo clima di odio nei nostri confronti, questa guerra tra poveri generata dalla Lega, ci hanno portato a non riuscire più a controllare la rabbia dei ragazzi. Che è arrivata al massimo, tanto che potrebbero compiere gesti di ogni tipo, anche farsi saltare in aria».

A Genova, dunque, esplode la rabbia dei musulmani, alle prese da anni con il tentativo sempre arenatosi contro proteste dei cittadini, tentennamenti della giunta comunale e iniziative della Lega Nord di edificare un proprio luogo di culto.

A elevare i toni oltre il consentito è questa volta un movimento politico nato nel 2005 e recentemente tornato a far sentire la propria voce. A levare la voce, con tanto di velata minaccia, è M’Hamed Lekroune, presidente di Italia Colorata, «movimento che si occupa dell’integrazione degli immigrati in Italia». Una realtà a sé stante, a volte scomoda anche per la stessa comunità islamica genovese. Comunità che, però, pur condannando i toni accesi dello sfogo, si dichiara in sintonia con la sostanza.



«Lekroune ha usato toni molto forti, conoscendolo non credo intenda parlare di una minaccia seria - commenta Hussein Salah, portavoce della comunità islamica di Genova - Il senso del discorso è evidentemente che si fa sempre più fatica a fronteggiare il clima di diffidenza e di odio che circonda questa vicenda. C’è indubbiamente, nella comunità, un profondo disagio. Che aumenta».





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Casinò, ecco perché Mento resta in carcere

Il Secolo xix

L’associazione per delinquere? C’era, eccome. Esisteva un’organizzazione stabile, c’erano nove componenti che non solo avevano la perfetta consapevolezza di farne parte, ma si erano pure spartiti i compiti operativi. Un’organizzazione che, dicono ora i giudici, aveva i suoi «capi»: Roberto Mento, Riccardo Greco e Angelo Barzelloni. E tutti quanto di avvalevano di una società per mettere a segno i loro reati: la Seven Seas.

È questo il motivo per cui Mento, ex vicedirettore dei giochi del casinò, deve rimanere in carcere. Stessa sorte tocca a Greco. E sarebbe toccata a Barzelloni se non fosse riuscito a riparare in Brasile, «rendendosi latitante». Il verdetto dei giudici del tribunale del riesame è netto e inequivocabile. E non lascia aperte troppe possibilità di intaccare l’indagine della procura di Sanremo, del suo capo Roberto Cavallone.

I furti sui casinò galleggianti di Msc Crociere non posso nemmeno essere considerati, dicono i magistrati, soltanto una serie di ruberie. Ma «c’era un programma che aveva per oggetto una serie indeterminata di furti aggravati, il cui numero non era a priori definibile».

Insomma: se non fossero stati stoppati, bloccati dalle indagini della procura di Sanremo, i responsabili dello svuotamento delle casse di Msc avrebbero continuato, «perché non vi è alcun elemento indicativo che il progetto riguardasse un numero limitato di crociere».

E nemmeno vale, dicono ancora i giudici, il fatto che i colpi siano stati messi a segno sulle navi, in acque internazionali o comunque all’estero. Perché erano stati «ideati in Italia, paese dal quale provenivano le istruzione e le indicazioni per la loro realizzazione, fornite dai capi agli associati che dovevano operare materialmente sui casinò di bordo».

La genesi dell’inchiesta, quella che è ancora per gran parte da svelare, è toccata solo in un punto. Quando si afferma che nei confronti di Mento si stava già indagando per associazione per delinquere, ricettazione, riciclaggio. Da lì partono le intercettazioni telefoniche che sveleranno il gioco sporco agli investigatori.

E a questo punto sono gli stessi colloqui che intercorrono tra gli indagati a incastrarli. Frasi che già da sole tradiscono le intenzioni del terzetto: «Gli hanno acchiappato proprio la contabilità farlocca»; «Li hanno sorpresi mentre prendevano il grano dai tavoli»; «Con la doppia contabilità noi scriviamo dei fogli che poi buttiamo dopo ogni crociera». Tutta una serie di colloqui, confermati poi da appostamenti, perquisizioni e ammissioni da parte dei personaggi “di contorno” che hanno confermato le ipotesi del pm.

Gli arrestati devono rimanere in carcere, spiegano i giudici del riesame. E per più di un motivo. Prendiamo il caso di Mento. In prima battuta la possibilità di alterare, di inquinare le prove è concreta. «Mento chiede alla moglie di portare “tutto” dalla sorella». E poi ci sono quelle telefonate con Barzelloni, nelle quali i due, visto scoperto l’inganno, ipotizzano di dare la colpa degli ammanchi ai manager dei casinò.

Dice Barzelloni: «Io gli posso dire: noi chiudiamo, si vede che è il manager che se li è presi, cosa posso dire?». Mento gli risponde: «E certo, per forza». Barzelloni: «È meglio fare la figura degli incompetenti o la figura dei ladri?». Mento: «Magari riusciamo a dare la colpa a qualcheduno, cosa vuoi che ti dica, gli facciamo dei regali».

Poi c’è il pericolo di fuga. E ancora i giudici annotano: «Deve ricordarsi che quando la notizia dell’ispezione della Msc aveva destato la preoccupazione di mento e di Barzelloni, entrambi avevano progettato di cercare rifugio all’estero, Barzelloni in Brasile e mento in Costa d’Avorio.

Infine, scrivono ancora i magistrati, «vi è un consistente pericolo di reiterazione del reato». Insomma: le tre motivazioni che stanno alla base del carcere, per il tribunale del riesame, esistono tutte e tre.

Ma i giudici ricordano anche qual è stato il momento della svolte nell’inchiesta. Accade tutto il 27 novembre 2009. Quando la Msc Splendida attracca nel porto di Genova, la polizia giudiziaria sta seguendo passo passo un manager del casinò galleggiante, Riccardo Serra. Lo ferma insieme ad altre due persone giunte sotto casa sua. Ha, addosso, 97.500 euro in contanti: quasi tutte banconote da 500 euro.

Quel giorno stesso Serra viene interrogato. Fa dichiarazioni spontanee e racconta tutto. Spiega: «La parte in nero si guadagna compilando, e falsificando il reale guadagno nel “table sum”, cedolini di riscontro delle singole serate, abbassando il guadagno totale ufficiale della serata».

Ma non si ferma qui. Spiega ancora: «Preciso che facevo questa operazione di falso per conto della mia società, in quanto sono stato sitruito dai titolari, Barzelloni e Greco, nel compilare i cedolini. Personalmente era la prima volta che sbarcavo il denaro, ma sono a conoscenza che i soci almeno una volta sulla mia nave hanno scaricato del denaro».

È la conferma di tutte le ipotesi accusatorie e anche del tenore delle telefonate già intercettate. Anche perché pochi giorni prima, il 22 novembre, un altro manager «comunicava a Barzelloni di aver nascosto 11 mila euro sulla nave su cui si trovava e chiedeva e riceveva consigli su come sbarcare la somma, che precisava essere prevalentemente in banconote da 100 euro, evitando di essere colto sul fatto». Il quadro è ormai completo. E tutti questi elementi, dicono i giudici del riesame, fanno capire che i furti non erano occasionali. C’era un’organizzazione precisa, strutturata. Un’associazione per delinquere.





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Carrefour, la pipì solo ogni 4 ore per le cassiere

di Eleonora Barbieri

In bagno con il cronometro, è la nuova direttiva del gruppo ai dipendenti dei supermecati. Lettera ai dipendenti del gruppo Carrefour: "Per necessità più frequenti è necessario mostrare il certificato medico". I dirigenti si difendono: "E' solo un'indicazione di massima"





In bagno col cronometro. D’ora in poi, pause pipì numerate per le cassiere dei supermercati. D’altronde si tratta di funzioni fisiologiche, quindi la scienza sarà in grado di calcolare qual è la media. Ed ecco il conto, presto fatto: una puntatina al bagno in un turno di quattro-cinque ore è la frequenza normale, quindi accettata senza problemi. 

Oltre si sconfina: se le cassiere devono assentarsi più spesso escono dai limiti. Letteralmente: «Qualora ci siano frequenti necessità la pausa diventa patologica e va certificata dal medico», recita una circolare interna distribuita dal gruppo Carrefour. 

Si parla di un colosso dei supermercati, che si deve organizzare, come suggerisce la categoria d’appartenenza, cioè la Gdo, grande distribuzione organizzata, appunto. Ecco perché tutti quei calcoli su esigenze così intime: «È solo un’indicazione di massima per organizzare al meglio il lavoro e niente più», fanno sapere dall’azienda all’agenzia Adnkronos. 

Di qui l’indicazione dettagliata sulle pause «fisiologiche» (ben diverse dalle pericolose interruzioni «patologiche»), che «possono essere effettuate nei limiti della normalità», cioè «mediamente una volta in un turno di quattro-cinque ore». E se uno è fuori media che fa? 

Ora i dirigenti della catena garantiscono «massima elasticità», ma quel calcolo, quel numero così preciso è un incubo. La cassiera è abituata alla velocità, ai turni, al nastro che scorre senza sosta, alla marea dei clienti: insomma non è che non conosca i pregi di una certa rigidità, quella che serve per non inceppare il meccanismo, non è che non sappia quanto è importante l’ingranaggio. Però forse il cronometro della pipì non se l’aspettava. 

Di fronte a tanta solerzia, le domande sono molte: misurare perfino le puntate al bagno è un’invasione della privacy?, è un eccesso di burocrazia?, è davvero, la pipì, un fattore di turbamento sul lavoro, in grado di scombussolare un’intera organizzazione? Perché se così fosse, quella pausa fisiologica, anzi patologica potrebbe tramutarsi in una fonte di senso di colpa, una rotella impazzita che mette in crisi la perfezione del sistema. 

Il direttore risorse umane di Carrefour Italia Francesco Quattrone cerca di spiegare le necessità, le difficoltà di gestire una macchina così complessa: «Voglio chiarire che questa materia delle pause è stata affrontata solo da un punto di vista organizzativo. Bisogna tenere conto che ci troviamo a gestire circa 6 mila cassiere per circa 400 punti vendita, e c’è la necessità di far funzionare al meglio la macchina. Senza intoppi». 

Però la faccenda non dev’essere vissuta come una minaccia, una specie di Grande fratello dei bisognini: «Naturalmente non stiamo a contare quante volte un dipendente va in bagno. Assolutamente no, voglio sottolinearlo bene». Sospiro di sollievo. Ma allora perché la circolare? «Queste sono solo linee guida, una sorta di raccomandazione, per cercare di regolare le pause ed evitare un abuso delle stesse. Bisogna considerare che l’aspetto organizzativo per le aziende della grande distribuzione è fondamentale».

Gli abusi, per carità. Ma la pausa pipì è paragonabile a quella per la sigaretta o per il caffè? Un’esperta come Alessandra Graziottin, direttore del centro di Ginecologia del San Raffaele di Milano dice di no: «Anche se è solo una raccomandazione, la trovo invasiva. Tra l’altro la frequenza delle visite in bagno, anche per una persona che non soffre di particolari patologie, dipende da tanti fattori». Insomma bisogna rassegnarsi: anche la fisiologia ha i suoi tempi. E il cronometro potrebbe non bastare a frenarla.




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I dipendenti assenteisti ripresi con le telecamere

Il Secolo xix

Chi ha passato il badge dei colleghi nell’obliteratrice è stato filmato dalla polizia.
Per ora gli indagati per truffa ai danni dell’Asl sono oltre una trentina

I dipendenti assenteisti dell’Asl sarebbero stati ripresi anche dalle telecamere posizionate dagli uomini della squadra mobile della polizia nei corridoi dove si trovano le macchine obliteratrici.

Un accorgimento che ha permesso agli inquirenti di verificare materialmente l’autore del passaggio nella macchinetta del badge con la banda magnetica, anche se sono stati necessari ulteriori controlli.

Insomma dalla fine dell’estate ad ora, i poliziotti hanno dovuto lavorare intensamente per mettere insieme un puzzle complicato e formato da elementi ad incastro che solo dopo mesi di attività ha regalato i risultati sperati.

La procura ha nel frattempo iscritto nel registro degli indagati un buon numero di sospettati. Le indiscrezioni parlano di almeno una trentina, anche se al riguardo le bocche sono rigorosamente cucite ed in alcuni casi irritate. Ci sono degli indagati e questa rappresenta l’unica certezza finora. Ci sarebbero anche alcuni medici (due, forse quattro), ma al momento la riservatezza è massima anche perché i diretti interessati non sono stati ancora interrogati.

L’ipotesi di reato resta la truffa ai danni della Asl e proprio in quest’ottica, gli inquirenti hanno dovuto lavorare a fondo per quantificare anche l’entità del monte ore «truffato» all’azienda. Compito che non si sarebbe rivelato facile e che ha comportato l’acquisizione dei tabulati delle timbrature alla direzione del personale della Asl.

Un’attività indispensabile, compiuta quindici giorni fa, e che ha messo di fatto al corrente il personale in servizio del lavoro della polizia. Quella stessa mattina la voce del blitz degli investigatori è rimbalzata come impazzita da un corridoio all’altro, come una sorta di grido d’allarme e di protezione reciproca.

La gran parte del lavoro, però, a quel punto era fatta ed anche fughe di notizie non avrebbero avuto ripercussioni sull’inchiesta. Al punto che la notizia di reato è stata inviata in procura e sono scattate le registrazioni degli indagati.

Ovviamente restano misteriosi (per via del riserbo d'indagine) ancora molti aspetti della vicenda. A cominciare dai personaggi rimasti coinvolti e dal loro ruolo operativo nella Asl. Alcuni sarebbero dipendenti incaricati di servizi esterni.

E poi resta da capire come gli assenteisti siano riusciti a truffare la Asl con l’uso del badge. Utilizzavano colleghi complici? il disegno criminoso era legato a guadagnare sugli orari giornalieri, oppure l’assenza era totale?

Il raffronto tra le immagini delle telecamere, appostamenti e riscontri sui tabulati sequestrati avrebbero fatto quadrare il cerchio delle indagini. ma in queste situazioni il condizionale è d’obbligo.

Con i primi interrogatori degli indagati la coltre del riserbo dovrebbe lasciare spazio alle certezze ed al riscontro di un fenomeno che ha mandato in subbuglio l’intero settore e impegnato per diversi mesi parecchi uomini della polizia.

Tutto è cominciato a fine agosto con numerose denunce di smarrimento dei badge da parte del personale ospedaliero. Un fenomeno che ha insospettito gli uomini della questura che hanno così deciso di andare a fondo soprattutto a fronte di alcuni di loro che hanno voluto approfondire i dettagli dello smarrimento.

«Con le voci che girano, sa, voglio essere tranquillo» hanno puntualizzato alcuni di loro che si sono presentati in questura. Ed almeno loro, in questa fase, dovrebbero essere tranquilli. Per gli altri, sicuramente, l’attesa di una possibile chiamata degli inquirenti per chiarimenti sulle timbrature non li lascia dormire sonni tranquilli.





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Il giallo dei verbali Thyssen spariti dagli archivi dell’Asl

La Stampa

Indagati 5 ispettori e l'ex responsabile della sicurezza
 
alberto gaino
torino

Controlli Asl sulla sicurezza del lavoro alla ThyssenKrupp nei mesi che precedettero la tragedia del 6 dicembre 2007: un altro mistero si affaccia. La procura ha chiesto i verbali di ispezione agli autori. Ne ha ricevuto soltanto una parte. Li ha richiesti inutilmente e si è convinta che siano stati fatti sparire. Ne è la riprova l’accusa di «soppressione di atti» formalizzata nei confronti di alcuni componenti dell’équipe (lo Spresal) che effettuò quei controlli riscontrando solo una parte delle violazioni evidenziate da un altro settore Asl la settimana successiva al rogo.

L’altro nuovo reato addebitato loro dai pm Raffaele Guariniello, Laura Longo e Francesca Taverso è il falso. E, nel caso di un sopralluogo, la medesima contestazione è mossa ad alcuni «in concorso» con Cosimo Cafueri, l’ex responsabile della sicurezza nello stabilimento torinese di ThyssenKrupp. Funzionario che, per come avrebbe svolto il proprio ruolo, si è ritrovato imputato in Corte d’assise e indagato dagli stessi magistrati anche per aver istigato ex dipendenti dell’azienda a rendere false testimonianze in aula.

Con la comparsa in procura ieri di due ispettori Spresal, insieme ai loro legali, è trapelata anche l’altra serissima accusa contestata a un’altra parte dei 5 sotto inchiesta: l’aver «cagionato» un incidente sul lavoro, nel corso del 2006, per non aver riscontrato le violazioni alla sicurezza a causa delle quali un operaio si infortunò ed ebbe oltre 40 giorni di prognosi.

Per la procura la prova dell’illecito consiste nelle prescrizioni impartite all’azienda da alcuni ispettori solo dopo l’incidente sul lavoro. Costoro rispondono di lesioni colpose in concorso con l’ex direttore dello stabilimento torinese (Raffaele Salerno, pure lui imputato in Corte d’Assise) e con il suo vecchio vice Andrea Cortazzi. Un altro ex dirigente che per Guariniello ha reso una falsa testimonianza per il processo principale. La Guardia di Finanza ha pedinato e fotografato alcuni funzionari che s’incontravano con operai in locali pubblici alla vigilia delle loro deposizioni in aula.

Sinora era trapelato soltanto che l’ex dirigente Spresal, un ingegnere e tre ispettori (per una quarta cadrebbe ogni accusa) erano stati indagati dai pm per abuso d’ufficio. Da mesi se ne conosce l’identità: Gianni Buratti, il medico che dirigeva il servizio, ora in pensione; Carmelo Baeli, ingegnere; Ugo Moratti, Francesco Novello e Antonino Barone, ispettori. Le nuove accuse riguardano solo alcuni. Ieri Baeli si è chiamato fuori. Buratti, invece, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Per gli altri la convocazione in procura è imminente.




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Le Br progettarono rapimento Wojtyla"

Corriere della Sera


Il Papa e le dimissioni: via se il male mi fermerà


CITTÀ DEL VATICANO - Giovanni Paolo II che pensa alla possibilità di dimettersi fin dal 1989, firma una lettera per fissare le condizioni della «rinuncia » e le richiama in una seconda lettera del ’94, quando riflette sull’ipotesi di andare in pensione come gli altri vescovi a 75 anni e si consulta «dal punto di vista storico e teologico» con l’allora cardinale Ratzinger. I servizi segreti italiani che prima dell’attentato in San Pietro segnalano al Vaticano l’esistenza di un «progetto di sequestro » del Papa da parte delle Br.

La «lettera aperta» ad Ali Agca che Wojtyla non lesse mai. E ancora il Papa che si informa personalmente sulla «pista bulgara » con Gorbaciov e Jaruzelski (cui il capo del comunisti bulgari disse: «Compagno, ci credete imbecilli?»), il mistico che steso a terra con le braccia a croce passa le notti «a conversare con Gesù», dice «non ho mai visto la Madonna, ma la sento», recita la Via Crucis in corridoio e tiene nell’armadio una cinghia per flagellarsi.

O il grande pontefice cui portano in udienza un clochard che aveva abbandonato il ministero di prete e si fa confessare da lui, «vedi quanto è grande il sacerdozio?», mentre l’altro esce in lacrime. È una miniera di inediti, il libro Perché è santo (Rizzoli) che monsignor Slawomir Oder, postulatore della causa di beatificazione di Giovanni Paolo II, ha scritto con Saverio Gaeta di Famiglia Cristiana. «Cercano di capirmi dal di fuori, ma io posso essere capito solo da dentro », diceva Wojtyla.

Un libro che attinge a migliaia di documenti e ai racconti dei 114 testimoni ascoltati. Come quando Padre Pio, nel 1947, dopo aver accennato al giovane don Karol, disse a un seminarista: a un papa polacco «grande pescatore di uomini» sarebbe seguito un pontefice «che avrebbe ampiamente confermato i fratelli », ovvero Benedetto XVI. Straordinarie, in particolare, le lettere di Wojtyla sull’ipotesi di dimissioni «nel caso di infermità che mi impedisca di esercitare sufficientemente il mio ministero apostolico», come scrive il 15 febbraio ’89 «seguendo l’esempio di Paolo VI».

La storia ha mostrato che Giovanni Paolo II è rimasto fino alla fine, «nella Chiesa non c’è posto per un Papa emerito», aveva detto nel ’94 a un medico. Proprio in quell’anno, però, il Papa scrisse un secondo testo: «Davanti a Dio ho riflettuto a lungo su che cosa debba fare il Papa per sé stesso al momento in cui compirà i 75 anni. Al riguardo, vi confido che quando, due anni fa, si profilò la possibilità che il tumore da cui dovevo essere operato fosse maligno, pensai che il Padre che sta nei cieli volesse provvedère egli stesso a risòlvere in antìcipo il problema.

Ma non fu così ». Perciò, si legge, «dopo aver pregato e riflettuto a lungo sulle mie responsabilità davanti a Dio, ritengo doveroso di seguire le disposizioni e l’esempio di Paolo VI». Un caso limite, l’«impedimento » già richiamato da Montini: «All’infuori di questa ipotesi, avverto come grave obbligo di coscienza il dovère di continuare a svòlgere il compito a cui Cristo Signore mi ha chiamato, fino a quando egli, nei misteriosi disegni della sua Provvidenza, vorrà». Nel testo sono segnati gli accenti tonici, come se il Papa volesse leggerlo al Collegio cardinalizio.

Ma non lo fece, «non ricordo sia mai stata letta», spiega il cardinale Achille Silvestrini, nel Collegio già allora: «Anzi, è la prima volta che ne sento parlare». Inedita anche la «segnalazione » sul «progetto» delle Br: ma può spiegare, scrive monsignor Oder, le parole «come per Bachelet » che il Papa mormorò dopo l’attentato. Già nell’ambulanza ripetè la frase di Gesù sul Golgota, «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» che scriverà nella lettera (incompiuta) ad Agca: «È importante che neanche un episodio come quello del 13 maggio riesca ad aprire un abisso tra un uomo e l’altro».


Gian Guido Vecchi
27 gennaio 2010




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Delbono si difende in tv "Ho la coscienza a posto" Poi attacca Antonio Di Pietro

Quotidianonet

Il sindaco, intervistato su La7, respinge le voci secondo cui sarebbe stato Romano Prodi a consigliargli di lasciare l'incarico.
"Ho informato chi dovevo informare", ha detto, spiegando di non aver parlato direttamente con Pier Luigi Bersani

Roma, 26 gennaio 2010 - "Prodi non mi ha suggerito alcunché". Così il sindaco dimissionario di Bologna Flavio Delbono, ospite della trasmissione 'Otto e mezzo', risponde a chi gli chiede se sia stato Romano Prodi a indurlo a lasciare l’incarico. "Ho informato chi dovevo informare", aggiunge poi Delbono spiegando di non aver parlato direttamente con il segretario del Pd Pierluigi Bersani.

Delbono poi ha risposto alle domande sulla vicenda giuduiziaria legata al cosiddetto Cinzia-gate. "La mia leggerezza principale - ha spiegato - è stata quella di mischiare in modo inopportuno la mia vita amministrativa e personale. Questo è il peccato originale".

"Ho la coscienza a posto, non sono ricattabile", continua, ribadendo di "non aver usato soldi pubblici per fini privati". "Io, e lo dimostrerò - ha sottolineato - non ho mai pagato con soldi pubblici. Ho ammesso solo un errore, in base a cui ero in vacanza e mi fu riconosciuta una diaria, per circa 480 euro".

Riguardo alla relazione con la segretaria ed ex fidanzata Cinzia Cracchi, Delbono ha spiegato: "L’ho sempre aiutata. Le sue spese e i viaggi li pagavo io. Il bancomat era alimentato da me e dato dal mio amico imprenditore a lei perché, per ragioni di riservatezza, preferivo non mettere nella borsa della signora un bancomat intestato a me". Ma su possibili altri filoni dell’inchiesta legati proprio all’affidamento di appalti il sindaco ha precisato: "Non mi sono occupato di appalti".

"Cinzia non aveva nessuno status di privilegio rispetto agli altri nella mia segreteria", ha poi spiegato il sindaco che riguardo all’intera vicenda che lo ha coinvolto ha sottolineato: "Ormai comincia a essere frequente una situazione in cui alcuni attacchi personali colpiscono esponenti del centrosinistra, veicolati da giornali o tv. Di lì il caso diventa giudiziario e ci si dimette. Poi ci si dimentica il capo di imputazione. Credo che su questo bisogna riflettere".

Delbono attacca apertamente Antonio Di Pietro, leader Idv. “Ho trovato particolarmente sgradevole che un leader nazionale di un partito che sostiene la mia maggioranza si prenda la briga di venire a Bologna per chiedere le mie dimissioni”.

Il sindaco dimissionario di Bologna dice che in Italia c’è chi attacca i giudici, “cerca di delegittimarli, il prototipo è Berlusconi”. E c’è chi invece “attacca gli indagati”. Cioè quel che ha fatto Di Pietro. “Attaccare un indagato mi sembra prematuro, preventivo e precoce”, lo rimprovera Delbono.

Eppure proprio oggi, viene fatto notare al primo cittadino, Pierluigi Bersani, leader del Pd, ha rinnovato il sodalizio con l’ex pm. “Bersani fa giustamente il suo mestiere”, replica Delbono, che risponde anche alla domanda se abbia annunciato le dimissioni in anticipo al blitz del leader dell’Italia dei Valori per bruciare la sua conferenza stampa. Voleva comunicare le sue decisioni, spiega Delbono, “nelle sedi proprie. Una volta presa questa decisione prima veniva annunciata e meglio era, anche per evitare possibili strumentalizzazioni”.





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Bersani giura fedeltà a Di Pietro

di Redazione

Che la politica italiana faccia ridere è un vantaggio. Non per l’umorismo nazionale, ma per il nostro umore senz’altro. Non so se ci avete fatto caso. Ieri il Corriere riportava in prima pagina una dichiarazione di Sarkozy: «Espellerò i clandestini; non accadrà come in Italia». Neanche una riga di commento del giornalone di Ferruccio de Bortoli; segno che la boutade del presidente francese è considerata normale. E lo è, per noi. Ma che lo sia anche per chi da un anno e mezzo critica l’esecutivo italiano perché cerca di respingere gli stranieri non a posto con le carte, fa rizzare i capelli in testa.
È la dimostrazione della tragica pistolaggine che caratterizza la pubblicistica patria e la sinistra che la ispira. Per non dire delle posizioni assunte spesso dall’Europa nei confronti del governo Berlusconi, considerato razzista perché, d’accordo con la Libia dell’orrendo Gheddafi, ha scelto di rispedire i barconi carichi di poveracci nei luoghi di partenza.

Ci siamo presi palate di fango in faccia e in alcuni momenti abbiamo pensato addirittura di meritarcele. Adesso, all’improvviso, apprendiamo dalla stampa chic che all’Eliseo la pensano come Maroni e Salvini, e che d’ora in poi gli extracomunitari sans papiers verranno, sans doute, rimandati a casa loro giusto perché la Francia non si conci come l’Italia. Già. Prendano nota i dolcissimi progressisti dei miei stivali: Sarkozy si è messo a ragionare in puro stile leghista e nessuno grida allo scandalo, né in zona transalpina né in zona padana e nemmeno attorno al Vaticano.
Perché?

Bisogna domandarlo ai cretinetti del buonismo multietnico, gli stessi che predicano l’apertura ai negri salvo schiavizzarli, una volta qui, esattamente come è accaduto a Rosarno un paio di settimane orsono.
Un’altra gag meritevole di segnalazione si è registrata ieri sul fronte gauchiste de noantri, durante lo storico incontro tra il neosegretario del Partito democratico e il duce dell’Italia dei bollori. Roba da Zelig. Bersani e Di Pietro, dopo aver finto mesi e mesi di detestarsi causa presunta diversità antropologica, si sono giurati eterno amore e fedeltà. Immagino che i lettori stenteranno a credere in una simile barzelletta, ma consiglio loro di rassegnarsi ai comunicati ufficiali emessi dai due statisti della mutua, nei quali si legge che Pd e Idv, in una conferenza stampa indetta per celebrare il fausto evento, hanno detto: eccoci di nuovo insieme perché chi si somiglia si piglia e non si lascia mai più.

L’alleanza è fatta e non varrà solamente per le prossime regionali; si protrarrà anche in futuro perché è inutile negarlo: i leader si vogliono un bene dell’anima e sono legati da una perfetta intesa politica, intellettuale e - forse, aggiungiamo noi - perfino fisica. Lo spettacolo comico dell’insano fidanzamento è destinato dunque a durare nel tempo, e questo è garanzia di risate a crepapelle da qui al termine della campagna elettorale.
Bersani e Di Pietro, compagni di merende regionali, hanno deposto una pietra tombale sulle polemiche e sulle distanze culturali foriere di tanti malintesi e litigi, e si prendono per mano festanti e giulivi come vispe Terese onde conquistare qualche cadrega da spartirsi fraternamente. Alè.
Qual è il denominatore che li accomuna? L’antiberlusconismo di sempre, oggi più forte di ieri e più debole di domani.

Un tocco di colore. Tonino per sottolineare la sincerità dei suoi sentimenti filo-Pd ha elogiato le primarie, dicendo che il Pdl non sa neanche cosa siano, mentre la sinistra le pratica dando al Paese una lezione di democrazia.
Fantastico. Di Pietro parla di primarie, lui che decide la linea dell’Idv e chi deve portarla avanti nel tinello di Curno, rigorosamente in ciabatte e pigiama. E sul tavolo, un fiasco di Rosso del Biferno.



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