martedì 26 gennaio 2010

Gli Usa simulano la cyberguerra

La Stampa

Un finto attacco contro i sistemi di comunicazione e finanziari per prepararsi alle battaglie digitali



La guerra del domani sarà totalmente digitale. E così, dopo i cyber-attacchi contro la rete di Google, anche il Pentagono ha pensato di correre ai ripari. Per prepararsi a un assalto ai sistemi di comunicazione e finanziari, riporta il New York Times, gli americano hanno messo in atto una simulazione di cyberguerra. I risultati non sono stati molto incoraggianti. Il nemico è avantaggiato sotto tutti i punti di vista: ha dalla sua parte l'effetto sorpresa, l'anonimato e l'imprevedibilità. Inoltre, non è possibile stabilire il paese da cui proviene l'assalto. In questo modo non si possono neanche minacciare rappresaglie per evitare ulteriori attacchi.

I recenti cyber-attacchi contro la rete di Google, che partono dalla Cina secondo quanto denunciato dal colosso di Internet, hanno sollevato «gravi preoccupazioni». È quanto ha dichiarato il segretario di Stato Hillary Clinton sottolineando che «ci rivolgiamo al governo cinese per una spiegazione».

La dichiarazione della Clinton alza i toni della guerra tra Pechino e Google che ha portato i responsabili della compagnia di Montain View a minacciare di abbandonare la Cina a seguito di «attacchi molto sofisticati e ben mirati contro ogni nostra infrastruttura partiti dalla Cina» il mese scorso.

«La possibilità di operare con sicurezza e fiducia nel cyberspazio è cruciale in una società ed in un’economia moderna» ha dichiarato il capo legale di Google David Drummond in una nota pubblicata sul sito della compagnia, in cui si denunciano violazioni da parte di hacker cinesi delle e-mail dei dissidenti cinesi.

Il segretario di Stato ha ricordato il ruolo svolto dalle nuove tecnologie, compresi i cellulari, negli ultimi eventi mondiali, dalle proteste per la democrazia in Iran ai salvataggi grazie a messaggi sms di persone rimaste sepolte nel terremoto di Haiti. Ma queste tecnologie possono essere anche male utilizzate, possono servire a diffondere le ideologie di al Qaeda o possono essere usate dai governi per la repressione del dissesno.

Un tempo c’era il muro di Berlino e i dissidenti che rischiavano la vita per distribuire samizdat. Oggi vengono eretti «muri virtuali» e una nuova «cortina dell’informazione» prova a bloccare i samizdat digitali, ha proseguito la Clinton che ha collegato la libertà di usare Internet a diritti umani fondamentali come la libertà di associazione.



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Bersani contro Prodi: "Non condivido" E firma il patto d'acciaio con Di Pietro

di Redazione

Replica al Professore che lo aveva accusato insieme ai vertici del partito: "Ma chi comanda nel Pd?". Dopo l'incontro con Di Pietro sulle Regionali Bersani si lascia andare: "Non sono d’accordo".

D'Alema glissa. Il segretario rilancia il patto con l'Idv: "Insieme contro il Pdl, alleanza forte e duratura"





Roma - Il caso Bologna agita le acque nel Pd. Il suo sasso nello stagno lo lancia anche il "grande vecchio" del centrosinistra italiano, Romano Prodi, che dalle colonne di Repubblica si scaglia contro la dirigenza del partito: "Ma chi comanda nel Pd?". Dopo l'incontro congiunto con Antonio Di Pietro il segretario dei Democratici replica al Professore: "Per Prodi ho un affetto e un rispetto inattaccabili anche quando dice cose su cui non sono d’accordo". 

D'Alema non parla "Non desidero parlare di queste questioni": così Massimo D’Alema risponde ai giornalisti che lo incalzano sul caso Puglia, la sconfitta di Boccia e la vittoria di Nichi Vendola alle primarie del Pd per le elezioni regionali. A chi gli chiede, poi, se nel suo nuovo ruolo di presidente del Copasir avrà tempo di lavorare nel partito D’Alema risponde con una perifrasi che sì, i due ruoli non sono incompatibili. Non una parola, invece, alla domanda, rilanciata oggi dall’ex premier Prodi in un’intervista, su "Chi comanda nel Pd?": D’Alema ha dribblato i cronisti e si è avviato verso l’uscita di Palazzo San Macuto.




Il patto d'acciaio con l'Idv Il Pd e Idv hanno ripristinato la loro alleanza che ripartirà dagli accordi per le Regionali, ma che è destinata a proseguire nel tempo con lo scopo di dar vita a una "alleanza larga" su cui costruire "una alternativa" al governo delle destre. Lo hanno annunciato Pier Luigi Bersani e Antonio Di Pietro, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio, al termine di un colloquio. Bersani e Di Pietro hanno pure annunciato che tra Pd e Idv è stata già raggiunta una intesa in 11 delle 13 Regioni in cui si voterà a marzo, mentre su Campania e Calabria si sta ancora lavorando con la volontà di raggiungere un accordo. 

Le Regionali "Sono contento di poter dire che, a questo stadio, in 11 Regioni su 13 abbiamo realizzato una convergenza che è una base solida per costruire una coalizione che duri nel tempo. Su Calabria e Campania si continua a lavorare, mentre sulle altre 11 stiamo definendo i particolari". Ma l’intesa non riguarda solo le Regionali. 

"C’è la comune convinzione - ha aggiunto Bersani - che occorre lavorare insieme per allestire una alleanza larga di progresso, competitiva con il centrodestra. La nostra idea di fondo è che le Regionali debbano essere, sia sotto il profilo dei contenuti sia sotto il profilo della coalizione, una tappa per costruire una alternativa alle destre". "Idv e Pd - ha confermato Di Pietro - ritengono necessario impostare un lavoro sul programma e sulla coalizione, che sia aperto a tutte quelle forze che vogliono mettersi insieme attorno a un programma e alla credibilità di fronte ai cittadini. 

Idv e Pd - ha proseguito - si rendono conto che non si può lasciare governare il Paese a una parte che toglie agli onesti e dà ai disonesti, che illude le persone lanciando ogni giorno una palla a perdere per far dimenticare la palla lanciata il giorno prima, che criminalizza le istituzioni". 

Delbono? Monito al governo "Delbono ha fatto un gesto veramente apprezzabile che testimonia di una persona e di una città, Paese che vai usanza che trovi... Ci sono posti dove vige una certa logica, dove un amministratore ha il coraggio di dire 'prima la città', anche mentre proclama la sua innocenza, da questo dovrebbe venire un insegnamento generale, prima di tutto l’Italia, chi governa deve sentire questa responsabilità". 

Così Bersani parla del sindaco dimissionario di Bologna indagato per abuso d’ufficio alludendo alle vicende della politica nazionale e al governo. Bersani sottolinea che si tratta di una "vicenda dolorosissima e personale", ma "abbiamo pieno rispetto per la magistratura e chi pensa di speculare - avverte - avrà una smentita, Delbono ci ha messo nelle condizioni di avere una reazione netta e pulita e per combattere ogni speculazione".




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Carne di cane e gatto, Cina pronta allo stop

Corriere della Sera


Un disegno di legge intende vietarne il consumo e il commercio.Pena la reclusione


MILANO - Con l'indicazione «carne profumata» la pietanza a base di cani e gatti viene servita spesso e volentieri come specialità in Cina. Ciò è destinato a cambiare. Un disegno di legge, il primo e unico nel suo genere nella Repubblica popolare, intende infatti vietare il consumo e il commercio di carne di gatto e cane. Pena la reclusione.

LEGGE - I cinesi dovranno probabilmente rinunciare in futuro alla pietanza tanto in voga nella Repubblica popolare. Chi verrà sorpreso a mangiare carne di cane o gatto dovrà pagare una multa di 5.000 yuan (500 euro circa) o, in alternativa, trascorrere 15 giorni in carcere, scrive il giornale Chongqing Evening News. È previsto un giro di vite anche per i punti di ristorazione e distribuzione: le società che commerciano con questo tipo di carne, rischiano pene pecuniarie dai 10.000 ai 500.000 yuan.

Per ora si tratta solamente di un disegno di legge e non è ancora chiaro quando potrà essere approvato in via definitiva. Ciononostante, gli attivisti per i diritti degli animali parlano già di vittoria. La carne di cane, consumata in Cina almeno fin dai tempi di Confucio, è oggi ancora molto diffusa in molte regioni, nonostante le moltissime critiche che giungono soprattutto dall'Occidente che considera generalmente la carne di cane un piatto tabù.

ABITUDINI - La carne di gatto, invece, è ritenuta una vera e propria specialità nel sud del Paese. Ciò ha provocato mal di pancia agli ambientalisti che negli anni hanno protestato con blocchi stradali e fermato i viaggi su camion di migliaia di cani e gatti destinati alle grandi macellerie delle città.

Utilizzata spesso in passato come un rimedio nelle situazioni di penuria alimentare, è stata in seguito apprezzata per il supposto beneficio alla circolazione del sangue e all'energia Yang, fino a diventare un piatto ricercato. L'ipotesi di un divieto in ogni caso ha scatenato vivaci discussioni su blog e forum cinesi.

Il procuratore e ricercatore dell'Accademia delle scienze sociali Chang Jiwen ha cercato di rassicurare spiegando al quotidiano China Daily che «la legge non influenzerà le abitudini delle persone, visto che sono pochi coloro che ancora mangiano carne di gatto o cane». Oltretutto, la nuova legge aiuterebbe a revocare le limitazioni commerciali di molti prodotti animali dalla Cina. «I paesi occidentali, che hanno vietato le importazioni dalla Cina, fanno sempre riferimento al trattamento disumano verso gli animali», ha aggiunto Chang.

CONTRARI - Chang ha spiegato al Beijing News di essere convinto che il Congresso possa approvare la legge entro qualche anno. Tuttavia, le opinioni tra la gente sono discordanti: «Sono stato sommerso da centinaia di mail e telefonate, la maggior parte d'accordo con la nuova legge», ha sottolineato il procuratore. Le sue affermazioni si scontrano però con un recente sondaggio online per il quale il 63,2 per cento degli oltre 23.000 partecipanti ritiene «inopportuna» una simile legge.

Nei vari blog e social network i contrari rivendicano poi la tesi che la carne di cane è un «piatto tradizionale» in Cina, consumato anche in altri Paesi asiatici. Inoltre, i tanti cani e gatti randagi che popolano le città costituiscono un problema a cui trovare rimedio: «Distruggono giardini e i loro versi disturbano - catturarli e mangiarli garantirebbe a molti cittadini notti tranquille».

Elmar Burchia
26 gennaio 2010




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La vergogna del Novecento In molti negano la Shoah

Il Tempo

In Italia e in Europa in molti negano ancora la Shoah, soprattutto nei Paesi dell'Est Nel nostro Paese oltre il 40% pensa che gli ebrei sfruttano l'Olocausto.


Il dovere di non dimenticare. Di trasferire alle nuove generazioni il ricordo dell'Olocausto. Perché non accade più. Il 27 gennaio, il giorno, del 1945, dell'apertura dei cancelli di Auschwitz,l'Europa ha stabilito che sia dedicato alla Memoria della Shoah. Un olocausto che non fu impedito. Sin dal 1942 Inghilterra e Stati Uniti erano a conoscenza di quello che avveniva in Germania e nei lager. Gli ebrei che fuggivano dal nazismo e raccontavano gli orrori delle torture, delle sparizioni e dei campi di sterminio. Nulla è stato fatto fino al giorno che i soldati dell'Armata Rossa della Prima Armata del Fronte Ucraino, comandata dal maresciallo Koniev, entrarono nel campo di sterminio. Poi via via tutti gli altri lager furono scovati e i sopravvissuti restituiti alla vita.

Un orrore che ancora oggi in molti negano. La cultura negazionista non appartiene solo a certi Stati estremisti. È un sentimento diffuso. La conferma arriva da una ricerca presentata appena un mese fa a Berlino. L'istituto di ricerca interdisciplinare sul conflitto e la violenza di Bielefeld, in collaborazione con un gruppo di ricercatori delle università di Amsterdam, Budapest, Grenoble, Lisbona, Marburgo, Oxford, Padova, Parigi e Varsavia, ha condotto un nuovo studio sulla diffusione del pregiudizio, del razzismo e della discriminazione in otto paesi europei.

I risultati sono inquietanti. Se è vero che il livello di risentimento nei confronti delle principali minoranze s'è ridotto, emerge che ci sono solo due eccezioni: omofobia ed antisemitismo. L'odio nei confronti di queste due minoranze è in crescita. In Europa i pregiudizi sono ampiamente diffusi, tuttavia, il livello di razzismo varia a seconda dei paesi. L'Olanda è dove si riscontrano le percentuali più basse, seguita da Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Portogallo. Polonia ed Ungheria presentano invece il livello più alto di diffusione di pregiudizi. Per quanto riguarda l'antisemitismo, il 50 per cento dei polacchi e il 69 degli ungheresi, il 21 % degli italiani, il 24 la media europea.

Interessante è la risposta alla domanda se gli ebrei traggano vantaggio dall'essere stati vittime della Shoah. Concordano il 70 per cento dei polacchi, il 68 degli ungheresi, il 52 dei portoghesi, il 48 dei tedeschi e anche il 40 per cento degli italiani, in linea con la media europea del 41. Gli ebrei «pensano solo a se stessi» per il 31% degli europei, 55% dei polacchi e dei portoghesi, 50 degli ungheresi, 27 degli italiani. «Non arricchiscono la nostra cultura» per il 38% degli europei e qui gli italiani hanno il record oltre il 50 per cento.


Maurizio Piccirilli

26/01/2010






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Autisti drogati, tolleranza zero

Il Tempo

L'Atac sospende il conducente di Roma positivo alla cannabis.
L'azienda annuncia controlli a sorpresa.

Quanto è difficile scovare gli autisti dell'Atac che si fanno una canna o assumono cocaina. Non bastano neanche 30 test antidroga al giorno, tutti i santi giorni, ben 1.650 controlli a campione effettuati finora nel laboratorio medico allestito al quartier generale dell'Atac a via Prenestina, subito dopo il tragico incidente nel dicembre 2008 a via Newton, quando un pensionato appena sceso dalla sua macchina fu travolto e ucciso dal conducente di un autobus che aveva assunto cocacina. Difficile, sì. Perché è stato un caso, e non un accertamento preventivo, a far scoprire l'ultimo autista che disonora un'intera categoria di onesti lavoratori. Il caso si è presentato ancora una volta sotto forma di incidente anche se, questa volta, causato, pare, da un automobilista ubriaco. Altrimenti l'ultimo autista trovato positivo al drug test, effettuato in un ospedale pubblico, l'avrebbe passata liscia. E invece il giovane autista dell'Atac che domenica mattina ha evitato di centrare in pieno una macchina che tentava una manovra azzardata sull'Ostiense, e che poi è finito contro un albero, aveva fumato una canna (quando, di preciso, non si sa).

Dimostrando di infischiarsene dei controlli Atac, 1.650 test delle urine alla ricerca di tracce di cannabis, oppiacei o cacaina, effettuati a campione con un preavviso di sole 24 ore sui 6.500 autisti Atac (300 le donne) che devono sottoporsi per legge anche ai controlli annuali presso l'ospedale San Giovanni. Chissà se anche il giovane autista Atac di 33 anni, in servizio da sei, aveva fatto parte della campionatura. Domenica mattina si è schiantato contro un albero per evitare di centrare la macchina che gli stava tagliando la strada. Ed è finito al Cto insieme all'automobilista che gli si era messo di traverso. Sottoposto in ospedale al drug test sono saltati fuori gli altarini: tracce di cannabis. L'autista è stato momentaneamente sospeso dal servizio. «La lettera di sospensione è già stata firmata» conferma Adalberto Bertucci amministratore delegato di Atac, l'azienda che dopo la fusione con Trambus dal primo gennaio gestisce gli autisti dei mezzi pubblici. «Ricordiamo inoltre - aggiunge - che, secondo una prima ricostruzione a provocare l'incidente sarebbe stato il conducente dell'auto privata che poi sarebbe risultato positivo al test alcolemico».

Bertucci riconferma la politica di «tolleranza zero» iniziata quando era a capo di Trambus. È lui il "padre" del laboratorio di analisi, allestito quando era amministratore di Trambus al pian terreno del quartier generale di Atac a via Prenestina. Ha fatto acquistare i macchinari per le analisi delle urine, effettuate ogni giorno dal responsabile del servizio, il dottor Alberto Romiti, coadiuvato dalla dottoressa Civico e da un altro collaboratore. «Noi dobbiamo dare certezza alle persone che la mattina salgono alla fermata dell'autobus ma anche a tutti i romani che circolano per strada». E per farlo, anche in questo caso, Atac «attiverà tutte le procedure disciplinari previste dai nostri regolamenti interni che, lo ricordo, sono improntate a una politica di tolleranza zero per comportamenti di questo tipo e possono condurre alla sospensione e persino al licenziamento nei casi più gravi» aveva annunciato prima della firma della sospensione dell'autista positivo al narcotest. E così è stato. E poi? «Attiveremo le procedure perché possa curarsi e recuperare - spiega ancora Bertucci -, se i medici ci diranno che ha ben recuperato potrà ricominciare a guidare altrimenti dovrà cercarsi un altro posto di lavoro».

La sveglia era suonata 20 dicembre 2008 quando in via Newton, ai Colli Portuensi, un autobus fuori servizio e diretto al deposito travolse e uccise un uomo di 66 anni. Gino Anselmi. Alla guida c'era un ventinovenne che aveva assunto cocaina. Quel giorno, intorno alle 20.30, il conducente stava riportando l'autobus, vuoto da passeggeri, al capolinea di piazzale Clodio. Dal cavalcavia dell'autostrada Roma-Fiumicino prese via Isacco Newton. Davanti al bus si trovava l'auto scura guidata da Anselmi, il quale, giunto in via Newton accostò, parcheggiando l'auto sulla corsia d'emergenza. Sceso dal mezzo, la vittima fu travolta dall'autobus, il cui parabrezza andò in frantumi, col corpo di Anselmi sbalzato qualche metro più avanti.

Grazia Maria Coletti

26/01/2010






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Errore nel motto latino dei vigili del fuoco

Il Tempo

La frase in lingua latina che è nello stemma del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco contiene un errore nella declinazione dell'ultima parola. La segnalazione di un docente padovano




Il motto latino che campeggia nello stemma del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco - «Flammas domamus donamus cordem» -, istituito il 24 novembre 2009, contiene un errore nella declinazione dell'ultima parola. A segnalare quella che definisce «una possibile distrazione, se fosse stata commessa da un mio studente», il professor Giuliano Pisani, docente di latino e greco al liceo classico «Tito Livio», a Padova.

Il motto, riportato nel decreto firmato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal presidente del Consiglio Sivio Berlusconi - come riporta il Mattino di Padova che pubblica anche la pagina del provvedimento - in italiano suonerebbe «Dominiamo le fiamme, doniamo il cuore», ma, secondo quanto rilevato da Pisani, il termine latino "cor" (cuore) è un sostantivo neutro della terza declinazione e quindi l'accusativo è uguale al nominativo. Di fatto, così, nel motto avrebbe dovuto esserci la parola "cor" e non "cordem"; la versione corretta, dunque - spiga il docente è «Flammas domamus donamus cor» (o, al plurale, "corda", i cuori).

«C'è - spiega il docente che insegna nello stesso liceo dove Napolitano studiò nel 1942-43 - c'è un "dem" in più. Non è certo un caso drammatico, forse è una semplice svista. Io ho segnalato la cosa al comando provinciale dei Vigili del Fuoco affinchè avvertano chi di competenza. Credo ci sia il tempo per intervenire prima che si facciamo i gonfaloni e quanto altro».




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Le pazze leggi d'Inghilterra

La Stampa

Vestirsi da marinaio, portare una scala e giocare con l'aquilone: attenzione alle multe




Come riferisce il Telegraph, in Gran Bretagna sarebbero ancora in vigore vecchie leggi che ormai fanno sorridere, anche se nessuno probabilmente le rispetta.

Secondo il Metropolitan Police Act varato nel 1839 è illegale, ad esempio, camminare per strada con materiali da costruzione: come dire che andando in un negozio fai-da-te non si possa tornare a casa con una scala.

Ma questa è solo una delle leggi bizzarre, l'elenco sembra in realtà essere molto lungo. E' fatto divieto, ad esempio, di far rotolare barili o altri oggetti ingombranti per strada, a meno che non si stia caricando o scaricando un carretto o una carrozza.

Ma nenche i bambini sono esenti da divieti: lo stesso atto stabilisce che è vietato giocare con l'aquilone o con qualsiasi altro gioco che possa recare fastidio alle persone, compreso scivolare con tavole sulla neve in città (ammesso che ci sia qualcuno che oggi pratichi snowboard tra le strade), pena una multa di 500 sterline.

Dal 1906 è in vigore una legge forse ancora più incredibile: è vietato vestirsi da marinaio per andare alle feste in maschera, questo costume, infatti, è visto come un modo per ingannare la legge (e i concittadini) facendosi passare per un membro delle forze armate.

E attenzione a rimanere senza soldi a Londra: se chiedete una sterlina a un estraneo, secondo il Vagrancy Act del 1824, potreste venire accusati di essere "persona oziosa e turbolenta, un incorregibile farabutto".



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Favara, folla ai funerali Il sindaco si difende: "Io non responsabile"

di Redazione


Centinaia di persone per l'ultimo saluto a Marianna e Chiara, le due sorelle, di 3 e 14 anni, morte dopo il crollo della palazzina. Il sindaco si difende: "Ho la coscienza a posto". Il vescovo si è rifiutato di celebrare

 




Agrigento - E' il momento delle lacrime e del dolore a Favara, per il funerale delle due sorelle di 3 e 14 anni morte a seguito del crollo della palazzina. Centinaia di persone hanno voluto rendere l'ultimo saluto a Marianna e Chiara Pia. In chiesa moltissimi giovani e i compagni di classe di Marianna, che frequentava la scuola media. Oggi a Favara è lutto cittadino. Le bare delle due sorelle sono state sistemate davanti l’altare. A celebrare i funerali non è l’arcivescovo di Agrigento - che ieri aveva annunciato che avrebbe rinunciato a farlo, come forma di protesta - ma l’arciprete, don Mimmo Zambito. 

Il sindaco si difende "Sono stato ingiustamente additato come unico responsabile di questa tragedia", ha detto il primo cittadino di Favara Domenico Russello poco prima di entrare nella chiesa. "Io sono sindaco da due anni e mezzo appena e ho fatto tutto quello che doveva fare. Ho la coscienza a posto. Il procuratore di Agrigento Renato Di Natale ha detto che non c’è ancora nessun indagato perchè ancora non ha acquisito gli elementi investigativi di una prima valutazione". 
E a chi gli chiede se è già stato iscritto nel registro degli indagati come ventilato ieri, Russello replica: "L’iscrizione non è un atto dovuto, non si fa automaticamente. Ma si fa solo a seguito dell’acquisizione dei primi elementi indiziari. Mi potranno insegnare a fare il sindaco ma non l’avvocato penalista che è il mio mestiere". 

Il vescovo ci stia vicino Poi, rivolgendosi all’arcivescovo di Agrigento, monsignor Montenegro, ha detto: "In questo momento ci deve stare vicino". E sull’indagine: "Proprio perchè sono penalista conosco le procedure e so che chi ha responsabilità verrà chiamato a pagare".




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La Francia verso lo stop al velo integrale

Corriere della Sera


«Niqab e burqa offendono i valori nazionali della République» si legge nel documento finale



PARIGI - La Francia si prepara a dire basta al velo integrale in pubblico: una commissione parlamentare si è pronunciata ufficialmente per l'interdizione dai luoghi pubblici dell'indumento islamico che occulta il volto della donna. Il burqa, è la conclusione del rapporto, offende i valori nazionali della Francia.





Si tratta degli esiti finali di un iter durato 6 mesi i cui risultati erano molto attesi oltralpe. Molti intenso è stato il dibattito nell'opinione pubblica e nuove polemiche sono attese, nonostante le statistiche dicano che in tutta la Francia siano appena 2.000 le donne che indossano un niqab (velo che lascia spazio solo agli occhi) o un burqa (il viso è interamente coperto). Il rapporto di 200 pagine ha toni prudenti e la commissione, presieduta dal deputato comunista André Gerin, ha stabilito 18 raccomandazioni di vario ordine.

Sul piano strettamente normativo, la proposta faro consiste nell0adozione di una «disposizione che vieti di dissimulare il proprio viso nei servizi pubblici». Il rapporto raccomanda di «optare per uno strumento legislativo» che possa anche essere declinato «per via amministrativa». Questo dispositivo potrebbe in particolare essere applicato nei trasporti pubblici e nei dintorni delle scuole. «La conseguenza della violazione di questa regola non sarebbe di natura penale ma consisterebbe in un rifiuto di corrispondere il servizio richiesto».

La commissione di studio non arriva a suggerire un «divieto generale e assoluto del velo integrale negli spazi pubblici» perché «non esiste al riguardo unanimità». Il rapporto sottolinea come una legge di questa fatta «sollevi comunque questioni giuridiche complesse», poiché comporta una «limitazione dell’esrcizio di una libertà fondamentale, la liberta di opinione, nella totalità dello spazio pubblico». Di qui il rischio di una censura da parte del Consiglio costituzionale o di una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo.

Redazione online
26 gennaio 2010






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Prodi: Delbono, una ragazzata

Libero


Carte di credito pubbliche per viaggi privati? Bazzecole. Per Romano Prodi quel che ha fatto il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, non è niente di così grave. Aprofittare del proprio ruolo per mantenere un'amante, a Bologna, che sarà. E poi si parla di pochi spicci, mica di grandi cifre, come se il problema del sottrarre fondi pubblici fosse nella dimensione e non nell'atto.

Il ritorno del Professore sui giornali è segnato da questa brillante affermazione: "Prima di tutto, analizziamo la  dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la  vita di un uomo, come è accaduto in questi giorni, per una storia  come quella, per una manciata di euro..."

Romano Prodi lo dice alla moralista e rigida La Repubblica, che in questo caso però soprassiede.  "Certo -ammette Prodi- doveva  essere più accorto. Ma in questi giorni nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente, invece. Hanno parlato di  limite etico travolto. Eppure altrove, per altri amministratori locali di centrodestra che ne hanno combinate di tutti i colori, nessuno ha  gridato allo scandalo, e si è mai sognato di chiedere le dimissioni.  Allora queste cose le vogliamo dire sì o no?". A chi Prodi faccia riferimento non è dato sapere. Resta la doppia morale del Pd.

 "Ma anche le dimissioni, vede, confermano la differenza di stile di Delbono: ha compiuto un atto di responsabilità verso la città.  Ora sarà più libero di dimostrare la sua innocenza, della quale -  sottolinea l’ex premier - sono non sicuro, ma sicurissimo. Non era  obbligato a dimettersi, ma l’ha fatto. Ha messo il bene comune sopra a tutto, prima delle convenienze personali. Chi altri l’avrebbe fatto?  La Moratti, forse?".

Picconata al Pd- Chi comanda, dunque, nel Pd? La domanda resta inevasa. Il Professore sa che per la successione alla carica di primo  cittadino si fa proprio il suo nome: "Ma non ci pensi neanche un  momento... Gliel'ho già detto: in politica o si sta dentro, o si sta  fuori. E io dentro ci sono già stato anche troppo. Mi riposo, leggo,  studio molto, faccio le mie lezioni qui in Italia e in Cina. E sono  sereno così". A chi lo indica come il salvatore della patria replica  secco: “Eh no, salvatore della patria no. Va bene una volta, va bene  due volte, ma tre volte proprio non si può. Grazie tante, ma abbiamo  già dato". "Sa cosa mi  dispiace, soprattutto? E’ vedere che ormai sembra sempre più debole  la ragione dello stare insieme". 


26/01/2010




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Contapassi per i bobbies "Rassicuriamo i cittadini"

Repubblica

Scotland Yard vuole agenti "mai fermi" Anche perché alcuni sono sovrappeso...

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI


LONDRA - L'immagine del "bobbie", il poliziotto disarmato con il caratteristico elmetto oblungo in testa, che passeggia per le strade di un quartiere, vigilando, rassicurando, ossservando, è un'icona della vita inglese. Ma funziona soltanto se, per l'appunto, il poliziotto in questione passeggia davvero. Se rimanesse fermi, magari appoggiato a un lampione o addirittura seduto su un muretto, ovviamente l'immagine sarebbe ben diversa: e, anziché tranquillizzarsi sul grado di sicurezza della zona, la gente avrebbe ogni buon diritto di allarmarsi. Anche per questo Scotland Yard ha preso l'iniziativa senza precedenti di distribuire un pedometro a decine dei suoi agenti che fanno regolare servizio di pattuglia nelle strade.

In questo modo la polizia di Londra potrà verificare quanto camminano effettivamente i suoi "bobbies" e usare i dati raccolti in due possibili modi: per migliorare il servizio di vigilanza, per esempio, spronando gli agenti a estendere la loro passeggiata; oppure per dimostrare che camminano tanto, o perlomeno abbastanza, e magari, chi lo sa, chiedere un aumento del budget per risuolare le scarpe. Lo scopo ufficiale della campagna, afferma un portavoce di Scotland Yard, è "rassicurare l'opinione pubblica" che i poliziotti impiegati nell'operazione "Sicurezza nei Quartieri" svolgono efficientemente il proprio lavoro.

I contapassi costano 150 sterline ciascuno, circa 170 euro, e sono dello stesso tipo abitualmente fornito da sanitari ed istruttori alle persone obese o sovrappeso per incoraggiarrle a camminare di più. Il che potrebbe essere una parte segreta dell'iniziativa lanciata nei confronti dei "bobbies": 2 mila dei 31500 agenti di Scotland Yard, infatti, risultano sovrappeso e la speranza è che il nuovo gadget spingerà anche loro a consumare un po' di più la suola delle scarpe durante la quotidiana passeggiata di soverglianza per le vie di Londra.



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Battisti, l'Italia insista con Lula

Il Tempo

L'ex terrorista forse libero per motivi umanitari.
I parenti degli uccisi: "La giustizia venduta per trenta denari e quattro carri armati".
Torreggiani: "Ho chiesto un incontro al premier. Voglio la verità su queste voci".

Un accordo segreto tra Italia e Brasile per liberare Cesare Battisti. Le voci sempre più insistenti rimbalzano da Rio de Janeiro a Roma. Il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva, non ha infatti intenzione di estradare l’ex terrorista rosso Cesare Battisti condannato in Italia a due ergastoli. Il governo di Brasilia ha già approntato la strategia per giustificare il prolungamento dell’asilo politico nonostante la recente sentenza della Corte suprema brasiliana a favore dell’estradizione. Lula attribuirà la scelta di far rimanere in Brasile l'ex terrorista a «ragioni umanitarie».

Il presidente brasiliano ne parlerà con Silvio Berlusconi il prossimo 18 febbraio quando il premier sarà a Brasilia per rafforzare i vincoli di amicizia. Il terrorista tempo fa, quando si pensava che dovesse essere estradato, dichiarò «Credo che rimarrò in Brasile. Francamente credo che Berlusconi non ha interesse in questa storia». Giusto un anno fa Il Tempo promosse una campagna per chiedere l'estradizione del terrorista dei Pac, Cesare Battisti. Hanno aderito migliaia di cittadini, molti esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, e molti ministri del governo Berlusconi. Oggi dopo 12 mesi quella mobilitazione sembra dimenticata.

La stampa brasiliana spiega che il «caso Battisti» è finito nella contropartita dei contratti miliardari firmati tra Italia e Brasile. «Non so quanto vere siano tutte queste voci - spiega Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso a Milano nel 1979 dai Pac - So che si fanno sempre più insistenti. C'è questo accordo commerciale, un grande business. Vorrei capire meglio. Vorrei un chiarimento da Berlusconi. Gli altri non mi bastano. Ho chiesto un incontro con il Presidente del Consiglio, ma non ho ancora ottenuto risposta. Spero che mi dia un appuntamento prima di partire per il Brasile».

Teme veramente che l'Italia possa cedere?
«Il punto fermo per me e per la grande famiglia delle vittime di questo terrorista e degli Anni di piombo, è la giustizia - precisa Torregiani - Il fatto che Cesare Battisti non sia ancora stato estradato in Italia è una presa in giro delle famiglie delle vittime e dei cittadini che in tanti hanno chiesto questo. Vendersi per trenta denari è troppo. Qui si parla di un assassino, di uno che ha ucciso due persone e ne ha fatte uccidere altre due, uno che si è fatto beffe dell'Italia. Mi chiedo che cosa bisogna dimostrare ancora per far capire a certi personaggi che cosa deve essere fatto».

 A chi si riferisce?
«Ci sono personalità che sono più brave di noi a spingere per ottenere che non vada in galera. Forse anche noi dovremo cominciare ad avere gli atteggiamenti che hanno gli altri. Non credo che ci si debba incatenare a un cancello per ottenere che sia rispettato un proprio diritto, però dopo un po' si perde la pazienza. Arriveremo anche a quello».

Pensa quindi a compiere un gesto eclatante?
«Con le gli altri famigliari delle vittime ci stiamo pensando. Le pallottole di Battisti ci hanno strappato i nostri cari, ma il mancato rientro di un delinquente comune, ci strapperebbe per sempre la fiducia nello Stato. E soprattutto la speranza. Sarebbe un tradimento dello Stato. Non si può barattare la dignità per quattro carri armati».

Battisti sostiene di essere innocente e perseguitato dall'Italia...
«Se Battisti fornisse le prove della sua innocenza, io diventerei il suo primo sostenitore. Non provo odio e non ho desiderio di vendetta. Noi vittime vogliamo soltanto giustizia, e se davvero lui non fosse responsabile di quanto è accaduto, noi marceremo al suo fianco. Un vero uomo non sfugge alle accuse, qui la Costituzione garantisce ancora un giusto processo».

Lei e gli altri parente delle vittime del terrorismo vi sentite abbandonati?
«Da prima di Natale la questione è stata messa in stand-by. Nessuno guarda le famiglie. Non abbiamo voce. E questo non funziona, non può funzionare in uno Stato di diritto. Ha più spazio Battsiti, gli ex terroristi e i loro sostenitori. No così non va».


Maurizio Piccirilli

26/01/2010





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I badge facili di Montecitorio Bari, truffa all'Inps: 142 denunciati

Quotidianonet


Segnate presenze non fatte. Tesserini scambiati per entrare e uscire da Montecitorio.
 a Bari pizzicato un imprenditore che percepiva senza diritto i contributi per la disoccupazione agricola



ROMA, 26 gennaio 2010 - IMPIEGATI infedeli? Nessuno si salva, neanche la Camera dei deputati. La caccia ai truffatori dal «cartellino facile» questa volta avrebbe impallinato un manipolo di dipendenti di Montecitorio molto abili nell’uso del badge. Si tratta in tutto di una decina di persone, impiegati e commessi, che ora sono stati iscritti sul registro degli indagati per truffa e falso. Il fascicolo è nelle mani di un pubblico ministero romano incaricato dal procuratore Ferrara e già specializzato nello scovare i «furbi».

Si parla di utilizzo di badge non autorizzati se non addirittura falsi o di «passaggio» di mano di cartellini segna-presenze da un dipendente all’altro. Le tessere magnetiche sarebbero state utilizzate in modo distorto per testimoniare presenze al lavoro mentre, in realtà, i legittimi titolari si trovavano altrove. Ad accorgersi che qualcosa non quadrava nelle presenze degli impiegati è stata la stessa Camera dei deputati che ha monitorato la situazione e poi girato una dettagliata relazione agli uffici della Procura. Così è scattata l’inchiesta.

Il malcostume è esteso e, a quanto pare, non risparmia neanche il tempio della politica. Del resto gli stessi uffici giudiziari romani, in tempi recenti, si erano trovati a indagare su altri impiegati infedeli «di rango», ovvero dipendenti della suprema Corte di Cassazione. In quel caso gli accertamenti sono molto più avanti e per una decina di «infedeli» si prospetta il rinvio a giudizio. L’accusa, anche per questi, è di truffa ai danni dello Stato.

MA TUTTO il mondo è paese. Non c’è un Comune, in Italia, che sembri immune dalla piaga dei furbacchioni che intascano lo stipendio, ma, in realtà, fanno altro. Soltanto qualche giorno fa sei dipendenti della Provincia di Perugia sono finiti agli arresti domiciliari per essersi ripetutamente allontanati, durante l’orario di lavoro, dal posto di servizio. Così come, nel marzo dell’anno scorso, erano finiti in manette 36 dipendenti del Comune di Portici che, in orario di lavoro, si allontanavano per andare a fare la spesa o, addirittura, per prestare servizio altrove.

Nello stesso mese scattò l’arresto anche per un medico di Napoli che dimenticava di timbrare il cartellino quando, nella pausa pranzo, se ne tornava felicemente a casa per uno spuntino in famiglia. Nei guai era finito, nel 2009, anche un alto dirigente dei vigili urbani di Siracusa colpevole di non avere «visto» i sottoposti allontanarsi in orario di servizio o tralasciare il pattugliamento esterno.

Ma la Camera stessa ha i propri precedenti in materia di infedeltà. Giusto un anno fa era stato confermato il licenziamento di un commesso che, per mesi, non si era presentato al lavoro senza fornire giustificazioni.

UN ELENCO infinito, quello degli imbroglioni a mezze maniche, nel quale figurano custodi, ma anche dirigenti comunali, provinciali o regionali. In Calabria, per fare le cose in grande, un’inchiesta su questi temi ha portato alla denuncia di 68 persone dell’azienda sanitaria di Crotone. Non va meglio al Nord e in particolare in Trentino: sia nel Comune di Moena sia nel Comprensorio ladino di Fassa hanno dovuto fare i conti con gli infedeli: in tutto quattro persone che facevano altro. Ne sanno qualcosa all’Ufficio delle entrate di Bologna o al Comune di Borgo San Lorenzo, dove è stato scoperto che un vigile urbano era, in contemporanea, postino a Firenze.

s. m.




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Leonardo ai raggi X? Meglio di no Resti sepolto coi segreti di Monna Lisa

di Vittorio Sgarbi

Un gruppo di studiosi vuole riesumare il corpo dell’artista per scoprire se il dipinto è un autoritratto.

Ma è l’enigma che rende unica la Gioconda


Non riesco a capire bene la necessità di riesumare il corpo di Leonardo da Vinci per meglio comprendere il mistero della Gioconda. Questa è l’informazione che mi arriva, e non mi stupisce perché negli ultimi anni, per finalità diverse, in occasioni di centenari o celebrazioni, ho rivisto, anzi ho visto per la prima volta, gli scheletri di Matteo Maria Boiardo e di Francesco Petrarca. Non è una pratica inconsueta, e talvolta ha consentito di ritrovare stoffe od oggetti preziosi, ma non credo mai abbia fornito elementi di vera utilità per comprendere questioni di natura più profonda relative alla creatività o alla psicologia.

L’interesse appare piuttosto di natura antropometrica. In effetti rimasi colpito nel 2004 dalla statura di Petrarca, della cui statura poetica non avevo mai dubitato e che la visione del corpo non mi ha fatto crescere. Poi ho seguito le pratiche, senza esito, per la riesumazione di Giacomo Leopardi. Ma, dopo un iniziale fervore, non ne fu fatto nulla. E oggi mi arriva frammentaria notizia di questo ulteriore proposito relativo a Leonardo.

Non posso escludere che per un uomo di così straordinaria intelligenza qualche rilievo sulle caratteristiche fisiche potrebbe essere di giovamento, sia pure molto marginale. Ma non capisco in che cosa tale operazione possa essere utile per meglio comprendere la Gioconda. E non perché non considero quella ipotesi esegetica che vi vede un autoritratto mascherato di Leonardo; ma perché da molto tempo ho maturato la mia personale interpretazione del celeberrimo dipinto, arrivando alla conclusione che non nasconde alcun mistero, e che non c’è niente da comprendere che non sia chiaro all’apparenza.
Infatti la Gioconda, lungi dal corrispondere a una persona reale, è, con tutta evidenza, una rappresentazione della perfezione di una bella creatura umana del mondo della natura. È una donna, l’ultima creatura, che ci guarda e sorride. È compiaciuta di esistere. Altro che mistero del sorriso della Gioconda. Rispetto agli elementi, all’acqua, alla terra, al ghiaccio, la donna è consapevole di esistere, e lo mostra. Non occorre pensare a significati reconditi, a strane simbologie, a retroscena psicologici. La Gioconda esibisce la propria perfezione e ce ne fa partecipi esibendosi come punto di arrivo del processo della creazione, o della evoluzione della natura. Sorride perché è cosciente, perché il sorriso è un tratto divino, è una condizione dell’uomo, preclusa agli altri animali, e ovviamente agli elementi naturali ma, entro di loro, la Gioconda è regina e, naturalmente superiore, sorride.

Difficile capire davanti a un’opera tanto semplice e sconcertante che cosa possa aggiungere lo studio del cadavere di Leonardo, riesumato per spiegare ciò che non ha bisogno di essere spiegato. La Gioconda infatti è così eloquente e parlante da essersi affermata senza bisogno di mediazioni, di interpreti, di esegeti, parlando direttamente a chi la guarda, cui non nasconde niente perché non ha niente da nascondere. Chi ne cerca il segreto è destinato a restare deluso. E anche considerandone la sua persuasiva forza concettuale, come icona di se stessa, come esaltazione della propria esistenza, non si capisce in che modo lo studio del corpo di Leonardo, e tutti i rilievi possibili, possano fornirci strumenti utili di comprensione.

Tutto quello che dovevamo capire la Gioconda ce lo dice quasi a prescindere dal suo autore dal cui destino di morte si è comunque affrancata vivendo nella dimensione immortale dell’arte. D’altra parte anche la somiglianza esterna della Gioconda con altri dipinti di Leonardo come il San Giovanni Battista del Louvre, esposto prima a Roma ed ora a Milano, non consente di concludere che Leonardo abbia seguito un archetipo e tanto meno abbia obbedito a un compiacimento narcisistico.

In queste opere c’è un alcunché di irrealistico che allontana dalla verosimiglianza esterna e indica una consonanza spirituale, una percezione interiore, che va oltre la fisiognomica per intercettare uno stato d’animo. Per questo nulla di Leonardo, e soprattutto della sua fisicità, può riguardare la Gioconda, la cui dimensione confina con la sfera psicologica di Leonardo che nessuna riesumazione del cadavere può restituire. Semmai è il contrario.

Dallo studio della Gioconda possiamo capire molto del pensiero di Leonardo. Non occorre neppure vederla. Perché già la conosciamo prima di averla vista. La portiamo dentro di noi come una memoria irrinunciabile. In lei c’è anche una parte di noi, e Leonardo ce l’ha svelato.





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Acqua, i debiti delle ex municipalizzate rosse

di Felice Manti


Le società di sinistra che gestiscono il sistema idrico dovevano 1,2 miliardi all’Ue.

Ma grazie al centrodestra la sanzione ora è stata ridotta a 400 milioni.

Nel triennio ’96-’99 Prodi e D’Alema le agevolarono per quotarsi in Borsa

 



Le municipalizzate rosse fanno shopping, il governo Berlusconi riduce i loro debiti. Attraverso gli accordi trentennali con gli Ato (praticamente irrisolvibili, pena danarose penali a carico del contribuente) e grazie anche a una transumanza di ex manager pubblici vicini al centrosinistra ai vertici delle 91 Autorità di ambito territoriale, negli ultimi 15 anni queste società non hanno investito a sufficienza nella ristrutturazione della rete degli acquedotti (come dimostrano le ricerche di Kpmg e Althesys pubblicate ieri sul Giornale), ma hanno preferito andare a caccia di azioni.

E i risultati sono sotto gli occhi di tutti: il sistema fa acqua e manca un’Autorità di controllo che sorvegli e sanzioni le irregolarità. Il dl Ronchi, la riforma di riassetto del sistema dei servizi pubblici che entrerà a regime nel 2012 la prevede, anche se non è chiaro se si tratterà di un Garante vero e proprio, di una sezione specifica in capo all’Authority per l’Energia o di un rafforzamento del Co.vi.ri (il comitato per la vigilanza dell’uso delle risorse idriche).

Anziché liberalizzare il sistema e sottrarre un bene così prezioso dal giogo della politica, separando la proprietà delle reti dalla gestione del servizio idrico, si è preferito percorrere una strada che ha dato solo problemi e creato debiti. «Colpa» anche della stessa legge Ronchi, che anziché disinnescare questo meccanismo finanziario, l’ha reso obbligatorio. Non è un caso che le critiche al provvedimento siano arrivate da importanti componenti della stessa maggioranza, con in testa la Lega Nord. E dunque, entro il 2012 le società che vogliano continuare ad assegnare la gestione dei servizi idrici anche senza gara (procedura sanzionata dalla Ue) dovranno abbassare la quota di controllo pubblico al 30%.

Un peccato «politico» per chi, come il sindaco di Roma Gianni Alemanno, aveva la possibilità di modificare la governance dell’ex municipalizzata romana Acea, fino a ieri poltronificio delle giunte rosse Rutelli e Veltroni e di Francesco Gaetano Caltagirone, editore del Messaggero e suocero del leader Udc Pier Ferdinando Casini. Il caso Acea è emblematico: controllata al 51% dal Comune di Roma, tra gli azionisti di minoranza «pesante» ci sono la francese Gdf-Suez (9,9%), partner nelle joint venture elettriche in AceaElectrabel, che vorrebbe comprare più azioni e lo stesso costruttore romano Francesco Gaetano Caltagirone (azionista con circa il 7,9 per cento delle quote) assieme al fondo britannico Pictet (2,2%).

La cessione delle quote in mano al Campidoglio (agli attuali prezzi di mercato, visto che negli ultimi 20 mesi ha dimezzato il suo valore passando dai 13,5 euro di maggio 2008 agli attuali 7 e rotti) vale tra i 300 e i 400 milioni di euro. Una mossa annunciata dallo stesso Alemanno al Sole24Ore qualche giorno fa, che non è passata inosservata. Le azioni Acea infatti fanno gola agli azionisti di minoranza come Gdf e Caltagirone, che ha la prelazione sull’acquisto, ma anche ad altri soggetti come Iride e la milanese A2A.

Il Corriere della Sera, qualche giorno fa, ha malignamente lasciato intendere che questa decisione sia in qualche modo legata all’alleanza Pdl-Udc che sostiene Renata Polverini. E che smentisce quanto Alemanno aveva annunciato solo a settembre scorso, anche se la risposta ai dubbi dei suoi detrattori è appunto: «Sono obbligato dalla legge Ronchi». Vero. Ma è altrettanto vero che così facendo la sua amministrazione di centrodestra agevola la crescita, nella municipalizzata romana, di soggetti oggi in minoranza e storicamente vicini al Pd come l’emiliana Hera. Acea e Hera per anni si sono annusate, e il reciproco interesse non è mai veramente scemato.

Hera è la multi utility emiliana, controllata al 62% dai Comuni della Provincia di Bologna (18,8%), Romagna (26,0%), Modena (13,9%) e Ferrara (3,3%). Il restante 38% è flottante in Borsa. La guida l’ex Telecom bresciano Tomaso Tommasi di Vignano (già Iritel e Stet) e considerato vicinissimo all’ex premier Romano Prodi, che è rimasto scottato dal mancato matrimonio con Enia e Iride, sponsorizzato dalla sinistra. Ieri ha chiuso a 1,65 euro ma in passato valeva anche 3,30 euro.

Nel 2007 la sinistra avrebbe fortemente voluto una fusione a tre tra la ex municipalizzata, Enia (nata dalla fusione, avvenuta nel marzo 2005, tra Agac, Amps e Tesa, aziende municipalizzate delle Province di Reggio Emilia, Parma e Piacenza) e Iride (nata grazie all’integrazione fra Aem Torino e Amga Genova, oggi il terzo operatore nazionale nel settore dei servizi a rete).

Hera è stata esclusa, con grande rammarico di Tommasi di Vignano, e anche il matrimonio tra Iride e Enia attraversa un periodo di burrasca: colpa delle sanzioni dell’Unione europea comminate alle utility nel periodo 1996-1999, quando il centrosinistra consentì alle «sue» municipalizzate di quotarsi in Borsa grazie a incentivi fiscali che Bruxelles (che forse non aspettava altro) ha deciso di bollare come «aiuti di Stato» e sanzionare. Multe salate, mica bruscolini.

Mentre Enia, quotata in Borsa molto dopo, ha i conti a posto, i debiti con l’Erario di Iride sarebbero di 135 milioni di euro. «Sono debiti che non abbiamo intenzione di accollarci», disse qualche mese fa il sindaco di Reggio Emilia Graziano Delrio. Tra le utility che usufruirono di aiuti di Stato nello stesso triennio ci sono anche la lombarda A2A, Acea e la stessa Hera. La cosa strana è che a togliere dai guai le ex municipalizzate rosse ci sta pensando il governo Berlusconi.

Qualche settimana fa il sottosegretario all’Economia Stefano Saglia ha annunciato che Palazzo Chigi ha intenzione di presentare all’Unione Europea una proposta per alleggerire l’impatto della restituzione da parte delle ex municipalizzate degli aiuti di Stato legati alla moratoria fiscale adottata dal centrosinistra.

Il primo passo è stato già compiuto: il decreto legge «Obblighi comunitari» dispone la restituzione di circa 400 milioni di euro a carico delle ex municipalizzate, a fronte di una multa di 1,2 miliardi di euro che il commissario Ue per la concorrenza, Neelie Kroes, aveva comminato. Grazie a Berlusconi le sanzioni per A2A sono scese a 200 milioni, quelle a carico di Acea a 90 milioni, di Iride a 65 milioni e di Hera a 23 milioni. Dopo le concessioni del dl Ronchi è un altro favore che il centrodestra ha fatto alle ex municipalizzate rosse. Ce n’era proprio bisogno?

felice.manti@ilgiornale.it



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