lunedì 25 gennaio 2010

Sarkò-show in tv sui clandestini: "Non diventeremo come l'Italia"

La Stampa

Il presidente punge sull'immigrazione«La Francia non resterà disarmata»
Nessun nuovo soldato in Afghanistan«Ma la nostra missione continuerà»
Nessun accenno al secondo mandato«Deciderò quando sarà il momento»
PARIGI

Sarkozy-show in televisione, un’offensiva mediatica per recuperare il terreno perduto negli ultimi mesi e riconquistare fette di popolarità. Un quarto d’ora classico, al tg delle 20 su Tf1, quello dei massimi ascolti, poi una novità assoluta: per il presidente un faccia a faccia con una «squadra» di cittadini francesi, 11 per la precisione. Per gli strateghi dell’Eliseo, l’operazione dovrebbe servire a raddrizzare la barca dei sondaggi, l’ultimo dei quali concede a Sarkozy il 42% di opinioni favorevoli contro il 55% di pareri negativi. Tutto ciò nell’imminenza delle regionali di marzo che la maggioranza di destra al governo teme possano rappresentare il famoso «voto sanzione» che - a metà mandato presidenziale -è uno degli eventi più temuti da chi governa.

Nel faccia a faccia l'inquilino dell'Eliseo ha parlato di crisi e immigrazione, ma non ha sciolto le riserve sul suo secondo mandato. Sui migranti Sarkozy ha detto che in Francia non si verificherano fenomeni come quelli italiani. «Non lascerò la Francia disarmata di fronte al fenomeno degli sbarchi di clandestini sulle nostre spiagge come è accaduto in Italia» ha scandito il presidente. La Francia è pronta, ha aggiunto il capo dell’Eliseo, a confortare i clandestini ma poi li ricondurrà nei loro Paesi. «Se non facciamo così, le organizzazioni criminali del mondo intero arriveranno alla conclusione che si può fare sbarcare tutta la povera gente sulla spiagge francesi», ha spiegato il presidente a qualche giorno da uno sbarco di 123 clandestini su una spiaggia della Corsica. «Pertanto il messaggio è molto chiaro: i rifugiati politici saranno accolti, gli altri saranno rimpatriati». Sarkozy ha quindi puntato il dito contro «gli schiavisti, gli assassini, i trafficanti che sfruttano la miseria umana».

Le differenze di Sarkozy riguardano anche le missioni all'estero e l'atteggiamento nei confronti degli Stati Uniti. La Francia non invierà in Afghanistan altri «soldati combattenti». «Un anno e mezzo fa - ha detto Sarkozy - quando chiesi al parlamento di inviare 700 nostri soldati in più, dissi che non ci sarebbero stati combattenti in più. Cerco di mantenere scrupolosamente i miei impegni e la mia parola». «Tuttavia - ha proseguito il capo dell’Eliseo - se c’è bisogno di più persone per formare, per inquadrare la polizia, per realizzare lavori di genio civile, per aiutare la popolazione, per aiutare l'afghanizzazionè, perchè no...ma soldati combattenti, no». La Francia aveva fatto sapere che alla conferenza di Londra sull’Afghanistan, giovedì a Londra, avrebbe dato una risposta alla richiesta americana di rinforzi in Afghanistan.

Sarkozy ha fra l’altro ribadito che Parigi non si ritirerà: «La Francia - ha detto - rimarrà in Afghanistan, perchè ne va della nostra sicurezza». Nicolas Sarkozy non ha sciolto la riserva sulla sua candidatura per un secondo mandato all’Eliseo. Il presidente francese infine ha difeso in tv la sua amministrazione ma non ha detto se si candiderà alla rielezione nelle presidenziali del 2012. «Ho un lavoro molto difficile, quello di capo di Stato della quinta potenza del mondo. Intendo svolgerlo nel miglior modo possibile ogni giorno con l’ossessione di dover prendere sempre la decisione migliore possibile e garantisco che le aspettative degli elettori non influenzano le mie scelte», ha assicurato. «Quando arriverà il momento deciderò se ricandidarmi». Sul modo in cui ha gestito la crisi economica, Sarkozy si è difeso sostenendo che «solo la Germania ha ottenuto risultati migliori in una fase di aumento della disoccupazione, che, ad esempio, è raddoppiata in Spagna» e ha ha promesso un calo della disoccupazione «nelle settimane e nei mesi a venire» e anche se «la Francia è stata investita in pieno il trend negativo si sta invertendo. Io so che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, vedrete diminuire la disoccupazione nel nostro Paese».



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Truffa dei dipendenti della Camera lasciavano gli uffici col badge non loro

Corriere della Sera


Scoperte anomalie nelle timbrature: uscivano durante l'orario di lavoro


ROMA - Una quindicina di dipendenti della Camera dei deputati sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati da parte della Procura della Repubblica di Roma per truffa ai danni dello Stato e falso. I dipendenti di Montecitorio sarebbero riusciti a eludere il sistema elettronico di rilevazione delle presenze sui luoghi di lavoro, inserendo badge di servizio non loro.

INCHIESTA - L'inchiesta della magistratura sarebbe scattata dopo che l'amministrazione della Camera, insospettita da anomalie nelle timbrature, ne avrebbe verificato la sussistenza ed avrebbe quindi sporto denuncia all'Autorità giudiziaria. Le indagini della magistratura avrebbero quindi portato all'individuazione dei dipendenti che lasciavano il palazzo durante l'orario di lavoro.

25 gennaio 2010




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Leonardo da Vinci verrà riesumato"

La Stampa

La richiesta di un gruppo di studiosi per svelare la vera identità della Gioconda. E gli scienziati si dividono: "E' una follia"




PARIGI

E' uno dei quadri più ammirati in tutto il mondo. La Gioconda di Leonardo, esposta al museo del Luovre, è da sempre oggetto di numerosi studi e ricerche. Sull'identità della donna, dipinta tra il 1503 e il 1506, studiosi di tutto il mondo hanno formulato le più disparate teorie. Chi è dunque la Monna Lisa? Secondo le tesi più accreditate, si tratterebbe della madre del pittore. Secondo altri il volto sarebbe quello di Lisa Gherardini, moglie di Francesco Bartolomeo del Giocondo. Nell'ultimo periodo, però, ha preso sempre più piede la teoria proposta da Lillian Schwartz. Secondo la ricercatrice americana, il viso più studiato di sempre sarebbe in realtà quello di Leonardo. Grazie a particolari test, che hanno messo in evidenza la somiglianza nei lineamenti tra la Gioconda e l'artista, la Schwartz ha stabilito che l'opera non sarebbe altro che l'autoritratto del famoso maestro.

Ipotesi e polemiche si sono susseguite nel corso degli anni. E ora un team di studiosi italiani ha riacceso l'eterna diatriba chiedendo la riesumazione del corpo. «Recuperando lo scheletro di Leonardo, potremo ricostruire il suo viso e confrontarlo con quello della Monna Lisa», ha detto l'antropologo Giorgio Gruppioni al Times. Il corpo si troverebbe nel castello di Amboise, in Francia, dove Leonardo morì all'età di 67 anni. Il gruppo diretto da Silvano Vincenti ha contattato le autorità locali e i proprietari dell'antica dimora per ottenere tutti i permessi necessari. Ora non resta che aspettare l’autorizzazione che, stando a quanto riporta il quotidiano inglese, dovrebbe arrivare entro la prossima estate.

Una volta ottenuto l'ok, Vincenti e la sua équipe dovranno, come prima cosa, verificare che i resti recuperati appartengono proprio a Leonardo: «Potremo scoprire dettagli che non sono presenti nei libri di storia. Dall'analisi delle ossa saremo in grado di capire se a causare la morte del pittore sia stata la sifilide, la tubercolosi o qualche altra malattia. D'altronde la sifilide fece numerose vittime nel primo trimestre del 1500». L'inconsueto progetto, però, ha immediatamente diviso il mondo scientifico. Primi a protestare gli studiosi che hanno sempre visto la tesi dell'autoritratto solo come un mito, una leggenda da raccontare ai turisti. «E' una follia. Per molti Leonardo è veramente una fissa. Noi sappiamo chi è la donna del quadro, ne conosciamo l'identità. Se il pittore fosse vivo sarebbe amareggiato da tutto questo», ha detto Nicholas Turner, curatore del Getty Museum di Los Angeles.




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Francia, Sarkozy vieta il burqa negli uffici e nei servizi pubblici

Quotidianonet

Nel rapporto dei parlamentari si legge: “Le persone saranno non soltanto costrette a mostrare il volto all’ingresso dei servizi pubblici ma anche durante tutto il periodo della loro permanenza”.

Parigi, 25 gennaio 2010


Il rapporto dei parlamentari francesi sul burqa propone di vietare il velo integrale in tutti gli uffici e luoghi che offrono servizi pubblici, dalle scuole agli ospedali, fino ai trasporti. Il rapporto, atteso per domani, è stato anticipato dal quotidiano Le Figaro. Chi non rispetterà il divieto non subirà conseguenze di tipo penale, ma non potrà usufruire dei servizi.

“Le persone - si legge nel testo - saranno non soltanto costrette a mostrare il volto all’ingresso dei servizi pubblici ma anche durante tutto il periodo della loro permanenza”.

 La proposta dovrebbe superare le obiezioni giuridiche ad un divieto del burqa su tutto il territorio che, secondo diversi giuristi, sarebbe in contrasto con la libertà di culto garantita dalla Costituzione. Secondo gli estensori della proposta, la natura del servizio pubblico legittima infatti “alcune regole particolari” legate alla sicurezza. In Francia è in corso un ampio dibattito sul velo integrale portato da alcune donne musulmane, dopo che in giugno il presidente Nicolas Sarkozy ha dichiarato che “il burqa non sarà mai il benvenuto sul territorio della Repubblica francese”.

Fra le proposte sollevate vi è stata recentemente quella del deputato Jean Francois Copè, capogruppo del partito Ump di Sarkozy all’Assemblea Nazionale, che aveva proposto di multare chi indossa il burqa con 750 euro.




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NY, donna cade su un quadro di Picasso Taglio di 15 centimetri nell'«Attore»

Corriere della Sera


La visitatrice ha perso l'equilibrio finendo proprio sul dipinto che risale al Periodo Rosa dell'artista spagnolo

 


L'opera danneggiata (© Estate of Pablo Picasso/Artists Rights Society, New York)

MILANO - Sarà stata l'emozione di essere circondata da tanta arte immortale, o più semplicemente uno scivolone inopportuno. Fatto sta che una donna in visita al Metropolitan Museum of Art di New York ha perso l'equilibrio cadendo rovinosamente su un'opera di Pablo Picasso, «L'attore». Un dramma: nella parte inferiore destra della tela si è formata una lacerazione verticale di 15 centimetri.

SOTTO I FERRI - In un comunicato sul sito la direzione del museo riferisce che fortunatamente il taglio non ha danneggiato punti focali dell'opera, che misura 194 per 112 cm ed è stata immediatamente portata nella sezione restauri per il delicato intervento "chirurgico".

Sarà rimessa a nuovo entro il 27 aprile, quando aprirà un'esposizione dedicata a Picasso. «L'attore» è una delle circa 250 opere dell'artista spagnolo di proprietà del Metropolitan: l'ha dipinta nel 1904-5, durante il suo cosiddetto "Periodo Rosa", poco prima della nascita ufficiale del cubismo, ed è stata donata al museo newyorkese da Thelma Chrysler Foy nel 1952.

Redazione online
25 gennaio 2010



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Buon compleanno Bernina! Il trenino rosso compie 100 anni

Corriere della Sera

Un anno di eventi e promozioni per festeggiare un secolo di viaggi sulla storica ferrovia che collega St. Moritz a Tirano



Ha un secolo ma non lo dimostra. Viaggia senza sosta dal 1910 e quest’anno festeggia con orgoglio il suo 100esimo compleanno. La ferrovia del Bernina collega l'Engadina alla Valtellina, da St. Moritz a Tirano, e ha una storia ricca di primati e successi. La sua fama ha varcato i confini nazionali, per il National Geographic Magazine è una delle linee ferroviarie più suggestive al mondo e l’Unesco l’ha inclusa nel 2008 tra i Patrimoni dell’Umanità.

Il trenino rosso, come viene anche chiamato, è un’opera di ingegneria senza eguali: 61 chilometri di binari tra la Valposchiavo e l’Engadina, con una pendenza del 70% che rende il Bernina una delle ferrovie ad adesione più ripide del mondo, con un sistema di scartamento ridotto che permette di affrontare curve a raggio minimo. Per non parlare delle altezze, con i 2.253 metri s.l.m della stazione di valico dell’Ospizio Bernina, è la trasversale alpina più elevata. Persino i giapponesi l'hanno copiata nel 1979 e il risultato è la Hakone Railway di Tokyo che funziona secondo lo stesso sistema di adesione. A ricordare il successo nipponico, i nomi delle stazioni di St. Moritz, Alp Grum e Tirano sono scritti anche in giapponese. Ciò che, però, rende davvero unica la ferrovia retica è il paesaggio. Il treno scivola tra ghiacciai e laghi, attraverso valichi, 52 ponti e 13 tunnel nelle montagne dell’Engadina e della Valtellina. Sullo sfondo domina il Pizzo Bernina(4.049 metri), la cima più imponente dei Grigioni.

Per il centenario 1910-2010, il calendario di proposte è ricco, un anno di offerte, promozioni ed eventi. Innanzitutto, bisogna procurarsi il Pass Anniversario, un biglietto da usare sulla tratta St.Moritz-Tirano, valido 7 giorni (dalla data di emissione) per avere riduzioni e sconti nei ristoranti, negli hotel e nei luoghi di interesse culturale, come le Marmitte dei Giganti di Cavaglia.

Per i nostalgici c'è il treno storico rispolverato per l’occasione. Un viaggio nel tempo a bordo delle carrozze giallo-oro usate negli anni Trenta, con poltrone di vimini e l’antica cucina di nuovo aperta ai passeggeri (37 €, riduzioni per bambini e con travelcard). Più avventurosa è l’escursione sullo spazzaneve a vapore Xrot del 1911, l’unico con trazione indipendente ancora in funzione tra Monteratsch - Alp Grum o Cavaglia - Ospizio Bernina. Una guida d’eccezione, il responsabile del servizio ferroviario Stefano Crameri, racconta la storia, le curiosità e i dettagli tecnici, dalla lubrificazione al riscaldamento, a tutti i curiosi. Il viaggio finisce gustando specialità svizzere (182 €).

Musica classica in sottofondo e luci spente; a rischiarare le carrozze solo la luna piena e il suo riverbero tra i ghiacciai. Il tour panoramico al chiaro di luna ad Alp Grum non deluderà le coppie e i romantici (53 €). In estate, solo a luglio e agosto, si viaggia invece sui vagoni panoramici scoperti. I buongustai possono optare per il safari culinario a tappe: in ogni stazione, ristoranti selezionati per assaggiare le specialità regionali, come pizzoccheri, gnocchi e salsiz (60 € in 2 cl.).

Divertimento assicurato per i più piccoli, e non solo, nelle cabine di guida delle locomotive del Bernina. Con i macchinisti s’imparano i trucchi del mestiere e, alla fine, attestato ricordo con foto. A terra, invece, nei musei e nelle stazioni della tratta ferroviaria, sono in programma numerose mostre ; al Museum Alpin di Pontresina rarità d’epoca nell’esposizione I 100 anni del Bernina; mentre a Campocologno sono le foto a raccontare Gli anni d’oro della linea. Tutte le offerte, mese per mese, si trovano sui portali www.rhb.ch e www.mybernina.it.


Alessandra Turci





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Iraq, impiccato Alì «il chimico»

Corriere della Sera


Ali Hassan al Majid era cugino e braccio destro dell'ex presidente Saddam Hussein


Ali Hassan al-Majid (Afp)

BAGDAD - Ali Hassan al Majid, detto «Alì il chimico», il braccio destro dell'ex presidente Saddam Hussein, è stato giustiziato. Lo riferisce un portavoce del governo iracheno. L'esecuzione è stata compiuta per impiccagione.

LE CONDANNE - Ali Kamil Hassan al-Majid, cugino e genero dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein, condannato a morte quattro volte per crimini contro l'umanità e impiccato oggi, era considerato uno dei più feroci esponenti del deposto regime.

Già condannato a morte nel giugno del 2007 per genocidio del popolo curdo, nel 2008 per la repressione degli sciiti durante la guerra del Golfo del 1991, nel 2009 per le uccisioni di sciiti del 1999, era soprannominato «Ali il Chimico» per l'attacco con gas nervini contro la cittadina di Halabja, in cui nel 1988, in piena guerra contro l'Iran, furono uccisi 5.000 civili. Nel settembre del 2007 la Corte suprema irachena aveva confermato la condanna a morte di Ali per la campagna anti-curda detta di Anfal, che portò allo sterminio di 180 mila curdi secondo l'accusa, ma la pena fu sospesa per il mese di Ramadam. Nel febbraio del 2008 il Consiglio presidenziale ne aveva stabilito definitivamente la messa a morte.

LA VITA - Nato 67 anni fa nella regione settentrionale di Tikrit, la stessa di Saddam, tra il 1990 e il 1991 era stato per alcuni mesi «governatore» del Kuwait occupato - dove si guadagnò l'appellativo di «boia» - e ministro della Difesa. In precedenza era stato capo delle unità d'elite nella guerra contro l'Iran (1980-'88) e, dal 1987 al 1990 a capo del programma di sviluppo del ministero dell'Industria e dell'Industrializzazione militare.

Fu dato per morto almeno due volte durante la prima fase dell'intervento anglo-americano in Iraq nel 2003, quando il suo bunker e poi un suo presunto nascondiglio a Bassora furono attaccati con armi di precisione. Fu catturato nel nord dell'Iraq il 21 agosto 2003. Ali il Chimico aveva apertamente riconosciuto di aver ordinato di utilizzare i gas contro la popolazione civile. «Sono stato io che ho dato gli ordini all'esercito per bonificare i villaggi e ripopolarli», aveva ammesso a più riprese, sostenendo di non avere mai «commesso errori».


Redazione online
25 gennaio 2010



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Delbono si è dimesso

Corriere di Bologna


Leggi il testo integrale del discorso del sindaco


Il sindaco, Flavio Delbono, travolto dal Cinzia-gate, si è dimesso. Queste le sue parole, pronunciate davanti al Consiglio comunale: "Non avrei ritenuto necessario dimettermi, ma la storia di questa città, fatta di senso civico, fa sì che a Bologna ci sia cultura diversa da altre città. Siccome i tempi per difendermi eventualmente in sede giudiziaria rischiano di avere ripercussioni negative sulla mia attività di sindaco, ho deciso in piena coscienza che rassegnerò le dimissioni dalla carica di sindaco. Sceglierò modi e tempi per il bene della città, considerando l'approvazione del bilancio 2010 che ritengo comunque un buon lavoro".

L'INCHIESTA- Delbono è sotto inchiesta per peculato, abuso d’ufficio e truffa in relazione ad alcuni viaggi fatti quando era vicepresidente della Regione per aver portato con sè l’ex fidanzata ed ex segretaria Cinzia Cracchi.

INTERROGATO- Sabato, dopo un interrogatorio di cinque ore del pm Morena Plazzi, aveva dato qualche prima risposta ai cronisti in attesa e poi si era recato all’emittente ÈTv per dire tra l’altro «di non essere ricattabile» perchè non ha nulla da nascondere e che comunque non si sarebbe «dimesso nemmeno in caso di rinvio a giudizio».

DIMISSIONI - Ma le cose, anche dopo il pressing del Pd, sono cambiate. Il sindaco «ha già deciso di dimettersi», ha confermato il capogruppo Pd Lo Giudice già in tarda mattinata. Secondo fonti Pd, la nuova accelerazione di Delbono, che ha scelto di comunicare in anticipo ai capigruppo, sarebbe dovuta alla volontà di bruciare la conferenza stampa di Antonio Di Pietro (che ha convocato la stampa per le 14 sul tema), e non ingenerare il dubbio di una decisione annunciata nel pomeriggio ma presa magari sull’onda della pressione dell’ex pm.

25 gennaio 2010




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Barbareschi sotto accusa in Rete «Copia le battute dal blog Spinoza»

Corriere della Sera

L'attore: «È buffo che da Internet mi si rinfacci il diritto d'autore».
I responsabili del sito: «Questione di rispetto»

Luca Barbareschi (Ansa)

MILANO - Il tam tam sul forum di Spinoza.it, uno dei blog satirici più conosciuti e apprezzati in Italia, è partito inesorabile, dopo il debutto venerdì scorso di Barbareschi Sciok, il nuovo show di Luca Barbareschi su La7, che in prima serata ha totalizzato 509.000 telespettatori e il 2,24% di share. L'accusa rivolta al deputato Pdl, da sempre accanito oppositore del downolad illegale e promotore di una discussa proposta di legge contro la pirateria digitale, è di aver usato indebitamente nel corso della serata alcune battute tratte dallo stesso blog, spacciandole per proprie. Gli utenti della community sono scatenati: «Poteva almeno mettersi una maglietta con il link» scrive crostaceoditerra. Gli fa eco malvas: «Barbareschi ruba le battute a Spinoza.it. Allora chiudiamo, non fanno ridere!».

«CONDIVISIONE CREATIVA» - «Questi signori non hanno capito nulla: il nostro programma è crossmediale, punta a mettere insieme mezzi diversi» replica Barbareschi, che definisce il suo show «un esempio di condivisone creativa». «Quattro dei dodici autori della mia redazione scrivono per Spinoza.it» aggiunge l'attore, che non risparmia una stoccata: «È buffo che Internet possa prendersi il diritto di saccheggiare contenuti qua e là e se invece io porto Internet su un mezzo generalista come la Tv mi si rinfacci il diritto d'autore».

«UNA QUESTIONE DI RISPETTO» - Ma Stefano Andreoli, responsabile dei contenuti di Spinoza non ci sta. «Chiudere la questione dicendo che quattro autori del programma scrivono su Spinoza.it è una mistificazione». Spinoza, come spiega il suo curatore, è un blog collettivo, ovvero sono alcuni degli oltre 4mila utenti iscritti al forum a inviare le battute che poi lo stesso Andreoli seleziona e mette online. Tutto in maniera gratuita e senza fini di lucro. «Il fatto che quattro tra gli autori del programma - come sostiene Barbareschi – siano iscritti al forum di Spinoza non lo giustifica dall'aver usato materiale altrui spacciandolo come proprio» continua Andreoli, peraltro sicuro che le frasi riprese da Barbareschi in tv non siano state scritte da nessuno legato alla redazione dello show. Le battute di Spinoza girano come virus nella Rete. «Non voglio fare il paladino del web: è solo una questione di rispetto del lavoro altrui. Barbareschi avrebbe dovuto chiedere. Se una cosa del genere fosse successa a lui probabilmente avrebbe avuto la stessa reazione. Mi aspetto delle scuse» conclude Andreoli. Il suo sospetto, e quello di molti utenti del blog, è che si tratti di una provocazione voluta, che non poteva passasse inosservata, vista la popolarità di Spinoza.it. «Forse quel che voleva ottenere è proprio questo, un po' di rumore sul web intorno al programma».

Elvira Pollina
25 gennaio 2010




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Torino, a Chiamparino lettera con proiettile con riferimenti alla Tav

di Redazione

In Comune un messaggio contro il sindaco, che nel fine settimana ha promosso una manifestazione a favore dell'Alta velocità.

All'interno un proiettile calibro 9. La replica: "Sono sereno, non cambia il mio impegno"





Torino - Una busta contenente un proiettile calibro 9 e una lettera, definita farneticante e a tratti sgrammaticata scritta a mano in stampatello, con riferimenti alla Tav, è stata inviata questa mattina al sindaco di Torino Sergio Chiamparino. La busta, sulla quale al posto del francobollo c’era la scritta

"La Tav la paga Berlusconi e Ferrentino", è arrivata in municipio insieme alla posta ordinaria. La lettera, alla quale era appiccicato il proiettile inizia con le parole "Caro sindaco" e fa poi riferimento ai sondaggi preliminari in corso in questi giorni e alla posizione favorevole all’opera del primo cittadino.

"Sono assolutamente sereno" commenta il sindaco Chiamparino sottolineando che questo episodio "non cambia in alcun modo il mio impegno sulla Tav. Credo che lettere come questa, così come gli incendi ai presidi - aggiunge Chiamparino - siano del tutto estranei agli schieramenti favorevoli e contrari alla Tav che civilmente si sono manifestati e confrontati in questo fine settimana". La lettera è ora al vaglio della Digos.




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Don Luciano, si scava nei rapporti con altre bimbe

Il Secolo xix

Gli uomini della squadra mobile di Savona e del commissariato di Alassio stanno ascoltando i compagni del catechismo e della parrocchia per verificare la veridicità delle loro testimonianze su altri due presunti casi di violenza sessuale

 

In attesa dell’incidente probatorio e di conoscere il contenuto del quarto computer sequestrato a don Luciano Massaferro (o meglio in casa di un’amica alla quale lo aveva regalato), il parroco delle chiese di San Vincenzo e San Giovanni di Alassio, l’inchiesta sulla presunta violenza sessuale messa in atto nei confronti di una parrocchiana di undici anni prosegue. Nell’ombra, nel silenzio del riserbo, gli uomini della squadra mobile di Savona e del commissariato alassino proseguono gli interrogatori di amici della ragazzina, di giovani che frequentano il catechismo e di semplici parrocchiani con l’intenzione di allargare il quadro indiziario di altri due episodi di violenza per i quali, al momento, non esiste alcuna contestazione concreta.

Indubbiamente gli elementi raccolti nella prima fase dell’inchiesta debbo essere approfonditi come ha puntualizzato lo stesso tribunale del Riesame, nell’ordinanza con la quale si rigettava al richiesta di scarcerazione del sacerdote alassino.

Nessuna ulteriore valanga di fango, quindi, addosso a don Lu, ma solo la necessità da parte dei sostituti procuratori della repubblica Giovanni Battista Ferro ed Alessandra Coccoli, di approfondire un filone dell’inchiesta madre.

Per il momento si tratta di sospetti, di confessioni fatte tra minori e dal minorenni riportate agli investigatori che stanno cercando riscontri ed eventualmente denunce. Nulla di più, quindi, che una notizia di reato recepita, ma non ancora trasformatasi in capo di imputazione al prete assistito dagli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì. «Fesserie, invenzioni» è la reazione di chi crede nell’innocenza di don Luciano e non ritiene veritiere neppure le presunte attenzioni morbose alla parrocchiana che hanno fatto scattare l’ordinanza.

C’è però il grave indizio di reiterazione del reato ed inquinamento delle prove riscontrati dal giudici del riesame che influenzano la valutazione su don Luciano.

Ovviamente l’attività di indagine è coperta dal massimo riserbo, anche e soprattutto a tutela dei giovani minorenni coinvolti, loro malgrado, in questa spiacevole vicenda. Don Luciano, comunque resta in carcere ad attendere novità e soprattutto sviluppi positivi della vicenda. Nella cella singola della sezione protetta del penitenziario di valle Armea a Sanremo, il sacerdote prega e legge il vangelo. Le sue condizioni psico-fisiche non sarebbero ottimali, al punto da spingere gli inquirenti a richiedere una sorveglianza continua per evitare gesti spiacevoli. Il prete resta sempre in attesa, anche della visita dell’anziano padre che dal 29 dicembre non ha più avuto occasione di incontrare.

In carcere finora, don Lu ha incontrato i suoi avvocati, il cappellano di Chiavari, don Francesco Brioni, e monsignor Mario Oliveri, ordinario della diocesi d Albenga e Imperia.Il primo appuntamento concreto in agenda sotto il profilo giudiziario è l’incidente probatorio a cui verrà sottoposta l’undicenne che avrebbe subito le attenzioni morbose del prete. Il gip non ha ancora fissato la data dell’esame,ma questa potrebbe essere la settimana decisiva.

L’interrogatorio rappresenta un passo ufficiale dell’inchiesta, ritenuto irripetibile, traslabile in udienza. Lavoro dei magistrati che, a meno di colpi di scena, potrebbe approdare poi alla notifica della conclusione delle indagini e al processo davanti al giudice delle udienze preliminari.
A meno di novità, come detto, che potrebbero scaturire dal computer sotto perizia e da presunti altri due casi di violenza su minore.





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Flores D'Arcais: dal carro del Psi alla "religione delle manette"

di Paolo Bracalini

l filosofo di Micromega, ora paladino delle toghe e contestatore dei politici, negli anni è passato dal Pci ai socialisti, dal Pds all’Idv. Litigando con tutti

 




Nobile di antico rango, i marchesi Flores, già giovane trotzkista e testa (calda) del sessantotto romano, il filosofo di Micromega (che prende la prima metà del nome dalle proporzioni delle copie vendute e la seconda da quelle dell’ego del suo creatore) ha tenuto sempre ben presente la dottrina comunista secondo cui l’intellettuale deve guidare i lavoratori, tenendosi ben alla larga dal lavoro per dedicarsi piuttosto alle alte sfere della speculazione filosofica. Il profeta della manetta, il Platone delle procure, l’oltranzista sempre in disaccordo con la politica mai all’altezza della sua Repubblica platonica, Paolo Flores D’Arcais ha però sempre navigato costeggiando a vista i partiti. 

L’ultimo dei suoi parti intellettuali, il Pdsp, Partito dei senza partito, non ha visto la luce per evidente contraddizione in termini, ma per il resto il marchese rosso (o viola) si è sempre dato da fare. Prima comunista, poi socialista prima di scoprire (indignandosi) che i socialisti tendevano a occupare poltrone se gliele offrivano, il filosofo ha poi volteggiato tra le varie consustanziazioni della sinistra-movimentista italiana, più o meno fortunate, con cui ha però finito sempre inevitabilmente per litigare: la Rete di Leoluca Orlando, i Verdi, i Radicali, il Pds di Occhetto, il Pd, e da ultimo l’Idv di Di Pietro, che - tanto per capirci cosa succede quando appoggia un partito - lui vorrebbe sciogliere.

La sua filosofia politica è riassumibile in un assioma fondamentale: la magistratura è la depositaria assoluta del Bene pubblico. Da qui l’amore per l’ex pm Tonino e in generale per Tangentopoli, da lui definita sobriamente (citiamo da un memorabile ritratto che gli fece Giancarlo Perna sul Giornale) come «l’inchiesta che non ha eguali nell’intera storia giudiziaria quanto a garantismo verso gli imputati, cautela nelle indagini e ossessione nel procedere solo sulla base di prove incontrovertibili». Eppure Flores D’Arcais era stato socialista, scoperto da Claudio Martelli, ma comunque nell’orbita di Craxi, però - spiegò più avanti in modo poco cartesiano - «fui craxiano solo quando Craxi era anticraxiano». Ovviamente. 

Eppure, chi lo frequentava all’epoca - fine anni ’70 - nelle riunioni del Psi, ricorda che «era estremamente voglioso di essere preso in considerazione, al ristorante si metteva sempre seduto vicino a Bettino, provocando ovviamente la reazione infastidita di molti presenti, e probabilmente anche dello stesso Craxi che si ritrovava vicino quel contestatore». Contestava già, Flores, sempre, eppure il Psi lo manteneva come testa fine in qualità di direttore del Centro culturale Mondoperaio, emanazione del partito. «Quando Flores non era più d'accordo sulla linea Craxi, continuava comunque a fare il direttore del centro culturale» racconta un socialista di allora. 

Fu anche chiamato a curare una sezione della famosa Biennale del dissenso, quella di Ripa di Meana, dove il giovane intellettuale curò la sezione sugli artisti dissidenti dell’Est (sposò anche una dissidente polacca, matrimonio poi andato male). «Il Mondoperaio di Flores D’Arcais ci costava molto, ma a fronte di quella spesa non era granché in termini di produttività» ricorda oggi Rino Formica, ex ministro delle Finanze socialista. Il circolo in effetti veniva finanziato integralmente dal Psi, e in precedenza Formica si era espresso in modo meno calibrato sulla questione («Ma quanto c..zo costa questo intellettuale!», citato sempre da Perna). «Il circolo entrò in crisi rapidamente - ricorda adesso Formica -. 

Era nato come progetto per contrastare sul piano culturale l'egemonia dominante comunista, ma l’operazione non riuscì». In compenso Flores riuscì a contrastare sul piano culturale il Psi, suo editore, accusandolo di inseguire solo le poltrone. Venne cacciato, e trovò soddisfazione con una rivista tutta sua, ma sempre finanziata da altri (stavolta il Gruppo Espresso).

I socialisti di allora lo ricordano come l’eterno bastian contrario, mai contento. «Era un estremista», ricorda Formica. «Pensava di essere lui a guidare la linea politica del Psi di allora, mentre invece il partito andava verso il compromesso storico» ricorda un altro esponente di quel tempo. In realtà Flores era completamente fuori linea rispetto al Psi. I suoi trascorsi del resto non erano stati all’insegna del compromesso e della moderazione. Quando Panorama scrisse, confondendosi, che Flores aveva scritto su Lotta continua, lui replicò furentemente precisando che non aveva mai scritto sul foglio estremistico. È vero, in quegli anni dirigeva una rivistina di taglio e cucito, Soviet. 

Il floresdarcaismo si comporta come un virus nei partiti in cui si inocula. Li sposa, ci entra dentro, e poi cerca di distruggerli dall’interno denunciandone la sporcizia e l’immoralità interna, parlando dal pulpito della rettitudine assoluta. Così fece col Pci, che lo cacciò, così col Psi, che fece altrettanto. Nel 2008 dichiarò di aver votato Pd, «per non vedere trasformare la democrazia italiana in una gemella di quella di Putin», salvo poi attaccare violentemente Veltroni e poi tutto il Pd, e buttarsi sull’Idv di Di Pietro, a cui ha recentemente chiesto di liquidare il partito. 

Ma è stata Tangentopoli a cambiare corso ai pensieri di Flores, divenuto da lì il marchese delle manette e il padre dei girotondi (con il suo vecchio amico Nanni Moretti, nel cui Io sono un autarchico avrà anche una piccola parte). Eppure in passato, oltre ad essere stato socialista, aveva addirittura criticato la magistratura. Alla fine degli anni ’70 Flores prese a cuore la causa dei «compagni che sbagliano», nei processi contro i vari Toni Negri e Oreste Scalzone. Usando contro i pubblici ministeri parole che, conoscendolo oggi, si fatica a credere sue: «Per condannare gli untori di manzoniana memoria bastava la parola di un vicino di casa, mentre ogni delitto va provato al di là di ogni ragionevole dubbio». 

Oppure: «Il carcere deve seguire l’esibizione di prove, non essere strumento per ricercarle». O anche: «Il pm può condannare (di fatto) al carcere senza controlli, senza dibattimento, senza doversi sottoporre al vaglio delle controargomentazioni della difesa. Questo è scandalo giuridico». Non aveva ancora conosciuto Di Pietro.




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Non si presenta in tribunale La polizia arresta «Arnold»

Corriere della Sera

Già nel 2008 l'attore Gary Coleman era finito in prigione per aver investito un uomo in un parcheggio





SANTAQUIN (UTAH) - L’attore statunitense Gary Coleman è stato arrestato dalla polizia dello Utah per un presunto reato di violenze domestiche: è quanto riporta il quotidiano The Salt Lake Tribune.


I GUAI CON LA GIUSTIZIA - Secondo un comunicato diffuso dalla polizia locale tuttavia Coleman sarebbe stato fermato perché non si era presentato ad un’udienza in tribunale; l’attore era stato arrestato nel 2008 dopo essere stato accusato di aver voluto investire un uomo in un parcheggio. Gary Coleman, nato con una malattia congenita ai reni che ne ha bloccato la crescita, è divenuto famoso per il ruolo di Arnold Jackson nel telefilm «Il mio amico Arnold». (Fonte: Apcom)

25 gennaio 2010




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Miss Belgio calpesta la bandiera nazionale

Corriere della Sera

In compagnia del leader indipendentista fiammingo Bart De Wever.
Poi capisce l'errore e cerca di scusarsi

La copertina di P-Magazine

MILANO - Ha conquistato a furor di popolo la corona di Miss Belgio 2010. Adesso rischia di perdere lo scettro per una foto molto contestata dall'opinione pubblica. La giovane Cilou Annys, originaria delle Fiandre e vincitrice lo scorso 10 gennaio del più importante concorso di bellezza nazionale, ha compiuto un incredibile passo falso. Pochi giorni dopo aver ottenuto il meritato trionfo, la diciottenne ha pensato bene di comparire sulla rivista in lingua fiamminga P-magazine in compagnia di Bart De Wever, leader indipendentista dell'Nva (Nuova alleanza fiamminga) e politico fortemente osteggiato dai cittadini francofoni. Come se non bastasse, sulla copertina del magazine la ragazza è stata immortalata mentre calpesta la bandiera belga. In un Paese dilaniato da forti correnti indipendentiste e dalla storica divisione tra le due più principali etnie, i fiamminghi di lingua olandese e i valloni francofoni, quest'immagine ha provocato grande sconcerto e molteplici proteste.

POLEMICHE - Secondo un recente sondaggio il 75% dei cittadini francofoni ritiene giusto togliere lo scettro alla «miss indipendentista» e assegnare a un’altra ragazza il titolo di Miss Belgio. I valloni infatti sostengono che la corona non può essere consegnata a una persona che non ha rispetto della bandiera nazionale e che la calpesta senza alcun pudore. La maggior parte dei media è d’accordo nel ritenere la copertina del magazine provocatoria e dichiaratamente antifederale. Tra l'altro nella foto si vede De Wever in procinto di tagliare con una forbice la fascia che attesta la vittoria della ragazza proprio dove si trova la parola Belgio. Infine alle spalle del leader indipendentista e dalla Miss compare l'inequivocabile dichiarazione di De Wever: «Il Belgio è il Paese più sbagliato del mondo».

SCUSE E DIFESA - Quando si è resa conto di aver provocato un grande polverone, la giovane Annys si è subito difesa. Ospite di una trasmissione radiofonica, la Miss ha dichiarato di essere stata ingannata dal leader fiammingo e per ripicca si è fatta fotografare mentre tiene fieramente sulle sue spalle la bandiera nazionale belga e sotto i suoi piedi compare la foto del leader nazionalista. Poi ha dichiarato di amare profondamente il Belgio e di essere molto delusa per quello che è successo: «Se nella foto incriminata appaio sulla bandiera del mio Paese è perché sono fiera di essere belga», ha commentato la ragazza. «Non si può giudicare un'immagine senza contestualizzarla. Non ho mai voluto offendere nessuno e chi legge l'articolo del magazine capirà quello che provo». L'ultima frecciata è contro il leader indipendentista fiammingo: «A me non importa nulla di Bart De Wever. Lui è contro il Belgio, io invece sono per il Belgio. Io amo sia i valloni che i fiamminghi. Siamo tutti belgi e stiamo bene così».

Francesco Tortora
24 gennaio 2010



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