domenica 24 gennaio 2010

Vallettopoli 2: tremano vip, politici e giornalisti Ecco i verbali di Bicio

Quotidianonet

Mercoledì esploderà un'altra bomba che farà cadere molte teste: l'indiscrezione trapela da ambienti vicini a Corona, mentre l'ex assistente del re dei paparazzi racconta la sua verità su Ventura, Bettarini, Barbara Berlusconi, Belen, Pieraccioni, Laura Torrisi e cronisti a libro paga delle agenzie...

Milano, 24 gennaio 2010 - Il giorno del giudizio è fissato per mercoledì 27 gennaio 2010: "Esploderà la bomba di Mutande Pazze e cadranno molte tste di Vip e direttori di giornali gossipari". La profezia viene formulata in ambienti molto vicini a Fabrizio Corona. C'è di piu. La fatidica sequenza fotografica di Lapo Elkann, bloccata in cambio di 300 mila euro, non si riferirebbe all'episodio del trans datato 2005, ma sarebbe molto più recente e avrebbe come teatro il Bois-de-Boulogne.

Intanto, ecco alcuni stralci dell'interrogatorio del fotografo Fabrizio Pensa, detto Bicio, reso fuori tempo massimo al pm potentino Henry Jhon Woodcock (ovvero dopo l'avviso di concusione delle indagini di Vallettopoli) e subito trasmesso per competenza territoriale al pm Frank Di Maio. Il verbale è stato publicato dal Giornale, in un servizio a firma di Gian Marco Chiocci.

DA NOVELLA 2000 LE FOTO "NASCOSTE" DI BARBARA BERLUSCONI

E' proprio da questo verbale che parte l'inchiesta-bis sui vip, con il coinvolgimento di altre agenzie, il ruolo dei giornalisti a libro paga di Corona, le immagini più compromettenti fatte sparire dal mercato, storie di ricatti e di vendette. le dichiarazioni di "Bicio" sono ovviamente da prendere con le pinze perché tutte da verificare.

Coinvolgono personaggi della politica, dello spettacolo, dello sport, dell'imprenditoria. Gettano una luce più sinistra sull'operato di Corona (faceva un milione di nero l'anno) che però è stato recentemente assolto.

VERBALI

Pensa: «Signor giudice
, le voglio far vedere di quanti soldi mi ha rubato a me Corona, una valanga. Non ho visto una lira di 76mila euro, a me Corona mi ha lasciato nella merda (...). Corona psicologicamente ti uccideva, ho perso la moglie perché lui mi ha cambiato la vita, vivevo ed ero succube di Corona. L'ha fatto anche con Lele Mora, l'ha distrutto (...). Lui aveva delle persone che ipnotizzava, soprattutto donne, come una giornalista...».

SCATTI HARD PER LA VENTURA

Pensa: «Li sta rovinando tutti. Le posso dire che Corona, tre settimane fa, ha ricattato ancora la Ventura che era stata beccata con un altro tipo, con Francesco, di una discoteca là, lui con la maglietta, senza maglietta, a lei che gli è caduto il reggiseno, insomma il fotografo ha fatto le foto, sono state messe su Chi, ma effettivamente quelle che erano veramente scandalose sono sparite. Corona quello che faceva prima lo continua a fare». Pm: «Cioè, è andato sotto la Ventura e si è fatto dare...». Pensa: «No, lei ha chiamato i giornali, la Ventura ha chiamato le redazioni chiedendo di non pubblicarle (...)».

«GIORNALISTI A LIBRO PAGA»

«Corona aveva una forte
conoscenza giornalistica e redazionale (...). C'erano anche giornalisti di tutte le redazioni che erano sulla busta paga in modo che quando noi avevamo dei servizi, quelli che a lui servivano per pubblicare i loghi delle magliette, andava e glieli dava. Praticamente c'era (...) che era direttore e si prendeva 2.500 euro mentre (...) ne prendeva 3.400 ed è diventato improvvisamente direttore».

FABRIZIO CORONA NEL FILM VIDEOCRACY. IL PATTO SEGRETO CON BETTARINI

«Feci io il lavoro con la Ventura e Gori, quando stava divorziando da Bettarini. Dopo due mesi Corona però mi dice: "Ah, sono troppo scandalose, la Ventura è di Lele, mi hanno bloccato. Ce l'ha già Oggi, però le foto sono troppo pericolose da pubblicare".

Casualmente incontrai Bettarini, mi spiega che aveva dei problemi con la moglie, così gli dissi: "Guarda io ho delle foto che non me le vogliono pubblicare, Gori che esce di notte da casa di tua moglie". E lui. "cazzo, ma allora esistono veramente?". "Sì, non me le ha comprate nessuno". E Bettarini: "Vieni con me", mi ha portato da Novella, il giorno dopo hanno pubblicato tutto per 26mila euro (...). Corona mi ha subito chiamato. "Vieni qua cazzo!" Una volta là, "tu sei un pezzo di merda, hai fatto un casino. Lele Mora le aveva comprate a 250mila». Pm. «Per tutelare la Ventura?». Pensa: «Per tutelare la Ventura».

MATERAZZI E LA RISSA ULTRÀ

Pensa: «Tre settimane fa
, per tutelare altri fotografi, sono stato praticamente massacrato di botte, da tre ultrà della Curva perché ho fatto delle foto a Materazzi, questo si è incazzato come una mina, esce dal ristorante, inizia a riempirmi di epiteti. "Deficiente a te e la tua famiglia". E io. "Deficiente a me? Hai sbagliato un rigore, hai fatto una figura di merda davanti a 80mila persone".

Questo cosa fa? Chiama tre della Curva, sono arrivati con caschi e mazze, io ho iniziato a difendermi, sono intervenute altre persone. Non ho fatto la denuncia sa perché? Perché l'indomani, davanti lo stadio, hanno picchiato due fotografi. Noi fotografi siamo diventati i capri espiatori di tutto».

SESSO IN MARE CON PIERACCIONI

Pensa: «Becchiamo Pieraccioni
con la Torrisi alle Maldive, non so se avete visto quel servizio, bello, posati con il bacio. Il servizio vero, però, è stato fatto da altre agenzie, loro che fanno sesso in acqua, lei totalmente nuda. Signorini chiama loro alle Maldive e fa. "Cavoli ragazzi, ho delle foto vostre. Ma che bel seno che ha la Torrisi". "Ah, ma veramente ci hanno fatto le foto?". "Guarda se vuoi ti mando un fotografo, fammi subito il posato, sennò le pubblico". Lei mi dica, questo è un ricatto?». Pm: «E certo che è un ricatto».

«C'E' IL FIGLIO DEL POLITICO...»

Pensa. «Lele Mora ha
avuto il potere dopo che anni fa è stato arrestato per coprire le maganelle di qualcuno (...). Si è fatto la galera per coprire una persona e da lì è stato messo al suo posto (...). Si parlava di un politico, il figlio di un politico...».

FOTO ANCHE DENTRO IL CARCERE

Pm: «Cioè, chi ha pagato chi?».
Pensa: «Ha pagato la guardia per portare la macchina e fargli fare le foto». Pm: «In carcere? In galera a Corona?». Pensa: «Sì (...). Ben 5mila euro gli hanno dato alla guardia. Oltre a Potenza anche a San Vittore».

 IL BACIO DI MORA ALLO STILISTA

Pensa: «La cassaforte di Mora è piena di foto "ritirate" perché protegge i propri personaggi. Erano una valanga (i 250mila per la Ventura, ndr), li ha sborsati a Corona che ricattava anche Lele Mora: una volta è andato a una festa di compleanno, i 50 anni in questo locale marocchino, abbiamo dato una macchina a Corona che era dentro e ha beccato Lele Mora con questo stilista, che è un uomo sposato, che fa le scarpe, uno coi capelli bianchi, che gli ha dato un bacio in bocca. Poi Mora gli ha detto: "Che fai, vieni ai miei eventi, mi fai le foto e le vendi a me?". Per farvi capire a che livello era Corona».

UN'OFFERTA MOLTO GENEROSA

Pm: «Credo che il signor Pensa
conosca cose che noi non conosciamo». Avv: «Io mi riferisco...». Pensa: «Io conosco cose che lei non conosce perché me le sono viste davanti, dottore» (...). Pm: «E che donna le voleva mettere a disposizione il Corona?». Pensa: «Guardi... no... se avessi dovuto scegliere avrei preso la Belain, le dico però la Belain era...». Pm. «Comunque gliel'ha offerta?». Pensa: «Sì, sì, l'ha offerta».



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Meteorite sfonda lo studio di due medici italo-americani

Corriere della Sera

È accaduto in West Virginia. L’analisi ha confermato che si tratta di un sasso spaziale

ROMA - Un tremendo boato, un buco nel soffitto, un altro nel solaio fra il secondo e il primo piano. E poi pietrisco e calcinacci sparsi dappertutto nella stanza delle visite mediche, al pianterreno. È successo a Lorton, West Virginia, un piccolo centro di circa ventimila abitanti, una trentina di km a Sudovest di Washington, nello studio di due medici di origine italiana: Marc Gallini e Frank Ciampi (proprio come il nostro ex presidente della Repubblica). Erano le 5,45 pomeridiane del 18 gennaio, l’ambulatorio era ancora aperto, ma per fortuna la stanza direttamente colpita dai frammenti, in quel momento, era vuota. «La prima cosa che ho pensato è che l’intera libreria da parete fosse crollata a terra -ha dichiarato Ciampi-. Poi abbiamo visto i fori e tutti quei cocci e abbiamo capito che qualcosa era penetrata dentro la casa». Un proiettile d’artiglieria? Un pezzo di un aereo o di un satellite caduto dal cielo? Un meteorite piombato direttamente dallo spazio? Sul pavimento, solo alcuni frammenti di un materiale pietroso, grigio all’interno e carbonizzato all’esterno, potevano fornire la risposta.

L'ESAME - Un giornalista di Channel 9, la tv locale accorsa subito dopo, ha un’idea risolutiva. Col permesso dei due medici, mette i cocci in una scatola e corre a Washington, allo Smithsonian's National Museum of Natural History. Alla dottoressa Linda Welzenbach, curatrice della Sezione Meteoriti del museo, basta un esame sommario per dare il suo responso: si tratta di una condrite, cioè di un sasso spaziale, che è stato attratto dalla Terra, è penetrato nell’atmosfera arroventandosi fino a formare una «crosta di fusione esterna», per poi dividersi in più frammenti. Uno di questi, del peso di circa 300 grammi, dotato di una velocità finale di centinaia di km l’ora, ha avuto la forza di sfondare l’ambulatorio medico, prima di suddividersi ulteriormente e fermarsi. Se avesse colpito direttamente uno degli occupanti, avrebbe potuto ucciderlo.

I CACCIATORI DI METEORITI - Ma la storia non finisce con la soluzione del mistero. In questi giorni la piccola e tranquilla comunità di Lorton, è stata invasa dai meteorite hunters, i cacciatori di meteoriti, accorsi dai più vicini Stati nella speranza di raccogliere gli altri frammenti del sasso cosmico. Ad attirarli è stato non solo il video con le scene dello studio medico sforacchiato che continuano a rimbalzare di canale in canale, ma il fatto che finora sono state raccolte oltre un centinaio di dichiarazioni di altrettanti testimoni oculari i quali, all’imbrunire del 18 gennaio, da New Jersey, Maryland, Virginia e West Virginia, hanno visto una «fireball», una palla di fuoco variopinta, sfrecciare in cielo e dividersi in più pezzi, lasciando in aria una scia di fumo persistente, «proprio come un fuoco pirotecnico». Dunque, il meteorite potrebbe essere stato accompagnato dalla caduta di altri frammenti simili che, secondo i calcoli di alcuni «cacciatori» americani potrebbero trovarsi in una striscia di terreno lunga alcuni km, da Lorton verso Sudovest. E qui bisogna dire che l’interesse a trovare i frammenti, da parte di alcuni appassionati, è non soltanto scientifico ma anche economico, dal momento che esiste un vero e proprio mercato internazionale dei sassi cosmici i quali, a seconda della composizione e delle dimensioni, possono raggiungere quotazioni di migliaia di dollari. Malgrado ciò, comportandosi da cittadini-modello, i dottori Ciampi e Gallini hanno deciso di donare il loro meteorite al Museo Smithsonian, mentre altri abitanti di Lorton, assieme a numerosi meteorite hunters, continuano a setacciare giardinetti e campi palmo a palmo. Secondo una valutazione dell’astrofilo italiano Roberto Gorelli, studioso di meteoriti e asteroidi, i frammenti sparsi sul terreno di Lorton e immediati dintorni potrebbero essere da dieci a cento circa.

I CASI ITALIANI - Per quanto rara, l’irruzione di un sasso cosmico in un’abitazione è avvenuta anche in Italia. Il 10 agosto 1968, a Piancaldoli, al confine tra Toscana e Emilia, un meteorite bucò il tetto della casa del signor Nerio Cavina, fu successivamente recuperato e analizzato dal professor Mario Nuccio, geochimico dell’Università di Palermo: risultò essere un raro esemplare di condrite proveniente, con ogni probabilità, dalla fascia degli asteroidi, fra Marte e Giove. Una ventina di anni dopo, il 18 maggio 1988, alcuni frammenti meteoritici piombarono a Pianezza, Torino, su uno stabilimento della società Alenia: anche questi furono recuperati e analizzati. Ancora più recente è la caduta di un meteorite di tutto rispetto, del peso di oltre 10 kg, avvenuta a Fermo, in provincia di Ascoli Piceno, il 25 settembre 1996, questa volta all’aperto, ai margini di un campo coltivato, a pochi metri dall’agricoltore Luigino Benedetti. Insomma anche alcune località italiane, come ora Lorton, sono entrate nella guinness di questi esclusivi primati cosmici.

Franco Foresta Martin





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Mancano i soldi? I Comuni rimediano con le multe stradali

Corriere della Sera


Ogni italiano munito di patente ha pagato in media 76 euro, ogni vigile ha compilato verbali per 43 mila euro
 


ROMA - I Comuni italiani fanno cassa con le multe stradali, che fruttano di più delle addizionali Irpef. Il risultato è che gli italiani pagano una vera e propria tassa occulta. È quanto emerge da un'indagine condotta dall'Adnkronos consultando i bilanci dei Comuni italiani. Nel 2008 sono state fatte 12,6 milioni di multe, 1.427 all'ora e 24 al minuto. Ogni italiano munito di patente ha pagato in media 76 euro mentre ogni vigile ha compilato verbali per 43 mila euro.

VOCE IRRINUNCIABILE - Le entrate per le infrazioni degli automobilisti sono infatti una voce irrinunciabile per far quadrare i conti e le amministrazioni comunali indicano in bella evidenza il gettito previsto per i prossimi esercizi nei bilanci di previsione. Una cifra crescente che viene stimata tenendo conto delle entrate degli anni precedenti e, soprattutto, delle voci di spesa da compensare.

Il Comune di Verona, per esempio, dalla vo­ce «sanzioni al codice della stra­da» conta di in­cassare quest'anno 13,2 milioni di euro contro i 10 milioni del 2009. Il Comune di Salerno prevede un aumento del gettito delle multe che pas­sa dagli 11 milioni del 2009 ai 15 milioni del 2010. E la tendenza rimane inalterata se, invece dei Comuni più grandi, si prendono in considerazione quelli minori.

QUADRATURA DEI BILANCI - Il meccanismo favorisce evidenti forzature. Se al 30 giugno le multe incassate sono inferiori alla cifra indicata nei bilanci di previsione, nella seconda parte dell'anno si trova il modo di «far quadrare i bilanci». In tutti i bilanci dei principali Comuni italiani, andando a scomporre il flusso delle entrate da sanzione del codice della strada, si evidenzia un aumento consistente delle multe comminate nella seconda parte dell'anno.

VIOLATA LA LEGGE - L'articolo 208 del Codice della strada prevede che i proventi delle multe vadano reinvestiti in attività a favore della sicurezza e della prevezione degli incidenti stradali. Una prescrizione che viene spesso disattesa. Come evidenzia uno studio della Fondazione Caracciolo dell'Aci sui piccoli Comuni e polizie locali: «il 50% dei Comuni non utilizza le risorse derivanti da suddetti proventi come previsto per legge». Altrettanto evidente è la mancata applicazione della direttiva Maroni del 14 agosto 2009, che impone di installare gli autovelox su strade ad alto rischio di incidenti.

TRUFFE - Cresce anche il rischio di truffe ai danni degli automobilisti. Come nel caso dei sensori collocati sui semafori: la Cassazione con una sentenza del 30 ottobre 2009 ha dichiarato nulle le multe in caso di assenza del vigile urbano. Ma i verbali continuano ad arrivare. Basta aver oltrepassato un incrocio con il rosso scattato da 4 decimi di secondo su una strada congestionata con la circolazione che procede a passo d'uomo, per subire una multa di 160 euro e la decurtazione di 6 punti sulla patente.

PIÙ CARE - Dal 1° gennaio 2009 sono aumentati gli importi previsti per violazione del Codice della stada:

- divieto di sosta da 36 a 38 euro
- divieto sosta con pericolo da 74 a 78 euro
- eccesso di velocità fino a 10 km/ora da 36 a 38 euro
- eccesso di velocità tra 11 e 40 km/ora da 148 a 155 euro
- mancato uso cinture sicurezza o seggiolini da 148 a 155 euro
- sorpasso vietato semplice da 70 a 74 euro
- sorpasso vietato con pericolo da 143 a 150 euro
- sorpasso vietato con veicoli pesanti da 281 a 295 euro
- passare col semaforo rosso da 143 a 150 euro
- violazione generica della segnaletica da 36 a 38 euro
- mancata precedenza a incroci da 143 a 150 euro
- guida in stato ebbrezza da 500 a 12 mila euro
- guida sotto effetto stupefacenti da 1.500 a 12 mila euro.




(fonte: Adnkronos)

24 gennaio 2010




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Ironia di Gasparri dal palco di Arezzo «Applaudite lo sfigato di Ballarò»

Corriere della Sera


La battuta scatena le polemiche.
Poi il senatore Pdl chiama Floris e si scusa col giornalista


MILANO - «C'è uno sfigato di Ballarò che passa la vita a inseguirci ed è venuto anche qui. Solo che oggi non ci sono gossip o polemiche e non ha un cazzo da fare». Maurizio Gasparri interviene dal palco della convention del Pdl ad Arezzo e sorride mentre parla del giornalista-inviato della trasmissione di Raitre Alessandro Poggi.

Le parole del capogruppo del Pdl al Senato scatenano subito le polemiche. «A Ballarò mai fatto gossip» è la pronta replica di Giovanni Floris, conduttore del programma. «Colpisce ed amareggia che ancora una volta l'onorevole Gasparri si sia esibito in un attacco ad personam contro chi lavora nell'informazione» commenta Vincenzo Vita, senatore del Pd.

Per Vita, «è un sintomo, già di per se grave, di una patologia più grave ancora: la voglia di censura e di repressione che trasuda da una destra diventata berlusconiana, senza avere mai acquisito veramente i principi della democrazia. La nostra solidarietà anche questa volta a chi viene offeso. E in queste cose non c'entra il colore politico». «È evidente che a Gasparri è scappata la frizione di fronte ad una platea compiacente» dichiara in una nota Roberto Rao, capogruppo Udc in commissione di Vigilanza Rai.

LA NOTA - «Nessuna offesa a Ballarò, ma solo una battuta goliardica ed un invito all'applauso della platea di Arezzo, scherzando sul fatto che il simpatico cronista cercando, legittimamente, spunti di divisione nel Pdl non ne avesse trovati nell'armonia del convegno» precisa poi in una nota l'ufficio stampa del Pdl al Senato. «Gli applausi - continua il comunicato - fanno bene a tutti. Ed è noto il rispetto di Gasparri per Floris, Ballarò e i suoi invitati. Insieme alla libertà di domanda si rispetti la libertà di risposta».

LE SCUSE - E se la nota del Pdl prova a minimizzare l'accaduto, lo stesso Gasparri, in un secondo momento, cerca di chiudere sul nascere le polemiche scatenate dalle parole su Alessandro Poggi: per farlo chiama direttamente il conduttore Giovanni Floris e, poco dopo, si scusa personalmente con l'inviato del programma di Raitre. Il tutto avviene nel centro fieristico di Arezzo, sotto gli occhi dei giornalisti. «Lui era arrivato con la pagina de Il Giornale in cui campeggiava il titolo "Facciamo primarie tra escort e magistrati".

Un modo per fare gossip e polemiche e io gli ho dato due buffetti sulle guance per dirgli di non cercare sempre polemiche», racconta Gasparri, venuto appositamente in sala stampa per spiegare che non voleva offendere nessuno, al limite fare solo un po' di ironia. Poi, aggiunge, «dal palco sono tornato sull'argomento, ma era solo un modo per prenderlo in giro e poi, comunque, ho invitato il pubblico ad applaudire». «Adesso chiamo Floris e glielo dico», dice Gasparri, prendendo il telefonino in mano e digitando il numero del giornalista-conduttore. Il capogruppo del Senato inizia quindi a parlare, ripetendo quanto appena aveva detto ai giornalisti che lo ascoltavano incuriositi.

«Ma tu permetterai... c'è libertà di domanda, ma anche di risposta», dice a un certo punto, evidentemente ribattendo alle obiezioni di Floris. «Sai - prosegue Gasparri - ho visto che gente come Vita e altri stanno uscendo sulle agenzie... Ma mica ho detto di cacciarlo via, anzi ho chiesto al pubblico di applaudire». «Ma non era una battuta offensiva... vabbè mò lo chiamerò» continua salutando il conduttore di Ballarò: «Abbracci e baci». Poi si rivolge di nuovo ai cronisti in sala stampa e spiega: «Io rispetto il lavoro di tutti con grande correttezza, ci mancherebbe... ora chiamo il giornalista di Ballarò, ma come si chiama?, per dirgli che non c'era nessuna intenzione di offenderlo o peggio di denigrare il mestiere...».

Poco dopo, però, è lui stesso a incrociare e abbracciare l'inviato della Rai nel padiglione della fiera. I due si parlano brevemente e poi si salutano. «Incidente? ma quale incidente.. nessun incidente. Faccio il mio lavoro, come tutti voi, e basta...», commenta sorridendo poco dopo Poggi.

Redazione online
24 gennaio 2010



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Quell'eredità dimenticata Ora è caccia a 339 orfanelle

Il Resto del Carlino

Guerra sul testamento del conte Carlo Galletti Abbiosi: il nobile dispose che i suoi beni andassero a sostegno delle ospiti del collegio.
Alcune di loro hanno intentato una causa

Ravenna, 24 gennaio 2010.  IN TUTTA Italia è partita la ‘caccia’ alle orfanelle (e ai loro eredi) che fino a metà degli anni Settanta hanno studiato e soggiornato nell’ex-orfanotrofio di Ravenna, realizzato nel 1895 secondo le volontà testamentarie del conte Carlo Galletti Abbiosi, e oggi trasformato in albergo di charme.

Lo ha deciso il giudice Massimo Vicini nella seconda udienza del processo intentato da una quarantina di donne ospitate nell’istituto di via di Roma e che hanno proposto una petizione di eredità. Chiedono che venga riconosciuto il loro diritto ad entrare in possesso dei beni appartenuti al benefattore.

 I legali delle ‘orfanelle’ hanno prodotto in giudizio un registro, da cui risulterebbe che il Galletti Abbiosi, nei suoi ottant’anni di attività, avrebbe accolto 339 ospiti. Tutte legittimate ad essere rappresentate in giudizio. Gli avvocati — Chiara Boschetti, Roberto Fabbri, Luca Borghesi, Carlo Benini e Silvia Brandolini — hanno chiesto e ottenuto che venga data ‘pubblicità’ alla causa, con la formula tecnica dei ‘pubblici proclami’. Proprio per questo motivo la causa è stata aggiornata al 24 novembre, per dare modo alla cancelleria e al pool di legali di rintracciare il maggior numero possibile di orfanelle e loro eredi.



IL CASO dei beni del conte Carlo Galletti Abbiosi, pur avendo radici lontanissime, è diventato attuale perché solo di recente alcune ospiti dell’istituto sono venute a conoscenza dell’esistenza di un testamento del loro benefattore. Dal documento, pubblicato nel 1867, emerge che il nobile aveva legato quasi tutto il proprio ingentissimo patrimonio all’istituzione di un ricovero di fanciulle, ricavato nel palazzo in cui risiedeva a Ravenna, nella centralissima via di Roma.

Una clausola prevedeva che, ‘nel caso dannatissimo’ la struttura avesse smesso di operare, il provento della vendita avrebbe dovuto garantire il sostentamento delle sue ospiti. Ma le ‘eredi’, o almeno parte di loro, non ne sapevano nulla. Tanto che nel 1975 l’istituto ha cessato la sua attività e le orfanelle hanno dovuto lasciarlo senza poter pretendere nulla.

E’ finito tutto nel dimenticatoio fino a due anni fa, quando copia di quel testamento è finito nelle mani di un gruppo di ex ospiti del collegio. Le signore si sono rivolte all’avvocato Chiara Boschetti di Sant’Arcangelo e il meccanismo legale si è messo in moto. In realtà le acque avevano iniziato ad agitarsi già sul finire degli anni Novanta, quando alcune orfanelle avevano fatto un timido tentativo di rivendicazione, senza però procedere per vie legali. Sulla scia di quelle prime richieste, la Casa Matha, una delle istituzioni più antiche della città e oggi tutrice delle sue tradizioni, nonché esecutrice del testamento assieme a Curia, Comune e Fondazione Cassa di Risparmio, aveva dato alle stampe un volume contenente il testo integrale delle ultime volontà del conte.

AL MOMENTO non è possibile avere una stima del valore dei beni, soprattutto terreni e immobili, lasciati in eredità. Anche perché negli anni l’istituto si è fuso con altri enti benefici ed oggi è parte della fondazione ‘Istituzioni di assistenza riunite Galletti Abbiosi, monsignor Giulio Morelli, Pallavicini Baronio’. Sarà eventualmente il giudice Vicini, nel caso intenda procedere, a disporre una perizia.

NEL FRATTEMPO la vicenda delle orfanelle si intreccia con un’inchiesta della Procura, relativa questa volta alla trasformazione dell’ex orfanotrofio prima in studentato poi in albergo, anche grazie ai fondi stanziati dal ministero e dal Comune per il Giubileo del 2000. Nel registro degli indagati sono stati iscritti i nomi del tesoriere della Curia e del titolare della società che gestisce il complesso.

di MARCELLO PETRONELLI





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India, niente documenti alle donne islamiche che non si tolgono il velo

Il Secolo xix

Non più carte di identità o certificati elettorali per le donne musulmane che in India rifiuteranno di farsi fotografare senza il burqa o il niqab, i due tipi di velo che nascondono più o meno totalmente il volto. Lo ha deciso la Suprema Corte indiana a seguito del ricorso di un uomo musulmano contro la Commissione elettorale dello stato meridionale del Tamil Nadu che aveva sostenuto che la fotografia di chi va a votare senza velo sulla carta di identità è condizione essenziale per poter esercitare il diritto di voto, in quanto consente la certezza dell’ identificazione, altrimenti impossibile. Nel ricorso l’uomo sosteneva che la foto della moglie senza velo per i documenti ufficiali era una violazione della legge islamica in forza della quale la donna credente musulmana, dalla pubertà in poi, può mostrare il volto solo al marito e ai stretti familiari.

Ma la sentenza della Corte suprema indiana è stata inflessibile: «Se queste persone vogliono essere cosi ligie al loro credo - è il verdetto - allora rinuncino ad andare a votare e al diritto di avere una carta di identità con foto». Immediate sono scoppiate le polemiche nel mondo musulmano in India, circa 120 milioni di persone, spaccato a metà. Da una parte gli integralisti islamici, fedeli a una lettura rigida del Corano sull’obbligo delle donne a coprirsi il capo: la Corte suprema ha violato - sostengono - l’articolo 25 della costituzione che garantisce il diritto di tutti i cittadini indiani di poter praticare una qualsiasi religione a propria scelta. Gruppi di musulmani moderati hanno invece dichiarato di appoggiare le decisione della Corte Suprema indiana. «Se già si consente che le donne musulmane possano essere fotografate senza velo per il passaporto - ha detto Kamal Faruqui, membro della Commissione legislativa musulmana indiana - non si capisce perché dovrebbe ora rappresentare un problema consentire le fotografia per la carta di identità o per il certificato elettorale. Sono certo che anche gli integralisti capiranno in seguito l’importanza della cosa e finiranno per accettarla».

La decisione della Suprema Corte pare destinata comunque ad acuire i mai totalmente sopiti contrasti tra la minoranza musulmana, 120 milioni sul miliardo di abitanti dell’India, e la maggioranza induista. Soprattutto in seguito agli attentati che sconvolsero Mumbai nel novembre 2008, il mondo induista guarda con sempre maggiori sospetti rispetto al passato i membri della comunità musulmana, ritenuta in qualche modo collegata alla strage. L’esigenza di una maggiore sicurezza, l’intensificarsi di tutti i controlli soprattutto negli aeroporti, nelle stazioni ferroviarie e negli altri luoghi pubblici considerati strategici hanno contribuito a sollevare il problema delle donne musulmane che, indossando il burqa o il niqab, rendono difficile, se non spesso impossibile, la loro identificazione.





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Vallettopoli, Signorini adesso affila gli artigli: "Su di me solo falsità"

di Luca Fazzo

Il direttore di Chi replica alle indiscrezioni che lo dipingono come "regista occulto" del sistema di fotoricatti: "Querelo il paparazzo che mi accusa e il Corriere della Sera". E Corona preannuncia un "mercoledì infernale"


Milano - Dopo tre giorni di sussurri e grida, Alfonso Signorini - direttore di Chi, opinionista tv, guru indiscusso della via italiana al gossip multimediale - ha deciso di non poterne più, ed è uscito allo scoperto minacciando querele a raffica. Da mercoledì scorso - quando con l’incriminazione di quattro specialisti del ramo era venuta allo scoperto l’indagine-bis su Vallettopoli e dintorni -, il tam tam giudiziario indicava in Signorini il regista occulto del sistema dei «ritiri», il business delle fotografie compromettenti comprate non per pubblicarle ma per farle sparire: sistema applicato a politici, sportivi, cantanti, e a record-man come Lapo Elkann, 300mila euro per togliere dalla circolazione delle foto scattate - secondo il sito Dagospia - nel Bois de Boulogne.

Da ultimo, ieri mattina, è arrivato un articolo di Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera che ruotava ancora tutto - o quasi - sul direttore di Chi. Anzi, sul «sistema Signorini», come viene ormai chiamato. Al centro del servizio, la testimonianza della principale gola profonda di questa inchiesta, Bicio Pensa, già socio di Fabrizio Corona. Che oltre a tutto il resto, accusa Signorini di essersi messo in tasca, prima di diventare direttore, tra i tremila e i quattromila euro per ogni reportage fatto sparire.

A questo punto Signorini capisce di non poter più subire in silenzio. Ed ecco, alle 19 di ieri, il comunicato che dirama alle agenzie: «Dichiaro con assoluta fermezza che le notizie riportate dall’articolo di Fiorenza Sarzanini riguardanti la mia persona sono totalmente false e lesive della mia professionalità e onorabilità. Mi riservo l’avvio di un’azione giudiziaria a mia tutela nei confronti di Francesco Pensa detto “Bicio”, di Fiorenza Sarzanini, del quotidiano Corriere della Sera e di qualunque testata possa riprendere simili affermazioni. 

Naturalmente rimango a disposizione della magistratura inquirente per spiegare la mia assoluta estraneità e per dimostrare la mia totale trasparenza e correttezza nello svolgimento delle mie funzioni di direttore responsabile e di giornalista». A sostegno del direttore di Chi, arriva subito dopo un comunicato della Mondadori che manifesta «l’assoluta certezza che l’operato del direttore si sia sempre svolto nella più completa trasparenza e correttezza».

Si tratta, come si vede, di reazioni vibranti ma che non entrano nel merito delle accuse. Né di quelle esplicite di «Bicio» Pensa, nè delle indiscrezioni che indicano Signorini come il grande vecchio di questa Vallettopoli-bis. È vero o non è vero che molte paparazzate venivano insabbiate a pagamento? È vero o non è vero che Signorini era inserito in questo meccanismo in un ruolo di vertice, al punto di essere lui a decidere cosa poteva o non poteva essere pubblicato, e non solo sul suo giornale?

E se le cose stanno così, quale tipo di tornaconto arrivava a Signorini? Sono queste le domande chiave dell’indagine. Le risposte che il direttore di Chi non fornisce nel comunicato, la settimana entrante dovrà quasi sicuramente fornirle al pubblico ministero Frank Di Maio che lo convocherà per un interrogatorio formale. In veste di testimone, come è più probabile, o di indagato? Intanto Fabrizio Corona gongola e preannuncia tempeste: «Mercoledì scoppierà la bomba e cadranno molte teste». Cosa vorrà dire?



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Rai, Garimberti ammette: "Siamo liberi e anti Cav"

di Gian Maria De Francesco

Il presidente dell’emittente pubblica a una trasmissione televisiva americana spiazza tutti: "Nessuna pressione dal governo, siamo indipendenti. Oggi il paradosso è che ci sono più programmi contro il premier che a favore"



Roma - Bisognava attendere che i vertici Rai «emigrassero» a New York per scoprire una verità che la gazzarra dipietristica-democratica non perde occasione per negare: il premier Silvio Berlusconi non interferisce sull’indipendenza di Viale Mazzini e, soprattutto, i programmi della tv pubblica sono a senso unico, ovviamente contrario all’orientamento di Palazzo Chigi. 

Sembrerebbe la scoperta dell’acqua calda. Eppure c’è voluto tanto tempo per ammetterlo. E a confermarlo è stato il presidente super partes della televisione di Stato, Paolo Garimberti, nel corso del dibattito che ha concluso la quarta edizione dell’Italian Fiction Week. «Silvio Berlusconi mi ha chiamato due volte in otto mesi. 

La prima per congratularsi con me per il mio insediamento e la seconda volta a Natale», ha detto il numero uno della Rai incalzato da Neal Shapiro, presidente della Pbs, la tv pubblica americana, che lo ha invitato a parlare delle pressioni politiche che i manager pubblici sarebbero costretti a subire. 

Garimberti ha iniziato ironizzando e riferendosi al personale precedente del 1994. «Berlusconi - ha scherzato - mi ha già licenziato quando ero al Tg2». Poi si è fatto serio e ha rivelato la natura delle cose: «C’è un paradosso nella Rai di oggi: ci sono più programmi anti-Berlusconi che pro Berlusconi». Questa situazione, secondo il presidente, è alla base della «rarefazione» dei contatti con Palazzo Chigi. «Una delle ragioni per cui cerco di evitare le telefonate di Berlusconi è che si lamenta sempre del fatto che il servizio pubblico è contro di lui», ha sottolineato. 

Il ruolo di garanzia lo ha costretto a dare un colpo al cerchio e uno alla botte. «È vero», ha ammesso riferendosi al livore iconoclasta che caratterizza i programmi Rai, ma c’è un motivo: «È una reazione di indipendenza contro le pressioni del governo». Una contraddizione dettata dalla necessità di non indispettire, anche da Oltreoceano, la parte politica alla quale Garimberti è vicino, ossia il centrosinistra.

L’imbarazzante ammissione viene, tuttavia, bypassata con il solito stratagemma: l’Italia, in fondo, non è poi così diversa dagli altri Paesi. «Il rapporto con la politica - ha aggiunto - riguarda tutte le tv pubbliche in Europa. Ognuna ha problemi con il governo: è così per la Bbc e in Francia per France Télévision che ha problemi con Sarkozy. In Italia era più facile anni fa, con la cosiddetta Prima Repubblica, dove c’erano diversi partiti». Adesso la gestione del proprio profilo è molto più difficile e complessa perché «lo spirito politico non è così chiaro». 

Sarà stato il clima newyorchese, sarà che lontani dall’Italia è più facile essere sinceri, ma Garimberti ha regalato all’audience del Paley Center un’altra ammissione che a Roma è stata dispensata solo a piccole dosi. «Il concorrente - ha precisato - non è solo Mediaset, che è di proprietà di Berlusconi, ma anche Sky che, per esempio, per la copertura delle Olimpiadi invernali, ha i diritti per prima, noi per secondi, eppure è dovere del servizio pubblico coprire le Olimpiadi». 

Si tratta di un’affermazione «pesante» se si tiene conto che i tribuni della plebe in Italia sono impegnati a mettere quotidianamente sotto accusa Mediaset per aver depauperato la tv di Stato. Eppure, come ricordato dallo stesso presidente, «la tv pubblica francese fa una media di audience del 20%, quella spagnola del 17%, mentre la Rai circa il 40 per cento». Dati non proprio in linea con la situazione di sofferenza degli ascolti che sarebbe determinata, a detta dei detrattori di Berlusconi, dal monopolio esercitato dal concorrente di Cologno Monzese.

E per non farsi mancar nulla, Garimberti ha anche denunciato la propria ferrea opposizione al progetto di coloro che per tagliare le unghie a Mediaset vorrebbero togliere spazio anche alla Rai costringendo entrambe a cedere un canale. «La Rai ha bisogno di sempre più canali e la tv digitale ci dà questa opportunità e la possibilità di competere sempre di più con i network grossi, anche se sono ricchi e potenti», ha ribadito dichiarando di essere «contrario all’idea che la Rai venda un canale, anzi vorrei ci fossero più canali e vorrei dedicarli all’opera, agli sport». 

Chi se le sarebbe aspettate queste parole da Garimberti? Chi si sarebbe aspettato che Berlusconi non ingerisse sulle scelte del presidente? Come si dice nella Grande Mela, Only in New York, solo a New York possono succedere certe cose.




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La Cassazione legittima il vaffa al vigile

Libero





Il vaffa al vigile non è reato. In casi estremi, di vita o di morte, si può mandare a quel paese l'agente di polizia se ci ha fatto una  contravvenzione. Il via libera arriva dalla Cassazione che, però, precisa:  l'insulto sarà perdonato solo nel caso in cui la  multa sia stata fatta ad un automobilista che abbia "contingenze  prioritarie che prevalgano su ogni altra esigenza".

Il caso è quello di un medico, chiamato per una visita cardiologica urgente, che aveva lasciato la macchina in divieto e, vedendo i vigili fargli la multa, si era rivolto loro dicendo: "fatemi la  contravvenzione e io vi farò vedere l’inferno". La difesa di Antonio C. ha fatto  ricorso con successo in Cassazione sostenendo che in questo caso  doveva scattare "l'esimente dell’adempimento del dovere" non  escludibile "in ragione dello scarso livello di sensibilità  dimostrato verso la difficile opera di controllo del traffico e delle  esigenze della collettività".   
23/01/2010




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E l’ex procuratore «amico» diventa consulente in Regione

di Redazione

Enrico Di Nicola è stato per sette anni procuratore capo di Bologna. Ha coordinato inchieste importanti, tra cui quelle sull’assassinio di Marco Biagi e sulla morte del piccolo Tommaso Onofri. In città è anche conosciuto per la sua abitudine di archiviare tutti, o quasi, gli esposti che riguardavano l’attività delle giunte rosse, a partire da quella regionale. Ora è in pensione. E l’amministrazione guidata dal governatore democratico Vasco Errani gli ha affidato una consulenza antimafia. Un incarico per «elaborare uno studio di fattibilità finalizzato all’analisi e al monitoraggio della criminalità economica e mafiosa nella Regione Emilia-Romagna».
È un regalo fatto a un amico, protesta il centrodestra emiliano. «È opportuno che l’ufficio legale della Regione affidi una consulenza all’ex capo della procura pochi mesi dopo il pensionamento?», si domanda Enzo Raisi, deputato Pdl di Bologna. La sua risposta è no: «Nel 2004, con il collega Tommaso Foti, presentai un esposto alla magistratura bolognese sugli incarichi assegnati proprio da quel settore». Infatti l’ufficio legale della Regione conta su 72 dipendenti e 15 avvocati, ciononostante in poco tempo aveva assegnato consulenze per oltre quattro milioni di euro. «L’inchiesta venne condotta e archiviata dall’allora capo della Procura», ricorda Raisi. Cioè il dottor Di Nicola. Lo stesso cui l’ufficio legale ha conferito la consulenza antimafia. «Adesso ripresenterò le carte in Procura», garantisce il parlamentare.

Il consigliere regionale Alberto Vecchi ha presentato un’interrogazione. Maria Giuseppina Muzzarelli, vicepresidente della Regione nonché assessore all’Europa e alle Pari opportunità, ha confermato che l’incarico a Di Nicola porta la data del 10 novembre 2008, un periodo nel quale il magistrato aveva già maturato il diritto alla pensione ma reggeva la procura felsinea in attesa del nuovo procuratore capo (nominato lo scorso settembre). Il compenso è di 5mila euro per una relazione di 75 pagine già consegnata. «Ma il problema non è l’ammontare dell’onorario, quanto l’opportunità», ribatte Vecchi. Di Nicola, che è tornato a vivere nel natio Abruzzo, difende la propria correttezza: «I miei provvedimenti sono sempre stati limpidissimi, sfido chiunque a mettere in dubbio la mia reputazione», ha detto al Resto del Carlino.

Anche le convinzioni del magistrato sono limpidissime come i suoi provvedimenti. Ecco che cosa ha detto l’anno scorso a un convegno sulla «nuova etica pubblica» organizzato - guarda caso - dalla Regione Emilia Romagna: «Viviamo in una situazione caratterizzata dal permanente deterioramento del sistema ordinamentale tra pratica disapplicazione delle leggi, illegalità diffusa, tolleranza dell’economia sommersa e del lavoro nero, illiceità/criminalità politico-amministrativa, opacità dei comportamenti pubblici, corruzione e conflitti di interessi pubblici e privati nell’esercizio delle funzioni pubbliche». Una situazione deteriorata «dai continui tentativi di indebolimento degli organi costituzionali di garanzia e dei principi e valori della Costituzione».

Nel 2006, alla vigilia delle elezioni vinte da Romano Prodi, Di Nicola fu tra i primi firmatari dell’appello per la giustizia lanciato dal pm milanese Armando Spataro che chiedeva al nuovo Parlamento di abrogare le nuove norme sul falso in bilancio e la legittima difesa, oltre alla legge Cirielli e alla legge Pecorella sull’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento. Come pure nei mesi scorsi ha sottoscritto il drammatico appello di Repubblica per la libertà di stampa.
Adesso che è in pensione, si dedica ai convegni e alle consulenze. Oltre che della Regione Emilia Romagna, il dottor Di Nicola è consulente per la legalità per il Comune pugliese di Francavilla al Mare, incaricato dal sindaco pd Nicolino Di Quinzio. Di recente ha partecipato al seminario di formazione organizzato dai Giovani democratici di Pescara e al convegno su giustizia e Costituzione promosso dal Partito democratico dell’Emilia Romagna assieme a relatori quali Luciano Violante, Augusto Barbera, Anna Finocchiaro e Guido Calvi.
Anche l’Italia dei valori ha avuto l’onore di accogliere Di Nicola tra i relatori del secondo corso di formazione politica tenuto a Pescara riservato a eletti, militanti e simpatizzanti del partito. In quell’occasione, l’ex procuratore di Bologna chiarì il suo pensiero sulle riforme istituzionali: «La nostra Costituzione non è nata in una settimana da quattro “saggi” rinchiusi in una baita, ma in più di tre anni». Riferimento al lavoro preparatorio della cosiddetta «devolution».
SFil



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