sabato 23 gennaio 2010

Fondi, stupro di gruppo: 25enne rapita e violentata Arrestati quattro indiani

di Redazione

Una 25enne italiana sequestrata da quattro indiani irregolari: portata in unn casolare, sempre in provincia di Latina, e violentata a turno. La giovane, scaricata nella notte in città, ha raccontato tutto alla polizia e ha riconosciuto i suoi aggressori




Fondi - Rapita e violentata a turno per ore da quattro uomini. Prima è stata portata in un casolare e stuprata da quattro indiani. Vittima della violenza sessuale, avvenuta a Lenola, vicino a Fondi, è una giovane italiana di 25 anni. È stata lei stessa a chiedere aiuto ieri sera dopo essere stata lasciata dai violentatori in piazzale delle Regioni a Fondi. Gli agenti del locale commissariato di polizia hanno raccolto il suo racconto e sono riusciti a rintracciare i quattro extracomunitari, riconosciuti dalla vittima come responsabili dell’aggressione, e ad arrestarli. I quattro, sprovvisti di documenti e permesso di soggiorno, sono ora a disposizione dell’autorità giudiziaria. La giovane, invece, è stata soccorsa e portata in ospedale per le prime cure.

Il sequestro La ragazza di Fondi vittima dello stupro è stata avvicinata per strada, nella cittadina in provincia di Latina dove risiede, dai quattro cittadini indiani, che l’hanno costretta a seguirli in un casolare lungo la strada provinciale per Lenola. Lì a turno hanno abusato di lei. La giovane, dopo lo stupro, è stata riportata in città, dove è riuscita a chiamare i soccorsi e il 113 raccontando l’accaduto. La vittima, vive a Fondi, in un quartiere popolare e in condizioni di disagio, ha fornito indicazioni precise che hanno permesso agli investigatori di raggiungere il casolare appena fuori città. Lì sono state scoperte e repertate tracce della violenza. Poco dopo i quattro uomini sospettati di essere i responsabili dello stupro sono stati individuati e riconosciuti dalla ragazza. Due degli immigrati vivono a Fondi e lavorano come braccianti agricoli, altri due sono invece domiciliati a Roma e a Catania.



Powered by ScribeFire.

Scoperta la sorgente dell'acquedotto di Traiano

Corriere della Sera


Due documentaristi inglesi, Michael e Ted O'Neill si sono imbattuti nei resti di un ninfeo dalle volte colorate blu


ROMA - Rimasto sconosciuto fino ai nostri giorni, è stato incredibilmente ritrovato nella provincia di Roma, in una zona sul Fosso della Fiora al confine tra il comune di Manziana e di Bracciano, il Caput Aquae dell'acquedotto di Traiano, ovvero la prima sorgente del percorso attorno al lago di Bracciano dell'acquedotto inaugurato nel 109 d.C. per servire la zona urbana di Trastevere.

NINFEO CON VOLTE BLU - A fare la scoperta, due documentaristi inglesi, Michael e Ted O'Neill, impegnati in una ricerca sugli acquedotti romani, che si sono imbattuti nei resti di un ninfeo con straordinarie volte colorate in blu egizio. E l'importanza del ritrovamento è confermata dall'archeologo Lorenzo Quilici, professore di topografia antica all'università di Bologna, che definisce il ninfeo «stupefacente».

Coperto da una grotta artificiale che accoglieva una cappella della Madonna, risistemata agli inizi del Settecento dai principi Odescalchi - anticipa Quilici che il 28 gennaio illustrerà la scoperta insieme con Michael e Ted O'Neill in una conferenza stampa a Roma - è venuto fuori un monumento «che si è rivelato un ninfeo, costruito all'origine delle prime sorgenti dell'acquedotto», un monumento straordinario, dice il professore, «che possiamo paragonare al Canopo di Villa Adriana o al Ninfeo di Egeria nel Triopo di Erode Attico sull'Appia Antica.

CANALI PERCORRIBILI - Si tratta, racconta Quilici, «di una cappella centrale dedicata al dio della sorgente o alle ninfe, che si approfondisce ai lati in due bacini coperti da straordinarie volte ancora colorate in blu egizio che, alla base, con un ardito sistema di blocchi messi a filtro, accoglievano l'acqua in due laghetti, dai quali partiva il canale dell'acquedotto». Le strutture, alte fino a 8-9 metri, sono realizzate, spiega il professore, »in opera laterizia e in opera reticolata assai raffinata e gli ambienti, con le volte a botte e a crociera, i pozzi, i cunicoli di captazione che vi si convergono, il canale che principia l'acquedotto sotterraneo sono oggi tutti percorribili perchè privati dell'acqua».

LE RADICI DELL'ALBERO DI FICO - Entrarvi al momento è un'avventura, raccontano Michael e Ted O'Neill, padre e figlio, documentaristi per la Meon Htdtv Productions Ltd, perchè il luogo, che si trova all'interno di una piccola proprietà dove si allevano maiali, è incolto e soprattutto coperto da un gigantesco albero di fico che con le sue radici scende fino al più profondo del ninfeo, minandone tra l'altro la struttura. Fatica ricompensata però, secondo Quilici, «dall'emozione di accedere a un monumento rimasto segreto per secoli e straordinario nella sua architettura».

LE MONETE CON IL DIO FLUVIALE - L'acquedotto di Traiano è stato il penultimo in ordine di tempo degli undici grandi acquedotti che rifornivano Roma antica. Inaugurato nel 109 d.C, è rimasto praticamente sempre in funzione. All'inizio del Seicento Paolo V lo fece restaurare. L'acquedotto papale prendeva però l'acqua dal lago di Bracciano, come fa ancora all'incirca il condotto attuale, mentre l'acquedotto romano captava lungo il suo percorso le acque delle sorgenti che alimentavano il bacino.

Per celebrare la sua opera, Traiano fece coniare anche delle monete sulle quali è raffigurata l'immagine semisdraiata di un dio fluviale sotto un grande arco affiancato da colonne. Per secoli si è creduto che l'immagine rimandasse alla mostra d'acqua che l'imperatore avrebbe costruito sul Gianicolo, anticipando di 1500 anni il fontanone di Paolo V. Ma forse - è l'ipotesi suggestiva degli O'Neill - quello raffigurato sulla moneta è proprio il ninfeo grotta di Bracciano, che ora, è la speranza di Ted e Michael che per questo si sono rivolti alla soprintendenza, dovrebbe essere studiato e restaurato.

(Fonte Ansa)

23 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

Brigate verdi

Libero



Ci hanno messo 14 anni per stabilire che le Camicie Verdi create da Bossi nel 1996 erano un'associazione militare. E poi dici che non serve la legge sul processo breve. Nulla di grave è accaduto da quando la guardia padana fu creata, ma oggi il gup Barbaglio ha deciso di rinviare a processo 36 leghisti del tempo che fu perché pericolosi come brigate verdi. Le camicie erano «un'associazione di carattere militare con scopi politici (...) poi confluita in altra più complessa struttura denominata Guardia Nazionale Padana», ha detto infatti il Gup di Verona. Fra i36, il segretario veneto e sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo e il veneziano Alberto Mazzonetto. Saranno processati a Verona l'1 ottobre.



Il giudice veronese Barbaglio ha preso atto della mancata autorizzazione nei confronti di dieci parlamentari, tra cui gli attuali ministri Umberto Bossi, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, una volta implicati anche loro nell'indagine. Ma ha rinviato a giudizio gli altri 36. Scrivendo che l’associazione «composta da una pluralità di persone aveva un carattere di stabilità, rivolta al perseguimento di uno scopo politico e dotata di forza di intervento, in ragione del dispiego di forza fisica o intimidazione improntata all’uso di mezzi violenti».

Il rinvio a giudizio è stato deciso dal Gup di Verona al termine dell'udienza preliminare nel procedimento che aveva subito due lunghi momenti di pausa per attendere il pronunciamento dapprima di Strasburgo e poi della Corte Costituzionale, sulla posizione degli indagati che all'epoca ricoprivano la carica di eurodeputati o di parlamentari.

L'indagine, che aveva preso in esame l'operato delle cosiddette «camicie verdi» e che aveva coinvolto anche i vertici del Carroccio,  fa riferimento al periodo tra il 1996 e il 1997. L'inchiesta era stata avviata dall'allora procuratore Guido Papalia.

 Secondo l'accusa - che nel corso delle udienze ha prodotto una lunga serie di intercettazioni telefoniche - la Guardia Nazionale Padana sarebbe stata allestita con l'obiettivo anche di organizzare attraverso un'organizzazione armata la resistenza e pianificare l'eventuale secessione. I 36 imputati, in gran lombardi e veneti, ma anche piemontesi, friulani, liguri ed emiliani, dovranno comparire in aula davanti al collegio presieduto da Marzio Bruno Guidorizzi.

23/01/2010





Powered by ScribeFire.

Una manina salvò l'ex pm Esami: Di Pietro ripescato grazie a pressioni esterne

di Gian Marco Chiocci

Il segretario della commissione d'esame per entrare in magistratura racconta: l'eroe di Mani Pulite non raggiunse la sufficienza, poi ci furono pressioni e il voto fu corretto



«Ma voi del Giornale non sapete una cosa pazzesca su Antonio Di Pietro e il giudice Corrado Carnevale, sì proprio quello a cui gli amici di Tonino danno addosso dicendo che aggiustava i processi per conto di Cosa nostra...». L’incipit della confidenza di Elio Belcastro, parlamentare uscente dell’Mpa di Raffaele Lombardo, ci rimanda a quando nel 1980-81 il cosiddetto giudice «ammazzasentenze», da presidente della commissione d’esami del concorso in magistratura, fece di tutto per promuovere l’allora vice commissario di polizia molisano che ai test aveva fatto una figura a dir poco penosa. («Avevo letto il curriculum di Antonio Di Pietro - ha raccontato Carnevale -: era stato emigrante, si era arrabattato molto, questo mi indusse a essere clemente. Se devo pentirmi di tutto, come pretendono molti, mi pento anche di aver fatto promuovere Di Pietro. Nei concorsi per magistrati non bisognerebbe tenere conto di considerazioni pietistiche. In base all’esame però non avrebbe meritato il voto minimo che gli abbiamo attribuito...»).

Belcastro ci fa subito capire, scandendo bene le parole, che Tonino non era nemmeno riuscito a prenderlo quel voto, minimo. «Tempo fa l’ex procuratore capo di Roma, Felice Filocamo, che di quella commissione d’esami era il segretario, mi ha raccontato che quando Carnevale si accorse che i vari componenti avevano bocciato Di Pietro, lo chiamò e si arrabbiò molto. Filocamo fu costretto a tornare in ufficio, a strappare il compito del futuro paladino di Mani pulite e a far sì che, non saprei dire come, ottenesse il passaggio agli orali, seppur con il minimo dei voti». Bocciato e ripescato? Magistrato per un falso? Possibile? Altro che recriminazioni per l’ipergarantista Carnevale che proprio grazie ai giustizialisti alla Di Pietro si ritroverà a lungo nei guai. Non ci resta che chiedere direttamente a lui, all’integerrimo magistrato in pensione Felice Filocamo, che agli esami orali proprio con Di Pietro ebbe un curioso botta e risposta. «Nel grande giorno - scrive Filippo Facci nel suo libro su Di Pietro - gli chiesero un documento perché si identificasse e reagì stizzito: “Ma io sono il commissario Di Pietro”. “Si, certo, ma solo quando me lo avrà dimostrato”...».

Giudice Filocamo, scusi il disturbo. Sappiamo che lei non ha mai parlato di questa storia degli esami di Antonio Di Pietro per indossare la toga. Ma l’onorevole Belcastro ci ha riferito che...
«Fermatevi. Parlate con il giudice Carnevale, è lui l’autore di tutto (risatina), di quella raccomandazione. Io ero solo il segretario della commissione, chiedete, chiedete a Carnevale».

Corrado Carnevale si è già espresso dicendosi pentito d’aver raccomandato Tonino a diventare un pm. L’onorevole Belcastro, riferendo di una vostra confidenza, ci ha raccontato che non si trattò solo di raccomandazione ma di molto di più, e di più grave, a seguito di un esame quantomeno disastroso da parte di Di Pietro. Esame ben al di sotto della sufficienza e a seguito del quale sarebbero stati strappati compiti e verbali. Sarebbe stato commesso un reato...
«Che ormai sarebbe prescritto (risata). La prego, la fermo. Diciamo che anche se sono passati tanti anni è antipatico rivelare quelli che sono, e restano, i segreti di una camera di consiglio. Non si fa. Non mi faccia scendere nei particolari che vi ha riferito Belcastro, non è mio costume, non insista».

Almeno se lo ricorda quell’esame?
«E come non me lo ricordo? L’esame del vicecommissario Di Pietro è stato... poco decoroso perché insomma... la commissione era convinta che non dovesse essere promosso. Poi è successo quello che è successo e...».

E?
«E... niente. In quell’occasione è stato fortunato (risata). Seguendolo, negli anni, ho potuto notare come sia stato sempre fortunato. Come quando prese soldi e regali da quelle persone lì, a Milano. Si è detto che non era reato, benissimo, ma non fu una cosa molto decorosa per lui e per la magistratura. Così come non ha fatto una bella figura quando venne sospeso dal consiglio nazionale forense per aver tradito il mandato difensivo di un suo assistito accusato d’omicidio, che peraltro, se non ricordo male, era pure il suo migliore amico».

A proposito di questo «tradimento» la Cassazione ha appena chiuso il caso confermando la «condanna» a Di Pietro.
«Ecco, appunto, per indegnità, per scorrettezza, più di questo che gli devono dire?».

Non ce ne voglia, Filocamo. Ma dobbiamo tornare all’esame di Di Pietro perché le cose riferite dall’onorevole Belcastro, anche se il reato è prescritto, sono comunque di una certa rilevanza. Belcastro parla di verbali e compiti strappati...
«Strappare i verbali... dico... strappare... guardi, in camera di consiglio ognuno esprime la propria opinione, e alla fine, sommando le opinioni, ha prevalso l’opinione generale contraria alla promozione di Di Pietro. Poi, con l’intervento di qualcuno che ha ritenuto che quella decisione non fosse... come dire... beh, ha capito, la commissione poi cambiò idea. Ci furono delle discussioni, la decisione venne rivista. Se chiedete al giudice Carnevale vi può dire lui come andarono veramente le cose. Lui era il capo, lui era il presidente. Io ero solo il segretario della commissione e il segretario, verbalizzavo punto e basta, non avevo poteri decisionali».

Faccia uno sforzo, presidente. Davvero non si ricorda se ha strappato il compito di Di Pietro e se poi qualcun altro l’ha riscritto?
«Cercate di capire... sono passati trent’anni...».





Powered by ScribeFire.

In gita a Roma cantando l'inno fascista la gaffe della scuola elementare Balilla

Repubblica

Gli studenti della quinta C, sotto dettatura, ne hanno scritto il testo sul diario, pronti a cantarla durante la gita scolastica nella capitale.
Alla scuola Daniela Mauro di Pessano con Bornago, in provincia di Milano, che fino al 2006 chiamavano "Balilla" e che molti ancora chiamano così, è scoppiata la bufera

di Franco Vanni


La canzone che la maestra ha fatto imparare ai bambini fa così: «Salve Dea Roma, fulgida in arme, all’ultimo orizzonte è la vittoria». Gli studenti della quinta C, sotto dettatura, ne hanno scritto il testo sul diario, pronti a cantarla durante la gita scolastica a Roma. Un viaggio che prevede, fra le altre attività, anche la visita guidata alle Fosse Ardeatine, con un gruppo di partigiani, e una cantata collettiva di fronte al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

La nonna di uno studente, prendendo in mano il diario del nipote, si è accorta che quella canzone la conosceva già. Il canto è l'Inno a Roma che era stata obbligata a imparare in classe durante il Ventennio e che aveva poi sentito urlare ai repubblichini di Salò. Secondo la definizione di un’antologia della musica del Duce, edita nel 1931, «il più bello e difficile dei canti fascisti, su musica del Puccini». La nonna ha parlato con la figlia, e lei con altre mamme. Così alla scuola Daniela Mauro di Pessano con Bornago, che fino al 2006 chiamavano "Balilla" e che molti ancora chiamano così, è scoppiata la bufera.

Dopo le proteste, il preside Felice Menna ha chiesto alle maestre di cancellare il testo dai diari dei ragazzini. «È stato un errore - dice - E' assurdo pensare che le maestre abbiano dato da studiare l’inno a Roma di proposito». Il consiglio del dirigente è di fare imparare ai bambini una canzone allegra, come hanno fatto le insegnanti delle altre classi in partenza per Roma. «Magari un pezzo di Antonello Venditti - suggerisce - che alla Capitale ha dedicato belle parole».

Anni fa, quando guidava un liceo, Menna aveva vietato agli studenti di cantare Bella ciao durante una recita sulla Resistenza. Una decisione seguita alle polemiche di alcuni genitori, che la consideravano "canzone comunista": «La politica non deve entrare a scuola», taglia corto il preside.
(22 gennaio 2010)

Leggi




Powered by ScribeFire.

Internet o morte... twitteremos!

La Stampa




Cuba, la Sánchez denuncia il clima di «repressione dei diritti umani»
GORDIANO LUPI

Yoani Sánchez, nota per le sue cronache sulla vita quotidiana cubana contenute nel blog Generación Y e tradotte in italiano su La Stampa, ha denunciato una situazione negativa in tema di diritti umani a Cuba. «Noto negli ultimi mesi un aumento della repressione e delle punizioni a coloro che pensano in modo diverso, l’abbiamo visto in occasione di diversi eventi e raduni di protesta: punizioni agli oppositori, ai dissidenti, ai blogger indipendenti e a chi partecipi a qualunque manifestazione alternativa o con un criterio differente o contrario allo Stato».

Yoani Sánchez si è rivolta al governo spagnolo auspicando un cambiamento di politica nei confronti del regime cubano e chiedendo a tutta l’Europa di dialogare con la gente invece che con il governo. «La Spagna deve cercare non tanto una posizione diversa rispetto al governo cubano, ma piuttosto cercare una posizione comune di solidarietà con la popolazione, facendo una distinzione: Cuba non è il suo governo, Cuba non è né un partito né un’ideologia, ma le piccole e piccolissime persone che formano questa società. Abbiamo bisogno della solidarietà dei paesi europei e soprattutto delle pressioni che possono fare dall’esterno sul diritto alla libertà d’espressione e sui diritti di cui noi cubani abbiamo bisogno».

Il motto di Yoani Sánchez e del suo gruppo di blogger e giornalisti indipendenti è diventato: Internet o morte ... Twittearemos!, ironica parafrasi dello storico motto rivoluzionario Patria o morte…. Vinceremo! Abbiamo rivolto un paio di domande a Yoani Sánchez che ci ha risposto con la consueta sincerità e con il solito pacato ottimismo.

Secondo te di cosa ha più bisogno la Cuba contemporanea?
«Posso dirti soprattutto che il nostro paese non ha bisogno di presunti eroi che da oltre cinquant’anni dividono il popolo e generano odio. Abbiamo avuto sin troppe iniezioni di sfiducia che hanno prodotto comportamenti delatori tra cittadini. Adesso la cosa più importante è essere uniti».

Cosa rispondi a chi sostiene che a Cuba avete istruzione, sanità garantita e un minimo di alimenti razionati?

«Rispondo che non sono un animale da circo e non voglio sentirmi considerata come tale. Sono un essere umano che non può contentarsi della istruzione, di una scarsa razione di cibo e di un minimo di assistenza sanitaria. Non sono venuta al mondo per fare le piroette. Se i miei genitori sono stati parte della generazione del disincanto e io di quella del cinismo, mi rendo conto che mio figlio è a pieno titolo nella generazione dell’indifferenza. Adesso basta. Questo circolo vizioso deve finire. Il popolo cubano deve essere unito nella volontà di cambiare».



Powered by ScribeFire.

L'archivio di Arafat arma di ricatto

Il Tempo

In Tunisia le carte del rais palestinese. Ci sono dossier su molti leader mondiali.

I servizi segreti di mezzo mondo stanno cercando di impadronirsene.





L'archivio che, per molti è una bomba a orologeria, è conservato gelosamente a Tunisi e l'Autorità nazionale palestinese sta da mesi cercando di ottenerlo. Ma sono i servizi di mezzo mondo che cercando di impadronirsene. Una guerra di spie sotterranea che vede in prima linea i «mukhabarat», i servizi segreti arabi, il Mossad israeliano e l'Fsb, erede del KGB che vorrebeb recueprare le carte che esso stesso fornì al leader palestinese. L'idea di realizzare un archivio di dossier riservati fu data ad Arafat da Ceausescu, il presidente romeno che teneva stretti rapporti con il capo dell'Olp per conto dell'Unione

A sei anni dalla morte, Arafat continua a fare paura. E non a Israele, ma a tutto il mondo arabo e anche più in là. Sono le carte del suo archivio segreto che stanno mettendo in subbuglio molte capitali. I dossier sono il frutto di trent’anni di classificazione di documenti, registrazioni e carteggi che il rais palestinese ha meticolosamente ordinato e aggiornato fino a pochi mesi prima di morire nel novembre 2004. L'archivio che, per molti è una bomba a orologeria, è conservato gelosamente a Tunisi e l'Autorità nazionale palestinese sta da mesi cercando di ottenerlo.

Ma sono i servizi di mezzo mondo che cercando di impadronirsene. Una guerra di spie sotterranea che vede in prima linea i «mukhabarat», i servizi segreti arabi, il Mossad israeliano e l'Fsb, erede del KGB che vorrebeb recueprare le carte che esso stesso fornì al leader palestinese. L'idea di realizzare un archivio di dossier riservati fu data ad Arafat da Ceausescu, il presidente romeno che teneva stretti rapporti con il capo dell'Olp per conto dell'Unione Sovietica. A partire dai primi anni Settanta il capo dell'intelligence di Bucarest, Ion Mihai Pacepa, fuggito nel 1987 in America, consegnava mensilmente 200mila dollari ad Arafat per conto del Kgb.

Notizia rivelata dallo stesso Pacepa che in quegli anni inviava periodicamente a Beirut aerei cargo carichi di divise e armi per il movimento di liberazione della Palestina. E sempre lui aveva istruito Arafat sui modi per ottenere e raccogliere dossier sui leader mondiali. «Un dossier del KGB affermava che nel Mondo Arabo possono acquisire alto rango soltanto le persone veramente abili nell'arte dell'inganno. Noi romeni fummo incaricati di aiutare Arafat a migliorare il suo straordinario talento nell'ingannare», rivelò una volta negli Stati Uniti, l'ex capo della Die.

Arafat fino a quel momento si era preoccupato solo di pianificare i dirottamenti aerei di cui si faceva vanto come «la nuova arma in mano ai palestinesi». Ceausescu lo introdusse a questo nuova strategia: costruire dossier segreti dei più importanti leader mondiali raccogliendo dati sulla loro vita privata e utilizzare questi per fare pressioni e ottenere benefici, personali e politici. Il dittatore romeno lo affidò alle cure di Pacepa e dei suoi agenti che aiutarono Arafat a raccogliere dati sui leader arabi e occidentali.

La fuga di Pacepa negli Stati Uniti fu uan grossa perdita non solo per la Romania e del blocco sovietico, ma anche per Arafat. Al punto che il rais aggiunse un milione di dollari alla taglia di due milioni che Ceausescu aveva messo sulla testa del traditore. Due anni dopo la fuga di Pacepa, la Romania si sollevò e fucilò Ceausescu. Così Arafat dovette arrangiarsi in altro modo.

Durante tutti i 36 anni che è stato leader assoluto del movimento palestinese, prima dell'Olp poi dell'Anp, Arafat ha utilizzato i servizi segreti palestinese per aggiornare i dati e costruire nuovi dossier non solo su Israele, ma anche di personalità dei Paesi arabi. Secondo alcuni indiscrezioni l'archivio contiene fascicoli di politici occidentali, magnati dell'economia, dirigenti di aziende del campo dell'alta tecnologia. Su loro e sulle loro famiglie. Vizi, segreti, amanti. Alcuni di questi personaggi ricoprono ancora posizioni di rango.

Oggi quelle carte sono a Tunisia e l'Anp ha affidato a Maher Abdel Ghneim di etentare di recuperarle. Ghneim è un uomo della vecchia guardia, fedelissimo di Arafat, era il responsabile delle fazioni palestinesi e del finanziamento dell'Olp. È ritenuto anche responsabile dell'attentato alle Olimpiadi di Monaco, oggi fa parte del comitato centrale di Fatah, il partito leader dell'Anp. Prima di morire Arafat fece nascondere l'archivio in Tunisia per impedire che Israele potesse entrarne in possesso. Il presidente tunisino Ben Ali ha vietato a tutti di poterlo consultare anche all'Anp. Il presidente Abu Mazen ha più cercato di convicere Ben Ali a cosnegnare almeno delle fotocopie, ma da Tunisi ha ottenuto solo risposte negative. Le carte di Arafat rischiano di essere la bomba più potente mai innescata dal leader palestinese.


Maurizio Piccirilli
23/01/2010




Powered by ScribeFire.

Padova: "Affittasi camera a studenti purché non siano della Lega Nord"

di Marino Smiderle

Il cartello è comparso su un muro nei pressi della facoltà di Lettere Il Carroccio non la prende bene: "All’università clima di violenza"




Padova - Nella città del Santo non vogliono avere a che fare col diavolo. Forse c’entra il fatto che Padova sia una delle poche città venete guidate dal centrosinistra, ma da queste parti c’è più di qualcuno che ha identificato il demonio con la Lega Nord. Tra questi ci sono di sicuro quei tre studenti universitari che, in pieno centro, hanno affisso un banale cartello «Affittasi stanza» con una piccola, inequivocabile, condizione: «No Lega».

No Lega? In pieno Veneto? A pochi mesi dall’elezione, più certa che probabile, di un governatore veneto leghista doc come Luca Zaia? Così va il mondo: No Lega, seguito da tre punti esclamativi, casomai qualcuno nutrisse dei dubbi. Poco distante dalla facoltà di Lettere e filosofia, il cartello fa la sua figura: «Affittasi subito stanza singola in appartamento misto vicino al centro (via Vergerio). Internet, telefono, tv, lavatrice, lavastoviglie, parchetto sotto casa, cucina abitabile, lungo balcone, 4 stanze singole, 2 bagni, posto bici. Contratto singolo per studenti, benissimo anche Erasmus. Euro 282 tutto compreso». Firmato Chiara, Mattia, Alice.

La cronaca spicciola si diverte a invertire i fattori. Sì, perché un tempo i razzisti erano i settentrionali, o comunque quelli che, nel periodo degli emigranti che andavano a lavorare alla Fiat a Torino o all’Alfa Romeo a Milano, appendevano i cartelli «Non si affitta ai meridionali» sulle porte dei palazzi. Oppure, senza andare troppo lontano, basta sostituire la parola «meridionali» con «immigrati» (o stranieri, o extracomunitari) e l’accusa di razzismo all'Italia nella sua interezza è già pronta e verbalizzata in qualche Procura.

E adesso che i razzisti sono i «buoni», come la mettiamo? I leghisti, che a Padova non sono pochissimi, non l’hanno presa bene. Vedersi preferiti anche gli studenti Erasmus, provenienti da chissà quale sperduto angolo d’Europa, è un affronto che non si può tollerare. Al Gazzettino uno degli autori del misfatto ha cercato di ammorbidire i toni. «È una provocazione - ha sorriso - e poi qui da noi abitano due pugliesi, non volevamo correre il rischio di incomprensioni».

Fora i leghisti dal Veneto, insomma. Un atteggiamento che l’europarlamentare della Lega Nord, Mara Bizzotto, ha condannato con fermezza. «Gli autori di quell'annuncio dovrebbero vergognarsi, sono loro i veri razzisti che vorrebbero una caccia al leghista. Un comportamento da fascisti rossi, alimentato dal brodo di cultura di una certa sinistra, offende, discrimina e umilia il 30% del popolo Veneto che vota Lega». E che non sa come fare a trovare una stanza, a prezzo modico, in centro a Padova.



Powered by ScribeFire.

Bologna, Delbono indagato: via all'interrogatorio

di Redazione

Il sindaco è entrato in tribunale alle 9 per il primo faccia a faccia con il pm Morena Plazzi: deve rispondere delle accuse  di peculato, abuso d'ufficio e truffa aggravata per i soldi pubblici spesi in viaggi all'estero quand'era vice presidente della Regione.

Lo accusa la ex compagna, Cinzia Cracchi

 




Bologna - Davanti ai giudici per la prima volta. Il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, indagato per peculato, abuso d’ufficio e truffa aggravata nei confronti della Regione Emilia Romagna in relazione alle rivelazioni dell’ex fidanzata ed ex segretaria Cinzia Cracchi, è entrato nell’ufficio del pm Morena Plazzi per il primo interrogatorio.

È assistito dall’avvocato Paolo Trombetti. Il sindaco è arrivato in procura, a piedi, puntualissimo, con alcuni fogli in mano. Secondo l’ipotesi accusatoria, il sindaco di Bologna avrebbe pagato con una carta di credito intestata alla Regione anche le spese (biglietti aerei, alberghi, cene) dell’allora fidanzata che in quelle trasferte risultava in ferie.





L'interrogatorio Nell'interrogatorio verranno chiariti alcuni aspetti relativi alle missioni istituzionali all'estero compiute da Delbono quando era vice presidente della Regione Emilia Romagna, per le quali gli si contestano le ipotesi di reati quali abuso d'ufficio, peculato e truffa aggravata, per il presunto uso improprio di soldi pubblici a fini privati. Riferendosi all'accusa di truffa aggravata attribuita dagli inquirenti al solo Delbono (la sua ex compagna-segretaria Cinzia Cracchi è indagata per peculato e abuso d'ufficio) per due trasferte compiute in Messico in cui, secondo l'ipotesi accusatoria, il sindaco sarebbe stato in vacanza pur percependo la diaria della Regione, il legale del sindaco Trombetti ha intenzione di fornire precisi riscontri ai magistrati. Per il primo caso contestato, il viaggio in Messico del 2005,

"Ci difenderemo nel merito" ha detto l'avvocato "per dimostrare che non è vero che Delbono non ha partecipato al convegno a Cancun". Per quanto riguarda, invece, l'altra trasferta messicana del 2007, Trombetti ha spiegato che in effetti Delbono non vi ha partecipato, ma se risultano rimborsi della Regione non dovuti dipende dal fatto che "inizialmente aveva pensato di andarci e la pratica forse è andata avanti lo stesso. Se c'è qualcosa di irregolare nei rimborsi - ha concluso il legale - si tratta di un errore, non c'è truffa".



Powered by ScribeFire.

Talpe Dda, 7 anni a Cuffaro in appello: "Accertato favoreggiamento alla mafia"

di Redazione

La Corte d'Appello di Palermo inasprisce la pena per l'ex governatore siciliano, oggi senatore dell'Udc: sette anni di carcere, erano cinque in primo grado.

A Cuffaro contestata l'aggravante di aver favorito Cosa nostra e aver rivelato segreti istruttori. La replica: "Rispetto la sentenza con grande serenità"




Palermo - Condanna più dura, con l'aggravante del favoreggiamento alla mafia. L’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, ora senatore dell’Udc, è stato condannato, in appello, a sette anni di reclusione per favoreggiamento aggravato dall’avere agevolato Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. In primo grado i giudici avevano escluso la sussistenza dell’aggravante mafiosa e avevano condannato il politico a cinque anni di reclusione. Il processo è stato celebrato davanti la terza sezione della Corte d’Appello di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino. La sentenza è arrivata dopo quasi 25 ore di camera di consiglio.

La replica "L’avevo già detto e lo ripeto: rispetterò la sentenza con grande serenità". Lo ha detto il senatore dell’Udc Salvatore Cuffaro condannato in appello a sette anni per favoreggiamento aggravato per avere agevolato la mafia. In primo grado era stato condannato a cinque anni senza l’aggravante mafiosa.

Le altre condanne La terza sezione della Corte d’Appello di Palermo oltre alla condanna di Cuffaro, ha riformato le pene inflitte all’ex manager della sanità privata Michele Aiello, condannato a 15 anni e 6 mesi contro i 14 del primo grado per associazione mafiosa e ha modificato in concorso esterno all’ associazione mafiosa l’accusa di favoreggiamento contestata all’ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, condannandolo a 8 anni di carcere. In primo grado Riolo aveva avuto 7 anni. La Corte ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell’imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata.





Powered by ScribeFire.

Iran, il logo è sexy: sembra ballerina I conservatori contro un quotidiano

di Redazione

Teheran - Sta sollevando un vespaio di polemiche in Iran il nuovo luogo del quotidiano "Teheran Emrooz" (Teheran Oggi), molto vicino al sindaco della capitale, Baqer Qalibaf, e giudicato troppo "sexy" dall’ala radicale degli ultraconservatori. Fomentati da un’editoriale del settimanale "Parto-ye Sokhan", alcuni esponenti filogovernativi hanno chiesto a gran voce la modifica del logo del quotidiano riformista perché offensivo nei confronti della morale islamica. Il nuovo logo, stando al sito web d’opposizione ’Homylafayettè, è stato realizzato giocando con le lettere con cui in farsi si scrive la parola ’Emrooz’, che producono come risultato finale l’immagine di una ballerina.





Logo troppo ammiccante Troppo per un settimanale come "Parto-ye Sokhan", schierato con l’ala più oltranzista dei conservatori e che solo pochi giorni fa titolava "Sosterremo la Guida Suprema fino all’ultima goccia di sangue". Alcuni analisti, tuttavia, leggono nelle critiche a "Teheran Emrooz" un attacco a Qalibaf, che fa parte del blocco conservatore più pragmatico e incline a venire a patti con l’opposizione. Lo stesso Qalibaf, infatti, ha più volte criticato in passato il presidente, Mahmoud Ahmadinejad, al punto da averlo minacciato di candidarsi alle elezioni presidenziali del giugno 2009.





Powered by ScribeFire.