venerdì 22 gennaio 2010

Falso straordinario, è reato anche un’ora

Il Secolo xix

Il lavoratore che sul foglio delle presenze si attribuisce, senza aver lavorato, anche una sola ora di lavoro straordinario commette il reato di truffa. E a nulla serve il suo tentativo di `ravvedimento´ poichè, anche se segnala all’ufficio addetto al calcolo delle retribuzioni di aver sbagliato a segnare le ore in più, la condanna per truffa scatto lo stesso e sarà solo mitigata dall’essere dichiarata come tentata truffa, dal momento che il falso straordinario non gli è stato attribuito. Lo sottolinea la Cassazione.

La Suprema corte - con la sentenza 2772 della Seconda sezione penale - ha confermato la condanna per tentata truffa nei confronti di Filippo G., un medico del Presidio territoriale emergenze di Menfi che, il 7 agosto del 2004, aveva falsamente attestato sul foglio giornaliero delle presenze di aver svolto un’ora in più di servizio. Il camice bianco si era subito `pentito´ della sua bugia e il giorno 13 dello stesso mese aveva informato l’ufficio che si occupava del calcolo delle ore lavorate di essersi sbagliato e di non aver effettuato alcuna prestazione straordinaria.

Nel processo di primo grado, il tribunale di Sciacca, il 25 giugno 2007, aveva assolto il dottore «per insussistenza del fatto» ritenendo un atto di «desistenza volontaria» il `dietro front´ del camice bianco. Ma la Corte di appello di Palermo, il 24 gennaio 2008, accogliendo il ricorso del pg lo aveva condannato per tentata truffa (l’entità della pena non è riportata in sentenza).

In Cassazione Filippo G. ha chiesto di essere assolto sostenendo che «la differenza tra l’orario di lavoro inizialmente indicato e quello effettivamente svolto era di circa un’ora, arco temporale troppo breve per poter essere considerato rilevante dal punto di vista dell’offensività della condotta».

Ma la Suprema corte ha bocciato questa tesi e ha confermato la condanna del medico condannandolo al pagamento delle spese processuali. La procura della Suprema corte si era mostrata più clemente e aveva chiesto l’assoluzione dell’imputato.






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Napoli, condannati 10 poliziotti per le violenze contro i No Global

Il Tempo

La sentenza di primo grado dopo nove anni dagli incidenti.
I poliziotti condannati per gli abusi e le violenze nel 2001 contro i No Global.

A quasi nove anni dagli incidenti avvenuti a Napoli in occasione nella manifestazione contro il Global Forum giunge la sentenza di primo grado. Ed è una sentenza che stabilisce la responsabilità di alcuni poliziotti per gli abusi (violenze e umiliazioni) che sarebbero stati consumati ai danni di giovani del movimento «no global» condotti nella caserma Raniero. Una vicenda che, nella ricostruzione dei magistrati, ricorda per molti aspetti i fatti di Genova durante il G8.

La quinta sezione del tribunale (presidente Donzelli, giudici Guardiano e Tammaro) hanno accolto parzialmente le richieste dei pm De Cristofaro e Del Gaudio condannando 10 dei 21 imputati. I giudici hanno riconosciuto la sussistenza del reato più grave tra quelli contestati, ovvero il sequestro di persona aggravato.

Due anni e otto mesi di reclusione è la pena inflitta agli unici due funzionari imputati, Fabio Ciccimarra e Carlo Solimene. Pene varianti dai due anni e sei mesi ai due anni sono state emesse nei confronti di otto agenti, mentre sono undici i poliziotti assolti. Per gli altri dieci agenti coinvolti e per anche per diversi imputati condannati è stata dichiarata la prescrizione dei reati minori, tra cui violenza privata e abuso di ufficio.

La vicenda giudiziaria destò grande scalpore. Quando nel corso dell'inchiesta furono emesse otto ordinanze agli arresti domiciliari, nella questura di Napoli si verificò una sorta di ammutinamento da parte dei colleghi dei poliziotti indagati. I fatti risalgono al 17 marzo 2001. Quel giorno venne organizzata una manifestazione contro lo svolgimento del Global Forum e le forze dell'ordine organizzarono un cordone per impedire l'accesso nella zona di Palazzo Reale dove era in corso il convegno internazionale.

Si verificarono violenti scontri di piazza tra i manifestanti (molti dei quali avevano tentato di sfondare il cordone) e le forze di polizia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, molti giovani - diversi dei quali contusi - furono bloccati in strada o prelevati dagli ospedali dove si erano recati per farsi medicare e successivamente condotti nella caserma Raniero Virgilio, nei pressi di piazza Carlo III. All'interno della struttura (secondo quanto denunciato dai giovani) si sarebbero consumati gli abusi: schiaffi, pugni, violenze verbali, umiliazioni come l'aver costretto le vittime a eseguire flessioni nei bagni della caserma.

«Sono condanne inutili grazie al processo breve: questo risale al 2001 ed è destinato ad estinguersi», ha commentato l'ex parlamentare Francesco Caruso, uno dei leader dei No Global, che quel giorno era in piazza. «Dal punto di vista strettamente giuridico quella di oggi è una pronuncia sconcertante, ferma restando la stima nel collegio. Questa sentenza rischia di costituire un pericoloso precedente: viene ritenuta infatti valida la tesi secondo cui in una caserma di polizia ufficiali di polizia giudiziaria, in esecuzione di un ordine preciso, compiono un sequestro di persona», ha detto l'avvocato Sergio Rastrelli, legale della maggior parte degli agenti imputati



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Clochard muore a in stazione a Milano

La Stampa

L'uomo, 50 anni, stroncato dal freddo
Un ennesimo dramma della solitudine arriva da Milano: un clochard è stato morto la scorsa notte nelle vicinanze della Stazione Centrale.
Dall'apparente età di 50 anni, la vittima è stata trovata senza vita intorno alle 4 dal servizio di sicurezza della stazione all'angolo tra via IV Novembre e piazza Duca d'Aosta.
L'uomo non aveva documenti con sè quindi non è stato possibile il riconoscimento, di lui si sa soltanto che era un senza fissa dimora.

Le cause della morte non sono ancora certe, freddo pungente o malore sono le ipotesi più plausibli, ma la morte dell'uomo riaccende il caso delle clochard trovati morti, di cui questo è solo l'ultimo degli episodii avvenuti in questi giorni.

Dalla donna uccisa a Taranto dopo lo stupro, al senzatetto massacrato di botte a Napoli, alle centinaia di clochard che vengono trovati senza vita dopo notti passate al gelo, si ripresenta la necessità di garantire la sicurezza di queste persone, che per necessità o per scelta propria si ritrovano senza casa.

Il restyling delle stazioni che vede sempre meno panchine e sale d'aspetto al coperto per evitare che di notte vengano occupate proprio dai senza fissa dimora ha tolto una delle poche possibilità che queste persone avevano di ripararsi nei rigidi inverni. I rifugi pubblici sono insufficienti per accogliere tutte le persone che si presentano: nelle trenta notti tra il 20 dicembre e il 19 gennaio, infatti, oltre mille clochard si sono rivolti al "Punto Caldo CRI" occupando le 30 brande situate all'interno, un presidio che, come dichiara Alberto Bruno - Presidente del Comitato Provinciale di Milano della Croce Rossa Italiana - "ribadiamo essere una soluzione estrema, che vuole offrire un rifugio caldo e generi di conforto nelle notti gelide di inverno, a quella parte di clochard che rifiutano o restano fuori dai dormitori pubblici".




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Haiti, il giallo dei bambini scomparsi

La Stampa

Allarme Unicef: «Spartiti 15 minori, negli ospedali tratta di esseri umani»
PORT-AU-PRINCE


Quindici bambini sono scomparsi dagli ospedali di Port-au-Prince dove erano stati ricoverati per le ferite subite per il terremoto che ha colpito, dieci giorni fa, la capitale caraibica e il timore è che siano stati rapiti perchè le persone che sono state viste con loro, quando sono usciti dai nosocomi, non erano sicuramente dei loro familiari. Una denuncia precisa che viene dall’Unicef, che collega l’accaduto a quella che definisce «rete di tratta dei bambini» legata al «mercato delle adozioni».

Quindici bimbi spariti e che, soprattutto, dice uno degli esperti dell’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei minori, non sono sicuramente con le loro famiglie. Una cosa che accresce il timore che possano essere stati vittime di un rapimento finalizzato ad alimentare il sempre florido mercato delle adozioni illegali.

Una notizia che non è giunta inattesa, perchè, dice Jean Luc Legrand, dell’Unicef, le organizzazioni legate alla tratta dei bambini erano presenti ad Haiti già prima del sisma. Ora, con il caos che regna, con le centinaia di bambini che girano per le strade in cerca dei familiari, con la difficile situazione dell’ordine pubblico su cui cercano di vegliare i poliziotti arrivati dall’estero, le organizzazioni di trafficanti di essere umani si muovono in un ambiente ideale per mettere a segno i loro colpi. Come accadde per lo tsunami che, nel dicembre del 2004, si abbattè su molte aree dell’Asia.

Nel giro di poche ore queste organizzazioni si misero all’opera e mai, forse, si riuscirà a capire quanti bimbi siano passati per le loro mani, dopo che terremoto e tsunami avevano cancellato interi villaggi e, con essi, la storia di molti popoli. La situazione - nella confusione di una città che vuole, disperatamente, riavvicinarsi a una parvenza di normalità - non aiuta a definire esattamente i contorni di questa vicenda.

Se su alcuni di quelli che sono spariti dall’ospedale e non sono con i familiari ci può essere una ragionevole certezza che possano essere stati preda dei trafficanti, per i moltissimi che mancano all’appello occorrerà aspettare settimane o forse mesi.

Quelli che serviranno per capire chi tra loro abbia cercato, aggregandosi magari a famiglie a loro completamente sconosciute, di attraversare la frontiera della Repubblica Dominicana per cercare la salvezza e chi, invece, sia stato «salvato» e magari caricato su una nave o un aereo per prestargli, lontano da Port-au-Prince, le cure necessarie senza che di questo ci sia traccia in alcun documento o statistica. E ci sarebbero anche testimonianze di attraversamenti della frontiera tra Haiti e Repubblica Dominicana di minori con persone che certamente non erano loro parenti.


I numeri di questo fenomeno potrebbero essere spaventosamente alti, perchè la sola Unicef accoglie, quotidianamente, duemila bambini che hanno perso ogni contatto con le famiglie. L’Unicef ha chiesto di rispettare la convenzione dell’Aia sui minori a tutti i Paesi che dovessero accogliere bambini che provengono da Haiti e che non figuravano tra quelli che, già da tempo, erano oggetto di una pratica per l’adozione.




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Bbc: «Migliaia di bomb detector venduti al governo iracheno. Ma non funzionano»

Corriere della Sera

L'inchiesta dell'emittente: «Secondo gli esperti non ci sono basi scientifiche». Una truffa da 85 milioni di dollari

LONDRA - Migliaia di macchine in teoria capaci di individuare bombe e salvare vite umane, vendute al governo iracheno, sarebbero del tutto inutili e non funzionanti, secondo quanto afferma la Bbc. E Jim McCormick, a capo dell'impresa britannica ATSC, che ha venduto al governo iracheno migliaia di «bomb detector» per un costo totale di 85 milioni di dollari, è stato arrestato dalla polizia del Somerset con l'accusa di frode, secondo quanto riferisce invece il Times.

L'INCHIESTA - Il programma della BBC "Newsnights" ha fatto un reportage sui prodotti venduti dall'azienda di McCormick, in cui sono stati consultati esperti di esplosivi per un parere sui controversi detector. Secondo Marcus Kuhn, a capo di una squadra di specialisti di bombe di Sydney, gli oggetti non sono altro che «scatole attaccate ad un'antenna». «A prescindere dal fatto che i «detector» non sono mai stati testati scientificamente - ha dichiarato Kuhn - posso assicurarvi io, che lavoro da anni in questo ambito, che è impossibile che funzionino. Non ci sono le basi scientifiche, non hanno neanche una scheda di memoria».

LE TESTIMONIANZA - Nell'ultimo anno, il governo iracheno si è fornito di migliaia di questi strumenti che costano 40.000 dollari l'uno, con l'idea di proteggere i civili dagli attacchi kamikaze e da bombe nascoste. Ma testimonianze di iracheni, raccolte dalla Bbc, hanno però affermato che gli oggetti sono assolutamente inefficaci. Un insegnante di liceo, Umm Muhmammad, ha raccontato della sua esperienza con un ADE-651 (il nome che McCormick ha dato ai detector): «Questo anti-bomba è una fregatura bella e buona: a volte mi 'notifica' della prossimità di una bomba solo perché ho infilato in borsa dei medicinali. Altre volte lo stesso gesto e la stessa borsa non provocano alcuna reazione! Ti segnala le bombe arbitrariamente e senza fondamento». Alcuni ufficiali iracheni hanno però contestato le testimonianze dei civili, dicendo che il detector funziona «prodigiosamente bene» e chiamandolo addirittura «miracoloso». Il generale Jehad al Jabiri ha detto alla BBC: «Non so se sia magia o scienza ma vi assicuro che questi macchinari sono capaci di riconoscere le bombe». Il capo della polizia del Somerset ha intanto rilasciato una dichiarazione in cui ha detto che «la questione è molto delicata e non possiamo offrire ulteriori informazioni. Il signor McCormick è investigato per frode».

(fonte: Ansa)





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Maullu costruisce muro anti immigrati a Porta Romana: «C'è pericolo»

Corriere della Sera



L'assessore regionale Pdl: «gesto simbolico» per mettere in sicurezza l'accesso all'ex scalo ferroviario 





MILANO - Un muro, di una ventina di mattoni, davanti all'ex scalo ferroviario di Porta Romana in piazzale Lodi. Lo ha eretto venerdì mattina Stefano Maullu, assessore regionale alla Protezione civile, Prevenzione e Polizia locale e responsabile delle politiche elettorali del Pdl per la Lombardia. Maullu parla di un gesto «simbolico» per protestare contro l'assenza di Ferrovie dello Stato nella messa in sicurezza dell'area. «Ho scelto di intervenire in modo così deciso - osserva Maullu in una nota - per tutelare gli interessi dei cittadini, da lungo tempo costretti a convivere con una situazione di potenziale pericolo e di grande imbarazzo per l'intera città».

La scelta «di murare parzialmente l'accesso all'ex scalo ferroviario - prosegue l'esponente del Pdl - vuole dimostrare che se si vuole mettere in sicurezza l'area è sufficiente un po' di buona volontà, della calce, qualche mattone e un paio d'ore di lavoro. La proprietà in un anno non è riuscita a farlo: e questo è a dir poco scandaloso». Se qualora la proprietà continuerà «a non adempiere ai propri obblighi - chiosa Maullu - spetterà alla civica amministrazione provvedere alla messa in sicurezza di queste aree, alla chiusura di eventuali varchi e all'abbattimento degli edifici in condizioni non idonee, addebitando poi i costi alle stesse Ferrovie dello Stato».

(fonte: Ansa)

22 gennaio 2010




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Csm: rimosso il giudice anti-crocifisso

Corriere della Sera


Durissima sanzione a Tosti per il suo rifiuto di tenere udienze in aule giudiziarie con il simbolo cristiano



Rimozione dall'ordine giudiziario. È la durissima sanzione inflitta dalla sezione disciplinare del Csm al giudice di Camerino Luigi Tosti, divenuto famoso per il rifiuto di tenere udienze in aule dove è esposto il crocifisso. A Palazzo dei Marescialli Tosti non ha fatto ricorso a un avvocato, come pure avrebbe potuto, e nemmeno all'assistenza di un collega magistrato, difendendosi da solo. Mentre si teneva il procedimento a suo carico, davanti alla sede del Csm alcuni radicali hanno manifestato in suo sostegno.

«PAGINA NERA» - «Come ho sempre detto sin dall'inizio, o si rimuovono i crocifissi dalle aule di giustizia e dagli uffici pubblici o l'alternativa era rimuovermi - così Tosti commenta la decisione del Csm -. Oggi si è scritta una pagina nera per la laicità dello Stato italiano, sono curioso di vedere cosa scriverà il Csm nel provvedimento che mi rimuove dall'ordine giudiziario. Ne ho fatto un problema di carattere generale, ma anche la Cassazione mi ha dato ragione in due occasioni: nel 2000, quando ha considerato giustificato il rifiuto di uno scrutatore a sedersi in un seggio elettorale in cui è esposto il crocifisso, e nel 2009 quando mi ha assolto stabilendo che non ho commesso alcun reato per essermi rifiutato di tenere udienza, dal momento che ero stato sostituito».

Tosti ricorda che nelle motivazioni la Suprema Corte ha affermato che «la presenza del crocifisso è incompatibile con il principio supremo di laicità e con i principi di uguaglianza e di libertà religiosa». Il giudice presenterà ricorso in Cassazione e, se sarà respinto, alla Corte europea dei diritti dell'uomo. Secondo lui «la questione è identica a quella posta dalla cittadina italiana di origine finlandese Lautsi Soile per la rimozione dei crocifissi dalle aule scolastiche», cui i giudici di Strasburgo hanno dato ragione il 3 novembre e su cui il governo sta preparando un ricorso alla Grande Camera.

LA VICENDA - Il caso Tosti risale al maggio 2005, quando il giudice annunciò che non avrebbe più tenuto udienze se dall'aula del tribunale non fosse stato tolto il crocifisso. Un comportamento che ha mantenuto fino a gennaio 2006. Di conseguenza il Csm, che aveva già proceduto con la sospensione tre anni fa, ha optato per il più drastico provvedimento, configurando il rifiuto di compiere atti connessi all'attività giudiziaria. In sede penale Tosti era stato assolto per questa stessa vicenda dall'accusa di omissione di atti d'ufficio (dopo che, a novembre 2005, era stato condannato a 7 mesi di reclusione), ma solo perché era stato sostituito e dunque le udienze erano state regolarmente celebrate.

Redazione online
22 gennaio 2010






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Santoro, oggi peggio di Tangentopoli

di Stefano Zurlo

Ad Annozero va in onda l’ennesima trasmissione contro Berlusconi. Rispolverati i vecchi filmati di Forlani e Craxi: "È Silvio il suo erede, oggi peggio di Tangentopoli"



E Grillo lancia l'anatema: "Anche noi alle Regionali"


La storia d’Italia schiacciata sulle manette, gli avvisi di garanzia, e le leggi ad personam. È il format giudiziario di sempre: Annozero non tradisce mai. Che si parli di Craxi o di Berlusconi, l’accoppiata Santoro-Travaglio ripropone sempre gli stessi fondali limacciosi, gli stessi squali, anche se con la pinna da statisti, gli stessi conti svizzeri, gli stessi prestanome, veri o presunti. 

E i soliti sospetti. La puntata di ieri sera arriva giusto dopo le celebrazioni per il decennale della morte dell’ex leader socialista. Anche il presidente della Repubblica si è sentito in dovere di scrivere una lettera calibratissima alla vedova Anna Craxi per ricordare il Craxi statista, il Craxi trattato «con una durezza senza eguali», il Craxi che secondo la Corte di Strasburgo non ebbe un processo equo.

Ad Annozero cercano di legare B. e B., gli anni Ottanta di Bettino e gli anni zero del Cavaliere: più che di Sigonella o del referendum sulla scala mobile contano Silvano Larini con le sue buste gialle e Maurizio Raggio, amante della contessa Vacca Agusta ma soprattutto gestore occulto di alcuni conti pesanti riconducibili all’ex leader socialista.

E poi, va da sé, certi temi sono ormai archeologia giudiziaria e risalgono a quindici, sedici anni fa, tanti, troppi; ecco allora l’aggancio poderoso con l’attualità: la legge sul processo breve, i dibattimenti, delicati per definizione, destinati a finire nel nulla della prescrizione, la legalità sempre sul punto di essere calpestata. La telecamera zooma su Palermo, i pm in trincea sono preoccupati, la lotta alla mafia è a rischio. 

I Pm si sentono delegittimati e intanto si scopre che cinque magistrati sono nel mirino di Cosa nostra. Perfetto. È l’emergenza che dura dal 1992, perché arresti e rogatorie non hanno fatto piazza pulita del sempiterno partito degli inquisiti. L’epurazione è incompiuta, la guerriglia continua, il vocabolario è sempre quello: manca l’antifascismo ma per il resto c’è tutto l’armamentario. Con il rassicurante corteo di luoghi comuni e di retorica dell’antimafia, nutrita alla mangiatoia dell’antiberlusconismo militante.

Sfilano le immagini del processo Cusani, la piccola Norimberga italiana: si vede Forlani con la bava alla bocca, e Forlani è in balia di Di Pietro che lo schiaffeggia di domande sui soldi della politica, poi tocca rivedere il duello Di Pietro-Craxi, e Craxi mostra una tempra ben lontana da quella di pasta frolla dei big Dc, ma siamo già alla domanda lanciata come un ponte cinese verso l’oggi e l’era berlusconiana: «Craxi - dice Michele Santoro, appoggiandosi al giudizio dell’ex coordinatore del Pool Gerardo D’Ambrosio - perseguiva il nobile fine della politica, ma si può coltivare la politica violando la legge?».

La tesi è quasi scontata: si riabilita Craxi per puntellare il muro a protezione del premier. È, secondo Santoro, la storia piegata e strumentalizzata. Craxi diventa lo scudo che Berlusconi si porta dietro, come una valigetta portatile. La storia d’Italia è un susseguirsi di ruberie e prepotenze, anche legislative, altro da segnalare per l’era Craxi e per il regno di Berlusconi non c’è. Desolante.

Beppe Grillo, con intervista registrata e barba da guru, ironizza: «Dedichiamo una tangenziale o una passeggiata a mare a tutti gli inquisiti». Lui intanto candida i suoi in cinque regioni. E Paolo Flores d’Arcais, dopo aver scomodato i Vangeli e Gesù, offre la quadratura del cerchio: «La situazione di oggi è infinitamente peggiore di quella già orrenda scoperchiata da Mani pulite». Tangenti allora. Tangenti e impunità oggi. E la storia d’Italia viene riscritta come un unico, interminabile avviso di garanzia.




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Fotoricatti ai vip: 20 casi, c'è il quarto indagato

di Redazione

Per l'inchiesta Vallettopoli bis c'è un quarto indagato: Massimo Fullin, titolare di un sito internet per giochi d'azzardo. Al vaglio del pm Frank Di Maio 20 episodi di immagini ritirate dietro il pagamento di contanti (fino a 300mila euro). Al vaglio il ruolo del direttore di Chi, Signorini






Milano - La seconda inchiesta per i fotoricatti ai vip ha un quarto indagato. Per Vallettopoli bis il pm di Milano Frank Di Maio ha iscritto nel fascicolo anche Massimiliano Fullin, titolare del sito internet www.710games.com (che si occupa di giochi d’azzardo on line). L’uomo è appena stato assolto dal gup di Potenza nell’ambito dell’inchiesta sui vip del pm John Woodcock. Ieri nell’ufficio del pm Di Maio si è presentato Fabrizio Corona per fornire alcune puntualizzazioni su uno dei circa 20 episodi al centro della nuova inchiesta. 

Vallettopoli bis Un politico avrebbe pagato 300 mila euro per ritirare alcune fotografie che lo ritraevano dal mercato delle riviste di gossip. Le altre vittime sono personaggi del mondo della politica e dello spettacolo. Gli altri tre indagati sono i due fotografi Max Scarfone e Maurizio Sorge e la titolare dell’agenzia Photo Masi, Carmen Masi. Gli inquirenti stanno facendo luce su una ventina di episodi, cercando di capire se alcuni vip siano stati ricattati o meno da fotografi, agenzie fotografiche o altri mediatori per il ritiro di foto dal mercato. Tra gli episodi all’attenzione del Pm Di Maio ce ne sarebbe uno che riguarda alcune fotografie scattate a un politico per il quale si potrebbe parlare di ricatto. In un’altra circostanza, invece, il sistema del ritiro avrebbe interessato un personaggio vicino a un politico. 

Intecettazione L’inchiesta è partita all’inizio del 2008 da una intercettazione telefonica realizzata nell’ambito di un’indagine sul traffico di droga nei locali della Milano bene. Nell’intercettazione due persone parlavano tra loro dicendo: "Hai visto come gliel’hanno messo in quel posto!" riferendosi a un vip che aveva subito un ricatto per alcune foto compromettenti. Corona avrebbe confermato alcuni fatti già noti agli inquirenti. Al momento nessun direttore di riviste è indagato. Negli interrogatori dei giorni scorsi sono stati analizzati alcuni dei venti episodi al centro dell’inchiesta e sarebbe emerso anche il nome del direttore di Chi, Alfonso Signorini. All’attenzione degli inquirenti ci sono anche casi di fotografie scattate a Roma, ma le trattative per il ritiro sono comunque avvenute tutte a Milano Gli inquirenti stanno cercando di capire se i fotografi, quando si mettevano in contatto con i vip, agivano da soli o per conto di altre persone, tra cui responsabili di agenzie fotografiche.




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Da Salerno fino a Pisa Rocky trova il suo padrone

Corriere Fiorentino


Il pastore tedesco era stato rubato da un gruppo di nomadi. E poi adottato da una famiglia campana. E' scappato per tornare da Ibrahim che ora vive a Carrara


PISA - Ha percorso oltre 600 chilometri a quattro zampe per tornare dal suo padrone, da Salerno a Pisa. È arrivato arruffato, stanco e con i polpastrelli laceri e sanguinanti. È la storia di Rocky, 5 anni, un pastore tedesco preso quando era cucciolo, al canile, da Ibrahim Fwal, un siriano che vive da tempo a Carrara. I due, come racconta oggi La Nazione, erano inseparabili e durante l’estate il padrone portava Rocky alla spiaggia, in motorino e con casco da bambini agganciato sotto il muso. Fu proprio in una di quelle gite, 3 anni fa, che, mentre Ibrahim faceva il bagno, un gruppo di zingari lo portò via. Da allora, il siriano non ha mai smesso di cercarlo, mettendo annunci sui giornali e affiggendo volantini.

DA SALERNO A PISA - Nel frattempo, Rocky, forse abbandonato dai nomadi, era stato adottato da una famiglia di Salerno che, vista la propensione del cane a fuggire, gli aveva attaccato una targhetta al collare con nome e numero telefonico di riferimento. Nei giorni scorsi, Rocky è stato trovato a Pisa da alcuni volontari: dopo aver chiamato la famiglia salernitana e aver ottenuto conferma del fatto che il cane era fuggito due mesi prima, si sono accorti del tatuaggio risalendo così al suo vero padrone. A Rocky sono stati così risparmiati gli ultimi 100 chilometri di strada.

22 gennaio 2010




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Vigili urbani: volanti nuove di zecca ma senza collegamento radio a bordo

Corriere della Sera


ROMA - Vetture fiammanti. Omologate, collaudate, accessoriate. Fiat Punto del 2008: alzacristalli elettrico, chiusura centralizzata e aria condizionata. La Polizia Municipale ne ha un centinaio così. A bordo hanno tutto. Tranne la radio. E non l’apparecchio. Quello c’è: stereo e lettore cd. Solo manca l’impianto di collegamento con la centrale operativa «Lupa». Benvenuti nell’anno del vigile armato e sintonizzato su modulazioni di frequenza. Dimensione Suono, Deejay o Radio Kiss Kiss. Tutto tranne i monitor delle sale capitoline.

La vicenda è nota a sindacati e amministrazione. E per gli uni come per gli altri la spiegazione è sempre quella: «mancano i soldi». Tanto che il delegato alla sicurezza Giorgio Ciardi, raggiunto ieri durante un dibattito in aula consiliare, ammetteva: «Sì conosciamo il problema. Stiamo valutando le offerte dei fornitori ma le cifre, a fronte di apparecchiature quasi obsolete, sono altissime. Posso garantire però che mi batterò in sede di bilancio per aumentare le risorse dei vigili urbani. E parlo sia dei mezzi che dell’adeguamento delle sedi». Può capitare che il cittadino romano, metà uomo metà vettura, prigioniero del noto traffico, nel groviglio di lamiere e imprecazioni, riceva aiuto da una pattuglia sintonizzata su Radio Radio (Isoradio e Ondaverde per gli aggiornamenti sul traffico). E poi sia costretto «a chiamare, dal proprio cellulare, i colleghi della sala operativa. Che, a loro volta richiameranno dal fisso» racconta Gabriele Di Bella, vecchio sindacalista (Ospol, Cisl) e istruttore del II Gruppo della municipale.

Tra sarcasmo e amarezza, Di Bella provoca: «A questo punto chiediamo l’iPod, per completare l’equipaggiamento del vigile in servizio». A tutt’oggi sono sei le vetture senza radio in dotazione al GPIT, cioè il Gruppo di Pronto Intervento sul Traffico. Delle ottantadue moto assegnate sempre al GPIT, solo tredici funzionano. Le altre sono ferme in attesa d’essere riparate. Ma pneumatici logori e freni da registrare devono attendere: mancano i fondi.

La stessa cronica mancanza di denaro intervenuta a rallentare le assunzioni. Anche se la polemica degli ultimi giorni, fra sindacati e Comune, sull’ entrata degli idonei sembra lentamente rientrare. Ieri, il «Comitato 8350» (precari) s’è espresso: «Abbiamo da sempre cercato di instaurare un clima di dialogo con la nostra amministrazione. Pensiamo che, in questo momento, ci sia bisogno di collaborazione da entrambe le parti poichè il buon esito di questa vicenda giova a tutti e due. L'assessore Cavallari conosce quale sia stato fino ad oggi il nostro atteggiamento che riteniamo senz'altro costruttivo, di persone coscienti e che saranno un domani certamente in grado di tutelare l'ordine e la legalità nella città di Roma».

Dal Comune assicurano che una seconda tranche di 200 vigili potrebbe entrare già quest’anno e promettono di prevederla in bilancio. Sui vigili urbani sotto organico torna anche Ospol: «L'organico della Polizia Municipale continua a stazionare su una media di 6500 unità, anche se attualmente ne sono in organico 6800. I pensionamenti faranno ritornare la quota su quella media. Il sindaco e l'assessore Cavallari hanno mantenuto gli impegni presi. La richiesta di fare uno sforzo e procedere all'assunzione dei 391 idonei nel primo semestre 2010 è stata avanzata per le difficoltà che la Polizia Municipale si trova a dover fronteggiare ogni giorno sul territorio». Pronti ma spenti.

Ilaria Sacchettoni
«Corriere della sera», edizione romana



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La morte dell'attore premio Oscar fu una vendetta dei khmer rossi

Corriere della Sera

Si riapre il caso del protagonista di «Urla del silenzio»

Haing Ngor
Haing Ngor
MIAMI — Quella del ginecologo Haing Ngor è la storia di un sopravvissuto diventato premio Oscar. Un'avventura dove la realtà si è mescolata con la finzione. Persa la moglie nei campi di campi di sterminio cambogiani, Haing trova la salvezza nell'80 e un futuro insperato negli Stati Uniti. Sembra un'odissea con un lieto fine. Non è così. Il destino continua a riservare sorprese al dottore. Stabilitosi in California, Haing viene scelto per interpretare — nel 1984 — il ruolo di Dith Pran in «Urla del silenzio». Il film denuncia sui crimini dei khmer rossi che lo porta fino all'Oscar. Dalla morte in faccia all'onore delle stelle. Ma quella è solo la penultima virata in una vita che non gli concede tregua. Il 25 febbraio del 1996, Haing Ngor è ucciso a colpi di pistola davanti alla sua casa nei sobborghi di Los Angeles. Un delitto attribuito a tre membri della «Oriental Lazy boys», una delle gang che infestano la città degli angeli. Una rapina finita male. Ma i suoi amici non hanno mai creduto che i tre ragazzotti, poi condannati a lunghe pene detentive,   avessero freddato Haing per derubarlo.

Per i cambogiani di Los Angeles il ginecologo è stato vittima di un delitto su commissione. A dare l'ordine i khmer rossi. Gli aguzzini volevano vendicarsi della sua apparizione nel film che ha raccontato al mondo gli orrori del regime filo-maoista, al potere nello stato asiatico dal 1975 al ‘79. La teoria del complotto sembrava una pura speculazione di profughi inseguiti dai fantasmi del passato. Invece, un anno fa, durante il processo ad un khmer rosso, spunta una conferma. Kang Kek Ieu, conosciuto come il «compagno Duch» ed ex direttore di un lager, rivela la sua verità ai giudici: «È vero, Haing è stato eliminato per una vendetta. Non gli perdonavano la sua interpretazione nel film». E non solo per quello. Il dottore, dopo il successo ad Hollywood, si era impegnato in prima persona nel raccontare le sofferenze patite dalla Cambogia sotto i khmer. Un'esperienza costata la vita ad un milione e mezzo di persone. Un apparato repressivo dove persino i bambini erano stati convinti a denunciare i loro genitori. Per gli ex esponenti della dittatura le testimonianze di Haing erano intollerabili. «Più volte gli avevo detto di essere più prudente, di mantenere un profilo basso», ha ricordato uno dei cugini del medico. Non era servito a nulla. Haing aveva continuato la sua campagna di denuncia con grande coraggio e andava fiero di quello che era riuscito a fare interpretando il ruolo di Dith Pran, il traduttore del giornalista del New York Times Sidney Schanberg, inviato in Cambogia. I dubbi dei parenti — rilanciati anche in questi mesi — non hanno però fatto breccia nella polizia di Los Angeles. Per i detective la fine di Haing è una classica quanto banale storia di nera. Una delle tante che tingono di sangue la megalopoli della California.

Una guerra dove cadono innocenti, colpevoli, sbirri e banditi. In realtà, all'inizio, anche la sezione Omicidi aveva avuto dei dubbi. Se si trattava di una rapina perché i banditi non avevano portato via i soldi — quasi 4 mila euro — che la vittima teneva nel portafoglio e sotto il sedile della sua Mercedes? Poi, i poliziotti avevano trovato un'altra spiegazione. Haing è stato ammazzato perché aveva cercato di impedire che gli togliessero il Rolex e soprattutto un monile d'oro con la foto della moglie. Oggetti mai ritrovati. Un piccolo bottino ceduto per acquistare delle dosi di cocaina. Insomma il caso, per chi indagava, era chiuso. Ma non lo è mai stato — e mai lo sarà — per la «piccola Cambogia» nata sulle sponde della California. Il modus operandi, sostengono, non è quello di un gang, piuttosto somiglia all'agguato di un killer. Sarebbe necessario risentire i testimoni dell'epoca — insistono —, servono nuove indagini a Los Angeles e in Cambogia. Fondamentale a questo fine un interrogatorio mirato del compagno Duch per verificare se le sue rivelazioni possano essere appoggiate da elementi solidi. Un caso freddo che potrebbe tornare di nuovo «caldo». A patto di trovare risorse e convinzione, due elementi che per ora mancano al Dipartimento di polizia. Sperando che qualcuno si decida a tirare fuori il fascicolo gli amici di Haing trovano un po' di consolazione nella profezia del dottore: «Potrei morire anche oggi. Tanto c'è la testimonianza del film che andrà avanti per centinaia di anni».

Guido Olimpio
22 gennaio 2010



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L'album dei clan con gli idoli del calcio

Corriere del Mezzogiorno

Giocatori del Napoli ritratti inconsapevolmente coi boss latitanti.
Le fotografie trovate nei covi della camorra


NAPOLI - Foto con campioni del calcio nazionale e mondiale. Nomi come Marek Hamsik, Fabio Cannavaro, Roberto Carlos ritratti insieme a boss della camorra. Scatti fissati in ristoranti, luoghi pubblici e dei quali i camorristi si vantavano. Tanto che, quelle foto, le portavano sempre con sè, perfino durante le fughe, perfino nei loro nascondigli.

Della vicenda - di cui ne parlano oggi alcuni organi di stampa - i calciatori erano del tutto inconsapevoli. Ignoravano, sia Hamsik che Cannavaro, che quei napoletani che tanto volevano essere fotografati in loro compagnia, nei fatti, erano dei boss. Ora quelle foto, tre, sono state depositate in un processo a carico dei narcotrafficanti di Secondigliano, i cosiddetti scissionisti del clan Di Lauro.

In una di queste immagini, scattata in un ristorante del Napoletano, c’è Hamsik con il latitante Domenico Pagano, ritenuto protagonista della sanguinaria faida della droga contro i Di Lauro. Le altre due foto sono state scattate a Madrid e ritraggono un napoletano ancora da identificare con Roberto Carlos e Cannavaro, entrambi fino alla scorsa stagione militanti nel Real Madrid.

Fotogallery

Le immagini sono state acquisite agli atti dell'inchiesta a carico dei narcotrafficanti, quell'inchiesta che pochi giorni fa ha portato all'arresto di Paolo Gervasio, il «Pablo Escobar» della camorra. Ma a carico dei calciatori, è bene precisarlo, non c'è alcun provvedimento anche perché i tre fuoriclasse sono del tutto ignari del potenziale spessore criminale dei soggetti con cui sono stati ritratti. Tanto da rendere improbabile l'accostamento con una vicenda che a Napoli fece scalpore negli anni Ottanta: quella riguardante gli scatti in cui un altro idolo del calcio, Diego Armando Maradona, veniva fotografato in casa dei boss Giuliano di Forcella.

R. W.
22 gennaio 2010



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Messa in arabo

Repubblica


Messa in arabo per i fedeli mediorientali. E' successo nella chiesa di Santa Maria in Cosmedin, quella della Bocca delle verità. A celebrarla, nella sua lingua madre, l'archimandrita monsignor Mtanious Hadad, originario della Siria e rettore della Basilica, e procuratore del Patriarcato greco melkita. Una messa rivolta agli arabi cristiani che vivono in Italia, ma anche ai credenti Italiani interessati a partecipare alla celebrazione liturgica delle chiese d'origine. Un'iniziativa che rappresenta per i suoi organizzatori una "sfida, quella di dimostrare che ''arabo'' non e' necessariamente sinonimo di seguace dell'Islam, dando la possibilita' di essere al tempo stesso arabi ed in egual misura cristiani, e costituendo cosi' la fonte del dialogo, della comprensione e della collaborazione fra Cristianesimo e Islam" (foto: Franceschi) GUARDA IL VIDEO




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Trefiletti, consumatori e tv E' l'ultimo sosia di Tonino

di Marco Zucchetti

Rosario Trefiletti, di Federconsumatori, dice la sua in ogni trasmissione tv. 


E fa il tribuno anti-Cav con la scusa del caro-prezzi.  Critica il governo su clandestini, Rai e pure sulla social card. A costo di dire il contrario di quanto sosteneva durante l’era Prodi




Narra la leggenda che la forza di Rosario Trefiletti, la virulenza con cui difende i consumatori dall’iniquità dei governi, affondi le sue radici all’ufficio anagrafe. Pare che in realtà il presidente di Federconsumatori fosse registrato come Seifiletti, ma che un infame emendamento in una Finanziaria (ovviamente di centrodestra) gli abbia dimezzato il potere d’acquisto del cognome, dando il via alla sua ira funesta.

Non si spiegano altrimenti la ferocia e la costanza da asceta con cui si presenta in ogni trasmissione per lanciare strali e maledizioni contro ministri, istituzioni e compagnia legiferante. Eloquio lucido e sferzante, allergia alla cravatta, accento lombardo e gestualità da karateka pronto a spezzare mattoni e reni ai potenti: Trefiletti è quel signore che fa capolino dal vostro televisore snocciolando numeri e anatemi ogni volta che l’Istat fa una rilevazione. 

Lo fa a Cominciamo bene prima che Frizzi annunci una canzone di Shel Shapiro, lo fa mentre voi bevete il caffelatte mattutino sbirciando una puntata di Omnibus sugli eccessi del calciomercato, lo fa pure dopo che Sveva Sagramola ha lanciato un servizio sui leoni marini a Geo&Geo. È più presente lui in tv che le merendine del Mulino Bianco a scuola. E, d’accordo che la visibilità fa parte del ruolo di paladino del popolo acquirente, ma quello della sua immagine è ormai l’unico consumo in costante crescita.

Trefiletti, nomen omen, ha un proprio peculiare rosario televisivo, che sgrana soprattutto durante il Tg3 Linea notte condotto da Maurizio Mannoni. Lì, complice l’antiberlusconismo latente, si lascia andare e viene definito «L’Implacabile», come Schwarzenegger: «Ci indignano le forze politiche troppo impegnate a cercare soluzioni per l’immunità». Lì, Trefiletti si esalta e ogni sera abbatte un totem nuovo, senza peritarsi di ricordare se in passato aveva sostenuto qualcosa di opposto. 

L’aumento dei limiti di velocità in autostrada? «Nettamente contrari, perché aumenta i consumi, aumenta l’effetto serra ed è pericoloso». Peccato che proprio lui avesse chiesto di «eliminare l’obbligo di accendere i fari di giorno». Il pericolo, in quel caso, non era il suo mestiere. La questione è che ogni tribuno deve saper alzare la voce quando serve. E a Trefiletti riesce bene, quasi sempre senza perdere la sobrietà e il sorriso. C’è il numero uno di Mediolanum Ennio Doris in collegamento? E lui lo incalza tonitruante sui rimborsi, sempre insufficienti. Propongono di armare i vigili di Roma? E lui sbotta: «Aberrante. 

Mi meraviglio non ci sia stata un’opposizione più forte». Forse i consumatori rapinati li difenderà lui, a colpi di karate e cifre sulla stagflazione. Insomma, ne ha una per tutti. O meglio, per tutti quanti stanno al governo. Loro nel mirino ci finiscono anche per vicende che con Federconsumatori c’entrano poco. «In Italia c’è una regressione della cultura, i tagli al Fus sono abominevoli, non si può ridurre tutto a economicismo», spiega appena dopo aver finito di citare una decina di percentuali catastrofiche e subito prima di sostenere «il diritto all’accoglienza».

Già, perché a lui non basta il compitino di segnalare gli aumenti di benzina, pane, latte, pasta ed elettricità. No, Trefiletti ha una verità per ogni argomento, di norma annunciata da un «lo chiediamo da anni», «ce ne eravamo accorti da parecchio». Critica il nucleare «furbata incredibile», propone di coniare il reato di clandestinità finanziaria per chi usa lo scudo fiscale, critica perché nessuno ha commissariato i Comuni del Messinese teatro della frana, critica perché i palinsesti Rai mancano «di informazione plurale», critica per le scelte «sgangherate» sui prefetti messi a vigilare le banche, fa ricorso contro la Caf, chiede «una moralità nuova». Fatto del giorno, Raidue; Domenica In...sieme, Raiuno. «Indignatissimo», «indecente», «inaccettabile». Mattina in famiglia, Raidue; Italia allo specchio, Raidue; Radio Anch’io, Radiouno. Un fiume in piena.

Intendiamoci, parte dei suoi interventi e delle sue battaglie è fondata. L’idea di «non assegnare il Nobel per l’economia per tre anni» dopo la crisi, è pure sagace. I consigli sulle vacanze, sui risparmi energetici e sui ricorsi, sono utili. Poi, però, a forza di sentirlo, per inerzia o per osmosi, ti accorgi che qualcosa non torna. Il decreto Ronchi sulla liberalizzazione dei servizi come acqua e rifiuti dovrebbe portare alla concorrenza e quindi al calo dei costi. 

No, per Trefiletti è «improponibile». Detassare gli straordinari? «Una sciocchezza». La Social Card per i consumi dei nuclei familiari disagiati, però, è un segno concreto. No, per Trefiletti «è inadeguata e incide sulla dignità delle persone: non è nulla e comunque quei soldi sono stati ripagati dai consumatori con gli aumenti sui carburanti Eni». Bah. Sorge il dubbio: o è masochista, o il paladino di chi fa la spesa si sta preparando un futuro politico nel Partito Preso.

Indizio numero uno: dopo il caos rifiuti in Campania, con i napoletani esasperati, la sua firma si trova accanto a quella di Dario Fo e Asor Rosa in un manifesto di solidarietà al ministro Pecoraro Scanio. Indizio numero due: sulle intercettazioni, illo tempore dichiarava: «Meglio un mascalzone libero piuttosto che un danno a un cittadino incolpevole, vanno distrutte le registrazioni illegali»; oggi, invece, bolla il ddl che le regolamenta come «inaccettabile, un regalo ai truffatori». Indizio numero tre: spigolando tra le pieghe dei suoi peana televisivi, si trova la seguente dichiarazione: «In Italia bisogna essere sempre forcaioli perché si vuole giustamente che sia fatta giustizia e qualche manetta in più non guasterebbe». Puro dipietrese.

Tre indizi, una prova. Per cui si trova pure riscontro investigativo. Basta dare un occhio alla conferenza di presentazione di Franco Leone, presidente regionale abruzzese di Federconsumatori, candidato nel 2008 per l’Idv. Ovviamente presente Trefiletti, che - forse sperando di seguire le orme del fondatore di Adusbef Elio Lannutti (ora senatore Idv) - ringrazia i dipietristi «per l’opportunità» e nega di voler creare un partito proprio: l’Idc, Italia dei Consumatori, per adesso è rinviata.

Che Trefiletti sia palesemente schierato, lo si evince anche dalla lunga carriera nelle file della Cgil (responsabile quadri e poi segretario generale dei postelegrafonici) e dal fatto che la sua associazione ha annunciato azioni legali a supporto de L’Unità e La Repubblica nella causa per diffamazione intentata da Berlusconi. Nonché dalla nota contro Mara Venier che nel 2005 lodò la «generosità» del premier in diretta. Per tacere del tono diverso di cui faceva sfoggio nelle dichiarazioni durante il governo Prodi, da cui fu nominato delegato agroalimentare presso la presidenza del Consiglio. 

Allora, Trefiletti si esprimeva tra un «siamo soddisfatti» e un «non capiamo l’opposizione», senza dimenticare i ripetuti «bene Bersani». D’altronde è facile: le cifre del consumo sono così tante e così eterogenee che possono servire a sostenere ogni tesi. È il dramma del cane da guardia che abbaia al lupo solo quando il predatore in agguato ha il pelo di un certo colore. Mentre quando ha tonalità più gradevoli, lo scambia per un cerbiatto. A meno che Trefiletti non voglia convincere i consumatori che i morsi dei lupi di centrosinistra sono più gradevoli dei morsi di centrodestra. Potrebbe cercare di parlarne la prossima volta che sarà invitato a Geo&Geo.




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L'antinazismo della nipote di Goering: "Non voglio eredi con il dna dello zio"


La pronipote del braccio destro di Hitler rivela di essersi fatta sterilizzare "per timore di generare mostri"



Di Bettina Goering, pronipote del braccio destro di Hitler, circola una foto che la ritrae su un vasto pianoro inondato di sole. Forse è l’Arizona, o il Texas occidentale, o il Colorado. O forse è il New Mexico. È a quelle latitudini che l’errabonda Bettina, ormai cinquantottenne, è andata a rifugiarsi fuggendo dai fantasmi di un passato che continua ad ossessionarla. Lei ha i capelli sciolti sulle spalle. Gli occhi sono protetti dall’ombra di uno Stetson, il cappello dei cowboy che piaceva ai capi Apache che popolarono quelle contrade. Anche lei ha una faccia dura, da Apache. 

Lo sguardo suggerisce orgoglio, sfida, alterigia. Ma chi la conosce bene (Bettina ha una laurea in medicine orientali ed è una seguace dei «sudditi di Osho», meglio noti come «Arancioni») dice che è solo apparenza. Un paravento dietro il quale si nasconde il dramma, la tragedia di una donna che 28 anni fa - si scopre oggi - decise di farsi sterilizzare per il timore di generare un «mostro». Un mostro che si portasse appresso il Dna dello zio Herman, il maresciallo del Reich che diede il via alla «soluzione finale» degli ebrei in Europa. Un’ossessione condivisa dal fratello, anche lui affidatosi ai medici per essere sicuro di non procreare. 

«La mia famiglia non mi ha lasciato assolutamente nulla in eredità - ha raccontato recentemente Bettina nel corso di un’intervista concessa durante un suo viaggio in Israele -. Solamente un nome troppo pesante da reggere». Così, convertitasi ai «sudditi di Osho», Bettina decise di rinnegare quel seme da cui origina la sua vita. Lei e il fratello. Una sorta di gelida, allucinata autocastrazione. Come se nel suo Dna ci fosse una sorta di malvagio «destino necessario» che punta a compiersi saltando magari qualche generazione. Come se fosse davvero il Dna, e non l’educazione, l’ambiente, l’aria che si respira e i libri che ti danno da leggere da piccolo a determinare il carattere, l’indole di ciascuno. 

O non è lei stessa, Bettina, «la rinnegata», la dimostrazione vivente che le sue allucinazioni sono una fantasia degna di analisi psichiatrica? E non è comunque meglio che sia andata così, piuttosto che generare un figlio sul quale avrebbe finito per trasferire i fantasmi di una personalità fortemente disturbata?


Bettina, e suo fratello, non sono soli. Otto anni fa, su queste stesse pagine, raccontammo la storia di tre bravi cittadini americani: i fratelli Alexander, Louis e Brian, pronipoti di Hitler. Ovvero figli di un fratellastro del Führer che era sbarcato negli Usa nel ’39 (veniva dall’Inghilterra, dov’era nato, figlio di un Alois Hitler) e che nel ’44 aveva combattuto contro i nazisti. Anch’essi avevano stipulato un raggelante patto a tre: l’impegno solenne di non riprodursi, di non mettere al mondo figli. 

Anche in quel caso la motivazione era stata la stessa: evitare che il genio del male tornasse ad affiorare all’interno della loro famiglia. O forse volevano solo evitare ai figli, e ai figli dei figli la vergogna, i timori, il disagio esistenziale che aveva marcato a fuoco la loro vita fin dal momento in cui scoprirono di essere imparentati con il genio del male per eccellenza. 

A differenza di Bettina, che alla fine non ha resistito e ha sentito la necessità di raccontare al mondo il suo dramma, i tre fratelli (un assistente sociale e due giardinieri che vivevano alle porte di New York con un cognome americano) avevano un sogno, prima che uno zelante cronista portasse a galla la loro storia: passare inosservati. Avevano scelto di vivere sottotraccia, in sordina, oppressi da una colpa che nessuno si sarebbe mai sognato di muovere loro. E ci erano riusciti. Perché non è sempre vero che il proprio destino è scritto nel passato.


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I ghiacciai non si sciolgono". Un’altra ecoballa che scoppia

di Franco Battaglia

Gli esperti Onu avevano lanciato l’allarme sull’Himalaya "scongelato" nel 2035. E ora ammettono: "Previsione copiata da un’intervista, senza basi scientifiche"

 

La cronaca e la storia danno ragione alla mente perspicace che suggerì di interpretare come «Organizzazione non utile» l’acronimo Onu. La quale però, troppo spesso, si rivela più dannosa che inutile. Ad esempio, quando, in contrasto con ogni evidenza scientifica, vorrebbe governare la scienza del clima attraverso un comitato specificamente istituito con lo scopo di raccontar balle: l’Ipcc.

Dopo il recente Climategate, prendersela con l’Ipcc, oggi, è un po’ come sparare sulla Crocerossa. Per chi ne fosse all’oscuro, il Climategate è lo scandalo - esploso lo scorso dicembre ma perfettamente noto nella cerchia ristretta della comunità scientifica - che ha fatto emergere come quelli dell’Ipcc truccassero i dati in modo da far credere a un’emergenza senza la quale chiuderebbe i battenti. Un imbroglio talmente ben congegnato da ingannare perfino quelli del comitato per il premio Nobel.

Ma, come sempre, alla fine emerge la verità. L’ultima in ordine di tempo è che non sarebbe più vero che i ghiacci si stanno sciogliendo in modo anomalo. Ad essere precisi, non è stato mai vero: noi lo scriviamo da 10 anni su queste pagine perché questo è quanto risulta dai dati della scienza accreditata, quella che l’Ipcc ha cercato per anni di nascondere.

L’Ipcc, dicevo, non è nuovo ad imbrogli del genere. Già nel comunicato-stampa sul suo Primo Rapporto (1990) vi si poteva leggere, in una pagina, che «gli aumenti antropogenici di CO2 in atmosfera sono responsabili per oltre la metà dell’effetto serra in atto», e in un’altra che «il riscaldamento globale del XX secolo potrebbe essere dovuto, in gran parte, alla variabilità naturale». L’apparente contraddizione nasceva dalla circostanza che la seconda frase era coerente col rapporto degli scienziati, ove, invece, della prima frase non v’era traccia. Il fatto è che solo questa fu recepita e ripetuta all’infinito, da tutti, negli anni successivi.

Nel comunicato-stampa al suo Secondo Rapporto (1996) la frase-chiave fu: «l’evidenza complessiva suggerisce una ben discernibile influenza umana sul clima». Anche stavolta di questa frase non v’era ombra nel rapporto scientifico, che anzi diceva esattamente l’opposto, tanto da indurre molti scienziati a protestare. Uno fra tutti, Frederick Seitz che, membro dell’Ipcc e già presidente sia della Società americana di fisica sia della Accademia nazionale delle scienze americana, scrisse un articolo pubblicato sul Wall Street Journal per denunciare l’alterazione delle informazioni veicolate.

Si scoprì poi che l’alterazione era stata apportata dall’estensore del comunicato-stampa, il prof. Ben Santer, sulla sola base di 2 articoli dello stesso Santer e, allora, ancora non pubblicati. Quando poi Santer li pubblicò, Michaels e Knappenburger, con un articolo su Nature, dimostrarono che i lavori di Santer erano sbagliati. Ma ormai la frittata era fatta e «l’evidenza complessiva suggerisce una ben discernibile influenza umana sul clima» fu la frase ripetuta da tutti come un mantra.

Le tesi che l’Ipcc diffondeva soffrivano di una grave lacuna: il pianeta era stato caldo come e più di ora durante un paio di secoli intorno all’anno 1000 d.C., aveva anche dovuto sopportare un paio di secoli di piccola era glaciale tra Seicento e Settecento e, infine, si era rinfrescato per i 35 anni dal 1940 al 1975 in pieno boom di emissioni. In aiuto all’Ipcc venne Michael Mann, uno studentello inesperto che era riuscito a pubblicare un articolo ove, con un semplice tratto di penna, aveva fatto giustizia del periodo caldo medievale, della piccola era glaciale e del raffreddamento degli anni 1940-75: secondo Mann, le temperature del pianeta erano rimaste costanti negli ultimi 1000 anni per poi crescere esponenzialmente dopo il 1850.

La curva di Mann, nota come curva «a mazza da hockey», fu fatta propria dall’Ipcc, che nel suo Terzo Rapporto (2001) l’accompagnò con la frase-mantra: «nuove solide evidenze dimostrano che il secolo XX è stato il più caldo degli ultimi 1000 anni». Nel 2003 si dimostrò in modo inequivocabile che Mann aveva usato dati sbagliati, in un programma di calcolo sbagliato, di un’analisi statistica sbagliata. Ma fu troppo tardi perché il Rapporto 2001 dell’Ipcc indusse l’approvazione di quel disastro economico-ambientale che si chiama protocollo di Kyoto

Un’altra figuraccia l’Ipcc l’ha fatta col suo ultimo rapporto (2007) ove dichiara: «Il riscaldamento globale dal 1975 in poi è molto probabilmente di causa principalmente antropica». Insomma, nel suo ultimo rapporto, l’Ipcc circoscrive la responsabilità umana ai soli anni successivi al 1975, con ciò ammettendo di aver sbagliato per i 20 anni precedenti quando attribuiva all’industrializzazione il riscaldamento successivo al 1850. Giova sapere che è da 10 anni che il pianeta ha smesso di scaldarsi: quelli dell’Ipcc hanno cercato di nasconderlo (Climategate) ma, come detto, non si possono ingannare tutti per sempre.



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La nuova sfida dei pirati svedesi: navigare senza essere tracciati

Corriere della Sera


Esce dalla fase di test Ipredator, il servizio lanciato dai creatori di The Pirate Bay per garantire l'anonimato 

 


MILANO Dopo 5 mesi di prova apre al pubblico Ipredator , l'ultima trovata dei creatori di The Pirate Bay, il popolare sito svedese condannato in primo grado dalla giustizia del suo Paese con l'accusa di favorire la condivisione di file illegali. Ma a differenza della “baia dei pirati”, il nuovo servizio non offre link a video, canzoni o file di altro tipo; si limita invece a garantire qualcosa che potrebbe rendere lo scambio di questi materiali su Internet molto più facile: l'anonimato dell'utente. Ai navigatori basterà pagare 5 euro al mese per esplorare la rete al riparo da occhi indiscreti.

RISPOSTA ALLA DIRETTIVA Lo scopo dichiarato di Ipredator è quello di contrastare le recenti leggi svedesi che rendono più difficile per gli utenti scaricare file online. Lanciato in una versione di prova nel luglio scorso, il servizio è infatti un'esplicita risposta all'entrata in vigore in Svezia della direttiva europea sulla proprietà intellettuale del 2004, IPRED (Intellectual Property Rights Enforcement Directive). Promulgata in primavera, la legge svedese che recepisce la direttiva permette ai detentori dei diritti d'autore di rivolgersi ai fornitori di accesso alla rete per ottenere dettagli sugli utenti sospettati di attività che violano la normativa sul copyright.

LO SCUDO E LA SPADA L'impiego di questo servizio, complice la popolarità dei “pirati” scandinavi, potrebbe estendersi in tutti quegli stati che progettano di introdurre misure più dure per punire il download illegale di materiale digitale. Sono parecchi infatti i Paesi che, dietro pressione delle etichette musicali e cinematografiche, hanno varato o stanno studiando leggi che inaspriscono le pene e aumentano i controlli sull'attività online dei propri cittadini. Il caso più noto è quello della Francia che ha da poco varato la legge «Création et Internet», meglio conosciuta come Legge Hadopi. Il provvedimento prevede che gli utenti che per tre volte siano stati scoperti a scaricare materiali coperti da copyright debbano comparire davanti a un giudice che potrà decidere se applicare una multa o imporre la disconnessione dell'utente titolare dell'abbonamento a Internet.

SOLUZIONI RISERVATE Di fronte a queste norme giudicate intrusive, gli utenti, almeno quelli più evoluti dal punto di vista tecnologico, non stanno a guardare e l'anonimato è una delle strade più battute. In Svezia, che con il 32,5 % vanta una penetrazione della banda larga tra le più alte d'Europa, il ricorso ai servizi di anonimizzazione, è in aumento. Secondo una recente ricerca sarebbero 130 mila i ragazzi tra i 15 e i 25 anni che ricorrono a simili soluzioni (il 10 % del totale dei giovani).

Il rischio, sottolineato da attenti osservatori della rete come Stefano Quintarelli, è dunque che norme come quelle svedesi o francesi possano favorire comportamenti ancora più illeciti di quelli che vogliono combattere. «Con leggi come queste – spiega al Corriere della sera.it - c'è la possibilità che l'occultamento dell'identità in rete diventi una pratica molto diffusa con tutti i problemi che questo comporta. Perché dietro il riparo di sistemi di anonimizzazione si possono svolgere attività socialmente molto più pericolose che scaricare musica o film, come per altro già denunciato dalle forze di sicurezza inglesi».

RETI PRIVATESotto l'aspetto tecnico, almeno per ora, Ipredator non aggiunge niente di nuovo a quello che già esiste. Di fatto è ciò che in gergo si definisce una Virtual private network che garantisce la riservatezza di chi naviga intervenendo sull'indirizzo IP dell'utente, il numero che il fornitore associa ad una connessione, e dunque permette di tracciare le attività effettuate da un determinato dispositivo. Ipredator sostituisce questo indirizzo IP, slegando così l'azione del navigatore dal service provider di riferimento. Inoltre i creatori del servizio garantiscono che il sistema non archivia alcun dato relativo al traffico dell'utente.

Raffaele Mastrolonardo
21 gennaio 2010(ultima modifica: 22 gennaio 2010)



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