mercoledì 20 gennaio 2010

Kindle, attenti a quel sito

Corriere della Sera

la amazon: noi gli unici autorizzati a vendere e distribuire il lettore digitale
Un lettore ci avvisa: all'indirizzo www.kindle-italia.com ha acquistato un e-book che non è mai arrivato

Kindle
Kindle
MILANO - Per adesso possiamo solo dire attenti a quel sito: a prima vista si presenta come lo store «ufficiale» della vendita del Kindle International e del Dx in Italia — sarebbe sufficiente il dominio per trarre in inganno chiunque, www.kindle-italia.com. Peccato che alla Amazon, la società produttrice e distributrice in esclusiva dell’e-book che abbiamo subito contattato, non ne sappiano nulla. Abbiamo scoperto il sito grazie alla lettera di un lettore del Corriere al nostro direttore in cui si denunciava l’acquisto di un Kindle International addirittura il 19 ottobre 2009.

NESSUNA CONSEGNA - Peccato che da allora per A.T., queste le sue iniziali, sia cominciato un inferno fatto di attese, risposte fumose, tentativi di contatto senza nessun frutto con un’unica certezza: il pagamento è avvenuto, ma il Kindle non è mai arrivato. L’Amazon ha risposto che l’unico sito da cui effettuare l’acquisto deve essere www.amazon.com e che l’operatività del sito sotto la lente è stata segnalata agli uffici interni di controllo. Nessun accordo di vendita è stato fatto con catene di distribuzione online né con megastore. Siamo allora andati a controllare: il sito risulta in effetti controllato da una società con sede legale in Gran Bretagna: la e-buy4you.com. In alcune sottopagine la società specifica di non avere rapporti con l’Amazon e di voler fare solo da «tramite» per l’acquisto del Kindle. Peccato che andando a cliccare sul sito www.e-buy4you.com non si cavi un ragno dal buco: una scritta fissa senza link si staglia su una pagina completamente bianca.

TELEFONATE SENZA RISPOSTA - Su segnalazione del lettore che ha tentato invano di contattare a lungo l’azienda abbiamo provato anche noi di telefonare ai due numeri che appaiono ricevendo in risposta solo la registrazione della Telecom: «L’utente non è al momento disponibile: vi invitiamo a riprovare più tardi». Anche il servizio cortesia clienti online non dà segni di vita. Abbiamo dunque fatto delle banali ricerche sul web: oltre a decide di pagine di documenti e contratti vari di vendita firmate dall’amministratore delegato ella società, «mister Jared Davil», su Twitter chatta anche una certa Sofia Bonardi di San Marino che si presenta come «incaricata del servizio feedback» del gruppo e che è subissata di richieste da parte di sfortunati «colleghi» del nostro lettore. Negli ultimi messaggi Sofia Bonardi comunica che l’«80% degli ordinativi sono stati evasi». In un altro post di Bonardi si scopre che lei può «solo confermare che oggi sono stati rimborsati gli ordini 309, 308, 243, 283, 319, 430, 431, 406, 408, 145, 401, 327, 189, 372 (Kindle)». Peccato che a giudicare dal web gli ordini non eseguiti — e dunque da rimborsare — siano centinaia. Forse di più. A questo punto non ci rimane che chiedere a qualche responsabile della società di contattarci per spiegare cosa stia succedendo.

Massimo Sideri
20 gennaio 2010



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Cade in bici, si fa male alla testa e viene multato: guida pericolosa

Corriere della Sera


Un 47enne stava portando le pizze e quindi teneva il manubrio con una mano sola


TRENTO - Una serie di sventure concentrate in pochi minuti: cade dalla bicicletta, si fa male alla testa e viene multato per aver tenuto il manubrio con una mano sola. Poi butta la contravvenzione per la rabbia e questa, come di norma, raddoppia. È tutto successo a Trento a un uomo di 47 anni.

PORTAVA LE PIZZE - La vicenda - raccontata dallo stesso protagonista ai quotidiani locali - ha inizio nel maggio scorso quando l' uomo, dopo aver comprato delle pizze d'asporto, tornando a casa in bicicletta, forse a causa di una buca, perse il controllo del mezzo cadendo e battendo la testa sull'asfalto. Sottoposto agli accertamenti al pronto soccorso, fu dimesso. Dopo un paio di settimana a casa dell'uomo si presentò un funzionario della Polizia municipale per raccogliere la sua testimonianza sull'incidente.

GUIDA PERICOLOSA - Dopo due mesi la sorpresa finale sotto forma di una raccomandata contenente una multa di 38 euro per guida pericolosa. Ma la disavventura del ciclista non è finita: stracciata la multa dalla rabbia senza fare ricorso, ora si vedrà recapitare una cartella esattoriale con una somma doppia rispetto alla multa, fanno sapere dalla Polizia municipale. (Fonte Ansa)

20 gennaio 2010




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Cassazione, no espulsione per clandestini con minori

di Redazione

La Cassazione ha accolto il ricorso di un immigrato irregolare africano, padre di due bimbi, a cui era stata revocata l’autorizzazione a restare altri 2 anni in Italia accanto ai figli. Fini: "Sì ad asilo, ma verifiche rigorose"




Roma - La Cassazione dice no ai giudici che negano agli immigrati irregolari presenti in Italia, e genitori di figli minori, l’autorizzazione a prolungare la loro permanenza nel nostro paese per stare a fianco ai bambini. In particolare la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un immigrato irregolare africano, padre di due bambini, al quale la Procura del tribunale per i minorenni di Milano aveva revocato l’autorizzazione temporanea a prolungare di due anni la sua permanenza in Italia per restare accanto ai figli.

Sicuro danno allo sviluppo Per la Cassazione non c’è dubbio che "per un minore, specie se in tenerissima età, subire l’allontanamento di un genitore, con conseguente impossibilità di avere rapporti con lui e di poterlo anche soltanto vedere, costituisca un sicuro danno che può porre in serio pericolo uno sviluppo psicofisico armonico e compiuto".



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Sbarca a Roma il rivale delle Coop entro un anno i cantieri Esselunga

Corriere della Sera



Alla Sapienza l'imprenditore autore di «Falce e carrello» annuncia: 2-3 supermercati nella Capitale e dintorni



ROMA - Esselunga sbarca «a Roma e dintorni». Dopo anni di tentivi falliti, polemiche e accuse, il più grande imprenditore «solitario» della grande distribuzione si prepara a conquistare la Capitale. L'uomo che ha fondato l'impero dei supermercati Esselunga - famosissimi nel Nord Italia ma assenti al Centro-Sud (fatta eccezione per Arezzo, Firenze, Pisa) - ed ha scritto un libello «Carrello rosso» che racconta la sua guerra con il sistema delle Coop, promette di conquistare anche il mercato della Capitale.


Bernardo Caprotti (Ap)

LAUREA HONORIS CAUSA - E' stato lo stesso Bernardo Caprotti, numero uno del gruppo tra i leader italiani nella grande distribuzione organizzata, a dare l'annuncio in margine alla cerimonia per la consegna della laurea honoris causa in Architettura consegnatagli dall'Università la Sapienza. Il suo gruppo consolida un fatturato cresciuto, nel 2009, a 6 miliardi di euro (dai 5,8 miliardi del 2008). Commentando la difficile congiuntura economica Caprotti ha detto: «Noi ce la siamo cavata». E sottolineando come il Paese sia ancora dentro la crisi, ha ammonito: «Ma per fare il fatturato ci vogliono grandi volumi» considerato anche che il gruppo ha registrato «una deflazione dei prezzi del 7,5%».

Il «supermaket dei milanesi» per antonomasia conquista dunque Roma. Caprotti alza così il sipario sui progetti per la Capitale: «Roma è una città speciale: o è verde o è un monumento. E se ti capita un terreno iniziando a scavare magari trovi una villa romana, come ci è accaduto nell'unico tentativo che abbiamo fatto. È una città speciale ma anche - ha sottolineato il patron di Esselunga - visto che non ci sono aree industriali dismesse come a Torino, Milano o Brescia. I cantieri apriranno tra un anno per la realizzazione di due o tre super-store Esselunga a Roma e nelle vicinanze.




IL PRECEDENTE DI IKEA - La vicenda di Esselunga ricorda quella del colosso svedese Ikea che, acquistati i terreni intorno alla metà degli anni Novanta, riuscì ad inaugurare il suo primo punto vendita nella Capitale soltanto nel 2000, sindaco Rutelli. Era il 21 giugno quando, con una tradizionale cerimonia svedese venne aperta la sede romana - a lungo osteggiata dai commercianti locali - di via Anagnina 81, all'epoca definita «un mobilificio», su un' area di 21 mila metri quadrati.

Redazione online
20 gennaio 2010






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Corona prosciolto dal gup di Potenza Lui: «Fatta giustizia, ora vedrete»

Corriere della Sera


«Perché il fatto non sussiste».

Le indagini nel 2007 con gli arresti richiesti ed ottenuti dal pm Woodcock


POTENZA - Il gup di Potenza, Luigi Barrella, ha disposto il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste per il fotografo dei vip, Fabrizio Corona, il principale imputato della cosiddetta inchiesta «Vallettopoli», partita da Potenza nel 2007 con gli arresti richiesti ed ottenuti dal pm Henry John Woodcock (ora in servizio a Napoli) dello stesso Corona e di altri indagati.

LA SENTENZA - A Corona la Procura potentina contestava il reato di associazione per delinquere finalizzata all'estorsione e allo sfruttamento della prostituzione. A Potenza, in quanto luogo di prima iscrizione del reato, era infatti rimasta la parte di inchiesta relativa all'associazione per delinquere e altri reati «satelliti»: alcuni capi di imputazione del corso delle indagini erano stati trasferite in altre sedi. A Milano, lo scorso 10 dicembre, Corona è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione per quattro capi d'imputazione, relativi alle estorsioni e ai tentativi di estorsione nei confronti del calciatore Francesco Coco e Adriano e del motociclista Marco Melandri. Per altre sette persone il gup ha disposto il non luogo a procedere, mentre per altre sei (tra le quali il manager di alcune pornostar, Riccardo Schicchi) ha disposto il trasferimento del fascicolo ad altre sedi per incompetenza territoriale.

NUOVA INCHIESTA - La notizia del suo proscioglimento ha galvanizzato Corona: «Finalmente comincia a farsi giustizia, ora ne vedrete delle belle...» ha detto un Corona esultante al telefono. Ed ha aggiunto: «Ora ne vedrete delle belle... Preparatevi: entro dieci giorni mi toglierò dalle scarpe tanti di quei sassolini che dovrete tremare». Cosa si sente di dire in questo momento al pm Woodcoock? «Lasciamo perdere...' , ha risposto Corona. Ai sui legali Giuseppe Lucibello e Silverio Sica, che lo hanno informato dell'esito dell'udienza preliminare, Corona ha detto: «Finalmente gli atti di persecuzione nei miei confronti iniziano ad avere anche una fine».

Lucibello inoltre ha detto all'Ansa di «esprimere piena soddisfazione per l'udienza preliminare di Potenza in cui è stata riconosciuta la totale estraneità di Corona rispetto alle accuse che gli venivano mosse». Intanto a Milano il pm di Milano Frank Di Maio sta sentendo in queste ore in procura alcuni fotografi nell'ambito di un nuovo fascicolo d'indagine sul ritiro delle fotografie dal mercato delle riviste di gossip in cambio di denaro.

I fotografi sono Max Scarfone, già coinvolto nella vicenda Marrazzo, e Carmen Masi dell'agenzia fotografica «Foto Masi», e Maurizio Sorge, dell'agenzia fotografica «Spy One». Sorge, indagato per estorsione, uscendo dall'ufficio del pm, ha dichiarato: «Sarà peggio della prima Vallettopoli». Martedì Di Maio aveva ascoltato per quattro ore Fabrizio Corona, presentatosi spontaneamente davanti al pm.

REdazione online
20 gennaio 2010




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Clima, Onu ammette: «Himalaya, i ghiacci non si scioglieranno nel 2035»

Corriere della Sera


Pochi dati scientifici: «Rivedremo le stime». La tendenza al riscaldamento è minore di quanto previsto dai modelli


MILANO - Scusate, ci siamo sbagliati: faremo meglio i conti. L'Ipcc (Gruppo intergovernativo dell'Onu sul cambiamento climatico), premio Nobel per la pace nel 2007, ha presentato le proprie scuse all'India, il cui governo aveva vivamente protestato per una previsione catastrofica. Nel 2007 l'Ipcc aveva infatti previsto che, se la tendenza al riscaldamento climatico resta quella attuale, i ghiacciai dell'Himalaya si scioglieranno entro il 2035, e forse anche prima. Sconvolgendo le vite di circa 2 miliardi di persone che vivono con l'acqua che scende dalla catena montuosa più alta del mondo.

GHIACCI - Jairam Ramesh, ministro indiano dell'Ambiente, aveva detto al quotidiano The Times of India che lo studio dell'Ipcc «mancava di dati scientifici» e ora lo ammette lo stesso organismo delle Nazioni Unite. Chris Field, direttore del gruppo di studio responsabile del rapporto criticato, ha riconosciuto l'errore e ha detto che a breve l'Ipcc renderà pubblico un nuovo studio con date diverse. Che i ghiacciai himalayani stiano perdendo massa - come quelli di quasi tutto il mondo - è un dato di fatto ma, dato il loro spessore, è impossibile che alle temperature attuali possano sciogliersi del tutto entro il 2035.

Yao Tandong, un glaciologo specializzato nell'altopiano del Tibet, in una recente conferenza internazionale ha indicato che al passo attuale i ghiacciai himalayani si scioglieranno per il 30% entro il 2030, per il 40% entro il 2050 e per il 70% entro la fine del secolo. Questo è il secondo controverso episodio che vede coinvolto l'Ipcc negli ultimi mesi dopo la diffusione di email, forse per l'intrusione di hacker russi, di ricercatori dell'università inglese di East Anglia in cui si ammetteva che alcuni dati erano stati «potenziati» per evidenziare meglio il riscaldamento globale.

MENO CALDO DEL PREVISTO - Ma non è l'unico dubbio sulle stime e sull'andamento futuro del riscaldamento globale - che nessun scienziato autorevole in materia mette più in discussione. In uno studio che sarà prossimamente pubblicato dal Journal of Climate, rivista dell'American Meteorological Society, si evidenzia che, in base ai modelli attuali, dall'inizio dell'era industriale a oggi l'immissione nell'atmosfera di anidride carbonica avrebbe dovuto provocare un aumento della temperatura ben più alto di quello effettivamente registrato. Rispetto alla quantità di CO2 emessa, la temperatura sarebbe dovuta aumentare di 3,8 gradi Fahrenheit (2,11 gradi Celsius), invece è aumentata di 1,4 gradi Fahrenheit (0,78 °C). Secondo gli autori dello studio, guidati da Stephen Schwartz del Brookhaven
National Laboratory, ciò è dipeso dall'interazione di due fattori:

1 - la Terra è meno sensibile all'aumento dei gas serra di quanto ipotizzato
2 - la riflessione dei raggi solari dovuta al pulviscolo atmosferico sta facendo diminuire il riscaldamento.

Una terza possibilità è l'inerzia maggiore del previsto del riscaldamento dovuto ai gas serra, anche se gli ultimi studi hanno fatto calare il ruolo di questo ultimo fattore.

La domanda che emerge da questo studio è la seguente: quanta anidride carbonica e altri gas serra possono essere ancora immessi nell'atmosfera prima che gli effetti diventino catastrofici? Se la stima del fattore 1 si trova al punto più basso delle previsioni dell'Ipcc, per non superare i 2 gradi centigradi considerati come limite massimo accettabile del riscaldamento planetario restano altri 35 anni di emissioni attuali di combustibili fossili nell'atmosfera.

Ma se il fattore 1 si trova al punto massimo della curva, la concentrazione attuale di gas serra è GIÀ a livelli tali che si supereranno i 2 gradi di riscaldamento. Gli autori indicano che l'influenza del fattore 2 oggi è molto difficile da stimare con buona attendibilità. Schawartz ammette che formulare politiche energetico-ambientali con il livello attuale (incerto) di conoscenze è come navigare in acque pericolose senza bussola. «Sappiamo che dobbiare cambiare rotta alla nave e sappiamo dove andare, ma non sappiamo di quanti gradi dev'essere la virata e soprattutto quando dobbiamo girare il timone».

Paolo Virtuani
20 gennaio 2010




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Parte il processo detto 'Cogne-bis' Taormina e la Pivetti per la difesa

Quotidianonet

Il procedimento si riferisce a un presunto tentativo di inquinare la scena dell’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi nella villetta di Cogne.
Imputati la mamma del bimbo, Anna maria Franzoni, lo svizzero Eric Durst

TORINO, 20 gennaio 2010 - Il delitto di Cogne torna in un'aula di tribunale. Oggi si apre il processo detto 'Cogne bis', che si riferisce a un presunto tentativo di inquinare la scena dell’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi nella villetta di Cogne. Gli imputati: Anna Maria Franzoni, la madre del bambino ucciso, e uno svizzero che prese parte a un sopralluogo nella villetta di Cogne (Aosta) alla fine del luglio del 2004.


La difesa ha chiesto l’audizione di una sessantina di testimoni, tra i quali l’avvocato Carlo Taormina (che nel 2004 assisteva la Franzoni), Irene Pivetti, in qualità di conduttrice di un programma tv che parlo’ del caso Cogne, e il magistrato che si occupo’ dell’inchiesta in primo grado, Stefania Cugge. La procura intende chiedere la convocazione di 27 testimoni, tra cui lo stesso Taormina.


Non sarà presente in aula Anna Maria Franzoni, che sta scontando nel carcere di Bologna la condanna definitiva per l’omicidio del figlio. Risponde di calunnia a carico di un uomo residente in Valle d’Aosta, Ulisse Guichardaz. L’altro indagato e’ lo svizzero Eric Durst.

Il pm Giuseppe Ferrando in apertura di udienza ha dichiarato: "Questo processo non deve essere l’occasione per ripercorrere le indagini sull’omicidio di Samuele Lorenzi, perche’ c’e’ una sentenza irrevocabile di condanna, e nemmeno per una revisione mascherata del processo che l’ha prodotta".







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Vietnam, condannati quattro dissidenti: "Volevano rovesciare il regime comunista"

di Redazione

L'avvocato cattolico Le Cong Dinh (nella foto) che si batte per i diritti umani e altri tre noti attivisti democratici, tra cui un blogger, sono stati condannati a pene tra i 5 e i 16 anni di carcere per "attività finalizzate a sovvertire il governo popolare"

 




Ho Chi Minh City - Un avvocato cattolico che si batte per i diritti umani e altri tre noti attivisti democratici sono stati condannati in Vietnam a pene tra i 5 e i 16 anni di carcere per aver tentato di rovesciare il regime comunista. Al termine di un processo durato un solo giorno, il tribunale vietnamita ha riconosciuto i quattro imputati colpevoli di "attività finalizzate a sovvertire il governo popolare". 

La pena più dura, 16 anni, è stata inflitta al 43enne imprenditore informatico Tran Huynh Duy Thuc. Sette anni al blogger ventiseienne Tran Huynh Duy Thuc, cinque al quarantunenne avvocato cattolico Le Cong Dinh (nella foto) e all’esperto informatico 42enne Le Thang Long. Tranne Long, i quattro rischiavano tutti una condanna a morte. Per loro al carcere seguiranno tre anni di arresti domiciliari, che nel caso di Thuc saranno cinque. 

Il processo, che riguardava i dissidenti più famosi tra le decine arrestati in Vietnam lo scorso anno, è stato criticato dalle organizzazioni internazionali per i diritti umani e da molti governi come il segno della crescente repressione dei movimenti democratici e di quanti si battono per la libertà di espressione. 

Il console Usa, Kenneth Fairfax, ha espresso "profonda preoccupazione per l’arresto e la condanna di persone per la pacifica espressione delle loro idee, politiche e di altro genere". I quattro attivisti erano stati arrestati nel giugno scorso con un capo di imputazione più lieve: diffusione di propaganda antigovernativa ma all’inizio di dicembre il pubblico ministero ha aggravato la posizione degli arrestati con nuove accuse. L’avvocato cattolico Paul Le Cong Dinh ha più volte difeso attivisti per i diritti umani ed è autore di pubblicazioni che evidenziano i difetti del sistema economico, sociale e politico del suo Paese. 

Nel fascicolo depositato dal pm si faceva anche riferimento a "legami con gruppi reazionari ed elementi ostili in esilio" per formare "organizzazioni politiche reazionarie". L’obiettivo sarebbe quello di "minare" la leadership politica attraverso una lotta "non-violenta", nel tentativo di realizzare la loro "evoluzione in modo pacifico".

Durante il processo Dinh ha ammesso di esser stato influenzato dagli ideali occidentali dei diritti umani, ma ha negato di aver voluto rovesciare il governo. Thuc ha negato di aver violato la legge e ha denunciato in aula di esser stato maltrattato in carcere.





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Perugia, blitz anti-assenteisti: sei arresti

di Redazione

Ai domiciliari dipendenti della Provincia dopo sei mesi di indagini.

Le assenze accertate andavano dal quarto d’ora fino alle 6 ore e sono tutte riscontrate da foto, filmati e apparati Gps: chi faceva la spesa, chi andava dall'estetista


Perugia - Dall’estetista o a fare la spesa, ma anche a casa dei genitori, invece di essere sul posto di lavoro come attestato dai tabulati elettronici. Un assenteismo definito «ripetuto» e «abitudinario» dai carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro e della stazione di Perugia, che al termine di sei mesi d’indagine hanno notificato questa mattina sei ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari ad altrettanti dipendenti della Provincia di Perugia.
Il provvedimento cautelare è stato richiesto dal sostituto procuratore Giuseppe Petrazzini e disposto dal gip Claudia Matteini per il reato di truffa aggravata e continuata. Gli indagati, di cui sono state fornite le iniziali, sono quattro donne: M.J. di 45 anni, P.L. di 54, C.M. di 51, B.C. di 42 e due uomini: M.E. di 54 anni e V.F. di 50. Sono tutti dislocati nella sede di via Palermo, a Perugia, e hanno incarichi che vanno dal portiere al quadro direttivo.
Le indagini hanno preso spunto dall’arresto, nel maggio dello scorso anno, da parte della polizia provinciale di un’impiegata 44enne scoperta mentre andava in piscina durante l’orario di lavoro. Nell’ordinanza il gip fa esplicito riferimento a quell’episodio come aggravante per il successivo comportamento degli arrestati di oggi, evidentemente non spaventati da eventuali controlli.
I carabinieri, insospettiti dai loro movimenti, hanno iniziato un’attività di pedinamento e rilevazione degli spostamenti anche grazie ad apparati gps, fino a scoprire un modus operandi ben collaudato. In pratica, i dipendenti registravano l’ingresso al lavoro tramite il badge personale per poi assentarsi e recarsi presso bar e locali di gioco della zona oppure a fare la spesa in un supermercato vicino, o a casa propria o dai genitori. Ma c’era anche un’impiegata che in una settimana è andata 4 volte dall’estetista, sempre mentre risultava fosse al lavoro. Una delle dipendenti è stata sorpresa dai militari in un simulato controllo casuale di viabilità mentre guidava pur avendo la patente sospesa per essere stata fermata in stato di ebbrezza. La donna ha detto di aver dimenticato a casa il documento fornendo le generalità della sorella. Per lei è scattata quindi anche la denuncia per false generalità.
Le assenze accertate, da quanto riportato dagli inquirenti, andavano dal quarto d’ora fino alle 6 ore e sono tutte puntualmente riscontrate avvalendosi di foto e filmati. In alcuni casi è stato accertato che il sistema di rilevamento degli orari di lavoro era stato attivato da colleghi compiacenti su cui sono in corso accertamenti per verificare ulteriori responsabilità, anche se al momento non risultano altri indagati oltre agli arrestati. 





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Se Borromeo dà lezioni di giornalismo

Il Riformista

di Luca Mastrantonio



 

Sembra una fiction di Carabinieri, interpretata da attrici tipo Manuela Arcuri (indimenticabile, no?), invece è un'operazione da Stasi. La ex musa bionda di Michele Santoro, ora giornalista a “Il Fatto quotidiano”, Beatrice Borromeo, si è sentita ferita da un boxino su ItaliaOggi che riferiva di una sua corsa per scendere dal treno, attraversando le carrozze nel senso opposto di marcia. Una notizia falsa e infamante, secondo la Borromeo, anche perché le viene attribuito il possesso di un i-phone, quando lei non c’è l’ha l’i-phone, come ha chiarito sul blog antefatto.ilcannocchiale.it, per la serie «Deontologia professionale».

In effetti, è una lezione deontologica per tutti. Gli spioni d’Italia, però, non i giornalisti. Perché Beatrice Borromeo ha telefonato e registrato, di nascosto, la conversazione con l’autore dell’articolo di ItaliaOggi, Pierre De Nolac. Conversazione che lei ha pubblicato sul blog. Una vera porcata, visto che tra i due il personaggio pubblico è, semmai, la Borromeo. Lei scrive di sapere che Pierre De Nolac è uno pseudonimo e quindi sa, perché è intelligente, che dalla voce, ora, possono riconoscerlo.

Alla porcata deontologica, si aggiunge il pastrocchio giornalistico. Per dimostrare la sua tesi – non è possibile percorrere un treno al contrario, con buona pace di Azzurro di Paolo Conte! – la Borromeo modella, manipola e piega la realtà dei fatti. 

Basta ascoltare il file audio, per capire i metodi della scolara di Travaglio: le domande devono essere trappole, che consistono nel formulare in maniera interrogativa una affermazione e considerarla autenticata dall’interlocutore se questi ride, bofonchia oppure cambia la risposta perché gli viene continuamente formulata; le domande, d'altronde, vanno ripetute a oltranza se il senso della risposta non è quello desiderato; soprattutto, non bisogna interloquire, con l’interlocutore, ma sottoporlo ad un interrogatorio – di cui lui è ignaro – nella speranza che ceda, per stanchezza.

Nel blog, Beatrice Borromeo sostiene che Pierre De Nolac «ha scritto una balla contro di me, e per rimediare si dice disposto a scrivere un'altra balla, magari contro qualcun altro, per far piacere a me. Questa sì che è deontologia professionale». Ma De Nolac, nella registrazione, parla, alla fine della conversazione, di «notizia», e precedentemente di «nota interessante», raccontata da «amici molto fidati» (non è che tutti hanno materiale dalla questura). 

Ammette che sì, «sono note tra la satira e la descrizione di quello che succede, mischio sempre tutto un po’ tutto… sono un po’ travagliesco», ma non ritratta mai la notizia (ma si può considerare notizia il senso in cui la Borromeo percorre un treno?). La Borromeo, stizzita, ribatte che «no, Travaglio dice la verità, scherzi!». 

Non si sognerebbe mai, aggiungiamo noi, di scrivere che lei ha un i-phone se è un blackberry. No. Lei allora, suadente, getta l’amo: «La prossima volta posso scrivere una bugia su di te?», De Nolac fa il marpione, ma non abbocca: «No…» Anzi, rilancia: «Oppure… mi passi qualcosa che ti può essere utile… qualche cosa che vedi». Questa, secondo la Borromeo, è invece l’ammissione di aver scritto una balla.

Alla fine della telefonata, B&B continua a ripetere la sua tesi, pensando che PDN la certifichi con una risata o cedendo all'esasperazione (vi è mai è capitato di dire sì per finire la conversazione con chi fa sempre la stessa domanda e non accetta la risposta? Ecco).


B&B «Lo fai spesso di scrivere cose false?»
PDN «No»
B&B «Solo questa volta?»
PDN «Assolutamente no»
B&B «Solo questa volta qua?»
PDN «Sì, sì, sì...».


Ps, Per la cronaca, giudiziaria, B&B non è un bed and breakfast





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Le Maldive affondano? Una bufala, ma la prova dell’inganno sparisce

di Rino Cammilleri

Terrorismo climatico. Un albero dimostrava che il mare in 50 anni non si era alzato di un centimetro. Un gruppo di ambientalisti australiani lo sega

 




Piatto ricco, mi ci ficco. Deve aver pensato questo il presidente delle Maldive quando, il 17 ottobre 2009, ha tenuto - in mondovisione - una riunione di governo sott’acqua, con tanto di maschera da sub e bombole, per richiamare l'attenzione planetaria (e soprattutto gli aiuti della comunità internazionale) sulla fine prossima ventura, come Atlantide, delle sue isole. Già: dice che si inabisseranno per via dell'ineluttabile innalzamento degli oceani. Il quale è colpa del famoso riscaldamento globale. Il quale è responsabile (così dicono gli «esperti») della glaciazione che non ha ancora finito di mettere in ginocchio Europa e Usa.

Com'è noto, qualunque cosa succeda, caldo, freddo, terremoti, tsunami, è colpa del Global Warming (qui in Italia del governo Berlusconi). Certe bufale (ricordate l'influenza suina?) hanno le gambe corte, ma certe altre le hanno così lunghe da meritare Oscar e Nobel. Come questa del disastro climatico imminente. Per fortuna esistono, qua e là, molte filiali del celebre e antico club degli «apoti» (coloro che non la bevono).

In Italia a guardia delle bufale climatiche abbiamo - oltre alla nostra firma Fancesco Battaglia - la benemerita agenzia SviPop.org (Sviluppo & Popolazione), diretta da Riccardo Cascioli. Nel suo numero 120 (16 gennaio u.s.), a firma di Luigi Mariani, riporta una lettera aperta inviata (vanamente) da un fior di scienziato al citato presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, nella quale si prega il destinatario di smetterla di terrorizzare il suo popolo a scopi elettorali e/o finanziari.

Lo scienziato è lo svedese Nils-Axel Mörner, già a capo dell'Istituto di Geofisica e Geodinamica all'Università di Stoccolma, già presidente della Commissione Inqua sulle variazioni del livello del mare e l'evoluzione costiera, già leader della Maldive Sea Level Project e già presidente del progetto Intas su Geomagnetismo e Clima.

Lo scienziato ricorda di essere stato nelle Maldive per un decennio e di avervi studiato proprio i livelli del mare. Nel 2001 il suo gruppo di ricerca trovò «prove schiaccianti» del non aumento del livello del mare; anzi, una stabilità almeno trentennale. Il Mörner annunciò la rassicurante notizia in un'intervista a una televisione locale ma il predecessore di Nasheed ne impedì la diffusione. Salito al potere Nasheed, il Mörner scrisse per due volte a quest'ultimo, senza mai ricevere risposta.

Il fatto più sconfortante è però legato a un albero. Già. Nel 2007, alla tivù svedese, il Mörner denunciò lo scandalo: nel 2003 certi attivisti ambientalisti australiani segarono quell'albero e lo fecero sparire. Perché? Perché era la prova provata che il livello del mare alle Maldive non si era mosso di una virgola almeno dagli anni '50. Poiché quelle isole erano state una colonia penale, le testimonianze su tale albero che svettava vicinissimo alla costa abbondavano. Il Mörner lo aveva tenuto d'occhio negli anni, proprio perché il mare non l'aveva mai neanche sfiorato. Stando agli allarmismi, sarebbe dovuto rimanere sommerso già da quel dì. Invece no, sempre là, sempre all'asciutto.

Lo scienziato svedese riferiva nella sua lettera di ben cinque incontri internazionali sulla stima dei livelli marini. Risultato: i cambiamenti di livello attesi per il 2100 variano da più 5 cm. a circa 15 cm., «un valore che comporterebbe effetti di entità assai ridotta se non trascurabile per gli abitanti delle aree costiere di tutto il pianeta». Il professor Mörner prega dunque sentitamente il presidente maldiviano di smetterla di terrorizzare la sua gente con bufale che non sono altro che «frutto di simulazioni avventate svolte al computer e costantemente smentite dalla meticolosa osservazione del mondo reale».

Vale la pena di riportare per intero la piccata chiusura della lettera: «La sua riunione di Gabinetto sott'acqua non è dunque nient'altro che un espediente e una trovata pubblicitaria del tipo di quelle di cui è maestro Al Gore e configura un comportamento disonesto, del tutto inefficace e certamente non scientifico». Non vorremmo essere cattivi profeti ma temiamo che il presidente della Repubblica delle isole Maldive non risponderà nemmeno a questa terza missiva.



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Metà studenti da bocciare in italiano»

Corriere della Sera


L’Invalsi: nei temi della maturità errori di ortografia e periodi senza senso


ROMA — Alla fine del percorso scolastico, dopo 13 anni di lezioni ed esercitazioni, la prova scritta di italiano rappresenta un problema per la metà degli studenti. Errori di ortografia, uso inappropriato della punteggiatura, periodi senza senso: sono sbagli che ricorrono con preoccupante frequenza negli elaborati della maturità 2007, sottoposti al vaglio dell’accademia della Crusca e dell’Invalsi (l’Istituto per la valutazione). La prova di italiano, la più importante nella tradizione scolastica, alla quale viene attribuito un significato culturale fondamentale, non gode di ottima salute.

La sua cartella clinica è la spia di difficoltà che riguardano la capacità di organizzare gli argomenti, di padroneggiare la sintassi. Dalla correzione dei temi da parte dei commissari della maturità tutto questo però non appare. Un velo di comprensione e buonismo riduce a una quota minima la percentuale delle prove insufficienti.

«Ho qui un tema della maturità 2007 — dice la professoressa Elena Ugolini, dell’Invalsi— è pieno di errori gravissimi di ortografia come "dopo guerra" o "degl’anni", di errori di punteggiatura, dell’organizzazione logica della frase che evidenziano un livello linguistico di terza elementare. Mi domando che cosa è stato insegnato a questo ragazzo in 13 anni di scuola». «Non si tratta di povertà di pensiero—continua —, ma di non possesso di strumenti essenziali: un ragazzo così che futuro può avere.

La scuola si deve interrogare». Le difficoltà dei nostri diciottenni sono venute alla luce con un’indagine condotta dall’Accademia della Crusca e dall’Istituto di valutazione su 6.000 prove scritte di italiano della maturità 2007. Gli elaborati già valutati dai membri interni sono stati sottoposti ad altre due correzioni. Una «libera », affidata a dei professori che si sono attenuti a criteri soggettivi, l’altra basata su criteri guida elaborati dall’Accademia della Crusca al fine di accertare la padronanza della lingua italiana.

Ed ecco il risultato. I commissari hanno assegnato un punteggio basso, cioè meno di 10 (per ciascuna delle tre prove scritte il punteggio va da 1 a 15, ndr) al 20 per cento dei ragazzi. Per i correttori «liberi» invece i temi insufficienti erano il 52 per cento. Ancora più severo il giudizio dei correttori che hanno misurato la padronanza linguistica degli studenti con i criteri indicati dalla Crusca: bocciato il 58 per cento dei temi.

Per gli esaminatori ufficiali il 25 per cento dei temi meritava un punteggio alto, da 13 a 15. Per i correttori liberi e quelli che hanno utilizzato i criteri della Crusca i temi ben scritti erano rispettivamente il 12 e il 14 per cento. La prima cosa che salta agli occhi è la differenza tra il primo giudizio, quello ufficiale, e le due successive valutazioni, in qualche modo coincidenti. Alla maturità un po’ più di oggettività nei punteggi non farebbe male. Ma il dato più preoccupante che l’indagine Crusca- Invalsi fa emergere è quello della padronanza della lingua e delle capacità espressive acquisite al termine di un intero ciclo di istruzione.

Giulio Benedetti
20 gennaio 2010



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Ecco perchè il personale di sicurezza degli aeroporti non trova le armi

Corriere della Sera


C’è un preciso motivo psicologico: se la probabilità è bassa l’attenzione non può mantenersi ad alti livelli


MILANO - C’è un preciso motivo psicologico per il quale al personale di sicurezza degli aeroporti potrebbe sfuggire la rilevazione di armi portate dai viaggiatori: trovare un’arma è un evento estremamente raro, così che l’attenzione del personale di sicurezza non può mantenersi ad alti livelli.

Lo indica un nuovo studio realizzato da due ricercatori americani, Jeremy Wolfe e Michael van Wert, rispettivamente di Cambridge e Boston, i quali hanno effettuato un esperimento finalizzato proprio a valutare la persistenza del livello di attenzione delle persone in relazione alla frequenza dell’evento cercato. «Sappiamo che se non lo trovi spesso, spesso non lo troverai, perché gli oggetti rari sfuggono» ha commentato Wolfe. «Questo vuol dire che se cerchi 20 pistole in un mucchio di 40 valige, ne troverai di più che se cercherai le stesse 20 pistole in un mucchio di 2mila valige».

RAGIONI EVOLUZIONISTICHE - L’esperimento, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Current Biology ha messo in luce un fenomeno psicologico che probabilmente ha radici evoluzionistiche. I nostri antenati, quando cercavano cibo nei boschi, aumentavano il livello di attenzione se iniziavano a trovare qualcosa da mangiare, mentre la loro attenzione deviava e si abbassava, quando non si trovava nulla. Un fenomeno simile accade ai medici che si occupano di screening. Un radiologo che legge le lastre delle mammografie effettuate all’interno di un programma di screening ha maggiori probabilità di vedersi sfuggire un nodulo che avrebbe dovuto rilevare, rispetto a un radiologo che esamina la stessa lastra di una paziente visitata al di fuori di un programma di screening, e questo proprio perché il primo si aspetta un numero molto basso di eventi.

È VERO ANCHE IL CONTRARIO - Poi è vero anche il contrario, come lo studio di Wolfe e Van Wert ha dimostrato, ossia che quando ci si aspetta un’alta frequenza di un evento, si finisce per vederlo anche quando non c’è. Per tentare di risolvere il problema, i due ricercatori americani ritengono che potrebbe essere utile sottoporre il personale di sicurezza degli aeroporti (o i radiologi, nel caso della mammografia) a una breve esercitazione all’inizio di ogni turno di lavoro che li rimetta, per così dire, in contatto anche visivo con l’oggetto cercato.

Il limite, ovviamente, è che qualsiasi attività routinaria di formazione finisce rapidamente per perdere di efficacia e di significato, come sanno molto bene hostess e steward quando all’inizio di ogni volo ripetono all’infinito l’inutile messa in scena delle misure di sicurezza da adottare in caso si verificasse il rarissimo evento dell’atterraggio o dell’ammaraggio di emergenza. In ogni modo sono progettate ora nuove ricerche da parte dello stesso gruppo, che verranno realizzate direttamente all’interno degli aeroporti, dove i numeri dei viaggiatori e delle valige sono incredibilmente più elevati di quelli riproducibili in laboratorio.

Danilo di Diodoro
20 gennaio 2010




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Due ore 'prigioniero' a Palazzo Venezia rotto l'ascensore per i disabili

Repubblica

Prima l'autobus con pedalina rotta, poi l'ascensore 'speciale' fuori servizio. Così Alessandro C. uno studente del Sisto V, è rimasto bloccato.
L'odissea di un sedicenne in carrozzella durante una gita scolastica a Palazzo Venezia.
Ma le barriere architettoniche cominciano sotto casa
Una gita con la scuola alla mostra di Leonardo a Palazzo Venezia che si è trasformata in un’odissea per un ragazzo disabile di 16 anni. Prima l’impresa per prendere un autobus poi il guasto all’a scensore del museo che ha bloccato Alessandro e le professoresse che lo hanno accompagnato per oltre 2 ore in attesa che venisse riparato il danno.

LEGGI Il diario: "Evito il gelato per non ingrassare"

Il viaggio del terzo superiore dell’istituto professionale Sisto V, alla Bufalotta, è iniziato a via Ettore Romagnoli. Precisamente alla fermata del bus 60. Sono passati cinque mezzi pubblici, tutti con la pedalina rotta. È stato impossibile per alessandro con la sua carrozzina elettrica da 140 chilogrammi riuscire a salire sull’a utobus destinato a piazza Venezia. Così un suo docente ha contattato il numero verde dell’Atac. Dopo qualche minuto di attesa, è arrivata una navetta speciale che ha portato il ragazzo e la sua classe a Palazzo Venezia. Qui un nuovo intoppo. Un ascensore è guasto, mentre l’altro si rompe dopo averlo portato al primo piano per vedere l’esposizione delle opere di Leonardo. Subito le professoresse chiedono l’intervento dei tecnici: Alessandro non può scendere e la carrozzina è troppo pesante per essere portata a mano. E inizia l’attesa che dura più di due ore tra l’arrivo dei tecnici e la riparazione del guasto.

"Sempre lo stesso problema, ogni uscita con la classe diventa un'odissea. È assurdo e vergognoso portare un ragazzo disabile in gita al centro di Roma e assistere ancora a scene del genere. Una persona già con dei problemi, in questo modo, la fanno sentire ancora più in difficoltà", denuncia Patrizia Pianesi, professoressa di Lettere al Sisto V. "Dovremmo prendere un pulmino speciale ma ha un costo troppo elevato, la scuola non ha più fondi e non può permetterselo", aggiunge Antonella D’Alessandri, docente di Storia dell’Arte. Rassegnato anche Luca che spiega: “Non è la prima volte che succede. Non riesco mai a prendere l’autobus, quasi tutte le pedaline sono rotte, i marciapiedi sono senza scivoli, i musei non sono attrezzati”.
(19 gennaio 2010)




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La leggenda del "custode" della tomba di Edgar Allan Poe

La Stampa


Per 60 anni ha portato rose e cognac sulla lapide dello scrittore. Poi all'improvviso è scomparso. I fan in lacrime: «Che fine avrà fatto?»





BALTIMORA


Un mazzo di rose rosse e una bottiglia di cognac appoggiate ai piedi di una tomba. Un'omaggio allo scrittore americano Edgar Allan Poe, lasciato da un uomo misterioso. Un gesto ricorrente compiuto con razionale puntualità nel giorno dell'anniversario della sua nascita, anno dopo anno. La tradizione, ormai consolidata, aveva riscosso un enorme successo tra i fan del poeta. Il curioso rituale che prendeva forma ogni 19 gennaio, a partire dal 1949, aveva suscitato la curiosità di molti, che s'interrogavano sulla possibile identità dell'uomo che vegliava la tomba di Poe. Schiere di investigatori improvvisati si presentavano davanti alla lapide per cercare di scoprire il volto dell'anonimo visitatore. E così, con il tempo, la leggenda del "custode della tomba" dello scrittore si era diffusa rapidamente.

Il rituale avveniva ogni anno e ogni anno si moltiplicavano le peripezie di chi voleva scoprire qualcosa in più sull'uomo del mistero. Quest'anno però qualcosa è andato storto. E i seguaci di Poe, che affollavano il cimitero a caccia del visitatore, sono rimasti a mani vuote. Il rito è stato infranto e per la prima volta da sessant'anni, vicino alla tomba, non c'erano nè rose nè cognac. «Sono confuso, non ho parole», ha detto Jeff Jerome, curatore del museo di Poe.

Secondo i giornali, che in passato si sono occupati del caso, lo sconosciuto, che si aggirava nel cimitero di Baltimora di notte proprio per non essere visto, lasciava sulla tomba tre rose e mezza bottiglia di liquore. Nesuno in questi anni è mai stato in grado di sorprendere il visitatore, che invece è riuscito a lasciare senza parole i "fedelissimi" dello scrittore. Così, quando all'alba di oggi Jerome si è accorto dell'assenza, il gruppetto di fan radunatosi al cimitero è rimasto deluso. L'evento era diventato per gli appassionati ragione di pellegrinaggio, tanto che in molti erano disposti a fare centinaia di chilometri per vedere i particolari "omaggi".

«Sono dispiaciuta, mi viene da piangere», dice Cynthia Pelayo, 29 anni. Ma ora tutti si chiedono che fine abbia fatto il misterioso visitatore. «Sono venuta da Chicago per vederlo. Sono molto triste, ma spero solo che lui stia bene». Anche Jerome è sconcertato: «Le persone mi domandano dov'è andato, perchè ha smetto di compiere il rito». Secondo il curatore l'uomo forse ha semplicemente pensato che potesse essere il momento giusto per smettere. Ma dato che la speranza è l'ultima a morire, Jerome ha sssicurato che per i prossimi tre anni continuerà a recarsi sulla tomba di Poe il giorno dell'anniversario: «Forse il misterioso visitatore tornerà».



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Moschea, i parroci ci imbavagliano»

Il Secolo xix


Quando si dice appartenere a un’altra parrocchia. Al Lagaccio, con le divisioni sul tema della moschea e le elezioni alle porte, questo è ben più che un modo di dire. Infatti anche le parrocchie sono divise tra favorevoli e contrari. Gruppi di parrocchiani, soprattutto giovani, hanno aderito con entusiasmo ad Arcipelago Lagaccio, la rete che raggruppa il fronte del sì. Si tratta di giovani che fanno parte delle parrocchie di San Rocco di Principe e Nostra Signora della Provvidenza.

In altri due casi, quello di Santa Caterina e San Giuseppe al Lagaccio, alcuni giovani hanno aderito ad Arcipelago Lagaccio a titolo personale, perché non avevano ricevuto il permesso dal parroco. «Ci sembrava normale fare qualcosa per promuovere l’accoglienza nel quartiere - spiega Giacomo D’Alessandro, 19 anni, studente di Scienze della Comunicazione e consigliere pastorale nella parrocchia di San Rocco - Abbiamo diffuso l’invito a partecipare a queste iniziative agli altri gruppi ma la risposta è stata solo il silenzio. Poi alcuni giovani ci hanno spiegato che i parroci non erano favorevoli».



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Onora il padre (anche se è brigatista)

di Stenio Solinas

Nome da torero, madre tedesca, padre guerrigliero.

Ci sono infanzie che fin da subito hanno il proprio destino scritto nel passato: tradirlo è un po' morire, ma onorarlo ti condanna a vivere la vita degli altri, mai la tua


Un nome da torero, una madre tedesca, un padre guerrigliero. Ci sono infanzie che fin da subito hanno il proprio destino scritto nel passato: tradirlo è un po' morire, ma onorarlo ti condanna a vivere la vita degli altri, mai la tua. Il piccolo Manolo si ritrovava nei pannolini il denaro degli «espropri proletari» dei genitori brigatisti; il ragazzino Manolo vedeva mamma e papà di là dal vetro di un carcere speciale; cresciuto, il giovane Manolo avrebbe dedicato loro un libro: si chiamava La fuga in avanti e come sottotitolo aveva La rivoluzione è un fiore che non muore. Lui fuggiva all’indietro e si ostinava ad amare quei fiori che non aveva colto. A metà Ottocento Ivan Turgenev scrisse Padri e figli e rese celebre la parola «nichilista». Alla generazione idealista, romantica e appassionata della prima parte del secolo vedeva sostituirsi quella scettica, disincantata e crudele di chi non aveva più speranze.

I padri guardavano i loro figli e non li riconoscevano, i figli guardavano i loro padri e li odiavano. Nel Novecento sarà la volta delle «famiglie, io vi odio» del gelido e ateo André Gide, delle «famiglie, nido di vipere» del tormentato, cattolico André Mauriac. Se Manolo Morlacchi li ha letti, deve averne sorriso: lui era il figlio di Piero, il brigatista, il nipote di Emilio, il partigiano, una dinastia che era un maso chiuso: tutti comunisti, tutti espulsi dal Pci, sei dei dieci fratelli Morlacchi, gli zii di Manolo, finiti in carcere per banda armata. Era «l’album di famiglia», le vite degli altri in cambio della propria. Nel film Era mio padre, un killer professionista fugge di città in città cercando di proteggere il figlio, testimone involontario di un delitto di mafia e che la mafia, per cui il padre lavora, vuole comunque eliminare. Il bambino è obbediente, educato, silenzioso: intuisce, ma non giudica

Come potrebbe? Quell’assassino è pronto a morire per lui, gli ha sempre voluto bene, non gli farebbe mai del male, sogna per lui un futuro diverso dal proprio... Era suo padre, non è forse sufficiente? Negli anni di piombo del terrorismo, l’intellettuale francese Bernard-Henri Lévy coniò la formula «Papà vota e il figlio spara» a indicare la divaricazione generazionale fra un comunismo che aveva accettato di giocare secondo le regole democratiche e il nuovo corso brigatista. Peccato che l’uso del fucile fosse d’insegnamento paterno, in famiglia fosse di casa.

I figli non avevano inventato nulla e la «cessione del bene» era stata una donazione fra vivi. Gli anni della Volante Rossa durarono sino al 1955, l'archivio del Pci rimase a Praga sino alla morte di Stalin, l'Urss fu considerata troppo a lungo la vera patria, la Thule a cui tutti aspiravano. E quanto al terrorismo, il filo leninista era lì, sempre presente, sempre facile a trovarsi. Era un lessico familiare, insomma, il genio terribile di Lenin il quale pensava la lotta politica in termini militari, allievo insieme di Marx e di Clausewitz. Piero, «Pierino», Morlacchi fonda le Brigate rosse con la stessa logica con cui suo padre era andato in montagna. Ha sempre saputo che «la rivoluzione non è un pranzo di gala» e che «quando si abbattono gli alberi, volano le schegge».

Manolo nel tempo si è laureato in storia contemporanea, ma non gli è servito a niente. «La storia siamo noi» nel suo caso è una storia di famiglia, è un’appartenenza ideale più che una valutazione dei fatti o una revisione. Importa poco, qui e ora, intendo, in questo articolo, se la fedeltà al padre l’orgoglio con cui ha sempre rivendicato l’esserne figlio, si sia tramutato in qualcosa di più, in un ripercorrerne non solo idealmente le orme... Importa poco, perché Manolo è «Pierino», morto deluso e alcolizzato dieci anni fa e seppellito con tanto di bandiera rossa. Era suo padre, appunto. Ci sono padri che cercano nei figli il riscatto o la conferma di un valore, figli che vedono nei padri una promessa o una minaccia.

Léon Daudet era il primogenito di Alphonse, gloria letteraria della Francia repubblicana. Lo ammirava, ma l’ammirazione lo schiacciava e a lungo cercò di fare altro. Divenuto infine scrittore anche lui, invece dell’inarrivabile talento romanzesco paterno, espresse una vena acre di polemista, si fece monarchico e reazionario, intraprese una veemente carriera politica: era antisocialista, antisemita, odiava gli anarchici. Il suo unico figlio maschio, Philippe, un giorno scappò di casa e fu poi ritrovato morto in circostanze mai veramente chiarite. Ne nacque un caso umano e politico: scrisse la stampa avversaria di Daudet che il ragazzo, in odio alle idee paterne, aveva abbracciato l’anarchia, aveva ricevuto il compito di «giustiziare» quel genitore comunque odiato, si era sparato per la disperazione... Léon si rifiutò sempre di crederlo: no, lo avevano ammazzato gli anarchici e poi gettato il cadavere addosso a lui. Era suo figlio.



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Grillo va in tour all’estero per sputtanare l’Italia

di Paola Setti

Show in sette città per avvertire l’Europa: "Stiamo esportando il virus Silvio, è implacabile e vi contaminerà".

E spera nei Tartaglia "di tutto il mondo".

Da Londra a Basilea: ecco dove andrà il comico genovese a denigrare il governo


Dirà agli inglesi che Gordon Brown «andrà a cena con un mafioso», ai tedeschi che Angela Merkel «corromperà un giudice e poi andrà con un ventenne», ai francesi che Nicolas Sarkozy «andrà con un trans». All’Europa intera suggerirà di alzare le difese, di cercare un vaccino come con l’Aviaria, perché l’Italia sta esportando «un virus implacabile che contaminerà ogni nazione»: il «modello» Berlusconi.
Ladies and gentlemen, dames et monsieurs, non ci capiranno un’acca, perché lo spettacolo che Beppe Grillo si accinge a portare in giro per l’Europa sarà rigorosamente in italiano, perdipiù con inflessioni e intercalari genovesi, e vallo un po’ a tradurre il «belin», meglio di no.

Epperò certo il circo mediatico si mobiliterà, diffondendo e amplificando il Verbo del fustigatore della Casta, e così l’operazione sputtanamento atto secondo riuscirà lo stesso. Il primo atto Grillo lo aveva fatto al Parlamento europeo, era andato là a dire a lorsignori che «non servite quasi a niente». Ma questo tour sarà tutto diverso. Si intitola «Incredible Italy», l’ultima fatica del Grillo International, che lascia il giro d’Italia, da Bassano del Grappa a Cantù passando per Montichiari, per fare tappa a London, Bruxelles, Paris, Wien, Munchen, Zurigo e Basilea, come da programma sul blog, con le prime quattro città scritte nella loro lingua e le ultime due in italiano, sarà che non ne conosce la traduzione.

Un tour di un mesetto, dal 25 gennaio al 13 febbraio, fra università, teatri e sale congressi che Grillo presenta così: «Non è satira, non è comicità, è iperrealismo, una irrealtà senza precedenti amplificata dalle mafie, dall’ingerenza della Chiesa, dalla massoneria e da una corruzione sociale senza confronti al mondo». L’Italia di oggi nella versione del Savonarola al pesto è «un racconto agghiacciante che non fa paura. Nulla di incredibile infatti può fare paura». Incredibile eppure reale, avverte il «fu comico», che spiega: «L’Italia è fallita, ma non è fallita, è mafiosa, ma non è mafiosa, è tutto e il contrario di tutto. È un calabrone che vola senza che si sappia il perché». Infine, «un caos disorganizzato», ma pericoloso per tutti e il perché è presto detto. Chi ha pensato a Silvio Berlusconi non alzi la mano, indovinare era troppo semplice.

E infatti. Prendete Gheddafi e Putin, suggerisce Grillo: «Non erano così prima di conoscere “colui che ama”, guardate cosa è successo in Irlanda, dove la Robinson prima sta con un ventenne e poi gli presta pure i soldi del marito. È la prova che stiamo esportando il nostro modello in tutto il mondo». Se poi ci fossero dubbi sul riferimento al partito dell’amore auspicato dal premier dopo l’aggressione al Duomo di Milano, ecco il The End dello show: «Bisogna mandare a casa tutta questa gentaglia, il nostro è un governo illegale e anticostituzionale, manca la base della democrazia». E vabbè, la base della democrazia saranno pure i voti, ma si sa come la pensa Grillo. Quegli stessi italiani che lui in vista delle Regionali sta chiamando a barrare le sue liste, se votano Pdl è perché hanno il cervello all’ammasso, e infatti per il «fu antipolitico» il Cavaliere le elezioni le vince perché ha le tv, e quelle tv nessuno gliele toglie perché i suoi avversari del «Pd meno elle» sono in realtà «i suoi migliori amici»: da quell’«inciucista» di Massimo D’Alema a quel «Topo Gigio» di Walter Veltroni, «che non è nemmeno un politico: è scemo».

Risultato: «In Italia Provenzano e Riina sono in galera, i mandanti in Parlamento»; al governo c’è un premier «psico-nano malefico», un ministro dell’Economia che si può con grazia ribattezzare «Giulio Tre-morti, perché prende i soldi dei morti per darli ai morti di fame con la social card, due parole inglesi per prendere per il culo gli italiani», e una titolare delle Pari opportunità come Mara Carfagna «da calendari dei camionisti»; alla presidenza della Repubblica c’è uno, Giorgio Napolitano, che invece di salvare il Paese dal regime «dorme, come Morfeo».

E via così rivisitando il repertorio classico. Che comunque è sempre meglio di quello nuovo, a ben vedere. Bisogna immaginarsela, la compita platea british e l’austero pubblico austriaco di fronte alla recente analisi del partito dell’amore. Il programma? «Ama, chiagni e fotti». Il dizionario? «Ha eliminato le parole brutte che lo riguardano da vicino: mafioso, piduista, puttaniere, inciucista, corruttore». Gli iscritti? «Chi evade le tasse più degli altri»; ci sono pure i martiri, tanto per non lasciare fuori nessuno, «i morti latitanti, come Craxi».

E allora, che si fa? Beh. Intanto alle amministrative si può votare il «movimento 5 stelle» di Grillo, lui dice che «dopo averlo lanciato toglierò il mio nome», ma lo diceva anche l’anno scorso e intanto chi lo vota lo fa perché vota lui, Grillo Beppe il Profeta dell’Antipolitica che però fa comizi da politico. Poi, non resta che sperare negli eroi. Quelli come Massimo Tartaglia e Susanna Maiolo, gli aggressori del premier e del Papa. «Se tutti gli psicolabili del mondo si dessero la mano...». Ma chissà, magari il mondo tirerà le uova a Grillo.





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La Rai va a New York. E costa 25mila euro

di Redazione

Trasferta newyorchese per i vertici Rai. Da ieri fino a venerdì la «Grande mela» ospiterà la quarta edizione dell’Italian Fiction Week, vetrina statunitense per la fiction di viale Mazzini. La delegazione della tv pubblica sarà guidata dal presidente Garimberti, dal consigliere Van Straten, dal presidente di Rai Corporation Magliaro e dal direttore relazioni esterne Paglia. Assenti il dg Masi e il numero uno di RaiFiction Del Noce, trattenuti da impegni di lavoro. Piatto forte della rassegna il cortometraggio di Franco Zeffirelli dedicato a Roma e le nuove produzioni Il sorteggio (sul primo processo alle Br) e Mi ricordo Anna Frank. Il budget Rai non supererà i 25mila euro grazie ai contributi di Comune di Roma, Regione Lazio ed Eni (in programma Enrico Mattei). Domenica tutti di ritorno nella Capitale per la messa Rai officiata da monsignor Bagnasco.



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Milano, il pm manda la visita fiscale al premier

di Luca Fazzo

Il procuratore Spataro obbliga Berlusconi ad andare lunedì al San Raffaele per verificare la prognosi stilata dal suo medico dopo l’aggressione di piazza Duomo: "È un atto dovuto". Il pdl Casoli insorge: "Provvedimento al limite del buon senso"


Milano - Lunedì prossimo, 25 gennaio, presso l’ospedale San Raffaele si terrà una visita medica indubbiamente senza precedenti. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi verrà visitato su ordine della Procura milanese. Due medici nominati dal Procuratore aggiunto Armando Spataro esamineranno per filo e per segno il volto del capo del governo per accertare esattamente le conseguenze subìte nel corso dell’aggressione del 13 dicembre in piazza Duomo, quando Massimo Tartaglia scagliò contro Berlusconi una pesante riproduzione della cattedrale milanese. Saranno insomma i medici legali - il dottor Carlo Goi e uno specialista maxillo-facciale - a stabilire se davvero il trauma inferto al Cavaliere valesse i novanta giorni di prognosi indicati nel certificato medico inviato in Procura dai medici curanti della vittima. 

Si tratta, secondo fonti della Procura milanese, di «un atto assolutamente inevitabile», che però non manca di sollevare perplessità e polemiche. Come quella di Francesco Casoli, vicecapogruppo del Pdl al Senato: «Quanto stabilito da Spataro è al limite di ogni buon senso istituzionale. Il tribunale di Milano mette in dubbio lo stato di salute del premier tanto da stabilire una visita medica. I giudici della procura del capoluogo lombardo continuano a sentirsi superiori a qualsiasi legge e autorità eletta democraticamente dal popolo italiano». 

Secondo gli inquirenti, la perizia è resa necessaria per formulare il capo d’accusa a carico di Massimo Tartaglia, il responsabile dell’aggressione a Berlusconi, e per valutare quali aggravanti contestare all’indagato: il codice penale prevede infatti diversi gradi del reato di lesioni personali, a seconda che la prognosi sia inferiore ai venti giorni, inferiore ai quaranta, o superiore a quaranta. Il certificato inviato in procura prima di Natale e firmato dal medico curante di Berlusconi, Alberto Zangrillo, colloca in realtà le conseguenze dell’agguato di piazza Duomo ben oltre questi limiti: prognosi di novanta giorni, diagnosi in cui si parla di «iperalgia e parestesia», «lesioni interne capaci di alterare la mimica del sorriso» e altri danni. 

Il quotidiano Il Fatto, che ieri rende nota la decisione della Procura di sottoporre Berlusconi a perizia, segnala che in più occasioni, già dopo circa venticinque giorni dall’aggressione, Berlusconi sarebbe apparso in pubblico senza più segni di ferite, e apparentemente in buona salute. Ma secondo il dottor Zangrillo, che lunedì parteciperà all’esame di Berlusconi in veste di medico di parte, le apparenze non devono trarre in inganno: il presidente del Consiglio, spiega, si è tutt’altro che ripreso dal colpo. 

«Il presidente si alimenta con fatica e può assumere solo cibi di una certa consistenza a causa di difficoltà della masticazione. Inoltre è afflitto da dolori che gli impediscono un regolare riposo notturno». Ma un’altra notizia arrivata ieri rende verosimile l’ipotesi che la perizia medica a carico del premier sia destinata a non venire mai utilizzata in un processo. Le condizioni mentali di Tartaglia, detenuto da oltre un mese nell’infermeria del carcere di San Vittore, starebbero precipitando, al punto che il giudice preliminare ha disposto il trasferimento del detenuto nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Carlo. E se si dovesse concludere per la sua incapacità di intendere e di volere, il lanciatore del Duomo non sarebbe imputabile né processabile.

Fin dalla serata del 13 dicembre, le condizioni psicologiche dell’arrestato erano diventate parte integrante dell’indagine. All’interrogatorio nei locali della Digos aveva collaborato anche la psichiatra che da anni ha in cura il 44enne inventore di Cesano Boscone, e subito dopo il suo trasferimento in carcere gli avvocati di Tartaglia avevano avviato una perizia di parte da consegnare in Procura. Nel frattempo, però, lo stato di salute dell’aggressore del premier avrebbe subìto un nuovo crollo, accompagnato - secondo una relazione dei medici di San Vittore - dall’emergere di tendenze suicide. Per questo si è reso necessario il trasferimento in una struttura ospedaliera protetta.




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Col "metodo Craxi" oggi nessun politico potrebbe candidarsi

di Nicola Porro

L’intera sinistra giudicò severamente l’ex leader del Psi.

Sui guai di Vendola, Loiero e Bassolino c’è solo silenzio


Le commemorazioni di Bettino Craxi ci proiettano in un altro mondo. Occorre rivolgersi a Di Pietro (ci mancherebbe altro) e a pochi altri, per sentire una nota stonata. Il tono oggi è quello, appunto, della celebrazione. E pensare che solo dieci anni fa, i craxiani sembravano confinati in ridotte animate solo dal reducismo. Non conviene qui abbozzare una fenomenologia della santificazione post-mortem. È meglio non toccare questa materia. Ma si potrà almeno rivendicare una certa contraddizione nei comportamenti dei moralisti. Prendiamo le prossime elezioni regionali e applichiamo il «metodo mani pulite». Dove è finito quell’urlo arrogante del moralismo a sinistra?

Il presidente della Regione Puglia, che difendiamo per la sua incredibile (al momento) vicenda giudiziaria, è stato or ora indagato. Il presidente della Campania che ancora balla dalle parti del Vesuvio ha una lista di attenzioni giudiziarie niente male. E il presidente della Regione Calabria, oltre a vedere una buona parte della sua giunta in seri guai giudiziari, ha inchieste pesantissime. Prendete queste tre vicende, in tre Regioni governate dal centrosinistra, e affiancatele a quel periodo in cui Craxi è stato vittima (o esponente, se preferite) principale.

Come può convivere all’interno di un medesimo raggruppamento politico la condanna del craxismo e la celebrazione di Tangentopoli e nel contempo la sottovalutazione delle attenzioni giudiziarie che la magistratura sta avendo oggi nei confronti di suoi esponenti di spicco? È una domandina semplice, in fondo. Che però ha una sola e altrettanto elementare risposta: il moralismo del ’92-93 è stato solo un fenomenale strumento per annientare una classe politica. Con il metodo del 1992, la stessa sinistra che ieri alzava il sopracciglio parlando dei socialisti e oggi, in parte, si è convertita ad una laica celebrazione di Bettino, la stessa sinistra, dicevamo, oggi dovrebbe essere spazzata via dal proprio giustizialismo.
Vi immaginate Vendola nel 1992? O la giunta di Loiero. Pensate a Bassolino e a Di Pietro (il magistrato) e poneteli nel contesto di inizio anni Novanta. Non ci sarebbe storia.

Si dirà, e qualcuno in effetti dice: la caccia a Craxi, Mani pulite, l’arresto di Chiesa e ciò che ne è seguito hanno insegnato a questo Paese che le rivoluzioni giudiziarie non portano da nessuna parte. Magari fosse così. È esattamente il contrario. Il nostro Paese è in grado di masticare e digerire qualsiasi pietanza, anche la più indigesta. Ha metabolizzato un processo in piazza solo nei confronti di una parte e continua a perpetuare il medesimo schema. Resta Berlusconi (quando si dice l’eterogenesi dei fini, il Cavaliere nato proprio dalle ceneri del craxismo) e solo l’obiettivo è cambiato, non il registro.

Facciamo un’ipotesi di pura scuola, immaginando che l’interessato non se la prenda. Ipotizziamo per un solo attimo un avviso di garanzia nei confronti del governatore della Lombardia Formigoni (uno lo ha già incassato, ma talmente risibile da non aver acceso alcun fuocherello). Immaginiamo dunque il governatore azzurro convocato, interrogato, perquisito. Ecco, figuriamocelo per un solo istante. Qualcuno crede che il suo trattamento mediatico-giuridico sarebbe minimamente (a prescindere dal merito) simile a quello di uno dei tre governatori di centrosinistra, appena citati? Sarebbe un’odissea, un caso nazionale, un di più nel «sistema di potere berlusconiano».

La drammaticità della storia di Craxi si svolge non già nelle sue condanne, ma nella sua preventiva, inappellabile e progressiva distruzione sociale. Il pregiudizio che è cresciuto e si è alimentato in quegli anni è rimasto intatto.

Il moralismo è una categoria della politica pericolosissima. Non già per i fini ovviamente più che legittimi che si pone. Quanto per le soluzioni che individua. Non può essere la bontà e la rettitudine degli uomini il presupposto con il quale un sistema si regge; in una società aperta e liberale sono le regole, i metodi di lavoro e le procedure che rendono il sistema corretto. Altrimenti il moralismo ci porta al mostro dei nostri giorni: in cui l’avversario è un nemico e il suoi peccati sono per definizione mortali. E tutti sono là a commemorare Craxi e il craxismo.





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In Italia 2 mila spose bambine ogni anno E molte sono costrette a rimpatriare

Corriere della Sera




Nozze imposte soprattutto tra indiani e pachistani. «Salvata» una giovane a Novara


MILANO — «Viviamo con il cervello a metà. Una parte nel Paese della nostra famiglia. Una parte con i nostri amici. Che ci dicono di restare qui, di inserirci in questa società». La vita spezzata delle adolescenti straniere inizia a tredici, quattordici anni. È a quell’età che (secondo i sociologi che hanno intervistato queste ragazze) si vedono i primi segni di conflitto. Fino all’anno prima potevano portare i loro compagni in casa. Poi, diventa proibito.

Oppure: non vanno in gita con la classe. E iniziano le liti sui vestiti, il trucco, le magliette troppo corte. Situazioni comuni, a Milano, Roma, Brescia. Le ragazze con il «cervello a metà» crescono su due binari, senza sapere quale seguire. Dicono: «Per noi è impossibile progettare il futuro». Si trovano in mezzo a due forze. E non sanno come metterle in equilibrio. «Poi ogni tanto qualcuna sparisce dalle scuole superiori — racconta Mara Tognetti, docente di Politiche dell’immigrazione all’università di Milano Bicocca— oppure non rientra dalle vacanze. Le famiglie le hanno riportate nel loro Paese, per farle sposare». In un solo anno, nella città inglese di Bradford, sono «scomparse» 200 ragazzine tra i 13 e i 16 anni, figlie di immigrati. In Italia non esistono statistiche dettagliate. L’unica stima è del Centro nazionale di documentazione per l’infanzia, Secondo cui le «spose bambine» nel nostro Paese sarebbero 2 mila all’anno.

MATRIMONI SOMMERSI - In Italia i minorenni non possono sposarsi. Esiste però una deroga. Per «gravi motivi», dai 16 anni in poi il tribunale per i minori può autorizzare le nozze. Il Centro di documentazione per l’infanzia registra da anni questi casi: nel 1994 erano 1.173, poi sono via via diminuiti, fino ai 209 del 2006 e i 156 del 2007 (ultimo dato disponibile). La Campania è la regione in cui ne avvengono di più, 77. Per la maggior parte si tratta di matrimoni tra stranieri, con in testa le comunità di immigrati da Pakistan, India e Marocco.

Questi numeri descrivono però solo l’aspetto legale, che secondo gli esperti è minimo rispetto a tutti i legami imposti all’interno delle famiglie, a volte suggellati con un rito in qualche moschea, più spesso con unioni celebrate nei Paesi d’origine. «Le seconde generazioni delle ragazze sono e saranno una vera emergenza— spiega Mara Tognetti —. Se non si interviene con politiche più incisive, i contrasti tra l’idea di famiglia imposta dai genitori e il modello delle adolescenti diventerà inconciliabile».

CONFLITTI LATENTI - Altri dati definiscono questa situazione di rischio potenziale. Le ragazze immigrate di seconda generazione nel nostro Paese sono circa 175 mila. «Il matrimonio combinato — racconta la ricercatrice — riguarda però solo alcune comunità, quella indiana e quella pakistana più delle altre, in misura minore la marocchina e l’egiziana».

Le nozze imposte sono il male estremo. Il pericolo dei prossimi dieci anni rischia di essere la «conflittualità latente», incarnata da ragazze che studiano e si integrano, ma che vivono in famiglie attaccate alle tradizioni. «Molti genitori non hanno un grado di istruzione elevato— racconta Fihan Elbataa, della sezione bresciana dei Giovani musulmani d’Italia — e quindi di fronte a situazioni in cui vedono un pericolo non sanno come reagire. Si chiudono, diventano severi e impongono le regole con l’aggressività. Noi cerchiamo di spingerli al dialogo, a lasciare spazi di libertà».

A Brescia alcuni ragazzi sono scappati, o si sono allontanati da casa per qualche tempo, proprio per sfuggire alle «leggi» dei genitori: «Sono convinta che le famiglie cerchino il bene dei propri figli— conclude Fihan Elbataa—. Le intenzioni sono buone, ma purtroppo rispetto alla loro educazione si trovano in un contesto nuovo, e quindi devono cambiare i loro metodi».

RICERCA DI AUTONOMIA - Venerdì scorso, su segnalazione dell’associazione Donne marocchine in Italia, è stata salvata una ragazza a Novara. Diciassette anni, una figlia di 4 mesi, moglie maltrattata di un «matrimonio combinato». Ora si trova in una comunità di Roma. A denunciare la situazione è stata una vicina di casa. Lei non era riuscita, non sapeva neppure a chi rivolgersi. La ribellione è complicata. E allora, per trovare un equilibrio, le promesse mogli adolescenti cercano uno «spazio di negoziato». È un rimedio estremo, scoperto dalla ricerca che la sociologa Tognetti pubblicherà il prossimo mese. Contiene interviste a ragazze che hanno cercato di trattare sulla loro condanna. Queste sono le loro voci.

Una giovane marocchina che vive aMilano: «Ho accettato la richiesta di mio padre, sposerò un uomo del mio Paese. Ma ho chiesto di poter scegliere tra più di un possibile marito, di vederne almeno tre o quattro». Ragazze che non possono, o non vogliono, scardinare il sistema di regole della famiglia. Ma cercano di ricavare spazi minimali si sopravvivenza. Altro racconto, di un’adolescente egiziana, anche lei studentessa «milanese» : «Hanno scelto l’uomo per me, non mi oppongo. Ma ho chiesto due cose. Prima del matrimonio volevo vederlo. E poi ho ottenuto una garanzia, una specie di "contratto" non scritto: dopo il matrimonio potrò continuare la scuola e poi andare all’università, per laurearmi».

Gianni Santucci
20 gennaio 201






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