lunedì 18 gennaio 2010

Fratelli sì, ma diversi

Il Tempo


Dialogo, ma con riserva. Riaperto un percorso nel rispetto delle proprie identità. La "ferita" di Pio XII, la pace in Medio Oriente e il perdono. Il Rabbino: "Aprire gli archivi per conoscere i bimbi ebrei battezzati".


Dialogo che la Chiesa prosegue nel solco tracciato dal «Vaticano II». Un evento al quale ha assistito una platea vip diposta a esserci per presenziare un momento storico. Dai risultati tutti ancora da scrivere. Dove la parola «Pace» è risuonata più volte. Dove Rabbino e Papa hanno rivendicato la difesa del «creato», della natura. E Benedetto XVI ha ribadito, citando Wojtyla, di «aver chiesto perdono» ai fratelli maggiori. In prima fila i rappresentanti delle Istituzioni italiane, dal presidente della Camera Gianfranco Fini al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta; il sindaco Alemanno,

L'orgoglio e il coraggio. L’orgoglio della propria identità. Il coraggio di affrontare le critiche e, soprattutto il difficile cammino del dialogo. Benedetto XVI incontra gli ebrei di Roma in una visita tanto attesa quanto criticata. Un incontro fortemente voluto dalla Comunità ebraica di Roma che ha trovato il concreto appoggio di Israele e della Comunità di Sant’Egidio. Dialogo che va oltre il Tevere e attraversa il Mediterraneo nella ricerca di equilibri e di pace. Dialogo che la Chiesa prosegue nel solco tracciato dal «Vaticano II».

Un evento al quale ha assistito una platea vip diposta a esserci per presenziare un momento storico. Dai risultati tutti ancora da scrivere. Dove la parola «Pace» è risuonata più volte. Dove Rabbino e Papa hanno rivendicato la difesa del «creato», della natura. E Benedetto XVI ha ribadito, citando Wojtyla, di «aver chiesto perdono» ai fratelli maggiori. In prima fila i rappresentanti delle Istituzioni italiane, dal presidente della Camera Gianfranco Fini al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta; il sindaco Alemanno, Zingaretti Montino, il sindaco de L'Aquila, Cialente.

C'era anche il vicepremier di Israele, Silvan Shalom. Ad accompagnre il Papa il segretario di Stato cardinal Tarcisio Bertone a suggellare l'importanza politica dell'appuntamento. Tra i membri di parte cattolica vi sono gli arcivescovi Antonio Franco, nunzio apostolico in Israele, ed Elias Chacour, vescovo melchita di Akko, l'ausiliare per Israele del patriarca latino di Gerusalemme, Giacinto Boulos Marcuzzo, e il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa. Il Pontefice arriva in Ghetto alle 16,30. Fa freddo, non solo per le temperature genuarie.

Prima sosta davanti alla lapide della deportazione dove una scritta recita «E non cominciarono neppure a vivere», in ricordo dei bambini sterminati nei lager nazisti. Ad attenderlo Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica romana e Renzo Gattegna dell'Ucei. L'emozione colora il viso del Pontefice poche decine di metri più avanti, quando sulla soglia della casa incontra il rabbino emerito Elio Toaff.

L'anziano Rav saluta calorosamente il successore di Pietro. Ratzinger è compassato, ma, merito all'intraprendenza di Riccardo Pacifici che svela l'età del rabbino: 95 anni, strappa al Papa un meravigliato sorriso. Però, è di nuovo il tempo del dolore e del ricordo: un cesto di fiori bianchi alla memoria di Stefano Gay Tachè, un altro bambino ebreo vittima del terrorismo.

Pochi istanti di raccoglimento e ci si avvia verso il tanto agognato incontro. Attesa per i gesti e le parole. Il raffronto con 24 anni fa è inevitabile. Le braccia tese verso un abbraccio di saluto è il flashback che vede protagonisti Giovanni Paolo II e Toaff. Una formalissima stretta di mano è il benvenuto tra il rabbino capo Di Segni e Papa Ratzinger. L'ingresso condiviso nel Tempio maggiore è un applauso che fa da colonna sonora allo sfarfallio di flash.

Altra differenza da 24 anni fa. Oggi oltre 500 giornalisti accreditati, allora poche decine. Sulle panche il popolo del ghetto che voleva vedere e sentire il Papa polacco che spezzava secoli di pregiudizi. Oggi giornalisti famosi, stilisti, imprenditori, vertici militari. Il contesto è diverso e i temi vanno oltre il semplice rapporto tra ebrei e Chiesa di Roma.

E sono i discorsi a sottolineare la differenza. I gesti, meno appassionati ma altrettanto significativi. Toaff e Wojtyla abbandonarono il cerimoniale come del resto è sempre stato nelle loro abitudini. Di Segni e Ratzinger sono rimasti al loro posto. Solo un cedimento al protocollo quando il rabbino capo si è avvicinato al Papa per indicare la fila, ormai esigua, di ex deportati nei lager. L'inchino del Papa. L'applauso della platea.

Nell'aprile 1986 Wojtyla volle stringere la mano a Settimia Spizzichino sopravvissusta ad Auschwitz. Sotto le volte della sinagoga aleggiava il nome di Pio XII. E a nominarlo è stato Riccardo Pacifici, capo della Comunità ebraica di Roma che tanto ha mantenuto fermo l'invito. Pacifici ha espresso il rammarico per il silenzio di Papa Pacelli durante le deportazioni.

«Il silenzio di Pio XII davanti alla Shoah, fa ancora male perché avrebbe dovuto fare qualcosa - ha detto Pacifici al Papa - Forse non sarebbe riuscito a fermare i treni della morte, ma avrebbe lanciato un segnale, una parola di estremo conforto, di umana solidarietà, nei confronti di quei nostri fratelli trasportati verso i forni crematori di Auschwitz». Il discorso del responsabile della Comunità ha toccato altri temi pregnanti di questo incontro. Le persecuzioni dei cristiani in Asia e Africa e la sorte del soldato Shalit in mano ad Hamas da quasi 4 anni.

Ha parlato di «Certi stati che sostengono il fondamentalismo religioso» e «programmano la distruzione dello Stato d'Israele e il conseguente sterminio degli ebrei». Ma per vincere, ha detto Pacifici «dobbiamo solidarizzare con le forze che nell'Islam interpretano il Corano come fonte di solidarietà e fraternità umana, nel rispetto della sacralità della vita. In questa Sinagoga, sono presenti oggi alcuni di questi leader musulmani e con calore e affetto sento di dar loro il benvenuto».
Il rabbino Di Segni, restando seduto, il talled che gli copriva le spalle ha letto il suo lungo discorso. Confrontato appena un'ora prima con quello del Pontefice.

Poco tempo per qualsiasi variazione. Il rabbino capo ha ribadito che il punto di partenza è Nostra Aetate, il documento conciliare che apre ai «Fratelli maggiori ebrei». Indietro non si torna. Riccardo Di Segni, non ha citato esplicitamente Pio XII, ma ha detto che «il silenzio di Dio o la nostra incapacità di sentire la Sua voce davanti ai mali del mondo, sono un mistero imperscrutabile. Ma il silenzio dell'uomo è su un piano diverso, ci interroga, ci sfida e non sfugge al giudizio».

Parole dette e sottintese. Il rabbino, poi, nel colloquio privato è andato oltre la richiesta di aprire gli archivi vaticani su Pio XII. Di Segni, ricordando un episodio che vide protagonista Wojtyla prete ia Cracovia, ha chiesto al Pontefice di autorizzare l'apertura degli archivi degli istituti cattolici che durante l'olocausto ospitarono bambini ebrei.

«Con la guerra - ha detto Di Segni - molti di questi bambini ebbero cancellata la loro identità ebraica». L'apertura di questi archivi consentirebbe a molti ebrei sopravvissuti di conoscere le proprie origini. «Sarebbe un gesto importante», ha sottolineato il rabbino e «Benedetto XVI mi sembra ne abbia preso atto».

Otto volte è stato interrotto dagli applausi. Benedetto XVI non ha scaldato gli animi, ma nel discorso molto teologico, nel suo stile, ha sottolineato la linea della Chiesa. Senza concessioni alla spettacolarizzazione. Ha citato Wojtyla, nome più richiamato da tutti gli oratori e più apprezzato dalla platea. Come prevedibile, ci sono stati ampi riferimenti allo sterminio nazista. Il «dramma singolare e sconvolgente della Shoah - ha detto il Papa - rappresenta il vertice di un cammino di odio che nasce quando l'uomo dimentica il suo creatore e mette se stesso al centro dell'universo».

Il Papa non ha mancato di commemorare quegli «ebrei romani strappati alle loro case, straziati ad Auschwitz». Ma, con implicito riferimento alle polemiche su Pio XII, ha ribadito che «la Sede Apostolica svolse un'azione di soccorso, spesso nascosta e discreta. Purtroppo molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i cattolici italiani, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli ebrei, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne». Sorrisi. Stretta di mano. Tutti soddisfatti.

«La sua visita è un avvenimento storico che suscita notevole emozione» è il commento del vicepremier israeliano che non ha mancato di chiedere al Papa di agire «nell'interesse supremo della pace nel mondo», affinché all'Iran sia impedito di dotarsi di armi nucleari.

Maurizio Piccirilli
18/01/2010





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Milano: morto Bruno De Filippi, scrisse per Mina «Tintarella di luna»

Corriere della Sera

Il grande chitarrista e musicista jazz è scomparso all'età di 80 anni nel capoluogo lombardo

MILANO - E' stato un grandissimo musicista jazz, ma è diventato celebre per un motivetto orecchiabile, un «tormentone» che però ha avuto la forza di tramandarsi di generazione in generazione: si tratta di «Tintarella di luna» (Ascolta). E' scomparso sabato scorso a Milano (ma la notizia si è appresa solo oggi) Bruno De Filippi, chitarrista, armonicisita, compositore, che con Franco Migliacci è stato appunto l'autore di «Tintarella di luna», una delle canzoni italiane più celebri di tutti i tempi, portata al successo da Mina. Aveva 80 anni. Il funerale si è svolto oggi pomeriggio nella chiesa milanese di San Vincenzo de Paoli.

CHI ERA - Tra i più apprezzati chitarristi in ambito jazz ma anche nella musica leggera, De Filippi ha avuto modo di collaborare con molti dei più noti cantanti italiani, scrivendo e suonando per Domenico Modugno, Mina, Gino Paoli, Pino Daniele, Enzo Jannacci, Angelo Branduardi, Articolo 31 e Fiorella Mannoia. Contemporaneamente all'attività come jazzista, iniziata da giovanissimo, Bruno De Filippi suonò agli esordi, dal 1951, anche in un gruppo di musica leggera, che presto divenne uno dei primi complessi di rock'n'roll italiani, i Campioni, il cui leader era Tony Dallara. Nel 1958 De Filippi fu il chitarrista del Sestetto Azzurro, che suonò nel disco «Nel blu dipinto di blu», accompagnando Domenico Modugno anche durante l'esibizione al Festival di Sanremo 1958.
Nella sua lunga e prestigiosa carriera Bruno de Filippi ha collaborato con i più importanti artisti del panorama jazzistico internazionale, quali Louis Armstrong, Gerry Mulligan, Astor Piazzolla, Lee Konitz, Barney Kessel, Lionel Hampton e Bud Shank, per nominarne alcuni, e con i più noti jazzisti italiani, tra i quali citiamo Franco Cerri, Enrico Intra, Renato Sellani e Tullio De Piscopo. Negli anni '60 e '70 Bruno De Filippi partecipò a numerosissime incisioni anche nell'ambito della musica leggera, con cantanti del calibro di Mina, Caterina Valente, Johnny Dorelli, Pino Daniele e Ornella Vanoni. Negli anni '70 si intensificò la sua attività di armonicista, intervenendo con i suoi soli al fianco di Mina, Pino Daniele, Toquinho, Rossana Casale, Caterina Valente, Gino Paoli, e molti altri grandi nomi del panorama musicale.

Redazione online
18 gennaio 2010







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Scarcerato Alì Agca: «Io sono Cristo»

Corriere della Sera

Lettera agli avvocati su misteri e premonizioni.
Portato in un centro dove si valuta il suo stato mentale

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ANKARA (Turchia) - Mehmet Alì Agca, l'uomo che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II, è libero. E' stato scarcerato lunedì mattina. E dopo tanti anni, 29, trascorsi in prigione, Agca non smentisce il proprio personaggio contraddittorio e in qualche modo misterioso. In una lettera consegnata agli avvocati e da questi diffusa ai giornalisti, si proclama «Gesù Cristo», annuncia rivelazioni sulla fine del mondo e proclama le sue verità mistiche teologiche su Dio e la Trinità (Leggi: ecco la lettera di Alì Agca).

L RILASCIO - «La procedura per il rilascio è stata completata», ha annunciato l'avvocato Yilmaz Abosoglu all'esterno del carcere di massima sicurezza nei pressi di Ankara dove era rinchiuso il 52nne attentatore di Papa Wojtyla. Il legale ha spiegato che Agca è stato immediatamente portato in un centro di reclutamento dell'esercito dove le autorità hanno esaminando la sua posizione rispetto al servizio militare ed è stato dichiarato non idoneo al servizio di leva. Secondo l'emittente Ntv, Agca dovrebbe essere successivamente trasferito all'ospedale militare di Istanbul. In ogni caso, subito dopo il confronto con i medici dell'esercito, è stato accompagnato in una stanza dell'hotel Sheraton senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti che lo stavano aspettando. Già nelle settimane scorse si era però parlato di un'intervista già concessa in esclusiva ad un'emittente tv americana per un compenso di circa due milioni di euro. E questo potrebbe giustificare la riservatezza a cui lo hanno indotto i suoi legali.

«PROCLAMO LA FINE DEL MONDO» - La lettera aperta consegnata agli avvocati è destinata ai giornalisti perché divulghino il suo «messaggio» al mondo. Un messaggio che contiene una serie di affermazioni riferite alle basi teologiche del cristianesimo. Agca scrive: «Io proclamo la fine del mondo. Avverrà in questo secolo». Si definisce il «Cristo», «incarnato e reincarnato», e precisa: «Non sono figlio di Dio», ma «il supremo servitore di Dio in eterno». Afferma che «Dio è unico in eterno», «non esiste alcuna Trinità», «lo Spirito Santo è soltanto un angelo» affermando che «il Vangelo è pieno di errori». E alla fine annuncia: «Io riscriverò il vero Vangelo».

Redazione online
18 gennaio 2010








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Oggi è il giorno più triste dell'anno

Corriere della Sera


Secondo il «Centre for Lifelong Learning» questa è la giornata più infelice del 2010




MILANO - «Odio i lunedì», cantava Vasco Rossi. E mai canzone potrebbe essere più azzeccata per spiegare la giornata di oggi, considerata il «Blue Monday» per eccellenza, ovvero il giorno più infelice e triste dell’anno.

IL CALCOLO - Colpa di una serie di fattori contingenti – dal freddo polare di questi giorni ai conti in rosso per le spese di Natale, dalla consapevolezza che per ripianare i debiti serviranno molti soldi all’impossibilità di restare a casa dal lavoro vista la recessione - che spingono l’umore sotto i tacchi e fanno schizzare la depressione alle stelle.

E che non ci sia possibilità di scampo lo dice anche la matematica, perché il «Blue Monday» è, infatti, il risultato di un’equazione ideata dal professor Cliff Arnall del «Centre for Lifelong Learning» , un’organizzazione inglese che effettua studi sulla qualità della vita, dove il parametro W indica le condizioni meteo, D i debiti contratti durante le feste, T il tempo trascorso dal Natale, Q la prossima busta paga ed M rappresenta un coefficiente emozionale legato all’incognita N, ovvero la voglia di reagire.

E la conferma del fatto che oggi 18 gennaio siano davvero in pochi quelli che hanno voglia di alzarsi dal letto arriva da una ricerca condotta dall’inglese FirstCare, società che aiuta le aziende a combattere il fenomeno dell’assenteismo, particolarmente accentuato proprio in questa giornata.

CONSIGLI PER LE AZIENDE - «"Il Blue Monday" è stato descritto come il giorno più deprimente e negativo dell’anno – ha spiegato al «Daily Mail» l’amministratore delegato, Aaron Ross - e, non a caso, in questa giornata l’assenza dal lavoro raggiunge livelli molto più alti rispetto ad altri periodi. E visto che l’assenteismo costa molto alle aziende, noi consigliamo sempre ai datori di lavoro di mostrare il loro pieno appoggio agli impiegati durante il mese di gennaio, così da evitare che restino a casa«. L’anno scorso, il «Blue Monday» fu il 19 gennaio, mentre il prossimo anno sarà il 17.

Ma non disperate: come previsto sempre da Arnall con un’analoga formula matematica legata al trascorrere del tempo all’aria aperta (O), alla natura (N), all’interazione sociale (S), ai ricordi delle vacanze estive durante l’infanzia (Cpm), alla temperatura (T) e all’aspettativa delle vacanze in arrivo (He), a giugno festeggeremo il giorno più felice dell’anno. Non resta che preparare le calcolatrici.

Simona Marchetti
18 gennaio 2010








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Newton e la mela caduta da un albero Pubblicata sul Web la storia originale

La Stampa

Reso pubblico il manoscritto che spiega l'anedotto che ispirò il matematico



LONDRA

Isaac Newton contribuì in maniera fondamentale a più di una branca del sapere, ma ciò che lo rese universalmente noto – grazie anche alle “Lettres philosophiques” di Voltaire – furono i suoi studi di meccanica classica, indissolubilmente legati all'aneddoto della mela caduta dall’albero.

La scoperta della sua famosa teoria della gravità venne ricordata dall’amico e collega William Stukeley, in una biografia del 1752. Lo scrittore registrò nelle sue “Memoirs of Sir Isaac Newton's Life” una conversazione con Newton a Kensington il 5 aprile 1726, nella quale il matematico ricordava «quando per la prima volta, la nozione di forza di gravità si formò nella sua mente. Fu grazie alla caduta di una mela, mentre sedeva in contemplazione. Perché la mela cade sempre perpendicolarmente al terreno, pensò tra sé e sé. Perché non potrebbe cadere a lato o verso l'alto, ma sempre verso il centro della terra».

Finora tale manoscritto è rimasto nascosto nell’archivio della Royal Society, ma a partire da oggi chiunque possieda una connessione Internet potrà visionarlo. Il testo è stato infatti pubblicato online in occasione del 350esimo anniversario dell’accademia britannica. Lord Rees, presidente della Royal Society, ha affermato: “La biografia di Stukeley rappresenta un prezioso documento per gli storici di scienza e sono contentissimo che sia stata resa disponibile al pubblico, insieme ad altri importanti manoscritti”.

Il documento di Stukeley racconta anche della giovinezza di Newton, del periodo trascorso a Grantham (Lincolnshire) e dei suoi studi. Un capitolo parla ad esempio di quando il piccolo matematico creò un modello in scala di un mulino a vento. Sull’archivio della Royal Society è inoltre disponibile il disegno del rivoluzionario ponte d’acciaio di Thomas Paine, il contributo del filosofo John Locke alla prima versione della costituzione americana e rare illustrazioni di storia naturale prodotte dal 17esimo al 19esimo secolo. Per scoprire queste ed altre perle della scienza collegatevi dunque al sito Internet www.royalsociety.org/turning-the-pages

Foto tratta da User:Dcoetzee, the National Portrait Gallery

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Più di 50mila nuovi poveri: padri separati

Corriere della Sera

Il Comune: a Milano è emergenza. Nasce la prima «Casa per il papà» in difficoltà

MILANO - Cinquantamila uomini, cinquantamila padri che un tempo furono anche mariti. In cerca di un aiuto, di un sostegno, di un appoggio. In cerca di una casa. La Casa del padre separato. A Milano si farà. In via Calvino, zona Mac Mahon. Un centro da 160 posti letto, con camere singole e doppie. Con la mensa, un piccolo giardino e una biblioteca. Ci sta lavorando la Provincia e ci sta lavorando il consigliere leghista Matteo Salvini, che «strapperà» al progetto centomila euro dal bilancio del Comune. «Ho già pronto l’emendamento», garantisce. Non sarà un dormitorio, qualcosa bisognerà pagare. Cento-centocinquanta euro al mese. Un affitto sociale per una categoria di nuovi poveri. Perché la prima spia si era accesa proprio nei dormitori. In Via Saponaro, al Gratosoglio, dormono in media quattrocento ospiti. La colonia dei padri separati ha messo radici qualche anno fa. Con i prezzi delle case alle stelle e la crisi economica, la colonia si è allargata. «Ora almeno ottanta ospiti appartengono alla categoria», racconta padre Clemente Moriggi, il francescano che gestisce il centro. Clochard temporanei. Mantengono (ex) moglie e figli, senza più soldi in tasca né tetto sotto cui dormire. «Il pericolo è proprio questo — continua padre Clemente —: che da temporanei diventino clochard fissi. Perché un padre separato, in difficoltà prima affettiva e poi pure economica, corre il rischio più grande: perdere fiducia nella vita».

L’associazione matrimonialisti italiani ha calcolato che a Milano, tra città e provincia, di uomini che vivono questo tipo di difficoltà ce ne sarebbero, appunto, quasi cinquantamila. Con un mutuo da coprire (quello della vecchia casa), un assegno da versare, un affitto da pagare (per la nuova abitazione). «Il calcolo si fa presto», dice Domenico Fumagalli, responsabile lombardo dell’associazione dei papà separati: «Servono almeno millecinquecento-milleseicento euro». Uno stipendio, in pratica. A volte non basta nemmeno quello. La seconda segnalazione arriva dal tribunale. «Negli ultimi mesi c’è stato un boom di cause per rivedere gli assegni di mantenimento», dice Cesare Rimini, avvocato matrimonialista. In pratica, quello che qualche anno fa un (ex) marito poteva garantire alla ( ex) consorte, ora non è più in grado di garantirlo. E poi c’è la crisi. Fumagalli dice che circola anche una specie di legge di Murphy sul tema: «Ti licenziano? E allora è molto facile che ti separerai». Le ragioni sono sociali, psicologiche, familiari. «Sta di fatto che la nostra associazione — terza spia che s’accende — ha registrato un boom di adesioni proprio dalle zone più colpite dai licenziamenti. L’area di AgrateVimercate, per esempio, dove hanno chiuso diverse aziende».

«Il grande problema rimane la casa», dice Rimini: «È già difficile mantenerne una, immaginarsi due». Una casa pubblica per i papà separati, allora. Il Comune qualcosa ha già provato a fare. Tra gli appartamenti appena requisiti in città alla mafia, un paio di monolocali andranno proprio alle associazioni che tutelano i papà separati. In via Calvino, ma anche in cascina. Una, almeno una, tra le tante abbandonate che si vorrebbero recuperare ( anche) in vista di Expo 2015. «Avevamo chiesto qualche anno fa la cascina San Bernardo, a due passi da Chiaravalle», racconta padre Clemente. C’era anche lo sponsor, per finanziare il restauro. Non se ne fece nulla. «Ci riproveremo».

Andrea Senesi
18 gennaio 2010







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Mazzette, feste, cene. Così pagavamo tutti per evadere il Fisco»

Corriere del Veneto


Vicenza, la confessione choc dell’imprenditore Ghiotto «Centomila euro al finanziere... poi l’Agenzia delle entrate»




VICENZA - «Giovine (sottufficiale della Guardia di Finanza da poco in pensione, ndr) mi ha sempre detto che andavo incontro a pericoli... facevo il regalo di Natale e qualcosa prima delle ferie estive. All’inizio, ancora con le lire, nel 2001, gli davo 20 milioni. Poi circa 20 mila euro all’anno, 10 a Natale e 10 per le ferie. L’ultima dazione è stata nell’estate del 2008». Ma c’erano i pericoli che correvano anche gli altri impresari delle pelli, per i quali lui faceva da tramite. «Con la mia colletta versavo complessivamente al Giovine attorno a 100-120 mila euro all’anno.

So che altri pagavano personalmente e non per mio tramite. Tra questi:...». E’ la confessione-accusa di Andrea Ghiotto, l’imprenditore e faccendiere dell’industria vicentina della concia arrestato a metà dicembre per le mazzette all’ex comandante della Finanza di Arzignano. Un verbale esplosivo, il suo, che il 28 dicembre gli ha valso la scarcerazione.

Nella vicenda delle bustarelle, confermata da alcuni imprenditori ma seccamente negata da Giovine che parla di rivalsa dopo le sue indagini, coinvolge una decina di persone fra finanzieri, imprenditori, consulenti e pure un funzionario dell’Agenzia delle Entrate. «Io ho sentito che (...) ha pagato (...), funzionario dell’Agenzia delle Entrate di (...)». La corruzione è la punta della più ampia indagine per frode fiscale e riciclaggio che coinvolge una buona fetta dell’industria della concia della vallata del Chiampo: circa 150 aziende per quasi 200 indagati.

Un distretto produttivo sotto accusa (gli imprenditori sono però circa 500, quindi molti non sono stati toccati), del quale Ghiotto era l’imprenditore più spregiudicato, sia il suo ruolo di filtro, sia per lo stile di vita sopra le righe, attico all’hotel Principe da 3-4 mila euro al mese, escort, festini, viaggi, presidenze varie fra cui quella del Grifo, calcio a 5 capace di conquistare il titolo nazionale.

«Volevo protezione» Fino al 28 dicembre Ghiotto aveva sempre negato la corruzione. Ma quel giorno, davanti al procuratore Ivano Nelson Salvarani e al suo avvocato Lucio Zarantonello, ha vuotato il sacco. «Nel 2007 ho aperto la Globo Pellami, la Trade import-export e Leather Corporation, tutte operanti nel settore della concia. Ho sfruttato l’amicizia e la confidenza col Giovine per avere un certo tipo di protezione anche per le aziende con cui lavoravo... Giovine mi aveva protetto anche quando avevo la precedente impresa con cui facevo le sponsorizzazioni.

Sapeva come funzionavano le sponsorizzazioni e lui non sottoponeva a verifica la mia società, la Arzignano Grifo srl». Il sistema svelato dalla maxinchiesta fiscale, sulla quale ha lavorato a lungo il Nucleo di polizia tributaria di Vicenza (che quindi si è trovato a indagare su un proprio ex collega), seguiva uno schema fisso: Ghiotto ed altri si frapponevano con le loro società nell’importazione del pellame. Le imprese acquirenti, complici, pagavano la merce con l’Iva che poi però veniva retrocessa dagli stessi intermediari.

Risultato: risparmio secco del 20% sui prezzi d’acquisto, sul quale lucrava naturalmente anche Ghiotto. Per le sponsorizzazioni della squadra di calcio andava diversamente. «Premesso che quasi tutti gli sponsor li curavo io perchè si fidavano solo di me, trattandosi di importi rilevanti, posso dire che non c’è mai stata la restituzione dell’Iva: veniva restituito una parte dell’imponibile. Ogni azienda aveva un accordo. Confermo che si tratta di quelle menzionate da ... e che ce ne sono altre ancora».


«Quei due finanzieri...» Ghiotto racconta come nacque il vertiginoso rapporto con Giovine e la Finanza e tira in ballo un comandante. «Quando ho aperto le mie aziende gli spiegai le mie intenzioni, gli spiegai con chi lavoravo, quanto era il giro. Egli mi disse che la sua protezione non era sufficiente. Mi fece conoscere allora il comandante della Guardia di Finanza di ..., siamo nel 2007. Ci siamo trovati in un ristorante di Trissino.

Siamo andati poi al Principe per cene (il Principe è l’hotel di Arzignano dove Ghiotto fissava incontri e girava anche i filmini con escort, imprenditori e sportivi, ndr). Io con lui non ho mai parlato di soldi, né abbiamo mai parlato del fenomeno del giro dell’Iva. Lui sapeva benissimo che io facevo fatture ma non me l’ha mai detto, me l’ha fatto capire.

Un giorno mi chiama e mi dice di andare a Vicenza, dopo un po’ di tempo che c’erano le cene e il "dopo cena"; ci siamo visti in un bar nei pressi della caserma, mi disse che lui non ha mai preso soldi da nessuno, né li voleva prendere, che voleva solo mantenere l’amicizia. Mi disse che se Giovine chiedeva soldi anche per lui era falso, che a lui bastavano le serate. Pagavo sempre io. Giovine non si vantava di avermelo fatto conoscere ma mi diceva che adesso potevo stare più tranquillo».

«San Marino, spartizione» Infine il rapporto con San Marino. «Io facevo bonifici presso una fiduciaria di San Marino che si chiama Fin Project oppure assegni circolari che poi monetizzavo e andavo a prelevare. Pagavo il 2% di commissione per avere denaro contante, poi salita al 3%. Il denaro lo mettevo in un baule creato nella mia auto. Non appena rientrato da San Marino, in mezz’ora lo distribuivo. Invitavo gli interessati uno per uno in orari diversi e retrocedevo loro l’ammontare spettante. Entravano nell’hotel da sotto, così nessuno vedeva niente». Questo il suo racconto. Per gli inquirenti va precisato una cosa: «Non si tratta di corruzione diffusa ma solo di episodi. Molto più diffusa è invece l’evasioen fiscale».

Andrea Pasqualetto
18 gennaio 2010








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Tasse, per pagare il Fisco lavoriamo quattro ore al giorno

Corriere della Sera

La libertà tributaria quest'anno slitta dal 22 al 23 giugno

Il Fisco? Aspettando la riforma, per gran parte del 2010 continuerà a camminarci fianco a fianco. E sembra difficile scrollarcelo di dosso perché i conti pubblici non sembrano consentire il tanto atteso taglio delle tasse. Nel 2010 un impiegato di buon livello con moglie e figlio a carico dovrà lavorare un giorno in più per pagare tasse e contributi. Il «Tax Freedom Day», il giorno della liberazione fiscale slitta, infatti, al 23 giugno, mentre nel 2009 la campanella era suonata il 22 giugno. La corvée fiscale del 2010 durerà, quindi, 173 interminabili giornate, pari a una pressione tributaria che supera il 47%. È quasi un record storico di questa classifica (negativa) che il Corriere stila dal 1990. Solo nel 2000 era andata peggio.

NOSTALGIA - Vent’anni dopo la prima elaborazione non si può non provare nostalgia per il 1990 quando già dall’8 giugno si poteva cominciare a lavorare per se stessi e per la propria famiglia perché l’appetito del fisco era già stato ampiamente sfamato. Da allora la strada è quasi sempre stata in salita, con qualche temporanea discesa. Il decennio che si è appena chiuso non è certo da ricordare visto che il Tax Freedom Day è rimasto stabilmente tra il 20 e il 23 giugno. Speriamo, quindi, nel prossimo. Non può sorridere nemmeno l'altro contribuente che CorrierEconomia, con l'aiuto dell’Ufficio studi dell’Associazione artigiani di Mestre, utilizza per calcolare il giorno della liberazione fiscale. È un operaio che guadagna 22.753 euro e che si libererà dal giogo delle tasse prima dell’impiegato, il 5 maggio, sempre, però, con 24 ore di ritardo sul 2009. In salita

IN SALITA - La pressione tributaria, insomma, è aumentata ulteriormente, anche se non ci sono state modifiche peggiorative nel nostro sistema tributario. Lo spostamento in avanti del «Tax Freedom Day» è quasi tutto imputabile, infatti, alla progressività delle imposte sui redditi: la retribuzione è salita (+3,1% sul 2009), ma è aumentata anche l'incidenza dell’Irpef perché gli aumenti in busta paga vengono tassati tutti con l’aliquota marginale, la più elevata (il 27% per l’operaio, il 38% per l’impiegato). Facendo così salire l’aliquota media: dal 24,3% al 24,9% per l'impiegato, dall’11,2% all’11,8% per l’operaio. Lo spostamento in avanti del giorno di liberazione fiscale è un fatto fisiologico in assenza di una manutenzione dell’Irpef che tenga conto dell’inflazione aggiornando i vari scaglioni e l’importo delle detrazioni.

TENORE DI VITA - Si pagheranno maggiori tasse. Ma questo non vuol dire automaticamente che gli italiani stiano peggio di un anno fa. Al netto del prelievo fiscale, infatti, c’è un lieve aumento del reddito disponibile perché le retribuzioni saliranno più dei prezzi, almeno secondo le statistiche ufficiali (+1,5% in base alla relazione previsionale e programmata del governo) sulle quali si basa la nostra elaborazione. Così, dopo aver pagato tutte le imposte, e sostenuto la spesa per mantenere la propria famiglia, il reddito disponibile aumenta rispettivamente di 179 euro per l'operaio e di 226 euro per l'impiegato. Italiani un po’ più ricchi. Ma purtroppo anche il Fisco incrementerà il suo bottino. Nel calcolare il «Tax Freedom Day» del 2010, è stato rifatto il bilancio 2009 tenendo conto dei dati definitivi, e non di quelli previsionali utilizzati un anno fa. E qui le cose sono andate meglio del previsto. A consuntivo, nel 2009 si è lavorato per il fisco un giorno in meno rispetto a quanto preventivato a inizio anno: la campanella della liberazione fiscale è suonata il 22 giugno per l’impiegato e il 4 maggio per l’operaio, invece del 23 giugno e del 5 maggio. Il miglioramento è dovuto a due fattori: le retribuzioni medie sono aumentate leggermente di più rispetto alle previsioni (3,5% contro il 3,4%). Ma il contributo maggiore è dovuto alla frenata dell’inflazione: nel 2009 i prezzi sono cresciuti dello 0,8%, le stime davano un +2%. Gli stipendi sono stati aumentati del 3,1%. L’inflazione è stimata all’1,5%. I due contribuenti risiedono in Lombardia. L'addizionale comunale è quella media: 0,348%.

GLI AUSPICI - Il 2010, insomma, non è iniziato bene, ma potrebbe continuare meglio se verrà varato almeno un anticipo di riforma fiscale. Anche se il sistema delle due aliquote appare difficile da applicare basterebbe tornare alla curva Irpef degli anni 2001/2006 per sentirsi un po’ più liberi. A patto, però, che non aumentino le imposte sui consumi, l’Iva in particolare, per compensare in parte il taglio dell’Irpef. Le imposte sui consumi incidono, infatti, in misura consistente sul budget familiare: per pagarle nel 2010 bisogna faticare per 53 giorni. Lavorare meno per l’Irpef e di più per l’Iva non sembra essere un grande affare.

Massimo Fracaro e Andrea Vavolo
18 gennaio 2010



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Nuove Brigate Rosse, 2 arresti Uno è il figlio del fondatore br Morlacchi

Corriere della Sera

Operazione della Digos di Roma: fermati Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio

ROMA - Questa mattina la Sezione Antiterrorismo della Digos di Roma, in collaborazione con la Digos di Milano, a seguito di lunghe e complesse indagini, ha tratto in arresto due persone, accusate di appartenere alle nuove Brigate Rosse.

I NOMI - Gli arrestati sono Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio. Il provvedimento cautelare è stato emesso dal Gip di Roma, Caivano, su richiesta del pool antiterrorismo della Procura di Roma diretto dal Procuratore aggiunto, Pietro Saviotti. Sono accusati di far parte della associazione terroristico-eversiva, costituita in banda armata, denominata «per il comunismo Brigate Rosse». Entrambi lavoravano per un'agenzia di gestione archivi: Morlacchi con funzioni manageriali, Virgilio come dipendente. L'indagine che ha portato agli arresti era già scattata nel giugno scorso quando, a Roma e Genova, ci furono diversi arresti di presunti brigatisti e il sequestro di ingenti quantitativi di armi. Per i due l'accusa è di partecipazione a banda armata. I due sono stati prelevati dalle rispettive abitazioni milanesi. I due erano già indagati dal giugno dello scorso anno, quando le loro abitazioni vennero perquisite.

LE INDAGINI - Con l'accusa di far parte di questa organizzazione di matrice marxista - leninista che si proponeva il rilancio della lotta armata e la riproposizione della sigla delle Brigate Rosse, nel giugno scorso erano state già arrestate cinque persone, tuttora detenute, e recuperata importante documentazione ideologica che teorizzava la ripresa della lotta armata e l'assunzione della denominazione «per il comunismo Brigate Rosse». Costantino è risultato in possesso di materiale informatico che espone i criteri e le modalità di criptazione dei documenti per finalità eversive, una sorta di manuale di istruzioni destinato ai sodali, che riporta le istruzioni per l'utilizzo dell'informatica, definite testualmente nel documento stesso «.. una specie di codice di condotta che consigliamo ai militanti rivoluzionari», con una serie di indicazioni finalizzate a evitare controlli da parte delle forze dell'ordine, nonché istruzioni per non farsi «tracciare» in rete. Questo materiale informatico è stato esaminato dalla Digos di Roma con il concorso del Servizio e del Compartimento Polizia Postale di Roma.

A MILANO - Gli arresti sono stati eseguiti a Milano da personale dell'Antiterrorismo delle Digos di Roma e Milano. I due arrestati sono accusati di far parte della associazione terroristico - eversiva, costituita in banda armata, denominata «per il comunismo Brigate Rosse». Altri appartenenti a questa formazione eversiva erano stati arrestati nel giugno scorso dalla Digos di Roma.

IL FIGLIO - Manolo Morlacchi, 39 anni, milanese, è il figlio di Pietro Morlacchi, storico br che nell'estate del '72 costituì il primo esecutivo delle Brigate Rosse con Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mario Moretti e Piero Morlacchi. Si è laureato in Storia alla Statale di Milano nel 1997 con una tesi dal titolo «Politica e ideologia nell'Italia degli anni ’70. Il caso delle Br». E ha scritto un libro sul padre, «La fuga in avanti - La rivoluzione è un fiore che non muore»: «Col ' 68 e l' inizio delle lotte operaie e studentesche - scrive - la funzione di quel gruppo andò via via esaurendosi. Alcuni rientrarono nelle fila istituzionali, altri scelsero la lotta armata. Tra questi mio padre...». E solo nel giugno 2009, insieme con il fratello Ernesto diceva: «Non è giusto essere svenduti come terroristi soltanto per il cognome che portiamo».

Redazione online
18 gennaio 2010








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Bettino Craxi snobbato da Bersani: i Democratici disertano Hammamet

di Alessandro Caprettini

La figlia Stefania: "Non mi ha neanche risposto".Domani sarà ricevuta da Napolitano.

In settecento alla commemorazione dell’ex leader Psi


Hammamet - «Bersani l’ho invitato, ma non mi ha neanche risposto. È chiaro che a questo punto il problema è suo, non certo mio», rivela Stefania Craxi. Tesa per la corvée cui si è sottoposta per tutta la mattinata tra richieste di baci, foto ed autografi, ancora commossa al ricordo del padre, la figlia di Bettino irrompe con decisione sul nodo vero e ancora non sciolto nella vicenda dell’ex-premier.

Perché umanamente sono ormai in tanti al suo fianco. Non solo i 6-700 giunti sulle rive della Tunisia per commemorare il decennale della scomparsa, ma molti di più. «Tutta l’Italia è con te! Tutta in tuo onore!», strilla del resto l’assessore di Reggio Calabria, Candeloro Imbalsano, rompendo il silenzio previsto al momento dell’omaggio cui prendono parte, assieme a tre ministri tunisini, anche Frattini, Brunetta e Sacconi, dopo la deposizione sulla tomba di una corona di rose del presidente Ben Alì. 

Il problema politico però, resta tutto in piedi. Ci sono ancora, e pesano, quei «grumi d’odio» come li chiama Rino Formica che fanno a pugni con «una commozione generale e condivisa per le sorti dell’uomo» che ha preferito una sepoltura da esule piuttosto che mendicare un rientro nel suo paese. Bersani ha sfuggito la risposta. Napolitano non si è comportato allo stesso modo. 

Ha inviato una lettera alla vedova, signora Anna, e domani riceverà al Quirinale proprio Stefania assieme allo staff che la coadiuva nella Fondazione Craxi. È qualcosa, ma ancora poco secondo i tanti socialisti giunti in pellegrinaggio. «Quel che sarebbe necessario è una riflessione a freddo e pacata sul suo ruolo e sulla sua figura politica: quella di un uomo che ha fatto tanto per il paese», rileva Brunetta. 

Ma la questione è complessa. Perché se Maurizio Sacconi nota come «l’imbarazzo del Pd è un segno positivo rispetto alle chiusure del passato» dicendosi fiducioso del fatto che gli ex-comunisti possano alla fine «essere in grado di riconoscere i suoi meriti, visto che prima o poi riconoscono i loro errori salvo il fatto di dover stabilire quanti siano i morti nel frattempo» c’è anche chi, come Stefania, non vuol dimenticare «l’assordante silenzio del Pd». 

Né ci si può limitare ad un ravvedimento di Bersani, del resto. Franco Frattini non ha peli sulla lingua quando fa notare alla tv tunisina, dopo aver preferito il silenzio durante la cerimonia, che «in Italia c’è un partito che pratica ancora il giustizialismo» e che la sua scelta di intervenire è frutto non solo di un «dovere morale» che il ministro degli Esteri dice di aver sentito, ma anche «un gesto di ribellione contro l’ingiustizia di certa giustizia italiana». 

E dunque pare ancora in salita la strada che i tanti arrivati al piccolo cimitero di Hammamet vorrebbero si percorresse. La crescita dell’omaggio umano non va di pari passo con la riabilitazione politica, perché son tanti a predicare ancora la strada dell’odio. «Bettino Craxi - torna a ripetere Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera dopo una lunga militanza nel Psi - è stato ucciso da un network costituito da procure, comunisti giustizialisti ed editoria di sinistra, ancora in azione contro Silvio Berlusconi e contro una svolta riformista del Pd».

Né vede all’orizzonte Cicchitto chi possa modificare la scena. Nemmeno le voci che si vanno rincorrendo su Di Pietro gli paiono un appiglio credibile: «Se davvero fosse stato un agente segreto, credete davvero si possa trovare qualcosa su di lui?». Sperava in Bersani. Si è disilluso. «Avesse nominato Marini presidente e Fioroni capogruppo forse avrebbe avuto più spazio per un dialogo serio con la maggioranza. Ha scelto diversamente...».

Piovono garofani e anche non poche lacrime sulla semplice tomba di Bettino Craxi. La signora Anna resta solo pochi attimi e se ne va sorretta da Tarek Ben Ammar. Mesti i saluti tra i tanti che si affollano intorno: De Michelis, Boniver, Battilocchio, Robilotta, Garesio, Zavatteri, Pillitteri, Marconi, Onofrio Pirrotta che del Tg2 era l’inviato storico al seguito di Bettino.

Vanno via tra i saluti i ministri, tutti giunti a titolo personale, «per non spendere soldi pubblici in un gesto politico», come spiega Stefania. Bobo abbraccia i militanti del Nuovo Psi e ribadisce che a suo modo di vedere, chi dei socialisti è trasmigrato nel Pdl «è un compagno che sbaglia».

Ma la sorella non è affatto d’accordo: «Come non vedere che questo governo sul lavoro, sulla politica euro mediterranea, sulle riforme è l’erede dei governi Craxi?». E come non vedere - ieri con Craxi come oggi con Berlusconi - come la sinistra si attardi nella sola politica dell’insulto e della contumelia con chi siede a palazzo Chigi se da lì si pretende di governare come ha scelto l’elettorato?



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Il mistero Di Pietro: quei viaggi negli Stati Uniti

di Gian Marco Chiocci

Le trasferte americane del leader Idv al centro di polemiche sin dagli anni ’90. Era accolto come una star dai politologi Leeden e Luttwak, poi massacrati dalla stampa di sinistra come vicini all’intelligence



Roma - L’uscita a sorpresa di Antonio Di Pietro («c’è un dossier su di me, vogliono far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della Cia per abbattere la Prima Repubblica perché così volevano gli americani e la mafia») ripropone temi già aspramente dibattuti ai tempi di Mani pulite, e anche dopo: quello del rapporto fra Tonino e i servizi segreti (la prima a parlare di possibile continguità con gli 007 fu l’ex pm Tiziana Parenti) e Tonino e gli americani che secondo antica vulgata avrebbero avuto un ruolo nella rivoluzione giudiziaria che disarcionò una classe politica incentrata su Craxi (nemico giurato dopo Sigonella) e Andreotti (considerato troppo filoarabo). 

Tonino ha sempre negato ogni insinuazione, smentendo di esser mai stato al soldo, e al servizio, degli americani. Lo fece con particolare enfasi dopo Mani pulite, il 25 giugno del 1996, allorché dovette giustificare il rinvio di una sua discesa in politica, con un proprio partito, rinvio assai criticato dal presidente del «movimento Mani pulite», Pietro Rocchini, che lo accusò di aver rinunciato a formare un proprio movimento politico a seguito di «pressioni americane». L’ex pm replicò dicendo che si trattava solo di un rinvio «a tempo debito» e che gli americani «non c’entravano niente con quella decisione» che di lì a pochissimo portò Di Pietro al ministero dei Lavori pubblici. 

All’ormai ex amico Rocchini che sul link Montenero-Washington e su alcuni viaggi di Tonino negli Usa aveva fatto allusioni, Di Pietro rispose per le rime: «Negli Stati Uniti, l’anno scorso, ho tenuto una conferenza al centro studi strategici internazionali di Washington solo per confrontare le normative dei due paesi nella lotta alla corruzione». Tenne a precisarlo, perché Rocchini quel cambio di rotta non l’aveva proprio capito: «Accadde nel luglio 1995 – racconta Rocchini - dopo la conferenza al centro studi (vietata ai giornalisti, ndr) insieme all’influente politologo americano Eduard Luttwak, lo sentii cambiato. Era come se negli Usa il nostro progetto di dar vita ad un movimento politico fosse stato accolto con freddezza. 

Da quel momento Di Pietro non parlò più di rinnovare la classe politica italiana... L’impressione fu che certi circoli americani gli avessero fatto intendere di preferire un Di Pietro dentro al sistema dei partiti, anziché fuori...». Impressioni, niente di più. Il relatore della conferenza, Edward Luttwak, presentò Di Pietro come «un eroe per il 92 per cento degli italiani» ed espresse l’augurio «che uno degli uomini nuovi della Seconda Repubblica potesse essere proprio Di Pietro». Precedentemente, nel ’94, lo stesso Luttwak si disse certo della discesa in politica di Tonino a poche ore dalla decisione di abbandonare la toga: «Le dimissioni sono state un passo verso la normalizzazione della situazione politica in Italia. La giustizia deve procedere senza cedimenti verso i politici, ma ora forse ci sarà più chiarezza». 

A dar retta ai ritagli dell’epoca e agli archivi delle agenzie di stampa si scopre che una settimana prima Tonino aveva presenziato a un’altra conferenza, a cui gli organizzatori non volevano dare troppa pubblicità, all’American Enterprise Institute, un think thank conservatore di riferimento di tal Michael Ledeen. Sempre intorno al tandem Di Pietro-Usa, un anno e mezzo dopo, si rischiò l’incidente diplomatico per le rimostranze del sottosegretario Caputo (governo Berlusconi) all’attestato di stima rilasciato dal neoambasciatore statunitense Foglietta, appena insediato a Roma, nei confronti di Tonino: «So che di recente e sceso nell'arena politica e credo che farà bene.  È un grande uomo».

Sui viaggi e sui rapporti americani di Tonino si è favoleggiato sempre tanto, troppo, a volte solo perché appariva sospetta l’ansia di riservatezza esternata da chi invitava a Washington il politico molisano. E ovviamente nulla c’entra la precisa ricostruzione del settimanale il Diario che a febbraio 2002 documentò l’interessamento della Cia al fenomeno Mani pulite attraverso gli sviluppi dell’inchiesta «carceri d’oro». 

Azzardare frequentazioni sospette di Tonino con ambienti dei servizi segreti, italiani e/o americani, è ingeneroso e calunnioso in assenza di riscontri. Se solo si dovesse ragionare come ragiona qualche fan di Tonino (vedi la patente di mafiosità rilasciata al presidente del Senato, Renato Schifani, perché da giovane frequentava persone che solo anni dopo verranno accusate di reati di mafia) bisognerebbe ricordare che i competenti politologi Luttwak e Ledeen, quelli delle conferenze americane, sono stati descritti come i peggiori criminali della storia proprio dalla stampa amica del leader Idv: 

il primo, Luttwak, perché ripetutamente intercettato mentre parlava con lo 007 Pio Pompa, con il quale aveva assidue frequentazioni d’intelligence, nell’inchiesta sul sequestro Abu Omar; il secondo perché responsabile, secondo il quotidiano la Repubblica, d’aver aiutato nel 2001 il governo Berlusconi, attraverso il Sismi di Niccolò Pollari, a rovesciare il governo iraniano in cambio di gas e petrolio. Solo per la cronaca.




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Tonino e fratelli: le bizzarrie delle (ex) toghe

di Giancarlo Perna

Agli errori giudiziari abbiamo fatto il callo. Prendiamo Calogero Mannino, l’ex ministro dc accusato di mafiosità e assolto dopo 17 anni, venti chili di meno e 23 mesi di arresti. Vita e carriera rovinate. Siamo anche vaccinati alle sentenze bizzarre tipo quella che ha imposto al padre di pagare gli studi alla figlia comodona che, a 32 anni, non si è ancora laureata. Bellina anche la faccenda di Alessandra Mussolini. Offesa perché in un film romeno le si dava della troia, ne aveva chiesto il ritiro. Ma un genio in toga l’ha negato in nome della libertà d’espressione. Poi, in base all’uzzolo o chissà che altro, ha condannato Mussolini alle spese.

Che tipi sono questi magistrati? Dio ci guardi dal commentarli nell’esercizio delle funzioni. Per un nonnulla ti querelano senza rischiare un baffo perché tanto i colleghi gli danno ragione a prescindere. Aggiriamo l’ostacolo e vediamo allora come si comportano quando, spogliandosi della toga o avendo smesso di indossarla, si mescolano tra noi. A giudicare da alcuni casi sott’occhio sono uomini singolari, prepotenti e notevolmente infantili. Resta il dubbio se siano state queste caratteristiche a fargli abbracciare la carriera o le abbiano acquisite percorrendola. In ogni caso sono indigesti, esattamente come le loro sentenze, anche nella vita di tutti i giorni.

Totò Di Pietro, per esempio, è un ex magistrato. Entrato in politica, si è subito segnalato per gli eccessi. Ossessionato dal Cav, batte continuamente lo stesso tasto: la democrazia periclita, l’Italia è il Sudamerica, l’Ossezia, il Turkmenistan e altre entità a caso di cui apprende l’esistenza sfogliando l’atlante. Si agita, molesto più alla sinistra che alla destra, costringendo il misero Bersani a inseguirlo sulla strada dell’insulto e dell’inconcludenza. Quando strabuzza gli occhi e muove a vuoto la bocca per l’eccitazione della malignità che sta per pronunciare richiama, ma impallidendone il ricordo, il duce che minaccia di spezzare le reni alla Grecia.

L’ex pm è il politico più invasato della storia repubblicana. Il primo che a memoria d’uomo abbia affittato pagine di giornali esteri per denigrare il suo Paese. È accaduto nel luglio dell’anno scorso con inserzioni a pagamento sull’Herald Tribune e il Guardian. Sul primo, gridando che «la democrazia è in pericolo», sull’altro per denunciare che «la libertà d’informazione è calpestata». Lo ha fatto con denaro pubblico e nel bel mezzo del G8 dell’Aquila sull’esempio dell’avviso di garanzia recapitato al Cav nel 1994 dal suo ex capo del pool di Milano, F. S. Borrelli, durante la riunione internazionale di Napoli. Curiosa mentalità questa dei magistrati - in attività o ex - che, da custodi della legalità, si trasformano in diffamatori internazionali delle istituzioni per odio politico.

Resta una consolazione: nel ventre del Palazzo, che tutto digerisce, Di Pietro è meno dannoso di quanto sarebbe se continuasse a bazzicare i tribunali. La sua vera personalità, che la politica ha messo a nudo, fa però capire dei pericoli corsi dalla giustizia affidata a gente come lui. Speriamo se ne tenga lontano anche da avvocato dopo che mesi fa il Consiglio dell’Ordine lo ha sospeso per avere tradito la fiducia di un cliente. Copia carbone del sullodato è Luigi De Magistris. È anche lui un ex pm che ha trovato rifugio tra le schiere dipietresche. Ha lasciato la toga a 43 anni, come Totò l’aveva fatto a 44 e per ragioni analoghe.

Di Pietro aveva messo tanta di quella legna sul fuoco, sbattendo in galera questo e quello, che rischiava di bruciarsi. De Magistris ha tagliato la corda dopo avere fatto un buco nell’acqua con le inchieste. Cacciato da Catanzaro dov’era di stanza e inviperito, ha cercato, ancora magistrato, vendetta. Così, ha armato un grandioso casino aizzando i pm di Salerno contro quelli di Catanzaro. Le due procure si sono avventate l’una contro l’altra in nome di De Magistris. Salerno, che stava dalla sua parte, ha indagato l’altra, colpevole a suo dire di avere ostacolato il defenestrato in un’indagine. La cosiddettaWhy not, che già nel nome inglese fa capire che fricchettone sia il Nostro. Le due procure si sono azzannate col risultato che sono intervenuti Csm e Guardasigilli. Conclusione: l’amico di De Magistris, il procuratore capo di Salerno, Luigi Apicella, è stato sospeso dall’incarico e dallo stipendio. Ditemi voi se uno che scatena un simile putiferio ha o no un barlume di equilibrio.

Da politico, De Magistris sta dimostrando un’identica dissennatezza. Per sistemarsi, si è sistemato bene. È da qualche mese un superstipendiato parlamentare Ue e ha un vizio: il blog. Su questo, il 2 gennaio, afflitto dai postumi del cenone, ha ironizzato sul Lodo Alfano che doveva sottrarre il Cav dai processi e ne ha proposto uno suo: «Garantiamo a Berlusconi la possibilità di lasciare l’Italia senza conseguenze... per tornare a essere una nazione civile». In altre parole, l’esilio. Il Cav, ancora incerottato dopo il lancio del Duomo, è stato zitto ma i suoi si sono scatenati. Allora, quel bello spirito di De Magistratis, ha fatto uno snobistico passo indietro dicendo: «Sarà che da un po’ frequento l’Europa ma questo Paese sta perdendo il senso dell’umorismo. Il mio era un pezzo scritto sul blog e va letto per quello che è». Cioè, una fesseria. Come se il blog fosse un porto franco in cui un rappresentante del popolo, per di più ex pm, possa dare sfogo alla bile post prandiale dei bagordi capodanneschi. È anche questo un buon esempio del tipo umano che la magistratura sforna inquinando la politica.

Un terzo scampolo del genere è Giancarlo Caselli, che indossa ancora la toga ma fa diverse incursioni tra noi comuni mortali. A lui non va giù che Andreotti sia stato assolto dall’accusa di mafiosità che gli aveva cucita addosso quando era pm a Palermo. Sono anni che non perde convegno o apparizione tv per dire che la sentenza che lo assolve in realtà lo condanna. Insomma, non ci sta e ripete con la caparbietà, del fanciullo o del matusa, fate voi, che lui ci aveva visto giusto: il Divo Giulio è mafioso checché ne dica la sentenza. Ora ha l’occasione di variare tema con un altro processo che gli è andato buca: quello di Mannino che ha sbattuto in galera e crocifisso per anni. Pare già di sentirlo: ahimè l’hanno assolto ma a pagina 33 della motivazione c’è un inciso che la dice lunga... andate a pagina 33... avevo ragione io... pagina 33.

Uomini davvero singolari questi magistrati.



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A Napoli tutti pazzi per la pensione d’invalidità

di Redazione


Più che un quartiere, Chiaia sembra sia diventato un grande manicomio. La polizia della Procura di Napoli ha infatti messo le mani su oltre 400 pratiche di presunti invalidi affetti da malattie mentali, che ogni mese percepiscono la pensione o l'indennità di accompagnamento. Troppi per non destare sospetti, se si considera che la media per ogni municipalità napoletana è di una quarantina di «pazzi». A Chiaia, invece, il numero è decuplicato. Ma, parliamo anche di un quartiere «recidivo»: infatti, a dicembre dello scorso anno, la Procura di Napoli aveva ordinato una retata di finti ciechi, che vivevano nella maggior parte dei casi, a Santa Lucia, a quattro passi dal lungomare. Cinquantatré arresti per associazione per delinquere, falso e truffa, compreso il presunto regista, il consigliere della municipalità di Chiaia, Salvatore Alaio, ex Pdl, poi uscito dal partito.

La polizia una volta addentata la preda, non l'ha mollata: dopo i finti ciechi, che guidavano regolarmente l'auto e leggevano il giornale, facevano shopping e giocavano a pallone, sono passati a un altro settore delle invalidità: quello dei malati mentali. Nei giorni scorsi, infatti, come riferito dal quotidiano il Mattino, gli agenti hanno sequestrato una gran mole di carte negli uffici della prima Municipalità di Chiaia, il quartiere elegante di Napoli ma, anche dei vicoli e del disagio. Sulla maggior parte di questi 400 pesa il sospetto degli inquirenti che abbiano percepito ingiustamente la pensione o l’indennità di accompagnamento. Se così fosse, ci si troverebbe di fronte a una nuova enorme truffa ai danni dello Stato. Gli investigatori stanno verificando la correttezza di queste pratiche: certificati medici, perizie, ma, anche timbri, decreti, verbali. Come si ricorderà, nel caso dei falsi ciechi, i registi della truffa, avevano addirittura taroccato le pupille degli occhi dei «malati» per rendere più verosimili le foto degli aspiranti invalidi.

La Municipalità di Chiaia sembra essere diventata la centrale di questa truffa anche se, va precisato che, dirigenti e funzionari avrebbero fornito piena collaborazione ai sostituti Giancarlo Novelli e Giuseppe Noviello, che coordinano da due anni l'inchiesta sui falsi invalidi. Il primo dato che emerge in questa prima fase delle indagini è la provenienza territoriale in comune della stragrande maggioranza dei portatori di handicap, sia non vedenti, sia mentali: Santa Lucia, fino a trent'anni fa, la roccaforte dei contrabbandieri di sigarette, oggi pare convertitasi alla truffa ai danni dell'Inps.

Gli inquirenti sospettano che dietro ai falsi ciechi e ai falsi matti, vi sia una sola regia, in grado di contare su tutta una serie di complicità negli uffici che contano, in grado di garantire una velocizzazione delle pratiche per la richiesta delle invalidità ma, anche di assicurare che l'iter vada a buon fine e a evitare i controlli da parte dei pubblici ufficiali. L'inchiesta della polizia però, finora, non ha svelato il livello delle presunte complicità. Ma, mentre l'inchiesta prosegue e il consigliere si proclama innocente, il papà dell'indagato, Luigi Alaio ha denunciato di essere rimasto vittima nei giorni scorsi di un sequestro di persona durato alcune ore. Lui, ha denunciato ai pm di essere stato rapito dalla camorra, che avrebbe come suo obiettivo un presunto «tesoro» detenuto dal figlio, frutto della presunta truffa.



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Ecco la mappa che stana i giudici fannulloni

di Stefano Zurlo

Il dossier riservato del Ministero: nel civile in affanno i distretti di Campobasso e Caltanissetta.

Nel penale Genova è in fondo alla graduatoria, mentre la Procura più virtuosa è Bari. Fotografia di un’Italia a macchia di leopardo

 






Roma - Una cascata di pallini verdi, rossi e gialli. Gli indici percentuali a misurare vizi e virtù di un sistema farraginoso, ma con punte di eccellenza. È il «cruscotto», il sistema di valutazione della macchina giudiziaria messo a punto dall’allora ministro Roberto Castelli. «Un quadro sinottico - precisa lui - capace di dare il polso della situazione in tempo reale». 

Macchie di colore rosso a raccontare l’Italia che non va, che arranca, che è ingolfata da migliaia e migliaia di procedimenti; il giallo a descrivere situazioni in equilibro, fra i processi in arrivo e quelli in partenza perché conclusi o definiti, infine il verde a mostrare l’Italia migliore, quella che, pur a corto di mezzi e risorse, si è rimboccata le maniche, ha ottimizzato le risorse, in una parola coniuga la giustizia con l’efficienza. Non assolve gli imputati dopo dieci o quindici anni, non chiude una controversia civile a distanza di un quarto di secolo, come pure capita in vaste zone del Paese. 

Ecco una tabella con gli indicatori dei ventisei distretti di Corte d’appello, da Ancona a Venezia. L’anno è il 2008. Ma quel conta è il colore. Semaforo rosso, nel civile, per Reggio Calabria, Catanzaro, Napoli, e poi sempre più giù, fino a Lecce, Caltanissetta, Campobasso. I parametri sono disastrosi. Dall’altra parte della classifica, sopra l’indice di ricambio 100, ovvero la parità fra processi sopravvenuti ed esauriti, svettano Perugia e L’Aquila. L’Aquila è a quota 119,36 per cento, Campobasso, la maglia nera, è invece al 56,76 per cento. Come mai? 

Funzionasse sul campo, e non solo nella testa di Castelli e di qualche tecnico volonteroso di via Arenula, il cruscotto avrebbe messo alla frusta uffici indolenti, o disorganizzati, e magistrati fannulloni, avrebbe aiutato a capire la «malattia», a porre le domande giuste e quindi a cambiare. Come mai Campobasso è messa così male se a non molti chilometri distanza, fra l’Umbria e l’Abruzzo, le toghe smaltiscono i faldoni ad una velocità quasi tripla? Dipende dalle forze in campo, dai numeri, o è un problema di risorse, spalmate male sul territorio? Quesiti che i cittadini, spesso alle prese con fascicoli polverosi che si trascinano nel tempo, si pongono senza trovare una risposta accettabile. 

Sul versante penale, si riaffaccia un’Italia a macchia di leopardo. Ancora una volta c’è chi è abbondantemente sopra l’indice di ricambio 100, come Reggio Calabria e Bologna, e chi sprofonda verso numeri inconfessabili, come Genova e Bari. Basta citare queste città per capire come il vecchio schema, che separa il Nord efficiente dal Sud caotico, in questo caso non possa essere applicato. Troviamo mescolate cifre buone e cattive nelle stesse aree geografiche e allora ritornano le domande di prima: la velocità dipende da fattori organizzativi o dal livello di professionalità dei giudici? 

O da tutte e due le cose? Certo, fa una certa impressione vedere ancora una volta accostate realtà stridenti: Reggio Calabria ha un indice di ricambio del 136,99 per cento (e questo spiega l’attentato di ’ndrangheta alla Procura generale di inizio anno), Genova è inchiodata ad un drammatico 59,68 per cento. E assomiglia ad una nave che imbarca acqua e rischia di affondare sotto un peso intollerabile.
Quale sarà la causa di un divario che appare incolmabile? 

Punto interrogativo quasi banale, ma il paragone fra le due Italie è fondamentale per cercare di capire. Così come nel civile. Con tutti gli approfondimenti del caso. Un distretto di corte d’appello può essere sezionato tribunale per tribunale, città per città. E la massa dei faldoni può essere disaggregata per materia: le cause civili ordinarie; divorzi e separazioni; fallimenti; cause di lavoro; previdenza e via di questo passo. 

Perché la stessa cittadella giudiziaria, ad esempio Reggio Calabria, dà l’esempio nel penale, ma non va bene sul lato civile? E avanti con analisi, monitoraggi e altri paradossi. Ecco l’Italia delle Procure, naturalmente al netto dei pm disponibili. Sorpresa. La più virtuosa è Bari, la peggiore Catanzaro, seguita a ruota da Brescia. Gli estremi sono lontanissimi, sembrano appartenere a Paesi diversi. 

I pallini, inesorabili, si alternano anche nello stesso distretto. 

Como marcia in modo diverso da Lecco e tutte due da Milano. Sembrano rompicapi, sono solo le molte facce di una giustizia che troppo a lungo è stata trascurata. Castelli pensava fosse arrivato il momento di mettere mano alla macchina e di riorganizzarla. Il tentativo è finito nel nulla, il tema resta e dev’essere svolto. Come eliminare altrimenti le sempre evocate sacche di inefficienza o di improduttività? Certo, il tema è molto delicato, valutare il lavoro di un magistrato non è cosa da poco e poi le sentenze pesano in modo diverso. Seguire un maxi-processo per mafia è obiettivamente diverso dall’occuparsi di uno scippo o di un furto. Ma, con tutte le cautele del caso, è un peccato che il cruscotto sia spento.




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Scarcerato Alì Agca . «Sono il figlio di Dio»

Corriere della Sera


Lettera agli avvocati su misteri e premonizioni. Portato in un centro dove si valuta il suo stato mentale

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ANKARA - Mehmet Alì Agca, l'uomo che attentò alla vita di Papa Giovanni Paolo II, è libero. E' stato scarcerato lunedì mattina. E dopo tanti anni, 29 trascorsi in prigione, Agca non smentisce il proprio personaggio contraddittorio e in qualche modo misterioso. In una lettera consegnata agli avvocati, infatti, si proclama «Gesù Cristo», annuncia rivelazioni sulla fine del mondo e proclama le sue verità mistiche teologiche su Dio e la Trinità.
Ecco la lettera che Alì Agca ha consegnato agli avvocati


PROCEDURA - «La procedura per il rilascio è stata completata», ha annunciato l'avvocato Yilmaz Abosoglu all'esterno del carcere di massima sicurezza nei pressi di Ankara dove era rinchiuso il 52nne attentatore di Papa Wojtila. Il legale ha spiegato che Agca è stato immediatamente portato in un centro di reclutamento dell'esercito dove le autorità stanno esaminando la sua posizione rispetto al servizio militare. Secondo l'emittente Ntv Agca dovrebbe essere successivamente trasferito all'ospedale militare Gara di Istanbul.

Redazione online
18 gennaio 2010



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