domenica 17 gennaio 2010

Quei silenzi hanno segnato le nostre vite"

Corriere della Sera


La lettera che i sopravvissuti ai campi di sterminio hanno consegnato a Benedetto XVI in Sinagoga





MILANO - I sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, molti di loro presenti alla cerimonia nella Sinagoga di Roma, hanno consegnato al pontefice una lettera. Questo il testo.

«La nostra presenza, in occasione della Sua visita alla Sinagoga di Roma,vuol significare la testimonianza della tragica sorte che milioni di ebrei hanno subito nei capi di sterminio. Noi sopravvissuti al tentativo di sterminio sistematico del nostro popolo da parte del nazismo, abbiamo resistito a quella che è stata la vera malvagità: la distruzione di una identità, mediante la distruzione di un intero popolo.

Ci sono storie come le nostre, ma sono storie senza voce, sono storie mute, per questo, nel ricordo di coloro che non ci sono più, che non sono tornati come noi, lasciamo alla storia le nostre testimonianze, perché quello che è stato non sia più.

Auschwitz riguarda la società nella quale viviamo, ognuno ha le sue colpe per quello che è accaduto, 6 milioni di persone sono state sterminate soltanto per essere nate ebree. Noi siamo qui, ma non siamo mai usciti da Auschwitz, noi siamo qui ma il pensiero va ogni sera a chi ad Auschwitz è rimasto senza nome e senza vita. Noi non abbiamo mai abbandonato la fiducia negli uomini, ma gli uomini non sono venuti in nostro aiuto.

Il silenzio di chi avrebbe potuto fare qualcosa ha segnato le nostre vite e quelle dei nostri figli che hanno condiviso con noi, in tutti questi anni, il nostro dolore. Abbiamo recuperato la nostra dignità che nei campi veniva derisa, calpestata, oltraggiata, rafforzando quella che è la cosa più bella che abbiamo: la nostra identità di Ebrei.

Siamo passati dal senso di destituzione dell'umanità fino al livello di oggetti sfruttati fino al limite estremo. Ma se il modo migliore di difendersi dalle memorie pesanti è quello di impedirne l'ingresso nelle menti, la nostra speranza è che il silenzio di chi non ha impedito il male assoluto sia sopraffatto dalle grida di coloro che vogliono che quello che è stato non sia più, perché il nostro ieri non sia il loro domani».

I sopravvissuti ai campi di sterminio

17 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

Il Senegal offre la terra agli Haitiani: «per il ritorno nella loro patria»

Corriere della Sera


«Non hanno scelto - dice il presidente Wade - di andare in quell'isola. Per loro un tetto e un pezzo di terra»



MILANO - Il presidente senegalese Abdoulaye Wade ha dichiarato oggi di voler favorire il «ritorno» in Africa degli haitiani, offrendo una terra ai discendenti degli schiavi dopo il terribile terremoto che martedì ha colpito l'isola caribica. In un'intervista a radio France Info, Wade ha detto che «il ripetersi di calamità naturali mi spinge a proporre una soluzione radicale: ... creare in Africa, con gli africani e con l'Unione Africana (Ua) un luogo dove gli haitiani possano tornare» ... «con un unico viaggio» o «con più viaggi». «Non hanno scelto loro - ha spiegato Wade - di andare in quell'isola e non sarebbe la prima volta che ex schiavi o loro discendenti possono ritornare in Africa.

È già successo in Liberia, dove gli ex schiavi si sono integrati con la popolazione locale e hanno formato la Nazione liberiana ... È nostro dovere riconoscere loro il diritto di tornare nella terra dei loro antenati». Secondo il portavoce del presidente senegalese, Mamadou Bamba, il Senegal è pronto ha offrire terre agli haitiani. «Se saranno solo alcune persone - ha detto Bamba - offriremo loro un tetto e un pezzo di terra. Se verranno in massa, daremo loro un'intera regione». (Fonte Ansa).

17 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

La Bbc vuol licenziare il servizio meteo: sbaglia previsioni

di Redazione

Nubi tempestose sul Met britannico, che da quasi 90 anni fornisce le sue previsioni alla Bbc.

Dopo aver previsto un'estate caldissima e un inverno mite si è verificato l'esatto contrario


Londra - Nubi tempestose sul futuro dell'ufficio meteorologico britannico, che da quasi 90 anni fornisce le sue previsioni alla Bbc. Dopo aver previsto un'estate caldissima ed un inverno mite quando poi si è verificato l'esatto contrario, il Met Office, parte del ministero della Difesa, rischia di essere 'licenziato' dall'emittente che ora vorrebbe assegnare il contratto ad una rivale agenzia neozelandese. A screditare l'inossidabile reputazione del Met Office, che da quasi un secolo riesce a elaborare previsioni accuratissime delle mutabili condizioni meteo del Regno Unito, sono state una serie di bollettini sbagliati, l'ultimo dei quali proprio la scorsa settimana, quando non ha previsto l'abbondante nevicata abbattutasi sul sud-est dell'Inghilterra.

La Bbc di conseguenza non ha avvertito i cittadini, che ignari del pericolo si sono trovati dinanzi a strade bloccate e treni fermi. Il servizio radiotelevisivo pubblico è stato dunque inondato da una serie di lamentele, mentre le emittenti rivali commerciali avevano invece trasmesso previsioni accurate. Nel bel mezzo della polemica - secondo un sondaggio pubblicato oggi dal Sunday Times il 74% dei britannici non si fida del Met Office - non stupisce quindi l'annuncio della Bbc: ad aprile il contratto con il Met Office scadrà, e l'emittente starebbe rendendo in considerazione l'agenzia meteo neozelandese Metra come possibile alternativa.




Powered by ScribeFire.

Google messo sotto accusa dall'avvocato-alpino che ha processato Internet

di Stefano Lorenzetto


Meglio non incrociare Amedeo Nigra nell’esercizio delle sue funzioni. Per prima cosa è avvocato e giornalista, quanto di peggio vi sia in circolazione. In secondo luogo è stato comandante di un plotone assaltatori. Sotto quell’abito di taglio inappuntabile gli è rimasto appiccicato il pastrano da sottotenente del Sesto alpini, battaglione Trento di stanza a Monguelfo. 

Non è una supposizione: ho le prove. Nel suo ufficio di Milano, infilato fra i tomi del digesto, tiene ancora a portata di mano la «custodia tattica per uso cucito» che aveva in dotazione 40 anni fa nella caserma in alta Val Pusteria, comprendente ditale, forbici, 3 rocchetti di filo, 10 aghi e 15 bottoni, non si sa mai che gliene saltasse via uno prima d’andare in udienza: provvederebbe da solo. 

Scorza dura, gli assaltatori del Sesto alpini. Dal confine con l’Austria, inverni a 25 gradi sottozero, un giorno dil uglio furono catapultati a Reggio Calabria, dove il sindacalista Ciccio Franco, al grido «Boia chi molla», aveva scatenato una rivolta popolare contro la scelta di Catanzaro quale sede della Giunta regionale. Uno dei soldati, originario di Silandro, vedendo il mare per la prima volta in vita sua, esclamò: «Quanta acqua!».


Sintetizza Nigra: «Gli assaltatori sonoquelli che muoiono sui reticolati». Ecco, vi pare che un uomo così, che nel 1995 citò in giudizio il ministero delle Poste perché il portalettere s’era ammalato e non gli recapitava la corrispondenza da dieci giorni e che nei suoi 61 anni di vita è stato anche paracadutista, fantino, guru della Rinascente per il marketing, conduttore televisivo a Telenova, autore di libri giuridico-economici controcorrente, bersagliodella satira di Beppe Grillo, vi pare, dicevo, che un uomo così potesse arretrare di fronte al sito più potente e più cliccato di Internet, quel Google che è la chiave per aprire tutte e porte, che dà lavoro a quasi 20.000persone, che fattura 22 miliardi di dollari l’anno e che genera profitti per altri 4 miliardi? 

Infatti non è arretrato. E poiché le specialità dell’avvocato Nigra sono proprio queste due - profitto e marketing- l’attacco s’è concentrato su Adworks, il nuovo modello di pubblicità inventato da Google, quello che ha arricchito Larry Page e Sergey Brin, i due ex studenti della Stanford University diventati in poco meno di 12 anni i signori del Web. Collegamenti sponsorizzati (link, in gergo), quindi pagati, che appaiono sullo schermo del computer a destra oppure in alto, comunque evidenziati graficamente, quando l’internauta immette una parola chiave. 

Questo in teoria. Inpratica il legale milanese sospetta una commistione pubblicitaria anche nei risultati «puri» offerti dal motore di ricerca. E ha inviato un esposto all’Autorità garante della concorrenza e del mercato nelquale chiede di «accertare il carattere commercialmente scorretto delle affermazioni contenute sulsitowww. googleitalia.com, dichiarando che lo stesso concreta un’ipotesi di pratiche commerciali scorrette e pubblicità ingannevole».

L’authority presieduta da Antonio Catricalà ha aperto un procedimento. Insomma, Davide ha dichiarato guerra a Golia. Per fatto personale: a indispettire Nigra sono state le citazioni inadeguate riservate da Google ai suoi libri e ai sitichedaessi prendono il nome. Unodei quali, tanto per non lasciar dubbi sulla vocazione del professionista, s’intitola
Il processo a Internet.
 
Vuol portare alla sbarra persino il Web?
«Si chiamava così la trasmissione che tenevo a Telenova. M’ispiravo al Processo di Biscardi».

Che cosa le ha fatto Google di male?
«Se digitavo“marketingsociale” sul motore di ricerca, il mio sito www.marketing-sociale.com usciva al 70˚ posto».

Embè?
«Marketing sociale è una teoria elaborata dal qui presente Amedeo Nigra, secondo il quale l’economia parte dal commercio. Adamo Smith teorizzava che la sua origine fosse nelle ore di lavoro. Ma le ore di lavoro da dove vengono? Io sostengo che l’economia viene dall’uomo, dalla domanda, e che alla base di tutto c’è il desiderio.Quando va in crisi il desiderio, si ferma l’economia».

Ciò detto...
«Premesso che i risultati dei motori di ricerca cambiano in continuazione, torniamo al momento in cui ho redatto l’esposto. Google sosteneva, e sostiene tuttora, di basarsi su grandi algoritmi, cioè formule matematiche applicate all’informatica, capaci di setacciare la Rete alla ricerca dei risultati più pertinenti. Quindi risultati oggettivi, imparziali. Ora non si vede come una formula matematica potesse mettere al 70˚ posto un sito interamente dedicato al marketing sociale. Tenga conto che nella sola homepage la stringa “marketing sociale” è ripetuta40volte. Eppure al primo posto usciva il sito www.globalhumanitariaitalia.org, in cui queste due parole non comparivano mai, nemmeno una volta. Com’è possibile?».

Non saprei.
«Tenga conto che Marketing sociale è anche una società a responsabilità limitata, l’unica con questa denominazione, nonché una casaeditrice. Il 4 marzo 2008 perciò scrissi a Google Italia, corso Europa 2, Milano, per avere spiegazioni di questa anomalia. Da allora, fra raccomandate, telegrammi, mail e fax, ho spedito altre 19 diffide, indirizzandole ad Angus Jameson Kelsall, è il nome dell’amministratore che risultava alla Camera di commercio. Mai avuta risposta. In compenso è accaduto un fatto molto strano che ha rafforzato le mie perplessità e mi ha indotto, lo scorso settembre, a rivolgermi all’Antitrust».

Sono tutt’orecchi.
«Dopo i ripetuti solleciti, all’improvviso il mio sito era passato dal 70˚al 6˚posto,nonostante dovesse apparire in prima posizione non solo per legge, ma anche per parola e per logica. Infatti la stringa “marketing sociale” vi ricorre complessivamente ben 78 volte. I cinque siti che mi precedevano arrivavano, tutti insieme, appena a 25. Ma l’algoritmo non tiene conto dei numeri?».

Sarà stato un caso. L’indicizzazione dei siti in Google richiede tempo.
«Senta quest’altra, allora. Sono l’autore dell’unica monografia italiana sul profitto non solo come teoria economica ma anche come figura generale della vita. Nel  mondointero ne sono state pubblicate tre. La mia ha per titolo La teoria del profitto, che è anche il nome di un mio sito nel quale il termine “profitto” è citato 53volte. E invece in prima posizione su Google che cosa compare? La vocedi Wikipedia sul profitto, che al momento dei miei accertamenti riportava questa parola solo 66 volte».

Be’, le sarà toccato il terzo o quarto posto, dài.
«Sbagliato! Nei primi 100 risultati www.latutela-del-profitto.com non c’è»

Che cosa ne deduce?
«Io non voglio dedurre nulla.Adesso spetta all’authority fornire agli italiani le risposte che Google si rifiuta di darmi. Io osservo solo che la descrizione di come funziona il motore di ricerca più consultato al mondo, così come la si può rinvenire nel sito di Google,è incomprensibile e quindi commercialmente scorretta ai sensi dell’articolo21 del codice del consumo. In particolare Google pretende di spiegare il proprio funzionamento rimandando alla labirintica consultazione di ben 47 link. Viceversa per illustrare al potenziale clientec om’è che può farsi pubblicità a pagamento i link sono soltanto tre. Curioso, no?».

Morale della favola?
«Mai sentito parlare di corporate social responsibility o responsabilità sociale d’impresa? La credibilità è un valore economico competitivo. La risi è scaturita da una mancanza di fiducia, non dimentichiamolo. Qui dovrei scomodare il Vangelo secondo Giovanni».

Prego, faccia pure.
«“In principio era il Verbo”. Così è l’economia. Essa parte dalla parola, senza la quale non potremmo scambiare nulla. La sequenza è questa: uomo, desideri, domanda, produzione, commercio. Benedetto XVI nella sua ultima enciclica ha indicato la verità come primo elemento del progresso umano, economia compresa. Quando manca la parola o quando la parola non è vera, si ferma l’economia.

Il mondo smette di comprare perché dopo Cirio, Parmalat e Lehman Brothers non vede verità nei contratti. Il codice del consumo stabilisce che non basta non mentire per non essere commercialmente scorretti: le offerte al pubblico devono anche essere chiare, non fuorvianti. Google è appunto fuorviante. Si comporta come un produttore di auto che nel libretto d’istruzioni non illustrasse il funzionamento di alcune parti del motore. Ma come, sei il più grande soggetto del pianeta in questo ramo e non mi spieghi chiaramente come operi?».

Perché Google non lo farebbe?
«Per avere mani libere».

Sespettasse a lei formulare un’ipotesi di reato, per quale propenderebbe?
«Non verità».

Non mi pare un capo d’imputazione.
«Inadempimento contrattuale. L’articolo 1176 del codice civile contempla il dovere della diligenza nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale.Con la scusante dell’ultraterritorialità, Internet si fa beffa di tutte le leggi. Pensi solo a quelle sindacali. Col telelavoro gli Stati Uniti hanno affidato agli schiavi indianila loro informatica. Anche l’Italia dà in appalto agli albanesi molti lavori in campo previdenziale».

Che cos’ha capito del software di Google?
«È un bel mix di efficienza e di opportunità commerciali».


Lei ritiene che la Rete debba soggiacere a qualche autorità mondiale di controllo?
«No. Io credo che la via giusta sia l’autoregolamentazione: un codice etico e un indice di qualità. Se sgarri, ti sanziono togliendoti punti, come per la patente. E alla fine ti sbatto fuori dal Web».

Stiamo freschi.
«Si ricordi che tira più unagoccia di profitto che cento paia di buoi».

Mi pareva che fosse un’altra cosa a tirare.
(Ride). «E d’altronde, senta, quale processo vuol fare con 250 milioni di siti Internet e oltre 12 miliardi di pagine indicizzate da Google?».

Come mai in Italia non abbiamo una legge che regoli l’intera materia? Perché il Web deve essere una zona franca dove tutto è consentito?
«La politica fa le leggi delle lobby che premono per averle, non le leggi che servono. Lei pensi solo che il leasing esiste dal 1970 ma non è stato mai disciplinato. La Cassazione deve ancora decidere che cos’è».

Quali azioni fino a ieri considerate delittuose non vengono di fatto perseguite se commesse per mezzo di Internet?
«L’ingiuria e la diffamazione di sicuro».

Come può difendersi un cittadino che trova in Rete notizie false sul proprio conto o contenuti che offendono i valori in cui crede? 
«Dovrebbe presentare una denuncia per diffamazione. Tempi: dai due ai quattro anni. E intanto la diffamazione continua».

Stiamo parlando di ragazziniche si fannori prendere col telefonino mentre salmodiano bestemmie nelle chiese e poi mettono i filmati su Youtube.
«I problemi sociali non dovrebbero essere studiati solo dai giuristi, ma anche dagli esperti di marketing. Visono due strade per ottenere i comportamenti: la legge e l’impresa. È la seconda, l’azienda, che crea le mode e le culture».

Attecchiscono solo le peggiori.
«Perché il marketing è visto come il demonio. Se creassimo la moda del bene, certe cose non accadrebbero».

Beppe Grillo sostiene che il marketing sociale, quest’idea dei cittadini azionisti dell’azienda Stato, lei l’ha rubata a Lenin e Stalin.
«Non ha letto il mio libro L’uovo di Berlusconi. Una settimana prima di attaccarlo in un suo show, mi ha telefonato per farsene spedire unacopia. Ovviamente gratis, da buon genovese».

Internet ha distrutto il diritto d’autore.
«Il buon Dio ha creato l’imperfezione. Che è perfezione, perché a ogni scoperta, e quindi a ogni vantaggio, segue uno svantaggio».

Che cos’ha di positivo lo svantaggio?
«Crea il movimento, crea l’insoddisfazione, e così l’uomo è continuamente portato a cercare. In pochi anni ogni negozio Internet diventerà un punto vendita per tre miliardi di potenziali clienti».

I suoi siti quanti clienti le portano?
«Zero».

Quindi si contraddice. 

«Ma io non sono un negozio».
Allora a che cosa le serve un sito?
«Serve a me per metterci dentro le leggi, la giurisprudenza, gli articoli».

Non le basta averli nel computer?
«Ma così li posso consultare sia un ufficio che a casa».

Il sito serve alla sua vanità, confessi.
«L’utilità si sposa con l’edonismo. Credo nel principio della multilateralità. Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello ne è l’esempio sublime. Esistono tante verità contemporanee e, fra queste, le attrazioni involontarie. Il più grande sintetizzatore di attrazioni è Ray Charles, il cantante cieco, con la sua I can’t stop loving you, non posso smettere di amarti. Dice tutto della nostra natura. Come faccio a definirmi un essere razionale se non posso smettere di amare?».


stefano.lorenzettoilgiornale.it



Powered by ScribeFire.

Un capriolo albino sulle Dolomiti Il branco lo isola: attira i predatori

Corriere della Sera


Avvistato un cucciolo di pochi mesi insieme con la madre, che è di colore normale. L'evento è molto raro




BELLUNO — La creatura della neve, sembra in posa. La madre è più avanti, nascosta nella boscaglia. Lui, un piccolo di 7-8 mesi, incuriosito dai movimenti del fotografo, si ferma a guardare. E viene immortalato. Massimo Del Din e la figlia Deborah, che stanno passeggiando tra i boschi della valle di San Lucano, nel cuore delle Dolomiti Agordine, sul momento non credono ai loro occhi: «Mai visto un animale così...». Poi le foto spazzano via gli ultimi dubbi: «Sì — conferma Giammaria Sommavilla, capo della polizia provinciale di Belluno —, si tratta di un capriolo albino, ripreso assieme alla madre, che invece è di colore normale. Non capita spesso di avvistarli, è abbastanza raro: le ultime segnalazioni risalgono a molti anni fa».

Un’apparizione inaspettata per la gente del posto, che pure di questa splendida valle stretta tra il monte Agner e le Pale di San Lucano conosce ogni anfratto: «Una graditissima scoperta— afferma Leandro Grones, che coordina i vari distretti venatori del Bellunese (3.500 i cacciatori da queste parti) —: animali di questo tipo accrescono il fascino della montagna e alimentano leggende... ». Come quella, che affonda le radici nella mitologia gallese, ma è arrivata fin qui, secondo la quale il capriolo albino rappresenta il viaggio dell’anima verso la morte e il cacciatore che lo uccide subirà la stessa sorte entro l’anno. «Un rischio — rassicura, ridendo, Grones — che questo piccolo non corre: qui le regole vengono rispettate, non abbiamo problemi di bracconieri».

Difficilmente il « Bambi bianco» potrà divenire una star mediatica come è capitato con Knut, l’orsacchiotto polare nato nello zoo di Berlino e rifiutato dalla madre, che ha fatto schizzare verso l’alto profitti e visite dell’impianto berlinese, mobilitando schiere di bambini (e di produttori di giocattoli): «Qui è diverso, si tratta di un animale libero, selvatico e anche piuttosto diffidente come tutti gli ungulati — spiega l’assessore al turismo, Matteo Toscani —: in ogni caso la sua presenza ci fa piacere e arricchisce le nostre valli». Creatura quasi magica in inverno, il «Bambi bianco» non ha vita semplice nelle altre stagioni: «Il colore della pelle e degli occhi — afferma Sommavilla— lo rende molto visibile quando non c’è neve e questo può creare problemi al resto del branco, che tende a isolarlo per timore di essere avvistato dai nemici naturali».

«L’albinismo — aggiunge Grones— è una variante genetica, non una malattia. Tuttavia può avere nel capriolo alcune controindicazioni, come quella, ad esempio, di non riuscire a sopportare una prolungata esposizione al sole». Le foto del piccolo, pubblicate sul Gazzettino di Belluno, hanno subito fatto il giro del web, scatenando una sorta di amarcord tra gli appassionati. C’è chi ha ricordato l’avvistamento di un camoscio bianco a fine anni ’80 o quello di una maestosa femmina di cervo con macchie sulle zampe. «Sono i miracoli della montagna», sospira Grones. E per chi coltivasse brutti pensieri, occhio alla maledizione gallese...

Francesco Alberti
17 gennaio 2010





Powered by ScribeFire.

Napoli, la truffa dei «falsi pazzi»: 400 malati di mente nella stessa zona

Corriere della Sera

Le indagini dei carabinieri dopo la scoperta dei falsi ciechi che guidavano e leggevano il giornale

MILANO - Oltre ai «falsi ciechi» smascherati a dicembre potrebbero esserci, a Napoli, nel quartiere del «Pallonetto di Santa Lucia», anche numerosi «falsi pazzi», finti malati di mente titolari di assegni di invalidità. È questo il sospetto degli investigatori che, nei giorni scorsi, hanno acquisito negli uffici alcuni atti. Si tratterebbe, come riferiscono alcuni giornali, di un nuovo filone dell'inchiesta sui falsi ciechi che nel dicembre scorso ha portato agli arresti domiciliari 53 persone, per la maggior parte legate da vincoli di parentela, che hanno percepito per mesi assegni di invalidità. Le immagini delle telecamere usate dai carabinieri per documentare la truffa mostrano i presunti ciechi che guidano auto e moto, e uno che addirittura legge il giornale mentre attende il suo turno in un ufficio postale per ritirare la pensione d'invalidità. Per rendere ogni cosa più credibile, alcuni avevano provveduto a modificare con alcuni programmi di fotoritocco le pupille dei loro occhi nelle foto che venivano poi allegate alle pratiche.

TUTTI NELLA STESSA ZONA - Ora l'attenzione è stata puntata sugli assegni di invalidità concessi a presunti malati di mente: sarebbero oltre 400, tutti nella stessa zona del centro storico. Troppi, rispetto alla media degli altri quartieri cittadini: e così sono scattate le verifiche. Nel corso delle indagini sui falsi invalidi, coordinate dalla procura della Repubblica e partite a settembre, i militari dell’Arma hanno scoperto l’esistenza di un’organizzazione criminale attiva da circa tre anni. La banda, attraverso la falsificazione di documentazione medica e amministrativa, era riuscita a far erogare false pensioni di invalidità a numerosissime persone che, in realtà, non avevano alcun tipo di problema, causando ingentissimi danni alle casse pubbliche. Per gli investigatori, il regista della truffa sarebbe un consigliere della I Municipalità di Napoli, Salvatore Alaio, che è stato fermato a dicembre. Il politico però continua a dirsi innocente. Il padre di Alaio ha denunciato di essere stato vittima, nei giorni scorsi, di un sequestro-lampo. Un aspetto che è oggetto di approfondimento da parte degli investigatori.

Redazione online
17 gennaio 2010



Powered by ScribeFire.

La "guerra" tra socialisti sulla tomba di Bettino

Il Tempo

Oggi la cerimonia per il decennale della morte di Craxi. "Destra" e "sinistra" per la prima volta insieme in Tunisia, ma sono divisi su tutto.

E "ricordano" in giorni differenti.

 

«Cos'è la destra, cos'è la sinistra...?», cantava Giorgio Gaber ormai molti anni fa. Parole che, con il tempo, hanno perso significato. Per i socialisti, orfani da un decennio del loro ultimo grande leader, invece, ancora ce l'hanno. Tanto da dividerli perfino nel giorno della commemorazione del «compagno» Bettino. Da un lato quelli che hanno aderito o si appoggiano al Pdl, dall'altro chi ha scelto la strada di verdi e comunisti. Oggi si ritroveranno qui, ad Hammamet, davanti alla tomba di Craxi.

Ma i primi parteciperanno in forma ufficiale alle celebrazioni organizzate dalla Fondazione che porta il nome del segretario morto da latitante nell'esilio volontario sulla costa tunisina, mentre il Psi di Nencini si limiterà a una visita personale posticipando alla giornata seguente l'iniziativa. Una separazione civile ed educata che, però, non nasconde rancori e rivalità, tanto da spingere i due gruppi a scegliere alberghi diversi. I «destri» alloggiano infatti al Laico, i «sinistri» al «Maheri», hotel che si trovano ad appena 500 metri di distanza.

«Craxi è un patrimonio di tutti, su questo non c'è dubbio - spiega Donato Robilotta, «socialista pidiellino» - ma il loro partito è nato su una base di discontinuità da Craxi che, per loro, non faceva parte della storia socialista. Oggi vengono a piangere sulla sua lapide? Bene, però queste sono lacrime di coccodrillo. Come minimo dovrebbero rompere l'alleanza con Di Pietro...». Ed è proprio la questione delle alleanze a rappresentare la principale barriera, il discrimine e insieme il peccato originale che divide gli ex «compagni» socialisti. Gli uni non sopportano che chi era di sinistra stia oggi con il centrodestra. Gli altri, viceversa. Anche se i nenciniani cercano di far passare la cosa come un problema squisitamente tecnico e minimizzano gli attriti.

«È la prima volta che veniamo ufficialmente ad Hammamet perché come Psi siamo nati un anno fa - sottolinea Angelo Sollazzo, braccio destro di Riccardo Nencini - Io ero molto legato a Bettino e poi domani è una manifestazione privata, non è una celebrazione del Pdl, e noi siamo stati invitati. Comunque Craxi si rivolterebbe nella bara a sentire certe cose o a sapere di essere santificato dalla destra.

È una cosa stucchevole, perché in quei giorni in Parlamento i missini portavano guanti bianchi e la Lega sventolava nodi scorsoi, mentre dalle tv di Berlusconi arrivavano mitragliate contro il leader socialista. Voler dimenticare tutto questo - continua Sollazzo - è inaccettabile. Posso capire il dolore della figlia Stefania. Ma Bettino tutto era fuorché un uomo di destra. Era, al contrario, profondamente di sinistra, e non aveva nulla a che spartire con i missini. Per un socialista stare nel Pdl è un'evidente forzatura e, anche se con alcuni di loro c'è un rapporto di amicizia e di rispetto, io mi auguro che si ravvedano».

Diversa la versione di Roberto Giuliano, segretario dell'associazione «Garofano Rosso», che ha organizzato il viaggio in Tunisia, come fa da anni: «Mia moglie ha chiamato Sollazzo a nome dell'associazione e lui gli ha chiuso il telefono in faccia dicendo che eravamo di destra e con noi non voleva parlare - racconta - In ogni caso, come fa un craxiano a stare con Sinistra e libertà e con i verdi di Bonelli e Pecoraro Scanio? Lasciamo in pace Bettino sottoterra, perché una cosa è certa: lui non vorrebbe mai essere riabilitato dai suoi carnefici, e loro stanno con i carnefici di Craxi.

Dicono che noi siamo alleati con gli ex giustizialisti, ma almeno il Msi e la Lega sono cambiati, hanno seguito un certo percorso. Tanto che Alemanno ora vuole dedicare una strada al nostro leader. Avevamo fatto una richiesta del genere a Veltroni quando era sindaco e la via non gliel'ha dedicata. I comunisti lo considerano ancora un ladro. Non ho sentito - conclude Giuliano - D'Alema o Vendola dire qualcosa di "buono" su Craxi. Per quanto riguarda la commemorazione e il Pdl, voglio ricordare a Sollazzo che ci saranno tre ministri del Popolo della libertà, di cui uno, Maurizio Sacconi, è presidente della fondaizone che porta il nome del nostro leader, e ci sarà la figlia di Bettino, Stefania, che è sottosegretario del governo Berlusconi...».

Insomma, se non è odio, certo non è amore. Sollazzo, tuttavia, insiste: la scelta di alberghi diversi è «un fatto esclusivamente tecnico» perché «stare insieme è indipendente da tutto». Eppure l'esponente del Psi annuncia che il 19, data esatta del decimo anniversario della morte di Craxi, lui e i «suoi» saranno al cimitero per onorare il leader scomparso. E i socialisti filo-centrodestra? Non resteranno a guardare. «Ho ordinato un grande mazzo di fiori con la scritta Associazione amici del garofano rosso, socialisti riformisti verso il Pdl e il 19 la deporremo sulla tomba di Bettino - annuncia Giuliano - siamo stanchi di essere considerati ladri e corrotti mentre "loro" si considerano immacolati».

Maurizio Gallo, inviato a Hammamet
17/01/2010




Powered by ScribeFire.

Il terribile delitto di Brodano di Vignola "Sono la fidanzata di don Giorgio"

Il Resto del carlino

Spunta una donna nell'omicidio di Vignola. Intanto si rafforza il movente economico: intestati al parroco conti correnti per centinaia di migliaia di euro, una quindicina di carte di credito e l’acquisto di otto mini-appartamenti a Vieste



Modena, 15 gennaio 2010.  

Si rafforza il movente economico alla base dell'omicidio di Brodano avvenuto la notte dell'antivigilia di Natale. Stando alle indagini ancora in corso don Giorgio Panini, che ha ucciso l'amico Sergio Manfredini, possiede infatti un conto corrente, al banco di San Geminiano e San Prospero con una movimentazione di diverse centinaia di migliaia di euro, ma anche oltre 30 conti correnti, una quindicina di carte di credito e l’acquisto di otto mini-appartamenti a Vieste per 400mila euro con l’accensione di un mutuo con garanzia di titoli obbligazionari.

La moglie di Manfredini, anche lei rimasta ferita seriamente dai fendenti del religioso, aveva inoltre riferito che il sacerdote si era scagliato sul marito sessantasettenne mentre la coppia dormiva in camera da letto.

Secondo il racconto della donna, messa in salvo dal figlio Davide allertato dalle urla, il parroco aveva il volto nascosto da cappellino e sciarpa. Il procuratore aggiunto Lucia Musti, il Pm Maria Angela Sighicelli, i Carabinieri e la Guardia di Finanza hanno raccolto sino ad ora materiale su una serie di interessi economici che fanno capo al sacerdote e che spesso erano cointestati con l’amico ucciso, come ad esempio gli appartamentini di Vieste.

Intanto emergono anche altri aspetti singolari sulla vita del sacerdote, che è ancora ricoverato nella sezione carceraria del Policlinico di Modena dopo che nell’aggressione da lui portata era rimasto ferito a sua volta: il giorno del suo ricovero si era presentata in ospedale una donna che voleva parlare con lui, qualificandosi come sua fidanzata.

Successivamente la stessa donna, una quarantenne che lavora nel sociale ed ha un figlio, ha presentato una istanza scritta al Gip di Modena per richiedere un colloquio con il sacerdote qualificandosi come la donna di Don Panini. Nei giorni scorsi la Procura ha incaricato due consulenti di valutare le condizioni psichiche del sacerdote.





Powered by ScribeFire.

Quando le toghe di Mani Pulite scrivevano alla signora Contrada

di Patricia Tagliaferri


Di Pietro è stato tra i più severi accusatori dell’ex dirigente del Sisde e l’Idv è sempre stata contraria alla grazia. Ora spuntano bigliettini di solidarietà


Roma - Tra i destinatari del libriccino contenente le lettere del marito dal carcere che Adriana Contrada fece girare dopo l’arresto dell’ex dirigente del Sisde condannato nel ’92 a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, c’erano anche Antonio Di Pietro e Francesco Saverio Borrelli. Entrambi, nella primavera del ’94, si premurarono di risponderle con garbati biglietti.

Il leader dell’Italia dei valori, che ha sempre negato di conoscere Bruno Contrada (nonostante l’altro ieri lo stesso ex pm avesse parlato di foto che lo ritrarrebbero a cena in compagnia dell’ex numero due degli 007), la ringrazia del pensiero e si immedesima nelle sue sofferenze.

«Capisco il suo vero stato d’animo e le auguro di ritrovare, assieme a suo marito, la serenità», scrive Di Pietro allora ancora pubblico ministero su carta intestata della Procura di Milano. Cordiale in privato, dunque, sempre pungente in pubblico, l’ex magistrato è stato tra i più agguerriti oppositori, come del resto molti del suo partito, della grazia a Contrada. Anche Borrelli scrive alla signora Contrada, di suo pugno, parole di sentito apprezzamento. «Comprendo il suo stato d’animo - si legge nel bigliettino - e soffro con lei.

Ammiro il suo coraggio, rispetto la sobrietà delle parole con cui ha voluto chiudere il libro, e la esorto ad avere speranza, speranza, speranza». Un’esortazione che inevitabilmente rimanda al «resistere, resistere, resistere», con cui l’ex capo del pool Mani pulite concluse nel 2002, nel secondo anno del secondo governo Berlusconi e alla fine di Tangentopoli, la relazione dell’anno giudiziario facendo riferimento al naufragio della coscienza civica e alla perdita del senso del diritto. «Vorrei chiederle a mia volta comprensione. È troppo?», conclude Borrelli. «Due biglietti - spiega il difensore dell’ex funzionario del Sisde, Giuseppe Lipera - tra le centinaia ricevuti dalla signora Contrada dai più alti vertici delle istituzioni dell’epoca».

L’Italia dei valori non è soltanto il partito che più di ogni altro si è battuto contro la grazia chiesta dall’avvocato Lipera, ma anche quello che non ha mai nascosto la soddisfazione per la condanna dell’ex funzionario del Sisde e che ha criticato le istanze di differimento della pena o di detenzione domiciliare per motivi di salute presentate al Tribunale di sorveglianza. Il 19 luglio del 2007 Di Pietro pubblica sul suo blog un pezzo in cui chiede alla Procura di Caltanissetta «il motivo dell’archiviazione delle indagini relative alla pista del Castello Utveggio». «Eppure - scriveva - proprio da questo luogo partirono, subito dopo l’attentato, delle telefonate dal cellulare clonato di Borsellino a quello del dott. Contrada, oggi finalmente condannato in via definitiva dalla Cassazione». «Finalmente condannato», evidenzia dunque uno scatenato Di Pietro sul web.

Il fido Luigi De Magistris, in un articolo sugli inquinamenti istituzionali pubblicato da Antimafia Duemila, non è da meno. «La trattativa entra nel vivo e operano - scrive l’eurodeputato dell’Idv - con spregiudicatezza al limite dell’eversione, pezzi deviati delle istituzioni: all’interno dei servizi (il ruolo di Contrada al Sisde) ed esponenti di primo piano del Ros». A Di Pietro la questione della grazia non è mai andata giù, sempre pronto a rimarcare che una cosa è la clemenza, un’altra le condizioni di salute per uno che ha scontato soltanto «sette mesi» di carcere: «La grazia non può essere una scorciatoia».

Dichiarazioni cui ha prontamente replicato il legale di Contrada, ricordando a Di Pietro che l’ex 007 ha già scontato oltre tre anni e sottolineando la differenza tra «richiesta di differimento della pena per gravissimi motivi di salute e grazia». Contro un eventuale atto di clemenza si sono espressi anche i familiari di alcune vittime di mafia, tra cui l’eurodeputata dell’Idv Sonia Alfano, figlia di un giornalista ucciso dalle cosche: «Lo Stato, avanzando l’ipotesi di concedere la grazia a Contrada, continua a non perdere l’occasione per riaprire ferite dolorose e per non schierarsi dalla parte di chi ha creduto in questo stesso Stato sino all’estremo sacrificio». Per Franco Barbato, sempre dell’Idv, Contrada «già servitore dello Stato e poi condannato per mafia è colpevole due volte».



Powered by ScribeFire.

Il mito Di Pietro comincia a scricchiolare

di Gian Marco Chiocci

Il dossier sull'ex magistrato. La misteriosa attività di spionaggio alle Seychelles, gli strani rapporti con i Servizi, le indagini bollate come "irrituali" da una sentenza. E dopo le foto, spuntano lettere alla moglie di Contrada. Che diceva di non conoscere

 

«Indagini irrituali» di un «allora sostituto procuratore della Repubblica». Così si esprimeva uno dei tanti giudici che hanno avuto a che fare col processo sul Banco Ambrosiano a proposito delle misteriosissime investigazioni di Tonino (all’epoca pm a Bergamo) alle Seychelles sulle tracce del faccendiere Francesco Pazienza.

Fra gli atti del processo di appello dell’Ambrosiano finì, infatti, una sorta di rapporto che l’allora sostituto procuratore bergamasco in trasferta, Di Pietro, avrebbe confezionato su Pazienza al termine di lunghi pedinamenti, appostamenti, ricerche porta a porta nei peggiori locali della capitale Vittoria dove, per l’appunto, Pazienza si nascondeva. Il rapporto - scrive Filippo Facci nel suo libro «Di Pietro, la storia vera» - lo si era utilizzato per sostenere che il faccendiere se la spassasse ai tropici con i soldi del Banco.

Stando a quanto riportato nel ’99 direttamente dal faccendiere nel suo si libro, «Il Disubbidiente» (mai smentito o querelato da Tonino), fingendosi turista l’ex pm avrebbe braccato la preda (Pazienza, ndr) in compagnia di una donna rimasta misteriosa. Su mandato non si capisce bene di chi avrebbe chiesto in giro, «interrogato» segretamente il vescovo locale, relazionato ogni sera direttamente in Italia (i telefoni dell’hotel dove alloggiava - dice Pazienza - vennero messi sotto ascolto dagli 007 locali).

Di queste «attività di ricerca» a dir poco inusuali per un pm-detective si trovano ampie tracce fra le carte di primo e secondo grado del procedimento sull’Ambrosiano. E nei motivi del ricorso in appello, riportati alla lettera da Pazienza - si fa presente come «il Pazienza si era rifugiato ospite sopportato, ma non gradito, della famiglia dello Scià alle Seychelles».

Non era granché gradito anche perché le autorità italiane s’erano messe d’impegno a dargli la caccia in ogni angolo del mondo. «Bettino Craxi - racconta il faccendiere - a un certo punto mi scatenò contro l’ammiraglio Martini (ex direttore del Sismi, ndr) e per questo, fra me e lui non è mai corso buon sangue». Inquisito per l’Ambrosiano, inseguito da sei mandati di cattura internazionali, a Pazienza dava la caccia oltre al Sismi anche il Sisde, che fallì miseramente il blitz con un aereo dell’Eni. E soprattutto aveva contro il giudice Sica che indagava sul «Supersismi».

Come andarono le indagini del turista orobico, potete leggerlo sotto. Stando sempre al documentato racconto di Pazienza, che poi troverà riscontri anche nelle parole dell’ammiraglio Martini, per capire chi ci fosse dietro quel «turista» decise di organizzare una trappola. «Feci arrivare a Di Pietro la notizia che io sarei sbarcato all’aeroporto di Lugano il 13 dicembre del 1984.

Contestualmente avvertii anche gli svizzeri così che potessero fermare gli italiani mandati ad arrestarmi». Se fossero stati poliziotti - scrive invece Facci - significava che Tonino agiva per canali istituzionali, se fossero stati agenti del Sismi, no». Erano del Sismi. «La cosa buffa - rivela Pazienza al Giornale - è che anni dopo, attraverso Maurizio Raggio, Craxi mi fa avere una copia di quel rapporto di Di Pietro, quello delle Seychelles, che ritroviamo fra gli atti dell’Ambrosiano.

Era per farmi capire chi era davvero Di Pietro». Lo stesso dossier di cui nel ’97 parlò l’ex difensore del faccendiere, Giuseppe De Gori: «È chiaro che qualcuno a Di Pietro ce l’ha mandato, a che titolo sennò poteva stendere un rapporto per Sica. Se era pm a Bergamo non poteva né indagare né stendere rapporti. Di Pietro ha detto che l’aveva spedito alla Procura di Bergamo e non era vero. Io so solo, ed è strano, che quel rapporto finì non si sa come nelle carte dell’Ambrosiano».




Powered by ScribeFire.

Repubblica" ha un virus

di Massimo De Manzoni


Se il Giornale titola in prima pagina sul grande flop dei vaccini contro l’influenza A, altrimenti detta «suina», non c’è da meravigliarsi: questo quotidiano è stato sin dall’inizio a dir poco scettico sul Grande Allarme Mondiale Per La Terribile Epidemia. Ma se a fare lo stesso è la Repubblica beh, la cosa assume tutt’altro aspetto. Il giornale di De Benedetti, infatti, è stato il più accanito e pervicace in Italia, e forse nel mondo, nell’alimentare il panico nei confronti della «nuova spagnola», lo spaventoso morbo che avrebbe mietuto milioni di vittime senza risparmiare nazione alcuna. Ricordiamo giorni e giorni di titoloni, paginate a mazzi: quattro-sei-otto al colpo. E ricordiamo anche il consueto tono di accusa nei confronti del governo che «non fa niente», che «resta a guardare», che «si perde in chiacchiere mentre gli altri Paesi si dotano di vaccini», che «ha chiesto un numero di dosi di farmaci inferiore al necessario».

Adesso che il flagello è arrivato e se n’è andato, rivelandosi per quello che il Giornale, in perfetta solitudine, aveva subito sostenuto essere, una modesta influenza di gran lunga meno pericolosa della stagionale, può il quotidiano di Largo Fochetti far finta di nulla e mettersi ad accusare il governo di aver comprato «23 milioni di vaccini inutili»? Può piangere sui 200 milioni di euro versati? Può fare le pulci al ministro per le condizioni capestro che si è fatto imporre dall’azienda farmaceutica alla quale si è rivolto? Può scoprire scandalizzato che Big Pharma, ovvero i colossi del settore, in sei mesi ha fatto guadagni colossali ed è schizzata in Borsa? No, se si conserva un minimo di decenza, non può.

In questa partita, la Repubblica non sta dalla parte della pubblica accusa, come è abituata a fare, bensì dalla parte degli accusati. Sospettata quantomeno di favoreggiamento. Perché se il governo italiano, sbagliando come tutti gli altri governi del mondo, ha buttato 200 milioni di euro in vaccini che ora dovremo pure smaltire, la colpa è sì dell’assurdo allarme dell’assurda Organizzazione mondiale della sanità, ma anche di chi lo ha rilanciato e amplificato a dismisura.

Se il contratto firmato con la Novartis ci è sfavorevole, la responsabilità è di chi ha esercitato una pressione insostenibile sul ministro, mettendolo in una situazione di assoluta debolezza. Perché se un cliente richiede a un’azienda farmaceutica di produrre in due mesi un preparato che, con i vari test, necessiterebbe (poniamo) di sei mesi per essere messo a punto, è chiaro che questa, per accontentarlo, pretenda di essere sollevata da qualsiasi conseguenza derivante dalla fretta. Prova ne sia che la medesima cosa è successa in tutto il mondo.

E con ciò non vogliamo assolutamente difendere l’industria del farmaco, che anzi chi scrive ritiene abbia messo più di uno zampino nelle ultime Emergenze Sanitarie Planetarie. Ma solo fare sommessamente notare che i complici della «gigantesca speculazione» vanno ricercati tra chi ha soffiato sul fuoco, non certo tra chi ha cercato, invano, di spegnerlo.

E sì, cari colleghi. Se il vostro amico Rosario Trefiletti, il presidente di Federconsumatori che imperversa in tv e sulle vostre pagine, avesse veramente a cuore gli interessi dei cittadini, farebbe una bella class action contro Ezio Mauro e Carlo De Benedetti. Tranquilli, non accadrà. Ma se mai ci dovesse essere una Norimberga su sars, aviaria, suina e altre pandemie immaginarie, il posto di voi repubblicones sarà sul banco degli imputati. E forse allora rimpiangerete di non aver mantenuto un discreto silenzio sul Grande Flop dei Vaccini: un po’ di vergogna vi avrebbe procurato almeno le attenuanti generiche.



Powered by ScribeFire.

C’è un magistrato italiano che fa la spia alle Seychelles"

di Redazione

Pubblichiamo uno stralcio del libro «Il disubbidiente », autobiografia dell’ex 007 Francesco Pazienza edita da Longanesi nel 1999. Consulente del Sismi, Pazienza ha alle spalle condanne per il crac del BancoAmbrosiano e per la gestione dei segreti di Stato



Pubblichiamo uno stralcio del libro «Il disubbidiente », autobiografia dell’ex 007 Francesco Pazienza edita da Longanesi nel 1999. Consulente del Sismi, Pazienza ha alle spalle condanne per il crac del BancoAmbrosiano e per la gestione dei segreti di Stato. Nel brano riportato qui, Pazienza ricorda quando Di Pietro, da pm a Bergamo, lo pedinava in segreto alle Seychelles
di Francesco Pazienza


Con la partenza del Falcon 50, la «campagna d’Africa» non si era affatto conclusa. Dopo qualche giorno, fui convocato da Berluis. Con lui c’erano due persone: un uomo delle Seychelles, che lavorava come operativo per i servizi di informazione, e il nordcoreano che dirigeva la squadra di asiatici che aveva rimpiazzato gli inefficienti tanzaniani.

Si chiamava Kim, più qualche cosa di estremamente complicato. Ma per tutti era Kim e basta. Parlava l’inglese in un modo tale che sembrava stesse leggendo un telegramma. Tuttavia riusciva a farsi capire benissimo, anche perché nessuno pretendeva che citasse passi del Paradiso perduto di Milton.

Kim disse che i suoi uomini avevano adocchiato una coppia di giovani italiani, alloggiati in un hotel piccolo ma confortevole, il Sans Souci. Certamente erano spie della Cia o dei servizi segreti italiani in combutta con la Cia. L’italiano andava in giro tutto il giorno con la macchina fotografica.
«Be’, che c’è di strano?» domandai. «Tutti i turisti che vengono alle Seychelles girano con la macchina fotografica a tracolla».

Secondo Kim e l’uomo delle Seychelles seduto accanto a lui, la differenza tra i normali turisti e l’italiano era che quest’ultimo si nascondeva. E, inoltre, non faceva altro che parlare con gente controllata dai Servizi dell’isola come, per esempio, il vescovo sospettato di essere il leader dell’opposizione al presidente René.

Kim aveva fatto seguire e fotografare il misterioso italiano. C’era già pronto un dossier su di lui e i suoi movimenti. Guardai le fotografie. Erano tutte in bianco e nero. In alcune immagini era ben visibile il volto dell’italiano. Questo è meridionale, pensai. Occhi scuri, capelli neri pettinati all’indietro, volto piuttosto tondo. Osservai con cura anche le immagini della donna che lo accompagnava: la moglie, forse, o l’amica, la fidanzata... Non avevo allora la minima idea di chi potesse essere.

In mezzo alle fotografie, non riuscivo a trovare il documento che mi interessava di più: la fotocopia della carta di ingresso del Paese che viene compilata all’aeroporto subito dopo lo sbarco. Qualcuno tra i presenti me la allungò. Lessi attentamente. Nome: Antonio. Cognome: Di Pietro. Alla voce professione c’era scritto: magistrato nella città di Bergamo. Non l’avevo mai sentito nominare e non sapevo neanche se fosse davvero un magistrato. Mi rivolsi a Kim: «Che cosa chiede esattamente questo tipo quando va in giro a chiacchierare?».

«Fa domande a destra e a sinistra su di te e chiede notizie dicendo che gli potrebbero essere d’aiuto non so per che cosa», rispose il nordcoreano. Discutemmo a lungo prendendo in considerazione varie ipotesi sulle ragioni che lo potessero aver spinto a venire nell’isola trascurando le vacanze, la ragazza che stava con lui, il mare e il sole. Kim era determinato e tassativo: «Ci penso io a risolvere il problema.

Questo tizio deve finire diritto in fondo a qualche dirupo a bordo della Mini Moke, la macchina che ha noleggiato. Tra l’altro, abbiamo notato che non si trova molto bene con la guida a sinistra... La Cia deve mettersi bene in testa che le Seychelles non sono diventate casa loro. Dobbiamo dare una lezione esemplare». E giù tutto un sermone ideologico sulla sovranità violata.

«Stiamo attenti», dissi invitando tutti alla calma. «Può darsi che sia davvero un magistrato italiano. Prima di prendere una decisione bisogna controllare se la qualifica professionale che ha scritto sulla carta di sbarco corrisponde al vero oppure no. Mi occuperò di questo immediatamente. Un’ultima cosa: lo state registrando». «Sì, ogni sera chiama l’Italia. Ma non abbiamo ancora ben capito cosa dice. Parla solo italiano. Abbiamo però l’impressione che informi qualcuno sulle ricerche che sta facendo sull’isola», rispose Kim con la sua consueta precisione.

«Sentite», conclusi. «Entro domani mattina saprò se questo Di Pietro è davvero un magistrato. Qui, sulla carta di sbarco, c’è scritto che partirà fra quattro giorni. Nel caso in cui sia davvero un magistrato, non fate nulla, lasciatelo partire. Se dovesse prolungare il soggiorno, vedremo. Tutt’al più, domani, dopo la verifica, mandate qualcuno a consigliargli di togliersi dai piedi per la data prevista. Nel caso in cui invece non sia un magistrato, fate quello che volete o che dovete fare. E se non vuole partire, idem».

Per fortuna, Antonio Di Pietro era davvero un magistrato. Salvò la pelle solo per questo. E perché accettò, molto giudiziosamente, il consiglio di sgomberare il campo nei tempi e nei modi preventivati.



Powered by ScribeFire.

Le telefonate hard della Coop

Libero

Di Gianluigi Nuzzi

Spiati e archiviati, così davvero si materializzava lo spot “la Coop sei tu”. Tu con le tue passioni e i tuoi segreti. Un’ attività di monitoraggio che viola tutti i codici, le leggi, lo statuto dei lavoratori. Monitoraggio che Libero denuncia da giorni e sul quale occorre chiarezza. Anche perchè quel che abbiamo visto, ascoltato e trascritto è l’ennesima puntata di una vicenda sempre più inquietante.

Il fascicolo sul direttore della Coop indica una intestazione  qualunque. Si legge sul frontespizio: “Prova” come se si trattasse di una verifica come mille altre. All’interno spiccano le telefonate hard del direttore della Coop che, a tutela sua, della sua vita privata e della sua famiglia, Libero indica con il nome di fantasia di Michele. Siamo nella primavera del 2004, Michele è infatti sposato con prole, giovane, ha di fronte una potenziale e promettente carriera all’interno del gruppo.  Ha un’amante segreta,  anche lei dipendente delle Coop. Tra i due le telefonate a luci rosse mentre lui è al lavoro si susseguono. Spasmi, ansimi, simulazione di rapporti sessuali con in sottofondo il cicalio dell’attività delle casse. Pare fantascienza ma è tutto vero. E queste conversazioni interessano chi intercetta.

Anche le telefonate nelle quali si fa riferimento a storie ambigue - colloqui sempre con colleghi dirigenti - finiscono sotto controllo. Come quella con Antonio, altro dirigente Coop  (lo chiameremo I) che ha necessità di 30 chili di cozze e 80 branzini:
M.: «…Qua c’era un cinema, mi sa guarda, proprio un casino, porco zio, lui era il migliore…Ha fatto tanti di quei casini…».
I: «Sì il migliore sdoppiavano tutto e gli mettevano a posto le cose. Anche quando è andato a casa della F. ed è arrivato il marito era lui però a cagarsi sotto…».
M.: «Ah sì eh? La F. cazzo…».
I.: «Lei abitava lì dietro la stazione so tutte cose. È arrivata in negozio da buttar via con il marito fuori…per una settimana lo ha aspettato…».
M.: «Non va bene. Penso che sia ancora…a Voghera…Che troiona…Aspetta un attimo che c’è un’altra troia qui…Un bel casino. Erano tutti compagni di merende…».
I.: «Poi c’era quello, XY, che faceva il puro che si gonfiava tutto…».
M.: «E sono tutti uguali. Anche quello che c’è…».
I.: «Sì, ma almeno non rompere i coglioni agli altri perché sei uguale anche tu…Vai in giro a fare il puro poi sei proprio tu…».
M.: «E come se passavano F. capozona…Madonna….L’ultimo F. era incazzato, è andato via male…».
I.: «Perché dopo la stronzata a Settimo, lì la storia si era complicata…In effetti lui le mani in faccia gliel’ha messe…».
M.: «Veramente, un vizio di m… porco zio!».
I.: «Non capiva più niente padre padrone…».
M.: «Finché c’era il papà andava bene tutto “Qui a’ comandì mii”….Sono usciti dalla porta e entrati dalla finestra…(…) I soldi hanno sempre un profumo, un colore».
I.: «Sono tutti uguali, l’unico che si distingue era il D… C’era poi quello che sguazzava con le ristrutturazioni con il M. gli segnava un mare di ore, quel bastardone lì…».


 



M.: «Dai vado ci vediamo in sede, alla riunione, c’è anche O…».
I.: «C’è anche la M.».

 



M.: «Buona la M., fantastica…Mi hanno detto di X che a Palmanova manovrava le persone, spostava la gente».
I.: «E  come si chiamava, M....».
M: «Ahahaha, sì il segretario dei Ds…».
I.: «Sì non sapeva tenere insieme una cosa sindacale nemmeno con i quattro pirla che c’erano a Opera».
M.: «Sei già uscita?»
Donna: «Pronto!!! Sì...»
M: «Non vieni qua?»
Donna: «No, non riesco stasera…».
M.: «Dai fai un salto, fallo per me…».
D.: «Ma non ce la faccio!».
 
M.: «Dai fai prima un salto qua, ti fai vedere, poi vai via».
D.: «Sì ma è un salto di quelli veloci perché alle 7 devo essere in un posto».
M.: «Lo so che hai i tuoi impegni ma fai un saltino qua…».
D.: «Oh merda…».
M: «Ho voglia di vederti».
D.: «Sì ma lo so poi tu….alle 7…cioè al supermercato…ci vediamo e basta eh?».
M: «Ti invito a bere una cosa...».
D.: «Sì ma non so nemmeno se ce la faccio, ora che arrivo fin lì».
M.: «Uhmm…mi hai messo una voglia incredibile».
D.: «Io sono incredibile?».
M.: «Mi hai messo una voglia incredibile».
D.: «Ah e allora vedi poi comunque non riusciamo neanche a soddisfarci, di conseguenza diventa un macello…».
(...)
D.: «E cosa facciamo è meglio di no stasera…».
M.: «Tu hai voglia?».
D.: «Sì certo, lo so però poi non c’è tempo».
M.: «Dimmi che hai voglia…».
D.: «Sì che ho voglia…».
M.: «Dimmelo ancora…»
D.: «Ho voglia…sì che ho voglia. Lo sai…si vede. Dici che non ti guardo mai».
M.: «No, non mi guardi mai…Ho voglia di baciarti, tanta voglia, ma tanta che nemmeno hai idea. Anche di stringerti….Come è andata oggi bene?».
D.: «Ma sì discretamente, mi hanno rotto tutti i coglioni ma va fa niente».
M.: «Ho visto anche il M. che ti rompeva le palle….ci tenta sempre».
D.: «Io arrivo a stento a fine mese…»
M.: «Ma tuo marito non ti dà un cazzo?».
D.: «Sì ma non costantemente, sta mesi senza, ho fatica a gestirmi».
M.: «Tua mamma ti dà una mano ma non puoi chiedere sempre».

D.: «Senti ma quando aprono la Coop grossa te ne vai?».
M: «Eh sì poi vado dove mi dice l’azienda di andare. Finché apre l’iper…».
D.: «Peccato che te ne vai…».
M.: «Ma poi torno…Dimmi che mi vuoi».
D.: «(…)….Tu guardavi R., il suo culo, ti ho visto…e lei si sedeva in modo che tu notassi…ehhhh le sue trasparenze».
M.: «Non mi guardavi nemmeno un po’….L’altro giorno avevo voglia di metterti la mano in mezzo al seno».
D.: «Eh sì te l’avevo chiesto…».
M.: «Ho voglia di stringerlo (…)».
D.: «Ti prego non indurmi in tentazione…Guarda tra un po’ mio figlio se ne va e potremo ripetere quanto già accaduto tra noi la scorsa estate…Sei contento?».
M.: «Sono felice».
D.: «Ok. Belli tranquilli…Finita la scuola, così mio figlio non c’è».
M.: «E tua sorella?»
D.: «Chi se ne frega. Non c’è problema…».
M.: «S., ho voglia di prenderti…».
D.: «Dai domani metto anche io i pantaloni trasparenti».
M.: «Ho voglia di prenderti, ho voglia di prenderti».
D.: «Metto domani metto i pantaloni bianchi con il perizoma bianco. E li metto per te».
M.: «Poi vengo vicino e …eh…».
D.: «È quello che voglio…».
M. si eccita e qui il colloquio diventa davvero a luci rosse.
(…)
M.: «Mi fai morire…(…)».
D.: «La prossima volta che vieni nel bar ti spoglio davanti a tutti».
M.: «Ho voglia di buttarti su un tavolo di quelli. A far l’amore. (…)… voglio vedere il tuo viso».
D.: «Sono eccitatissima».
D.: «... poi a casa mia lo facciamo sul davanzale della mia finestra».
M.: «Ti piace?».
D.: «Certo molto animalesco, mi piace da matti!».
M: «S., il tuo letto lo sfascerei…!!!».
D.: «Va bene, ti aspetta».
M.: «È lì per me. Poi non fa neanche caldo, andrebbe bene…S. mi hai fatto eccitare da morire».
D.: «Hmmm non dirmi così..(…)»..
M.: «S., dappertutto, dimmi che mi dai tutto».
(...)
M.: (…).
D.: «Esatto…Devo andare…Ero nuda, mi sto vestendo».
(...)
M.: «Oggi non mi hai guardato... guardi sempre quel ciccione con i baffi…con la barbettina».
D.: «Ah sì l’E.….un rompipalle che si prende un po’ di confidenza».
M.: «Dimmi che hai solo occhi per me. Quando arrivano i bei ragazzi tu sei tutta cicicici…..e io in disparte da solo, escluso sempre».
D.: «Eh guardi la tua R., lei viene lì e ti parla e ti di qua e ti di là…sono arrabbiata mi hai fatto ingelosire…».
M.: «Dimmi che mi vuoi sentire».
D.: «Ti voglio sentire».
M: «Io voglio, hai capito?».
D.: «Ecco».
M.: «Hai capito? Attrezzati».
D.: «Va bene».
M.: «Un bacio».
D.: «Ciao».
Donna.: «Cosa è successo?»
M.: «C’è il piccolo che ha 38 e mezzo di febbre».
D.: «E stamattina non lo sapeva?»
M.: «E cazzo fa….dammi un colpo di telefono se stai male…Comunque è conciato male. E la mamma come sta?»
D.: «E ha fatto un prelievo al femore».
M.: «Minchia….Non posso nemmeno mandare poi la E. in panetteria perché c’è la M. a casa. La M. è un’altra stronza telefona almeno se stai male… Comunque metto un cero a Santa Rita».

gianluigi.nuzzi@libero-news.eu




Powered by ScribeFire.

Contro Bettino un network dell'odio Ora vuole colpire Berlusconi e Bersani»

Corriere della Sera



Cicchitto: Borrelli e Di Pietro ne fanno parte. E Franceschini è sensibile all'ex pm

«Il network che ha ucciso Bettino Craxi — Procure, comunisti giustizialisti, editoria di sinistra — è tuttora in azione contro Silvio Berlusconi, e anche contro un esito riformista e ragionevole del Pd. Il primo obiettivo del circo mediatico-giudiziario è il presidente del Consiglio; il secondo sono D'Alema e Bersani».

Presidente Cicchitto, perché parla di «uccisione» di Craxi? «Beh, l'attuale reazione di Borrelli e Di Pietro è quella di inquirenti vendicativi cui la preda è scappata, e per questo si sono messi in mezzo per evitare soluzioni umanitarie e lasciar morire Craxi in Tunisia».

Lei parlò di «network dell'odio» alla Camera, dopo piazza Duomo, ed è stato molto criticato per questo. «Ho denunciato in Parlamento il network non per "incendiare" ma anzi per spegnere l'incendio. Sono contro la spirale di imbarbarimento della politica. In situazioni come questa c'è chi si deve assumere l'onore e l'onere di affrontare gli "incendiari" per delimitare il rogo che hanno acceso, inondarli d'acqua e creare le condizioni di un confronto civile».

Berlusconi in questi giorni ha avuto gesti distensivi. «Conosciamo l'analisi differenziata di Togliatti, sappiamo distinguere tra nemici acerrimi e normali avversari. Il Pd guidato da Bersani è un normale avversario, con cui è possibile fare le riforme. Proprio per questo il network dell'odio attacca lui e D'Alema. Dal canto suo, Bersani ha commesso l'errore di affidare il gruppo alla Camera a Franceschini, uno dei suoi rivali interni più accesi e più sensibili alla sirena dipietrista».

L'impressione è che il Pdl si serva di Craxi per parlare di Berlusconi. «Purtroppo c'è continuità tra le due storie. Il grumo di forze e interessi che si accanì su Craxi è lo stesso che nel 2009 ha scatenato la campagna personale contro Berlusconi, intensificando una caccia cominciata nel '94. Allora Berlusconi, con una dose notevole di "follia", interviene a coprire il vuoto politico, sociale, culturale lasciato da Dc e Psi. Sempre allora comincia la persecuzione giudiziaria».

Già prima del '94 Berlusconi aveva subito inchieste e processi. «Banalità, al confronto di quel che accadde dopo».

E durante Mani Pulite le tv di Berlusconi attaccano Craxi e la Dc e sostengono le procure. «Berlusconi considera concluso un sistema politico, e capisce che occorre marcare una soluzione di continuità: basta con il vecchio modo di fare politica, le correnti, i governi che durano un anno. E la soluzione di continuità viene da Forza Italia e dalla Lega, assai più che dal Pds e da An. Ma Berlusconi non si associa mai alla caccia a Craxi, anzi va a solidarizzare con lui al Raphael, nel giorno meno indicato».

Resta il fatto che Craxi ha avuto due condanne definitive. «Ma Tangentopoli non comincia certo con lui. Comincia con il patto tra la Dc e il grande capitalismo italiano, quello privato di Valletta e quello pubblico di Mattei. Il Psi fu sempre finanziato dall'alleato maggiore. Prima dal Pci, al punto che Lombardi vinse due congressi tra il '48 e il '49 ma fu costretto a restituire il partito a Nenni e a Morandi per assenza di finanziamenti; e poi dalla Dc.

A sua volta il Pci era finanziato non solo dai sovietici, ma era inserito nel sistema di Tangentopoli con le cooperative, con i rapporti speciali con l'Eni, con alcune aziende private di riferimento e anche con l'affare Enimont. Il peccato mortale di Craxi non sono le tangenti; è la scelta dell'autonomia. Quella sì non gli fu perdonata».

Qual è il suo giudizio su Craxi? «Un gigante, un pezzo della storia del Paese. Criminalizzarlo è un'operazione volgare. Quanti crimini ha commesso o coperto Togliatti negli anni '30 e '40? Eppure è considerato parte della nostra storia. Il vero "crimine" di Craxi fu restituire ai socialisti l'autonomia ideologica, smontando il mito di Lenin e pure quello di Gramsci.

Politica, rifiutando la subalternità alla Dc. E anche finanziaria. Rilanciò Mondoperaio. Recuperò il riformismo, che pure nel Psi era considerato una malaparola. Sdoganò la destra. Difese i dissidenti dell'Est: nel '77 Chiaromonte e Barca vennero da Signorile e da me a intimarci di bloccare la Biennale del dissenso, pena la rottura dei rapporti con il Pci; invano. Una parte di questa elaborazione, attraverso Colletti e Baget-Bozzo, è stata ereditata da Berlusconi».

In tutto il mondo i socialisti stanno a sinistra. «Ma Craxi si pose sempre il problema dell'unità della sinistra. Cercò un rapporto con Berlinguer, attraverso Tatò e Scalfari. Purtroppo nel Pci lo scontro con Craxi era la cartina di tornasole: per questo i miglioristi di Napolitano erano ritenuti inaffidabili e furono sempre emarginati. Si imputa a Bettino di non aver mai rotto con la Dc; ma, quando si mostrò pronto a farlo, Berlinguer fu sul punto di accordarsi con De Mita e Spadolini per il "governo diverso", con i tecnici, pur di emarginare i socialisti».

Come si spiega il crollo del Psi? «Con Maastricht il capitalismo italiano è costretto a entrare a calci nel mercato e nella libera concorrenza. Ormai Tangentopoli è antieconomica. Se ne poteva uscire con un'operazione consociativa; invece va avanti un'operazione eversiva».

Eversiva? «Il Pci viene salvato, anche perché a differenza del Psi era un partito senza correnti. Il finanziamento era centralizzato, e c'era una netta separazione tra il personale politico e i Greganti che si occupavano di affari, con una sola figura di raccordo tra i due mondi: all'inizio Secchia, alla fine D'Alema. Nell'ora della difficoltà, il Psi, partito "anarchico" che Craxi aveva disciplinato, tornò a frantumarsi. L'episodio più clamoroso fu Martelli».

Lei che li ha conosciuti bene entrambi, qual è la principale differenza tra Craxi e Berlusconi? «Craxi preferiva dire no che sì. Dall'ufficio di Berlusconi si esce con il sorriso; anche se la generosità lo porta talora a dire qualche sì di troppo».

Aldo Cazzullo
17 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

Alì il chimico condannato a morte

Corriere della Sera


Sarà impiccato per aver ordinato un bombardamento con gas letale sul villaggio curdo di Halabja: 5mila morti



MILANO - 'Ali il chimico', uno degli ultimi collaboratori di Saddam Hussein ad essere processato, è stato condannato all'impiccagione per aver ordinato nel 1998 un bombardamento con gas letali sul villaggio curdo di Halabja. Nell'attacco morirono circa 5000 civili. 'Ali il chimico', cugino dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, era già stato condannato a morte per la repressione della ribellione curda, la campagna di Anfal del 1987-1988, che aveva fatto quasi 180.000 morti e la repressione di una insurrezione sciita nel 1991.

Redazione online

17 gennaio 2010






Powered by ScribeFire.