sabato 16 gennaio 2010

Imbrattate le lapidi dei caduti di Nassirya

Corriere della Sera

Scritte ingiuriose, a Roma, tracciate nella notte
sul monumento che ricorda i 19 soldati uccisi in Iraq


ROMA - Nuovo atto vandalico al parco Schuster, davanti la Basilica di San Paolo fuori le Mura a Roma, dove ignoti hanno imbrattato le lapidi dei caduti di Nassirya con tre scritte riportanti «bastardi infami», «servi dei servi».
Tutte le scritte, fatte sul monumento ai 19 caduti italiani - periti nell'attacco alla base tricolore in Iraq nel 2003 - utilizzando vernice nera, riportano come firma una A cerchiata, che rappresenta gli anarchici. Sulla vicenda indaga la polizia.

TRISTE PRECEDENTE - Non è la prima volta che le lapidi nel parco Schuster vengono danneggiate: lo scorso 10 novembre il monumento era stato imbrattato, in quel caso con vernice rossa ad alta resistenza. Il gesto era stato accompagnato da un volantino con la scritta «Da Nassirya a Mattarello, guerra alle guerre dei padroni».



IL SINDACO CONDANNA - «Imbrattare le lapidi che commemorano i caduti italiani, morti nel tentativo di portare pace e aiuto alle popolazioni irachene, è un gesto vigliacco e odioso», ha commentato a caldo il sindaco della Capitale.
«Questi delinquenti che agiscono con il favore delle tenebre - ha detto Gianni Alemanno - non hanno coscienza di cosa sia il sacrificio per gli altri: la loro visione del mondo e della vita è di un tale squallore da lasciare senza parole. Esprimo sdegno e ferma condanna e la vicinanza della città di Roma alle famiglie dei caduti, all'Esercito e all'Arma dei Carabinieri».
Redazione online
16 gennaio 2010











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Corre dalla figlia in fin di vita L'autovelox la 'fotografa' Ma nessuno toglie la multa

Quotidianonet

«Avevo superato di 2 chilometri orari  il limite dei 90 di notte in rettilineo».
 La signora, che stava raggiungendo la figlia (purtroppo poi deceduta all'ospedale) ha presentato la documentazione: nessuna revisione.


Ferrara, 16 gennaio 2010.  

CORRE ALL’OSPEDALE per la figlia in fin di vita, la trova purtroppo morta e qualche giorno dopo subisce anche la terribile beffa di vedersi notificare una multa per eccesso di velocità. E’ successo nel giugno scorso: la signora Graziella Cecconello racconta che «alle prime ore di un mattino di giugno dell’estate scorsa, tramite il Nucleo Radiomobile dei Carabinieri, sono stata telefonicamente informata che mia figlia aveva subito un gravissimo incidente stradale e che era stata trasportata in ospedale, in fin di vita. In preda alla peggiore preoccupazione mi sono messa alla guida della mia auto per correre da mia figlia. Arrivata all’ospedale, venivo purtroppo dirottata all’obitorio, dove era stata trasportata la salma della mia giovane figlia».

La notifica della multa arriva però quattro mesi dopo. «Mi è stata — prosegue — recapitata una contravvenzione al Codice della strada per aver superato, quella notte, di 2 km/h alle 2.15 di notte, in un rettilineo, il limite indicato dei 90 km/h».

A quel punto la signora Cecconello si rivolge al Comando dei Vigili: «Non volevo contestare — spiega — il pagamento della sanzione, ma solo informare che la mia condotta era stata determinata da una esigenza insopprimibile e dalla volontà di recare conforto morale ed affetto alla figlia in fin di vita; per questo ritenevo che si potesse annullare la violazione che mi era stata contestata, un atto possibile nel rispetto della legge. A quel punto mi hanno chiesto di inviare una adeguata documentazione a riprova delle mie affermazioni: ho fatto pervenire il rapporto dei carabinieri intervenuti a seguito dell’incidente stradale ove era indicata la data, l’ora, il luogo del sinistro ed il certificato di morte».

 A questo punto la logica, ma soprattutto la sensibilità ed il buon senso vorrebbero che la pratica per la violazione del codice della strada fosse archiviata. E invece «mi è arrivata — chiude la signora — una risposta burocratica che giudico gretto formalismo, privo di ogni comprensione per un grave lutto: ‘Pur riscontrate veritiere le affermazioni, alla Polizia Municipale non è consentito valutarle. Faccia ricorso in sede giudiziaria’. Alle recenti testimonianze circa la diligenza dei Vigili urbani ritengo di aggiungere la mia e che sia opportuno pubblicare la mia esperienza».





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I supermercati dell'elettronica finiscono nel mirino dell'Antitrust

La Stampa


Sotto accusa Mediaworld, Unieuro, Expert, Euronics e Trony: pratiche scorrette sulle garanzie dei prodotti




ROMA

L’Antitrust ha avviato 5 istruttorie per possibili pratiche commerciali scorrette nei confronti di 7 imprese che rappresentano le principali catene commerciali di prodotti di elettronica, informatica, tecnologia e elettrodomestici.

I procedimenti, spiega l’Autorità, «avviati alla luce delle molte segnalazioni inviate dai consumatori, dovranno verificare se le aziende abbiano agito correttamente nell’informare i consumatori sull’esistenza della garanzia legale sui prodotti e sulle differenze con la garanzia convenzionale offerta a pagamento». Le istruttorie, inoltre, «dovranno accertare se le imprese abbiano correttamente riconosciuto ai consumatori l’esercizio della garanzia legale e il diritto di recesso».

Nel mirino dell’Authority, in particolare, sono finiti Mediamarket (marchio Mediaworld), Unieuro, Sgm Distribuzione (marchio MarcoPoloExpert), Euronics e Nova (marchio Euronics), Dps Group e Dml (marchio Trony).

In base alle denunce, arrivate anche al call-center dell’Antitrust - spiega l’Authority - le grandi catene di elettronica «avrebbero tenuto comportamenti commercialmente scorretti tali da confondere la clientela: dalle informazioni carenti sui termini per l’esercizio dei diritti relativi alla garanzia legale biennale "di conformità" (riparazione e/o sostituzione), al rifiuto di riconoscere l’applicabilità della garanzia o di sostituire il prodotto difettoso come richiesto».

Alcuni consumatori «hanno lamentato di avere ricevuto indicazioni insufficienti o fuorvianti sulle condizioni e le modalità di esercizio del diritto alla sostituzione. Altri hanno denunciato di non essere stati informati sui tempi dell’intervento di riparazione o di avere dovuto attendere a lungo prima di riavere il bene riparato o, ancora, di avere dovuto pagare le spese per la riparazione o per il trasporto benchè il prodotto fosse in garanzia».

Più in generale, sottolinea l’Autorità, dall’insieme delle segnalazioni ricevute e dai primi accertamenti compiuti, «emerge la difficoltà di individuare il soggetto cui rivolgersi per l’assistenza: molti consumatori si rivolgono direttamente ai produttori, non sapendo che devono rivolgersi al venditore per far valere la garanzia legale della durata biennale. Spesso sono inoltre indirizzati dagli stessi venditori ai centri di assistenza tecnica dei produttori, con il pretesto che in questo modo possono ottenere la riparazione in un tempo più breve».

Inoltre, «ugualmente incomplete sarebbero le informazioni sulle garanzie convenzionali offerte nonchè sull’esercizio del diritto di recesso». Le sette imprese, cui l’avvio del procedimento è stato notificato in questi giorni nel corso di alcune ispezioni condotte dai funzionari Antitrust in collaborazione con le unità speciali della Guardia di finanza, sono: Mediamarket (operante con il marchio Mediaworld), Unieuro, Sgm Distribuzione (operante con il marchio MarcoPoloExpert), Euronics e Nova (operanti con il marchio Euronics), Dps Group e Dml (operanti con il marchio Trony).



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Egitto, ditrofront su Rosarno

La Stampa


Il ministro degli Esteri: «Non c'è stato nessun malinteso con l'Italia»



IL CAIRO

«Non credo vi sia stato un malinteso, ma una nuvola d’estate». Così il ministro degli esteri egiziano Ahmed Abul Gheit ha risposto, nella conferenza stampa congiunta con il suo omologo Franco Frattini seguita all'incontro di stamani, ad una domanda sulle dichiarazioni del capo della diplomazia italiana dopo la strage dei cristiani nell’Alto Egitto e quelle del ministero del Ciro dopo i fatti di Rosarno. «Tra Egitto e Italia vi è sempre un dialogo - ha proseguito Gheit - ci siamo parlati francamente e pensiamo che queste vicende non devono influenzare i nostri rapporti».

Il ministro Frattini ha successivamente dichiarato: «Non credo che da parte del ministro egiziano ci sia stata una condanna dei comportamenti italiani». «Entrambi abbiamo un comune spirito di amicizia - ha detto ancora il ministro italiano sottolineando i buoni rapporti tra i due paesi - e non è difficile affrontare anche questo argomento. Io del resto avevo subito espresso il mio apprezzamento per la pronta reazione delle autorità egiziane e gli arresti» seguiti al caso di Gamaa Hamadi.

Inoltre, Frattini ha detto di avere molto apprezzato le dichiarazioni di numerose autorità successive alla strage e, in particolare, quelle del grande imam di Al Azhar, che ha sottolineato come «tutti i credenti sono uguali e devono avere il diritto di esprimere la loro religione».



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Gaffe Fbi: per «invecchiare» Bin Laden clonano la foto di un politico spagnolo

Corriere della Sera


l leader della sinistra iberica scelto come fototipo per il nuovo volto del capo di Al Qaeda



WASHINGTON – Incredibile gaffe di un tecnico dell’Fbi. Per «invecchiare» la foto di Osama Bin Laden inserita nella lista dei più ricercati ha usato un’immagine di un politico spagnolo. Per la precisione quella di Gaspar Llamazares, deputato ed ex leader di “Izquierda Unida”. A rivelare l’imbarazzante incidente il quotidiano spagnolo El Mundo.

LA FOTO DA GOOGLE - Un portavoce dell’Fbi, confermando l’errore, lo ha attribuito all’iniziativa personale di un artista forense che non soddisfatto dei campioni contenuti nel database dell’agenzia ha iniziato una ricerca su Internet usando il programma “Google immagine”. Come parole chiave avrebbe inserito il termine “volti” unito in combinazione con diversi nomi islamici. Ed è così – sostiene ancora il funzionario – che si è imbattuto nella foto di Llamazares, dalla quale ha «rubato» la barba e la fronte (GUARDA il confronto). L’Fbi, assumendosi ogni responsabilità, ha precisato che il tecnico ha violato le regole, che non prevedono certo di usare immagini pubbliche per realizzare foto-fit dei ricercati. Per questo motivo sarà sottoposto ad un’indagine interna.

I DUBBI SULL'ERRORE - Llamazares ha annunciato che chiederà al Ministero degli esteri un passo ufficiale a Washington affinché le autorità statunitensi forniscano spiegazioni per quanto è avvenuto. Collaboratori dell’uomo politico, aggiungendo sale alla polemica, hanno ipotizzato che l’errore non sia stato poi così casuale. L’esponente di “Izquierda Unida” si è distinto, in passato, con diversi interventi sui famosi voli fantasmi della Cia. I jet usati dall’intelligence americana per trasferire in paesi amici numerosi terroristi poi sottoposti a torture. Alcuni di questi aerei hanno fatto sosta in scali spagnoli. Il portavoce dell’Fbi ha però escluso che si sia trattata di un ritorsione.

I «MOST WANTED» DELL'FBI - La storia è emersa a neppure 24 ore dal lancio del nuovo poster su Internet con i most wanted dell’Fbi. Per alcuni dei ricercati la foto segnaletica è stata accompagnata da quella “invecchiata”, un tentativo di ottenere magari la dritta giusta. Sempre legato alla lista c’è poi un secondo episodio. Un’incursione di un aereo senza pilota ha ucciso in Pakistan Jamal Abdul Rahim. Palestinese del gruppo di Abu Nidal era stato arrestato dopo il dirottamento di un jet Pan Am nel 1986 (20 morti). Condannato da un tribunale pachistano, è tornato libero insieme a 4 complici nel 2008. E per questo motivo l’Fbi aveva inserito il nome di Rahim nell’elenco dei wanted offrendo una taglia di cinque milioni di dollari. Forse qualcuno potrà incassarla.

Guido Olimpio
16 gennaio 2010



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Usa, 007 e Seychelles: il lato oscuro di Di Pietro

di Luca Fazzo

a biografia di Di Pietro costellata di incognite: i legami coi servizi segreti italiani e americani, il giallo della laurea, fino al frettoloso addio alla toga.  

L'ex pm mette le mani avanti ma s'incarta




Milano - Se si vuole capire davvero la furibonda arrabbiatura di Antonio Di Pietro per il dossier che (secondo quanto da lui stesso rivelato) lo vorrebbe collegare all’universo dei servizi segreti, bisogna andare indietro di dieci anni e più. 

All’ultimo periodo italiano di Bettino Craxi, e poi al lungo crepuscolo ad Hammamet. È in quel periodo che il leader socialista rende sempre più esplicita la sua convinzione, maturata fin dagli esordi di Mani Pulite e poi rafforzatasi strada facendo: quella che l’origine dei suoi guai giudiziari stia da qualche parte nella nebulosa dei servizi segreti, e più direttamente nella frangia della nostra intelligence di obbedienza americana. 

La convinzione che Mani Pulite fosse stata - se non progettata - comunque oliata ed agevolata da Oltreoceano, da quella parte di establishment Usa deciso a chiudere i conti con l’anomalia italiana, con l’Andreotti del dialogo con gli arabi, con il Craxi dell’affronto di Sigonella.

Questa convinzione - ribadita implicitamente pochi giorni fa da Rino Formica, ex ministro socialista - passava necessariamente per una rivisitazione del personaggio Di Pietro. Non c’erano solo le Mercedes, i prestiti, le piccole magagne per cui Di Pietro verrà processato e assolto. C’erano dubbi ben più corposi, e che comportavano una rilettura integrale della biografia del magistrato milanese: una carriera solo in apparenza naif, e in realtà compiuta sotto l’egida degli apparati occulti dello Stato, di qua e di là dall’Atlantico. È una ipotesi che, oggi come allora, Di Pietro considera una calunnia senza capo né coda. E fornisce risposte - a volte precise, a volte meno - sui misteri, veri o presunti, della sua storia personale. Eccone una sintesi.

Il rientro in Italia Secondo le biografie autorizzate, Di Pietro emigra in Baviera nel 1971, a ventun anni, e rientra in Italia due anni dopo. Colpo di scena. Viene assunto dall’Aeronautica militare, e assegnato alla struttura che si occupa di controllare la sicurezza delle forniture ad alta tecnologia bellica delle nostre industrie. È una mansione da sempre svolta in parallelo con un reparto apposito del Sismi, l’Antiproliferazione. E comunque chi vi lavora deve godere di un lasciapassare di sicurezza che in quegli anni viene rilasciato proprio dagli 007. Come fa Di Pietro a ottenere immediatamente il nulla osta? La versione di Tonino è semplice: ho fatto un concorso come impiegato civile, l’ho vinto e sono entrato all’Aeronautica.

La laurea Il 19 luglio 1978 Di Pietro si laurea in Giurisprudenza alla Statale di Milano. Nel giro di trentuno mesi ha sostenuto ventidue esami, a un ritmo forsennato. Un esame che terrorizza tutti gli studenti di legge, «Istituzioni di diritto privato», lo sostiene e lo passa dopo appena un mese dall’esame precedente. Si laurea con una tesi in Diritto costituzionale, voto 108/110.

«Lavoravo di giorno e studiavo di notte», è sempre stata la versione di Di Pietro: e d’altronde la sua incredibile capacità di lavoro è nota. Ma una serie di stranezze rafforzano i dubbi di chi ipotizza che il suo percorso accademico sia stato accompagnato da segnalazioni e raccomandazioni. Un appunto del centro Sisde di Milano sostiene che Di Pietro in quegli anni era in contatto con un diplomatico Usa in servizio nel nord Italia, e con una associazione vicina alla Cia.

In una indagine riservata dei carabinieri dell’Anticrimine milanese si legge che il giorno in cui risulta avere sostenuto un esame, in realtà Di Pietro era fuori città: ma sono illazioni che resteranno prive di riscontro. Come pure i sospetti sul ruolo di Agostino Ruju, avvocato, legato ai nostri servizi segreti, che alla Statale fa l’assistente di Diritto costituzionale quando Di Pietro si laurea proprio in quella materia. A indicare Ruju come uomo dell’intelligence sarà Roberto Arlati, uno dei collaboratori più stretti del generale Dalla Chiesa. Peraltro sia Ruju che Arlati verranno arrestati da Di Pietro nel corso di Mani Pulite.

Al fianco di Dalla Chiesa? In una intervista a Paolo Guzzanti, la madre di Emanuela Setti Carraro racconta che Di Pietro lavorava agli ordini di suo suocero, il generale Dalla Chiesa, nella lotta al terrorismo. Non indica date precise, ma l’episodio dovrebbe essere precedente al 1980, quando Dalla Chiesa viene trasferito al comando della divisione Pastrengo: all’epoca, dunque, Di Pietro è ufficialmente ancora un dipendente civile dell’Aeronautica.

L’ingresso in magistratura Sul concorso con cui, due anni dopo la laurea, Di Pietro entra in polizia non ci sono ombre. Nei dossier craxiani ce ne sono invece, e corpose, sul modo in cui nel 1981 il commissario diventa magistrato, superando al primo colpo un concorso famoso per la sua asprezza. Ai giudici della commissione d’esame resta impressa una certa rozzezza espositiva del candidato. A presiedere la commissione c’è il giudice Corrado Carnevale che più tardi racconterà di essersi fatto commuovere dal curriculum dell’ex emigrante. 

Ma ancora più inconsueto è quanto accade tre anni dopo, quando il consiglio giudiziario di Brescia valuta l’«uditorato» (cioè l’apprendistato) di Di Pietro. È un giudizio molto severo, che conclude per l’inadeguatezza di Di Pietro a diventare magistrato. Ma il Csm ribalta tutto e promuove l’uditore Di Pietro. Tra i membri del Csm c’è allora Ombretta Fumagalli Carulli, una deputata Dc in ottimi rapporti con gli Usa, che diventerà uno dei primi fan delle indagini anti-corruzione a Milano. Ma Di Pietro ha dalla sua una dichiarazione al Csm del procuratore capo di Bergamo, Cannizzo, che appena un anno dopo cambia radicalmente il giudizio su di lui, aprendogli la strada al trasferimento alla Procura di Milano.

Il viaggio alle Seychelles È l’episodio più surreale, quello dove è più difficile collocare le tessere in un mosaico sensato. Ruota intorno a Francesco Pazienza, un faccendiere dai mille contatti, iscritto alla loggia P2, bene introdotto negli ambienti dei nostri servizi segreti. Nel 1984 Pazienza viene accusato di avere creato, insieme ad alcuni boss dell’intelligence, una sorta di servizio segreto parallelo, viene colpito da mandato di cattura e si rifugia alle Seychelles. 

Craxi, che allora è presidente del Consiglio, gli scatena contro il Sismi. Mentre i servizi cercano inutilmente di afferrarlo, alle Seychelles sbarca Di Pietro, sostituto procuratore a Bergamo, ufficialmente in viaggio di piacere. Di Pietro si mette sulla tracce di Pazienza, all’insaputa dei suoi capi. In una dichiarazione riportata dal giornalista Filippo Facci, l’allora capo del Sismi Fulvio Martini ipotizza che «Di Pietro lavorasse anche per il ministero degli Interni e avesse mantenuto legami con il precedente mestiere».

Il viaggio in America Nel 1985 Di Pietro arriva a Milano, in Procura. Inizia a scavare sul marcio nella pubblica amministrazione partendo dal caso delle «patenti facili». Tra la fine del 1991 e l’inizio del 1992, con la testimonianza di Luca Magni e l’arresto di Mario Chiesa, dà il via all’operazione Mani Pulite. Nel giro di poche settimane viene sollevato il coperchio sulla inverosimile commistione tra business e politica che si è impadronito dell’ex «capitale morale». Tutta l’Italia tifa per Di Pietro. Ma a ottobre, nel pieno del tourbillon dell’inchiesta, il pm sparisce improvvisamente da Milano e vola negli Stati Uniti. Non si sa bene cosa faccia.

Di certo partecipa all’interrogatorio di un imprenditore italiano, tale Grassetto. Poi svanisce, i cronisti italiani gli danno la caccia tra New York, Los Angeles, la Pennsylvania. Sui giornali si parla di una traccia che metterebbe in collegamento le indagini di Mani Pulite con i fondi americani di Cosa Nostra: non se ne saprà mai più nulla. Di Pietro fa una sola dichiarazione: «Siamo qui per alcuni incontri con giuristi e agenti dell' Fbi che ci devono spiegare come si fanno qui in America certe indagini». Ma si dice che venga ospitato anche da quelli della Kroll, la superagenzia di investigazioni private che da sempre lavora anche per l’intelligence a stelle e strisce.

Dimissioni dalla magistratura Qui i servizi segreti non c’entrano, ma siamo comunque nella categoria del «giallo». Il 6 dicembre ’94, dopo avere concluso la sua requisitoria nel processo Enimont, Di Pietro si toglie la toga e comunica al procuratore Borrelli la sua decisione di lasciare la magistratura. Nei giorni precedenti appariva provato psicologicamente, c’è chi racconta di averlo visto scoppiare a piangere all’improvviso, senza motivo, in ufficio.

La spiegazione di Di Pietro è: sapevo che stavo per venire incriminato, dimettendomi ho evitato che a venire travolta fosse l’intera inchiesta e contemporaneamente ho potuto difendermi con maggiore libertà. I fatti gli daranno ragione, verrà assolto e Mani Pulite andrà avanti (anche se per poco). Eppure sono in diversi a pensare che anche la storia di quell’addio sia, in tutto o in parte, ancora da scrivere.



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Lasciate Explorer, non è sicuro" Allarme dell'Autorità tedesca

Repubblica

L'uso del browser più diffuso del mondo "sconsigliabile" a causa di una falla nella sicurezza.
Preferibile usare browser alternativi finché il problema non sarà risolto



dal corrispondente ANDREA TARQUINI


BERLINO ? Un allarme sui pericoli dell?uso di internet Explorer è stato lanciato oggi in Germania. Secondo Spiegel online, l?edizione digitale dell?autorevole settimanale di Amburgo, il Bundesamt fuer Sicherheit in der Informationstechnik, BSI, cioè l?Autorità federale per la sicurezza nella tecnologia dell?informazione, ha avvertito che l?uso del browser più diffuso nel mondo è sconsigliabile, ed è preferibile usare browser alternativi, finché il problema non verrà risolto.

C?è un punto debole in internet explorer, avverte la fonte ufficiale tedesca citata da Spiegel online. Sarebbe una ?falla? nella sua sicurezza che ?permette di lanciare attacchi e installare programmi ostili in un computer che funziona con Windows, attraverso un codice manipolato di un sito. Le versioni di internet explorer esposte a rischio sono la 6, la 7 e la 8 sui sistemi Windows XP, Vista e 7.

Al momento, continua il reportage di Spiegel online sempre citando l?autorità federale per la sicurezza IT, non è disponibile un?a ttualizzazione del software. ?L?autorità federale prevede che il punto debole, la falla di explorer verrà utilizzata a breve per attacchi su internet?, e consiglia quindi l?uso al momento di altri browser. Consiglia sistemi che chiama per nome, come Firefox, Opera, Chrome o Safari. L?uso di internet explorer in modo protetto può rendere gli assalti più difficili, ma non impedirli, nota il monito ufficiale.

L?avvertimento del Bsi è posto in relazione con gli attacchi di hacker condotti negli ultimi giorni contro i sistemi informatici di alcune aziende americane. E probabilmente il pericolo è quello di attacchi mirati contro alcune imprese, non contro l?uso privato di internet explorer. Ma presto la realtà potrebbe cambiare e il pericolo riguarderebbe molti più utenti. Non è la prima volta che internet explorer è oggetto di tentativi di attacco del genere: essendo il browser più diffuso nel mondo è bersaglio privilegiato della ?cybercriminalità?.Microsoft stessa consiglia di usare explorer, almeno per il monento solo in protected mode e con i massimi livelli di sicurezza.




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Il paradosso delle tasse

Corriere della Sera


In materia di tasse Silvio Berlusconi ha un grande merito e un altrettanto grande demerito. Il merito è che la questione della riduzione drastica delle tasse entrò nella agenda italiana grazie a lui. Ai tempi della Prima Repubblica il tema era tabù. La Lega di Bossi, è vero, ne aveva parlato prima ma, in quel caso, le tasse erano solo un elemento fra gli altri entro la cornice del rivendicazionismo identitario-territoriale.

Il demerito di Berlusconi è di non avere dato seguito alla promessa. Sergio Rizzo ( Corriere, 11 gennaio) ha ricostruito in modo esauriente la storia degli annunci e delle promesse mancate. Per arrivare a oggi, quando nel giro di pochi giorni Berlusconi ha rilanciato il vecchio progetto delle due sole aliquote per poi subito accantonarlo.

L’occasione mancata risale al governo Berlusconi del 2001-2006. Si andò vicino al traguardo con la legge delega, predisposta da Giulio Tremonti, che introduceva le due aliquote. Poi i contrasti nella maggioranza bloccarono il progetto. Berlusconi non fu capace di imporre ai suoi alleati una riforma su cui si giocava l’identità politica sua e di Forza Italia.

Perché ora dovremmo credere che la grande riforma fiscale si farà, se non venne fatta allora, in un’epoca di espansione economica internazionale? Il paradosso delle tasse può essere così riassunto: la storia di un quindicennio mostra che Berlusconi è inaffidabile quando promette la riforma fiscale. Al tempo stesso, c’è la quasi certezza che se la riforma non verrà fatta da lui non verrà fatta da nessun altro.

Non dal centrosinistra che sulle tasse ha ereditato gli atteggiamenti della classe politica della Prima Repubblica e che, per cultura, e per gli interessi della sua constituency elettorale, è ostile a riduzioni generalizzate della pressione fiscale.

Ma nemmeno dal centrodestra, nel quale, tolta la componente di Forza Italia (e neppure tutta) del Pdl, sono presenti tanti politici che sulle tasse non hanno mai condiviso fino in fondo le idee (o i sogni?) di Berlusconi. .Certo, per ridurre le tasse occorre prima tagliare la spesa pubblica (campa cavallo). Oppure, come sostiene il «partito liberista» (da Antonio Martino a Oscar Giannino, ad Alberto Mingardi), occorre rovesciare le priorità: fare in modo che sia una drastica riduzione delle tasse a imporre la contrazione della spesa pubblica. Ci sono nodi tecnici da sciogliere, e conti da far quadrare, come il ministro Tremonti ricorda.

Ma ci sono anche nodi politici. Ridurre le tasse significa destabilizzare clientele e corporazioni che vivono di spesa pubblica, colpire gli interessi cresciuti al riparo di un’alta fiscalità. E favorire cambiamenti di mentalità, fare accettare anche nelle aree del Paese che non ci credono l’idea che un livello troppo alto di tassazione sia un indicatore della scarsa libertà dei cittadini.

Con lodi o biasimi, a seconda degli orientamenti, gli ultimi decenni verranno ricordati nei libri di storia come quelli della «era Berlusconi». Ma se Berlusconi non riuscirà a rivoluzionare il fisco, nemmeno il più benevolo degli storici vi aggiungerà mai la parola «liberale».


Angelo Panebianco
16 gennaio 2010





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I figli «bamboccioni»? Vanno mantenuti

Corriere della Sera


Padre divorziato smette di mantenere la figlia 32enne, studentessa fuori corso da 8 anni. Il giudice gli dà torto


MILANO - Un artigiano trentino è stato condannato dal Tribunale di Bergamo (dove ora vive con una nuova famiglia) a pagare gli alimenti alla figlia 32enne (iscritta fuoricorso da 8 anni alla facoltà di Filosofia) avuta da una moglie dalla quale aveva divorziato. Il papà aveva smesso di pagarle il mantenimento quando lei aveva 29 anni, poiché non si decideva a laurearsi.

LE SENTENZE - La decisione unilaterale di interrompere i pagamenti non è però stata considerata legittima dal giudice. Il sessantenne trentino ha dovuto versare alla figlia «bambocciona» (secondo la definizione che dei figli che restano ancora a carico dei genitori anche in età adulta diede l'ex ministro dell'Economia, Tommaso Padoa Schioppa) 12mila euro, comma che comprende gli arretrati, nonostante fino a tre anni fa avesse versato alla figlia l'assegno di mantenimento, come il Giudice di Pace di Trento gli aveva imposto nella sentenza di divorzio dalla moglie, «fino a quando la figlia non sarebbe diventata autosufficiente».

LO STOP AI PAGAMENTI - Ma l'uomo, come riporta il quotidiano «Trentino», dopo nove anni aveva deciso di chiudere i rubinetti e di smettere di mantenere la figlia, che non concludeva mai gli studi. Forse il tentativo di dare una smossa alla ragazza, rimasto però senza esito. La giovane per tre anni non si è lamentata, ma dopo avere recentemente bussato alla porta del padre ed avere ottenuto il rifiuto di un rinnovato mantenimento si è rivolta al giudice, ottenendo ragione. Se il genitore non avesse pagato sarebbe scattato il pignoramento dei beni. (Fonte: Agi)

16 gennaio 2010




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Di Pietro trema. C’e un dossier su di lui

di Alessandro Sallusti


Ironia della sorte, esattamente a dieci anni dalla morte in esilio di Bettino Craxi, Antonio Di Pietro, grande accusatore dell'ex segretario socialista, ha paura. Perché, abituato a fare il cacciatore, si trova a disagio nei panni del braccato. Lo scrive in una lettera pubblicata sul suo sito nella quale svela che circola, nei palazzi della politica e nelle redazioni dei giornali, un dossier su di lui.

Il leader dell'Italia dei valori dice di conoscerne il contenuto: dodici fotografie che lo ritraggono, all'epoca di Mani pulite, insieme a uomini dei servizi segreti italiani e stranieri oltre che a due volti noti degli intrecci politico-giudiziari di quegli anni: Bruno Contrada allora questore di Palermo, poi ufficiale dei servizi (arrestato e condannato con infamanti accuse di collusioni con Cosa Nostra), e il colonnello Mori, il comandante dei Ros (gruppo speciale dei carabinieri che eseguì tra gli altri anche l'arresto del capo della mafia Totò Riina) pure lui finito poi nei guai giudiziari.

Di Pietro va oltre, e anticipa che da questo dossier potrebbe emergere, falsamente, che lui era pilotato dalla Cia (i servizi segreti americani), che entrò in contatto con la mafia nella stagione dei veleni e delle stragi, che qualcuno lo pagò per fare la sua parte nella decapitazione della Prima Repubblica versandogli somme di denaro in banche americane e neozelandesi.

In quelle carte e in quelle foto che circolano clandestinamente si troverebbero insomma indizi che se non smontati dimostrerebbero come Mani pulite fosse un complotto internazionale e come Di Pietro non fosse il magistrato senza paura e senza macchia che ha voluto farci credere. Ce ne sarebbe abbastanza per riscrivere la trama, e i giudizi, degli ultimi vent'anni di storia italiana.
Sull'esistenza di tutto questo materiale e sul suo contenuto ci fidiamo delle parole dell'ex pm.

Se lo dice lui vuole dire che è vero. Del resto lo stesso Di Pietro scrive che quelle fotografie potrebbero anche essere autentiche: «Magari, ma a vent'anni di distanza non ricordo tutte le circostanze sarà pure capitato - si legge nella lettera - che nelle pause di lavoro mi sia fermato a mangiare o a bere un caffè con loro...

Che male c'è, non potevo certo sapere dei guai che sarebbero loro capitati anni dopo». Ora, a parte che è strano che uno non ricordi con certezza se ha mai incontrato due degli investigatori più famosi e discussi d'Italia (Contrada e Mori), a parte che fino a ieri ha sempre negato di averlo fatto (lo disse anche a proposito di Ciancimino ma fu sbugiardato in diretta tv), non si capisce, se tutto è così normale e coerente con la storia ufficiale, perché uno senta il bisogno di urlare al complotto. Se si tratta di semplici e innocue foto ricordo dovrebbe attivarsi per recuperarle e archiviarle nell'album di famiglia.

C'è qualche cosa che non torna nella mossa a sorpresa di Di Pietro. Questo mettere le mani avanti rispetto a una notizia di cui nulla si sapeva e che probabilmente non sarebbe mai stata pubblicata crea più sospetto che solidarietà. Anticipare addirittura la linea difensiva sa più di paura che di trasparenza. Lui dice che poteva non sapere chi erano o sarebbero diventati i signori che incontrava tra un arresto e l'altro. Strano, detto da uno che ha indagato e incarcerato decine di persone solo perché «non potevano non sapere», e che si accoppia a persone, come Travaglio, che aprono un processo mediatico contro il presidente del Senato, Renato Schifani, perché da giovane avvocato assisteva a Palermo personaggi che anni dopo si scopriranno essere mafiosi.

Il dipietrismo ci ha abituato alla doppia morale. L'immunità parlamentare che lui si tiene ben stretta come eurodeputato è uno scandalo se a chiederla è Silvio Berlusconi; la chiarezza assoluta nell'utilizzo dei finanziamenti ai partiti non vale per l'Italia dei valori, e via dicendo. Ma questo non basta a capire che cosa sta succedendo.

E non basterà fino a che Antonio Di Pietro non racconterà al Paese la verità, tutta la verità e niente altro che la verità su tre fatti che lo riguardano. Il primo: come ha fatto un giovane poliziotto della bergamasca a laurearsi tanto rapidamente e a diventare magistrato? Il secondo: come ha fatto un inesperto pm a diventare improvvisamente il più bravo e importante della storia del Paese? Il terzo: come mai, all'apice del successo e del potere, abbandonò la toga per buttarsi in politica?

So che lui ha già risposto a queste domande. Riassumo in sintesi: sono bravo. Rispondo in sintesi: è vero, ma noi non siamo fessi. La storia di Mani pulite è ancora avvolta nel mistero e piena di buchi neri. E la reazione di Di Pietro al presunto dossier che potrebbe aprire uno squarcio nell'omertà di questi anni ha il sapore della «excusatio non petita, accusatio manifesta». Restiamo garantisti, ma anche curiosi di capirne di più, come dice Santoro quando i killer della mafia accusano i vertici del centrodestra. Vedremo.



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