venerdì 15 gennaio 2010

Bimba viveva in una grotta con la mamma E si lavava all'acqua gelida di una fontana

Corriere della Sera


I carabinieri di Frascati hanno scoperto la famigliola costretta a vivere all'aperto dopo aver perso il lavoro





FRASCATI (Roma) - Lavava la figlia con l’acqua gelida di una fontana pubblica. La preparava per mandarla a scuola, in un istituto religioso di Frascati, vestita e pulita come tutte le altre alunne. Al punto che nessuno, nemmeno gli insegnanti, si accorgevano delle difficoltà economiche e del fatto che quella bimba di 10 anni, undici fra qualche giorno, viveva in una grotta nel parco pubblico di Villa Sciarra. Lettini, un fornelletto a gas per riscaldarsi e cucinare: la vita di Maria, una bambina polacca nata a Roma nel ’99, si svolgeva in un anfratto insieme con la mamma, una domestica di 37 anni, che ha sempre fatto di tutto per accudire la figlia e mantenere, per quanto possibile, un decoro familiare.

CON TUTTA LA FAMIGLIA - Madre e figlia, che erano già assistite dai servizi sociali, sono state fermate venerdì mattina dai carabinieri di Frascati, insieme con i vigili urbani, al corrente solo da qualche giorno di quello che stava accadendo. Gli investigatori, che non hanno riscontrato alcun segnale di maltrattamento nei confronti della minorenne, le hanno accompagnate in un centro d’accoglienza a Tivoli. La bimba continuerà a frequentare la quinta elementare della scuola di Frascati mentre la mamma sarà aiutata a trovare un’occupazione stabile.

Del fatto è stata informata la procura minorile. Gli investigatori hanno anche esaminato la posizione del patrigno della bimba, anche lui polacco, impegnato in lavori saltuari come manovale e guardiano. La famigliola non ha sempre vissuto nella grotta, dove però ha sicuramente trascorso l’ultimo Natale. Prima avevano abitato in strutture collegate all’occupazione dell’uomo. Ma dopo aver perso l’ultimo lavoro, madre, figlia e patrigno erano stati costretti a trasferirsi nella grotta.

Rinaldo Frignani
15 gennaio 2010






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Video hard manda in tilt Mosca

Corriere della Sera

Traffico impazzito per un filmato apparso su un megaschermo in centro. «Attacco hacker»

MOSCA - Traffico impazzito la scorsa notte a Mosca, quando un film pornografico apparso su un enorme schermo pubblicitario - forse lo scherzo di un hacker - ha mandato in tilt gli automobilisti.

SCANDALO A MOSCA - Il video dell'incidente è circolato su Youtube e altri siti internet. Il proprietario dello schermo pubblicitario, collocato su una strada principale della capitale russa a circa due chilometri dal Cremlino, ha detto all'agenzia di Stato Ria che alcuni hacker sono riusciti a entrare nel sistema e a inserire il video pornografico. «Sono stati dei teppisti oppure persone di un'azienda avversaria», ha commentato il direttore commerciale dell'agenzia pubblicitaria, Viktor Laptev. Secondo quanto riferito dalla Ria, le autorità stanno investigando. In Russia il nudo in televisione è vietato da prima della caduta dell'Unione Sovietica nel 1991.

15 gennaio 2010




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Due ruote e sicurezza: pistola-laser contro gli eccessi di velocità

Corriere della Sera


Via dei Fori Imperiali: auto e moto a 70-90 km orari. La prova-denuncia dei ciclisti dopo la morte di Eva

Video


ROMA - C’è il centauro in «scooterone» che sfreccia a 71 chilometri orari. Il Suv che tocca i 70. Il tassista a 81 orari. L’utilitaria con permesso disabili (beatamente esposto) che si lancia, per il centro di Roma, a 90 chilometri orari. Cronache di una mattina qualunque, in via dei Fori Imperiali. Solo che, venerdì, le folli andature di (molti) automobilisti romani hanno trovato il rilevatore di velocità del Coordinamento «Di traffico si muore» ad immortalarne la sistematica violazione dei limiti imposti dal codice della strada.

LIMITE DI 50 KM DISATTESO - «Siamo qui nel punto in cui è stata uccisa la povera Eva – ricorda Paolo Bellino, per il Coordinamento – per dimostrare come, sotto gli occhi del Campidoglio, il limite di 50 chilometri orari, che vige sull’intero territorio capitolino, viene costantemente disatteso. I ciclisti rischiano la vita, le auto non si curano dell’alta velocità. E non si fa nulla per impedire tutto questo». Qualche automobilista disciplinato non manca. Ma la percentuale è veramente irrisoria. Taxi, autoblu, Ncc, semplici cittadini, centauri. Nessuno è escluso. Subito dopo la svolta a destra, alla fine di via Cavour, in direzione piazza Venezia, inizia la corsa. Pronti al semaforo. Via, acceleratore al massimo.


LA PISTOLA-LASER - Alle undici del mattino, solo le auto con permessi Ztl possono entrare in centro. Questo, però, non basta ad allentare la frenesia. Anche i bus si muovono sul filo: 50-55 chilometri orari. Il Coordinamento «Di traffico si muore» ha acquistato un laser per la rilevazione della velocità. E annuncia battaglia su questo fronte. Proprio la «pistola-laser» crea scompiglio tra gli automobilisti. Lungo via dei Fori Imperiali chi, nonostante la fretta, nota i ciclisti romani intenti nella rilevazione, prova a rallentare. Guarda incuriosito.

Preoccupato, forse, che si tratti di forze dell’ordine appostate per elevare multe. Un automobilista inverte addirittura la marcia su via dei Fori Imperiali per chiedere lumi. «Mi avete fatto la multa?». «Non siamo vigili» rispondono i ragazzi del Coordinamento. «Ambè». Neanche le contravvenzioni, dunque, possono essere un deterrente? «Non bastano – prosegue Bellino – c’è chi le multe nemmeno le paga. Serve educazione e disciplina stradale. È necessario che i capiscano di non essere uniche utenti della strada». Rilanciano dal Coordinamento: «Attendiamo un’altra vittima per arginare la situazione?».


Simona De Santis
15 gennaio 2010




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Le bugie storiche diventate realtà

Corriere della Sera


Mussolini e i treni in orario, la mela di Newton, Robin Hood e Nerone che suona l'arpa mentre Roma brucia





MILANO – La tradizione le ha trasformate in «verità storiche», ma in realtà sono vicende mai accadute. Prendendo spunto da una recente scoperta fatta da alcuni archeologi egiziani - quest'ultimi avrebbero ritrovato a pochi metri dalle famose piramidi di Giza le tombe di alcuni operai e ciò dimostrerebbe che le grandi costruzioni non furono edificate dagli schiavi come la storia c'ha sempre tramandato bensì da uomini liberi - il sito web del tabloid britannico Daily Mirror elenca alcune tra le più grandi bugie storiche che sono diventate attraverso i secoli conclamate verità.

I TRENI DI MUSSOLINI E LA MELA DI NEWTON - Tra le quattordici bugie storiche presentate in rassegna vi è anche un mito nostrano. Secondo quanto ha stabilito una ricerca storiografica dello studioso Alexander Cockburn, a differenza di quanto ci ha tramandato la tradizione, non è vero che durante il fascismo i treni arrivassero sempre in orario.

In realtà - secondo lo studio di Cockburn - i treni locali nell'epoca mussoliniana accumulavano spesso un ampio ritardo ma Mussolini, da abile stratega, impose ai giornali di non riportare queste notizie e di propagandare il mito della puntualità ferroviaria. Anche la storia della mela che cadde in testa a Isaac Newton e che avrebbe ispirato la teoria della gravitazione universale al grande scienziato anglosassone è in realtà un mito. Sarebbe stato diffuso nel Settecento dalla penna di Voltaire, che a sua volta l'avrebbe recuperato da un racconto della nipote di Newton, Catherine Conduitt. Secondo i più accreditati storici, si tratta di una storia inventata di sana pianta.

MITI INGLESI - Sembra proprio che gli inglesi siano i più fantasiosi nell'inventare miti storici. Ad esempio Robin Hood, il principe dei ladri che, secondo la tradizione viveva nella foresta di Sherwood, non avrebbe mai messo piedi nel celebre bosco della contea del Nottinghamshire. Il leggendario personaggio che rubava ai ricchi per donare ai poveri viveva invece nello Yorkshire e il mito sarebbe nato dopo la pubblicazione del romanzo Ivanhoe di Walter Scott. A sua volta la Magna Carta, il famoso documento che limita i poteri reali e che è considerato il primo atto che riconosce i diritti fondamentali dei cittadini, non fu mai firmato dal riluttante re britannico Giovanni Senzaterra.

Il sovrano, infatti, era illetterato e siglò il documento solo con il sigillo reale. Anche la storia secondo cui Canuto I d'Inghilterra si ritenesse così potente da poter comandare gli eventi naturali è falsa. In realtà il sovrano medioevale, che non amava gli adulatori, dimostrò più volte ai suoi sudditi quanto i suoi poteri fossero limitati.

ELISABETTA I - Un altro mito storico sono anche le celebri parole «Darei tutti i miei possedimenti per un attimo di tempo» pronunciate sul letto di morte da Elisabetta I. Secondo gli storici la grande regina non avrebbe mai detto questa frase. Altra invenzione è la scoperta da parte di James Cook dell'Australia nel 1770. I primi europei a mettere piede sull’odierno territorio australiano furono gli esploratori olandesi Abel Tasman e Dirk Hartog circa 150 anni prima di Cook. Sempre inglese è il mito che racconta come le patate e il tabacco furono introdotte in Europa dal grande navigatore britannico Walter Raleigh. Patate e tabacco invece furono portate per la prima volta nel Vecchio Continente dai navigatori italiani ben 26 anni prima di Raleigh.

ALTRE INVENZIONI - Gli inglesi, naturalmente, non hanno il monopolio dei miti. Quest’ultimi sono vecchi come il tempo. Lo dimostrano le altre invenzioni storiche presenti in rassegna. Ad esempio nelle vene di Cleopatra non scorreva sangue egiziano, bensì greco. La regina era discendente diretta di Tolomeo I Sotere, uno dei più grandi generali di Alessandro Magno che, come tutti i suoi successori, si sposò solo con membri della propria stirpe per mantenere il sangue puro. Non è vero neppure che Nerone suonasse l'arpa mentre Roma bruciava.

Oramai gli storici hanno potuto appurare che questa immagine iconografica dell'imperatore è falsa e, anzi, lo stesso sovrano quando si accorse dell'incendio aprì i suoi giardini per mettere in salvo la popolazione. A sua volta Maria Antonietta non pronunciò mai la sprezzante frase «Che mangino brioches» ai cittadini parigini che si lamentavano di non avere pane. Questo commento invece fu fatto dalla moglie di Luigi XIV, il Re Sole, ben cento anni prima e fu attribuito dai rivoluzionari a Maria Antonietta per dimostrare l'insensibilità della regina verso le sofferenze del popolo.

Anche la data della proclamazione dell'indipendenza americana non è esatta. Secondo gli storici i padri costituenti statunitensi firmarono la costituzione il 2 luglio. Il 4 luglio invece fu stampato il documento e questa «falsa» data passò alla storia. Nella rassegna compaiono atri due miti americani. Non fu Thomas Edison a inventare la lampadina (quest'ultima fu ideata dal chimico inglese Humphry Davy) e nel 1692 nessuna strega fu bruciata al rogo nel villaggio di Salem. Nella cittadina americana furono condannate per stregoneria venti persone, ma quasi tutte furono impiccate.

Francesco Tortora
15 gennaio 2010




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New York, venduta a una cifra record la casa più stretta della Grande Mela

Corriere della Sera



L'abitazione, larga 2,9 metri e profonda 9, ceduta per 2,1 milioni di dollari



 


MILANO - A New York tutti la conoscono come «la casa più stretta della Grande Mela» e sebbene le sue dimensioni siano davvero anguste, continua ad affascinare chi è alla ricerca di un'abitazione piccola e carina. È stata venduta, scrive il Guardian, per la cifra record di 2,1 milioni di dollari (quasi un 1, 5 milioni di euro) la casetta a schiera di Bedford Street, nel Greenwich Village, in cui hanno abitato celebri personaggi del passato come l'attore Cary Grant, l'antropologa Margaret Mead e la poetessa Edna St Vincent Millay.

La casa, che è completamente dipinta di rosso e che era stata messa sul mercato lo scorso agosto a un prezzo ancora maggiore (gli ex proprietari speravano di ottenere oltre 2,5 milioni di dollari), è composta da due camere da letto e da due stanze da bagno. Larga 2,9 metri e profonda 9, nel 2000 fu acquistata dagli ex proprietari per 1,6 milioni di dollari.

COSTRUZIONE OTTOCENTESCA - Secondo quanto narrano gli archivi del «Greenwich Village Society for Historic Preservation», associazione no profit impegnata a preservare l'architettura e gli edifici del celebre quartiere newyorkese, l'abitazione fu costruita nel lontano 1873 durante una terribile epidemia di vaiolo. Al suo posto vi era un vicolo stretto che di solito era attraversato dalle carrozze dirette verso le case che ancora oggi si trovano alle spalle di questa bizzarra dimora.

Prima che il Greenwich Village divenisse un quartiere alla moda e i prezzi delle case schizzassero alle stelle, quest'abitazione ha ospitato gente di diverse classi sociali ed è stata più volte riadattata alle esigenze dei proprietari. Ad esempio nei primi decenni del novecento è stato la bottega di un venditore di scarpe e più tardi è diventato un negozio di caramelle.

CENTRO BOHEMIEN - Il cambiamento radicale arriva intorno al 1920. Dopo la fine della Prima Guerra Mondiale i primi poeti e scrittori americani bohémien invadono il quartiere newyorkese e nomi illustri affittano le dimore circostanti. Anche la casa più stretta del mondo diventa uno dei centri della vita culturale del tempo e qui arriva Edna St Vincent Millay, la prima poetessa americana a vincere il Pulitzer per la poesia nel 1923.

Quando la Millay, ormai famosa, si trasferirà in abitazioni più grandi e confortevoli, altri personaggi destinati a diventare celebri come gli attori John Barrymore e Cary Grant l'abiteranno. Infine nel 1950 un illuminato avvocato di New York, pur di evitare la demolizione della singolare dimora, deciderà di comprarla. Naturalmente i nomi dei nuovi proprietari non sono stati resi noti. Tuttavia sembra che essi non intendano vivere nella «casa più stretta del mondo». Secondo quanto narrano alcuni siti d'informazione americani, l'abitazione sarà affittata al più presto per un prezzo non inferiore ai 10.000 dollari al mese.

Francesco Tortora
15 gennaio 2010


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Biciclette: nuove regole su parcheggio e trasporto

Il Tempo


Entro febbraio il provvedimento che consente di lasciare il mezzo in cortile.Verranno prolungati gli orari per portarle su bus e metro.


La vita dura dei ciclisti capitolini ha i giorni contati. Sta infatti per arrivare il nuovo regolamento edilizio per il ricovero delle biciclette negli spazi condominiali. Niente più liti nei palazzi quindi, mentre nelle case in via di realizzazione le rastrelliere condominali saranno obbligatorie. Parcheggiare la bicicletta nel cortile di casa, senza essere costretti a «scalate» obbligatorie su per i piani o ad «abbandonare» la due ruote in corridoio, sarà così un vecchio ricordo. Entro febbraio arriverà infatti in Consiglio comunale il nuovo regolamento edilizio per il ricovero delle biciclette nei cortili condominiali.

Una piccola (ma grande) rivoluzione per decine di ciclisti costretti, dal divieto tuttora vigente, a lasciare il mezzo all'interno del condominio. Una volta approvato il regolamento infatti, non sarà più necessario il parere degli altri condomini. Ancora, per quanto riguarda le case in corso di realizzazione si dovranno prevedere appositi spazi condominiali dove poter riporre le biciclette. Ma questa è solo l'ultima importante iniziativa dell'assessore capitolino alle Politiche ambientali, Fabio De Lillo per incentivare e supportare il mezzo di trasporto più ecologico, la bicicletta.

Una politica che punta soprattutto sulle piste ciclopedonali. «L'amministrazione Alemanno sta compiendo un grandissimo sforzo per affrontare e vincere la sfida di trasformazione della nostra metropoli recuperando il ritardo strutturale accumulato in passato rispetto alle altre realtà europee nel settore della mobilità sostenibile - spiega De Lillo -. Stiamo costruendo una mobilità alternativa a impatto zero, indispensabile per la riqualificazione dell'ambiente urbano e per la lotta all'inquinamento atmosferico. Purtroppo, scontiamo un enorme ritardo rispetto alle altre metropoli europee nell'utilizzo della bicicletta a causa sia di una scarsa dotazione infrastrutturale sia della mancata adozione di una logica di sistema negli interventi intrapresi in passato per promuovere il ricorso a questo importante mezzo di trasporto».

Ritardi cronici quindi, ma anche un problema oggettivo di dimensioni di una capitale che è grande come le otto maggiori città italiane. Per questo occorre puntare, subito, su una politica di intermobilità e consentire un trasposto integrato biciletta/mezzi pubblici. Si arriverà dunque a proporre la modifica del regolamento del trasporto oggetti a bordo dei mezzi pubblici (carrozzine, passeggini) per il trasporto di biciclette pieghevoli e all'estensione, entro giugno, degli orari di trasporto a bordo delle biciclette sulle linee della metropolitana e delle ferrovie concesse.

«Le dimensioni della città impongono una strategia integrata bicicletta/trasporto pubblico, per questo - continua De Lillo - ha promosso un protocollo di intesa tra l'assessorato all'Ambiente, l'assessorato alla Mobilità e l'Atac finalizzato a integrare professionalità, risorse e strategie per un moderno piano di sviluppo della ciclabilità. Un piano che, per essere auttuato, deve vedere la sinergia degli attori istituzionali coinvolti direttamente e indirettamente nell'attuazione degli interventi». Per quanto riguarda i prossimi interventi sulle piste ciclabili, si sta procedendo al completamento delle fasi progettuali e avvio dei cantieri della pista ciclabile lungo il fiume Aniene da ponte Nomentano a ponte Mammolo; verrà poi completata la ricucitura della pista ciclabile in via Cristoforo Colombo all'altezza delle rampe di via Cilicia.

I progetti pronti a partire riguardano invece la realizzazione del percorso ciclabile lungo via del Mandrione, il consolidamento delle fondazioni del ponte sul fosso dell'acqua traversa e successiva riapertura della pista ciclabile. Non appena sarà terminata la fase della piena del Tevere, si completeranno i lavori, iniziati a settembre per 500 mila euro, per il rifacimento della pavimentazione della pista ciclabile sulla banchina del Tevere, nel tratto compreso tra Ponte dell'Industria e Ponte Risorgimento.

Sopra l'esistente pavimentazione in sampietrini si sta ponendo una "soletta" liscia che consentirà ai ciclisti di percorrere la pista in condizioni decisamente migliori rispetto a quelle passate. Più chilometri da percorrere in sicurezza, maggiore flessibilità per il trasporto e il parcheggio delle biciclette dovrebbero finalmente convincere più romani a prendere la due ruote, e non solo per una scampagnata domenicale.


Susanna Novelli
15/01/2010




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Arriva la tassa su telefonini e chiavette Contenta la Siae, contraria Confindustria

Quotidianonet

Bondi ha firmato il decreto che estende "l'equo compenso" già presente per cd e dvd. Lo sconcerto di Confindustrtia Anie:
"E' l'unico esempio al mondo di penalizzazione dell'innovazione"

Roma, 15 gennaio 2010 - Trovare "un punto di equilibrio tra il riconoscimento del compenso che è dovuto a chi crea opere dell’ingegno e le esigenze, altrettanto importanti, degli utenti e del settore dell’innovazione e sviluppo tecnologico". È stato questo l’obiettivo del decreto firmato ieri dal ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, in esecuzione della legge sul diritto d’autore per la rideterminazione del compenso per "Copia privata", che la legge già prevedeva in via provvisoria.

CHE COSA PREVEDE
Il decreto aggiorna ed estende
il cosiddetto "equo compenso": la somma che i produttori di beni tecnologici dovranno versare alla Siae, a "compenso" della copia privata, ovvero della possibilità che il prodotto venduto venga utilizztao per riprodurre legittimamente le copia personale di cd e film acquistati. E' una misura che finora ha interessato solo cd, dvd e masterizzatori, portando alla Siae circa 70 milioni di euro. Col nuovo decreto viene estera a tutte le forme di meoria digitale: chiavette Us, memoria interna di hard disk o esterna, e cellulari. 

L'equo compenso si quantifica in 90 centesimi per ogni cellulare venduto. Per i dispositivi di memoria, c'è una quota in centesimi per ogni Gb di capienza.
Il testo integrale del decreto ministeriale 30 dicembre 2009 è consultabile sui siti www.beniculturali.it e www.siae.it.

LA SIAE APPROVA
"La Siae, non può essere
pienamente soddisfatta dei livelli di compenso che il decreto oggi fissa, non ritenendolo ancora pienamente 'equo', pur se si comprende l’esigenza - espressa nel comunicato del Ministero - di individuare un punto di equilibrio tra le parti. L’Ente offre quindi, sin d’ora, la massima disponibilità alla partecipazione fattiva al Tavolo di lavoro che verrà istituito. Deve esprimersi comunque grande soddisfazione per la restituita dignità a chi crea e a chi lavora e investe nel settore dei contenuti culturali".

LA FIMI
Fimi, la Federazione di
Confindustria che raggruppa le principali aziende discografiche italiane, ha accolto con favore il Decreto annunciato dal Ministro Sandro Bondi che ha aggiornato i compensi per copia privata. "L’Italia si adegua all’evoluzione tecnologica che, come noto, consente oggi un sempre più ampio consumo di musica con apparecchiature sempre più sofisticate e strumenti di archiviazione sempre più potenti", ha commentato il Presidente di FIMI, Enzo Mazza. "Queste norme invece di rallentare l’innovazione, come qualcuno sostiene, offre ai consumatori nuove opportunità per utilizzare per le proprie copie personali i più sofisticati strumenti tecnologici nel rispetto della legge", ha concluso Mazza.

LO SCONCERTO DI CONFINDUSTRIA ELETTRONICA
Il presidente di Confindustria Anie
(imprese elettrotecniche ed elettroniche) Guidalberto Guidi accoglie con “sconcerto e incredulità” il decreto ministeriale pubblicato il 14 gennaio dal ministero per i Beni artistici e culturali che rivede i compensi per la copia privata in Italia.

“Il nuovo decreto - dice Guidi - stravolge il regime vigente introducendo sostanzialmente una tassa il cui importo cresce proporzionalmente alla capacità di memoria degli apparecchi elettronici. L`industria high-tech è fortemente impegnata in uno sforzo innovativo per offrire ai consumatori apparecchi sempre più performanti a costi di acquisto decrescenti. Questo decreto, al contrario - sottolinea - introduce un meccanismo perverso che fa crescere la tassa in ragione delle performance dell`apparecchio e incide, in definitiva, esponenzialmente sul prezzo dei prodotti. È, a quanto ci risulta, l`unico esempio al mondo di penalizzazione dell`innovazione”.
Il consumatore inoltre, prosegue Guidi, “è gravemente penalizzato dal nuovo meccanismo, in quanto si vede costretto a pagare almeno tre balzelli (sui contenuti acquistati, sull`apparecchio, sul supporto digitale) per esercitare il proprio diritto ad effettuare una copia di un contenuto digitale acquistato legalmente”.

Ulteriore penalizzazione introdotta dal decreto Bondi, puntualizza Guidi, “è la sua estensione a tecnologie (cellulari, pc, decoder, game consolle) che non hanno come funzionalità principale la duplicazione di contenuti digitali. Il Mibac nel giustificare tale estensione si richiama alla corrente situazione europea dove, però, 23 Paesi su 27 non prevedono alcun compenso sui telefoni cellulari, i pc sono tassati in un solo Paese e nessun Paese tassa le consolle. Profondamente iniqua - aggiunge - è la situazione che si viene a creare per i telefoni cellulari che nell`ipotesi di utilizzo per la fruizione di video e contenuti musicali prevedono già il pagamento di apposite licenze da parte dell`utente”.

Suscita, infine, ulteriore perplessità, conclude Guidi, “la scelta del ministero, di non escludere a priori gli apparecchi e supporti professionale dall`ambito del decreto e di lasciare viceversa a Siae il compito di concludere di sua iniziativa eventuali accordi con le categorie interessate”.

I PRODUTTORI
Una tassa ‘’iniqua e ingiustificata’’
: questa la posizione di Nokia sul decreto del Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali. ‘’L’approvazione del decreto ci lascia assolutamente sconcertati’’, afferma in una nota Alessandro Mondini Branzi Amministratore delegato di Nokia Italia, aggiungendo che ‘’Nokia crede fermamente che l’imposizione di questa tassa sulla copia privata sia iniqua e ingiustificata’’.

‘’L’ascolto di musica - sottolinea l’ad di Nokia Italia - e’ solo una delle tante funzioni disponibili sul telefono cellulare, il cui contenuto e’ solitamente acquistato legalmente dal consumatore che pertanto ha gia’ completamente pagato i diritti d’autore’’. Secondo il primo produttore mondiale di telefonini, imporre una nuova tassa sui telefoni cellulari costringe quindi i consumatori a pagare due volte per lo stesso contenuto.
‘’Nokia - conclude Branzi - crede che non sussista un fondamento legale o una base razionale alla tassa sulla copia privata applicata ai telefoni secondo quanto previsto dalla direttiva europea sulla copia privata’’.



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Arriva la tassa su telefonini e chiavette Contenta la Siae, contraria Confindustria

Quotidianonet

Bondi ha firmato il decreto che estende "l'equo compenso" già presente per cd e dvd. Lo sconcerto di Confindustrtia Anie: "E' l'unico esempio al mondo di penalizzazione dell'innovazione"


Roma, 15 gennaio 2010




Trovare "un punto di equilibrio tra il riconoscimento del compenso che è dovuto a chi crea opere dell’ingegno e le esigenze, altrettanto importanti, degli utenti e del settore dell’innovazione e sviluppo tecnologico". È stato questo l’obiettivo del decreto firmato ieri dal ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, in esecuzione della legge sul diritto d’autore per la rideterminazione del compenso per "Copia privata", che la legge già prevedeva in via provvisoria.

CHE COSA PREVEDE

Il decreto aggiorna ed estende
il cosiddetto "equo compenso": la somma che i produttori di beni tecnologici dovranno versare alla Siae, a "compenso" della copia privata, ovvero della possibilità che il prodotto venduto venga utilizztao per riprodurre legittimamente le copia personale di cd e film acquistati. E' una misura che finora ha interessato solo cd, dvd e masterizzatori, portando alla Siae circa 70 milioni di euro. Col nuovo decreto viene estera a tutte le forme di meoria digitale: chiavette Us, memoria interna di hard disk o esterna, e cellulari. 


L'equo compenso si quantifica in 90 centesimi per ogni cellulare venduto. Per i dispositivi di memoria, c'è una quota in centesimi per ogni Gb di capienza.
Il testo integrale del decreto ministeriale 30 dicembre 2009 è consultabile sui siti www.beniculturali.it e www.siae.it.

LA SIAE APPROVA

"La Siae, non può essere
pienamente soddisfatta dei livelli di compenso che il decreto oggi fissa, non ritenendolo ancora pienamente 'equo', pur se si comprende l’esigenza - espressa nel comunicato del Ministero - di individuare un punto di equilibrio tra le parti. L’Ente offre quindi, sin d’ora, la massima disponibilità alla partecipazione fattiva al Tavolo di lavoro che verrà istituito. Deve esprimersi comunque grande soddisfazione per la restituita dignità a chi crea e a chi lavora e investe nel settore dei contenuti culturali".

LA FIMI

Fimi, la Federazione di
Confindustria che raggruppa le principali aziende discografiche italiane, ha accolto con favore il Decreto annunciato dal Ministro Sandro Bondi che ha aggiornato i compensi per copia privata. "L’Italia si adegua all’evoluzione tecnologica che, come noto, consente oggi un sempre più ampio consumo di musica con apparecchiature sempre più sofisticate e strumenti di archiviazione sempre più potenti", ha commentato il Presidente di FIMI, Enzo Mazza. "Queste norme invece di rallentare l’innovazione, come qualcuno sostiene, offre ai consumatori nuove opportunità per utilizzare per le proprie copie personali i più sofisticati strumenti tecnologici nel rispetto della legge", ha concluso Mazza.

LO SCONCERTO DI CONFINDUSTRIA ELETTRONICA

Il presidente di Confindustria Anie
(imprese elettrotecniche ed elettroniche) Guidalberto Guidi accoglie con “sconcerto e incredulità” il decreto ministeriale pubblicato il 14 gennaio dal ministero per i Beni artistici e culturali che rivede i compensi per la copia privata in Italia.

“Il nuovo decreto - dice Guidi - stravolge il regime vigente introducendo sostanzialmente una tassa il cui importo cresce proporzionalmente alla capacità di memoria degli apparecchi elettronici. L`industria high-tech è fortemente impegnata in uno sforzo innovativo per offrire ai consumatori apparecchi sempre più performanti a costi di acquisto decrescenti. Questo decreto, al contrario - sottolinea - introduce un meccanismo perverso che fa crescere la tassa in ragione delle performance dell`apparecchio e incide, in definitiva, esponenzialmente sul prezzo dei prodotti.

È, a quanto ci risulta, l`unico esempio al mondo di penalizzazione dell`innovazione”.
Il consumatore inoltre, prosegue Guidi, “è gravemente penalizzato dal nuovo meccanismo, in quanto si vede costretto a pagare almeno tre balzelli (sui contenuti acquistati, sull`apparecchio, sul supporto digitale) per esercitare il proprio diritto ad effettuare una copia di un contenuto digitale acquistato legalmente”.

Ulteriore penalizzazione introdotta dal decreto Bondi, puntualizza Guidi, “è la sua estensione a tecnologie (cellulari, pc, decoder, game consolle) che non hanno come funzionalità principale la duplicazione di contenuti digitali. Il Mibac nel giustificare tale estensione si richiama alla corrente situazione europea dove, però, 23 Paesi su 27 non prevedono alcun compenso sui telefoni cellulari, i pc sono tassati in un solo Paese e nessun Paese tassa le consolle. Profondamente iniqua - aggiunge - è la situazione che si viene a creare per i telefoni cellulari che nell`ipotesi di utilizzo per la fruizione di video e contenuti musicali prevedono già il pagamento di apposite licenze da parte dell`utente”
.
Suscita, infine, ulteriore perplessità, conclude Guidi, “la scelta del ministero, di non escludere a priori gli apparecchi e supporti professionale dall`ambito del decreto e di lasciare viceversa a Siae il compito di concludere di sua iniziativa eventuali accordi con le categorie interessate”.

I PRODUTTORI

Una tassa ‘’iniqua e ingiustificata’’
: questa la posizione di Nokia sul decreto del Ministero per i Beni e le Attivita’ Culturali. ‘’L’approvazione del decreto ci lascia assolutamente sconcertati’’, afferma in una nota Alessandro Mondini Branzi Amministratore delegato di Nokia Italia, aggiungendo che ‘’Nokia crede fermamente che l’imposizione di questa tassa sulla copia privata sia iniqua e ingiustificata’’.

‘’L’ascolto di musica - sottolinea l’ad di Nokia Italia - e’ solo una delle tante funzioni disponibili sul telefono cellulare, il cui contenuto e’ solitamente acquistato legalmente dal consumatore che pertanto ha gia’ completamente pagato i diritti d’autore’’. Secondo il primo produttore mondiale di telefonini, imporre una nuova tassa sui telefoni cellulari costringe quindi i consumatori a pagare due volte per lo stesso contenuto.
‘’Nokia - conclude Branzi - crede che non sussista un fondamento legale o una base razionale alla tassa sulla copia privata applicata ai telefoni secondo quanto previsto dalla direttiva europea sulla copia privata’’.


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Navigano troppo anziché lavorare: il Pd oscura Facebook ai dipendenti

di Redazione

Troppi dipendenti su Facebook anziché lavorare. E il Pd lo oscura. E' successo questa mattina nella sede nazionale del Pd in via Sant'Andrea delle Fratte

 




Roma - Troppi dipendenti su Facebook anziché lavorare. E il Pd lo oscura. E' successo questa mattina nella sede nazionale del Pd, in via Sant'Andrea delle Fratte, dove per diverse ore  è stato sospeso il collegamento al social network in tutti i computer. La curiosa novità è scattata proprio questa mattina, come hanno potuto riscontrare i dipendenti che hanno tentato di accedere al più grande social network del mondo, sul quale Obama ha impostato la propria campagna elettorale. 

Il black out nella sede del partito L’oscuramento di Facebook, se da una parte ha impedito ai dipendenti di passare troppo tempo sul proprio profilo, dall’altra ha messo in difficoltà alcuni dirigenti e parlamentari. Questi ultimi, infatti, impegnati in aula o nelle attività di partito, fanno aggiornare il proprio profilo proprio dai collaboratori che lavorano nella sede di via Sant'Andrea delle Fratte. 

Oscurato per poche ore Il black out è durato solo poche ore l’oscuramento del social network. La chiusura era stata disposta dal momento che troppi dipendenti lo usavano invece di lavorare. All’ora di pranzo c’è stato però un ripensamento, come si è appreso attraverso l’ufficio stampa: "La chiusura è stata una scelta fatta dal partito in senso troppo aziendale perché non si è tenuto conto che Facebook è anche uno strumento di lavoro per i politici e per tutta la struttura".





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Cina, annullato concorso di bellezza gay

Corriere della Sera


Irruzione della polizia in un noto locale di Pechino. Il vincitore sarebbe andato alle finali mondiali a Oslo


PECHINO - Doveva essere il primo concorso di bellezza per gay in Cina. Un evento quasi epocale. Ma il regime ha detto no, con le cattive: la polizia ha fatto irruzione nel Lan Club, noto locale di Pechino che doveva ospitare la kermesse, e annullando tutto. «Penso che la decisione sia legata alla questione dell’omosessualità» ha ammesso un membro della giuria. Al concorso avrebbero partecipato otto uomini contendendosi il titolo di "Mr. Gay": il vincitore avrebbe poi rappresentato il Paese alla competizione mondiale, in programma a febbraio a Oslo. Alla serata erano attese 200 persone e l'obiettivo degli organizzatori era quello di «far conoscere al pubblico i problemi degli omosessuali».

TRENTA MILIONI - Da anni i gay cinesi aspettano un riconoscimento dal governo che tarda ad arrivare. Si parla di un esercito di circa 30 milioni di persone (ma secondo alcuni esperti potrebbero arrivare a 50), su una popolazione di un miliardo e 350 milioni. La stragrande maggioranza di loro vive nell'ombra, nascondendo i propri gusti sessuali. Va ricordato che fino al 1997 l'omosessualità era classificata come reato e fino al 2001 è stata considerata una malattia mentale. Ora le cose cominciano a cambiare, ma molto lentamente.

Due giorni fa c'è stata una piccola rivoluzione: per la prima volta un quotidiano (China Daily) ha dato la notizia di un'unione tra gay: il giornale ha dedicato un lungo articolo a due uomini che si sono simbolicamente sposati a Chengdu. Uno dei due, il 45enne Zeng Anquan (che era sposato e ha una figlia), ha raccontato che i suoi familiari lo hanno di fatto messo al bando: «Ho ricevuto centinaia di telefonate da amici e parenti, e tutti mi dicevano che si vergognavano di me». Il matrimonio tra partner dello stesso sesso non è riconosciuto dalla legge cinese: Zeng e il suo compagno si sono dovuti accontentare di una cerimonia in un locale gay.

Redazione online
15 gennaio 2010






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Di Pietro : pronto un dossier contro di me, mi accusano di essere al soldo della Cia

Corriere della Sera


Il leader Idv: «Un personaggio sta offrendo a buon mercato 12 foto di me con Mori e Contrada»



MILANO - Stanno preparando un dossier contro di me. E' l'accusa lanciata dal leader dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro. «Da giorni si aggira per le redazioni dei giornali e nel circuito politico della Capitale uno strano personaggio che sta offrendo a buon mercato un dossier di 12 foto che mi ritrarrebbero insieme indovinate a chi? No, niente escort. I miei interlocutori sarebbero, anzi sono, il colonnello dei carabinieri Mori ed il questore della polizia di Stato Contrada.

Insieme a loro nella foto ci sarebbero anche alcuni funzionari dei servizi segreti» spiega Di Pietro che, dal suo blog, aggiunge che «naturalmente un acquirente si è subito fatto avanti: il solito quotidiano che, pur di buttare fango sul sottoscritto, acquista qualunque cosa, anche a prezzi esorbitanti, costi che poi si sommeranno a quelli che dovrà pagare per la querela che farò, e che si aggiungerà alla denuncia che ho già provveduto a depositare alla magistratura, perchè questa volta sono venuto a conoscenza per tempo della trappola».

COPIONE GIA' VISTO - «Il copione - dice il leader Idv - si sta per ripetere anche questa volta, come per tutte le fasi elettorali precedenti. Questa volta il «bidone» che il solito giornale sta costruendo è davvero sporco e squallido: quello di voler far credere, utilizzando alcune foto del tutto neutre, che io sia o sia stato al soldo dei servizi segreti deviati e della CIA per abbattere la Prima Repubblica perchè così volevano gli americani e la mafia. Certo che ce ne vuole di fantasia... e anche di arroganza per ritenere che gli italiani siano tutti così allocchi da bersi una panzana del genere».

«Vi anticipiamo il giochino che stanno mettendo in piedi», dice Di Pietro che si riferisce agli scatti che lo riguarderebbero rivelando che «ne hanno acquistate 4 di foto e, prima delle elezioni, le pubblicheranno. Questi scatti dovrebbero servire per veicolare il seguente teorema: siccome Mori è finito indagato per la nota vicenda delle agende rosse e Contrada è stato condannato per fatti di mafia, Di Pietro ha avuto a che fare, pure lui, con queste vicende. Siccome poi c'erano anche funzionari dei Servizi insieme a costoro, vuol dire che Di Pietro stava macchinando con qualche potenza straniera, se non addirittura con la mafia».

«La verità, ovviamente, è molto più lineare e banale: all'epoca io ero un magistrato inquirente che svolgeva le indagini, chiedeva arresti e poi li faceva eseguire. Indovinate da chi? dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, ovviamente, ed anche dalla Guardia di Finanza. Il colonnello Mori e il questore Contrada erano appunto esponenti di primo piano dei predetti organi ed è sicuramente capitato, anche se io ora, a distanza di quasi vent'anni, non ricordo tutte le circostanze, che a volte abbia chiesto anche agli Uffici da loro diretti, oltre ad una miriade di altri, di svolgere accertamenti e di eseguire provvedimenti».

IL COMPLOTTO - E allora, aggiunge Di Pietro «magari sarà pure capitato che, nelle pause di lavoro, mi sia fermato a mangiare o a bere un caffè con loro, anche per approfondire meglio il lavoro. E allora? Dove sarebbe lo scandalo? Interloquire con un questore o con un colonnello dei carabinieri addetti alle investigazioni è il minimo che poteva, e può, fare un magistrato che, come me, stava svolgendo le indagini di Mani Pulite. Non potevo certo sapere - osserva il leader Idv - i guai che sarebbero loro capitati anni dopo.

Essi all'epoca erano solo servitori dello Stato, non delinquenti». «E invece, ancora una volta, si sta tentando di costruire una bufala, grazie ai soliti prezzolati denigratori di professione del solito organo di informazione. Lo scopo è evidente ed è il consueto ritornello: screditare me e l'Italia dei Valori durante la campagna elettorale e, soprattutto, operare una falsa rivisitazione storica degli anni di Tangentopoli e di Mani Pulite nel tentativo di far credere che all'epoca non ci fosse una classe politica corrotta, ma una magistratura militante, al soldo di qualcuno».

«Sì, proprio al "soldo" perchè si vorrebbe far credere che, in cambio del servizio reso, queste fantomatiche potenze straniere avrebbero poi versato ingenti somme di denaro in conti correnti esteri, sparsi fra gli Stati Uniti e addirittura la Nuova Zelanda. Sembra un film di fantascienza - osserva l'ex pm - ma la fantasia distorta non ha mai fine e, d'altronde, basta lanciare una balla nell'iperspazio dell'informazione e il piatto è servito! La falsa equazione è semplice: Mani Pulite è stato un bluff, una trappola, Di Pietro era un uomo dei servizi, i politici corrotti non sono mai esistiti, è tutto un imbroglio.

L'obiettivo è ancora più evidente: riscrivere la storia di ieri per oscurare la continuità, ancora esistente, fra la classe politica corrotta di allora e quella ancora più corrotta e sfacciata di oggi. Anche i finti e gli ipocriti festeggiamenti per Craxi, che oggi gli tributano soprattutto quelli che ieri lo criticavano e lo tradirono, sono funzionali allo scopo». La chiusa del post è in stile borrelliano: «Ma noi "resisteremo, resisteremo, resisteremo". L'amore per la democrazia e la difesa della Costituzione ce lo impongono!».


Redazione online
15 gennaio 201




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Terrorismo, a Chicago uomo d'affari incriminato per la strage di Mumbai

La Stampa

Avrebbe progettato l'attacco del 2008


WASHINGTON
Un cittadino di Chicago è stato incriminato per gli attacchi terroristici a Mumbai. Lo ha riferito il Dipartimento di giustizia degli Stati Uniti.

Si tratterebbe di un uomo di affari, che si è reso complice di un suo amico nel progettare dal Pakistan gli attentati che nel novembre del 2008 fecero oltre cento morti e quasi mille feriti.

E intanto Washington ha annunciato che saranno presto adottate ulteriori misure per rafforzare la sicurezza negli aeroporti americani. Il Segretario all’Interno, Janet Napolitano, ha dischiarato:«Dobbiamo restare vigili di fronte alla continua minaccia di Al-Qaeda. Saranno aumentati i controlli saltuari, gli sceriffi negli aerei su determinate rotte e aggiungeremo altri sospetti nelle nostre liste di osservazione».




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Ultimo, l'uomo che arrestò Riina diventa mito e resta fra gli umili

Il Tempo


Il lavoro è sempre lo stesso, carabiniere fra i carabinieri, oggi quelli della tutela ambientale. Il grado invece è diverso, il Capitano che fu ha aggiunto alle tre stelle la corona da colonnello. Del privato invece parla poco, si conosce la sua passione per i falchi, animali puri, liberi; si raccontano le passeggiate con il suo lupo. Tutto il resto, per ovvie ragioni di sicurezza, rimane nell'ombra: la mafia non dimentica il Capitano Ultimo, non può.

Ma nemmeno il Capitano Ultimo, l'uomo che arrestò Totò Riina, dimentica la mafia. Lui la combatte ancora, con altri mezzi, da nuove angolazioni. Con la divisa, quando indaga sui consorzi del malaffare che lucrano sui rifiuti. O con il suo impegno nel sociale. Perché ci vuole forza, ci vuole coraggio per mendicare - la parola che usa lui è proprio questa, sì, nessuna vergogna - per gli altri che hanno bisogno: trovare fondi, aiuti, costruire una casa famiglia per i ragazzi in difficoltà.

 E così facendo togliere risorse, strappare materiale umano alla mafia. Sì, ci vuole forza e coraggio per essere allo stesso tempo fantasma e leggenda: nascosto sempre da nemici implacabili che mai dimenticano e contemporaneamente restare colui che ha piegato la mafia. Onori ed allori, libri, fiction televisive, tutto per un nome di battaglia che mai ha mostrato il suo vero volto in televisione. Proprio oggi saranno passati diciassette anni, dal giorno in cui il boss dei boss cadde nella rete, ma il Capitano Ultimo dentro è rimasto lo stesso ragazzo. Non parla, Sergio De Caprio, oggi colonnello, resta umile fra gli umili: il guerriero di allora, l'ufficiale che comandava il Crimor, l'idealista scomodo adesso è impegnato in nuove battaglie. Diverse, ma non meno dure, battaglie nel sociale appunto.

Così alle polemiche dei tempi recenti, alle falsità di chi ha cercato di sporcare quello storico successo dello Stato contro la Mafia velandolo di trame oscure mai dimostrate, sussurrando di chissà quali accordi sottobanco, la risposta arriva nei fatti. Stasera al Palauditore di Palermo la festa della Legalità ricorderà quel 15 gennaio del 1993, quando Riina finì nelle mani dei militari del Crimor.

Ci saranno, i ragazzi di Ultimo, e ci sarà lui, il colonnello rimasto Capitano nel cuore, insieme al generale Mario Mori. La serata, organizzata dalla Nazionale Cantanti e da Raul Bova, servirà a raccogliere fondi per costruire una casa famiglia per i figli dei carcerati, soldi raccolti dall'Associazione Volontari Capitano Ultimo Lui, De Caprio, non rilascia interviste, tuttora resta il fantasma diventato leggenda. Poche le informazioni su di lui, per ovvie ragioni di sicurezza. Dal 2000 lavora con i militari della tutela ambientale.

Chi lo conosce sa che la figura del carabiniere come lui la intende non cambia a seconda degli impegni che fronteggia, sia una cattura rischiosa o un'inchiesta sulla mafia dei rifiuti o sia invece porgere la mano al prossimo. Questo è l'atto eroico di oggi, essere presente laddove serve, in divisa o senza, combattendo il male sempre. Un male che non dimentica, dicevamo. È di ieri la notizia, data da Studio Aperto, che la scorta che a Ultimo era stata tolta, ora è stata ripristinata. Ci sono volute le solite polemiche, c'è voluto che un centinaio di colleghi si offrissero di proteggerlo loro, il Capitano, fuori dall'orario di servizio. Volontariato anche qui insomma. Da cui certe volte però anche le Istituzioni imparano.

Alfredo Vaccarella
15/01/2010




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Oggi l'eclissi solare più lunga del millennio

Il Tempo

Circa 750 studiosi hanno raggiunto la località nell'estremo sud indiano per osservare il fenomeno.
Per osservare una eclisse più lunga di quella odierna si dovrà aspettare il 3043.

La più lunga eclissi solare anulare del millennio, denominata l'"anello dorato di fuoco", è cominciata oggi in India alle 11:00 (le 06:30 ora italiana) in un clima di partecipazione popolare a causa della coincidenza con il Kumbh Mela, manifestazione religiosa di immersione nelle acque del Gange a cui partecipano milioni di pellegrini hindu.

A New Delhi, centinaia di persone si sono raccolte nella zona del Nehru Planetarium, ma la visibilità del fenomeno è ridotta dalla nebbia.

Il momento centrale del fenomeno sarà alle 13:39 (le 09:09 italiane), parziale su tutto il territorio indiano, dove comunque potrà essere osservato al meglio, ha indicato il direttore del Nehru Planetarium, N. Ratnashree, a Dhanushkodi, nello Stato meridionale di Tamil Nadu. L'Organizzazione di ricerca spaziale indiana (Isro) ha lanciato oggi cinque razzi per studiare gli effetti dell'eclisse sugli strati medi e bassi dell'atmosfera.

L'ombra lunare aveva cominciato a limitare il disco solare in mattinata in Africa, dal Ciad alla Somalia, attraversando quindi l'Oceano Indiano sulle isole Maldive, ed interessando poi India, Bangladesh, Birmania e Cina.




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Seviziato da tre giostrai, c’è il video delle torture

Corriere del Veneto


Nelle immagini girate dagli aguzzini, il disabile è minacciato con il fuoco mentre corre sul tapis roulant

Video


TREVISO — Lui corre, corre e non ha più fiato su quel tapis roulant. Non guarda mai indietro. Improvvisa, una fiammata lo colpisce alla schiena. Per un attimo, pantaloni e maglione prendono fuoco. Poi si spengono. Ma lui non ci fa caso. Non può fermarsi. Passa ancora qualche secondo. E allora si capisce da dove esce quella fiammata: qualcuno fa scoccare la scintilla di un accendino sullo spruzzo di una bomboletta spray.

È questo uno dei video dell’orrore di Musano, proiettati in aula alcuni giorni fa e resi pubblici per la prima volta da Antennatre (in foto, una delle immagini). Il caso è quello che vede in carcere tre giostrai della zona di Montebelluna, nel Trevigiano, arrestati nel gennaio del 2009 per aver maltrattato e seviziato per giorni interi un giovane disabile dalle ridotte capacità psichiche in un garage di loro proprietà. I tre, Devis Derlesi, 24 anni, e i due fratelli Manolo e Gesuè Innocenti, 32 e 28 anni, sono accusati di violenza sessuale di gruppo, lesioni, violenza privata e violazione di domicilio.

Avevano ripreso le sevizie — anche le più inenarrabili, con animali e giochi sessuali di ogni genere — in un video che mostravano al bar agli amici, vantandosene. Finché un barista ha avvisato il fratello della vittima, che ha sporto denuncia ai carabinieri, nonostante il forte timore di ritorsioni. La fidanzata di uno dei tre ha ribadito in udienza che, secondo lei, «quelli erano solo scherzi, forse pesanti, fatti tra amici». Il giovane disabile è adesso in una comunità protetta.

Il padre e il fratello, invece, sono tutelati in un appartamento a molti chilometri dalla loro casa, nel Montebellunese, in un luogo dove i giostrai che li hanno umiliati e picchiati non possano trovarli per vendicarsi. Una situazione di degrado che aumenta col passare dei giorni. Questo l’appello dell’avvocato Pierluigi Sovernigo: «Se qualche azienda ha un lavoro da proporre, è il benvenuto. Ormai i familiari di quel povero giovane non hanno più soldi, sono stati abbandonati dai servizi sociali e temono costantemente le ritorsioni dei nomadi».

Mauro Pigozzo
15 gennaio 2010



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Prescritte troppe medicine «Deve pagarle il medico»

Corriere della Sera


La Corte dei Conti condanna a risarcire il danno alla Asl: il dottore dovrà sborsare 2500 euro

 

MILANO— Il medico di famiglia che prescrive più farmaci mutuabili del necessario oppure senza gli esami preventivi imposti dal Servizio sanitario nazionale deve rimborsare la spesa all’erario, anche se dal punto di vista clinico la ricetta era corretta. La Corte dei conti condanna un medico di base «iperprescrittore» aprendo uno scenario nuovo nel contrasto agli sprechi delle ricette facili nella spesa sanitaria, che nel 2009 ha fagocitato 102,6 miliardi di euro. È la chiusura della «vertenza» aperta dalla Procura della Corte dei Conti della Lombardia nel 2005, quando sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza di Milano finirono 564 medici sospettati di prescrivere troppi farmaci.

L’indagine nasceva dal sospetto che alcune aziende farmaceutiche facessero «comparaggio», la pratica di elargire viaggi gratis in località esotiche con la scusa di fantomatici convegni, computer, telefonini e regalie varie a medici che poi prediligevano nelle ricette i prodotti delle stesse aziende. Grazie ai sistemi informatici delle Regioni, che memorizzano le ricette «rosse» staccate dai dottori (quello della Lombardia è all’avanguardia), la Gdf si concentrò su 277 medici che per due anni avevano sforato del doppio la media statistica delle prescrizioni e non erano rientrati nei limiti nonostante gli ammonimenti delle Asl. Il danno ipotizzato era di 12,3 milioni.

Dopo che i nomi finirono in un fascicolo del vice procuratore generale Paolo Evangelista, 56 medici hanno risarcito volontariamente l’erario per 121 mila euro, 6 sono stati citati in giudizio, 108 sono sotto indagine, i restanti lo saranno presto. Contro l’inchiesta si schierò una sigla sindacale autonoma che organizzò una forte protesta durante la quale alcuni medici si incatenarono di fronte agli uffici della Corte per dire «no al risparmio sulla pelle dei malati».

Nella sentenza, i giudici (Vetro, presidente, Massa, Tenore, relatore) non nascondono che si tratta di un «delicato problema». Imedici prescrivono i farmaci seguendo «scienza e coscienza», ma contemporaneamente devono rispettare le norme sull’impiego delle medicine fissate dal Ssn anche per il contenimento della spesa pubblica. «Medico e paziente devono essere consapevoli del fatto che le risorse disponibili per la sanità sono relativamente limitate».

Il criterio da seguire è quello della «appropriatezza» dei farmaci in relazione alle malattie e ai pazienti. Ogni medico di base ha a disposizione un prontuario e altra documentazione dove sono riportate le caratteristiche dei farmaci rimborsati dal Servizio sanitario e le procedure per la loro prescrizione.

Un medico che ritiene di dover prescrivere un farmaco, ma non può farlo perché le norme vietano di addebitarlo al Ssn, può trovarsi di fronte a un « conflitto con quello che la sua scienza e la sua coscienza gli dettano per il bene del paziente», se quest’ultimo non è in grado di pagare di tasca propria le medicine. Per questo, secondo i giudici contabili, il medico deve potersi muovere con un certo «margine di discrezionalità».

Per condannarlo, cioè, non basta il solo sforamento dei parametri. Il collegio si è rivolto a tre periti di fama per verificare i 9 casi presi a campione dalla Procura. Le conclusioni, però, non sembrano avere nulla a che fare con «scienza e coscienza». In sei episodi, infatti, ci sarebbero stati comportamenti «ingiustificati e gravemente colposi». Talvolta il farmaco era corretto dal punto di vista clinico, ma non lo erano le procedure seguite prima di arrivare alla prescrizione. In certi casi, invece, sono stati prescritti 4 o 5 cicli di somministrazione, quando ne sarebbe bastato solo uno. Il medico dovrà risarcire al Ssn 2.840 euro con gli interessi e, assieme al sindacato che ha voluto affiancarlo nella causa, pagare i costi dei periti.

Giuseppe Guastella
15 gennaio 2010



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Pedofilo violentava un dodicenne con il «consenso» dei genitori: tre arresti

Corriere del Mezzogiorno



Bari, oltre al ragazzo, anche altri due minorenni - di 16 e 17 anni - hanno subito le molestie dell'uomo
BARI - Avevano «venduto» il figlio dodicenne a un pedofilo in cambio di piccole somme. Per questo motivo oltre all'arresto dell'uomo che abusava del ragazzo sono finiti in manette anche i due genitori del minore.

ALTRE DUE VITTIME - Il quale non erano l'unico bersagliodelle attenzioni e delle violenze del pedofilo. A subire gli abusi erano stati anche altri due ragazzi di 16 e 17 anni.


L'ACCUSA - È di violenza sessuale aggravata e in concorso nei confronti di minori. I tre adulti sono stati arrestatati dagli agenti della squadra mobile della questura di Bari in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Bari Giulia Romanazzi su richiesta del pm Lidya De Iure.

15 gennaio 2010




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Tel Aviv, arrestato il "guru" Goel Le 17 mogli e i figli ridotti in schiavitù

Corriere della Sera
Dal nostro corrispondente  Francesco Battistini

Il santone Goel Ratzon rischia fino a 16 anni. I più piccoli dei suoi 60 figli dovevano baciargli mani e piedi



GERUSALEMME – Ratzon in ebraico sta per saggio. Ogni tanto, però, Goel Ratzon amava farsi chiamare anche «Il Messia». Fuori casa, lo diceva e tutti lo prendevano solo per un tipo un po' matto, con quei lunghi capelli argentati e la profetica barba. Dentro le mura, lo diceva e tutti dovevano prenderlo sul serio. Perché Goel il Saggio rientrava, in un sobborgo squallidotto di Tel Aviv, s’accomodava in poltrona e si faceva servire. Le sue diciassette "mogli", i suoi sessanta figli erano tenuti ad accontentarlo in ogni cosa. Le femmine vestendo con modestia, evitando chiacchiere con estranei, non fumando, non mangiando carne, non bevendo alcol e, naturalmente, trovandosi sempre pronte. I più piccoli, raccontano gli investigatori, in segno di rispetto e di sottomissione dovevano baciargli mano e piede. Guai a chi non ci stava: volavano le botte, scattavano i divieti, tutt’intorno diventava una prigione infernale. Goel il Saggio, 59 anni, alla fine è incappato nella ribellione d’una delle sue ingabbiate. Che è andata al commissariato e l’ha fatto arrestare per violenza sessuale, lesioni, riduzione in schiavitù, atti di libidine su minori, estorsione, incendio doloso e istigazione al suicidio. Rischia 16 anni di carcere.

LAVAGGIO DEL CERVELLO - «Non è stato facile incastrarlo», spiega Mike Rosenfeld, il portavoce della polizia israeliana. Il guru aveva praticato un raffinato lavaggio del cervello su tutto il clan. Tanto che, ora che è in galera, le mogli sono divise: qualcuna lo difende, lo descrive come un marito ideale, minaccia il suicidio. Lui stesso, quando un anno fa venne intervistato in tv per un documentario sulle microcomunità religiose d’Israele, rivelò il suo segreto: «Io sono perfetto. Sono il tipo di uomo che tutte le donne sognano d’avere».

TELECAMERE E MICROSPIE - I primi sospetti che là dentro le cose fossero assai meno paradisiache, la polizia li ebbe dieci anni fa, ma le indagini non portarono a nulla. A giugno, la denuncia d’una delle schiave e la scelta di collaborare con gli inquirenti: per sette mesi, su ordine della Procura di Stato, telecamere nascoste e microspie hanno tratteggiato un ritratto di famiglia in un inferno. «Con scene difficili da vedere – dice Rosenfeld – anche per poliziotti di lunga esperienza». Il guru fai-da-te aveva anche scritto un libro di regole e di punizioni, che era obbligatorio rispettare alla lettera, e aveva scelto due mogli preferite (arrestate assieme a lui) che dovevano vigilare su tutto il gruppo. Gli interrogatori di donne e bambini dureranno settimane. Una squadra di 150 psicologi e assistenti sociali dovrà lavorare al caso. Il problema ora è questo: una volta accertate le responsabilità, chi può essere considerato solo vittima e chi, anche, complice degli abusi inflitti? E come continuare ad affidare i figli a donne che per anni hanno subìto le violenze di Goel Ratzon e, anzi, ancora lo giustificano? Senza contare le domande che gli stessi investigatori si stanno ponendo: «Com’è stato possibile – dice una fonte al Jerusalem Post - che tra i vicini, tra chi li frequentava, nessuno si sia accorto di nulla?».

SCHIAVITÙ - La comunità viveva in una zona molto popolata, aveva scambi, alcune donne ogni tanto lavoravano pure. E infatti è su questo punto che la difesa di Goel il Saggio intende insistere: «Parlare di schiavitù è un’esagerazione – dice l’avvocato Shlomzion Gabai -. È un po’ difficile tenere schiave persone adulte, quando la porta di casa è aperta e tutti possono entrare e uscire come vogliono. C’era il libro delle punizioni, è vero, ma era solo un libro». La violenza di Goel, forse, era qualcosa di ancora più sottile di quel che telecamere e microspie hanno raccontato. E i danni, sono ancora tutti da capire.


15 gennaio 2010





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Una falla di Internet explorer ha causato l'attrito tra Google e il governo cinese

Corriere della Sera

Gli hacker cinesi avrebbero utilizzato un baco del browser Microsoft per attaccare Gmail


MILANO - Ironia della sorte o vendetta inconscia (ancorché geniale) che sia, ora emerge che il braccio di ferro tra Google e Cina sarebbe stato causato da una falla di Internet Explorer, il browser prodotto dall’arcirivale di Big G, Microsoft.
 
IL RUOLO DI IE - L’attacco di hacker cinesi a Gmail, che ha coinvolto una trentina di aziende americane, è stato infatti condotto sfruttando una falla di IE: lo ha riferito Wired, lo ha confermato il produttore di antivirus McAfee , lo ha ammesso la stessa Microsoft, spiegando che proprio una vulnerabilità sconosciuta nel browser è stata uno dei vettori utilizzati nel cyber-attacco. Sotto accusa, inizialmente, era finito Acrobate Reader: si pensava che la falla avesse a che fare con i PDF. Ma gli ultimi report di sicurezza sembrano scagionare Adobe.

MICROSOFT E LA CINA - Microsoft d’altra parte non sembra essere particolarmente turbata dal fatto di avere involontariamente facilitato lo scontro tra Cina e Google: anzi, il suo massimo dirigente, vale a dire, Steve Ballmer ha appena confermato di non avere alcuna intenzione di ritirarsi dalla Repubblica popolare cinese, come invece minacciato dal colosso di Mountain View. «Non vedo come il ritiro di Google serva a qualcosa. Non vedo come possa aiutare noi né come possa aiutare la Cina», ha dichiarato l’amministratore delegato di Microsoft.

L’ANTEFATTO - Martedì scorso Google ha annunciato di essere stata il target di un attacco coordinato e sofisticato, originato dalla Cina, con l’obiettivo di rubare proprietà intellettuale e di accedere alle caselle di posta Gmail di dissidenti cinesi. Ma l’operazione ha colpito numerose altre aziende, clienti di Big G. E’ esplosa quindi una crisi diplomatica senza precedenti tra l’azienda californiana e il governo di Pechino, con la prima che ha deciso di non sottoporre più il proprio motore di ricerca locale alla censura, e il secondo che ha ribadito la volontà di «guidare» il popolo nell’accesso alla Rete.

PROSSIME MOSSE - Cosa succederà a questo punto? Se Google sperava in una sollevazione da parte delle compagnie internet occidentali, probabilmente ha fatto male i suoi calcoli. Oppure ha stimato che il danno di reputazione sarebbe maggiore (anche economicamente) dell’attuale mercato cinese. L’anno scorso i ricavi di Google China sono stati di 300 milioni di dollari, contro i 22 miliardi di quelli globali.

Carola Frediani
15 gennaio 2010






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Mannino e l'accusa di mafia Assolto dopo diciassette anni

Corriere della Sera


L'ex ministro dc: mi hanno tolto un pezzo di vita

 


Calogero Mannino
Calogero Mannino
PALERMO - Per capire il calvario giudiziario di Calogero Mannino, assolto ieri in Cassazione dall’accusa di concorso esterno alla mafia dopo 19 anni di indagini e processi, basta ascoltare il suo primo commento: «Hanno portato via un pezzo della mia vita».

Ma forse per mettere a fuoco lo psicodramma politico-giudiziario bisognerebbe ripartire da quei manifesti giganti che, per le elezioni del 1991, tappezzarono tutta la Sicilia con una sorta di sfida lanciata dalla grassa e inquinata Democrazia Cristiana alla mafia dei Corleonesi, di Riina e Provenzano, già latitanti da trent’anni. Perché su quei proclami voluti dall’ex ministro poi finito in cella si leggeva per la prima volta a caratteri cubitali «Contro la mafia, costi quel che costi».

Firmato Mannino, allora segretario regionale del partito, leader della sinistra interna, deciso a isolare «don» Vito Ciancimino, in buoni rapporti con Giovanni Falcone e, allora, appena salvato da Paolo Borsellino che aveva bloccato le insinuazioni di un pentito pilotato. Eppure, morti Falcone e Borsellino, due anni dopo le grandi stragi, nel febbraio ’94, a un anno dalla discussa cattura di Riina, fu notificato l’avviso di garanzia e nel febbraio ’95 maturò l’arresto di Mannino, triturato dal pool della Procura dove era arrivato un nuovo capo, Giancarlo Caselli, indifferente a quei manifesti che debbono essergli sembrati la prova del paradosso siciliano di chi dice una cosa per farne intendere un’altra.

Fatto sta che quel tentativo di sganciare almeno un pezzo della vecchia Dc dalle trame mafiose abortì con la stessa fine del partito e con il terremoto giudiziario di Mannino, additato come l’interlocutore diretto dello Stato con l’antistato. Per dirla con quello che Caselli, i sostituti Vittorio Teresi e Teresa Principato, indicarono come il «Buscetta della politica», tal Gioachino Pennino, un amico di Ciancimino, per dieci anni considerato un pentito attendibile, poi mollato, adesso ritenuto da tanti magistrati un bluff. Smentito via via perfino da altri boss come Leoluca Bagarella che definì Mannino «un carabiniere» e Giovanni Brusca, il pentito che rivelò il progetto di uccidere l’ex ministro «perché aveva avversato pubblicamente Cosa Nostra».

Sono cadute una dopo l’altra le accuse, un processo dopo l’altro. I giudici di primo grado si convinsero dell’insussistenza delle prove. Di qui la prima assoluzione, dopo sei anni di dibattimento, nove mesi a Rebibbia, due anni ai domiciliari e un carcinoma. Fu immediato il ricorso al secondo grado chiesto e ottenuto dalla Procura. Lasciando sul banco d’accusa lo stesso pm frattanto nominato sostituto procuratore generale, Teresi. Un nuovo processo concluso nel 2004 con una condanna a 5 anni e 4 mesi. Cominciò allora il ping pong fra Palermo e Roma. Con la difesa che ricorse in Cassazione dove il procuratore generale chiese l’assoluzione dell’imputato.

La corte preferì ordinare un nuovo processo, ma esprimendo un giudizio severo per il lavoro compiuto in secondo grado. E i nuovi giudici d’appello a Palermo ne tennero conto. A fine 2008 la nuova assoluzione che demolì l’ipotesi di un presunto patto politico-elettorale con la mafia, ritenuto «evanescente, dunque insussistente». Poteva finire lì il «calvario», come lo chiama Mannino pensando alla moglie, Giusi Burgio, al figlio Toto, a tutti i familiari. E invece la procura generale ci provò di nuovo. «Prendendo una sberla dalla Cassazione», commentano euforici gli avvocati Salvo Riela e Grazia Volo. Perché la Suprema Corte ieri ha rigettato il ricorso ritenendolo «inammissibile».

Molti sono convinti che quella Dc, anche la Dc di Mannino, deve avere avuto le sue colpe per i compromessi con la mafia. E continueranno le polemiche politiche, mentre esultano Casini, Buttiglione, Cesa, il suo «pupillo» Totò Cuffaro e non solo i leader dell’Udc, partito di cui Mannino è deputato a Montecitorio. Ma l’epilogo giudiziario evidenzia più di un paradosso. Perché Mannino era il nemico di Ciancimino. O meglio Ciancimino non lo tollerava, con lo stesso atteggiamento covato contro i big della sinistra Dc che lo avevano isolato sin dal 1983, al congresso di Agrigento.

Ma paradossalmente da qualche tempo i pubblici accusatori di Palermo auspicavano una condanna definitiva di Mannino, mentre corre sulla strada accidentata di una ipotetica e complessa riabilitazione il rampollo di don Vito. È la partita aperta di una Palermo dove Mannino è il primo a non volere fare un uso strumentale del verdetto, pur convinto che «non c’è una giustizia da cambiare», ma «da cambiare sono le regole di funzionamento dell’accusa, questo è il vero problema».

Felice Cavallaro
15 gennaio 2010



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Bimbo morto per una batteria scarica «Il respiratore era staccato dalla presa»

Corriere della Sera



La precisazione dell'azienda che forniva i ventilatori alla famiglia: «Non c'è stato nessun malfunzionamento»



MANTOVA - Il respiratore al quale era attaccato il bambino di 12 anni di Castellucchio, di origini albanesi, morto domenica scorsa a Mantova, non era attaccato alla spina. Quindi ha esaurito la batteria che lo fa funzionare per un determinato lasso di tempo. Non ci sarebbe stato nessun malfunzionamento del respiratore, insomma. Lo ha precisato l'azienda che forniva i ventilatori alla famiglia, la Sapio Life, secondo la quale il bambino nelle ultime ore di vita sarebbe rimasto attaccato a un macchinario che stava per esaurire la batteria, senza che nessuno lo sostituisse. La drammatica vicenda, è stata riportata dalla Gazzetta di Mantova, con alcune dichiarazioni della madre, che ha espresso dei dubbi sul funzionamento del macchinario.

LA RICOSTRUZIONE - Il bambino, Arber, 12 anni, due anni fa era stato colpito da un'infezione cerebrale che lo aveva completamente paralizzato. Poteva vivere solo attaccato ad un respiratore artificiale. Domenica all'alba i familiari lo hanno trovato agonizzante e nonostante l'intervento dei medici è morto. Con un comunicato di precisazioni interviene la Sapio, esprimendo inoltre sostegno al dolore della famiglia. «Come è uso in questi pazienti, Sapio Life aveva fornito due respiratori identici, perfettamente intercambiabili fra loro», ricorda l’azienda precisando che su queste apparecchiature vengono effettuate regolarmente da tecnici specializzati le manutenzioni e che per qualsiasi problema c’è un’assistenza 24 ore su 24.

La mattina di sabato 9 gennaio, il tecnico Sapio Life è intervenuto, su richiesta della famiglia, e ha sostituito uno dei due ventilatori in dotazione provvedendo a verificare il corretto funzionamento di entrambe le apparecchiature. Quando l’azienda è stata informata del decesso ha subito effettuato una verifica della scatola nera dei due ventilatori polmonari, che registrano, spiega, puntualmente ed indelebilmente, tutto ciò che accade durante il funzionamento delle apparecchiature. Dall’analisi è emerso che il ventilatore, installato il mattino di sabato, era stato sostituito nel pomeriggio, pur in assenza di anomalie registrate, con il secondo respiratore in dotazione.

Dai dati del tracciato della macchina questo secondo apparecchio, pur funzionando regolarmente, non risulta però connesso all'alimentazione di rete ma alimentato solo a batteria. Alla mezzanotte circa di sabato 9 il ventilatore ha incominciato a generare allarmi sonori e visivi per batteria scarica. «I tracciati evidenziano allarmi ripetuti continuativamente a intervalli di 10 minuti fino alle 2 di domenica 10, quando l’apparecchiatura si è definitivamente spenta per esaurimento completo della batteria di alimentazione - conclude la Sapio - Non risulta che, in questo lasso di tempo l'altro respiratore in dotazione sia stato collegato al paziente in sostituzione di quello in allarme batteria scarica».

(fonte: Apcom)

14 gennaio 2010




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Figi, critichi il governo? Ti tolgono la pensione

di Francesco Maria Del Vigo

Decreto shock del primo ministro Bainimarama: agli anziani che criticheranno il governo verrà tagliata la pensione. Immediate le critiche dei sindacati e della comunità religiosa: "Rispettare i diritti umani"

Sidney- Vietato criticare il governo. Per chi sgarra scatta la punizione. Anziani compresi, ai quali verrà revocata la pensione. E' questa la proposta shock che ha scatenato una tempesta di critiche sulle isole dell'Oceania. Chi si mette contro il governo rimarrà senza un soldo. Lo ha annunciato il primo ministro Franck Bainimarama mercoledì scorso a Radio Fiji. Il premier ha spiegato che il nuovo decreto, effettivo da lunedì prossimo, è stato introdotto per fermare le critiche e promuovere stabilità nel paese. Il reverendo Akuila Yabaki, a capo del Citizens Constitutional Forum, chiede al governo di "rispettare i diritti umani e di non mettere in atto leggi discriminatorie".

La condanna dei sindacati Immediate le critiche delle associazioni di categoria. Il segretario generale Confederazione dei sindacati, Attar Singh, ha condannato la scelta del premier: "E' scioccante, le pensioni che sono state accumulate nel corso degli anni, con il lavoro e la costanza, sono sotto attacco e questo è un problema molto serio".




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