lunedì 11 gennaio 2010

Cefalonia, due nuovi indagati per la strage degli italiani

Repubblica


ROMA - Due nuovi indagati per la strage di Cefalonia, il peggior eccidio di militari italiani compiuto dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale: sono - secondo quanto riferito dall'Ansa - due ex soldati della Wehrmacht, entrambi di 86 anni, sospettati di aver ucciso un numero imprecisato di uomini della Divisione Acqui. La procura militare di Roma avrebbe già sentito per rogatoria i due indagati, che avrebbero sostenuto la loro estraneità ai fatti. Sentiti anche numerosi ex militari tedeschi in qualità di testimoni, ma ulteriori accertamenti sono in corso.

Gregor Steffens e Peter Werner - questi i loro nomi - sono stati rintracciati dai carabinieri, quasi 67 anni dopo i fatti, nell'ambito dell'inchiesta a carico di Otmar Muhlhauser, l'ex ufficiale tedesco morto nel luglio scorso mentre era in corso l'udienza preliminare nei suoi confronti. L'identificazione dei due ex soldati e la loro iscrizione nel registro degli indagati da parte della procura militare di Roma, diretta da Antonino Intelisano, riapre l'inchiesta su una strage che, con la morte dell'ultimo imputato e una serie di assoluzioni e archiviazioni, è rimasta finora impunita.

Secondo quanto è stato possibile ricostruire, i carabinieri sarebbero stati messi sulla nuova pista dopo essersi imbattuti in due nomi, citati in una relazione del cappellano militare don Luigi Ghilardini, redatta poco dopo la strage, avvenuta nel settembre '43.

Nel documento, proveniente dall'Ufficio storico dell'Esercito, si parla dei "soldati Steffens Gregor e Werner Peter, che precedentemente erano stati nostri prigionieri", i quali "si vantavano di aver ucciso tramite fucilazione - lungo la strada tra Lakhitra e Faraò - 170 soldati disarmati che si erano arresi". I militari dell'Arma si sono subito attivati e, grazie anche alla collaborazione della polizia criminale tedesca, sono riusciti a individuare i due ex militari, scoprendo che sono entrambi vivi e qual è il loro attuale domicilio in Germania.

Steffens e Werner appartenevano alla prima divisione Alpenjager (da montagna), ed erano già stati sentiti per "sommarie informazioni" nel 1965 e nel 1966 dalla procura di Dortmund, che sui crimini compiuti dalla Wehrmacht a Cefalonia aveva aperto un'inchiesta, conclusasi con l'archiviazione. Entrambi avevano negato ogni responsabilità.

Sempre dalle indagini è emerso che dei due si era probabilmente occupata molti anni fa anche la magistratura militare italiana, che nel 1957 e nel 1960 emise due sentenze istruttorie nei confronti di 30 militari tedeschi accusati di "violenza con omicidio continuato commessa da militari nemici in danno di militari italiani prigionieri di guerra" in relazione all'uccisione, "tra il 15 e il 28 settembre 1943, in Cefalonia e Corfù", di "450 ufficiali e 5.500 uomini di truppa italiani".

Ma per tutti gli imputati la vicenda processuale si concluse con un nulla di fatto, tra archiviazioni e proscioglimenti, e in particolare per 17 di loro la sentenza del '57 stabilì di "non doversi procedere" per essere rimasti ignoti gli autori del reato. Tra questi "militari ignoti" anche tali 'Wermer' e 'Stefans Gregor', all'epoca non meglio identificati e ora improvvisamente riemersi da un lontanissimo passato.

Mediaset: «Nessuno verrà licenziato»

Corriere della Sera


ROMA - Dopo le proteste dei lavoratori Mediaset, in sciopero per la cessione del settore trucco, sartoria e acconciatura alla Pragma, la società cerca di gettare acqua sul fuoco. Con un comunicato, nel quale si precisa che nessuno verrà licenziato. «Un intervento organizzativo che razionalizza e modernizza un'area circoscritta di Mediaset è stato certamente male interpretato». L'azienda, per «ristabilire la verità», sottolinea:

1) Nessuno viene licenziato.

2) Tutte le persone interessate avranno un posto di lavoro fisso ed entreranno a far parte di una società specializzata nella fornitura di servizi per la televisione che oltre a operare per Mediaset fornisce le proprie attività anche ad altre primarie aziende dell'entertainment.

3) Giovedì prossimo è già fissato un incontro con le organizzazioni sindacali nel corso del quale siamo fiduciosi che troveremo un terreno comune di dialogo per chiarire e risolvere tutti i dubbi dei lavoratori in merito alle tutele retributive e contrattuali delle persone coinvolte.

4) Mediaset ribadisce il proprio impegno a investire in tutte le attività legate alla produzione televisiva, area che resta strategica per il futuro dell'azienda. Infine - conclude la nota - a dispetto delle strumentalizzazioni che possono aver distorto la percezione della realtà, il Gruppo Mediaset nel 2009 in Italia ha aumentato il numero dei propri dipendenti».

SOSPESA LA PROTESTA DEI GIORNALISTI - I giornalisti Mediaset sospendono la protesta contro l'azienda per la cessione del settore trucco, sartoria e acconciatura alla società Pragma. Lo annuncia il Cdr del Tg5 dopo il comunicato di Mediaset che garantisce la salvaguardia dei posti di lavoro e l'apertura di un confronto con i sindacati. Ieri, i giornalisti avevano scelto di ritirare le firme dai telegiornali in segno di solidarietà con i lavoratori Mediaset in sciopero.

11 gennaio 2010




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Bolivia, quasi pronta la "Coca Colla" la bevanda a base di foglie di coca

Corriere della Sera

Sarà scura e avrà un'etichetta rossa molto simile a quella della Coca Cola

 


Il presidente Evo Morales con una foglia di coca in mano

LA PAZ (BOLIVIA) - I suoi ideatori sperano di lanciarla sul mercato già fra quattro mesi e assicurano che in poco tempo potrebbe diventare il "soft drink" più venduto in Bolivia . E' "Coca Colla", una bevanda ottenuta dalle foglie di coca che riprende il termine "collas", soprannome delle popolazioni che vivono a ridosso delle Ande. Il prodotto, fortemente sostenuto dai coltivatori della provincia di Chapare, è stato presentato la settimana scorsa al governo di Evo Morales. Quest'ultimo, primo presidente indigeno del paese, appena rieletto per un secondo mandato elettorale e famoso per essere un abituale masticatore di foglie di coca, come peraltro buona parte della popolazione, (più volte il presidente durante le riunioni dell'Onu si è mostrato con una foglia di coca in mano), potrebbe appoggiare l'iniziativa visto che da anni si batte per la legalizzazione a livello internazionale della "pianta sacra" boliviana.

ANALOGIE CON LA COCA COLA - La bevanda, secondo quanto ha riferito l'associazione dei coltivatori di coca, sarà scura e avrà un'etichetta rossa molto simile a quella della Coca Cola. Il viceministro Victor Hugo Vasquez ha definito l'iniziativa "di estremo interesse" perché segue "la politica d'industrializzazione della coca" portata avanti dal governo. Infatti in Bolivia da tempo sono commercializzati numerosi beni a base di coca come dentifrici, liquori, farine alimentari e diversi prodotti da masticare.

La Bolivia è anche il terzo produttore di coca al mondo dopo la Colombia e il Perù. Nel 2008, proprio il governo di Evo Morales, ha aumentato del 6% i terreni boliviani nei quali può essere coltivata la "pianta sacra". La foglia di coca, che gli abitanti delle Ande masticano da millenni per alleviare la fame e il "mal d'altitudine", è stata definita nella nuova costituzione del paese andino "patrimonio culturale della Bolivia" e "fattore di coesione sociale".

OPPOSIZIONE - I più fieri avversari di "Coca Colla" saranno sicuramente gli Usa. Non solo perché il nome e alcune caratteristiche della nuova bevanda ricordano la Coca Cola, ma anche perché da anni ormai le autorità statunitensi criticano severamente la politica del governo Morales sul tema della droga. Gli Usa affermano che buona parte dei 12mila ettari di suolo legalizzati per la coltivazione della foglia di coca sono in mano a narcotrafficanti che producono cocaina, il più famoso derivato della "pianta sacra", che poi è commercializzata in diversi paesi internazionali.

Da parte sua il governo guidato da Evo Morales, cifre alla mano, risponde che da quando gli agenti antidroga americani sono stati espulsi dal paese andino, la lotta contro il narcotraffico ha ottenuto importanti successi. Solo nel 2009 - dichiarano fonti governative - sono state sequestrate 26 tonnellate di droga.

Francesco Tortora
11 gennaio 2010





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Rosarno, figli di boss negli scontri L'Osservatore: «Italiani razzisti»

Corriere della Sera


MILANO - Mentre prosegue a Rosarno la demolizione delle strutture occupate, fino a sabato scorso, da centinaia di immigrati africani impiegati come braccianti agricoli nelle campagne nella zona, si è tenuto in mattinata a Palmi il vertice delle forze dell'ordine convocato dal procuratore capo Giuseppe Creazzo. Il magistrato ha acquisto gli elementi raccolti da Polizia e Carabinieri sui disordini dei giorni scorsi (prima la protesta degli stranieri dopo il ferimento di due extracomunitari, poi la caccia all'africano scatenata da alcuni cittadini).

All'attenzione degli inquirenti, in particolare, la dinamica degli eventi e le possibili infiltrazioni nella criminalità locale, alla luce soprattutto dell'arresto di una persona legata ad un clan della zona, durante i tumulti seguiti agli scontri fra immigrati e forze di polizia. In un'intervista al 'Quotidiano Nazionale', Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, si dice sicuro «che sui fatti di Rosarno ci sa la regia della 'Ndrangheta».

Gli investigatori ipotizzano che i disordini a Rosarno siano stati pianificati dalla criminalità per spostare l'attenzione dalla bomba fatta esplodere lo scorso 3 gennaio davanti alla Procura di Reggio Calabria, che sarebbe stato un segnale contro l'arresto di latitanti e soprattutto contro i recenti sequestri di beni della 'Ndrangheta. Stando al rapporto della polizia - rivelato da Reuters - alla guerriglia urbana di Rosarno hanno preso parte pregiudicati e figli di boss della 'Ndrangheta.

CORTEO - E mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, annuncia che sarà il 21 gennaio a Reggio Calabria alla "Giornata della legalità-Insieme per non dimenticare", per riaffermare i valori «di legalità e solidarietà oscurati dai gravi fatti di Rosarno», nel pomeriggio è sceso in piazza il comitato spontaneo dei cittadini. Un'iniziativa organizzata «contro l'immagine di una città xenofoba, mafiosa e razzista veicolata dai mass media nazionali e da qualche esponente della politica e dell'associazionismo a livello regionale e nazionale».

Il corteo, al quale sono presenti anche alcuni immigrati, è partito da piazza Calvario alle ore 16. In testa al corteo uno striscione con la scritta «Abbandonati dallo Stato, criminalizzati dai mass media, 20 anni di convivenza non sono razzismo». «I cittadini di Rosarno - affermano i promotori dell'iniziativa - condannano in maniera ferma e decisa il vile ferimento dei migranti stanziati presso l'Opera Sila e qualsiasi atto di violenza, da qualunque parte provenga».


PIANO PER L'INTEGRAZIONE - Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha annunciato l'intenzione del governo di mettere a punto un Piano nazionale per l'integrazione che sarà presentato nelle prossime settimane. Secondo il ministro, «ha assolutamente ragione il collega Maroni. È doveroso sanzionare tutti gli episodi che in qualche modo esprimono intolleranza etnica, compresi i cori negli stadi.

Una politica dell’integrazione - spiega - si compone necessariamente di due aspetti tra loro connessi: quello della repressione dei flussi clandestini e quello della migliore integrazione e dei comportamenti regolari. I due aspetti si alimentano reciprocamente tanto quanto il prevalere dell'irregolarità inevitabilmente cannibalizza le buone pratiche. Come la moneta cattiva scaccia quella buona. Per questo stiamo predisponendo un Piano nazionale per l’integrazione che presenteremo nelle prossime settimane».


L'OSSERVATORE - Intanto l'Osservatore Romano lancia un duro attacco contro «il razzismo degli italiani». Nell'articolo si compie un rapido excursus storico sulle radici del razzismo nei primi decenni dell'unità d'Italia, per poi concludere: « Nel 2010, invece, siamo ancora all'odio. Ora muto, ora scandito e ritmato dagli sfottò, ora fattosi gesto concreto».

Nel lungo servizio dal titolo «Gli italiani e il razzismo, Tammurriata nera» e firmato da Giulia Galeotti, si legge: «Oltre che disgustosi, gli episodi di razzismo che rimbalzano dalla cronaca ci riportano all'odio muto e selvaggio verso un altro colore di pelle che credevamo di aver superato».

«Per una volta - prosegue il testo - la stampa non enfatizza: un viaggio in treno, una passeggiata nel parco o una partita di calcio, non lasciano dubbi. Non abbiamo mai brillato per apertura, noi italiani dal Nord in giù. Né siamo stati capaci di riscattarci, quando il 'diverso' s'è fatto più vicino, nel mulatto, a prescindere dalle diversissime cause per cui ciò è avvenuto».

«Sia stato il risultato di un atto d'amore o, invece, di uno stupro - si legge sul giornale del Vaticano - ben difficilmente abbiamo considerato quel bambino come nostro, al pari dei nostri. Anzi, la doppia appartenenza è sembrata (e continua a sembrare) una minaccia ulteriore». «In questo - rileva l'Osservatore - davvero a nulla è servito l'esempio americano: l'Obama-mania che imperversa trasversalmente, dalla politica all'arte, dallo stile al linguaggio, non ha invece fatto breccia alcuna nel dimostrare il valore dell'incontro tra razze diverse».

Il testo del quotidiano della Santa Sede viene pubblicato dopo che il Papa domenica ha chiesto rispetto per gli immigrati e che il Segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Bertone, aveva parlato delle drammatiche condizioni di vita in cui si trovavano gli immigrati nell'area di Rosarno.


11 gennaio 2010




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Channel 4 e la morte in diretta: cercansi cavie da mummificare

Repubblica


Il canale televisivo britannico e la società di produzione Fulcrum stanno cercando malati terminali che vogliano sottoporsi all'antico rito egizio davanti agli obiettivi di una telecamera per girare un documentario televisivo

Il canale televisivo Channel 4 e la società di produzione Fulcrum TV hanno acquistato spazi pubblicitari in alcune riviste specializzate alla ricerca di un malato terminale pronto a farsi mummificare davanti agli obiettivi di una telecamera per girare un documentario tv. La notizia è apparsa oggi su gran parte della stampa britannica.

Nell'annuncio si legge che il candidato deve accettare di essere sottoposto, dopo la morte, alla tradizionale procedura di mummificazione degli antichi egizi e a concedere il proprio corpo mummificato ad un museo, dopo tre anni di osservazione della buona riuscita dell'esperimento. Non si promettono compensi in denaro.

Channel 4 già in passato aveva sollevato una bufera di polemiche trasmettendo un'autopsia dal vivo (eseguita dal controverso anatomopatologo tedesco Gunther von Hagens) ed un suicidio assistito. Ora il canale televisivo avrebbe dato mandato alla società di produzione Fulcrum di realizzare un film sulla mummificazione per cercare di documentare le tesi di uno scienziato inglese che sostiene di aver scoperto i segreti dell'antica procedura. Alcuni esperimenti sarebbero stati condotti con successo sui maiali.

Come riportato dal quotidiano The Indipendent, Richard Belfield di Fulcrum Tv, avrebbe confermato ad un giornalista che si è finto volontario, che le telecamere dovrebbero seguire da subito il candidato per i mesi che gli restano da vivere:  "per generare un maggior coinvolgimento emozionale nel pubblico". "L'annuncio può sembrare veramente macabro - ha aggiunto Belfield - ma ci sono già le autorizzazioni al progetto da parte del Human Tissue Authority di Londra".

Per il Daily Telegraph un portavoce di Channel 4 ha confermato che l'emittente ha già destinato dei fondi al progetto commentando entusiasticamente, in questi termini, l'idea dei produttori (traduzione testuale): se gli scienziati risolvessero uno dei più antichi e duraturi misteri dell'antichità (il processo di mummificazione) ci svelerebbero uno degli aspetti più peculiari della storia egiziana con possibii sviluppi positivi per la ricerca medico-scientifica.

(11 Gennaio 2010)




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Eluana, caso archiviato Il gip: "Non fu omicidio"

di Redazione

Il tribunale di Udine ha archiviato l'inchiesta ai danni di Beppino Englaro e altri 12 in seguito al decesso della donna in stato vegetativo permanente da 17 anni. Il padre: "Ho sempre agito nella legge" Il gip: "La prosecuzione dei trattamenti non era legittima"


Udine - Caso archiviato. La morte di Eluana Englaro non fu omicidio. Il gip del tribunale di Udine, Paolo Milocco, ha emesso oggi il decreto di archiviazione relativo alle indagini su Beppino Englaro e altri 13 persone per il reato di omicidio volontario per la morte di Eluana. Il gip ha accolto l’istanza di archiviazione presentata lo scorso 26 novembre dalla procura al termine di indagini durate quasi un anno. 

Beppino Englaro: "Ho sempre agito nella legge" "Per uno che ha sempre agito nella legalità e nelle trasparenza non poteva esserci altra conclusione" ha commentato Beppino Englaro. "Io sono sempre stato tranquillo, se si può usare questo termine considerando la tragedia che ho vissuto - ha aggiunto il papà di Eluana -. Ho sempre detto che agivo e avrei agito solo nelle legge e nella giustizia e questo mi è stato riconosciuto". 

Il caso L’inchiesta era stata aperta dalla procura dopo la morte di Eluana, avvenuta il 9 febbraio scorso nella clinica La Quiete di Udine dopo 17 anni di stato vegetativo persistente e dopo l’interruzione della nutrizione e dell’idratazione secondo il protocollo definito sulla base del decreto della Corte d’Appello di Milano. Nell’inchiesta sono stati sottoposti a indagini, oltre al padre di Eluana, l’anestesista Amato De Monte, capo dell’equipe medica che attuò il protocollo, e altre 12 persone. Nei riguardi di Beppino Englaro era stato ipotizzato il reato di omicidio volontario e per altre 13 persone quello di concorso in omicidio volontario aggravato. 

La perizia sull'encefalo La procura della Repubblica aveva chiesto l’archiviazione dopo il deposito, il 16 novembre scorso, di una perizia sull’encefalo di Eluana eseguita dai neurologi Fabrizio Tagliavini di Milano e Raffaele De Caro di Padova, in cui si spiegava che la situazione del cervello di Eluana "era coerente con lo stato vegetativo persistente" in cui la donna si trovava dopo l’incidente automobilistico avuto nel 1992 e che "i danni neuropatologici osservati erano anatomicamente irreversibili". 

Il gip: "Prosecuzione trattamenti illegittima" "La prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale di Eluana Englaro non era legittima in quanto contrastante con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente, nel ricorrere dei presupposti in cui tale volontà può essere espressa per conto dell’incapace", scrive il gip nel decreto con il quale dispone l’archiviazione. 

Secondo Milocco, "chi ha espresso tale volontà e il personale sanitario che ha conseguentemente operato per sospendere il trattamento e rimuovere i mezzi attraverso cui veniva protratto ha agito in presenza di una causa di giustificazione e segnatamente quella prevista dall’articolo 51 del codice penale" che eclude la punibilità nel caso dell’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposta da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità. 

In caso contrario - spiega il gip Milocco - non si potrebbe superare la "inevitabile contraddizione dell’ordinamento giuridico che non può, da una parte, attribuire un diritto e, dall’altra, incriminarne l’esercizio". 

Nel decreto, il gip Milocco analizza in dettaglio i motivi della validità della "autorizzazione a interrompere il trattamento che teneva in vita Eluana Englaro" sancita dalla magistratura e riafferma "la necessità che le pronunce giurisdizionali siano rispettate, a tutti i livelli; possono - scrive - non convincere, possono suscitare critiche e, nei vari ambiti, giustificare anche obiezioni di coscienza, qualora contrarie a propri principi etici. 

I procedimenti giurisdizionali (civili e penali, secondo le rispettive competenze) - prosegue - costituiscono, però, la sede propria e imprescindibile in cui una società affronta e risolve le questioni sui diritti che sorgono al proprio interno. Anche in questo caso - evidenzia - la magistratura si è fatta carico di una ’domandà di questo tipo, come aveva il dovere di fare, e ha fornito una risposta".




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Belgio, ubriaco in senato

Corriere della sera

Belgio

Sott'accusa il titolare delle pensioni. Si deve dimettere



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Prete arrestato, la Diocesi contro i pm: credono alle fantasie di una ragazzina

Corriere della Sera

Il sindaco: hanno fatto di don Luciano un mostro. Stasera veglia di preghiera

 

SAVONA — Alassio non parla d’altro. Il 29 dicembre il parroco don Luciano Massaferro, 44 anni, è stato arrestato con la grave accusa di pedofilia e la comunità lo ha difeso con toni moderati ma ieri, dopo che il gip ha rifiutato la scarcerazione del sacerdote, sulle pagine diocesane dell’«Avvenire» è stato pubblicato un duro atto di accusa contro l’azione dei magistrati.

Curia contro Procura. Non sono stati ascoltati i testi in difesa di don Luciano, è scritto in sintesi, una condanna è già stata emessa senza processo e tutto si basa sulla parola di una ragazzina che potrebbe essersi inventata ogni cosa. La vittima delle molestie, secondo la Procura, è una undicenne, chierichetta di don Luciano, che in un colloquio con gli psicologi dell’ospedale pediatrico Gaslini avrebbe raccontato delle molestie subite dal sacerdote.

I medici hanno segnalato il caso all’autorità. Dopo un mese emezzo di indagini don Luciano è stato arrestato. Ora il foglio della diocesi si scaglia contro la Procura «che ha predisposto il fascicolo delle indagini senza aver ascoltato ad oggi neppure una volta chi del sacerdote potesse conoscere, giorno dopo giorno, non solo la sua crescita spirituale ma anche le ragioni della sua vocazione». «Siamo stati bombardati da più parti — continua l’articolo — come un carosello pubblicitario con la testimonianza di una minore che sembrerebbe provenire da un contesto familiare noto e difficile nel quale spesso, a detta di parecchi esperti della psichiatria infantile, ci si potrebbe convincere che sia vera una pura fantasia.

La comunità, infine, stando agli elementi emersi non solo non può condannare il sacerdote ma prega con carità cristiana per lui e per il disagio della minore». La presa di posizione arriva dopo diverse iniziative a sostegno di don Luciano alle quali ha preso parte con un messaggio letto in chiesa anche il vescovo di Imperia e Albenga, monsignor Mario Olivari. E altre manifestazioni di solidarietà sono annunciate, questa sera a Borghetto Santo Spirito si terrà una veglia di preghiera cui hanno aderito anche parroci di Loano e Pietra Ligure.

«Le diocesi — dice don Pompili, direttore dell’ufficio comunicazione della Cei — hanno la loro autonomia ecclesiale e la magistratura ha le competenze giuridiche quindi non interferiamo. La condanna del Vaticano sulla violenza nei confronti di bambini è netta e nota, nello specifico posso solo dire che accuse così gravi vanno provate. Bisogna attendere i tre gradi di giudizio con fiducia nella magistratura, ricordando la presunzione di innocenza».

Ma ad alzare la voce, ad Alassio, non è solo la comunità cristiana. «Hanno fatto di don Luciano un mostro — dice il sindaco (Pdl) Marco Melgrati —, ma un mostro non nasce da un giorno all’altro. Tutto si fonda solo sulle parole di una bambina facilmente suggestionabile. Per sbattere un sacerdote in carcere con un marchio di infamia ci vorrebbe qualcosa di più». Il sindaco concorda con le critiche alla Procura e annuncia: «Abbiamo appena deciso di intitolare una strada a Enzo Tortora e a Edgardo Sogno, vittime di malagiustizia. E chi vuole intendere intenda». Questa settimana l’arresto di don Massaferro sarà sottoposto al Tribunale del riesame.


Erika Dellacasa
11 gennaio 2010



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Il chirurgo che si operò da solo

Corriere della Sera


Leonid Rogozov, in una base antartica, nel 1961, durante l’inverno polare, si asportò da solo l'appendice 

 

MILANO - Sul numero di Natale del British Medical Journal è stata riportata una storia molto particolare, una bella storia vera: lo straordinario caso umano e professionale del dottor Leonid Ivanovich Rogozov, chirurgo di una base antartica sovietica, che nel 1961, durante l’inverno polare, si operò da solo di appendicectomia. Ecco come andarono i fatti, secondo l'articolo della rivista scientifica britannica.

MEDICO ESPLORATORE - Rogozov aveva all’epoca solo 27 anni e si era imbarcato come unico medico sulla nave Ob, che ai primi di dicembre lo sbarcò, assieme a un altro gruppetto di esploratori polari, sulla costa antartica Astrid Princess, con il compito di mettere in piedi una nuova base sovietica.

Il gruppo lavorò sodo e a febbraio la nuova base, chiamata Novolazarevskaya, era pronta. Giusto in tempo, perché stava arrivando il terribile inverno antartico, con tempeste di neve, gelo estremo e buio pressoché perenne, mentre la nave non sarebbe tornata fino al dicembre successivo. Il gruppo era confinato in un ambiente selvaggio e inospitale, completamente isolato dal resto del mondo.

I SINTOMI - In aprile, come risulta dal suo diario, Rogozov cominciò a sentirsi male. Inizialmente si trattava di nausea, malessere e debolezza, ma poi comparvero anche dolore addominale che si espandeva al quadrante destro inferiore e febbre a 37.5 °C. Si legge nel diario del 29 aprile: «Sembra che io abbia l’appendicite. Continuo a mostrarmi tranquillo, perfino a sorridere. Perché spaventare i miei amici? Chi potrebbe essermi di aiuto?»

Così il giovane chirurgo decise di iniziare un trattamento medico con antibiotici e applicazioni fredde locali, ma le sue condizioni presto peggiorarono, con nausea e vomito che diventarono più frequenti e la febbre che saliva. Presto, nella sua mente di medico si profilò quella che poteva essere l’unica soluzione per salvarsi la vita, prima di una perforazione che giudicò ormai quasi sicuramente imminente: operarsi da solo.

LA PREPARAZIONE DELL’INTERVENTO - Alle 20.30 del 30 aprile, Rogozov scrisse sul suo diario: «Sto peggiorando. L’ho detto ai compagni. Adesso loro stanno iniziando a togliere tutto quello che non serve dalla mia stanza». Inizia la preparazione per l’intervento, ed è ovviamente Rogozov stesso a dare tutte le precise istruzioni sul da farsi. Il meteorologo Alexandr Artemev, il meccanico Zinovy Teplinsky e il direttore della stazione Vladislav Gerbovich si lavano per l’intervento e indossano camici sterilizzati in autoclave e guanti: Artemev sarà il ferrista, Teplinsky aggiusterà la direzione della lampada e orienterà lo specchio, Gerbovich sarà pronto a sostituire chi degli altri due dovesse sentirsi male o svenire. Rogozov prepara anche alcune siringhe già caricate con farmaci che gli dovranno essergli iniettati se dovesse perdere conoscenza.

L’INTERVENTO - Alle 2 del mattino seguente, inizia l’intervento. È la prima volta (e forse l'ultima, almeno finora) nella storia della Medicina che un chirurgo si opererà di appendicectomia completamente da solo. C’era stato un solo precedente, nel 1921, ad opera di un certo dottor Kane, ma in quel caso in realtà l’intervento fu solo iniziato dallo stesso paziente, e venne poi completato da alcuni assistenti. Qui, stavolta, Rogozov dovrà fare tutto da solo.

Ha deciso di operare senza guanti, perché anche se ha scelto una posizione semiseduta per poter guardare quello che fa, sa che dovrà orientarsi soprattutto con il tatto. Si comincia. La parete addominale viene infiltrata in più punti con 20 millitril di procaina allo 0,5%. Dopo 15 minuti Rogozov parte con l’incisione, di 10-12 centimetri, e subito si rende conto che la visibilità del campo operatorio, specie in profondità, è scarsa, tanto che deve spesso tirare su la testa, e comunque deve fidarsi di quello che le sue mani riescono a sentire.

Passano circa 45 minuti, mentre le sue mani avanzano all’interno del suo stesso addome, e intanto il chirurgo comincia a percepire un senso di vertigine e di crescente debolezza, tanto da doversi fermare più volte. Gli assistenti gli asciugano ripetutamente il sudore sulla fronte. Perde molto sangue. Mentre cerca di raggiungere l’appendice, si rende conto a un certo punto di aver lesionato il cieco, e deve suturarlo. Ogni 4-5 minuti deve fermarsi per 20-25 secondi, a causa del senso di debolezza che avanza.

Finalmente ecco l’appendice. In quel momento, il cuore di Rogozov rallenta, e lui si sente svenire, pensa che tutto stia per finire male. Però, alla fine, ce la fa a rimuoverla e a ricucire la ferita chirurgica. «Con orrore mi rendo conto che l’appendice ha una macchia scura alla base. Questo vuol dire che anche un solo altro giorno e si sarebbe rotta e…» scriverà poi Rogozov nel suo diario, lasciando i punti di sospensione.

IL DECORSO POST-OPERATORIO - L'intervento termina alle 4 del mattino, e gli assistenti, che più volte sono stati sul punto di svenire, ora sgomberano le attrezzature. Rogozov è sfinito e si addormenta con l’aiuto di un sonnifero. La mattina dopo la sua temperatura è a 38,1 °C. Prosegue la terapia antibiotica. Dopo quattro giorni il suo intestino riprende a funzionare, e il giorno seguente la temperatura corporea rientra nella norma. Trascorse due settimane dall’intervento, e tolti i punti, Rogozov torna al lavoro. Scrive nel suo diario l’8 maggio, ripensando al suo stato d’animo durante l’intervento: «Non mi sono concesso di pensare a nient’altro che al compito che avevo davanti. Era necessario armarsi di coraggio e stringere i denti».

QUARANT'ANNI DOPO - Passa un altro anno e il 29 maggio 1962, finalmente la nave recupera il gruppo di esploratori e li riporta a Leningrado, dove Rogozov torna al lavoro nel Dipartimento di chirurgia generale del First Leningrad Medical Institute. Morirà il 21 settembre 2000, quindi quasi quarant’anni dopo lo straordinario intervento di appendicectomia su se stesso. Quarant’anni di vita che avrebbero potuto non esistere senza il coraggio e la perizia di quel giovane chirurgo. Ed è bello sapere che la storia di Leonid Ivanovich Rogozov è stata raccontata sul BMJ di Natale, con evidente orgoglio, da suo figlio, il dottor Vladislav Rogozov, che oggi è anestesista nel Department of Anaesthetics dello Sheffield Teaching Hospital, in Gran Bretagna.

Danilo Di Diodoro
11 gennaio 2010





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Rosarno, le opinioni dei lettori

Il Giornale

I lettori del Giornale commentano i fatti di Rosarno: c'è chi evidenzia la piaga del lavoro nero nelle aziende agricole, chi esige più durezza contro la criminalità e chi, infine, respinge al mittente ogni pregiudizio nei confronti dei calabresi



LE COLPE DEI BUONISTI
Ci vuole più durezza contro la criminalità

Caro direttore, devo esprimerle la mia ammirazione per quanto scritto sul suo fondo e cioè l’invito a sparare sulla ’ndrangheta invece che sui negri. Bravo! Saranno tante le persone come me che le scriveranno la stessa cosa, ma nessuno, tra quelli che decidono, sembra capire che i problemi dell’Italia derivano dal non fare niente contro i delinquenti organizzati. Siamo tutti vittime di camorra, ’ndrangheta e mafia: semplicemente perché non si ha voglia di annientarla. 

Le leggi ed i mezzi ci sono tutti ma... Continui lei a combattere con la penna contro chi non vuole liberarci dai malfattori, e per quanto riguarda le idee da lei richieste ai suoi lettori, io ne avrei una molto pratica: al Sud c’è tanta disoccupazione? Allora mettiamole un tetto: fino a che essa non diminuisce a un livello diciamo del 10% sarà vietato impiegare mano d’opera straniera così da favorire e invogliare i disoccupati meridionali a occupare tutti i posti disponibili in tutti i campi lavorativi (agricoltura compresa). Chi avrà il coraggio di proporre tale «semplice» misura? --- Anna Brenciaglia

ORGOGLIO SUDISTA
Quanti pregiudizi contro noi onesti calabresi

Caro direttore, per il Giornale gli extracomunitari hanno torto in tutta Italia, meno che in Calabria. Del resto cosa c’è di peggio di un extracomunitario? Un calabrese! I nostri giovani lavorano, anche loro in nero per molto meno di venticinque euro al giorno. E se c’è un popolo, che meglio di altri sa cosa vuol dire razzismo, siamo noi calabresi. Se permette, io sono un calabrese che ha detto no al posto fisso, e mio figlio in Spagna cerca di costruirsi un futuro con sacrifici. Posso assicurarle che tanti calabresi sono nella stessa situazione. Disposto ad ospitarla per meglio farle conoscere Calabria e calabresi. --- Giovanni Romeo, Reggio Calabria

ISTITUZIONI ASSENTI
Possibile che la Calabria non ne sapesse niente?

Egregio direttore, una cosa mi lascia perplesso (ma non tanto) circa i fatti di Rosarno: ma le autorità pubbliche non ne sapevano niente? Le condizioni in cui vivevano centinaia di africani erano note a tutta Italia da molti mesi. Ma sindaco, questore e prefetto della zona non si sono mai resi conto delle condizioni di costoro? O ci vogliono dare a bere che non ne sapevano niente fino a quando il caso è esploso per la rivolta dei diseredati? Il presidente della Regione Calabria, non ne sapeva niente? È questa gente che deve rispondere di menefreghismo ed essere rimossa per incapacità professionale. Questi clandestini vanno subito rimpatriati e in qualche modo risarciti. E se non si trovano giovanotti locali per la raccolta di agrumi e pomodori allora si sospendano i soldi di disoccupazione e i forestali vengano dirottati qui: a far lavori nei campi e non nelle loro presunte foreste! --- Sergio Callegari 

UNA PROPOSTA
Togliamo i sussidi a chi non ha voglia di faticare

Egregio direttore, dopo il suo invito ai lettori a indicare possibili soluzioni al problema disoccupazione al Sud, suggerisco: maggior controllo del lavoro sommerso e delle attività illecite, revoca degli emolumenti da prestazioni sociali (cassa integrazione, mobilità, disoccupazione) e delle diverse pensioni nei casi di rifiuto delle opportunità di lavoro che possono essere disponibili. Sono consapevole che queste possano essere banali utopie, soprattutto perché gli abitanti del Sud rappresentano una ambìta fetta di elettorato. Ma, se come ha giustamente riportato nel suo editoriale, il Sud non si aiuta, non ci sono vie di uscita dalla attuale situazione salvo quella di abbandonarlo alla condizione in cui è impastato. --- GPV

25 EURO AL GIORNO
Ma gli operai italiani pagano anche le tasse

I gravi disordini di Rosarno ci hanno fatto capire, ove mai ce ne fosse ancora bisogno, che l’immigrazione clandestina va combattuta seriamente, senza ipocrisie dei buonisti di turno. A proposito poi dei 25 euro giornalieri che i clandestini percepiscono per la raccolta degli agrumi, si tenga conto che sono esentasse. Un operaio regolarmente assunto guadagna 900 euro al mese, cioè 30 euro al giorno e deve mantenere la famiglia, in Italia. I clandestini, quelli che lavorano, tutti maschi, debbono mantenere solo, parcamente, loro stessi, se celibi, o, se sposati, la famiglia rimasta nella terra d’origine, dove un euro vale almeno 3 o 4 volte che in Italia. Ciò, beninteso, non giustifica lo sfruttamento e/o le condizioni miserevoli di alloggio (dovute anche alla volontà di risparmiare e sfuggire ai controlli). --- Lucio Flaiano, Pescara

LETTERA DA ROSARNO
Ma non potete chiederci di imbracciare i fucili

Gentilissimo direttore, lei invita i cittadini di Rosarno e in senso lato quelli calabresi in genere, a sparare ai mafiosi anziché ai negri. Concettualmente nulla da eccepire. Se avessimo il coraggio di affrontare la ’ndrangheta come abbiamo affrontato quei poveri reietti dell’umanità, risolveremmo metà dei problemi che ci affossano l’esistenza. Fosse così facile come lei ci indica, probabilmente sarebbe già accaduto. Purtroppo non è cosi! Le faccio presente che chi ha sparato/sprangato contro quelle povere persone non sono stati i cittadini a cui lei si rivolge ma, verosimilmente, sono proprio quei delinquenti che adesso noi dovremmo fucilare.

La maggior parte dei cittadini rosarnesi, ha decisamente condannato questi episodi barbari e ripugnanti. Molti hanno a loro volta rischiato la propria incolumità cercando di difendere queste povere vittime. Molti li hanno fatti nascondere nelle proprie case per sottrarli alla «vendetta» dei balordi che si facevano «giustizia» da soli.

Ha ragione, direttore, nell’esortarci, seppur sprezzantemente, a sparare contro i mafiosi. Ma il fatto è che i mafiosi sparano per professione, noi onesti cittadini la pistola non la possediamo nemmeno. Noi cerchiamo di difenderci praticando la cultura del lavoro, coltivando la sacralità della famiglia, sgobbando come «negri» per poter mantenere un tenore di vita decoroso. 

Nessuno di noi è contento di vivere come sta vivendo. Nessuno si vuole rassegnare a farlo, ma, mi creda, alle volte penso che con le normali leggi democratiche questo non sia possibile. C’è bisogno di una presenza straordinaria delle forze dello Stato, perché no, anche di leggi speciali. Chi è onesto non dovrebbe averne paura. Ma chiederci di imbracciare i fucili è come volerci chiedere di andare incontro a un massacro certo. --- Dott. Antonino Donato, Rosarno (Rc) 

LA PIAGA DEL LAVORO NERO
Servono più controlli sulle aziende agricole

Egregio direttore, in chiusura del suo articolo («Anziché ai negri sparate ai mafiosi!») coinvolge i lettori scrivendo: «Ma non ci viene in mente altro. E voi? Chi avesse un’idea più intelligente ce la trasmetta». Di idee ne verranno fuori a bizzeffe. A mia volta – forse con poca intelligenza – replico con un’altra domanda: «A cosa serviranno le idee se gli “addetti ai lavori” (gli ispettori e i controllori) non fanno il loro lavoro?». Il fenomeno degli immigrati clandestini è un problema sociale; quello dell’agricoltura è di profitto e speculazione (non trascurando i comportamenti truffaldini).
L’idea? Applicare anche all’agricoltura un minimo di estensione territoriale (20 ettari?) per aver diritto a qualunque agevolazione (i piccoli si riunirebbero in cooperative e lavorerebbero anche loro).
 
Tutte le aziende obbligate alla stipula di polizze assicurative (ulteriore controllo) inclusi i danni da maltempo. Le agevolazioni elargite solo dopo la verifica ispettiva e certificata da funzionari pagati dai richiedenti (che risponderanno direttamente del loro operato).  Applicare le innovazioni tecnologiche non solo con contributi ai carburanti o all’acquisto di trattori, ma, soprattutto, con la consulenza – per tutti – di istituti di ricerca universitari (agraria, ingegneria, robotica) su quale siano le coltivazioni, i mezzi e i metodi più adatti. Ogni azienda deve coltivare e produrre non più di due-tre prodotti (quelli «consigliati»). --- Enzo Pettinelli. 

LA PIAGA DEL LAVORO NERO
Ora Maroni rimuova i sindaci incapaci

Gentile direttore, non capisco lo scandalo di Bersani contro le parole di Maroni, questi dice che a Rosarno si sono visti i frutti della immigrazione clandestina, quello ricorda polemicamente al ministro che da anni vige la Bossi-Fini. A me le due frasi suonano del tutto complementari e cioè: la legge non viene fatta rispettare per malintesi sensi di accoglienza. Immigrati clandestini ve n’è dappertutto, ma quel mix di baraccopoli e caporalato alla luce del sole è un degrado del tutto singolare e intollerabile. Io indirizzerei lo sguardo su tre autorità, che non possono non avere visto negli anni, il prefetto, il questore e il sindaco. Già Maroni ha deposto diversi sindaci incapaci. Continui per favore. --- Luigi Fressoia





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Statuto farsa, Idv contro Di Pietro

di Paolo Bracalini

Sul sito del partito un deputato contesta la gestione personalistica: "Troppo potere in mano a pochi". Che incassano i fondi pubblici


Roma
- La domanda stavolta gliela pone non un nemico, ma un suo deputato, ritenuto per giunta fedele alla linea, e la cosa lascia perciò supporre che il famoso e sbandierato congresso Idv di febbraio (il primo nella storia del partito dipietrista) sarà una specie di resa dei conti tra le molte ali e alette dell’Idv, affinché i tanti nodi vengano finalmente al pettine.

La domanda, posta dall’onorevole Antonio Borghesi sul sito ufficiale dell’Idv, riguarda lo statuto, e di conseguenza anche l’uso dei fondi pubblici al partito, regolati per l’appunto da quel famigerato documento. Borghesi, deputato veronese di Di Pietro, ex leghista poi passato fugacemente alla Liga Veneta e quindi approdato al dipietrismo, rileva l’«evidente anomalia» che è sottesa all’ultima versione dello statuto Idv, modificato un anno fa in seguito alle inchieste sulle varie stranezze che riguardano la cassaforte del partito. 

Il punto è che, in base allo statuto, l’unico organismo titolato a modificarne il testo è solo l’Ufficio di presidenza del partito (art. 10), in altre parole solo il presidente Antonio Di Pietro e altri pochi fedelissimi, mentre nessuna voce in capitolo ha il partito vero e proprio, gli iscritti, neppure i due gruppi parlamentari. 

La gestione ristretta dello statuto alimenta i sospetti (diventati anche materia di indagini giudiziarie) sull’uso dei finanziamenti pubblici al partito, ed è anche per questo che il fedele Borghesi pone una questione che sul sito di Tonino fa un effetto sorprendente (e che porterà come mozione anche al congresso tra meno di un mese): «Lo Statuto, che è il massimo strumento di regolazione dell’organizzazione di un partito, non può che essere modificato dal suo massimo organismo, che è l’Assemblea generale dei suoi soci, cioè il Congresso nazionale. 

È un’anomalia alla quale è difficile dare giustificazioni solide, poiché demandare tale funzione a un organo del partito, tra l’altro non elettivo, come l’Ufficio di presidenza, si presta a interventi dettati da motivi contingenti, mentre uno Statuto dovrebbe essere modificato per ragioni che trovano larga condivisione tra gli associati». In linguaggio felpato e prudente, il deputato tocca un tasto molto sensibile dentro il partito di Tonino. Perché nelle recenti modifiche statutarie a cui si fa riferimento, i motivi «contingenti» che hanno portato all’intervento sul documento hanno avuto sempre e solo una ragione: i soldi. 

Ricapitolando brevemente: siccome il vecchio statuto dell’Idv metteva le finanze del partito in mano a tre sole persone e manteneva intatta l’ambiguità tra partito Idv e associazione Idv, si è arrivati a ottenere da Di Pietro la modifica dello statuto. Il problema è che il ristrettissimo gruppo di persone che, nell’Idv, può modificare lo statuto per rendere il partito più democratico, coincide sostanzialmente con lo stesso gruppo di persone che grazie alla «chiusura» del partito può godere di una posizione di privilegio e controllo assoluto sulle finanze.

Quindi, le meno indicate per avere l’esclusiva sulle modifiche statutarie. L’inghippo, per cui nell’Idv il controllore coincide con il controllato (cioè l’unico che può risolvere le anomalie è la persona a cui l’anomalia fa capo), sta tutto in quell’articolo 10 dello statuto, adesso contestato dallo stesso partito. Dallo statuto dipendono l’organizzazione del movimento e le funzioni dei suoi organi direttivi, da questi ultimi dipende la gestione dei milioni del finanziamento pubblico, ma se qualcosa viene contestato nella gestione delle casse, gli unici che possono modificarne il funzionamento sono gli stessi contestati. Un circolo vizioso che non sta più bene nemmeno ai parlamentari di Tonino.


Anche perché il congresso che si terrà fra tre settimane a Roma sarà un test decisivo per Di Pietro. Il leader lo ha annunciato come l’evento della svolta, il passaggio dalla fase personalistica di un ex piccolo partito alla fase democratica di un partito da 7-8%. Di Pietro è sicuro della sua (ri)elezione a presidente, grazie a un meccanismo blindato. Ma c’è chi vorrebbe rovinare il plebiscito. Un candidato leader alternativo, con una propria mozione, sarà il movimentista Franco Barbato, deputato Idv. Poi ci sarà la mozione contro lo statuto ad personam. Ma chissà che non ci siano altre sorprese in agguato.





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Schumi rinunci alla lingua (lunga)

di Redazione

Nessuno si è mai sognato, andando contro l’evidenza, di criticare Schumacher, pilota straordinario capace di imprese memorabili, e non sarò io a farlo per primo. Con la Ferrari ha vinto e incantato per anni e, quando decise di smettere, gli appassionati di automobilismo capirono che un’epoca si chiudeva. In realtà il Cavallino ha tenuto per un po’, poi, anche per una serie di coincidenze, le cose sono andate maluccio.

L’incidente a Massa (costretto alla temporanea inattività) riaprì i giochi e Schumi si dichiarò pronto a tornare. Personalmente contavo su di lui per quanto avessi qualche dubbio relativo all’età: al volante la giovinezza ha una certa importanza. In ogni caso, puntavo sulla classe del campione. Sappiamo come sono andate le cose. La Ferrari non era disposta a sganciare i troppi quattrini, e Schumi si rimise in disparte. O almeno così avevo creduto. Invece, trascorrono alcune settimane e il nome dell’ex «numero uno» torna a campeggiare sulle pagine dei giornali: la Mercedes gli aveva fatto un’offerta di quelle, come diceva il Padrino, che non si possono rifiutare.

Vabbè, pensai. Gli uomini resistono a tutto tranne che alle tentazioni, specialmente economiche. E il Nostro, dopo lunga e penosa trattativa, incurante dei rischi cui andrà incontro, ha firmato un sontuoso contratto, facendo storcere il naso ai lavoratori della Mercedes, dagli impiegati agli alti dirigenti. Ma questa è storia nota.

Sconosciuta invece era la mancanza di tatto del pluricampione del mondo, il quale ha rilasciato una intervista alla Stampa in cui afferma: «Finalmente parlo in tedesco». Si riferisce al fatto che nell’automobilismo la lingua ufficiale è l’inglese, e la lingua più diffusa alla Ferrari è l’italiano, quindi lui per la durata della sua carriera è stato costretto a rinunciare al proprio «lessico famigliare». Capirai che rinuncia.

Se la vogliamo dire tutta, quando mai Schumi ha sostenuto una conversazione in italiano? Bravissimo con le monoposto, non è mai riuscito neppure a bestemmiare nell’idioma di Dante. Non lo ha mai imparato. Ed è per questo che gli assegniamo il Bamba della settimana: siamo sicuri non si offenderà perché, italianamente parlando alla milanese, è davvero un grande Bamba.




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Calabria: sopravvive coi soldi del Nord ma importa mano d’opera

di Gilberto Oneto


Per secoli le Calabrie erano due, Citra e Ultra. Da 150 anni la regione è tornata a essere singolare, in tutti i sensi. In questi giorni è alla ribalta per i fatti di Rosarno, cittadina commissariata per infiltrazioni malavitose, dove si sono verificati scontri fra energumeni indigeni e immigrati.

Ci sono parecchie singolarità. È singolare che una regione che la statistica descrive come miserevole possa permettersi di importare mano d’opera come le società opulente. Nel terzo trimestre del 2009 aveva un tasso di disoccupazione dell’11,3%, contro il 7,3% nazionale e il 3% del virtuoso Trentino. È singolare che denunci un reddito da terzo mondo (13.271 euro pro capite, contro i 17.640 nazionali e i 21.486 della Lombardia), un’Iva pro capite di 98 euro (1.209 in Italia e 3.128 nel Lazio), imposte sulla casa di 237 euro a testa (439 in Italia e 658 in Val d’Aosta), 21 abbonamenti alla Rai ogni 100 abitanti (28 come media nazionale e 37 in Liguria). Ha il 20,15% dei Comuni in dissesto economico (contro il 5,32% d’Italia e lo zero di Aosta, Trentino e Friuli, e lo 0,9 della Lombardia): roba da allungare la mano per un baksheesh e non da importare mano d’opera.

E infatti lo Stato aiuta generosamente con posti e quattrini: il 6,7% degli abitanti ha un pubblico impiego (5,7% in media, 4,3% in Lombardia), c’è un rapporto fra lavoratori pubblici e privati del 22,2% (14,8% di media e 9,6% in Lombardia), ci sono 467 lavoratori «socialmente utili» (246 in Italia, 11 in Trentino) e 107,4 impiegati nel servizio civile ogni 100mila abitanti (73,9 in Italia, 21,6 in Val d’Aosta). La Calabria riceve 281 euro per abitante come trasferimento regionale (211 nazionali e 167 al Veneto), 499 euro per incentivi alle imprese (189 e 77 alle Marche) e alla fine si trova con un «residuo fiscale» di 3.473 euro sempre pro capite (contro una media di 266, e un residuo negativo di 3.292 in Lombardia), cioè ogni lombardo riceve 3.292 euro in meno di quel che ha dato, e ogni calabrese 3.473 in più, bambini e mafiosi compresi.

È singolare che non sia un orologio svizzero: la spesa pro capite per il funzionamento della Regione è di 265 euro (143 in media per le regioni ordinarie e 91 in Lombardia).Oppure si tratta di sfiga: ha 119,5 invalidi civili ogni mille abitanti (82,8 in Italia, 54,8 in Lombardia). È anche singolare che non servano a molto neppure le iniziative di «economia creativa»: ha 3.460 protesti ogni 100mila abitanti (2.929 in italia e 739 in Trentino), e un tasso di frodi sui sinistri stradali del 5,73% (2,91, e 0,14% in Val d’Aosta). E non sono solo i neri che lavorano in nero: il 36,61% dei contribuenti calabresi dichiara reddito zero (24,16% in Italia e 16,68% in Lombardia), e si valuta in 1.500 euro pro capite l’evasione per lavoro sommerso (840 in Italia, 533 in Lombardia).

È singolarissimo che abbia un numero di laureati fra i più alti sulla popolazione di 25 anni di età (il 29,1% contro il 23,1% nazionale e il 14,9% del Trentino) ma solo una biblioteca ogni 5.269 abitanti (4.550 in Italia e 2.105 in Val d’Aosta). Anche con il territorio il rapporto è davvero singolare: ci sono 1,66 reati contro l’ambiente denunciati annualmente ogni mille abitanti (0,54 in Italia, 0,11 in Friuli), il 26,7% di abitazioni abusive sul totale di quelle costruite ogni anno (11,9% in Italia, 1,8% nel Trentino) e i «Comuni ricicloni» sono lo 0,24% (13,34% di media, 56,11% in Veneto). 

Ci sono 11.200 operai forestali, uno ogni 56 ettari di boschi (156 in Italia, 7.000 ettari in Friuli) e la davvero singolare frequenza di 4,73 ettari incendiati l’anno ogni mille di bosco (1,9 in Italia, 0,05 in Val d’Aosta). Perché stupirsi che il turismo non renda come dovrebbe? 
Non va meglio con l’ordine pubblico. Ci sono 117,95 calabresi detenuti ogni 100 mila (51,19 in Italia, 9,16 in Val d’Aosta), un omicidio volontario ogni 20mila abitanti (ogni 63mila di media nazionale, ogni 223mila in Veneto) e una persona denunciata per associazione a delinquere ogni 1.800 abitanti (6.400 in Italia, 21.300 in Umbria).

In questi giorni è successo di tutto ma nessuno - proprio nessuno - ha parlato di razzismo. Sparare a un negro va bene in Calabria, fischiare un calciatore a Verona porta direttamente a Norimberga senza neppure un procedimento preliminare. È tutto coerente con il pensiero politicamente corretto di Agazio Loiero, un faro della civiltà occidentale, che nel fondamentale tomo «Se il nord» (senza la «e» finale, che gli attribuiscono i maliziosi) ha descritto piagnucolante gli anni della sua giovinezza in Padania dove - poverino - aveva «potuto cogliere l’esistenza diffusa, pur se non maggioritaria, di un forte sentimento antimeridionale» che, testualmente, lo «turbava, perché contrastava molto con quel sentimento dell’unità nazionale percepito come valore appreso sui banchi di scuola». 

Che è il sentimento che permette di far passare le vicende di Rosarno come esuberanze giovanili e che ha spinto la televisione di Stato a mostrare subito quel che succede invece nella vicina Riace, che ha un sindaco ovviamente di sinistra, e dove l’integrazione è totale: tutta bronzi e chador. Roba che a quegli egoistoni e beceri di leghisti farebbe scappare una battutaccia sulla «Calabria Saudita».

Parrebbe singolare che adesso, spenti gli allegri fuochi mediterranei, gli immigrati maltrattati se ne vengano al Nord, dove c’è il razzismo vero, e dove Giorgio De Capitani e Dionigi Tettamanzi sono già pronti ad accoglierli nelle case dei loro fedeli, e cioè nelle nostre. Insomma, africani e calabresi si prendono a legnate, ma chi paga sono sempre i padani. E questo non è per nulla singolare: è normale.




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Come sparare al Papa e diventare milionari: il ritorno di Alì Agca

di Gian Micalessin

Il prossimo 18 gennaio tornerà libero: nel suo futuro potrebbero esserci contratti milionari per libri e film sull’attentato a Giovanni Paolo II.

A riferirlo lo stesso ex lupo grigio in una lettera pubblicata dal britannico Sunday Times


Pentimento a volte fa rima con investimento. Se non ci credete chiedetelo ad Alì Agca, un signore così tormentato dal rimorso per i quattro colpi sparati a Papa Giovanni Paolo II da aver bisogno di qualche milione di euro per rinfrescarsi la memoria e raccontarci qualche nuova strampalata verità su quei giorni lontani. E sì, ci risiamo, il tormentone fra poco sarà di nuovo in mezzo a noi. Il 52enne ex Lupo grigio, l’uomo che il 13 maggio 1981 sparò al pontefice, il prossimo 18 gennaio sarà di nuovo libero, di nuovo pronto a travolgerci con le sue improbabili rivelazioni. Stavolta però a pagamento. E che pagamento. Il listino prezzi stillato nella celletta di Kartal, il carcere di massima sicurezza a sud est di Istanbul dove sta finendo di scontare la pena a dieci anni per l’assassinio di un giornalista turco, è gia arrivato per lettera al Sunday Times.

E i prezzi per una verità inedita, ma pur vecchia di trent’anni, non sono proprio da saldo. Per una lunga ed esclusiva chiacchierata televisiva il fallito attentatore sostiene di non poter pretendere, bontà sua, meno di un milione e 400mila euro. Per due libri, uno dei quali tutto incentrato sull’emozionante resoconto di vita trascorsa per la gran parte in galera, si parte dai 3 milioni e mezzo. Per romanzo e autobiografia però si rischiano dei contrattempi. Il puntiglioso Mehmet nella lettera listino precisa di essere in contatto anche con Dan Brown. Nel caso ci si mettesse di mezzo anche l’autore del «Codice da Vinci» bisognerebbe dunque rivedere diritti e compensi.

L’unica cosa che quel precisino di Mehmet non chiarisce è quali siano le sue nuove e preziose verità. In trent’anni, lo ammetterà pure lui, ne abbiamo sentite parecchie. S’iniziò con quella, più plausibile, secondo cui ad armargli la mano promettendogli un milione e 200mila dollari sarebbero stati tre uomini dei servizi segreti bulgari. Si finì con il signor Agca che spiegava agli stralunati giudici la sua natura di novello Gesù Cristo. Ma ora il lupetto-messia sostiene di aver messo la testa a posto e di esser pronto a smerciare verità su verità, rivelazioni su rivelazioni per soddisfare, spiega nella lettera all’edizione domenicale del quotidiano inglese, «un grande interesse che si estende dal Giappone a Canada». Per mettere una toppa sul passato e rassicurare i potenziali clienti assicura anche di essere «sano e forte sia dal punto di vista fisico che psicologico». Potrebbe fermarsi lì e invece, per ingolosire i potenziali acquirenti, Mehmet la tira per le lunghe e finisce, purtroppo, con il regalarci un passaggio delle sue potenziali rivelazioni. E son subito dolori. «Il mio piano - chiarisce l’attentatore del Papa - è proclamare la fine del mondo e scrivere un PERFETTO GOSPEL (proprio così in inglese, ma tutto in maiuscolo, ndr)».

E tanto per non risparmiarsi ci aggiunge anche una simpatica profezia. «Proclamerò la Perfetta Cristianità che il Vaticano non ha mai compreso». Quell’irresistibile assaggio di nuove verità va probabilmente letto come un messaggio subliminale a papa Benedetto XVI, che Agca ha già fatto sapere di voler incontrare non appena avrà l’occasione di venire a Roma per convertirsi al cristianesimo. Un occasione a cui, viste le premesse, papa Ratzinger non vorrà sicuramente rinunciare. Il mondo comunque è bello perché vario ed anche le nuove scempiaggini di Mehmet Alì Agca troveranno sicuramente il loro pubblico. A dar retta al Sunday Times, parecchi editori europei sarebbero già pronti a buttarsi nell’asta e a metter sul tavolo fino a 2 milioni e mezzo di euro pur di garantirsi l’esclusiva delle memorie di Mehmet.

Peccato che quando debba citarne uno il quotidiano inglese non trovi di meglio che regalarci le dichiarazioni di Francesco Aliberti, qui da noi meglio conosciuto come uno degli editori del Fatto quotidiano. Chissà: magari pagando e ripagando Alì Agca potrebbe anche ricordarsi che il vero mandante dell’attentato fu sempre lui, l’immancabile e malvagio Silvio Berlusconi. 





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