mercoledì 6 gennaio 2010

Feltri insiste su Gianfranco Fini: "Ecco perché non dice la verità"

Quotidianonet

Ancora parole di fuoco dal direttore del 'Giornale' contro il presidente della Camera, reo - a suo avviso - di non rispondere alla domanda su quale sia il suo vero progetto

Vittorio Feltri (Corelli)
Vittorio Feltri (Corelli)


Roma, 6 gennaio 2009

Vittorio Feltri non molla il colpo e insiste nel suo attacco contro il presidente della Camera. “Ecco perché Fini non dice la verità”, è il titolo d’apertura del ‘Giornale’. “Mi accusa di scrivere sotto dettatura e vuole la mia testa - scrive il direttore del quotidiano di proprietà della famiglia Berlusconi -. Ma è lui che non riesce a rispondere a qualche semplice domanda: perché oggi dice e fa l’opposto di quanto mi confidò un anno fa? Qual è il suo progetto?”.

"Il fatto che egli non abbia mai spiegato apertamente le ragioni del suo dissenso da Berlusconi - incalza il Direttore - autorizza a pensare che tali ragioni siano dei torti".

Nell'editoriale di prima pagina, Feltri ricorda la recente polemica seguita in seguito alla pubblicazione del titolo ‘Fini come Di Pietro’, rende noti due episodi nei quali, negli anni passati, Fini e La Russa gli offrirono un seggio al consiglio comunale di Milano e all’Europarlamento e riferisce di un colloquio avuto con l'ex leader di An nel 2008. “Fu una gradevole conversazione. Trascorre un annetto, e Gianfranco muta radicalmente politica e atteggiamenti”.

Il giornalista conclude con un riferimento all’editore, “il quale ha un’arma micidiale nel caso in cui non sia soddisfatto del prodotto: sostituire il direttore. Ma lo sostituisce lui, non il presidente della Camera magari su istigazione della confraternita antiberlusconiana”.

 Infine un avvertimento: "Sappia che non cesserò comunque di rivolgergli la domanda che tutti gli pongono: che senso ha la sua presenza nel centrodestra se lui è vicino alla Sinistra?".




Powered by ScribeFire.

Stanco dei social network? Ecco la "macchina per il suicidio virtuale"

La Stampa

Già commessi 900 "suicidi". Ma Facebook blocca il sito: «Viola la privacy»
ROMA
Un sito Internet che consente di commettere un «suicidio» virtuale, cancellando totalmente il profilo di un utente sui social network è stato bloccato da Facebook, che ha ottenuto anche la sua iscrizione nella lista dei siti pericolosi per la sicurezza dei navigatori.

Suicidemachine.org, che ha per titolo «The Web 2.0 Suicide Machine», consente di cancellare tutti i «profili succhia-energia nelle reti sociali», «eliminare tutti falsi amici virtuali», e «farla finita con il vostro alterego Web 2.0», spiegano i realizzatori sull’home page, precisando che il servizio funziona attualmente con Facebook, Myspace, Twitter e LinkedIn e che in 52 minuti riesce a fare automaticamente ciò che manualmente richiederebbe oltre nove ore.

Secondo Facebook, però il servizio viola i termini sulla privacy e le regole del social network quando accede e scarica i dati degli utenti per cancellarne i profili e l’azienda si riserva il diritto d’agire legalmente nell’immediato futuro. La "macchina per il suicidio virtuale", che finora è stata utilizzata, secondo quanto riportano sul sito, da 892 navigatori, 500 dei quali utenti di Facebook, eliminando 58.401 amicizie virtuali e cancellando più di 230 mila "cinguettii" da Twitter, ha risposto lanciando una petizione per chiedere l’esclusione del suo indirizzo Internet dai siti banditi.

La «macchina» non è però l’unico sito di questo tipo ad aver attirato gli strali di Facebook. Il social network aveva infatti già inviato una lettera di diffida a Seppukoo.com, che permette ai suoi utilizzatori di commettere un "karakiri" informatico in puro stile giapponese. «Come il seppuku riabilita l’onore del samurai, così seppukoo.com si impegna a liberare il corpo digitale», recita un’avvertenza sul sito che in home page, accanto alle foto e ai nomi degli utilizzatori più recenti, reca anche l’avvertimento che è sotto attacco da parte di Facebook. Anche l’accesso da Facebook a seppukoo.com è stato bloccato dal social network, ma il sito ha finora negato ogni addebito, in particolare per le accuse di phishing.




Powered by ScribeFire.

L'ambulanza riparte con il portellone aperto: l'ammalato cade e muore

Corriere del Mezzogiorno


La magistratura indaga sulla morte di un uomo 80 anni originario di Molfetta.
L'episodio e il decesso a dicembre



BARI —L’ambulanza riparte con il portellone posteriore aperto, il paziente perde l’equilibrio e scivola verso l’asfalto. Cade dalla vettura, urta la testa e muore dopo l’ultimo tentativo dei medici del Policlinico di salvargli la vita in sala operatoria. Le responsabilità e i contorni della vicenda sono ancora poco chiari, ma questa è al momento la ricostruzione fatta dalla magistratura che indaga sulla morte di un anziano di 80 anni, residente a Bari ma originario di Molfetta.

Il fascicolo è nelle mani del pm Ciro Angelillis, che ha dato mandato alla polizia giudiziaria di acquisire le cartelle cliniche dell’uomo e si accinge a nominare un medico legale per eseguire l’autopsia sul cadavere dell’anziano. L’80enne è morto poco prima di Natale, lo scorso 22 dicembre, dopo alcuni giorni di agonia post operatoria. Nonostante l’età e qualche piccolo problema, l’anziano godeva in generale di buona salute. Dopo il decesso, la famiglia dell’uomo ha presentato una denuncia in commissariato ed è stato aperto un fascicolo.

Sono stati già ascoltati i protagonisti della vicenda, le persone in qualche modo coinvolte nell’incidente che potrebbe aver causato la morte del paziente. Ovvero, l’autista dell’ambulanza del Policlinico, un ausiliare e un infermiere. Per adesso si tratta di una indagine conoscitiva, non ci sono quindi nomi iscritti nel registro degli indagati. Il pm ha deciso di attendere i risultati dell’autopsia prima di far partire eventuali avvisi di garanzia. Anche perché, al momento, non è semplice individuare le singole responsabilità: il magistrato, ad esempio, vuole capire se l’operazione chirurgica, alla quale è stato sottoposto l’80enne dopo la caduta, è stata eseguita con tutti i crismi o se, al contrario, possa aver contribuito a peggiorare il quadro clinico.

Stando alla denuncia presentata dai parenti e alle prime informazioni raccolte dagli inquirenti, i fatti si sarebbero svolti tra i primi giorni di dicembre e il 22 dello stesso mese, giorno del decesso. Ad inizio dello scorso mese, il quattro, l’anziano viene trasportato dai parenti al pronto soccorso del Policlinico per un edema in corso. Dopo una prima visita, i medici decidono di sottoporlo ad un esame più approfondito e dispongono una radiografia. Il paziente, quindi, viene fatto salire su un’ambulanza e trasferito a radiologia.

E’ a questo punto che le testimonianze diventano poco chiare e in parte si contraddicono tra loro. Secondo l’autista dell’ambulanza e l’ausiliario, l’80enne era molto irrequieto aveva rifiutato la carrozzella e si dimenava. Fatto sta che l’infermiere della clinica radiologica apre lo sportello del mezzo per far scendere l’uomo, ma l’ambulanza riparte improvvisamente. L’anziano perde l’equilibrio e cade sull’asfalto, urtando la testa. Le condizioni appaiono subito complicate, la botta provoca un importante trauma cranico. Il paziente viene portato in sala operatoria, la prognosi resta riservata. Fino al 22 dicembre, quando l’80enne muore. La polizia giudiziaria, ieri ha acquisito le cartelle cliniche, ma sarà fondamentale il risultato dell’autopsia. Nelle prossime ore sarà nominato il medico legale che dovrà eseguire l’esame.

Vincenzo Damiani
06 gennaio 2010



Powered by ScribeFire.

Arrestato rapinatore «muto» che agiva a Capodanno

Corriere della Sera

Sei rapine tra il 29 dicembre e il 2 gennaio all'Eur. Chiedeva i soldi con un foglietto scritto a mano

Foto

ROMA - Si presentava alla cassa del supermercato con un foglio scritto a mano: «Ho una pistola in tasca, prendi i soldi e stai calma». Sei rapine in pochi giorni e tutte nella stessa zona, l'Eur di Roma. E' un rapinatore seriale, che durante i giorni delle festività di Capodanno, quando le casse erano più colme, ha messo a segno diversi colpi. Arrestato dai Carabinieri, l'uomo di 43 anni, torinese, è stato individuato anche grazie alle telecamere poste nei supermercati, i luoghi da lui preferiti per agire tra il 29 dicembre e il 2 gennaio.

RAPINATORE MUTO - L'elemento che ha condotto i Carabinieri sulle tracce di Z.R., è stato il particolare «modus operandi» che ricorda Woody Allen nel film «Prendi i soldi e scappa» dove però il comico americano sbagliava a scrivere e la parola «rapina» diventava «rapa», rendendo l'azione ridicola. Nel corso delle perquisizioni, presso l'abitazione del rapinatore, sono stati rinvenuti, oltre alla refurtiva, anche alcuni dei foglietti con le scritte con le quali venivano minacciate le vittime. L'uomo è stato portato a Regina Coeli, a disposizione dell'Autorità Giudiziaria.

05 gennaio 2010





Powered by ScribeFire.

Giovani danno fuoco a un barbone, l'uomo si salva

Corriere del Veneto


Venezia, i ragazzi hanno gettato liquido infiammabile sui cartoni dove dormiva l'uomo vicino ai Frari


VENEZIA - Si è salvato per la prontezza di riflessi che gli ha permesso di alzarsi e fuggire alle prime vampate di calore ma ha rischiato di morire nel fuoco un barbone veneziano il cui giaciglio è stato dato alle fiamme da un gruppo di giovani. È successo l’altra notte a Venezia in corte Badoera, a due passi dalla chiesa dei Frari: alcuni giovani, secondo la stessa vittima tre o quattro ragazzi e un paio di donne, hanno cosparso di liquido infiammabile i cartoni adibiti a giaciglio. L’uomo, 61 anni che da tempo vive sotto quel portico, si è accorto quasi subito di quanto avveniva e ha spento da solo le fiamme che gli avevano avvolto una manica della giacca. Il sessantunenne ha quindi raccontato agli inquirenti di aver visto «un gruppo di giovanissimi» fuggire dopo il gesto. Non sarebbe la prima volta che il barbone veneziano viene preso di mira da delinquenti: altre volte sarebbe stato fatto oggetto di lanci di carta incendiata, episodi che non aveva mai voluto denunciare.

06 gennaio 2010




Powered by ScribeFire.

Attentato Afghanistan: il doppio gioco del medico kamikaze

Il SecoloXIX


È stato un medico giordano, agente doppio di Al Qaida, a compiere la strage del 30 dicembre costata la vita a sette agenti della Cia in Afghanistan. Il kamikaze suicida è Humam Khalil Mohammed, un agente controllato dall’intelligence della Giordania che era stato inviato in Afghanistan con lo scopo di infiltrarsi in Al Qaida e intrappolare il numero due del gruppo, il medico egiziano Ayman al Zawahri.

Mohammed, che aveva comunicato di avere importanti informazioni su al Qaida, era considerato un agente affidabile e per questo all’incontro avvenuto mercoledì nella Base Chapman (nella provincia afghana di Khost) erano presenti numerosi funzionari della Cia, alcuni giunti appositamente da Kabul. Per lo stesso motivo Mohammed non era stato perquisito al suo arrivo alla base e nessuno aveva scoperto l’esplosivo che teneva celato sotto gli indumenti.

L’esplosione provocata dal medico è costata la vita a sette agenti della Cia e al capitano dell’ intelligence giordana Sharif Ali bin Zeid (un membro della famiglia reale) che era il contatto di Mohammed. I corpi dei sette agenti della Cia sono stati trasportati ieri nella base militare Usa di Dover (Delaware), dove erano in attesa i familiari e il direttore della Cia, Leon Panetta.

Per motivi di sicurezza la Cia non ha reso pubblici i nomi degli agenti uccisi. Il medico, arrestato un anno fa dall’intelligence della Giordania, era infatti un agente controllato dallo spionaggio di Amman ed erano stati i giordani a garantire agli americani la affidabilità dell’agente che aveva trascorsi da militante jidahista ma che adesso era passato, assicuravano, al campo occidentale.

L’incidente ha messo anche allo scoperto la profondità della cooperazione tra i servizi segreti Usa e della Giordania, molto attivi in Iraq . Una cooperazione che il sovrano giordano Abdullah II desidera però non sottolineare per evitare problemi interni. La strage degli agenti della Cia mostra anche la forza di Al Qaida in Afghanistan. «Le operazioni che coinvolgono gli agenti doppi sono per natura complesse - ha osservato un ex-agente della Cia - Il successo di al Qaida mostra che il gruppo non è allo sbando, come molti invece ritengono».




Powered by ScribeFire.

Una donna al giorno per 35 anni: il record dello sciupafemmine Beatty

Corriere della Sera

L'attore avrebbe avuto oltre 12 mila rapporti sessuali prima di trovare la "stabilità" con Annette Bening

Warren Beatty con la moglie Annette Bening

MILANO - Per trentacinque anni (ovvero fino a quando è rimasto uno scapolone convinto) Warren Beatty è passato da un letto all'altro, per un totale di 12.775. Questo, facendo un rapido calcolo matematico, è il numero delle donne che avrebbe conquistato l'attore nei tre decenni e mezzo di "singletudine": in pratica, una al giorno. E a dirlo è una nuova biografia, «Star: How Warren Beatty Seduced America», scritta dall'autore Peter Biskind, nella quale sarebbe stato lo stesso Beatty a raccontare le sue eccezionali performance sotto le lenzuola e di come perse la verginità all'età di 20 anni. Da allora, è stato un crescendo di conquiste femminili, anche se, per completezza di calcolo, nell'elenco di cui sopra mancano «le sveltine diurne, quelle in auto, i baci rubati e così via…», come ha puntualizzato Biskind . Comunque, anche così, non è che il povero Warren se la passasse poi tanto male, visto che nel carnet delle sue amanti figurano donne come Julie Christie, Joan Collins, Natalie Wood, Diane Keaton, Jane Fonda e Janice Dickinson, senza dimenticare Madonna, con cui ebbe una relazione ai tempi di "Dick Tracy".

LE DONNE - E a proposito della Dickinson, nel libro si racconta della volta in cui la bella Janice si svegliò nel cuore della notte, beccando Beatty «che si ammirava nello specchio», mentre Jane Fonda ha ammesso che all'inizio era convinta che l’attore fosse gay, salvo poi ricredersi già al primo bacio, «dove sembrava che ci stessimo mangiando a vicenda». Dopo la figlia del mitico Henry, fu la volta di Joan Collins con cui Beatty «faceva sesso senza mai fermarsi». Ma anche per una pantera come Joan, «sette volte al giorno» (come recitano le cronache) sarebbero state decisamente troppe da sopportare: «Non penso che sarei potuta andare avanti ancora per molto – ha raccontato la Collins – perché lui non si fermava mai. Saranno state tutte quelle vitamine che prendeva. Nel giro di pochi anni mi avrebbe distrutto». Insomma, Beatty era davvero un amatore insaziabile. Che, però, decise di «appendere la libido al chiodo» quando incontrò Annette Bening, sua moglie dal marzo del 1992. Fu amore a prima vista e da allora «lo sciupafemmine» Warren si è trasformato in un settantaduenne marito modello. Meglio tardi che mai.

Simona Marchetti
04 gennaio 2010(ultima modifica: 06 gennaio 2010)



Powered by ScribeFire.

Tutti contro Feltri perché pubblica le notizie

di Redazione

La notizia lanciata dal Giornale sugli immobili spariti dal patrimonio di An e le reazioni del centrodestra hanno occupato le pagine di molti quotidiani. Per il Corriere della sera il Pdl scarica Feltri, e il Secolo adirittura strilla: "Fermiamo gli sfascisti"




Roma - Compito di un quotidiano è riportare notizie e proporre opinioni. Due giorni fa il Giornale ha segnalato che, sulla base dei rendiconti pubblicati in Gazzetta Ufficiale, vi sono analogie tra la gestione degli immobili di Alleanza nazionale, presieduta da Gianfranco Fini, e quella dei Ds e dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Ieri sempre il Giornale ha ricordato, testi alla mano, come l’atto costitutivo dell’Udc nel 2002 delineasse chiaramente «un nuovo soggetto politico alternativo alla sinistra» e come quei principi fossero stati traditi da Pier Ferdinando Casini.

Le notizie hanno suscitato reazioni diverse. Alcuni esponenti della «vecchia» An sono rimasti piccati. Molti quotidiani hanno proposto le più varie letture e interpretazioni dietrologiche di una libera e legittima scelta editoriale: raccontare che cosa ne è e cosa ne sarà degli immobili di An. Il viceministro dello Sviluppo economico, Adolfo Urso, da sempre vicino al presidente della Camera, ha fornito una propria versione: «Tutto quello che dice Feltri è falso. Il suo Giornale incita alla guerra civile nel Pdl», ha dichiarato alla Rai, durante la trasmissione di Radio2 

Un giorno da pecora nel corso della quale ha cantato Bandiera rossa e, invitato a spostarsi più a sinistra di Fini, ha espresso la propria opinione su alcuni argomenti di varia attualità. «Sono favorevole a che sia consentita la pillola del giorno dopo. Nelle scuole consiglierei i profilattici. Sono favorevole all’insegnamento dell’Islam nelle scuole», ha detto. Almeno Pier Ferdinando Casini l’ha presa con fair play. «Io credo a dei princìpi e uno di questi, sacrosanti, è la libertà di stampa. Feltri mi attacca? Viva Feltri!». Certo un conto è argomentare sul co-fondatore del Pdl e un altro di un oppositore a Regioni alternate, ma la sostanza è la stessa: c’è una notizia. Eppure per il Corriere della Sera, il Pdl «scarica» Feltri «l’anti-Fini».

Repubblica ha parlato di una «rissa con il Pdl» mescolando le invettive dei finiani di FareFuturo Webmagazine con «l’incomunicabilità di fondo» tra Silvio Berlusconi, inquilino di Palazzo Chigi, e lo scranno più alto di Montecitorio. Il giornale fondato da Eugenio Scalfari ha poi intervistato il vicecapogruppo alla Camera del Pdl, Italo Bocchino, da sempre su posizioni vicine a Fini: «Se si rompe la coppia Berlusconi-Fini, va a rotoli tutto il progetto, tutto il partito». Il presidente della Camera non può essere «emarginato per il consenso di cui gode nel Paese, per il peso nel partito, per la presenza di parlamentari a lui vicini».

Da una parte una notizia: il consistente patrimonio di An. Dall’altra l’ipotesi dello scisma. Ipotesi alla quale ha dato credito pure la Stampa sottolineando che «il Pdl difende Fini dagli attacchi di Feltri», ma soprattutto che «An si ricompatta». Osservazioni accompagnate da un box intitolato «La campagna del Giornale» nel quale sono state estrapolate le argomentazioni polemiche del direttore nei confronti di Gianfranco Fini. È opportuno tuttavia ricordare che proprio questi tre quotidiani hanno evidenziato nei mesi scorsi come la costituzione di una Fondazione per rilevare il patrimonio di An non fosse del tutto consonante con la creazione di un nuovo soggetto politico.

Ieri, però, per usare le parole del Fatto Quotidiano, era tutto un «Feltri punta Fini, La Russa lo fulmina». Fatte fuori le notizie, restano solo i mal di pancia. E le delicatessen del Riformista che non solo ha dedicato al Giornale l’apertura di prima pagina («Non ci resta che Feltri») nonché la seconda e la terza, ma pure il corsivo di Fabrizio d’Esposito dal gusto un po’ osé («Il punto G è solo immaginazione. Adesso Berlusconi si accontenta con Feltri»). I fedelissimi del quotidiano diretto da Antonio Polito ieri hanno potuto, o dovuto, sorbirsi annotazioni del tipo «Feltri è un cavallo di Troia nella pancia del centrodestra», «si è trasformato nel Khamenei dell’ortodossia berlusconiana».

Le notizie non esistono, ci sono solo ayatollah. Però sul Riformista il mujahid finiano Granata ha informato l’universo mondo che «se non sarà possibile trovare forme di sintesi politica nel centrodestra, bisognerà cercare nuove sintesi oltre la vecchia dicotomia destra-sinistra». D’altronde, in terza pagina è presentato il «piano B» di Fini: gruppo autonomo alla Camera e al Senato dopo le Regionali. Almeno, il Giornale l’ha detto in tempi non sospetti che il Pdl a qualcuno sta un po’ stretto. La conferma arriva dal quotidiano che non è «del» Pdl, ma è «nel» Pdl. Il Secolo diretto da Flavia Perina ha pubblicato in prima una foto di Vittorio Feltri, titolo «Fermiamo gli sfascisti». Quattro pagine per confutare gli argomenti del Giornale: articolessa contro Marcello Veneziani che «fa il leghista in odio a Fini» che ha avuto il merito di aver arginato le pretese della Lega che fino a prova contraria del Pdl è alleata.

Megaeditoriale del direttore per spiegare che i rilievi mossi al candidato governatore del Lazio Renata Polverini sono un «tentativo di impedire l’emersione di uno schema nuovo» con una «battaglia di retroguardia». Lettera del ministro La Russa ripresa pressoché integralmente per affermare che Feltri è il «Santoro del Pdl», copyright di Donato Lamorte. La vera sintesi l’ha fatta ieri sera un altro finiano «doc», Carmelo Briguglio: «Scommetto pascalianamente in un’intesa tra Berlusconi e Fini, altrimenti la politica finirà per separarne il destino». Torniamo al Giornale dell’altroieri: Fini come Di Pietro, dunque? La Fondazione partirà, il «piano B» c’è, la differenza è che l’ex pm non ha mai fatto la fusione promessa al Pd.




Powered by ScribeFire.

Il don arrestato per pedofilia: il mistero del Pc “nascosto”

Il SecoloXIX



Si tinge sempre più di giallo, la vicenda di don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio accusato di abusi sessuali su una ragazzina di 11 anni.

La novità è che don Luciano aveva sempre negato l’esistenza di un computer poi trovato dalla polizia: il sacerdote avrebbe fatto sparire questo vecchio Pc all’indomani della visita del nonno della bambina.

Quando sono arrivati gli agenti per arrestarlo, da porre sotto sequestro c’era solo il computer nuovo, con filmati su Padre Pio e Giovanni Paolo II. Un particolare che ha insospettito gli investigatori.

Intanto, i genitori della ragazzina, ascoltati in Procura, hanno ribadito l’intenzione di non costituirsi parte civile nell’eventuale processo.




Powered by ScribeFire.

Auschwitz, il mandante del furto rischia la vita

LStampa

Il mandante neonazista del furto dell’insegna sotto protezione: rischio rappresaglie





FRANCESCO SAVERIO ALONZO


STOCCOLMA


Aveva organizzato il furto dell’insegna-emblema di Auschwitz «Arbeit macht frei» e aveva trovato il collezionista che per avere questa «icona» era disposto a pagare, secondo le indiscrezioni carpite dai media svedesi, un milione di euro.

Denaro che doveva servire a finanziare una serie di attacchi terroristici ai danni del governo e del Parlamento svedesi progettati dal gruppo di neonazisti di cui era leader. Ma, quando si era reso conto dell’enormità del reato e dello sdegno che il furto aveva sollevato in tutto il mondo civile, era stato preso dalla paura e aveva rivelato tutto alla polizia svedese che, a sua volta, aveva fornito alle autorità polacche le informazioni necessarie per l’arresto dei ladri e il recupero della targa. Il mandante del furto ora vive in una località segreta, in attesa di ottenere una nuova identità.

Trascorre le giornate sotto la protezione di agenti che hanno il compito di sventare ogni eventuale tentativo di rappresaglia da parte del gruppo di neonazisti svedesi che si sentono traditi proprio dal loro leader. Impossibile conoscerne l’identità né è stato reso noto il nome del gruppo di neonazisti svedesi di cui era stato il capo fino al «pentimento». Circola soltanto una foto, con il volto reso irriconoscibile. Nelle redazioni dei giornali e delle tv svedesi, però, tutti conoscono l’identità di questo «cervello», altrimenti non sarebbero riusciti a procurarsi la foto presso il registro centrale dei passaporti.

La prassi svedese cerca di evitare la pubblicazione di nomi e ritratti di persone indagate se queste non rischiano di essere condannate ad almeno due anni di reclusione. Ci si limita, al massimo, a citarne l’età e la professione, mentre le foto vengono rese irriconoscibili. Rimane però il fatto che si tratta di un «segreto di Pulcinella» e una «soffiata» a elementi esterni è sempre possibile. In questo caso, poi, c’è da pensare che fra gli elementi di estrema destra che militano fra i neonazisti si trovino anche molti aderenti al partito xenofobo «Sverige Demokraterna» che, negli ultimi sondaggi, è salito al 6 per cento dei consensi fra l’elettorato.

C’è la possibilità che l’ex leader neonazista e i componenti del gruppo terroristico appartengono ad ambienti insospettabili, forse legati ad ambienti politici sospetti o forse oggetto di indagini da parte dei servizi segreti svedesi. O, forse, i ladri polacchi sono andati su tutte le furie per il tradimento del loro «committente», che oltretutto li aveva pagati con la miseria di tremila euro. Secondo altre indiscrezioni, il gruppo di neonazisti stava preparando attacchi terroristici contro rappresentanti del governo e del Parlamento svedesi e il denaro ottenuto dalla vendita dell’insegna sarebbe servito a finanziarli.

L’acquirente finale dell’insegna si troverebbe invece in Gran Bretagna, Francia o Stati Uniti e sarebbe un ricco discendente di gerarchi tedeschi. Il suo intento era quello di far sparire dalla circolazione un simbolo sotto il quale, negli Anni Quaranta, si compì la strage di oltre un milione di deportati, per la maggior parte ebrei. Il «pentito» svedese ha incontrato il proprio rappresentante legale, nei giorni scorsi, l’avvocato Peter Althin, che ha confermato tutto. «È venuto nel mio studio, mi ha raccontato la vicenda per filo e per segno. Gli ho detto che, se sarà chiamato a render conto del proprio operato, mi assumerò la sua difesa». Secondo il legale, dalla Polonia è stata inviata una richiesta di assistenza giudiziaria.

«Sono sorpreso che non venga presa alcuna misura, che non si cominci con un interrogatorio o un’indagine - ha continuato -. Il mio assistito è andato più volte in Polonia e mi ha rivelato di essersi messo in contatto con l’Interpol dopo il furto. Ma non succede nulla. Non si sa nemmeno se la polizia polacca ne richiederà l’estradizione o si limiterà a interrogarlo in Svezia». Tutto è avvolto nel mistero e sembra che persone altolocate abbiano interesse a non mettere in luce troppi particolari. Perché? Forse la dichiarazione più sincera è quella che l’organizzatore pentito del furto ha rilasciato al proprio rappresentante legale: «Mi trovo in una situazione delicata. Sono minacciato di morte da più parti. Ma non ho motivo di vergognarmi di quello che ho fatto. Se non avessi agito così, l’insegna si troverebbe a questo punto ben lontana dalla Polonia».




Powered by ScribeFire.

L'Islanda in bancarotta vota per non pagare i debiti

La Stampa

Referendum: onoriamo o no gli impegni con gli stranieri?





MARCO ZATTERIN
CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


Un referendum così non s’è mai visto. Il presidente islandese Olafur Grimsson ha deciso di non firmare la legge che autorizza l’uso di fondi pubblici per rimborsare gli istituti di credito britannici e olandesi rimasti invischiati nel crac dell’ex stella del banking online nordico, la Icesave.

Secondo quando prescrive la Costituzione, sarà ora una consultazione popolare a stabilire se lo Stato dovrà versare o no i 5,7 miliardi di dollari anticipati dai governi di Londra e Amsterdam per coprire i propri risparmiatori. «Faremo in fretta», assicura Grimsson, mentre il voto negativo appare possibile, come le sue conseguenze nefaste per la corsa di Reykjavik verso l’adesione all’Unione europea.

La spiegazione è che «il popolo lo vuole», il che magari funziona per gli islandesi ma sarà dura da spiegare alle banche che si sono esposte. La storia risale al 2008, anno in cui la tempesta finanziaria seguita al crollo dei mutui speculativi americani ha fatto collassare la Landsbanki a Reykjavik, un istituto dall’etica finanziaria discutibile che amministrava, tra l’altro, i servizi di risparmio della Icesave.

In seguito alla bancarotta e alla nazionalizzazione della capogruppo, anche i conti correnti sul web sono stati bloccati, creando un buco da sei miliardi di dollari nelle tasche di 400 mila investitori, quasi tutti britannici e olandesi. I cittadini islandesi sono stati subito salvati grazie alla garanzia totale dei depositi. Gli stranieri hanno dovuto attendere.

L’economia isolana, fondata sulla finanza e sul merluzzo, è rimasta priva di una delle sue risorse chiave, scivolando in una recessione senza precedenti che ha provocato anche la caduta del governo. La scorsa primavera le redini dell’esecutivo sono passate a Johanna Sigurdardottir, leader socialdemocratica che ha avviato la strategia di risanamento insieme con l’avvicinamento all’Ue, cominciato ufficialmente in luglio.

I 4,6 miliardi di dollari attivati dal Fmi le hanno dato una mano non indifferente. Così si è giunti a fine 2009. Dopo una polemica alimentata da chi diceva che «l’Islanda stava facendo il passo più lungo della gamba», il parlamento di Reykjavik ha adottato con 33 voti a favore e 30 contrari la legge che sdoganava il risarcimento di Regno Unito e Olanda, atto dovuto visto che avevano coperto i risparmiatori rimasti a secco per colpa dell’Icesave. Tutto inutile. Gridando «non pagheremo noi gli errori delle banche» una serie di comitati ha avviato una petizione per bloccare il provvedimento. L’ha firmata un quarto della popolazione.

E Grimsson non ha avuto scelta. «Il mio compito è di accertarmi che la volontà del paese sia rispettata - ha detto ieri sera -. Per questo ho deciso di presentare la nuova legge al giudizio del popolo per un referendum». La premier Sigurdardottir non è d’accordo e appare preoccupata. «Si crea incertezza negli impegni presi con altre nazioni - afferma -. E’ una situazione che può avere conseguenze pericolosissime». E’ d’accordo il segretario di Stato britannico alle Finanze, Lord Myners: «Se votano "no", significa che l’Islanda non intende far parte della comunità finanziaria internazionale».

Più secchi gli olandesi: «Devono pagare», assicura il ministro dell’Economia, Wouter Bos. A Bruxelles si pensa che il mancato rimborso renderebbe difficile accettare Reykjavik nell’Ue. Grimsson lo sa, però «gli islandesi vogliono essere padroni del proprio futuro». Anche a costo di rinunciare all’Europa?




Powered by ScribeFire.

Giappone, morto a 93 anni l'uomo che sopravvisse a due atomiche

Corriere della Sera

Tsutomu Yamaguchi era scampato sia alla bomba di Hiroshima sia a quella di Nagasaki




TOKYO (Giappone) - E’ morto all’età di 93 anni Tsutomu Yamaguchi, l’unica persona ufficialmente riconosciuta come superstite sia della bomba atomica di Hiroshima sia di quella sganciata su Nagasaki alla fine della Seconda guerra mondiale. I quotidiani nipponici Mainichi, Asahi e Yomiuri hanno riportato la notizia oggi, spiegando che l’uomo è deceduto per un cancro allo stomaco.

COLPITO DUE VOLTE - Yamaguchi, proprietario di una società di cantieri navali, si trovava a Hiroshima per un viaggio di affari il 6 agosto 1945, quando un B-29 statunitense sganciò l’atomica sulla città. Riportò gravi ustioni nella parte superiore del corpo e trascorse la notte in città. Tornò poi nella sua città natale, Nagasaki (circa 300 chilometri a sudovest), che tre giorni dopo fu presa di mira dal secondo attacco atomico statunitense. Fco


06 gennaio 2010





Powered by ScribeFire.

Agrigento, in cattedrale presepe senza re magi Provocazione della curia

di Redazione


l presepe provocatorio è stato allestito nella cattedrale di Agrigento, con il consenso dell’arcivescovo.

Al loro posto c'è un cartello: "I magi non arriveranno perché sono stati respinti alla frontiera insieme agli altri immigrati"

 





Agrigento - Può esistere un presepe senza re magi? Sì se si tratta di una provocazione. Ma la motivazione di sicuro farà discutere: i magi "sono stati fermati alla frontiera, come gli altri immigrati". Il presepe anomalo, volutamente provocatorio, è stato allestito nella cattedrale di Agrigento, con il consenso dell’arcivescovo. L'obiettivo: far riflettere sul tema dell’accoglienza. I re magi sono stati sostituiti da un cartello con la scritta: "Attenzione, si avvisa che quest’anno Gesù bambino resterà senza regali: i magi non arriveranno perché sono stati respinti alla frontiera insieme agli altri immigrati". 

Provocazione L’idea è di Valerio Landri, direttore della Caritas diocesana. "È una provocazione, un invito alla riflessione rivolta ai fedeli agrigentini e a tutta la comunità civile sul tema dell’immigrazione. A Natale riflettiamo sul mistero dell’accoglienza di Gesù, ma non siamo disposti a incontrarlo nelle persone che vengono tutti i giorni, nei poveri, negli abbandonati, negli immigrati?". "Non è una cosa polemica nei confronti della legge - precisa Landri - riteniamo che una legge ci voglia, che occorra una regolamentazione. Tuttavia la legge attuale con i respingimenti è ingiusta, perchè non consente di ascoltare la storia della gente, di verificare se ci sono i margini di accoglienza".

Le reazioni Alcuni hanno reagito positivamente e hanno riflettuto positivamente, dichiara l’ideatore del presepe, altri però "si sono lamentati perché hanno visto in questa scelta una sorta di rinuncia alla tradizione".



Powered by ScribeFire.

Quegli 8 ragazzi uccisi perché nel palazzo mancava un pilastro

di Redazione

I periti: "Errori di progettazione e materiali scadenti hanno causato il crollo della Casa dello studente dopo il terremoto dell'Aquila". Sotto inchiesta 15 persone tra cui il costruttore. L'accusa è omicidio colposo

 
L’Aquila - I ragazzi della Casa dello studente l’avevano detto: «Qui trema tutto». Ma i tecnici dell’azienda per il diritto allo studio avevano risposto che non c’erano rischi. Il 6 aprile, quando è arrivata la scossa di terremoto, che ha raso al suolo una parte dell’Aquila, si è scoperto che invece i rischi c’erano. E ora, l’ultima amara verità: il crollo è dovuto a un errore umano, all’assenza di un pilastro. È questa, a detta dei tecnici, la causa del crollo della Casa dello studente di via XX Settembre all'Aquila, dove nella notte dello scorso 6 aprile sono rimasti uccisi otto giovani.

«L'ala nord, quella collassata - dice il responso della perizia di 160 pagine all’esame dei magistrati - non aveva un pilastro, presente invece in altri punti corrispondenti dell'edificio e che invece hanno retto». Ci sono quindi responsabilità evidenti, stando agli accertamenti tecnici, per il cedimento di una delle palazzine che accoglievano i ragazzi e che, coi sussulti del terremoto, si è ripiegata diventando trappola mortale.
A provocare la tragedia è stata la negligenza umana: è quanto asseriscono Francesco Benedettini e Antonello Salvatori, i principali consulenti della Procura. 

I quali, tra l'altro, supportati dalle valutazioni dei sismologi, giudicano la scossa non letale ma «di magnitudo moderata». Quello stabile avrebbe dovuto resistere alle scosse: si è sventrato perché è stato realizzato male. «È ragionevole - scrivono i periti - ipotizzare che l'ala nord non sarebbe crollata in occasione del sisma. Queste conclusioni sono avvalorate dal fatto che le altre due ali dell'edificio non sono crollate e dal confronto con il panorama edilizio circostante e delle sue condizioni dopo il sisma». Anche altre le carenze rilevate. Partendo dal 1965, dai documenti disponibili, emerge una «progettazione carente nei contenuti e caratterizzata da errori e omissioni», che non ha previsto «un sistema resistente alle azioni sismiche». 

Inoltre «l'impresa esecutrice dei lavori non ha disposto le staffe di armatura dei pilastri all'interno dei nodi della struttura secondo quanto previsto; il calcestruzzo usato appare fortemente disomogeneo da potersi definire scadente e in complesso di qualità inferiore». «L'edificio - specifica la perizia - che già nasceva con una concezione poco adatta alla resistenza al terremoto, tale è rimasto anche dopo il passaggio di proprietà, quando è stato utilizzato per gli studenti».

Insomma tante, troppe «sviste» che si sono susseguite nel tempo, nei decenni. Sotto inchiesta per omicidio colposo e lesioni gravi - 17 sono stati i feriti - ci sono 15 persone tra cui il costruttore Claudio Botta e i tecnici che a vario titolo hanno effettuato a fine anni '90 e nel 2003 gli interventi di recupero. La perizia ora è anche nelle mani delle difese che stanno organizzando le strategie per i loro assistiti. Nell’ambito dell’inchiesta, il procuratore Alfredo Rossini e il sostituto, Fabio Picuti, ascoltarono nell’ottobre scorso anche l’ingegnere Giuseppe Carraro Moda, ex docente di estimo della facoltà di Ingegneria dell’università aquilana il quale dichiarò: «Effettivamente la sorveglianza sull’edilizia era scarsa e le imprese facevano quello che volevano, anche delle cose non regolari». Poi ricordò di avere consigliato di non tornare a dormire in quella struttura ad alcuni studenti che lo avevano chiamato allarmati.




Powered by ScribeFire.