domenica 3 gennaio 2010

Milano butta via ogni giorno 180 quintali di pane

Corriere della Sera


I fornai: nessuno lo vuole, neanche i proprietari dei canili. Distribuirlo o grattugiarlo non conviene

 

MILANO— Soffocati da una montagna di pane. Bocconcini, sfilatini, michette. Poi arabi, tartarughe, francesini, baguette, ciabatte, filoncini, coppie, crostini e rosette. Fino alla nausea, fino a non poterne più. Al punto da gettare tutto nel sacco nero dopo aver soddisfatto l’ennesimo sfizio. È questa la fine del pane a Milano. I fornai della Madonnina stimano in 5.250 i quintali buttati al mese in città, poco meno di 180 al giorno. Come dire: ogni milanese rovescia nella spazzatura quattro etti di pane al mese. Ipotizzando livelli di spreco uguali nel resto del Paese, in Italia sarebbero 24.230 le tonnellate di pane che ogni trenta giorni finiscono nella spazzatura. Alla faccia della crisi.

E del miliardo di persone che, secondo la Fao, soffrono la fame nel mondo. «Bando ai falsi moralismi. Il nostro sistema di produzione, distribuzione e consumo rende inevitabili gli sprechi di molti altri prodotti deperibili. Pensiamo alle enormi quantità di pomodori o arance che vengono distrutte», fa riflettere Sandro Castaldo, ordinario di Marketing all’università Bocconi di Milano. Ma torniamo nelle panetterie milanesi. «Il problema del pane buttato si aggrava di giorno in giorno perché i consumatori sono sempre più esigenti.


MILLE VARIETÀ- Quando ho cominciato a fare questo mestiere, trent’anni fa, lavoravamo quattro tipi di paste. Adesso le varietà si sono moltiplicate all’infinito. E se non hai sempre l’assortimento completo e caldo, perdi clienti», racconta Stefano Fugazza, a capo dei panificatori dell’Unione artigiani di Milano, aderente alla Claai. «Con questo modo di lavorare l’invenduto aumenta a dismisura», tira le somme Fugazza. «In media resta sugli scaffali il dieci per cento del pane prodotto. Difficile scendere sotto questa percentuale », fa il punto Gaetano Pergamo, direttore del settore alimentare di Confesercenti.

La Claai stima tra i tre e sette chili il pane invenduto ogni giorno in ciascuna delle 500 panetterie milanesi. Il che vuol dire che si arriva anche a 750 quintali di pane buttato al mese in città. Buttato? Ma non si potrebbe distribuire a famiglie in difficoltà, associazioni di volontariato? «Macché — risponde Fugazza —. Il nostro pane a fine serata non interessa più nessuno. Lo abbiamo proposto persino ai canili, ma andrebbe integrato con altri alimenti, e così la preparazione del cibo costerebbe troppo in termini di manodopera».

Il pane avanzato non può nemmeno essere rivenduto grattugiato il giorno dopo perché ci sono regole rigide da rispettare: controllo del grado di umidità, confezioni, etichettature. Insomma, non ne vale la pena. Le grandi associazioni del volontariato spiegano così il paradosso del pane buttato. «Attrezzarsi con un furgoncino per andare a raccogliere ogni sera quel che resta ai panettieri comporterebbe uno sforzo e un costo considerevoli», fa notare Pier Maria Ferrario, a capo di Pane Quotidiano, associazione che a Milano garantisce pasti a 660 mila persone l’anno. «I 2.000 quintali di pane che abbiamo distribuito nel 2009 ci sono stati garantiti da Panem, un grande marchio della distribuzione industriale». Naturalmente il problema riguarda anche i supermercati.

MANGIMI - La scena si ripete di frequente a ridosso della chiusura: grandi sacchi neri vengono riempiti con il pane avanzato. Interpellate, molte insegne tra le più note glissano. «Risolviamo il problema cercando di produrre esattamente quello che va consumato — assicurano alla Coop —. Un accurato monitoraggio dei consumi consente di ridurre gli sprechi». Altri grandi marchi (che, però, preferiscono non essere citati) puntano sulla cessione del pane a produttori di mangimi. Una strada, questa, per nulla scontata. «Il fatto è che non si possono mescolare diversi tipi di pane perché i mangimi devono mantenere determinati valori nutrizionali — spiega Antonio Marinoni, presidente dei panificatori milanesi aderenti a Confcommercio.

E così, in teoria, prima del conferimento ai consorzi bisognerebbe dividere il pane comune da quello all’olio, e così via separando». Sempre Marinoni fa notare un secondo aspetto del problema: gli sprechi delle famiglie.

L'INDAGINE - «Come ogni anno abbiamo condotto un’indagine insieme con Amsa, la società che gestisce i rifiuti a Milano — racconta il presidente dell’associazione —. Abbiamo analizzato il contenuto di un campione di sacchi della spazzatura raccolti in città. Bene, ogni giorno a Milano si buttano tra i 130 e i 150 quintali di pane». Che poi vuol dire 4.500 quintali al mese da aggiungere ai 750 di cui si liberano ogni sera le panetterie. «Le stime sono realistiche. Anche se non è detto che il resto d’Italia sprechi quanto a Milano», fa notare Sandro Castaldo dell’università Bocconi. «Detto questo, il problema resta — aggiunge il professore.

E le soluzioni finora sperimentate sono solo parziali ». L’unica arma in mano oggi alla distribuzione è sviluppare sistemi di previsione della domanda talmente accurati da ridurre al minimo gli sprechi. C’è anche chi utilizza semilavorati (baguette congelate, per esempio) da infornare man mano che entrano i clienti. «Ma la vera soluzione sarebbe abbassare i prezzi di vendita del pane dopo le sei del pomeriggio—conclude con una proposta Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo —. Così i negozi ridurrebbero l’invenduto. E le famiglie avrebbero una strada per risparmiare».

Rita Querzé
03 gennaio 2010



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Aereo riaffiora in Antartide era stato abbandonato 99 anni fa

Quotidianonet

Il monoplano era stato usato dall’esploratore australiano Douglas Mawson come ‘trattore dell’aria' per trainare la sua slitta




Sydney, 3 gennaio 2009

Un aereo abbandonato in Antartide 99 anni fa è stato ritrovato da una squadra di esploratori australiani. Il monoplano, il primo a uscire dalla fabbrica britannica ‘Vickers’ appena otto anni dopo il primo volo dei fratelli Wright, era stato portato in Antartide dall’esploratore australiano Douglas Mawson nel 1911 per usarlo come ‘trattore dell’aria' per trainare la sua slitta.

Il velivolo era rimasto fortemente danneggiato un volo di prova. Mawson l’aveva allora portato al polo, mettendo gli sci al posto del carrello. Il velivolo era stato abbandonato a Cap Denison, campo base della spedizione. Il relitto era stato visto per l’ultima volta nel 1975, completamente imprigionato nei ghiacci. Il giorno di Capodanno, grazie alla bassa marea e allo scioglimento dei ghiacci, un carpentiere ha notato i resti della fusoliera. Gli esploratori hanno quindi recuperato la carcassa scavando nel ghiaccio, e alla fine di gennaio la riporteranno in Australia.




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Intervista inedita di Craxi: "Io, condannato all'ergastolo e a morte"

di Redazione

Il filmato, del '97, consegnato dalla figlia Stefania a Lucia Annunziata in onda ad In mezz'ora . Il leader socialista sugli ex comunisti: "Verso questo tipo di compagni che si camuffano ho un senso di disprezzo". E sui compagni di partito: "Se la parola traditori ha senso in tempo di pace, allora una parte di loro sono dei traditori"


Roma - "Sono condannato all'ergastolo e a morte, punto e basta". E' un passaggio dell'intervista inedita che Bettino Craxi registrò ad Hammamet, in Tunisia, nel 1997. Il filmato è stato consegnato dalla figlia, Stefania, a Lucia Annunziata ed è stato messo in onda nel corso della trasmissione 'In mezz'orà. L'ex leader socialista parla della sua situazione giudiziaria: "Questa è una forma di rogo. Io sono condannato all'ergastolo, ho una pena a vita, perché ad una certa età un carico di questo tipo equivale all'ergastolo, la mia libertà equivale alla mia vita, nessuno mi può toccare, se mi tocca io muoio", quindi "sono condannato all'ergastolo e a morte, punto e basta". Si tratta di una "ingiustizia impressionante che un Paese civile, un Paese libero, un Paese democratico, un Paese cristiano non dovrebbe consentire nei confronti di chi ha dato la sua vita al Paese".

In un altro passaggio, Craxi parla anche di alcuni dirigenti dell'ex partito comunista: "Vedo dei comunisti che parlano come se il comunismo non ci fosse mai stato, come se non vi avessero partecipato. Io, verso questo tipo di compagni che si camuffano ho un senso di disprezzo. Si può cambiare e correggere, senza per questo il bisogno di diventare prigionieri della menzogna".

Un giudizio che Craxi estende anche ai "compagni" socialisti, gran parte dei quali "mi ha voltato le spalle": per questo, afferma, "se la parola traditori ha senso in tempo di pace, allora una parte di loro sono dei traditori". Altri, invece, "hanno solo paura" o sono "alla ricerca di un loro ruolo".

Commentando le foto di alcuni dirigenti di partito dell'epoca, sulle quali campeggia una scritta 'becchini' (si vedono i volti di Oscar Luigi Scalfaro, Mino Martinazzoli e Ottaviano Del Turco), Craxi spiega: "Ci sono dei becchini, ma non sono molto importanti. Sono gli affossatori dei loro partiti, hanno contribuito potentemente all'affossamento dei loro partiti e alla loro liquidazione".

In un altro passaggio del filmato, Craxi commenta le imponenti misure di sicurezza intorno alla sua villa, sottolineando che la decisione non è stata sua, ma del governo tunisino ed è stata presa per delle "preoccupazioni originate da qualche fattore ambiguo". "Sono protetto come se fossi esposto a un grande rischio, a un grande pericolo. Ma non credo... non sono Trotsky", dice l'ex presidente del Consiglio abbozzando un sorriso. Infine un commento conclusivo: "E' difficile che io venga preso da un rimpianto, più facile che venga preso da quella che si chiama autocritica".





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La Bindi va a Cortina a fare la snob

Il Tempo


Se la prende con la Lega, attacca Berlusconi e accusa il pubblico: "Evasori!"

Il presidente del Pd se ne torna a casa tra fischi e contestazioni: "Non governerete più".


Rosy Bindi a Cortinaincontra


Ci vuole un bel coraggio. Non c’è dubbio, Rosy Bindi ne ha. Ci vuole un bel coraggio a venire a Cortina nel pieno delle vacanze di Natale e sparare a zero sulla Lega. E ci vuole pure un bel coraggio a venire fin qua su a difendere gli immigrati. E ci vuole anche un bel coraggio a mettersi a ricordare agli italiani, proprio all'inizio della campagna elettorale, che sono un popolo d'evasori fiscali. Il presidente del Pd l'ha fatto.

È arrivata sul palco di Cortinaincontra (giunta alla quarta edizione invernale) senza peli sulla lingua. S'è beccata i fischi e ha continuato come se nulla fosse. Non ha neanche provato a cogliere qualche assist che le ha lanciato il moderatore, Enrico Cisnetto, nel tentativo di stemperare i toni. Nulla, lei è andata dritta per la sua strada.

Anzi, di più. Non ha corretto di una virgola i suoi ragionamenti. Al contrario. Ha argomentato, spiegato, sottolineato e puntualizzato. In altre parole ha anche provato ad «educare» (dal suo punto di vista) il pubblico. Che non ha apprezzato tanto che alla fine del dibattito con il sindaco di Roma Gianni Alemanno, in sala c'era chi mormorava: «Questi non vogliono tornare a governare per i prossimi cinquant'anni».

Il primo dissidio è arrivato quasi subito. Subito dopo un intervento di Alemanno che, prendendo le distanze dalle sparate leghiste, aveva spiegato come «la vera sfida sul fronte dell'immigrazione è l'integrazione». Non si tratta di dividersi in «cattivisti e buonisti - aveva detto il primo cittadino della Capitale - ma in chi è per la legalità e chi contro».

E qui la prima stilettata della Bindi: «Attenzione, non siamo equidistanti dalla Lega». E Alemanno se l'era cavata con una battuta: «Per ragioni geografiche io non governo con i leghisti». Ma era l'inizio. La pasionaria del Pd riprendeva la parola ridicolizzava Berlusconi: «Cattiveria, bontà, amore e odio dovrebbero essere parole bandite dal vocabolario della politica. Agli italiani non interessano i nostri sentimenti ma come pensiamo di risolvere i problemi».

Poi il nuovo affondo: «Un sottosegretario alla Salute della Lega dice che non esistono razze buone e cattive di cani, ma tutto dipende da come i padroni educano i loro animali. Eppure nello stesso governo c'è chi fa questa distinzione quando si tratta degli uomini». Alemanno non ci sta: «Non esageriamo», interrompe. Fischi, rumoreggiamenti. Arriva anche qualche interruzione del pubblico. Lei prova a placare gli animi e ammonisce: «La politica o cavalca le paure o guida i processi. In questo momento non fa bene la politica che non aiuta a confrontarsi».

Svela di «non essere una di quelle che non darebbe la cittadinanza dopo cinque anni: i processi di integrazione richiedono molto più tempo. È necessario il riconoscimento e il pieno rispetto della Costituzione, delle leggi e delle tradizioni. Questa è la grandezza di un Paese e su questi punti si costruisce la grandezza di un Paese.

Ad esempio, gli Stati Uniti sono un grande Paese perché si sentono tutti americani». Ma dura davvero poco il feeling con la sala che si scalda di nuovo quando Rosy avverte: «Vedo riemergere vecchie intolleranze che sembravano superate. Come quella nei confronti dei meridionali. Servirebbero riflessioni serie. Questo è il Paese che ha il record dell'evasione fiscale e che ancora di più è stata incentivata dallo scudo fiscale».

Proteste dalla platea ma l'ex ministro non demorde: «Ah no? Guardate che con lo scudo sono rientrati quasi cento miliardi, lo Stato ne ha incassati quattro e mezzo. Il che significa che ne abbiamo persi quasi quaranta». Alemanno tenta una mediazione. Sottolinea che sì, è vero, dalla Lega spesso arrivano «sparate», ma invita anche a guardare la stragrande maggioranza di sindaci, assessori, amministratori del Carroccio che governano in silenzio senza provocazioni. Cita l'esempio del primo cittadino della vicina Verona, Flavio Tosi. La Bindi non demorde, riprende la parola e riparte con gli attacchi: «La legge Bossi-Fini è stata una vergogna tanto che il presidente della Camera non so se ci rimetterebbe la firma».

Ma è solo il preludio alla frase più forte che fa infuriare la platea. Eccola testuale: «È una legge che non è servita a nulla. Anzi ha prodotto l'effetto contrario al punto che oggi l'Italia è il Paese con il tasso più alto d'immigrati». Boato in sala. Neppure Alemanno si trattiene più: «Ma che dici? Che dici?». La Bindi tira dritto: «È vero, sono i dati».

E il sindaco di Roma: «E ti pare che è colpa della legge? Come fai a dire che è la legge che ha fatto venire gli immigrati? Ma ti rendi conto?». Scintille tra i due nel finale. Questa volta quando si parla di dialogo. La presidente del Pd spiega: «Siamo disponibili alle riforme. Per noi va bene la bozza Violante. Ma non si può dire: "Cominciamo e poi il resto vediamo più avanti". Vogliamo sapere che cosa c'è dopo. Tanto per esser chiari il presidenzialismo noi non lo vogliamo».

Alemanno risponde che lui è favorevole con la proposta di Cisnetto di convocare un'assemblea costituente ma al contempo chiedere di smussare gli angoli, la Bindi lo provoca, interrompe e mormora le leggi ad personam. Lui fa la voce grossa: «Se un clima di aggressione al premier sia chiaro che noi non ve lo faremo aggredire». Applausi. Rosy non demorde: «E chiedere di mettere da parte la legge sul processo breve è un'aggressione». Il sindaco di Roma scandisce le parole: «Se si vuol fare un ragionamento serio sul rapporto tra giustizia e politica va bene. Se i fini sono altri allora la maggioranza andrà avanti da sola». Alla fine saluti e baci. E nemici come prima.




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Fabrizio dell'Orefice, inviato a Cortina

03/01/2010

Iss contro i farmaci contraffatti. Nasce il sito per evitare le truffe

Repubblica

di Adele Sarno

Si chiama Impactitalia la pagina web per scoraggiare i cittadini dall'acquistare farmaci tramite le farmacie online, da altri canali non autorizzati, e coinvolgerlo in azioni di contrasto. Un'iniziativa dell'Istituto superiore di sanità



Sono rubati o rietichettati e spesso privi di principio attivo. I medicinali contraffatti si vendono fuori dalle farmacie, online o nelle palestre. Per informare i cittadini sui rischi legati all'acquisto di farmaci attraverso canali non autorizzati nasce il sito web impactitalia.gov.it. L'iniziativa, partita da qualche giorno, è dell'Istituto superiore di sanità (Iss) e si inserisce nell'ambito della campagna di comunicazione “Farmaci contraffatti: evitarli è facile”, promossa da IMPACT Italia e già lanciata dal ministero della Salute in collaborazione con l'Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) e il Comando Carabinieri per la tutela della Salute (Nas).

I numeri della contraffazione
Secondo i dati Oms la contraffazione riguarda gli antibiotici (28%), gli ormoni (18%), gli antiallergici (8%) e gli antimalarici (7%). E, se nei Paesi occidentali le confezioni contraffatte non superano l’1% dei prodotti, in Africa, Asia e America Latina si attestano fra il 30 e il 50%. I prodotti che si trovano più facilmente sono quelli che hanno l’etichetta con informazioni ingannevoli sul contenuto e sull’origine del prodotto stesso.

Anche i farmaci ‘salvavita’ tra i prodotti truffa
Spesso sono farmaci senza principi attivi, con ingredienti differenti o presenti in quantità diversa da quella dichiarata, o ancora con un principio attivo corretto ma in una confezione falsa. E così accade che ci si ritrovi un medicinale rubato e rietichettato con un dosaggio superiore rispetto a quello che contiene davvero. Un fenomeno preoccupante, denunciano gli esperti dell’Iss, è la diffusione sul mercato illegale dei cosiddetti ‘farmaci salvavita’. Una persona malata di cancro, affetta da una malattia cardiaca, da un disturbo psichiatrico o da un’infezione grave, illudendosi di fare un affare acquistando in Rete, può arrivare a rischiare anche la vita. Questi farmaci infatti o riportano un alto grado di tossicità o sono privi di effetti terapeutici.

Identificare la contraffazione e denunciarla
Riconoscere un farmaco contraffatto non è facile. Bisogna osservare attentamente le scatole: spesso ci sono errori di ortografia sulle confezioni e sui foglietti illustrativi, colori alterati rispetto all’originale, fialette e compresse dalle dimensioni irregolari, sono gli indizi che ci aiutano a scoprire un farmaco fasullo.

Proprio per aiutare il cittadino a evitare raggiri, su IMPACT Italia sono stati inseriti due sportelli online aperti al pubblico: uno per segnalare casi, anche solo sospetti, di farmaci contraffatti con i quali il cittadino possa essere entrato in contatto (sportello 'Segnalazioni'), l'altro per porre quesiti specifici sul problema della contraffazione farmaceutica (sportello 'L'esperto rispondè).

Le segnalazioni relative al rinvenimento di un farmaco contraffatto e le domande dei cittadini sono gestite attraverso un network collaborativo sviluppato dall'Unità Informatica del Dipartimento del Farmaco. Questa piattaforma consente l'interconnessione delle istituzioni governative che partecipano alle attività di IMPACT Italia e la loro cooperazione online attraverso lo scambio in tempo reale di informazioni.

(Gennaio 1, 2010)




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Di Pietro scarica gli ex colleghi dell'Antimafia

Il Tempo

Il carcere leggero al boss Graviano è una ricompensa.

Il suo silenzio però lascia in piedi gli altri teoremi contro Silvio.



Che l’onorevole Antonio Di Pietro diffidasse dei politici, ivi compreso il Presidente della Repubblica, e non esitasse a dirne tutto il male possibile in ogni occasione, era ormai scontato. Ma che l’ex magistrato Di Pietro non si fidasse più nemmeno dei suoi ex colleghi e arrivasse a sospettare persino dei professionisti dell’antimafia, questo non poteva prevederlo nessuno. Invece è successo anche questo.

Di Pietro, appresa la notizia che i giudici della Corte d’Assise di Palermo hanno alleviato il regime del carcere duro previsto dall’articolo 41 bis inflitto al boss di Brancaccio Giuseppe Graviano, revocandogli l'obbligo dell'isolamento diurno, ha gridato allo scandalo: «È un segnale inquietante che non aiuta certo la credibilità della giustizia - ha dichiarato - e rischia di apparire come una ricompensa al silenzio omertoso del boss».

Secondo Di Pietro i giudici di Palermo hanno voluto così "ricompensare" Graviano perché, chiamato a confermare in aula al processo contro il senatore Marcello Dell'Utri le rivelazioni del "pentito" Gaspare Spatuzza circa il patto scellerato stipulato da Silvio Berlusconi e Dell'Utri con Cosa Nostra a proposito delle stragi del '93, si è avvalso della facoltà di non rispondere e, ciò che è peggio, ha lanciato a voce e per iscritto un significativo messaggio: ora non posso parlare, ha detto il boss, perché sono malato a causa del carcere duro che mi avete inflitto, quando starò meglio, (cioè quando mi toglierete o mi allievierete il carcere duro) allora parlerò. E puntualmente, appena cinque giorni dopo le sue dichiarazioni in aula e il suo "messaggio", i giudici di Palermo gli hanno tolto l'obbligo dell'isolamento diurno.

Sarebbe la prima volta. I professionisti dell'antimafia, invece di premiare il mafioso, come fanno da vent'anni e come gli consente la legge sui "pentiti", e spesso al di là di quanto la legge gli consente, perché parli e riveli e confermi, magari inventando, questa volta lo premiano perché stia zitto e magari smentisca.

Dopo gli abusi inenarrabili(anche perché narrarli costa inevitabilmente la querela dei magistrati) compiuti in materia dai professionisti dell'antimafia, verrebbe quasi voglia di credere ai sospetti di Di Pietro. Ma è più probabile che sia vero il contrario e che i giudici, magari accogliendo il tempestivo suggerimento dei segugi de "La Repubblica", abbiano voluto rispondere positivamente al messaggio di Giuseppe Graviano e aprire con lui la consueta trattativa: tu parli e confermi, lo Stato ti compenserà.

Tuttavia questa volta sarà meno facile del solito. Confermare Spatuzza, se veramente Giuseppe Graviano vorrà farlo, comporta molte conseguenze e contradditorie. Intanto dovrà smentire il suo stesso fratello Filippo, che al contrario ha smentito Spatuzza e con dovizia di argomenti. Poi dovrà spiegare il come, il quando, il dove e il perché.

Per Spatuzza è stato facile, gli è bastato dire: del patto con Berlusconi e Dell'Utri mi ha parlato Giuseppe Graviano, quella volta al caffè Doney a via Veneto a Roma. E potrebbe persino essere vero. A Giuseppe Graviano non basterà confermare di averglielo detto, dovrà anche dimostrare che ciò che gli ha detto è vero, che non gli ha raccontato una balla e solo per convincerlo a compiere l'ennesima strage.

Come ha fatto, e questo è già provato, e gli ha raccontato una balla, e sempre quella volta al caffè Doney, quando gli ha detto che bisognava fare la strage allo stadio Olimpico e ammazzare un centinaio di carabinieri, perché c'era un accordo, una strategia stragista contro i carabinieri concordata anche con la 'ndrangheta e la camorra, e in Calabria avevano già cominciato ammazzando due carabinieri.

Ed era vero che avevano appena ammazzato i due carabinieri in Calabria, ma non c'era nessun accordo e nessuna strategia concordata con la mafia e quello che li aveva ammazzati s'era pentito e aveva confessato che li aveva ammazzati per evitare che gli sequestrassero un auto carica di armi e di droga. Poi Giuseppe Graviano, se conferma di averlo detto a Spatuzza e che quello che gli ha detto è vero, dovrà spiegare come, quando e dove ha incontrato Berlusconi e Dell'Utri per stringere i patti scellerati e a quali condizioni, fornendo i relativi riscontri.

Già precedenti e clamorose rivelazioni di un "pentito" di tutto rispetto come Salvatore Cancemi a proposito di incontri e patti stipulati da lui e dal capo di Cosa Nostra Stefano Bontate con Berlusconi e Dell'Utri e che dovevano puntellare la prima grande indagine per mafia a carico di "quello di Canale 5" e del "compaesano" sono miseramente crollate al momento della verifica dei luoghi e delle date, provocando l'archiviazione del procedimento.

Infine, confermare Spatuzza significa confermare il clamoroso fallimento di quindici anni di indagini e di processi per la strage di via D'Amelio con tutte le relative conseguenze per i famosi teoremi sui "mandanti occulti" e sui rapporti tra la mafia e la politica.

E significa anche far crollare un altro dei teoremi che va oggi per la maggiore, quello della strage di via D'Amelio e dell'assassinio di Paolo Borsellino che sarebbero stati incoraggiati e provocati dalla presunta "trattativa" tra lo Stato, rappresentato dal generale Mario Mori e dai carabinieri dei Ross, e la mafia.

Secondo quest'ultimo teorema dei professionisti dell'antimafia il Capo dei Capi, Totò Riina, avrebbe deciso la strage di via D'Amelio solo all'ultimo momento, quando avrebbe saputo che Paolo Borsellino, avvertito della trattativa in corso tra lui e Provenzano con i carabinieri dei Ros tramite Vito Ciancimino, vi si era opposto.

Ed è sulla base di questo teorema e il supporto che a esso sta dando da un anno alle procure il figlio di Vito Ciancimino (anche lui premiato recentemente con un forte sconto della condanna inflittagli per il riciclaggio del "tesoro"del padre) che stanno processando anche il generale Mori e i suoi ufficiali.

Ma capita che Spatuzza ha rivelato, tra l'altro, di essere stato personalmente incaricato di procurare il tritolo, come effettivamente lo procurò,che doveva servire sia alla strage di Capaci, dove fu ucciso Giovanni Falcone, che alla strage di via D'Amelio, e di conseguenza anche l'uccisione di Paolo Borsellino era stata decisa da tempo e per tempo, e non c'entrava niente la presunta trattativa con i Ros e la presunta opposizione di Borsellino alla trattativa stessa.

La conferma di Giuseppe Graviano alle rivelazioni di Spatuzza, se mai vi sarà e fosse confortata da convincenti riscontri, provocherebbe ai teoremi e alle più recenti indagini di tre o quattro procure più danni che conforto ai tentativi di coinvolgervi Silvio Berlusconi. Forse ha ragione Antonio Di Pietro: meglio lasciar perdere e, se mai, premiare Graviano perché non confermi e smentisca Spatuzza.

Lino Jannuzzi
03/01/2010




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La Cina è vicina...? Ostrega, mica tanto se ci arrivi in bus

di Stefano Lorenzetto

Matteo Guidolin, da Treviso a Pechino: 14.007 km in 31 giorni sulle orme di Marco Polo. "La Via della seta? E' la Via della sete. Ma noi andavamo a Prosecco"

 



Che due conducenti di bus abbiano trascorso le loro vacanze estive, 31 giorni filati, alla guida di un pullman, già non è mica tanto normale. Che altri 30 stravaganti - avvocati, ingegneri, insegnanti, tecnici, operai, studenti, anche un pensionato e un disoccupato - reclutati da Matteo Guidolin, un impiegato, siano saliti sul medesimo automezzo in partenza da Riese Pio X, provincia di Treviso, con destinazione Pechino,

Cina, accettando di attraversare 12 nazioni in 20 tappe, per un totale di 14.007 chilometri, alla massacrante media di 451 al giorno, potrebbe rivestire un qualche interesse per la psichiatria. Ma se la comitiva fa parte dell’associazione culturale Ostrega! presieduta dal medesimo Guidolin, il viaggetto è stato ribattezzato Ostrega in tour e alla fine ne escono due mostre (aperte alla Biblioteca di Riese Pio X, fino al 6 gennaio, e agli Spazi Bomben di Treviso, fino al 17) e uno splendido volume fotografico di grande formato, dal titolo Ostrega!

Seta, from North-East to East, che gioca sull’anagramma tra fibra tessile e punti cardinali, cominci a capire meglio lo scopo della missione sulla Via della seta, dal Veneto fino all’antica Cambaluc, capitale del Catai, sulle orme di Marco Polo, lungo l’itinerario tracciato dal viaggiatore veneziano nel Milione.

Poi guardi l’immagine sulla copertina del libro, raffigurante un cinese pensoso che sta beatamente defecando in una latrina all’aperto nella provincia del Gansu, sfogli le 182 pagine, e ti accorgi che non c’entrano solo l’antropologia e la geografia, gli usi e i costumi, la politica e la religione, l’amore e l’amicizia, la cucina e lo svago: c’entra soprattutto la veneticità, una predisposizione dello spirito che, per un misterioso effetto di birifrangenza, fa dei sudditi della Serenissima i più chiusi e al tempo stesso i più aperti a quell’inevitabile processo storico definito dal patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola, «meticciato di civiltà».

Tornati sani e salvi alle loro quotidiane occupazioni (con volo da Pechino) gli spossati ostrega-gitanti. Misteriosamente disperso nel Mar della Cina, invece, il glorioso ostrega-bus, un Mercedes gran turismo del 1981, modificato per ospitare un letto e tre postazioni Internet alimentate da pannelli solari sul tetto: «Abbiamo aggiornato la nostra pagina su Facebook in collegamento wireless dalla frontiera Turchia-Iran», informa Guidolin.

«Se vado al valico di Fernetti con la Slovenia non mi prende manco il cellulare». Prescelto per la scarsità di componenti elettroniche e per la facilità di reperimento d’eventuali ricambi meccanici lungo l’impervio tragitto, il bus sarà a Riese Pio X a fine gennaio, se tutto va bene. «Doveva partire da Tianjin, invece dopo due mesi di estenuanti trattative siamo riusciti a imbarcarlo il 16 dicembre su un cargo che è salpato da Shanghai e ora dovrebbe trovarsi nelle Filippine».

Nonostante le sue conoscenze - laurea in lingue e civiltà orientali conseguita con 110 a Ca’ Foscari, cinese scritto e parlato alla perfezione, impiego in un’azienda orafa vicentina che gli fa trascorrere almeno un terzo dell’anno in giro per il mondo

Guidolin ha dovuto battagliare due anni, e ancora non ha finito, per realizzare il sogno dell’Ostrega in tour e districare la matassa burocratica che all’apparenza lo impediva, procurando per tutti i partecipanti i visti obbligatori in cinque Stati e per il pullman i permessi necessari all’ingresso in Cina, «ben quattro, dei ministeri del Turismo, dei Trasporti e della Pubblica sicurezza, nonché quello della polizia, più una cospicua cauzione in dollari, che ti restituiscono solo quando riparti: temono che il veicolo venga venduto o abbandonato».

Ed era solo un assaggio delle difficoltà che avrebbe incontrato alle frontiere, per esempio nei paraggi di Bukhara, fra Iran e Turkmenistan. Dove, per colpa di un numero di passaporto trascritto male sul visto, tre partecipanti sono stati respinti e hanno dovuto tornare a Mashad in taxi, poi a Teheran in aereo, quindi affrontare tre voli da Mashad a Teheran, da Teheran a Istanbul, da Istanbul a Taskent e un viaggio in auto da Taskent a Samarcanda per potersi ricongiungere ai compagni bypassando il Turkmenistan.

Guidolin ha 30 anni. Abita a Vallà, frazione di Riese Pio X, col padre Luigi, operaio in pensione, e la madre Mirella, casalinga, ma presto andrà a vivere con la fidanzata Paola, ingegnere gestionale alla Coca-Cola. A fargli balenare l’idea dell’Ostrega in tour sono stati i cofondatori dell’associazione, Francesco Quarto, avvocato, e Andrea Berno, autista. In volo verso New York, i due si sono messi a fantasticare sul planisfero pubblicato nella rivista di bordo della compagnia aerea: «Sarebbe bello un viaggio in pullman da qui a qui». Al ritorno ne hanno parlato con Guidolin. Detto fatto.
La sua è una famiglia di giramondo?

«Per niente. Gli unici viaggi all’estero che si ricordino restano quelli dei nonni, sia paterno che materno, verso la guerra: Albania. Quanto a me, per anni il percorso più rocambolesco è stato Castelfranco Veneto-Venezia su un treno delle ferrovie italiane».

Perché andare in Cina col bus?
«Per promuovere e preservare la cultura veneta, aprendosi ad altre culture».

Preservare non vuol dire chiudere?
«Sì e no. Siamo legati alle nostre tradizioni. Ma le tradizioni cambiano».

Sopa coada e nidi di rondine non vanno molto d’accordo.
«Anche il mais l’ha portato Cristoforo Colombo dall’America. Eppure il Veneto per mezzo millennio è stato la patria della polenta, fino quasi a morire di pellagra. Ancora ci chiamano polentoni».
Siete stati davvero fedeli all’itinerario che condusse Marco Polo alla corte di Khubilai Khan?

«Sì. Tranne che lui partiva da Antiochia, al confine fra Turchia e Siria, e passava per Kashgar. A noi non è stato possibile perché fra Kirghizistan e Cina c’è di mezzo il passo del Torugart, 3.752 metri, strada sconsigliabile. Il massimo dislivello che abbiamo affrontato è stato di 2.973 metri».

Che cos’è rimasto della Via della seta?
«È rimasta la Via della sete. Molto deserto, poca acqua. Un problema che noi non avevamo, visto che si andava a vino: 70 bottiglie di Prosecco, altre 80 fra Cabernet, Raboso e Valpolicella, 60 litri di birra e 5 di grappa. Prima d’arrivare nei Paesi islamici, avevamo già fatto fuori tutto, compresi i giacomini del salumificio De Stefani. In Iran il consumo di alcolici e maiale è punito con 80 frustate».
E in Cina che cos’è rimasto del maoismo?

«La devastazione dei monumenti. La “rivoluzione culturale” ha distrutto tutto. Le Grotte di Mogao, classificate come patrimonio dell’umanità, sono state chiuse con pensiline di cemento armato e porte metalliche usate di solito per i container. Stiamo parlando di 492 templi scavati nella roccia, contenenti affreschi dal II al XV secolo».

Momenti di paura durante il viaggio?
«Cinque di noi sono stati fermati da poliziotti iraniani in borghese davanti al bazar di Teheran perché avevano la macchina fotografica al collo. Poi abbiamo saputo che dall’altra parte della strada si trova il tribunale che stava processando un occidentale per spionaggio. Erano scoppiati da poco i tumulti per i brogli elettorali nella rielezione del presidente Ahmadinejad.

Invece a Zharkent, nel Kazakistan, ci siamo ritrovati nostro malgrado coinvolti in un banchetto nuziale che si svolgeva nell’hotel dove alloggiavamo. Quando l’alcol ha raggiunto il livello di guardia, i parenti degli sposi hanno cominciato a innervosirsi parecchio perché gli invitati guardavano noi che giocavamo a pallone all’esterno invece della coppia kazaka all’interno».

Quanto avete speso di gasolio?
«Poco. In Iran un pieno di 400 litri ci è costato l’equivalente di 5 euro in riyal».
Età media dei partecipanti al tour?
«Bassa. A parte uno di 62 anni».
È stato difficile metterli insieme?


«Non piace questo modo di viaggiare. È stato difficile far capire che lo scopo del viaggio era il viaggio in sé. Fuori dal villaggio vacanze, gli italiani si sentono perduti. Però cinque veneti che vivono stabilmente in Cina per lavoro, Paolo Marotta, Fabio Pigatto, Filippo Rocco e Damiano Salvego, ci hanno raggiunto a Riese Pio X da Shanghai, Shenzen, Hong Kong e Canton e sono tornati a Pechino con noi in pullman». Cinque kamikaze.

«Ai nostri giorni arrivare in qualsiasi luogo è questione di istanti. Ma oltre al jet lag fisico esiste anche il jet lag culturale, che significa appunto perdersi tutto ciò che c’è sul percorso. La gente non viaggia più: fa turismo. Le agenzie hanno suddiviso il pianeta in itinerari, soggiorni, club accuratamente preservati da qualsiasi prossimità sociale indesiderata. La natura è diventata prodotto, il mondo finzione. I viaggiatori sono stati trasformati in spettatori e gli autoctoni in spettacolo».


Il più matto della compagnia?
«Andrea Piccolo, curatore della grafica del libro e del sito. Faceva il bucato camminando sui panni nelle vasche da bagno degli alberghi».
Avete rifiutato qualcuno?

«Luca Baggio, consigliere regionale della Lega, voleva unirsi a noi. Ma abbiamo preferito che non s’intrufolassero i politici. Però siamo stati sponsorizzati un po’ da tutti: Parlamento europeo, Presidenza del Consiglio, Regione, le sette Province venete e 14 Comuni».
Che cosa avete trovato di genuino lungo il percorso?
«La generosità. La gente ti vede fermo per strada con una cartina in mano, s’avvicina, ti chiede da dove vieni, si offre di aiutarti».


Avete incontrato popolazioni che non avevano mai accolto un italiano?
«Quasi. Tre cose ci hanno accompagnato dall’inizio alla fine del viaggio: l’acacia,
gadia in veneto, tanto da farci coniare il proverbio “dove c’è gadia, c’è casa”, l’anguria e il calcio tricolore. Ho spesso usato come lasciapassare la mia forte somiglianza col centrocampista Gattuso».

Ha idea del perché tutti i bar del Veneto vengono comprati dai cinesi?
«Hanno molta liquidità e quindi possono rilevare le licenze sopravvalutandole. La leggenda urbana vuole che il flusso di denaro derivi dall’immigrazione clandestina. È un fatto che i cinesi hanno sempre colonizzato i Paesi ospitanti partendo dagli strati più bassi della società.

Prenda la Malesia: vi si sono introdotti come manovali, poi hanno cominciato a rilevare esercizi commerciali e aziende di servizi, oggi fanno girare l’intera economia. Hanno questa forte vocazione a ricostruire i clan familiari. In Veneto quasi tutti i cinesi vengono dalle province dello Zhejiang e del Fujian. Migrano per cognome: a Milano la maggioranza si chiama Xu, dalle nostre parti i più presenti sono i Li, gli Zhang e gli Yang».

Anche i barbieri in Veneto ormai sono tutti cinesi.
«Cinesi o di Siviglia».
Che cosa significa per lei essere veneto?
«Avere forti radici nella terra, nella civiltà contadina».
Potrebbe abitare in un’altra regione?
«Sì, ma con riserva».
Di solito dove va in vacanza?
«In posti nuovi».
A Rosolina Mare no, eh.
«No, anche se ho una morosa che vivrebbe in spiaggia. È in corso una guerra non dichiarata fra me e il vicepresidente di Ostrega!, Quarto, su chi ha visitato più nazioni: io sono arrivato a 37, lui a 53».
L’ultimo dell’anno dove l’ha passato?

«A Padova. Canto nel gruppo pop Los Massadores, versione ispanica dei norcini che “fanno su” i maiali. Avevamo cominciato con i matrimoni. Poi a giugno abbiamo registrato per beneficenza Joani, versione nostrana di Domani, il brano degli Artisti uniti per l’Abruzzo terremotato. Anche a Vallà c’è stata una calamità naturale: una tromba d’aria che il 6 giugno ha provocato danni per 30 milioni. Joani ha avuto un successo inaspettato: 150.000 contatti su Youtube».

Ieri ubriaconi, servette, analfabeti e bigotti; oggi leghisti, sfruttatori di clandestini e razzisti. Da dove nascono questi pregiudizi sui veneti, secondo lei?

«Dall’arricchimento veloce, che non s’è accompagnato a un simmetrico arricchimento culturale. Eravamo il Sud del Nord. Ora il veneto è pieno di sé perché ce l’ha fatta a riscattarsi con le proprie mani».

Anche un popolo di bestemmiatori. Strano, il Nordest era la sacrestia d’Italia.

«Proprio per questo. Si inveisce contro qualcosa che viene percepito come un potere centrale: la Chiesa di Roma».
Ostrega deriva da ostrica, variante eufemistica di ostia, un mezzo moccolo. E siamo nel paese natale di San Pio X.
«Abbiamo scelto l’interiezione perché fotografa bene questa ambivalenza».
E perché il veneto sarebbe chiuso verso lo straniero?
«Perché teme che venga qui a intaccargli il benessere conseguito nel giro di due generazioni dopo millenni di fame. Ha paura di tornare a poenta e deo pi longo, polenta e dito più lungo: ci si mangiava quello, non c’era altro».
Quale pensa che sia la miglior dote dei veneti?
«La tenacia».
E il peggior difetto?
«L’arroganza».
La frase che li rappresenta meglio?
«È un epitaffio: “Schei e paura, mai vui”. Soldi e paura, mai avuti».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it




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Spedire letame per dispetto Spopola l'iniziativa francese

Libero

Un nuovo strumento di vendetta è disponibile sul mercato. Non costa molto, è originale e adatto ad ogni persona mal sopportata: suocere, ex fidanzati e datori di lavoro. Si tratta di una scatola di letame, “Vous Venge”, per vendicarti o per fare un simpatico regalo, sdrammatizzando le relazioni.
A metà dicembre il francese Roger Combotte, il “re del letame”, ha realizzato un sito web (fumier.com) per spedire per posta, su richiesta, scatoline piene di letame di mucca. Una costa 8,50 euro e contiene «100 g di letame stallatico proveniente dai migliori allevamenti di Francia-Contea, completo pure di messaggio personalizzato».
La reclame è invitante: «Il tuo capo, un vicino, un nemico chi lo sa? Avete bisogno di sfogarvi o vendicarvi? Ma in maniera divertente per favore! Ecco che fumier.com ti permette di inviare a uno che ti ha fatto del male o che ti sta semplicemente antipatico una graziosa cassetta di legno contenente letame di mucca». Il pacco si ordina velocemente e il successo è garantito: «Sì, l'odore non è molto buono, ma è naturale al 100%. Il destinatario sarà inevitabilmente sorpreso dal tuo bio gesto amichevole».
A corredo della scatola di legno pregiato contenente letame d'oltralpe, su cui è disegnata una mucca con un mantello da supereroe, si trova anche una guida sul sistema digerente del bovino. Con soli due euro in più le spedizioni sono possibili anche nel resto d'Europa e in Canada. Il sito però non accetta richieste di spedizioni anonime.



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Caracas, tutti al McChávez Il fast food diventa socialista

La Stampa




L'hamburger anti-imperialista costa un quarto del prezzo di mercato

GIAN ANTONIO ORIGHI
MADRID


Arriva il McChávez, l’hamburger socialista del Líder Máximo di Caracas. In un Paese che stenta a sfamarsi per il triste primato dell’inflazione più alta dell’America Latina (29%), l’economia in recessione (-2,9% a fine 2009) e la caduta del 40% del prezzo del greggio (che finanzia più della metà del bilancio statale e l’anno scorso ha rappresentato il 90% delle esportazioni del nono produttore mondiale di petrolio), il presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Hugo Chávez, si è inventato un panzerotto low cost, la arepa, e una catena commerciale per smerciarla, la Comerso.

La ragione? «Rompere la spina dorsale della speculazione selvaggia capitalista che finora ha regnato impunemente. Il capitalismo saccheggia il popolo». La punta di diamante della nuova trovata dell’iperstatalista e istrionico Fidel Castro dei petrodollari, 55 anni, al potere dal ’99 e sempre rieletto, è la Comerso, la Corporación de Mercados Socialistas, produttrice della pietanza. Se la Cina ha un socialismo di mercato, il Venezuela avrà un mercato socialista, che metteremo in piedi dimostrando le grandi differenze tra il capitalismo liberale e un’economia pianificata, umana e socialista, un commercio giusto perchè quello di mercato è ingiusto», ha annunciato a Natale, euforico come sempre, Chávez.

Inutile dire che è stato proprio lui a lanciare il prodotto che fa gola ai venezuelani sempre più in difficoltà: l’arepa. Una scelta oculata, che dimostra ancora una volta non solo la sua grande capacità comunicativa, ma anche il suo fiuto populista. L’arepa, piatto nazionale venezuelano, è una sorta di panzerotto di farina di mais ripieno di carni, formaggi e salumi. Sul mercato costa intorno ai venti bolivar (un euro e mezzo euro), nei negozi calmierati è venduto al prezzo governativo di cinque, un quarto di quello di mercato. In questo modo «si bloccare il capitalismo vorace che continua a saccheggiare il popolo». Il modello produttivo è copiato dall’odiata catena gringa McDonald’s.

La versione boliviariana, però, abolisce le connotazioni capitalistiche. Lo stesso Chávez ha inaugurato la prima arepera, la catena che vende il panzerotto, nel Parco Central di Caracas. In tuta rosso bandiera, il presidente ha servito lui stesso il panzerotto da dietro un bancone, riempiendo la pasta di tutti gli ingredienti. Spettacolo teletrasmesso in diretta. «Il governo aspira a recuperare per il popolo l’arepa, trasformata dagli speculatori in business. Il socialismo non specula come il capitalismo, ma somministra un prodotto alimentare di qualità. Con 20 bolivar, una famiglia ne mangiava uno. In questo punto vendita, con lo stesso prezzo, ne compra quattro» ha pontificato l’inventore del McChávez.

Lo show culinario tv, preparato in ogni dettaglio, ha visto persino il ministro del Commercio, Eduardo Samán, spremere succhi di frutta, pulire il bancone e addirittura passare lo straccio sul pavimento per farlo luccicare ancora di più. E che la catena di «comida rapida» sia uno degli sbandierati fiori all’occhiello di Chávez si è visto anche domenica scorsa, nell’ultimo «Aló Presidente», la logorroica trasmissione tv della domenica condotta da Chávez, dove ha fatto il bilancio del 2009 e illustrato le mete del 2010. «La buona notizia che illumina il futuro è l’inaugurazione della prima «arepera» socialista. Stiamo dando vita a un metodo commerciale inedito in Venezuela - ha sottolineato, sorridendo a 32 denti, Chávez -. Stiamo trasformando in realtà un principio socialista: gli alimenti non sono una merce. La soddisfazione dei bisogni primari - nella fattispecie l’alimentazione - non può essere intesa come un affare».

Naturalmente il Líder Máximo di Caracas si è ben guardato dal dire che può offrire prodotti a un prezzo molto più basso grazie alle sovvenzioni pubbliche alle imprese che forniscono la materia prima del gustoso boccone, in barba alla concorrenza. «Il modello che propone adesso il chavismo ha già fallito in tutti i Paesi in cui è stato provato, dall’Unione Sovietica a Cuba. Ma dato che lui non può convivere con la proprietà privata, le mette i bastoni tra le ruote», stigmatizza l’economista José Guerra. L’arepera non è l’unico prodotto pensato per la Comerso, la cui costituzione è stata firmata ufficialmente lo stesso giorno dello spot gastronomico. La Corporación ha mete molto più ambiziose del McChávez, con grande cruccio della Consecomercio, l’associazione dei commercianti venezuelani: vuole organizzare una rete di negozi statali che vendano indumenti, auto, alimentazione, medicine ed elettrodomestici a prezzi di poco superiori ai costi reali di produzione.

«Dobbiamo sviluppare una filiera completa, dal settore primario al cunsumatore finale», promette il Líder Máximo di Caracas. Non sono parole al vento. Chávez ha già venduto in una concessionaria statale della capitale auto di fabbricazione argentina e iraniana che costano il 50% in meno rispetto ai prezzi di mercato. «Questo è il nostro sforzo per la commercializzazione automotrice socialista», pontifica il presidente. Insomma, dopo l’«hamburger di Chávez», arriva anche la quattroruote low cost bolivariana.




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Saldi, il Paese che piange la crisi sta ore di fila per fare lo shopping

di Paolo Meloni

A Milano ressa anche per le griffe a prezzo pieno, Roma costretta a fermare i mezzi pubblici. E davanti all’outlet auto in coda per dieci chilometri

 



Per i saldi partenza record con schiaffo alla crisi. L'Italia che piange in tv perché non riesce ad arrivare a fine mese, le famiglie che stringono la cinghia per fare la spesa, i consumatori indebitati, sono stati tutti contagiati dalla febbre degli sconti, tanto che ieri hanno preso d'assalto i negozi delle città. «Mai vista così tanta gente», hanno scandito a fine giornata, in un coro unanime, i commercianti di Milano e Roma che hanno fatto affari d'oro. Dalla capitale arriva il primo dato: più 10 per cento rispetto al 2009.

Gli italiani che non amano le code hanno pazientemente atteso lunghe ore per i saldi, tutti fermamente convinti che fare compere durante i saldi sia una scelta intelligente, attenta e parsimoniosa.
Da Nord a Sud, la corsa ai saldi ha messo in ginocchio il traffico. Decine di chilometri di auto in coda fuori dalle grandi città, dalla Madonnina al Colosseo. Nella capitale la folla davanti alla vetrine del centro storico ha costretto allo stop la circolazione dei mezzi pubblici, obbligando tutti a muoversi a piedi. E alle porte della città, sulla via Pontina, auto in coda per 10 chilometri per arrivare all’outlet di Castel Romano.

A Milano, nel quadrilatero della moda e nelle altre vie dello shopping, strade e marciapiedi invasi dai clienti, con un'orda di turisti giapponesi armati di seggiole pieghevoli per non stancarsi nella lunga attesa, davanti alle vetrine delle griffe più famose: da Armani a Dolce&Gabbana, da Prada a Hermes, da Gucci a Ralph Lauren.

Sempre a Milano, il primo giorno dei saldi ha incoronato un fenomeno nuovo: il negozio di abbigliamento di Abercrombie&Fitch, che non fa neppure gli sconti, ma che è stato assediato da migliaia di giovani attirati da commessi e commesse che ballano come in discoteca.
Ressa anche a Napoli, Palermo, Bologna, Firenze. Mentre a Venezia ci si è messo il maltempo a guastare i piani di incassi straordinari dei commercianti.

Ma c'è anche chi ha tentato di misurare la fatica e lo stress da sconto. Lo ha fatto uno studio commissionato dalla Nescafè. Il popolo che va a caccia di affari in questi giorni deve affrontare in media 11 code e 4,5 chilometri per acquistare i capi desiderati a prezzo ridotto, guardando dalle 80 alle 130 vetrine.

La ricerca suddivide anche i compratori in cinque tribù: dai «secchioni degli sconti», che si preparano per tempo, agli acquirenti dell'ultimo minuto. L'acquisto, infatti, richiede il suo tempo: la maggior parte degli italiani prima di tirare fuori il portafoglio ci penserà bene, almeno mezz'ora.
Ma chi approfitterà degli sconti? Per la Confcommercio, il 67,4% dichiara di aspettare i saldi per fare acquisti, mentre il 68,4% spenderà tra i 100 e i 300 euro. Controcorrente Federconsumatori e Adusbef, secondo cui solo il 45% delle famiglie è interessata ai saldi. Ma le code di ieri non sembrano dargli ragione.






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Quando Bettino si beveva la città

La Stampa

Superattici, cene e belle donne: gli anni ruggenti dei socialisti a Milano. La svolta del Psi: dalla sobrietà antica di Nenni all’ostentazione del potere

MICHELA BRAMBILLA

MILANO


Basilio Rizzo, della Lista Fo, è ormai rimasto uno dei pochi politici a dire, senza timore di apparire spietato, che Milano a Craxi non deve dedicare alcunché. E non tanto per la corruzione che - Craxi regnante - prosperò, e che Rizzo - consigliere comunale dal 1983 - già da allora denunciò. Quanto perché «dopo di lui la parola socialismo non è più identificata con le lotte dei lavoratori ma con una stagione di pacchiana grandeur». Con lui il socialismo si identifica con quella “Milano da bere” che era sinonimo di soldi da spendere - spiega Rizzo - Craxi ha tradito non solo la storia del Psi ma anche i comportamenti dei suoi militanti, il loro stile di vita. Con lui i socialisti hanno subìto una mutazione antropologica: dalla sobrietà di un Nenni all’ostentazione del lusso e del potere».

«Milano da bere» era un fortunato spot pubblicitario della Ramazzotti, datato 1987. Voleva indicare una città gioiosa, ottimista, desiderosa di uscire dalle nebbie, le luci gialle, i cortei e le violenze dei cupi anni Settanta. Finalmente tornava la vita, la voglia di divertirsi, di produrre, di consumare e di crescere. Fecero anche dei film, su quel tempo da Bengodi, come Sotto il vestito niente e Via Montenapoleone di Carlo Vanzina. Soldi, champagne, moda, modelle, sesso. Ma fu vera gloria? L’ideatore di quello spot, Marco Mignani, mai avrebbe immaginato che cinque anni dopo la «Milano da bere» sarebbe stata chiamata «Tangentopoli», un neologismo inventato all’epoca dell’inchiesta Mani Pulite. «A bere Milano - ha scritto Massimo Fini - erano solo i socialisti».

Il Psi governava la città dal primo dopoguerra. Ma fu negli anni Ottanta che si verificò, sotto la guida di Craxi, la fortunata congiunzione astrale che consentì al Psi di trovarsi sempre dalla parte di chi governa: a Roma con la Dc e a Milano con il Pci. Senza più intralci, il partito abbandonò la falce e martello per il garofano, la vocazione operaista per quella modernizzatrice e borghese. Enzo Biagi capì che la «mutazione antropologica» era in corso già nel 1983, quando Craxi diventò presidente del Consiglio: «È l’ora di Craxi: di sicuro, di strada ne è stata fatta dagli scamiciati di Pelizza da Volpedo alle cravatte Regimental della giovane guardia Psi». A Milano ricordano una battuta che testimonia quel cambiamento. Viene attribuita a Matteo Carriera, un ex autista del sindaco Carlo Tognoli che diventò presidente dell’Eca Ipab, uno degli storici istituti di assistenza milanesi: «Ora non mangio più alla mensa ma al ristorante».

E la «Milano da bere» socialista aveva i suoi, di ristoranti, quasi tutti concentrati fra Brera e la confinante zona-Corriere. Il Matarel di via Mantegazza Solera, la Trattoria dell’Angolo in via Fiori Chiari, il Garibaldi di via Monte Grappa. Era la zona dove già negli anni Sessanta si radunavano i socialisti di «fascia alta», intellettuali e imprenditori: al bar Jamaica di via Brera, storico locale degli artisti, e al club Turati del giovane Carlo Ripa di Meana. Ma negli Anni Ottanta l’egemonia sulla città diventò totale. Con Craxi regnante, al tempo dei grandi congressi con le scenografie dell’architetto Filippo Panseca, il Psi godeva dell’appoggio di tutti quelli che a Milano contavano. Del mondo della moda: Nicola Trussardi («Facevo l’imprenditore a Milano e a Milano governavano i socialisti, gli interlocutori erano loro», dirà in un’intervista del 1993, in piena Mani Pulite), Santo Versace, Krizia. Del mondo della cultura e della scienza: per intenderci, da Giorgio Strehler a Umberto Veronesi; dal Paolo Grassi del Piccolo alla Scala e alla Rai. Del mondo dello spettacolo: da Milva a Caterina Caselli a Ornella Vanoni. «Ridateci il ciccione - ha detto la Vanoni in un’intervista a La Stampa nel 2007 - che ci ha fatto vivere gli anni Ottanta come se fossimo ricchi e felici».

La dolce vita si rifletteva nei comportamenti privati di politici e professionisti non proprio conformi allo stile di un tradizionale «compagno». Come l’assessore Walter Armanini, che condannato in via definitiva riparò all’estero con la modella Demetra Hampton (dalle canoniche misure: 90-60-90), l’attrice che interpretò sugli schermi la Valentina di Crepax e che lui, Armanini, chiamava «scimmietta». O come l’architetto Silvano Larini, raffinato bon vivant che per i magistrati era il grande raccoglitore di tangenti. Quando, al processo Cusani, Di Pietro gli chiese in quale orario si svolse una certa cena-con-mazzetta, Larini rispose: «Per me ora di cena è all’uscita dalla Scala». Dall’abitazione di via Foppa 5 al superattico di viale Coni Zugna (dove custodiva i cimeli garibaldini) all’ufficio di piazza Duomo 19, Craxi tutto dominava.

Fu solo un’orgia di potere, come dicono i detrattori? È probabile che no, non fu solo quello. Ma è ancora forte il ricordo di quando la «Milano da bere» si svegliò con le manette ai polsi di uno dei potenti socialisti del tempo, Mario Chiesa, beccato con le mani nelle banconote. «È solo un mariuolo», cercò di tagliere corto Craxi. Ma i tempi erano cambiati. Per una magistratura e una stampa che prima non sempre avevano voluto vedere; per quegli imprenditori che, stanchi di pagare, andarono in pellegrinaggio da Di Pietro; per un clima politico generale che stava cambiando, e forse ancor di più per un destino che è sempre lì a ricordarci che, per tutti, passa la scena di questo mondo.




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Guerra e simboli Colpire a Natale per colpire i cristiani

di Redazione

L’islam fondamentalista aggredisce i simboli della nostra civiltà, e noi ci allarmiamo ovviamente per l’attacco materiale mentre ci sfugge quello simbolico. L’attentato all’aereo per Detroit era stato programmato per il giorno di Natale: un aereo doveva saltare per aria nel nome di Allah. L’attentato è fallito; l’aggressione al fondamentale simbolo della cristianità rimane - anche se l’azione, cioè l’atto materiale, non ha raggiunto il suo scopo - come un gesto altamente significativo per quel mondo islamico che tanto ci odia.

Se noi volgiamo lo sguardo alle più clamorose iniziative terroristiche dell’islam (come a quelle apparentemente di minor rilievo) ci accorgiamo che innanzitutto l’attacco è rivolto a un simbolo dell’Occidente, a uno di quei simboli più detestati dal fondamentalismo islamico. Si pensi per esempio, alla distruzione delle Torri Gemelle newyorchesi, simboli della potenza economica americana, quella potenza che gli arabi considerano la prima ragione dell’imperialismo espansionistico occidentale.

Senza tanti giri di parole si è parlato di «guerra di civiltà»: la storia moderna ci insegna che una guerra non si ripete mai con le stesse modalità di quella precedentemente combattuta. Questa guerra di civiltà mette in campo un potenziale terroristico così ad ampio raggio che risulta difficilissimo da arginare. La politica degli occidentali non ama il concetto di «guerra di civiltà» perché non intende rinunciare alla mediazione, alla trattativa, alla ricerca dell’isolamento degli estremisti attraverso il sostegno dei moderati, sulla base di un principio essenziale: non è la nostra civiltà ad aggredire l’islam; sono le organizzazioni fondamentaliste islamiche ad attaccare l’Occidente.

E così noi porgiamo la mano nella comprensibile speranza di incontrare la pace. Siamo perfino disponibili a discutere se togliere o lasciare il crocefisso sulle pareti delle nostre scuole per non offendere il sentimento religioso degli islamici. Accettiamo la costruzione di moschee nelle nostre città, non ci turba il burqa; se un padre musulmano massacra di botte la figlia perché è innamorata di un cristiano siamo pronti a capirne le ragioni.
Siamo deferenti ai simboli della civiltà islamica, siamo indifferenti ai simboli che hanno costruito la nostra millenaria civiltà. A questo ci ha portato duecento anni di illuminismo con le sue idee di tolleranza e di uguaglianza. Un’idea fasulla di tolleranza ha minato le basi della nostra cultura, e in nome della fratellanza mondiale tra i popoli non siamo neppure riusciti a scrivere una Costituzione europea, perché la sola indicazione che la nostra civiltà sia fondata sulla tradizione giudaico-cristiana fa inorridire gli spiriti liberi, democratici ed egualitaristi.

Una civiltà tramonta non per le sue crisi economiche, ma perché distrugge e lascia distruggere i propri simboli. I simboli sono i riferimenti di significati intorno ai quali un popolo riconosce i propri valori. Se questi non vengono difesi, marciscono le radici da cui è cresciuto l’albero della civiltà. Oggi stentiamo perfino a riconoscere i simboli che hanno generato la nostra cultura, e riteniamo - per ben che vada - discutibile la loro difesa. Non amiamo la nostra tradizione, e per questo siamo vulnerabili. Crediamo che l’essere tolleranti, e quindi degni figli dell’illuminismo, ci renda superiori agli altri; in realtà ci rende passivi di fronte alle civiltà che credono nei propri simboli tradizionali.

Per noi, oggi, il Natale è una grande festa consumistica che affratella tutti nel nome del benessere. Per quel ragazzo islamico, che voleva far saltare per aria un aereo, il Natale è un simbolo cristiano che va annientato con il suo sangue e con quello di centinaia di innocenti. La giustizia occidentale dovrà essere tollerante? Non si scambi questa tolleranza con un segno di forza della nostra democrazia: la si consideri, piuttosto, una conseguenza delle fragili radici simboliche del nostro moderno Occidente.



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