martedì 31 agosto 2010

Islam, violenza a Treviso Uomo picchia convivente "Non voleva convertirsi"

di Redazione

Voleva a tutti i costi che la sua convivente trevigiana di 39 anni abbracciasse la religione islamica, arrivando a ferirla con una forchetta e a brandire un coltello pur di convincerla a convertirsi



 

Treviso -
Ancora una volta Islam e violenza. Voleva a tutti i costi che la sua convivente trevigiana di 39 anni abbracciasse la religione islamica, arrivando a ferirla con una forchetta e a brandire un coltello pur di convincerla a convertirsi. Per questo un operaio marocchino, 37 anni, regolare in Italia, è stato obbligato dal giudice a tenersi ad almeno 500 metri di distanza dai luoghi frequentati dalla donna e ad allontanarsi dall’abitazione familiare.

Religione e violenza domestica I due vivevano assieme da una decina di anni; dal 2006 l’immigrato aveva iniziato a picchiare la convivente motivando le violenze con la mancata conversione e con la incapacità della donna di essere una brava cuoca. In diverse occasioni la vittima si era recata in ospedale a causa delle ferite procurate dall’uomo, ma non aveva mai voluto denunciarlo. Solo dopo che il marocchino ha brandito un coltello da cucina davanti al suo volto, la donna ha deciso di raccontare i lunghi anni di violenze e di minacce agli investigatori




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Beha: censurato dal Tg3 Bianca Berlinguer: falsità

Corriere della sera

Salta la rubrica settimanale di approfondimenti sportivi in onda la domenica sera



ROMA - Ci risiamo. Oliviero Beha accusa: «Sono stato censurato, estromesso». Stavolta il dito è puntato contro Bianca Berlinguer, direttore del Tg3: «Non ci sarà più il mio commento della domenica sera - denuncia Beha a Radio 24 - dove analizzavo il rapporto tra calcio, società e il contorno di interessi economici. Un tipo di approfondimento che è normalmente "terra di nessuno"».

Ma perché censurato? Risponde: «Ho parlato del calcio che non funziona, dello scandalo dei Mondiali, ho fatto le pulci al potere politico legato al calcio... Devo aver dato fastidio a qualcuno». In altri termini il giornalista, che ha al suo attivo una travagliata carriera di cause, adombra l'ipotesi che «qualcuno» abbia fatto pressioni sul direttore del Tg3 per toglierlo di mezzo. Replica la Berlinguer: «Beha si sopravvaluta! Il fatto è che il collaboratore di un telegiornale, come di qualunque altro mezzo di informazione, non può decidere lui quando e come andare in onda, ma deve concordare i suoi interventi con la redazione».


Da due anni Beha, con i suoi approfondimenti sportivi, va in onda la domenica sera sul Tg3: «È stato grazie a un ordine di servizio, imposto dal giudice alla Rai nel 2008 - riprende Beha - con cui venivo reintegrato. Fino al maggio scorso è andato tutto liscio. I problemi sono sorti con i Mondiali di calcio. Ho chiesto alla Berlinguer se voleva un commento quotidiano. Mi ha risposto che voleva solo le partite dell'Italia e gli eventi più importanti. Poi le cose sono precipitate e, quando mi sono presentato la domenica per il mio consueto appuntamento, mi è stato detto "non sei previsto".

Sono stato messo alla porta. Se questa non è censura! Caso strano - continua - giovedì scorso ero alla festa del Partito democratico a Pesaro e qualcuno mi ha detto "Sei sicuro di andare in onda domenica?". Era un avvertimento?». La Berlinguer non ci sta: «La realtà è che Beha, una volta finito il campionato, pretendeva di venire in studio quando voleva lui e non quando chiamato dalla direzione. Si è più volte presentato senza preavviso e, quando gli è stato fatto notare, lui ha replicato dicendo che era lì per acquisire elementi per i suoi legali. Insomma, stava avviando un'altra causa».


Intanto, giungono le prime reazioni. A cominciare dal Comitato di redazione del Tg3, che fa quadrato intorno al direttore dichiarando in una nota: «Beha non ha mai segnalato all'organismo sindacale alcuna limitazione professionale, né chiesto tutela a riguardo». Mentre il consigliere d'amministrazione Rai Nino Rizzo Nervo osserva: «Conosco la Berlinguer da anni e so che la parola censura non le appartiene. Credo che un direttore abbia diritto di decidere quando far intervenire un editorialista». E Giorgio Merlo (Pd), vice presidente Commissione vigilanza Rai, aggiunge: «Conoscendo la Berlinguer, posso affermare che la censura non fa parte della sua deontologia professionale». Conclude Beha: «Mi aspetto un chiarimento con l'azienda, per capire se devo tornare davanti al giudice per far valere i miei diritti».


Emilia Costantini
31 agosto 2010



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Sbloccacricca": Fini querela Libero

IL Mattino

ROMA (31 agosto) - Fini querela Libero. Il direttore Belpietro, ribadisce la versione del suo giornale. Annunciando la querela, il portavoce della Camera Fabrizio Alfano ha detto: «Le reiterate falsità che quest'estate hanno alimentato la campagna diffamatoria di Libero contro il presidente della Camera dei deputati Gianfranco Fini, culminano oggi in un articolo in cui, pur di denigrarlo, si strumentalizzano gli atti di un procedimento penale che non lo ha mai nemmeno sfiorato. Per queste ragioni l'avvocato Giulia Bongiorno ha ricevuto mandato per proporre querela contro il direttore del quotidiano Libero ed ogni altro responsabile della grave diffamazione.


Libero apre il quotidiano di oggi in edicola con un titolo a tutta pagina: «Fini, lo sbloccacricca», sotto la serie «Affari e truffe». «Una piscina mai finita e ora abbandonata: per questa la segretaria di Gianfranco si è data da fare, sganciando un milione e mezzo all'imprenditore (che rideva del terremoto). Adesso indagano i pm», è il sottotitolo dell'articolo che mostra anche quattro fotografie del complesso di piscine di Valco San Paolo a Roma progettato per i Mondiali di Nuoto di Roma ma non completato. L'articolo a firma di Franco Bechis segue a pagina tre con il titolo «Alla Camera di Fini si sistemano gli affari» e questo sottotitolo: «Negli uffici del presidente è stato convocato un dirigente Rai per un contratto a Tulliani. Ora i favori al costruttore Piscicelli: ormai la vicenda è un caso istituzionale».


Il direttore di Libero Maurizio Belpietro replica al mandato di querela così. «Non siamo noi ad avere accostato il nome del presidente della Camera agli affari della Cricca, ma la storica segretaria di Gianfranco Fini, Rita Marino. È lei infatti che - secondo le intercettazioni dei carabinieri - intratteneva rapporti con Francesco De Vito Piscicelli, l'imprenditore noto per aver riso del terremoto. Sempre la collaboratrice di Fini si sarebbe data da fare per sbloccare fondi pubblici per una piscina mai completata, vicenda di cui si sta occupando la Procura di Roma». E conclude: «Dunque nessuna falsità, né alcun intento denigratorio, ma semplice diritto di cronaca. Se intende avanzare lamentele, il presidente della Camera si rivolga al suo staff e a chi ha impedito una regolamentazione dell'uso delle intercettazioni».




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Nuovo attacco alla Bruni: «Deve morire»

Corriere della sera

Il quotidiano Kayhan, che già l'aveva definita «prostituta», torna all'attacco della moglie di Sarkozy

 

MILANO - Prima l'accusa di essere una «prostituta», per avere preso le difese di una donna condannata alla lapidazione sulla base della legge islamica. Ma non bastava. Adesso Carla Bruni «merita la morte». Lo scrive oggi il quotidiano ultraconservatore iraniano Kayhan, lo stesso che aveva accusato di meretricio la moglie del presidente francese Nicolas Sarkozy.

«PROSTITUTA ITALIANA» - Il nuovo attacco alla Bruni parte dall'idea che la viat privata della Bruni, definita ancora una volta «prostituta italiana», sia «immorale». «L'analisi del passato di Carla Bruni - si legge sul quotidiano filo-governativo - mostra chiaramente perché questa donna immorale abbia sostenuto una donna iraniana condannata a morte per adulterio e per avere partecipato all'omicidio del marito. E infatti lei stessa merita la morte».

 




LA PROTESTA UFFICIALE - Per Parigi le offese sulla stampa iraniana contro Carla Bruni-Sarkozy, premiere dame di Francia, sono «inaccettabili» e un messaggio in proposito è stato inviato ufficialmente alle autorità iraniane. «La Repubblica islamica - è stata la replica di Teheran - non approva l'insulto contro i responsabili di iltri Paesi - ha detto il portavoce del ministero degli Esteri, Ramin Mehmanparast -. Spero che tutti i media facciano più attenzione. Si può criticare la politica ostile di certe nazioni o il comportamento delle autorità di altri Paesi e possiamo esprimere la nostra protesta, ma non bisogna utilizzare parole insultanti. Questo non è corretto». Ma se la gran parte della stampa iraniana si è ben guardata dall'andare appresso a Kayhan nella sua campagna anti-Bruni, il sito web del gruppo editoriale governativo Iran, www.inn.ir, ha rilanciato la questione scrivendo che i media occidentali, «documentando i numerosi casi di immemoralità precedenti, hanno implicitamente confermato che Carla Bruni meritava quel titolo».

IL CASO ASHTIANI - Carla Bruni Sarkozy aveva preso posizione il 23 agosto contro l'annunciata lapidazione di Sakineh Mohammadi-Ashtiani, madre di famiglia di 43 anni condannata a morte per lapidazione per adulterio e per avere, secondo l'accusa, avere avuto un ruolo anche nell'omicidio del marito. Teheran aveva annunciato a luglio la sospensione della sentenza proprio per le reazioni che, Carla Bruni a parte, la vicenda aveva sollevato in Europa e in tutto il mondo occidentale. La presa di posizione della première dame di Francia non era però piaciuta a Kayhan, che in passato aveva utilizzato insulti ed epiteti anche nei confronti di personalità iraniane, tra cui la premio Nobel per la pace Shirine Ebadi o il capo di gabinetto di Ahmadinejad, Rahim Machaie. Un altro sito internet conservatore, Asriran, aveva criticato l'atteggiamento di Kayhan spiegando che «i media che si richiamano alla cultura islamica devono mostrarsi cortesi nei loro commenti, anche se riguardano dei nemici. Gli eccessi di un giornalista o di un giornale non rappresentano l'opinione del governo né del popolo iraniano».

Redazione online
31 agosto 2010

Costretta a partorire in bagno Sette indagati a Messina

Il Tempo

Ospedale siciliano è di nuovo sotto la lente dopo la rissa tra medici durante un cesareo. Una donna non ha potuto abortire: i medici erano tutti obiettori. Esposto per la morte di una 60enne.


Il Policlinico di Messina


Sarebbero sette i medici e gli infermieri indagati nell'ambito di un altro caso che riguarda il reparto di Ostetricia del Policlinico di Messina, al centro delle cronache in questi giorni per la lite tra due medici in sala parto che havrebbe messo a repentaglio la vita di madre e figlio. Questa volta si tratta della vicenda, risalente al giugno scorso, di una 37enne che aveva programmato un aborto terapeutico per gravi malformazioni del feto. Nella notte tra l'11 e il 12 giugno, però, avrebbe partorito nel bagno della sua stanza, davanti alla madre e senza assistenza medica.


SOLO MEDICI OBIETTORI - Qualche ora prima la donna aveva iniziato ad avere le contrazioni e solo dopo insistenti pressioni si era presentato un infermiere del reparto che, secondo il racconto della donna, le avrebbe detto che nessun dei medici di guardia sarebbe intervenuto per obiezione di coscienza. E che quindi l'aborto sarebbe stato praticato il giorno dopo da un altro medico. Ma gli eventi sono poi precipitati e la donna ha partorito senza aiuto in bagno.


IL COMPUTER SCOMPARSO - Sotto la lente degli investigatori un nuovo caso di presunta malasanità. L'attenzione dei magistrati è rivolta anche a chiarire le circostanze che hanno portato alla morte di una paziente 60enne ricoverata nel nosocomio messinese la settimana scorsa. A destare i sospetti degli inquirenti è il fatto che dal reparto in cui si trovava la donna sarebbe scomparso un computer contenente verosimilmente dati importanti alle indagini. I familiari della donna, morta per una perforazione intestinale, hanno presentato un esposto per capire se il caso della loro congiunta sia stato affrontato in modo regolare, senza negligenze da parte del personale medico.
 

LA RISSA IN SALA PARTO - Intanto, sul fronte della lite in sala parto, cresce l'attesa per gli interrogatori, in programma domani, dei due ginecologi protagonisti dello scontro. Il diverbio tra i due ginecologi era avvenuto giovedì scorso in sala parto, mentre una donna di 30 anni dava alla luce il suo primo figlio. Secondo il marito della donna, l'alterco tra i due avrebbe distolto la loro attenzione dalla puerpera che nel frattempo stava presentando diverse complicazioni.

Il taglio cesareo, resosi necessario a quel punto, potrebbe essere stata la causa del doppio arresto cardiaco subito dal neonato e dall'emorragia che ha colpito la gestante e che ha costretto i medici ad asportarle l'utero. Le condizioni di mamma e bimbo, ricoverati nel reparto di terapia intensiva, stanno lentamente migliorando. A seguito della vicenda, la procura di Messina ha denunciato cinque medici, fra i quali i due ginecologi responsabili della lite. I due, responsabili di altrettanti studi privati a Messina, sono stati anche sospesi dall'attività. A un terzo sanitario invece è stato rescisso il contratto come assegnista.





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Si finge carabiniere per rapinare passanti Arrestato dai suoi «colleghi» veri a Casoria

Il Mattino

CASORIA (31 agosto) - Un cittadino albanese di 28 anni, Ruci Mentor, è stato arrestato dai carabinieri a Casoria perché, dopo essersi spacciato per carabiniere, ha rapinato denaro e oggetti personale a due fratelli dai quali si era fatto consegnare anche le chiavi della loro automobile.

Il malvivente, residente ad Afragola e già noto alle forze dell'ordine, era in sella a una moto insieme ad un complice in via di identificazione quando ha rapinato i due fratelli ai quali ha mostrato una pistola e una paletta segnaletica simili a quelle in uso alle forze di polizia.


Durante le fasi della rapina i malviventi sono stati disturbati da alcuni passanti che si sono avvicinati incuriositi. A questo punto i rapinatori hanno preferito fuggire a piedi. I militari dell'Arma hanno identificato e rintracciato Ruci Mentor nei pressi della sua abitazione mentre sono ancora in corso accertamenti per identificare il complice. Mentor è stato chiuso nella casa circondariale di Poggioreale, a Napoli.





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Cogne, la Franzoni fuori dal carcere permesso d'uscita per funerale suocero

Il Mattino

 

BOLOGNA (31 agosto) - Annamaria Franzoni è uscita per la prima volta dal carcere di Bologna, dove è detenuta dal 21 maggio 2008 per l'omicidio del figlio Samuele, per partecipare ai funerali del suocero Mario Lorenzi. Come anticipato da organi di stampa e come confermato dalla direttrice del carcere bolognese Iole Toccafondi, il giudice di sorveglianza le ha concesso per la prima volta il permesso di uscire dalla Dozza, anche se sotto scorta e per poche ore.


La donna ha raggiunto il marito e i due figli nella chiesa di San Procolo in via d'Azeglio, dove alle 10 è stata celebrata la messa per Mario Lorenzi. Il marito della Franzoni ha letto in chiesa una lunga lettera dedicata al padre, morto in ospedale dopo una lunga malattia.





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Ciclismo, è morto Laurent Fignon

di Redazione


L'ex ciclista francese, vincitore del Tour de France nel 1983 e 1984,  e del Giro d'Italia nel 1989, è stato stroncato da un tumore. Aveva 50 anni. La notizia è stata data dall'emittente France 2, per cui Fignon faceva il commentatore



 
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Parigi - Mondo del ciclismo in lutto per la morte di Laurent Fignon. L’ex ciclista francese, vincitore del Tour de France nel 1983 e nel 1984, è deceduto a 50 anni per un cancro. La notizia è stata diffusa da France 2, per il quale Fignon faceva il commentatore. 

In un libro parlò della malattia Il campione francese aveva annunciato nel giugno 2009, in un libro, che era malato di un cancro dell’apparato digerente ad uno stadio avanzato. Nonostante la malattia aveva mantenuto il suo posto di commentatore nelle ultime due edizioni del Tour. Nel libro "Eravamo giovani e incoscienti" Fignon aveva anche ammesso di aver preso anfetamine e cortisone durante la carriera, ma non stabiliva nessun collegamento diretto fra l’assunzione di tali sostanze e l’insorgere della malattia.

I successi in bicicletta Oltre alle due vittorie nel Tour, di Fignon - professionista dal 1982 al 1993 - si ricordano soprattutto la vittoria al Giro d’Italia (1989) e diverse edizioni di grandi classiche, a cominciare dalla Milano-Sanremo (1988 e 1989). 





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Choc su TouTube: ragazza bionda annega cuccioli nel fiume

Quotidianonet

L'agghiacciante sequenza della fine di una cucciolata di cani: pescati in un secchio, vengono gettati in mezzo al fiume. E il video spopola in rete



Il video spopola su YouTube con tanto di avvertenza: se qualcuno conosce questa ragazza avverta le autorità. E la ragazza, una bionda che indossa una felpa rossa col cappuccio, si fa riprendere mentre - sorridendo - pesca da un secchio un cucciolo per volta e lo lancia in mezzo al fiume, incurante dei guaiti di terrore dei cagnolini che ha condannato a morte.





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Ogni due giorni nasce un centro massaggi

Corriere della sera

Sono 368 e danno lavoro a oltre mille donne cinesi. «Molti nascondono un giro di prostituzione»



MILANO - Una nuova apertura ogni due giorni. Vetrine che spuntano ormai in tutti i quartieri: Ticinese, Mac Mahon, Mecenate, via Novara. Sembra l'unico settore del commercio che, nonostante la crisi, si espande in maniera dilagante. Tra gennaio e luglio 2010, a Milano sono stati aperti 97 nuovi centri massaggi. La maggior parte (77) sono gestiti da cittadini cinesi e impiegano ragazze cinesi. La clientela è quasi del tutto maschile. E le statistiche del Comune rivelano che, fino al 2007, i centri massaggi cinesi in città erano appena otto. Sono anomalie. Forse segnali. Numeri che permettono di intravedere, dietro la proliferazione di queste attività, lo sfruttamento della prostituzione, la tratta delle donne clandestine e in parte (si sospetta) il riciclaggio di denaro. Così i sistemi criminali delle mafie orientali si infiltrano nell'economia e nel mercato milanese.


Il sistema. I sistemi criminali non sempre hanno uno sviluppo lineare. Se è certo che la tratta di esseri umani viene gestita o in qualche modo sfruttata dalle mafie orientali ai più alti livelli, il successivo sviluppo sul territorio di canali di prostituzione mascherata è in mano a «padroncini» che incassano da massaggi e prestazioni extra di più ristretti gruppi di ragazze. Il rapporto tra clan e «padroncini» varia con forme che vanno dal prestito, al taglieggiamento, alla fornitura di appoggi o ragazze.



Un esempio di come possa funzionare questa rete è evidente tra l'Ortomercato e piazza Ovidio, dove sono stati appena aperti (nel giro di pochi mesi) due degli ultimi centri massaggi di Milano. Sono a cinque minuti a piedi l'uno dall'altro. Li gestisce lo stesso «capo» (come lo chiamano le ragazze). È lui che paga l'affitto del bilocale in via Mecenate dove alloggiano poco meno di dieci giovani cinesi, che fanno spola tra i due negozi, a seconda dell'affluenza dei clienti.



Alcune di loro hanno raccontato di aver lavorato in un centro e di essere poi passate nell'altro, quando è stato il momento di lanciare la nuova attività. Quest'ultima, oltre alle consuete immagini orientali, dalle vetrine propone un «servizio» dal nome originale: «Colpo di fulmine». È sempre il «capo» a tenere i passaporti e i documenti delle ragazze. Alcune di loro stanno ancora pagando il debito (intorno ai 15 mila euro) all'organizzazione che le ha portate in Italia da clandestine. «Questi luoghi stanno avendo un anomalo boom - spiega il vice sindaco, Riccardo De Corato - grazie soprattutto a cinesi. Su questa proliferazione aleggia il sospetto che si tratti di investimenti non sempre puliti. Spesso poi questi locali sono anche il paravento di attività di prostituzione».


La storia. Bisogna precisare che, ovviamente, non tutti i centri orientali prevedono che si possa andare oltre il massaggio sconfinando nella prestazione sessuale. Ma le cronache raccontano di decine di attività chiuse perché mescolavano trattamenti estetici e prostituzione. È avvenuto a luglio, in via Padova, dove i carabinieri hanno arrestato una donna e un uomo (cinesi) per sfruttamento.



Qualche giorno fa è stata condannata a 2 anni la tenutaria di un centro massaggi di via Anfossi. L'attività era stata scoperta dalla polizia locale, che negli scorsi mesi ha sequestrato altri centri in via Lomazzo, via Giordano Bruno, via Venini. «Con la liberalizzazione del commercio avviata dal decreto Bersani - aggiunge De Corato - il Comune non può far nulla per impedire le aperture di queste attività, che sono equiparate ai centri benessere e pertanto privi di vincoli orari».



I centri massaggi a Milano erano appena 3 nel 1994, sono saliti a 49 nel 2003, ma il vero picco è partito dal 2008, quando sono arrivati a 193, per crescere ancora a 271 (nel 2009) e a 368 totali quest'anno. Quelli gestiti da cinesi erano appena 8 nel 2007 e sono 166 oggi. Secondo una stima al ribasso, questi ultimi danno lavoro ad almeno 6-700 ragazze cinesi (secondo qualcuno, calcolando anche i centri con titolare «prestanome», di altra nazionalità, si arriverebbe a mille). «Nella totale deregulation e in assenza di una normativa che disciplini il settore - conclude De Corato - in alcune aree critiche il Comune ha imposto con le ordinanze la chiusura anticipata alle 20, punendo le violazioni con 450 euro di multa. Finora sono una quindicina le attività di questo tipo già sanzionate».


Michele Focarete
Gianni Santucci

31 agosto 2010




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Il gioco dell'Oca per scoprire il Quirinale

Repubblica

Sul sito della Presidenza della Repubblica, "quirinale.it", è comparso questo videogame interattivo per far conoscere ai più giovani segreti e curiosità del palazzo, ma anche per ripassare la Costituzione con domande sull'Italia e sulle prerogative del Capo dello Stato

Napoli, truffa con il pacco a piazza Garibaldi Ma la turista olandese fa arrestare l'uomo

Il Mattino


NAPOLI (30 agosto) - In piazza Garibaldi, a Napoli, i carabinieri del battaglione Campania insieme a colleghi della caserma 'Arenaccia' hanno arrestato un 49 anni, già noto alle forze dell'ordine, con l'accusa di truffa. I militari dell'Arma hanno bloccato l'uomo subito dopo che aveva convinto una turista olandese 66enne a comprare per 55 euro un computer consegnandole, senza che la donna se ne accorgesse, una confezione contenente una borsa a sua volta contenente una mattonella ed un pezzo di polistirolo. I soldi sono stati recuperati e restituiti alla donna.







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Una nuova lingua per il web: al via i domini in ebraico

Quotidianonet


A maggio è stato registrato in via sperimantale il primo sito Web con un dominio in caratteri arabi





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Fabio ha perso la lotta per la vita

Bresciaoggi.it

STRADE KILLER. Pedezzi, geometra di Corteno, avrebbe compiuto 27 anni a metà settembre. Il terribile volo terminato sul greto di un torrente. Sabato pomeriggio l'incidente in moto sulla statale dell'Aprica, domenica sera il suo cuore si è fermato


31/08/2010





Fabio Pedezzi non ce l'ha fatta. Il giovane motociclista di Lombro, una piccola frazione del Comune di Corteno Golgi, protagonista sabato in moto di un pauroso volo all'uscita di una curva lungo la statale 39 dell'Aprica, ha cessato di vivere la notte scorsa nel reparto di terapia intensiva dell'Ospedale Civile di Brescia. Fabio avrebbe compiuto 27 anni tra un paio di settimane, a metà settembre. Diplomato geometra, da qualche tempo collaborava come libero professionista con uno studio tecnico della media valle. Un ragazzo solare che andava d'accordo con tutti. I suoi tanti amici in queste ore lo piangono lasciando messaggi su Facebook, il social network dove Fabio invece della sua foto aveva postato quella dell'amata motocicletta.



L'INCIDENTE CHE gli ha spezzato la vita era successo alle 13,30 di sabato scorso, un paio di chilometri dopo l'abitato di Aprica, in direzione di Corteno. Sulla scorta del racconto ai carabinieri fatto da un testimone che lo seguiva a poca distanza, all'uscita di una curva a sinistra la ruota posteriore della potente Ducati 1098 aveva perso aderenza e, dopo l'impatto contro la barriera metallica la motocicletta aveva proseguito la corsa per un centinaio di metri andandosi a schiantare contro la parete rocciosa, mentre Fabio era stato proiettato in basso tra gli arbusti per 30-40 metri, fin quasi sul greto del torrente. Un volo terribile che gli ha causato ferite gravissime.



Rianimato sul posto e intubato dai soccorritori il ragazzo è stato portato in volo con l'elicottero del 118 all'Ospedale Civile di Brescia dove i medici hanno in ogni modo cercato di ridurre ferite e fratture.
PURTROPPO, nella notte tra sabato e domenica le sue condizioni, già serie al momento del ricovero, si sono improvvisamente aggravate. Un ulteriore peggioramento è avvenuto poi nelle ore successive, le speranze di salvare la vita di Fabio sono andata velocemente spegnendosi; domenica sera accertata la morte celebrale i medici hanno provveduto a staccare il respiratore e le altre apparecchiature. La data dei funerali di Fabio Pedezzi non è ancora stata fissata. L'ultimo saluto al giovane verrà dato comunque nella piccola chiesa del paesino natale



Lino Febbrari




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La banca fantasma, il pm indaga sul gemellaggio con Cartagena

Il Mattino

 
di Leandro Del Gaudio



NAPOLI (31 agosto) - Ci ha provato anche con il Comune, non ha esitato a fare pressing su Palazzo San Giacomo. Lui, suo malgrado, è ormai un nome noto: si chiama Raffaele Cacciapuoti e quel giorno non poteva mancare. Era il due febbraio scorso, quando in Colombia venne siglato il gemellaggio Napoli-Cartagena.

Due città a confronto, cultura ma non solo: anche tanta economia con una pattuglia di imprenditori napoletani in trasferta nella sede della principale università di Cartagena, a parlare di affari e di scambi in orizzontale. Tra questi, a rappresentare il mondo finanziario e imprenditoriale, c’era anche lui: Raffaele Cacciapuoti, il promoter della Banca popolare meridionale, il grande assente dell’inchiesta che punta a fare chiarezza sulla scomparsa di quasi otto milioni di euro.


Da un mese, sul progetto di un azionariato popolare finito in una bolla di sapone - a dispetto dei soldi depositati da circa 800 sottoscrittori - ci sono accertamenti e rilievi investigativi. Indagini sulla mole di carte sequestrate a metà luglio, ma anche sulla rete di contatti messa in piedi negli ultimi mesi dal sedicente promotore finanziario napoletano. Dallo screening condotto in questi giorni, spunta quella sortita in Sudamerica da parte di Cacciapuoti.


Una giornata di scambio culturale sotto l’egida delle due amministrazioni cittadine (ovviamente estranee alle indagini sull’aborto della Banca popolare meridionale), tante strette di mano, poi piani di investimenti bilaterali: era «l’intesa per l’instaurazione di relazioni amichevoli di scambio», un’occasione di sviluppo per Napoli e Cartagena su cui si accesero per qualche giorno i riflettori della stampa partenopea.


Complice anche il battage pubblicitario messo in piedi proprio dall’entourage di Raffaele Cacciapuoti, evidentemente capace di muoversi su piani paralleli: creando legami con il mondo delle istituzioni cittadine, buoni a convincere potenziali soci e sottoscrittori della serietà del proprio impegno lavorativo. Indagini per appropriazione indebita, ma anche per ricettazione, in relazione ad alcuni assegni clonati sequestrati nello studio di Cacciapuoti, mentre lo sguardo degli inquirenti punta dritto alle attività colombiane del promoter 44enne.


Un filo diretto con la repubblica dell’America neolatina, tanti contatti e affari in cantiere poi improvvisamente sfumati. Indagine condotta dal nucleo di pg della Finanza, agli ordini del colonnello Luigi Del Vecchio, coordinata dal procuratore aggiunto Fausto Zuccarelli e dal pm Francesco Raffaele. Si lavora a ritroso: dalla recente visita di una delegazione di diplomatici e imprenditori colombiani che lo scorso luglio sbarcarono a Napoli.


Cercarono di mettersi in contatto con Cacciapuoti, ma il tentativo non andò in porto: l’inchiesta sul flop della Banca popolare meridionale non era ancora scoppiata da un punto di vista mediatico, ma il 44enne aveva già deciso di lasciare per un po’ di tempo Napoli e il progetto di un grande azionariato popolare. Eppure, sul taccuino degli inquirenti potrebbero finire fatti e personaggi inediti: come il ruolo di un misterioso petroliere colombiano che avrebbe dovuto sostenere Cacciapuoti nella realizzazione di alcune iniziative imprenditoriali del napoletano in Sudamerica o la realizzazione di grandi progetti e impegni di spesa nel mare dei Caraibi.


Nulla di illegale sulla carta, in una vicenda che gira e rigira ha sempre la stessa domanda di fondo: che fine hanno fatto gli otto milioni di euro delle sottoscrizioni della banca fantasma?




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Anche il mondo arabo critica Gheddafi «Uno sbaglio le sue lezioni sull'Islam»

Il Mattino

Il leader ha ricordato le sofferenze dei libici nei lager
italiani. Cena conclusa con una canzone di Berlusconi



  

ROMA (31 agosto)Continua a suscitare polemiche la visita del leader libico Gheddafi in Italia. Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi esalta l'amicizia tra Italia e Libia durante la cerimonia per il secondo anniversario del Trattato di Bengasi e afferma che «tutti dovrebbero rallegrarsene» e chi critica «è prigioniero di schemi superati». Gheddafi: «Saluto il grande coraggio del mio grande amico». 


La giornata, segnata dalla richiesta di 5 miliardi all'anno per fermare l'immigrazione clandestina in Europa e da nuove polemiche sulla visita del leader libico, si è conclusa con una cena di gala. Gheddafi ha lasciato la tavola verso le due, mentre il premier italiano è rimasto a festeggiare l'evento con gli 800 invitati e diversi ministri. Sulla Padania titolo a tutta pagina: «L'Europa sia cristiana». 



A Gheddafi giungono critiche anche dal mondo arabo «Pur facendole con le migliori delle intenzioni, temiamo che queste lezioni di Islam tenute dal colonnello Muammar Gheddafi siano controproducenti». È con queste parole che il quotidiano arabo Al-Quds al-Arabi commenta stamane in un editoriale le lezioni tenute nei giorni scorsi dal leader libico a centinaia di ragazze italiane, durante la sua visita a Roma. «Temiamo che non producano l'effetto desiderato - si legge - perché le belle ragazze che escono da questi incontri, una volta che parlano con i giornalisti, rilasciano dichiarazioni che vanno contro gli interessi degli arabi e dei musulmani, oltre che dello stesso leader libico».



Parlando ancora di questi incontri, il quotidiano diretto da Abdel Bari Atwan aggiunge: «È vero, tre ragazze si sono convertite e questo è un fatto positivo che va inserito nelle buone azioni del leader libico, ma temiamo che il danno possa essere stato maggiore se vediamo gli effetti che queste lezioni hanno prodotto sulla stampa occidentale». Il quotidiano arabo critica inoltre la decisione di invitare a questi incontri solo ragazze.



«Non capiamo perché il leader libico, quando vuole parlare di Islam, invita solo le ragazze durante le sue visite all'estero - conclude ìeditoriale - escludendo i ragazzi». «Perché le ragazze devono essere considerate più importanti? - si chiede - Se l'obiettivo è quello di diffondere la religione islamica e contrastare l'islamofobia che serpeggia in Occidente, è necessario parlare anche ai ragazzi, agli anziani e alle donne mature. Il dialogo va fatto con coloro che criticano l'Islam prima che con quelli che simpatizzano con questa religione». 


Lunedì Gheddafi ha riparlato delle sofferenze patite dal suo popolo durante l'occupazione italiana: «Alcuni degli storici dicono che Rodolfo Graziani sia stato maestro di Hitler nella costruzione dei campi di concentramento in cui furono rinchiusi gli ebrei nell'Olocausto. Lo stesso sistema è stato usato contro i libici, che sono stati rinchiusi in posti ristretti, malefici facendo morire almeno cinquanta persone al giorno. In questi campi e in particolare in quello di el Agheila - ha affermato Gheddafi - si contavano almeno 50 salme al giorno di morti avvenute per fame, per uccisione o per malattia. L'anno prossimo - ha aggiunto il leader libico - cadrà il centenario dell'invasione italiana della Libia e dunque dobbiamo fare qualcosa ad el Agheila affinchè anche l'orrendo dramma dei campi di concentramento venga ricordato». 



La cena. Verso le 2 il leader libico se ne è andato, Berlusconi è rimasto: «Dobbiamo ancora terminare la cena, stiamo ancora qui insieme a festeggiare questa bella festa dell'amicizia, se fate i bravi vi canto anche una canzone». Ha detto quindi Berlusconi parlando dal tavolo d'onore nel corso della cena offerta dalla presidenza del consiglio. Al tavolo d'onore, oltre al premier e al Colonnello erano seduti il ministro degli Esteri Franco Frattini, quello della Difesa Ignazio La Russa, quello dell'Interno Roberto Maroni, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e il portavoce di Palazzo Chigi, Paolo Bonaiuti.



Agli altri tavoli erano presenti, tra gli altri, il ministro dell'Istruzione Maria Stella Gelmini, il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, il viceministro alle Attività produttive, Adolfo Urso oltre al vescovo di Mazara del Vallo, mons. Domenico Mogavero. Menu tipicamente italiano per i commensali. Sono state servite una insalata caprese, pennette tricolore di primo, filetto di chianina di secondo. come dessert, gelato all'italiana. Durante la cena, il premier si è più volte avvicinato al leader libico per parlare con lui a stretto contatto. Verso la fine della serata il presidente del Consiglio ha anche cantato una canzone in francese.




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Il Colonnello e le conversioni pericolose

IL Mattino


di Marco Guidi


ROMA (30 agosto) - Da propugnatore del socialismo (sia pure in salsa araba) a predicatore dell’islam in terra di infedeli. Il presidente libico a vita Muammar Gheddafi ha lanciato insieme un invito, un auspicio e una profezia. L’invito, diretto agli europei, è quello alla conversione all’islam, l’auspicio è che l’invito venga accolto presto e da una moltitudine di europei, la profezia è che l’islam sarà la religione futura dell’Europa. 


Sarebbe facile diffidare e considerare la nuova mutazione religiosa di Gheddafi come l’ennesima sua stravaganza. Ma non è così, perché oggi il capo libico è giudicato un partner affidabile non solo in Italia e, di fronte agli affari, al petrolio, alle commesse per lavori miliardari, la real politik e la real ekonomie fanno tacere ogni riserva. 



Ma ci sia permesso di fare alcune osservazioni. Primo: cosa succederebbe se un capo di Stato europeo andasse in Libia o in un altro Paese compattamente islamico a invitare tutti a convertirsi al cristianesimo? Crediamo che la cosa provocherebbe reazioni molto forti in tutto il mondo islamico. Ma qui, per fortuna, siamo più tolleranti e poi è dal ’500 che, grazie a Machiavelli, abbiamo imparato a separare la religione dalla politica.



Cosa che per l’islam invece non è ancora avvenuta. Quindi tolleriamo pure gli inviti missionari di Gheddafi, soprattutto quando sono diretti, come lo scorso anno, a una platea di belle ragazze. E poi concediamoci anche una riflessione: nella sua ennesima incarnazione quella di predicatore dell’islam, il colonnello mostra la passione dei neofiti, una passione che gli fa dimenticare una Sura (capitolo) del Corano, che ora gli ricordiamo: «Se Allah avesse voluto recita il Libro sacro vi avrebbe fatto tutti della stessa religione. Non lo ha fatto perché ama che gli uomini gareggino tra loro in buone opere».


Sono versetti da meditare, che possono apparire in contrasto con altri versetti coranici. D’altra parte l’islam è ben presente in Europa sia grazie agli emigrati, sia grazie ai convertiti. Non sarà l’appello romano di Gheddafi a cambiare le cose in un modo o in un altro. Anzi, forse, servirà a coloro che si dicono cristiani a trovare la forza di proclamare e di praticare meglio la propria fede.



Come sempre le vie del Signore sono infinite. Più di quelle degli affari. E anche questo è, almeno in Occidente giusto e naturale. Fare affari con l’altro è tradizione antica, che risale a ben prima delle crociate. Una tradizione ben nota anche nel mondo islamico fin dai tempi che Carlo Magno e Harun ar Rashid si scambiavano doni e ambascerie. Una tradizione che lo stesso Gheddafi conosce bene: mancano infatti tra coloro che ha invitato a convertirsi gli uomini d’affari, accorsi per altro numerosi alla sua tenda.




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Non chiamateci escort, eravamo lì per ascoltare Gheddafi

Il Mattino


Salve, sono una delle Hostess partecipanti alla conferenza di Gheddafi tenuta a Roma in data 29 Agosto 2010. Vorrei puntualizzare e contestare alcune delle cose lette e/o sentite attraverso i Media: siamo state più volte definite dai nostri uomini/donne politici "escort", ci è stata accusata la "mercificazione del nostro corpo" e questa partecipazione definita "Istigazione alla Prostituzione". Quando siamo Donne e Ragazze partecipanti ad un convegno culturale dove nulla ci è stato imposto, abbiamo ascoltato dei pareri, delle opinioni e noi, teste pensanti e non vuoti corpi da mercificare, possiamo liberamente farci una nostra idea, decidere o no se abbracciare o allontanarci dalle idee del colonnello.

Non eravamo lì per celebrare Gheddafi ma per ascoltare. Ritengo personalmente, pur se momentaneamente scioccata da alcune delle sue dichiarazioni, che egli abbia professato la sua fede e le sue idee, propagandando la religione islamica, ma ognuna di noi è libera completamente di farsi una personale opinione, dopo essere stata comunque informata ed aver aperto gli occhi su un qualcosa che c'è al di là del nostro stato e della nostra religione, ascoltando un parere e una lezione su qualcosa che può essere considerato giusto o sbagliato, distaccandosi per un momento dall'ambito politico.

Mi ritengo personalmente offesa da parole come escort e corpi mercificati. Condanniamo la considerazione delle donne islamiche, ma dandoci questi attributi la considerazione di noi ragazze non è stata di certo migliore. Distinti saluti


Valeria Nardilli




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Le libiche considerate regine guerriere Identità e femminismo dei Paesi arabi

Il Tempo


Lo Stato garantisce libertà ed uguaglianza ma nel rispetto di norme e tradizioni culturali. In Libia le donne studiano, diventano insegnanti e infermiere, segretarie e dottoresse.


Una delle amazzoni libiche


Decisamente diverse dalle occidentali. Le donne libiche sui marciapiedi battuti dal sole nei Paesi a ridosso del deserto, frusciano veloci e mute, misteriose e affascinanti. Sotto gli abiti arabi colorati o sotto il classico «rdé», il barracano bianco, le forme del corpo sono celate, intravedi le caviglie tatuate con l'hennè, la bellezza non è ostentata e forse per questo si accentua il mistero, il distacco, la leggerezza. Le giovani donne di città anche se indossano gli abiti occidentali, mai troppo attillati, o i jeans, hanno il capo coperto da un velo o un foulard.

Le donne libiche non si piegano sulle gambe per raccogliere qualcosa mostrando il fondoschiena a chi sta vicino perché è un atteggiamento offensivo, non si baciano per strada con il fidanzato né si siedono sulle sue gambe in pubblico perché sono atteggiamenti considerati alla stregua di un atto sessuale.

Lo Stato garantisce libertà ed uguaglianza ma nel rispetto di norme e tradizioni culturali. In Libia le donne studiano, diventano insegnanti e infermiere, segretarie e dottoresse (soprattutto ginecologhe e pediatre). Molte vanno a studiare all'estero, soprattutto a Londra, come la stessa figlia di Gheddafi. Molto prima che in Italia, le ragazze libiche hanno potuto scegliere l'esercito per diventare le guardie del corpo di «Al Qaid» che non si muove mai, dentro e fuori la Libia, senza di loro.

E questo perché in origine le donne libiche sono donne amazzoni, cape-tribù e regine guerriere. Dall'antica storia del Sahara fino ai tempi più recenti dell'epopea berbera, tra le figure femminili più carismatiche e con valenza storica ci sono la mitica antenata dei Tuareg, la regina Tin Hinan e la guerriera Kahina, una delle maggiori oppositrici all'invasione araba del Nord Africa.

E se Tin Hinan, nell'universo romantico degli uomini blu, è sinonimo di autorità, nobiltà, cultura, civiltà avendo segnato l'inizio della storia per questo popolo originariamente nomade, nessun'altra leggenda nordafricana è stata trasformata, diffusa e raccontata come il mito di Kahina: la sua storia è stata il supporto ideologico per le battaglie contro il colonialismo, punto di riferimento per il nazionalismo nord africano, cardine per la rivendicazione dell'identità berbera e per il femminismo dei paesi arabi. Spirito bellico e verginità erano le doti delle antiche libiche, incarnate dalla figura mitologica delle amazzoni.

Fierezza e verginità sono ancora oggi le caratteristiche femminili che l'uomo libico vuole nella donna che sceglierà per la vita. Nel suo famoso Libro Verde Gheddafi scrive, nel lungo capitolo sulla donna: «La donna è un essere umano, come l'uomo (...) è evidente che la donna e l'uomo sono uguali. La discriminazione fra uomo e donna è un atto d'ingiustizia flagrante e ingiustificabile». Poi prosegue per pagine descrivendo le diversità e le funzioni che uomo e donna hanno nella società, ambedue nobili e indispensabili alla razza umana.




Sarina Biraghi
31/08/2010




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Sinistre amnesie

IL Tempo


L'opposizione s'indigna per Gheddafi. Ma dimentica le visite "scomode" di Prodi. A Palazzo Chigi anche il sudanese Omar El-Bashir: criminale di guerra.


Gheddafi e Prodi


L’abbiamo capito. Alla sinistra italiana, Pd in testa, Muammar Gheddafi non piace. Eccessivo, provocatore, misogino e troppo amico di Silvio Berlusconi, che è probabilmente il suo più grande difetto. Ieri sul tema è intervenuto addirittura il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Più che teatrino libico è il teatro della politica estera berlusconiana. Noi arriviamo a questo punto perché è una impostazione: le relazioni speciali.



Questo meccanismo ci ha portato a stare fuori da tutte le cose rilevanti. Ora siamo alla favola che questo ci porta benefici, affari. Non è vero». Ma l’idiosincrasia nei confronti del leader libico ha anche nobili motivazioni. Dopo le parole sull’islamizzazione dell’Europa, ad esempio, in molti all’opposizione hanno riscoperto le proprie radici cristiane e si sono profondamente irritati. Anche se il vero peccato originale del rais è la sistematica violazione dei diritti umani.

E su questo punto, la sinistra tutta, non è proprio disposta a fare passi indietro. Oggi. In passato, infatti, più di una volta la difesa della dignità umana è stata messa da parte. Basterebbe ricordare, ad esempio, il diverso trattamente riservato al rais negli anni del secondo governo Prodi. Certo il Professore non gli fece mai piantare la sua tenda a Villa Pamphili, ma gli incontri bilaterali non mancarono. Al punto che nell'ottobre del 2008 il rais decise di insignire dell'ordine del Grande El-Fatah, il più alto riconoscimento libico, sia Prodi che l'allora ministro degli Esteri Massimo D'Alema.



Il motivo? Gli sforzi compiuti per consolidare i sentimenti di amicizia e cooperazione tra i due Paesi. Non a caso il preambolo del trattato di "amicizia" Italia-Libia venne scritto proprio durante l'esperienza governativa del centrosinistra. E non a caso il Pd, quando si trattò di approvarlo, votò a favore (contro Udc, Idv, i Radicali e tre deputati democratici Furio Colombo, Andrea Sarubbi e Pierluigi Mantini). Ma Gheddafi è solo una delle molte «sinistre dimenticanze».

Andando a spulciare la mole di comunicati diramati durante il biennio 2006-2008 da Palazzo Chigi si scopre, ad esempio, che il 4 dicembre 2006 il salottino del Professore ospitò il presidente dell'Eritrea Isaias Afwerki. Per non lasciare spazio ad accuse di strumentalizzazione politica si potrebbe dire che in quello stesso anno Freedom House (l'organismo che piace tanto a sinistra perché puntualmente certifica la poca libertà di stampa del nostro Paese) definiva l'Eritrea come uno Stato non libero.



Sottolineando proprio come il governo Afwerki proseguiva una politica repressiva, vietando il pluralismo. E il rapporto 2010 di Amnesty International non è più tenero: «Le autorità hanno interrogato, torturato e altrimenti maltrattato persone critiche verso il governo nel tentativo di impedire il dissenso». Ricordate proteste per quel faccia a faccia? Per la cronaca, va ricordato che nel 2006 l'Eritrea era 189ª nella classifica della libertà di stampa, appena sopra la Libia.



In quel periodo il governo intrattiene ottimi rapporti anche con la Cina e con il suo presidente Hu Jintao. La valutazione di Freedom House è la stessa dell'Eritrea: paese non libero in cui viene controllato e represso il dissenso. Senza dimenticare che, come scrive Amnesty International oggi, «la Cina ha continuato a ricorrere a un uso estensivo della pena capitale, anche per reati non violenti». Libertà di stampa? Nel 2006 era 177ª. Ma il vero colpo di magia accade il 13 settembre 2007.



A Roma, ospite di Prodi, arriva il presidente della Repubblica del Sudan Omar Hassan El-Bashir. Uno che, per capirsi, è accusato dalla Corte penale internazionale di genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nel Darfur. Certo, l'accusa gli è stata formalizzata nel luglio 2008, ma bastava farsi un giro su Freedom House: «Mentre la guerra civile durata 22 anni si conclude nel Sud con un atto di pace firmato nel 2005, la pulizia etnica, i massacri e gli stupri continuano nell'ovest del Paese, nella regione del Darfur».

La valutazione che l'organismo dà viene espressa da una scala da 1 a 7. Uno rappresenta il più alto livello di libertà. Il Sudan ha 7 sia per i diritti politici che per le libertà civili. Nella classifica della libertà di stampa si piazza al 182° posto. Il 30 agosto era toccato al presidente del Ruanda Paul Kagame che, cosa meritoria, si trovava in Italia per ritirare il premio «Abolizionista dell'anno» per la sua battaglia contro la pena di morte. Nonostante questo il Ruanda veniva classificato come Paese non libero e si piazzava 182° per libertà di stampa.



Così come il Togo il cui presidente Faure Essozima Gnassingbe venne ricevuto a Palazzo Chigi il 5 settembre 2006: non libero ma un po' meglio per quanto riguarda l'informazione (171°). Ci sono poi le «perle» più conosciute. Che dire infatti della passeggiata di Massimo D'Alema con un deputato di Hezbollah (organizzazione terroristica secondo l'Europarlamento) per le vie di Beirut? Davanti alle polemiche Prodi commentò serafico: «Le foto?



Non capisco dov'è lo scandalo, non si è mica iscritto a Hezbollah». Certo, ma se a questo si aggiungono le frasi di Baffino sulla necessità di cercare «un contatto con Hamas (altra organizzazione terroristica secondo la Ue ndr)» qualche piccola preoccupazione sorge. Soprattutto per la percezione che altri Paesi possono avere della nostra politica estera. Ma il centrosinistra si sa, ha covato sempre nel proprio Dna il germe della mediazione. Durante il secondo governo Prodi, ad esempio, esponenti del governo iraniano erano di casa a Palazzo Chigi.

Il Professore incontrò personalmente il presidente Ahmadinejad a New York e da lui ricevette anche una lettera che gli fece affermare orgoglioso che Teheran era pronta ad aprire un canale di collaborazione. Inutile dire che per Freedom House l'Iran era, nel 2006, un Paese non libero guidato da un presidente conservatore. E illiberale da sempre, almeno secondo gli organismi internazionali, è un altro stato molto caro alla sinistra: l'isola di Cuba.



Eppure questo non impedì al dittatore di essere ricevuto con tutti gli onori a Palazzo Chigi. Era il novembre del 1996 e Prodi ricopriva per la prima volta la carica di presidente del Consiglio. Con lui, a ricevere Fidel, c'era anche il vicepremier di allora: un certo Walter Veltroni. Ma il feeling non si interruppe. Tant'è che tre anni dopo, il 28 giugno del 1999, Massimo D'Alema, il primo ex comunista della storia a governare il Paese, incontrò Castro in Brasile, a margine del vertice tra Ue e America Latina.



Per essere veramente precisi bisognerebbe anche ricordare che il centrosinistra di governo, che oggi tanto si indigna per i viaggi di Silvio Berlusconi dall'«amico» Putin, mantenne ottimi rapporti con il governo di Mosca. Al punto che il 22 aprile 2006, a poche settimane dalle elezioni, il Professore dichiarò: «I problemi energetici non sono problemi facili, ma è meglio affrontarli con la conoscenza che abbiamo di questi problemi e con i rapporti che io e Putin abbiamo da molti anni». Insomma, quando si parla di affari economici, la battaglia per la libertà e i diritti può anche aspettare.



Nicola Imberti
31/08/2010




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Pd bigotto sull’orecchino di Vendola

di Tony Damascelli


opposizione nei guai. Nichi non si piega alle critiche di Repubblica sul bijoux che porta al lobo: "Difficiolmente rinuncerò"



 

Affiora, lentamente, quasi inesorabilmente, uno dei punti nodali del dibattito della sinistra: «Ma Nichi Vendola può candidarsi a primo ministro conservando l’orecchino?».


Il tema epocale è stato lanciato nella prima settimana di agosto, a spiagge esaurite, da Repubblica che dimostra sempre una sensibilità particolare sull’argomento, ritenendosi matrice e cardine dell’etica e dell’estetica, non soltanto quella politica. In verità è un’idea scopiazzata, l’interrogativo ha un suo pensatore creativo, trattasi di Giampaolo Rugarli, ex dirigente di banca poi scrittore che si è occupato del gingillo su la Gazzetta del Mezzogiorno. 

Finite le vacanze Vendola medesimo ha ritenuto di rispondere al quesito inquietante anche perché si parla e si discute di primarie del piddì, una specie di fiction non essendo state convocate, e si sa che Nichi, il rosso di Puglia che fa concorrenza al negroamaro, al primitivo e al troia (sono vitigni), gode di buona stampa, soprattutto sull’organo di cui sopra e potrebbe rivelarsi l’outsider scomodo e pericoloso per il resto della compagnia del partito. 

«Difficilmente rinuncerò all’orecchino» ha risposto, allora, Vendola, a domanda precisa, ma l’avverbio utilizzato dal futuro candidato solleva altri dubbi, non scioglie l’interrogativo e le preoccupazioni di Giovanni Valentini, un altro pugliese, l’autore dell’appello-bis del sette agosto corrente anno. «Gioverebbe alla sua immagine e alla sua credibilità di aspirante premier, sottraendo un argomento o un pretesto polemico ai suoi avversari interni ed esterni», queste le parole chiave dello scritto su Repubblica.


La sinistra bacchettona è lo scoop di quest’ultima fetta di estate. Vendola crea imbarazzo per l’orecchino, ha vinto la battaglia sulla sua dichiarata omosessualità, il resto del suo dire e del suo fare (politico) non interessa, è nota a margine, l’accostamento di Carlo Giuliani a Borsellino e Falcone è stato un incidente di percorso, un equivoco, una strumentalizzazione dei media di destra, i malaffari della sanità pugliese sono asterischi fastidiosi come le zanzare, basta non segnalarli o ricordarli nei titoli e nei sommari, tutta bassa propaganda di bassissima politica. 

Singolare che Repubblica non abbia lanciato una raccolta di firme tra i suoi lettori ed elettori per convincere il governatore della Puglia a desistere dal gingillo, dal pendaglio, dal birillocco (Rugarli), da quella esibizione di diversità che ormai è inutile, è datata, non fa premier serio, è un «pretesto polemico per gli avversari esterni ed interni». 

Sugli esterni ci potremmo anche intendere ma gli interni chi sono o sarebbero? Il D’Alema e i suoi baffi? La Bindi e le sue gonne? Il Bersani e il suo sigarillo? Il Di Pietro e la sua grammatica? Oppure anche su questa vicenda si sta allungando l’ombra austera di Fini Gianfranco il quale usa portare braccialetti civettuoli al polso (ma dal presidente della Camera non avremo la risposta nemmeno su questo interrogativo)? 

Nichi Vendola non scioglie il nodo e non toglie il bijoux dal suo lobo. Semmai sarebbe da modificare l’uso della lingua italiana dello stesso, rileggendo le parole di ieri: «Contro qualunque pratica politicistica che mette al centro reticoli alleanzistici prima ancora di definire l’idea di cambiamento del Paese, io penso che le primarie rappresentino invece una linfa fondamentale». Ha poi concluso così: «Aiutano tutti quanti noi a non aver paura, a sentirci alleati di un popolo prima che alleati tra ceti politici e dentro la contesa delle primarie, ad individuare le idee-forza che possono dare all’Italia il coraggio di liberarsi fino in fondo del berlusconismo». 

Eccolo il vero finale della contesa, via la bandana della libertà, avanti il popolo dell’orecchino.




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Barbie in manette, preso boss della droga

Corriere della sera

Edgar Valdez era tra i latitanti più ricercati del Messico e degli Usa. Su di lui c'era una taglia di 2 milioni di dollari



CITTA' DEL MESSICO - Il Messico ha catturato uno dei maggiori trafficanti di droga del Paese, Edgar Valdez detto «La Barbie», regalando al presidente Felipe Calderon una nuova vittoria nella lotta contro i cartelli della droga che minacciano l'immagine del paese tra gli investitori e i turisti. La polizia federale ha fermato Valdez, una dei leader del cartello Beltran Levya con sede nel Messico centrale, in un'area residenziale nei pressi di Città del Messico, ha detto il governo.
POCA RESISTENZA - Secondo il portavoce di polizia, il 37enne messico-americano nato in Texas ha opposto poca resistenza. «Valdez ha legami con gruppi della criminalità organizzata operativi nell'America centrale e meridionale per contrabbandare droghe negli Stati Uniti, dove è anche ricercato», ha detto in conferenza stampa il portavoce della sicurezza nazionale Alejandro Poire. Valdez, chiamato "La Barbie" per la carnagione chiara, avrebbe organizzato una serie di attentati nel Messico centrale nel tentativo di succedere alla testa del suo cartello.
LA TAGLIA E TWITTER - Le autorità americane hanno messo una taglia da 2 milioni di dollari ma Poire non ha detto se Valdez sarà portato negli Stati Uniti. Il presidente Felipe Calderon ha sottolineato il successo dell'operazione attraverso il social network Twitter, evidenziando come si trattasse di «uno dei criminali più ricercati in Messico e all'estero».


Redazione Online
31 agosto 2010



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Como, proteste contro Dell'Utri

Corriere della sera

Il senatore doveva presentare i diari di Mussolini
Ma è stato costretto a lasciare la manifestazione

 

MILANO - Marcello Dell'Utri ha dovuto lasciare il palco a causa delle proteste scatenatesi contro di lui a Como. Nel tardo pomeriggio di lunedì il senatore era ospite della rassegna «Parolario» dove avrebbe dovuto presentare i presunti diari di Mussolini in suo possesso. L'incontro però non ha avuto neppure inizio perché all'arrivo di Dell'Utri un centinaio di persone ha immediatamente iniziato a protestare. Urla, grida, spintoni: «Altro che in galera, devi essere appeso per i piedi», «Sei un mafioso, vergognati», «Uno solo dovete portare dentro e lo sapete. Uno solo, lui», «Fuori la mafia dallo Stato», «Devi andare in carcere» alcune delle accuse rivolte a Dell'Utri. La partecipazione del senatore alla manifestazione era stata criticata nei giorni scorsi dagli esponenti della sinistra di Como.




 


Dell'Utri contestato

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Nastro di Tulliani: "A Gaucci freghiamo i soldi"

di Gian Marco Chiocci


Spunta una registrazione di quando il "cognato" dell’ex capo di An era manager della Viterbese. E riemergono accuse: gestiva giocatori e bilanci con disinvoltura.

Intanto anche l'Unità caccia il compagno Fini



 
nostro inviato a Viterbo

Missing. Scomparso. Svanito nel nulla. «Roba da lupara bianca» commentano con sarcasmo i tanti detrattori di Giancarlino nella molto poco mafiosa Tuscia dove nel triennio ’98-2000 dettava legge l’allora ventitreenne vicepresidente della Viterbese Calcio. Proprio così. Giancarlo Tulliani non si trova più. Doveva chiarire, spiegare, precisare, dire, fare, parlare. È sparito. Non ne sa niente nemmeno il Corriere della sera, che di tanto in tanto faceva trapelare virgolettati attribuiti, o attribuibili, al «cognato» di Gianfranco Fini, in fuga dopo aver passato l’estate nell’appartamento monegasco di Rue Princesse Charlotte donato dalla contessa Colleoni ad An che lo rivendette a un quinto del suo valore a una società off shore.

Lo cercano a Montecarlo come nella terra etrusca dove il fratello di Elisabetta venne ribattezzato (Elisa)Betto dagli ultras destrorsi incazzati per quella sua spavalderia da manager londinese nel club di proprietà dell’allora «cognato» Luciano Gaucci, fidanzatissimo di sua sorella Ely. L’ex leader curvarolo Luciano Matteucci l’ha messa giù papale papale: «Non solo faceva la spia, ma Betto si intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno del ’99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo “stipendio” che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: “Ah, sì... mi sono sbagliato. Passerete a un milione”. Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il povero presidente Gaucci?». Vero? Falso? Chi lo sa.

Se Tullianino scappa, a Viterbo arriva a soluzione il giallo del nastro magnetico, azionato furtivamente da un ex direttore sportivo della Viterbese, con sovrimpressa la voce e le imprese del futuro inquilino del Principato. Per capire di cosa si tratti occorre rifarsi a quanto raccontato recentemente al Giornale da Alessandro Gaucci, figlio di Lucianone: «Le persone che avevano a che fare con lui, e che per forza di cose erano “costrette” a lavorarci insieme, non me ne parlavano bene. Mi dicevano che lì, sia lui che il padre, che gestivano la Viterbese calcio prima, e la Sambenedettese calcio poi, non si stavano comportando in modo corretto (...).

Per non parlare poi di quel che mi raccontavano i direttori sportivi a proposito sia dei rapporti personali che della gestione economica dei calciatori da parte di Giancarlo. Spiegavo loro che non potevo fare granché perché c’era mio padre di mezzo e la famiglia della sua compagna, e perché per dirgli certe cose avevo bisogno di prove. Di lì a poco un direttore sportivo dell’epoca mi portò un nastro registrato che io non volli ascoltare, per rispetto verso mio padre, a cui poi lo girai. Ero imbarazzato io, figuriamoci lui. Gli dissi soltanto: “Papà, se devi regalare i soldi, fallo pure, ma almeno non te li far fregare”».

Il racconto, diretto, mai smentito, ha fatto faticosamente breccia nella memoria a quel brav’uomo di Ernesto Talarico, ex direttore sportivo della Viterbese, che non potendone più del giovanotto-manager a sua insaputa schiacciò il tasto «rec». Perché lo fece? «Per far capire a Luciano (Gaucci, ndr) chi aveva accanto. Io volevo un bene dell’anima a Luciano ma si vedeva lontano un miglio che qualcuno ne voleva approfittare. Per me è un capitolo chiuso, non ne voglio più parlare di quella registrazione e di quel collaboratore lì, non merita una parola di più, nemmeno mi ricordo che diceva». 

A forza di insistere, però, Talarico la parola in più la dice: «Quella bobina io poi l’ho messa dentro una borsa e stranamente poi me l’hanno rubata, tanto che son dovuto andare a denunciare il tutto ai carabinieri. Prima, però, diedi il nastro ad Alessandro, il figlio di Luciano, oppure a Ermanno Pieroni (ex direttore sportivo del Perugia, ndr) perché lui, Tulliani intendo, voleva gestire direttamente i giocatori, voleva interessarsi di tutto lui, si intrometteva nelle trattative coi giocatori e voleva farla lui la trattativa. Magari io ci avrei rimesso di mio ma non ci avrei mai guadagnato una lira, e invece avevo capito che lui si dava da fare perché magari voleva tirar fuori qualcosa per lui. Cercate di capirmi, non mi va di parlarne dei Tulliani...».

Decisamente più loquace Ermanno Pieroni, ex «ds» del Perugia, poi presidente dell’Ancona, svariate disavventure giudiziarie nel curriculum, testimone prezioso del nastro-Tulliani: «Talarico è stato bravo e coraggioso. Visto che Gaucci non credeva a quel che la gente e i suoi figli gli dicevano sui Tulliani, Ernesto ha registrato il nastro e lo ha fatto arrivare al presidente. Ai figli ha detto: “Aho, non è che poi il presidente mi licenzia per questa cosa?”».

Detto, fatto: «Di lì a poco l’ha licenziato». Le ragioni di quell’intercettazione casareccia? Antipatia personale, o ben «altro»? «Non gli stava antipatico Giancarlo - insiste Pieroni - è che Tulliani fregava i soldi a Gaucci. E questo Ernesto disse ai due figli, Alessandro e Riccardo, che erano insieme al castello del padre a Torre Alfina. Loro risposero che avevano bisogno di prove, era sotto le feste di Natale. Così lui è andato e l’ha registrato mentre diceva “a quel ciccione, a quel panzone, gli dobbiamo inculare i soldi” (...). Fregava i soldi sui giocatori, sui contratti. Ernesto c’aveva le pressioni di questo che voleva guadagnare sulla pelle di Gaucci...».

Il nastro, rimasto nei cassetti per anni, presto potrebbe rivedere la luce. Chissà se ne è a conoscenza Enzo Di Maio, altro ex ds della Viterbese, che trascinò sotto inchiesta Giancarlo Tulliani per una vicenda (poi archiviata) di sostanze dopanti ai calciatori. Carolina Morace, prima donna a guidare una squadra maschile, la Viterbese appunto, al Messaggero ha liquidato Giancarlo come «ininfluente». Uno che «non aveva nessuna esperienza di calcio» ma che col calcio, a dar retta al nastro, e ai testimoni, voleva guadagnarci aggirando persino il cognato.

gianmarco.chiocci@ilgiornale.it




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Quanti fratelli a sinistra per Gheddafi

di Felice Manti


Gheddafi viene in Italia e l’opposizione lo copre di fischi. Qualche tempo fa era lui a dirsi «fratello» di Romano Prodi e «amico» di Massimo D’Alema. Succede. È come vedere la tua fidanzata storica che si bacia con il tuo rivale. Tutta questa polverosa indignazione che l’opposizione di sinistra ha sollevato in questi giorni altro non è che gelosia. Muammar Gheddafi, fino al 2008, era praticamente «cosa loro». E oggi che il premier Silvio Berlusconi gli ha scalzati la sinistra s’indigna.


Il rapporto tra Muammar e il Professore va avanti del 1996, all’alba del suo primo tragicomico biennio da premier. Anche allora fu stretta di mano nel tendone, danaroso contratto con l’Eni firmato e ciao. «Voglio esprimere la mia gratitudine a mio fratello Romano», disse qualche anno dopo il Colonnello. Era il 27 aprile del 2004, per lui era la prima volta in Europa dopo vent’anni. Tutto grazie a Prodi, che da presidente della Commissione europea gli aveva spalancato le porte di Bruxelles e si era speso, con successo, contro l’embargo dell’Onu alla Libia. «Oggi - rispose Prodi - è un grande giorno per l’Europa». In mezzo, in quegli otto anni, ci furono decine di incontri e telefonate riservate.


La sinistra italiana, dalla Bindi in giù, si spellava le mani dagli applausi per il grande lavoro dell’ex premier. «La stampa straniera - gongolò il fedelissimo di Prodi Giulio Santagata - aveva bollato l’apertura di Prodi a Gheddafi come una iniziativa sconsiderata e incomprensibile, un passo falso. Oggi credo che qualcuno dovrebbe rendere merito alla lungimiranza di Prodi».


Persino l’allora ministro degli Esteri Lamberto Dini fu ricevuto due volte nella tenda. Lui, il Colonnello, era vestito con camicia e pantaloni verdi militari e un cappellino da ranger. E la prima domanda fu: «Come sta Prodi?». Finì, come sempre, che il titolare della Farnesina tornò in Italia con in tasca un altro accordo da 5,5 miliardi di dollari per la ricerca di gas naturale e un oleodotto da realizzare tra la società nazionale petrolifera libica e ovviamente l’Eni. A sinistra nulla da dire, allora.


E Massimo D’Alema? Ah, D’Alema, D’Alema. Uno che andava sotto braccio a Hezbollah tra le macerie di Beirut figurarsi se si è mai imbarazzato di fronte al leader libico. I due si dicono «amici», e Baffino in passato non ha nascosto di aver fatto al Colonnello un sacco di moine. Quando si decise di far processare in Olanda da un tribunale scozzese i due libici accusati dell’attentato contro il jumbo della Pan Am del 1998 (270 morti) a Lockerbie, fu un D’Alema raggiante a chiamarlo nella tenda per complimentarsi.


E nel 1999, prima di rotolare rovinosamente per la debacle alle Regionali, si precipitò a invocare una pietra tombale sul passato colonialismo italiano in Libia «per rafforzare la cooperazione tra Tripoli e l’Italia» in chiave anti immigrazione e per portare un po’ di soldi libici in Italia. Insomma, quando si tratta di affari la sinistra tutti questi scrupoli sui diritti umani non se li è mai posti.
Della metamorfosi dalemiana al tempo si accorse persino il New York Times: «La visita di D’Alema in Libia evidenzia una recente priorità della politica estera italiana: proiettarsi, in fretta e per prima, verso i paesi petroliferi del Nord Africa e del Medio Oriente.

Sembra molto probabile - aggiunse il Nyt - che il Colonnello Muammar Gheddafi visiterà l’Italia». «È presto», replicò Baffino a favore di telecamera mentre scendeva dal Falcon di ritorno dalla Libia con in braccio Anisa e Amira, le due bambine italiane figlie di Abubaker Sharif, un libico che le aveva avute da due donne di Pisa. Le bimbe erano bloccate in Libia dal ’96 perché senza permesso d’espatrio. Il regalino del Colonnello non bastò a far restare D’Alema a Palazzo Chigi, ma i due continuarono a sentirsi.


Nel 2006 scoppiarono le violenze a Bengasi dopo la maglietta con le vignette anti-Islam mostrate dal leghista Roberto Calderoli al Tg1. Gheddafi, saggiamente, disse che quell’incidente non avrebbe compromesso i rapporti tra i due paesi. Parole apprezzate subito da un altro dei leader della sinistra di allora, Francesco Rutelli: «Un possibile governo di centrosinistra, guidato da Romano Prodi, sarà in grado di rendere credibili e concreti i progetti di cooperazione e di contribuire a chiudere ogni contenzioso e divergenza bilaterale».


In effetti il Professore vinse per 20mila voti, Gheddafi lo chiamò per fargli gli auguri e Romano corse subito a incassare l’abbraccio del Colonnello. Era l’otto settembre di quattro anni fa, sembra passato un secolo. Lui e Muammar a cena: menù a base di montone e altre specialità locali, il tutto innaffiato con thè alla menta, coca cola e birra analcolica, raccontano le cronache dei giornali. E quando l’anno dopo scoppiò un piccolo giallo sulla sua salute, e si ipotizzò che il Colonnello fosse morto, chi sciolse l’enigma? Prodi. «Mi ha chiamato Muammar, sta bene». Detto da uno che quando vuole (vedi seduta spiritica durante il rapimento Moro) coi morti ci parla davvero fa ridere, ma questa è un’altra storia.


Con Prodi premier D’Alema si mise addosso la casacca della Farnesina. E il pensiero tornò a sette anni prima, al grande «gesto riparatore» solo sfiorato nel ’99: la costruzione dell’ormai famosa autostrada costiera da sei miliardi di euro tra Egitto e Tunisia da appaltare alle aziende italiane in cambio del mea culpa sui tragica deportazione dei libici in Italia nel 1911-12. «È stata una pagina tragica e vergognosa», disse subito D’Alema, con la mano tesa.

Miele per le orecchie di Gheddafi. Il problema è che però quell’accordo lo firmò Berlusconi, il 30 agosto 2008, aprendo definitivamente la cassaforte libica alle imprese italiane. È allora che il Pd Marco Minniti s’infuriò. Con Gheddafi? No, con Silvio l’ingrato: «Fu il governo Prodi il primo a dialogare con Gheddafi. E il primo ministro europeo a fargli visita ufficiale nel 1999 fu D’Alema».

E pensare che dopo lo storico accordo l’ex premier Ds aveva bofonchiato ai suoi durante un comizio ad Alessandria, schiumando di rabbia: «Ci chiese un sacco di soldi e gli dissi di no, Berlusconi invece glieli ha dati subito. Tanto sono vostri». Era appena l’anno scorso, e già allora il Colonnello era fuori moda. Ultima chicca: uno dei figli di Gheddafi, Saif al-Islam, qualche tempo fa rivelò a Panorama: «Mi piace molto Berlusconi ma politicamente sono di sinistra: un socialista e non un conservatore. Quindi, solo per questo, preferisco D’Alema». E poi uno si stupisce perché si arrabbiano...



felice.manti@ilgiornale.it



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