mercoledì 31 marzo 2010

Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila

Corriere della Sera


I dati si riferiscono ai redditi relativi al 2008. Pensionati: meno di 14 mila euro

Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi. Contribuenti: metà dichiara meno di 15 mila euro, solo l'1% oltre 100 mila
Il reddito medio degli italiani è di 18.873 euro: 800 euro in più per i dipendenti, 38.900 per i lavoratori autonomi



ROMA - Circa la metà dei contribuenti italiani dichiara un reddito minore di 15 mila euro all'anno e i due terzi non superano i 20 mila euro. Mentre 418 mila persone (meno dell'uno per cento della popolazione italiana) hanno dichiarato un reddito superiore a 100 mila euro, ma solo coloro che versano il 18% del totale dell'imposta. Il 52% del totale dell’imposta è pagato invece dal 13% dei contribuenti con redditi oltre i 35 mila euro. I dati, anticipati qualche settimana fa dal Corriere della Sera, risultano dalle dichiarazioni fiscali presentate nel 2009 e relative al 2008 diffuse dal dipartimento delle finanze del ministero del Tesoro.

REDDITI - In base all'analisi «il reddito complessivo medio si attesta a un valore di 18.873 euro per un'imposta netta media di 4.700 euro», dice la nota del ministero. «Il reddito medio da lavoro dipendente è pari a 19.640 euro (+1,9% rispetto all'anno precedente), quello da pensione a 13.940 euro (+3,7%), quello da partecipazione a 17.350 euro (-2,4%). I redditi d'impresa e da lavoro autonomo si attestano rispettivamente a 18.140 euro e a 38.890 euro», specifica il Tesoro. Su base regionale, la Lombardia conferma il primato per il reddito complessivo medio (pari a 22.540 euro).

All'estremo opposto si trova la Calabria con 13.470 euro. La quota complessiva di redditi da lavoro dipendente e pensione ha raggiunto l'80,3% del totale. Seguono i redditi da partecipazione (5,0% del totale), d'impresa (4,2%) e da lavoro autonomo (4%). «L'aumento della quota dei redditi da lavoro dipendente e pensione deriva anche dall'introduzione del regime dei contribuenti minimi, i cui redditi vengono così esclusi dal computo dell'Irpef», spiega il Tesoro. I circa 506 mila contribuenti minimi hanno dichiarato un reddito medio di 8.840 euro per un'imposta sostitutiva netta media di 1.770 euro. Le società di capitali, pur rappresentando solo un quinto dei contribuenti, dichiarano l'83% del volume d'affari e il 74% dell'imposta.

IVA - L'introduzione del regime dei contribuenti minimi ha comportato un calo del numero delle dichiarazioni Iva in raffronto al 2007 (-7,7%, pari a 5,259 milioni): di queste, il 60,7% proviene da persone fisiche, il resto da società ed enti. Tuttavia, il volume d'affari totale mostra un leggero aumento +0,6% (3.390 miliardi euro;), mentre l'Iva di competenza cala dell'1,5% (78,675 miliardi di euro). Fortissima risulta la concentrazione dell'Iva: poco più dell'1% dei contribuenti dichiara il 70% del volume d'affari e il 64% dell'imposta. L'analisi settoriale denota il primato del settore del commercio per numero di contribuenti (25%) e imposta dichiarata (34,8%), mentre il settore manifatturiero primeggia per volume d'affari (30,4%). Nelle regioni settentrionali risiede circa la metà dei contribuenti, che dichiara circa il 62% del volume d'affari e dell'Iva di competenza.

31 marzo 2010



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La denuncia dei Partigiani: a Nettuno manifestazione celebrativa SS d'Italia

Corriere della Sera


Al sacrario militare omaggio ad ufficiale delle SS italiane. L'Anpi: li denunciamo per apologia di fascismo





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Vendola si compra la governabilità

Libero









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Harvard: l'università più famosa «cominciò» con uno scandalo

Corriere della Sera


può vantare ben 75 premi nobel

Harvard: l'università più famosa  «cominciò» con uno scandalo

Il primo rettore del college della «nuova Cambridge» puritana era un lestofante che la fece fallire subito


La statua delle «tre bugie» dedicata a John Harvard nel campus della famosa università americana
La statua delle «tre bugie» dedicata a John Harvard nel campus della famosa università americana
ROMA - Ben 75 premi Nobel sono usciti dalla Harvard University, considerata l’Ateneo più prestigioso del mondo. La scuola della gente che conta. Ci hanno studiato fior di politici, John Adams, Theodore Roosevelt, Franklin Roosevelt, fino a John Kennedy e George W. Bush. Anche l’attuale inquilino della Casa Bianca Barack Obama porta il marchio di Harvard, così come il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, il presidente messicano Calderon e quello colombiano Uribe. Pochi sanno, però, che all’inizio l’Harvard College fu teatro di un clamoroso scandalo e rischiò di chiudere i battenti dopo appena un anno di attività. Tutta colpa del suo primo rettore, un lestofante che rubò perfino le rette degli studenti. Quando scoprirono i furti e gli incredibili abusi, i rigorosi puritani del Massachusetts capirono di aver commesso una grave imprudenza affidando il neonato College alle cure di un giovanotto di soli 27 anni, Nathaniel Eaton, che era appena arrivato dall’Inghilterra con la fama di grande erudito.

IL MAYFLOWER E WINTHROP - Erano gli anni della grande migrazione inglese verso il Nuovo Mondo. Nel 1620 avevano compiuto per primi la traversata dell’Atlantico i famosi padri pellegrini a bordo della mitica Mayflower. Si erano semplicemente andati a rifugiare in un angolo remoto dove praticare la loro religione e vivere in pace. Ma dieci anni dopo, nel 1630, prese avvio con uno spirito ben diverso la vera ondata dei colonizzatori. Gente che non si accontentava di un rifugio lontano, ma coltivava l’ambizione di cambiare il mondo. La guidava un avvocato di 42 anni, John Winthrop. I padri pellegrini erano poveri e umili. I compagni di Winthrop erano persone colte e benestanti. Abbandonavano l’Inghilterra per non sottostare ai precetti di una religione che essi giudicavano iniqua e sgradita a Dio. Winthrop si sentiva investito di una missione cruciale per l’avvenire dell’umanità intera. Lui e i suoi compagni di viaggio dovevano offrire l’esempio di una nuova way of life. Alla partenza esortò a tenere un comportamento irreprensibile perché «saremo come una città sulla collina, gli occhi di tutti saranno su di noi». Dovevano dimostrare che il re Carlo I Stuart aveva sbagliato a perseguitare i puritani. Far vedere come, fuori dell’Inghilterra, una comunità abituata a vivere in linea coi principi biblici era benedetta e poteva prosperare. L’emigrazione rientrava in un piano divino di lotta del bene contro il male. In questa chiave, il puritanesimo va letto come una rivolta contro l’Europa intera, la terra del papismo, la culla di una falsa religione, il trasloco al di là dell’Atlantico doveva segnare il trionfo di una nuova forma di civiltà. Winthrop è un personaggio gigantesco ma quasi dimenticato. Lo hanno definito «il primo grande americano», il Mosè che guidò il popolo della Bibbia sulle acque dell’Atlantico verso la nuova Terra promessa.

L'ISTRUZIONE COME PRIORITÀ - Qui ci interessa rimarcare che sotto la sua regia fu presa un’iniziativa stupefacente per le condizioni in cui avvenne. Una comunità che aveva appena il necessario per sopravvivere e teneva le assemblee pubbliche in mezzo ai prati all’ombra delle querce, mise fra le sue prime preoccupazioni quella di assicurare l’istruzione ai giovani del Massachusetts. Nel 1636, appena sei anni dopo la prima grande ondata migratoria, fu approvato il Massachusetts School Act che prevedeva l’apertura di elementari, scuole superiori e un College. Tutti avevano il dovere di imparare a leggere perché, ammoniva il pastore John Cotton, «uno dei principali scopi di Satana, l’ingannatore, è mantenere gli uomini ignoranti delle Scritture». L’ignoranza era un peccato. Non sappiamo se l’obbligo scolastico valse a rovinare i piani di Satana, ma certo fece del Nuovo Mondo una terra con pochi analfabeti. La cultura come mezzo per conoscere la volontà del Signore. Non solo attraverso i Sacri testi. Ma anche imparando a leggere il grande libro della Natura. I puritani erano convinti che Dio aveva apparecchiato lo spettacolo del mondo per il piacere dell’uomo. Godere le bellezze e indagare i fenomeni naturali era un modo per rendere omaggio al Creatore. Molti colonizzatori manifestarono una vivace curiosità indagatrice che li trasformò in uomini di scienza accolti poi fra i soci della Royal Society inglese.

LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE - Ma l’impatto maggiore fu di carattere economico. La visione del mondo come dono di Dio da volgere a proprio vantaggio sviluppò mentalità commerciali e imprenditoriali. Il College fu concepito come strumento per forgiare la classe dirigente della nuova patria. Fu resa disponibile una somma di 400 sterline, notevole per quei tempi, allo scopo di far partire l’impresa. Ma un imprevisto impose di accantonare il progetto. Era sbarcata dall’Inghilterra Anne Hutchinson, una donna di straordinaria energia che si mise a diffondere idee religiose ritenute eretiche. Secondo l’ortodossia puritana, l’uomo si salva con «il patto delle opere», in pratica grazie al buon comportamento. La Hutchinson portò scompiglio nella comunità ammonendo che la salvezza non può venire dalle buone opere, che sono azioni esteriori, serve invece «il patto della grazia», un’illuminazione interiore, una forma di calore spirituale. Questa visione misticheggiante mal si accordava con la necessità di azioni pratiche e di impegno continuo per far prosperare la colonia. Molti, però, si facevano contagiare dalle idee della Hutchinson. E i capi puritani furono assorbiti per un paio d’anni dai tentativi di arginare l’attivismo di quella donna infervorata. Finché riuscirono a scacciarla dalla colonia.

IL COLLEGE DELLA NUOVA CAMBRDIGE -
Tornarono a dedicarsi al College. Il cui varo definitivo avvenne il 2 maggio 1638. Avevano in mente i College di Cambridge, in particolare l’Emmanuel College, la culla puritana della Cambridge inglese, dove molti degli immigrati avevano studiato. L’aveva fondato nel 1584 sir Walter Mildmay, cancelliere dello Scacchiere di Elisabetta, la quale mal sopportava i puritani e si era molto urtata nell’apprendere che il suo uomo di fiducia aveva dato vita a una fucina di predicatori. A Boston, i capi della colonia decisero di far sorgere il loro College nel villaggio di Newtown, dove il pastore Thomas Shepard aveva evitato che il veleno della Hutchinson contagiasse i suoi fedeli. Al villaggio fu cambiato nome: «Da questo momento Newtown sarà chiamata Cambridge». Così nella Nuova Inghilterra nasceva una nuova Cambridge e stava per sorgere un nuovo Emmanuel College.

JOHN HARVARD - All’Emmanuel inglese aveva studiato anche un oscuro giovanotto di nome John Harvard, che approdò nel Nuovo Mondo nell’estate 1637 in compagnia della moglie. Un anno dopo, il 14 settembre 1638, John morì stroncato dalla tubercolosi. Aveva 31 anni. Proveniva da una famiglia di commercianti e aveva ereditato una fortuna. Lasciò al College i 500 volumi della sua biblioteca e la metà dei suoi averi, circa 800 sterline, una somma colossale per l’epoca. In questo modo si guadagnò fama immortale perché tutti ritennero doveroso intitolare il College al generoso benefattore. Aucta Iohannis Harvard munificentia. Spesso, però, Harvard viene erroneamente definito fondatore. Addirittura nel parco dell’Università campeggia una statua sotto la quale si legge «John Harvard, fondatore, 1638». È la statua delle tre bugie, non rappresenta Harvard, ma uno studente scelto a caso dallo scultore nel 1882, non fu lui il fondatore, e non ne fu decisa la fondazione nel 1638 ma nel 1636.

EATON «IL TIRANNO» - Il lascito di Harvard fu un colpo di fortuna subito vanificato dalla scelta quanto mai scriteriata di quello che possiamo definire il primo rettore. Nathaniel Eaton era un ventisettenne giunto da poco nel Nuovo Mondo. Riuscì a impressionare i capi puritani millantando studi in varie Università e spacciandosi per autore di molti libri. Gli misero a disposizione i fondi con l’incarico di edificare nuovi edifici, aule e alloggi per gli studenti. Sul finire dell’estate del 1638, Eaton aprì i corsi di quello che adesso si chiamava Harvard College, utilizzando le modeste costruzioni in legno che aveva trovato già pronte e guardandosi bene dal realizzarne altre. La sua unica preoccupazione fu di recintare con un’alta palizzata l’area del College per impedire agli studenti di uscire. Potevano muoversi solo sul prato compreso nel recinto, uno spazio chiamato College yard. In seguito il termine yard, fu ripudiato dalla Princeton University che preferì l’espressione campus, adottata poi da tutte le Università. Ma come lo intendeva Eaton, quel prato invece che di uno spazio ricreativo, aveva il sapore di una prigione. In effetti, sotto la sua gestione, il College divenne un vero inferno. Gli studenti erano spiati, minacciati, puniti con una severità inaudita per ogni minima mancanza. Eaton si macchiò di episodi di sadismo. Circolava stringendo nel pugno una frusta e spesso la usava sugli sventurati allievi che lo soprannominarono «il tiranno». Degna di quest’uomo, sua moglie, la quale prendeva 15 sterline all’anno da ogni studente per la pensione completa, ma li faceva morire di fame. «Confesso il mio peccato», piagnucolò la sciagurata quando la smascherarono. «Gli ho fatto mancare il cibo, ho negato loro un pezzo di formaggio quando venivano a chiederlo. Lo dico con grande vergogna, c’erano escrementi di capra nel pudding. Quanto alla mancanza di birra, sono così dispiaciuta”. La mancanza di birra non era cosa da poco, a quell’epoca quasi nessuno beveva acqua, considerata malsana. Lo scandalo scoppiò dopo un anno. Non solo Eaton aveva trascurato l’impegno di ampliare gli edifici, ma aveva sperperato buona parte dei fondi lasciati da Harvard. In più aveva accumulato ben mille sterline di debiti. Per non rovinare il buon nome del neonato College, i capi puritani cercarono di evitare clamori. Non impedirono a Eaton di squagliarsela, abbandonando la moglie. Fuggì in Virginia dove sposò un’altra donna e si rese protagonista di truffe che lo costrinsero a scappare di nuovo. Stavolta approdò in Italia, a Padova, dove a quel tempo la facoltà di medicina era frequentata da numerosi studenti inglesi. Ne truffò alcuni vendendo lauree false. Di nuovo in fuga, arrivò in Inghilterra. Sposò una terza donna e accumulò una montagna di debiti, a causa dei quali finì nella prigione londinese King’s Bench, dove morì per una strana coincidenza a poche decine di metri dalla casa in cui era nato John Harvard.

HENRY DUNSTER E LA RINASCITA - L’Harvard College era sull’orlo del fallimento. Lo chiusero. Gli studenti che non erano fuggiti durante la gestione del «tiranno» furono mandati a casa. Per fortuna una parte del lascito di John Harvard era stata messa in salvo. Ma non c’era un uomo di cultura con capacità organizzative in grado di far ripartire la scuola. Finché il 6 agosto 1640 arrivò dall’Inghilterra Henry Dunster. Anche lui aveva studiato a Cambridge, in un altro covo di puritani, il Magdalene College, lo stesso frequentato dal filosofo Thomas Hobbes. Tre settimane dopo il suo arrivo lo nominarono rettore dell’Harvard. Giovane come Eaton, aveva solo trent’anni, ma era fatto di una pasta ben diversa dallo scombinato Nathaniel. Dunster fu il vero artefice dell’Harvard, lo trovò in rovina, lo trasformò in una scuola modello, ampliò la gamma dei corsi, trovò i fondi per nuove aule, sottrasse spazio ai pascoli delle mucche per costruire nuovi edifici. Tuttavia, dopo 14 anni, fu espulso dal Massachusetts. Si era permesso di dire che dopo accurate ricerche non aveva trovato nella Bibbia alcun cenno al battesimo dei bambini. I rigidi puritani lo scacciarono perché «nessuno con una fede sbagliata» poteva educare i giovani di un College.

Marco Nese
31 marzo 2010





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Fermo di Testini, Procura di Roma: arrestate gli altri due carabinieri

Corriere della Sera


Il militare interrogato: non ho fornito droga a Cafasso. Dagli atti del gip contatti per vendere il video a Corona

ROMA
 

La procura di Roma insiste: i carabinieri Nicola Testini, Luciano Simeone e Carlo Tagliente devono essere arrestati per associazione per delinquere e le rapine compiute ai danni di alcuni trans. Incassato il no dal gip Renato Laviola, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo farà ricorso al tribunale del riesame per ottenere la misura cautelare.  

Testini, in carcere da due giorni con l'accusa di aver ucciso il pusher Gianguerino Cafasso, assieme a Simeone e Tagliente (detenuti dallo scorso ottobre per il ricatto ordito ai danni dell'ex Governatore del Lazio, Piero Marrazzo), è ritenuto il capo di un'organizzazione che terrorizzava e taglieggiava i transessuali della Cassia, commettendo più reati di rapina e di spaccio di stupefacenti con la complicità di Cafasso.

I MOTIVI DEL NO - La procura non si aspettava il no del gip, convinta di aver raccolto numerosissimi elementi di prova a carico degli indagati, circostanziati e riscontrati. Laviola, però, non è stato dello stesso avviso ritenendo che gli episodi illeciti contestati ai tre siano avvenuti in epoca non recente, che le dichiarazioni delle persone offese siano state rese tardivamente solo quando i carabinieri sono finiti in manette per il caso Marrazzo, e che le stesse vittime delle rapine potrebbero nutrire del risentimento nei confronti degli stessi militari tirati in ballo

INTERROGATORIO DI TESTINI A BARI - Interrogato dalla procura di Bari il maresciallo dei carabinieri Nicola Testini avrebbe detto che lui non ha mai dato la droga a Gianguerino Cafasso. Il difensore del sottufficiale, l’avvocato Valerio Spigarelli ha spiegato: «Il mio assistito ha escluso di aver ceduto la droga a Cafasso al fine di eliminare un testimone scomodo. Anzitutto bisogna stabilire come e perché è morto Cafasso: il movente indicato nell’ordinanza del gip è piuttosto misero. Ammesso che il 12 settembre Testini abbia deciso di ammazzare Cafasso per eliminare testimoni che sapevano troppo, va detto anche che a quella data avrebbe dovuto ammazzare un’altra decina di persone che erano conoscenza di quella storia».

TESTINI E CORONA - Dagli atti dell'ordinanza di arresto del gip Laviola nei confronti di Testini, si legge che pochi giorni dopo aver filmato Piero Marrazzo assieme al transessuale Natalie, il maresciallo Nicola Testini contattò Fabrizio Corona. «Verosimilmente voleva vendergli il video» ha scritto il giudice.

Redazione Online
31 marzo 2010



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Grillo si gode il successo: "Il web è la nostra forza I politici? Sono arretrati"

Quotidianonet

Su Bersani che parla di inversione di tendenza: "Delira, rimuovetelo". Poi replica alle crtiche sul Piemonte: "Ladri di voti? La Bresso si è autodistrutta con la Tav e abbattendo i boschi"

Roma, 31 marzo 2010

"Non capisco perchè ci dicono che abbiamo fatto perdere la Bresso...". Beppe Grillo, il giorno dopo il clamoroso successo del suo ‘Movimento 5 stelle’ regge male le accuse che arrivano dalla "vecchia partitocrazia" che già lo vede "nemico e ladro di voti". "Ma le sembra normale? — commenta — noi siamo entrati in un tavolo di Bari, dove si erano già spartiti tutto, mi dai mezza Lucania a me io ti dò un pezzo di Calabria a te, con un movimento di idee ed un programma che non ce l’ha nessuno, tanto che ce lo copiano tutti, e poi mi vengono a dire che abbiamo fatto perdere la Bresso? Ma la Bresso si è ammazzata da sola, si è autodistrutta con la Tav, costruendo tre piani di cemento di parcheggi a Torino, abbattendo boschi per farci passare autostrade e creando lavoro attraverso l’indebitamento". E Bersani che parla di "inversione di tendenza?". "Delira, rimuovetelo".

Grillo, ma dove punta il movimento?
"Guardi, noi abbiamo fatto votare gente che altrimenti non l’avrebbe fatto perchè parliamo di cose concrete, di fotovoltaico e di acqua gratis e pulita, di riciclaggio dell’immondizia e ambiente, eppure sono 5 anni che ci accusano di essere l’antipolitica. Se io andassi in televisione quanto ci va Casini, senza dubbio conterei più di lui. Ma io non vado in televisione, noi abbiamo la rete, il web, è questa la nostra marcia in più che i partiti non hanno ancora capito e attraverso la quale facciamo girare il nostro programma. Che ancora mi chiedo perchè Pd e Pdl non lo fanno proprio...".

Hanno interessi diversi. Lei è fuori dal sistema dei poteri forti...
"Dei poteri marci, vorrà dire. Questo sistema politico ed economico è morto, Pd e Pdl non ci sono già più mentre la Lega è radicata sul territorio tutto l’anno e non si sono costruiti l’elettorato con le grandi opere, ma difendendo le piccole industrie. Anche sotto il profilo economico, questo comitato d’affari sta portando il Paese verso la guerra civile, abbiamo un debito pubblico che è quattro volte quello della Grecia, poi cosa va a vendere Tremonti in Cina? I nostri debiti, la terra e l’acqua degli italiani? Il vaff... è stato il nostro basta a questo sistema. Noi viviamo e ci alimentiamo attraverso la rete, non hanno ancora capito la nostra forza".

Invece l’hanno capito eccome, avete eletto gente in 40 comuni...
"Ogni giovane dei nostri in un consiglio comunale è il terminale di un network che costituisce la massa critica di un progetto che mira a fare politica dal basso, per i cittadini e contro questo sistema che sta facendo di tutto per rallentare la crescita di questo Paese. Oggi abbiamo 60 mila iscritti, ma questi poi potrebbero diventare 100, 200 mila. E sa che cosa vuol dire questo? Che se 100, 200 mila persone fanno massa critica intorno a una causa, poi vincono la battaglia di sicuro. Noi vogliamo che il Paese si evolva, che sia informato delle rivoluzioni tecnologiche che sono possibili e di come si possono fare moltissime cose senza distruggere l’ambiente".

Perchè questo potere marcio, come dice lei, rallenterebbe la crescita del Paese?
"Perchè se la gente non sa, la si controlla meglio. Ma noi siamo solo all’inizio di questa battaglia politica che vogliamo estendere il più possibile. Tra un po’ ci saranno altre comunali, altre elezioni in cui cercheremo di far eleggere alcuni dei nostri; politica dal basso e creazione di una massa critica, questa è il nostro obiettivo. Il ‘V day’ è stato solo l’inizio".

Elena G. Polidori




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Caso Marrazzo, il maresciallo dei Cc: "Mai dato droga al pusher Cafasso"

La Stampa

Interrogatorio in carcere per Nicola Testini
BARI

Ha spiegato che lui non ha mai dato la droga a Gian Guarino. Il maresciallo dei carabinieri Nicola Testini è stato sentito oggi dal gip di Bari nell’interrogatorio di garanzia, per oltre un’ora. Il difensore del sottufficiale, l’avvocato Valerio Spigarelli ha spiegato: «Il mio assistito ha escluso di aver ceduto la droga a Cafasso al fine di eliminare un testimone scomodo.

Anzitutto bisogna stabilire come e perché è morto Cafasso: il movente indicato nell’ordinanza del gip è piuttosto misero. Ammesso che il 12 settembre Testini abbia deciso di ammazzare Cafasso per eliminare testimoni che sapevano troppo, va detto anche che a quella data avrebbe dovuto ammazzare un’altra decina di persone che erano conoscenza di quella storia».

Testini è finito in manette con l’accusa di omicidio volontario premeditato per aver dato la dose letale al pusher delle trans Cafasso. Spigarelli ha poi espresso perplessità sull’attendibilità della trans Adriano Da Motta detta ’Jennifer’, che era fidanzata di Cafasso. «Lei ha reso ben 8 dichiarazioni in sequenza ai magistrati e fino alla quinta non aveva mai fatto il nome di Testini. Quello che Jennifer ha dichiarato non è riscontrato e non è riscontrabile. Per questo faremo ricorso al tribunale del riesame per ottenere la scarcerazione», ha detto ancora l’avvocato Spigarelli.




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Pedofilia, il vescovo di Milwaukee: "Errori commessi qui, non a Roma"

di Redazione

L'arcivescovo Listecki difende la Santa Sede: "Gli errori nel caso Murphy sono stati fatti qui. E per questo chiedo perdono"


Milwaukee

Si torna a parlare di preti e pedofilia. Stavolta a prendere la parola è l'arcivescovo di Milwaukee, una delle diocesi americane coinvolte negli scandali: "Sono stati fatti errori nel caso Lawrence Murphy. Gli errori non sono stati compiuti a Roma nel 1996, 1997 e 1998" sottolinea monsignor Jerom E. Listecki, in una nota pubblicata dal sito della diocesi.

Errori fatti qui "Gli errori - chiarisce - sono stati fatti qui, nella arcidiocesi di Milwaukee, nel 1970, il 1980 e il 1990, dalla Chiesa, da parte autorità civili, da funzionari della Chiesa, e dai vescovi. E per questo - spiega il presule - chiedo perdono a nome della Chiesa e in nome di questa arcidiocesi di Milwaukee".

Parla il giudice del caso Murphy Il sacerdote che abusò di oltre duecento ragazzini di un istituto per sordomuti a Milwaukee, padre Murphy, morì prima che il suo processo ecclesiastico venisse interrotto. Lo precisa il giudice Thomas Brundage, che all’epoca dei fatti presiedette il tribunale della diocesi statunitense. "In una lettera all’allora segretario della congregazione per la Dottrina della fede Tarcisio Bertone, il 19 agosto del 1998, l’arcivescovo Weakland affermò che mi aveva chiesto di sospendere il processo contro padre Murphy. Padre Murphy, tuttavia, morì due giorni dopo e di conseguenza nel giorno in cui morì era ancora sotto accusa in un tribunale penale ecclesiastico", afferma il religioso, Thomas Brundage, precisando che avrebbe fatto appello "alla suprema corte della Chiesa o a Giovanni Paolo II" pur di non far sospendere il processo. Il sacerdote scrive un lungo memoriale sul giornale della diocesi di Anchor, in Alaska, per precisare le notizie uscite sul New York Times relative al caso di padre Murphy.

L'impegno del Papa Il giudice ecclesiastico descrive i pedofili come personalità "pericolose", a cui non va mai concessa "fiducia" una seconda volta e che, "se viene data loro la possibilità", "per lo più compiono nuovamente il crimine". Quanto alle norme approvate da Ratzinger quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede, nel 2001, padre Brundage precisa che "fino ad allora la maggior parte dei casi di appello andava al tribunale della Rota e i casi potevano trascinarsi per anni", mentre dopo i casi di abusi sessuali "furono gestiti in modo veloce e corretto". Più in generale, "Ratzinger ha fatto più di ogni altro Papa o vescovo" contro la pedofilia. 





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Negazionismo, dopo gli insulti il danno: il Museo di via Tasso costretto a pagare

Corriere della Sera


Conto da 800 euro per lo sbobinamento delle riprese che incastravano 4 teppisti per le scritte di gennaio

ROMA

Insultati e pure costretti a pagare il conto. A distanza di nemmeno tre mesi dal grave sfregio delle scritte negazioniste apparse nel Giorno della Memoria in gennaio accanto al Museo di via Tasso, si scopre ora che la direzione dello stesso museo ha dovuto pagare di tasca propria lo sbobinamento delle riprese effettuate dalle telecamere fisse.



QUATTRO TEPPISTI - Le riprese, necessarie alle indagini, erano state acquisite perché le telecamere del museo avevano ripreso il gruppo di quattro giovani che in tutta tranquillità, poco dopo la mezzanotte, avevano tracciato scritte negazioniste e preso a colpi di ascia l’insegna in marmo del museo.

Immagini che la Procura si era affrettata a richiedere - attraverso la Digos - al Museo, il quale aveva provveduto a farle estrarre dai nastri delle riprese. L'operazione era stata effettuata dalla ditta che ha in concessione il servizio. Ora però è arrivata la fattura: 800 euro che il Museo è costretto a saldare sottraendo così ai suoi magri bilanci anche questa somma.



BILANCIO IN CRISI - A constatarlo è stato ieri sera il Comitato direttivo del Museo, riunito col presidente Antonio Parisella per far quadrare il bilancio del 2010. E così, oltre alla sorpresa degli 800 euro, a via Tasso hanno constatato che per coprire le spese del 2010 si dovrà impegnare tutta la dotazione ministeriale (50 mila euro) che i Beni culturali hanno assegnato a dicembre a copertura del 2009 e che erano stati anticipati dal Museo stesso per far fronte alle spese dell'anno. Con quella somma si fa fronte solo alle spese ordinarie (telefono, condominio, riscaldamento, elettricità ecc). Per le spese straordinarie – in arrivo il 25 aprile – non c'è niente.

Paolo Brogi
31 marzo 2010




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Belgio: primo passo parlamentare per la proibizione totale del burqa

Corriere della Sera


Se approvato in Aula, diventerebbe il primo Paese europeo a dire no al velo islamico integrale


BRUXELLES - La commissione Affari interni del Parlamento del Belgio ha approvato una proposta di legge per l'interdizione totale del velo integrale islamico. Il voto ha avuto l'appoggio di tutti i gruppi politici e, se fosse confermato in Parlamento, il Belgio diventerebbe il primo Paese europeo a proibire il burqa.

Secondo fonti parlamentari il voto potrebbe essere messo in calendario il 22 aprile prossimo. «È un segnale molto forte che intendiamo inviare agli islamisti», ha detto il deputato liberale Denis Ducarme. La legge modifica il codice penale per imporre un'ammenda (o sette giorni di carcere) «a chi si presenterà in uno spazio pubblico con il volto coperto, del tutto o in parte, che ne impedisca l'identificazione». Il testo prevede eccezioni per le manifestazioni autorizzate dai Comuni come il carnevale.

EUROPA - Martedì il Consiglio di Stato francese ha respinto l'ipotesi di un divieto assoluto del velo integrale

in Francia. Parigi si avvia quindi verso una messa al bando del burqa e del niqab limitata ai servizi pubblici, come autobus, metropolitane o uffici postali. Questa la situazione in altri Paesi europei.

In Italia una legge del 1975 vieta di coprirsi completamente il volto nei luoghi pubblici. A legge chfatto riferimento alcuni sindaci per varare una serie di ordinanze che vietano al livello locale il velo integrale o il costume da bagno islamico.

La Lega Nord ha depositato nello scorso ottobre un progetto di legge che prevede fino a due anni di reclusione e 2 mila euro di multa per coloro che per la «loro appartenzenza religiosa rendono difficile o impossibile l'identificazione».

In Danimarca il governo ha deciso lo scorso gennaio di limitare il burqa o il niqab nei luoghi pubblici ma senza vietarlo, lasciando cioè alle scuole, alle amministrazioni o alle imprese l'onere di fissare le regole.

In Olanda diversi progetti di legge sono allo studio per vietare l'uso del velo integrale.

In Gran Bretagna un partito euroscettico guida una campagna per il bando del burqa.

In Austria il ministro socialdemocratico per le Donne, Gabriele Heinisch-Hosek, pensa di bandire il velo nei luoghi pubblici.
Redazione online

31 marzo 2010







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Salento, via la statua di Manuela Arcuri Le residenti: «Non ci rappresenta»

Corriere della Sera


A Porto Cesareo le mogli dei pescatori chiedono che sia sostituita con la raffigurazione della Madonna del mare




 
LECCE

Non ci rappresenta. Con questa motivazioni le donne di Porto Cesareo, cittadina salentina di Lecce dove vivono poco più di 5mila anime, hanno chiesto e ottenuto la rimozione della statua di Manuela Arcuri in veste di sirena, inaugurata nel 2002 proprio di fronte al mare. 
 
IN UN MAGAZZINO - All'alba il Comune, che nel frattempo ha cambiato colore di giunta (primo cittadino è ora Vito Foscarini del centrosinistra), ha dato esecuzione a un'ordinanza sindacale che prevedeva lo spostamento o la rimozione del monumento, sui cui basamento è riportata la scritta "Il mare di Porto Cesareo a Manuela Arcuri, simbolo di bellezza e prosperità". Una presenza che le mogli dei pescatori locali non hanno mai gradito. La statua, all'epoca inaugurata alla presenza di una raggiante Arcuri, è stata dunque riposta in un magazzino del campo sportivo.

LO SHOW DI IPPOLITI - In realtà già l'estate scorsa la giunta aveva deliberato la rimozione, motivandola proprio con la petizione delle mogli dei pescatori che ritenevano non le rappresentasse, chiedendo che venisse sostituita con una statua della Madonnina del mare. Tutto fu interrotto dal clamore suscitato dalle proteste del giornalista Gianni Ippoliti, che nel 2009 si presentò davanti alla statua con piccone e martello e si disse pronto ad abbattere il manufatto. La questione dello spostamento fu allora accontantonata. Fino a stamane, quando le donne del paese l'hanno avuta vinta.


Redazione online
30 marzo 2010(ultima modifica: 31 marzo 2010)









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Calciopoli: trovate le telefonate fra Bergamo, Moratti e Facchetti

La Stampa

La notizia arriva dagli avvocati della difesa. Nel frattempo, il teste Auricchio continua nella sua specialità: «Non ricordo»




NAPOLI

Colpo di scena al processo di Calciopoli: sarebbero state trovate le telefonate tra Paolo Bergamo, ex designatore, e i dirigenti interisti (Massimo Moratti, Giacinto Facchetti). Nella penultima udienza, erano state citate alcune telefonate tra Bergamo e Maria Grazia Fazi, sua assistente personale ed ex segretaria dell’Aia (Associazione Italiana Arbitri), in cui si parlava di una cena con Facchetti, all’epoca presidente dell’Inter, che doveva avvenire la sera del 5 gennaio 2005, e di alcune telefonate preparatorie dell'evento, «consumato» proprio alla vigilia di Livorno-Inter 0-2.

Il tenente colonnello Attilio Auricchio, teste chiave di tutto l’impianto accusatorio, e il pm Narducci avevano confessato di non essere al corrente dei motivi per cui proprio «quelle» telefonate non fossero nelle informative e che, probabilmente, qualcosa poteva essere sfuggita. Oggi, la svolta. Gli avvocati della difesa avrebbero rinvenuto, tra le tante, le telefonate partite dal cellulare di Bergamo verso quello di Moratti e le altre intercorse con Facchetti, che non chiamava mai, secondo Bergamo, meno di due volte la settimana. Non solo: figurerebbero anche molti contatti fra Adriano Galliani, l’allora presidente della Lega (nonché vice presidente del Milan) e Pierluigi Pairetto, ex designatore con Bergamo.

I colloqui non sarebbero stati ancora ascoltati. Dalle pieghe dell’indagine, è emerso anche il numero delle intercettazioni di cui sarebbe stato «bersaglio» l’ex designatore: 51 mila!. I cacciatori di verità non vedono l’ora di sentire i nastri. Erano proteste, o giochi di «griglie» arbitrali come quella, famosa e famigerata, tra Luciano Moggi e Bergamo, nella quale l’ex direttore generale della Juventus faceva a gara «a chi aveva studiato di più»? Erano scambi di idee o richieste di favori? Il processo sta vivendo giorni decisivi. Attilio «Non ricordo» Auricchio è stato nel frattempo tartassato dagli avvocati di Massimo De Santis (ex arbitro), Paolo Bergamo (ex designatore), Andrea e Diego Della Valle e Sandro Mencucci (proprietari e dirigenti della Fiorentina) e Mariano Fabiani (ex direttore sportivo del Messina).

Incredibile il tenore delle risposte: talmente evasivo da accentuare i dubbi sul «senso (quasi) unico» dell’indagine: la Juventus comunque e poi quello che viene, viene. Esempio: se pensi che i Della Valle stiano trattando con Bergamo per salvarsi (stagione 2004-2005), e se vieni a sapere di un vertice in un albergo fiorentino, non puoi, a maggior ragione, accontentarti della notizia e non piazzare cimici fra i tavoli, per portare alla luce eventuali patti scellerati. Persino il giudice Teresa Casoria ha perso la pazienza: e non è la prima volta. Il 13 aprile, prossimo round. In attesa di conoscere i pissi pissi fra Bergamo, Moratti e Facchetti, fra Galliani e Pairetto.



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La Russia alla «guerra dei treni»: convogli blindati in Cecenia

Corriere della Sera

Mosca annuncia la mobilitazione di reparti speciali  su vagoni protetti contro gli attacchi dei ribelli
WASHINGTON – L'hanno ribattezzata la "guerra dei treni". I ribelli ceceni colpiscono i convogli con trappole esplosive o kamikaze. Unendo tattiche guerrigliere al terrore puro. I russi reagiscono mandando in Cecenia, Dagestan e Inguscetia i treni blindati. Il comando russo ha annunciato la mobilitazione di speciali reparti che si muovono su vagoni protetti, dotati di cannoni, mezzi corazzati e mitragliatrici. Una riedizione dei famosi "desantniy ortriad", unità che vennero impiegate all’epoca della rivoluzione.

CONVOGLI NEL MIRINO - Già a metà degli anni ’90 le truppe russe avevano fatto ricorso, con successo, ai "treni di guerra". Possono portare rapidamente i rinforzi in punti sensibili, forniscono appoggio con il tiro dei loro cannoni, sostengono i contingenti anti-guerriglia e garantire la scorta ai convogli cargo. Per gli esperti, però, i ribelli potrebbero cercare di sabotare la linea ferrata per ostacolare l'avanzata dei russi: pur corazzati, i treni possono diventare un bersaglio. Gli insorti hanno dimostrato in questi anni di essere molto abili nell'organizzare imboscate. Numerosi convogli, infatti, sono stati colpiti dai ceceni che hanno messo in atto tattiche diverse. Mine sulle rotaie fatte detonare al momento del passaggio di un treno, esplosione "secondaria" per investire i soccorritori – è avvenuto nel dicembre 2009 -, attentatori disposti al martirio.

Guido Olimpio
31 marzo 2010





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E morto Nicola Arigliano

Corriere della Sera


Il cantante, 87 anni, portò il jazz in tv. Tra i suoi successi "Un giorno ti dirò", "Amorevole" e "I sing ammore"


ROMA

È morto Nicola Arigliano. Il cantante, 87 anni, abitava da quattro anni a Calimera, in provincia di Lecce, nell'istituto 'Gino Cucurachi', un centro per anziani. Era originario di Squinzano, sempre in provincia di Lecce, dove era nato il 6 dicembre 1923. I funerali si terranno giovedì alle ore 16 presso la Chiesa SS. Maria Annunziata di Squinzano. La camera ardente è stata aperta a Calimera. Secondo quanto riferito dalla famiglia, Nicola Arigliano non aveva malattie: martedì pomeriggio ha avuto una crisi respiratoria e prima della mezzanotte è morto per un infarto.

L'ultima sua apparizione pubblica era stata a Sanremo, nel 2005, dove aveva presentato il brano "Colpevole", che vinse il premio della critica. La scorsa estate doveva iniziare un tour con la sua band ma i medici glielo avevano sconsigliato. Teneva piccoli concerti, quasi in forma privata, nel Salento, dove sindaci di comuni locali lo avevano insignito di diversi premi alla carriera. L'ultima intervista, sempre la scorsa estate: una troupe della Rai era andato a trovarlo a Calimera.

LA CARRIERA - Tra i maggiori successi di Arigliano, una vita divisa tra il jazz e le apparizioni in tv, ci sono "Un giorno ti dirò", "Amorevole", "I sing ammore", "My wonderful bambina", "I love you forestiera". Nel 1958 partecipò a Canzonissima e, successivamente, si fece notare in un programma televisivo dal titolo "Sentimentale", condotto da Lelio Luttazzi, al quale partecipava come ospite fisso, insieme con Mina. L'omonima sigla diventò un disco di successo, inciso da entrambi i cantanti in due versioni differenti. Celebre anche il suo spot per il "Digestivo Antonetto".

31 marzo 2010




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Scandalo pedofilia: legale Usa chiede la testimonianza del Papa

Quotidianonet

Mozione presentata presso Corte Distrettuale Kentucky. Questa accusa è la terza in una settimana che afferma che il pontefice, all'epoca cardinale Ratzinger, avrebbe chiuso gli occhi su scandali di pedofilia fra i sacerdoti

Washington, 31 marzo 2010




Un uomo che afferma di essere stato vittima di violenze sessuali da parte di un sacerdote cattolico pedofilo ha accusato il Vaticano e papa Benedetto XVI di avere protetto questo sacerdote mantenendolo al suo posto. Lo ha denunciato il suo avvocato.

Documenti inviati alla France Presse da parte degli avvocati che rappresentano una nuova vittima che non vuole che il suo nome sia rivelato, mostrano che il nunzio apostolico - il rappresentante del papa negli Stati Uniti - aveva chiesto alla chiesa di Miami in Florida di proteggere padre Ernesto Garcia Rubio. Quest’ultimo aveva dovuto lasciare Cuba nel 1968 dopo problemi di “natura morale”.

E’ stato in carica in una parrocchia a Miami per trent’anni e siamo stato al corrente di decine di vittime dei suoi abusi durante tutto questo tempo”, ha indicato Jessica Arbour, legale della vittima che denuncia di essere stata sessualmente molestata quando era adolescente tra il 1985 e il 1987. Ha denunciato l’arcidiocesi di Miami e ha chiesto 20 milioni di dollari di danni e interessi. “C’è stato ovviamente uno sforzo concertato, a tutti i livelli, dal Vaticano all’arcidiocesi di Miami passando per la diocesi di Cuba, per proteggere questo prete”, ha aggiunto.

L’avvocatessa accusa anche papa Benedetto XVI, quando era prefetto della congregazione per la dottrina della fede (dal 1981 al 2005), di aver “protetto i pedofili a spese dei parrocchiani e delle loro famiglie”. Questa accusa è la terza in una settimana che afferma che il papa, all’epoca cardinale Ratzinger, avrebbe chiuso gli occhi su scandali di pedofilia fra i sacerdoti. Ci sono state denunce circa il caso di un sacerdote, padre Murphy, accusato di avere violentato 200 bambini sordomuti tra il 1950 e il 1970 nel Wisconsin (nord degli Stati Uniti) e circa l’approvazione del trasferimento in Germania ad un’altra parrocchia di un sacerdote accusato di pedofilia.

E proprio I documenti diffusi sul presunto coinvolgimento della Santa Sede nel caso del Wisconsin d la necessità che papa Benedetto XVI sia chiamato a testimoniare in tribunale: lo afferma William McMurry, legale di tre delle vittime. McMurry ha presentato una mozione in tal senso presso la Corte Distrettuale di Louisville, dopo che in base ai documenti pubblicati da alcuni giornali la Santa Sede avrebbe ordinato ai vescovi del Wisconsin di evitare il processo di Lawrence Murphy: un comportamento che secondo il legale dimostrerebbe come il Vaticano “abbia scoraggiato la persecuzione legale del clero e incoraggiato il segreto per proteggere la reputazione della Chiesa”.




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Denuncio Fuksas, mi ha picchiato perché difendevo Bertolaso»

di Tiziana Paolocci

Roma

È abituato a tutto. In nove anni a capo della Protezione Civile Guido Bertolaso ha imparato ad affrontare ogni tipo di emergenza, dai terremoti alle frane, e a schivare con diplomazia perfino le «bacchettate» che arrivano dall’alto, come quella di Hillary Clinton. Ma non avrebbe mai pensato di essere al centro di un «duello all’amatriciana», nel vero senso della parola. Invece, domenica sera, mentre a Roma cenava con la moglie nel ristorante «La Nuova Fiorentina», in via Brofferio, cuore di Prati, ha assistito sbigottito a una rissa tra l’architetto di fama mondiale Massimiliano Fuksas, che lo offendeva chiamandolo «ladro», e Luca Cieri, un costruttore edile capitolino che lo difendeva. Tutto davanti a decine di clienti impauriti, ma pronti a prendere le sue parti.

«Un putiferio - racconta Annamaria Andreotti, una dei titolari del ristorante -. Non lavoravo quella sera, ma i camerieri mi hanno raccontato che è successo di tutto». La discussione è iniziata quando Bertolaso, cliente abituale e graditissimo, si è seduto con sua moglie a qualche tavolo di distanza dall’architetto Fuksas, che era in compagnia della consorte e di alcuni amici. «È stata una vergogna - racconta Cieri, deciso a sporgere denuncia contro l’archistar -. Quell’uomo, che solo successivamente ho saputo essere Fuksas, ha iniziato a gridare verso Bertolaso “Ma guarda sto pezzo di m... Ma guarda se dobbiamo stare seduti vicino ai ladri”. Mi sono girato e ho visto che ce l’aveva con il sottosegretario, che era in un’altra sala». Così il costruttore, che stava seduto con moglie, figlio e genitori anziani, si è avvicinato a Fuksas chiedendo di abbassare il tono della voce. «Gli ho anche detto di moderare i termini, perché c’erano dei bambini, e che comunque stava offendendo un ministro della Repubblica e disturbando gli altri clienti - racconta Cieri -. Per tutta risposta quello rivolto a me si è messo a urlare “squadrista, fascista di m...”. Poi mi ha tirato contro una formaggiera, prendendomi sul naso».

In questo caos Bertolaso si è comportato con la signorilità che lo contraddistingue: non ha risposto, fingendo di non sentire quelle ingiurie. Invece tra il costruttore e l’architetto è scoppiata una rissa, con lancio di bicchieri e piatti, davanti agli occhi increduli dei camerieri. «Gli altri clienti erano impauriti, anche perché molti stavano con figli - dice la titolare -. Qualcuno ha chiesto il conto velocemente ed è andato via, mentre altri cercavano di metter pace. Sicuramente la moglie di Fuksas non era tra questi: invece di calmare gli animi li accendeva. Eppure l’architetto è sempre stato una persona gentile e mai arrogante. Sarà l’infuocato clima elettorale».

Il paradosso è che a chiedere di chiamare la polizia, sostenendo di essere stato aggredito da un gruppo di fascisti, è stata proprio l’archistar. «Continuava a ripetere che il locale era pieno di fascisti - racconta Ammanaria Andreotti -. La cosa più incresciosa è che domenica avevamo tantissimi ospiti di religione ebraica. Ma quando gli agenti sono arrivati Fuksas se n’era andato. Ci dispiace che un architetto famoso in tutto il mondo si sia reso protagonista di una scena così indecorosa».
Moltissimi clienti hanno lasciato nome e cognome ai poliziotti, seccati per l’attacco personale contro Bertolaso, e pronti a testimoniare in favore del costruttore, che sporgerà formale denuncia. «La cosa più incredibile - conclude la proprietaria - è che prima di andar via il sottosegretario è venuto a scusarsi, come se fosse lui responsabile dell’accaduto. Invece ha avuto testimonianze di solidarietà e affetto da tutti i presenti».



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Le Cinque stelle di Grillo eclissano l’astro di Tonino

di Emanuela Fontana

Roma

La sconfitta brucia, anche se non è stata una disfatta. Limature, decimi di percentuali persi, qua e là, guarda caso proprio nelle terre in cui è esploso il ciclone del Five star movement, come chiama il Guardian il partito delle Cinque stelle, in un articolo di ieri tutto dedicato al ruolo del «61-years-old political comedian and blogger Beppe Grillo» in queste elezioni regionali italiane.

Quando ieri Tonino Di Pietro ha chiuso il suo atteso intervento sul blog, aveva ben presente i numeri del sorpasso. Un esempio: Rimini. Italia dei Valori, 6,65. Movimento 5 Stelle: 7,29. Insieme avrebbero sfiorato il 15%. Da solo, Di Pietro è rimasto al palo, non ha sfondato. Addirittura a Bologna Tonino non regge l’offensiva: 7,54 ai 5 Stelle, 7,33 all’Idv. Complessivamente i Five stars hanno portato a casa quasi 400mila voti.

Pensa e ripensa, Di Pietro ieri ci ha provato: «Il movimento di Beppe Grillo - ha scritto sul blog - non ha rubato voti al centrosinistra ma ha raccolto il voto di protesta dei cittadini, e rappresenta una realtà con la quale vogliamo interloquire». La tentazione: aprire ai grillini. Anche se bisogna vedere, poi, se il comico che manda tutti a quel paese accetterebbe il piano di Tonino, o non infilerebbe anche lui nel girone dei dannati.

Il progetto politico di Di Pietro si allarga comunque ben oltre Grillo: al Pd, il leader dell’Italia dei Valori chiede di «compiere un atto di umiltà, mettere da parte i potentati e la gerontocrazia», per pensare a «un’alternativa di governo credibile per il 2013».

Esagerando un po’ con l’autocelebrazione («un trionfo per l’Idv») Di Pietro annuncia: «Il grimaldello del cambiamento nel centrodestra oggi è la Lega, nel centrosinistra è l’Italia dei Valori». Ma si aspettava di più da queste Regionali, Tonino, anche se non lo dice, chiaro. Magari quel favoloso 15% delle elezioni abruzzesi del 2008. Ecco perché si guarda intorno, e lancia le sue alleanze.

Peccato che per l’eventuale leadership di questo magma che comprenderebbe giustizialisti e arrabbiati, nei blog comincia a circolare un nome, e non è quello di Di Pietro: Nichi Vendola, politico a suo modo populista come lo sono, con sfumature diverse, Beppe e Tonino. Non a caso a parlare di Vendola non è Di Pietro, ma alcuni suoi blogger sparsi: «Vendola bravissimo», scrive Edoardo Arengi. «L’Idv deve chiedere scusa a tutti per De Luca. In caso contrario il mio “piccolo” voto andrà a Vendola», avverte Carlo Udinì.

Un sogno che inizia ad accarezzare anche il Popolo Viola (263mila 888 fan su Facebook), insofferente verso la dirigenza del Pd, e un po’ anche verso Di Pietro, con una passione invece per Grillo. «Pugliamo l’Italia!», propone Falco Ugento su Facebook. «Servirebbe una nuova Sinistra, magari guidata da uno come Vendola», aggiunge Nadia Baldrighi. Il problema è che la nuova sinistra allargata che Di Pietro vorrebbe guidare parte con qualche ostacolo (a parte la leadership), perché Bersani e Grillo, per dire, nemmeno si parlano. Anzi, s’insultano. Il segretario del Pd: «Votare Grillo è un cupio dissolvi». La risposta del comico: «Rimuovetelo al più presto, delira».



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martedì 30 marzo 2010

Censura, Cina blocca ricerche su Google

La Stampa


Spostarsi a Hong Kong sembra inutile. L'uscita di scena del motore più popolare favorisce il motore locale Baidu e Bing della Microsoft
La Cina dopo la decisione di Google di trasferire le sue operazioni ad Hong Kong ha rafforzato la censura, bloccando, secondo quanto riporta il Wall Street Journal, quasi tutte le ricerche Internet degli utenti cinesi.

Da questa mattina, non producono più alcun risultato anche le ricerche di termini molto banali come «happy», segno che la censura cinese si è inasprita.

La scorsa settimana Google, dopo un braccio di ferro di alcuni mesi con Pechino, ha deciso di chiudere il suo motore di ricerca cinese e dirottare gli utenti su un nuovo sito con sede a Hong Kong. Quello di Google è stato un tentativo estremo di evitare la censura di Pechino, uno sforzo che per il momento si è rivelato inutile.

A trarne vantaggio, oltre al motore di ricerca locale Baidu, pare sia Microsoft, che ha fatto sapere che non ritirerà il suo motore di ricerca Bing dall'immenso mercato pubblicitario potenziale che è quello cinese...




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Claps, il legale di famiglia: "Stupro è dato certo"

di Redazione


Gallo, consulente della famiglia di Elisa, all'uscita della chiesa della Santissima Trinità dopo il terzo sopralluogo della Scientifica conferma: "La violenza sessuale subita dalla giovane è un dato sicuro". Il pm: "Torneremo, se necessario"


Potenza - La violenza sessuale subita da Elisa Claps "è un dato sicuro". Lo ha detto il consulente della famiglia della ragazza, Marco Gallo, uscendo dalla chiesa della Santissima Trinità di Potenza, dove sta per terminare il terzo sopralluogo della polizia Scientifica. "I dati che sono stati raccolti - ha aggiunto Gallo - fanno pensare che sicuramente c’è stata violenza". 

Rispondendo alle domande dei giornalisti, il consulente ha spiegato che "dai fatti ufficiali è sicuro" che il 12 settembre 1993 Danilo Restivo, l’unico indagato per omicidio, violenza sessuale e occultamento di cadavere, "è sicuramente stato con Elisa. Ora bisogna vedere quando e dove l’ha lasciata". Il perito ha detto di non sapere "se ci sono tracce biologiche di Restivo sul corpo di Elisa e, comunque - ha concluso - non potrei rispondere". 

Il pm: "Torneremo se necessario" È terminato pochi minuti fa il terzo sopralluogo fatto dalla polizia scientifica nella chiesa della Santissima Trinità di Potenza. All’uscita, avvicinata dai giornalisti, il pm di Salerno, Rosa Volpe, che coordina le indagini: "Torneremo se necessario". Il magistrato non ha risposto alla domanda dei giornalisti se fosse pronto un mandato di cattura internazionale per Restivo, l’unico imputato per omicidio, violenza sessuale e occultamento di cadavere.




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Abusa della figlia durante il sonno I giudici lo assolvono: "E' malato"

La Stampa


Le analisi scagionano un papà belga «Innocente, è affetto da sexsomnia»



MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES


Ha confessato di aver abusato della figlia di quattro anni, ma non è colpevole. Il tribunale di Mons è giunto alla conclusione che Frédéric L, un giovane padre di Mons, cittadina del Belgio meridionale, ha compiuto l’incesto sulla sua bambina senza averne l’intenzione perché affetto da “sexsomnia”, una rara malattia che stimola comportamenti a sfondo sessuale durante il sonno e non lascia alcuna memoria al risveglio.

I giudici hanno accolto la versione dell’imputato sui fatti accaduti il 23 giugno di due anni fa al termine di una serie di esami clinici effettuati da esperti. “La spiegazione può essere presa in considerazione”, si legge nella sentenza che riconosce il beneficio del dubbio. Il pubblico ministero e la parte civile intendono comunque impugnare il pronunciamento. “Una soluzione inaccettabile – hanno fatto sapere –: presenteremo un ricorso contro questo culmine di perversione”.

E’ una vicenda tragica. I verbali raccontano che la bimba, qualche tempo dopo i fatti, ha riferito alla nonna di come era finita sul pavimento della stanza del padre mentre questi la costringeva a un rapporto orale. Nel mezzo della notte, la ragazzina si era alzata ed era andata a chieder aiuto perché voleva essere accompagnata in bagno. Il genitore si sarebbe messo a carponi e avrebbe cominciato a farla giocare con il suo sesso. Nel sentirla urlare “papà, sono io!”, l’uomo si sarebbe istantaneamente risvegliato dal suo torbido sonno. “Non me ne sono reso conto – ha spiegato agli inquirenti -, stavo dormendo”.

I giudici, alla fine, gli hanno creduto. O, comunque, non hanno potuto dimostrare che stesse mentendo, anche perché “Monsieur L” ha superato tutti i controlli psicologici e attitudinali, convincendo i dottori di non avere alcuna tendenza pedofila. A suo vantaggio, secondo la Corte, sarebbe inoltre la circostanza di aver interrotto il rapporto nell’attimo del risveglio e di aver detto alla figlia: “Scusa, non ti avevo riconosciuto”. Le poche notizie che filtrano sul caso non danno informazioni sul ruolo della madre nella vicenda.

Vero o falso? Sono dubbi che restano per sempre e che segnano le vite. Dal 2005 la sexsomnia è inserita ufficialmente nell'elenco dei disturbi del sonno, fenomeno grave poiché non esiste un rimedio noto. Della malattia si è parlato molto in lo scorso autunno, a causa della storia di Belle Floor, 32 anni di Almelo, Olanda, una ragazza che ha confessato di aver praticato per anni un autoerotismo inconsapevole nel sonno, comportamento del quale non aveva alcun ricordo nel momento del ritorno alla consapevolezza.

Secondo uno studio condotto nel 2003 dall’Università di Toronto, la sexsomnia si distingue dal sonnambulismo per almeno tre elementi: risveglio automatico più evidente e improvviso; attività motorie ristrette e specifiche; frequente presenza di stati mentali legati al sogno. Il numero di persone affette da questo pericolosa forma di veglia nel sonno risulta essere molto ridotto, ma in realtà non è quantificabile con esattezza, poiché i malati ne diventano consapevoli soltanto se avvertiti dalle persone con cui condividono la stanza. Oppure che, come nel caso di Mons, se il desiderio sessuale li costringe a un orribile reato.




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Noti gli atti dopo l'arresto di Testini Il giudice: «Marrazzo ha mentito»

Corriere della Sera




«I 3.000 euro sottratti dai carabinieri all'ex governatore dovevano servire per acquistare droga»


ROMA - Dopo l'arresto del maresciallo dei carabinieri Nicola Testini accusato della morte del pusher Gianguerino Cafasso, sono noti gli atti del provvedimento di custodia cautelare scritti dal giudice Renato Laviola. L'ex governatore della Regione Lazio Piero Marrazzo «ha mentito quando ha affermato che nell'appartamento di via Gradoli dove si intratteneva con il trans Natali, gli furono sottratti dai carabinieri Luciano Simeone e Carlo Tagliente 3.000 euro».

Secondo il giudice l'importo corrisposto «doveva servire anche per acquistare un quantitativo di droga». Ma nelle carte si legge anche che il blitz dei carabinieri in via Gradoli dove Marrazzo si trovava in compagnia della transessuale Natali (ripreso dal filmato) è un «grave episodio che non può in alcun modo essere considerato causale ma il momento finale di una situazione preparata ed organizzata in cui il Marrazzo è rimasto vittima».

«IL CONFIDENTE CAFASSO» - Secondo il gip «deve ritenersi che il Testini, a conoscenza da tempo della frequentazione da parte del Marrazzo di soggetti transessuali (ciò si «desume anche da una relazione del comandante della stazione dei carabinieri di Trionfale risalente al 2008») abbia organizzato, in accordo con Tagliente e Simeone, l'intervento nell'appartamento in via Gradoli, utilizzando le informazioni del suo confidente Cafasso e partecipato poi attivamente, ed anzi in posizione di preminenza, alla vendita del filmato, dopo che un precedente contatto con il Marrazzo, alla Regione Lazio, non aveva avuto alcun seguito»

IL PUSHER «INAFFIDABILE» - Gianguarino Cafasso era diventata una persona che «sapeva troppo ed inaffidabile, considerate anche le sue condizioni di abituale consumatore di droga, tanto più che tra il Testini e il Cafasso erano, nell'ultimo periodo, insorti dei contrasti».

Scrive il gip della Procura di Roma. «Risulta, infatti, che il Cafasso ormai teme per la propria incolumità personale, tanto che riferisce alle giornaliste (di «Libero» ndr) che ha contattato che appena chiuso tale affare dal quale sperava di ottenere l'importo spropositato di 500mila euro, sarebbe 'scappato' in quanto se fosse rimasto 'lo avrebbero fatto fuori'.

Inoltre le condizioni personali del Cafasso, soggetto obeso, tossicodipendente e diabetico, erano sicuramente a conoscenza del Testini, in virtù di un rapporto di conoscenza instaurato da molti anni, per cui deve ritenersi che la cessione al Cafasso di un quantitativo di droga nella composizione poi rilevata dai consulenti tecnici fosse finalizzata proprio a cagionarne la morte per overdose».

LE ALTRE ACCUSE A TESTINI - Tra i reati contestati al maresciallo dei carabinieri Nicola Testini ci sono anche quattro rapine e la costituzione di una vera e propria associazione a delinquere. Nel capo d'imputazione l'associazione è contestata anche agli altri due carabinieri, già indagati per la sortita in via Gradoli, Carlo Tagliente e Luciano Simeone. Secondo quanto scrive il magistrato, i tre si sarebbero «associati fra loro, con Cafasso e con altri soggetti al momento non identificati, allo scopo di commettere più delitti di spaccio e rapine». «Testini e Tagliente promuovevano, costituivano, organizzavano e dirigevano l'associazione, prendendo contatto con lo spacciatore e confidente Cafasso - si legge nell'ordinanza - allo scopo di acquisire le informazioni sull'attività di spaccio e sui clienti del giro della prostituzione nell'area della Cassia Trionfale».

Redazione Online
30 marzo 2010




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Non versa gli alimenti: la moglie denuncia Operaio scopre che il figlio è del fratello

Corriere del Veneto

Cinquantenne vicentino assolto con formula piena. Nel processo per mancati pagamenti ha scoperto di essere sterile e di esser stato tradito dalla compagna


VICENZA - Ha scoperto di essere sterile dopo che l’ex moglie lo aveva denunciato per il mancato versamento degli alimenti al figlio. Così un operaio vicentino di 50 anni ha messo alle strette l’ex coniuge, 40enne, scoprendo che il bimbo di cui andava orgoglioso non era suo. La donna gli ha confessato tra le lacrime che lo aveva tradito con suo fratello, e dal quel rapporto era nato il bambino. Venuta alla luce la vicenda - riferisce «Il Giornale di Vicenza» -, l’uomo è stato assolto dal tribunale con la formula che «il fatto non sussiste».

Nell’udienza conclusiva il pm ha sottolineato, tra l’altro, «il vergognoso accanimento» della 40enne nei riguardi dell’ex marito. L’operaio aveva saltato per alcuni mesi il versamento di 250 euro mensili per il ragazzino, dopo essere rimasto disoccupato. Ma lui non poteva essere il padre biologico del minore, come era stato accertato da un esame medico successivo, che aveva accertato la sua condizione di sterilità.

30 marzo 2010




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Sconfitto» in Puglia, Fitto si dimette

Corriere della sera


l ministro per gli Affari regionali lascia l'incarico dopo il ko subito dall candidato del Pdl Rocco Palese




ROMA - Il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto, secondo quanto si è appreso, ha presentato le dimissioni dall'incarico. Le dimissioni presentate dal ministro Fitto arrivano il giorno dopo le elezioni regionali, che hanno visto in Puglia l'affermazione del centrosinistra con Nichi Vendola e la sconfitta del candidato del centrodestra Rocco Palese, portato avanti e sostenuto proprio dal ministro. Fitto si è ampiamente speso nel corso della campagna elettorale a favore di Palese, è stato per molti versi l'artefice della sua candidatura. Parallelamente Adriana Poli Bortone, potenziale candidata del centrodestra, aveva deciso di correre autonomamente con l'appoggio dell'Udc.

L'AFFONDO DI VENDOLA - «Fitto - aveva detto Vendola dopo la sua vittoria in Puglia - è stato per me un alleato troppo prezioso. La sua idea della lotta politica è primitiva e insultante». E ancora: «La prima causa della crisi del centrodestra in Puglia si chiama Raffaele Fitto. Per quello io ho fondato questa associazione: "Nessuno tocchi Raffaele"».

«DIMISSIONI DOVEROSE» - Durissima nei confronti di Fitto anche Adriana Poli Bortone, candidata di Io Sud e dell'Udc: «Se volessimo essere buoni potremmo commentare le dimissioni del ministro Fitto dicendo che è il gesto di chi vuole assumersi le proprie responsabilità; se invece volessimo dare un più freddo giudizio politico dovremmo dire che questa sembra la abile mossa di chi prova ad anticipare una richiesta che gli sarebbe comunque arrivata di qui a poche ore». «Dimettersi - ha aggiunto la Poli Bortone - era il minimo che potesse fare di fronte alla terza sconfitta consecutiva: ha perso le regionali del 2005, ha perso le amministrative dello scorso anno, quando il centrodestra si è visto battere nei Comuni di Bari, Foggia e Taranto e nelle Province di Brindisi e Taranto, e ha perso oggi volendo imporre a tutti i costi il proprio pupillo sacrificando la causa di una alleanza politica con Udc e Io Sud, l'unica in grado di battere Vendola».

LA DIFESA DI GASPARRI - A favore di Fitto si è invece espresso Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «Credo che meriti la stima e il sostegno di tutti. Ha fatto un gesto di responsabilità, penso che faccia bene il ministro» e quindi il suo «è un gesto che ritengo debba essere respinto». Inoltre, ha aggiunto Gasparri, «il risultato complessivo» delle regionali «mi sembra ottimo anche al Sud».

30 marzo 2010




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Uno bianca, permesso a Occhipinti: andrà alla Via Crucis del venerdì santo

Corriere di Bologna


Il primo premio dopo 16 anni di carcere per l'ex poliziotto



Il 2 aprile, venerdì santo, Marino Occhipinti uscirà per la prima volta dal carcere. Anche se per poche ore. L’ex poliziotto, detenuto dal 29 novembre 1994 con una condanna all’ergastolo per i crimini commessi con la banda della Uno bianca, lascerà la casa circondariale di Padova per partecipare alla Via crucis organizzata a Sarmeola di Rubano, nel Padovano, da Comunione e Liberazione presso l’Opera della provvidenza di Sant’Antonio. Uscirà grazie a un permesso premio, che, dati il giorno e l’occasione, appare carico di significato simbolico.

Durerà solo poche ore, dalle 13.30 alle 19, il permesso chiesto da Occhipinti anche per poter incontrare i suoi familiari in un ambiente diverso dal carcere. Il primo, forse, di una serie di permessi perché nel decreto del Tribunale di sorveglianza si sottolinea come per il detenuto sussistano «tutti i requisiti di legge per l’ammissione all’esperienza dei permessi premio».

Di certo c’è che, con questa prima concessione, la strada per uscire ogni tanto dal carcere grazie a piccoli «benefici» è meno in salita. E per i giudici e l’amministrazione penitenziaria, Occhipinti — 45 anni, ex poliziotto della Mobile di Bologna, membro minore della banda, condannato per l’omicidio della guardia giurata Carlo Beccari durante l’assalto a un furgone davanti alla Coop di Casalecchio nel febbraio ’88 — dopo quasi 16 anni dietro le sbarre, è pronto per farlo.

Un convincimento, questo, destinato a suscitare polemiche e condanne da parte dell’associazione familiari delle vittime della banda dei Savi. Ma il magistrato Giovanni Maria Pavarin, lo stesso che nell’agosto 2008 lanciò un appello ai familiari perché accettassero il tentativo di Occhipinti di avere con loro un contatto, è convinto che l’ex killer, difeso dall’avvocato Milena Micele, abbia tutte le carte in regola per usufruire di permessi.

E cioè: la dissociazione, la revisitazione critica, la buona condotta. Meriti documentati da perizie criminologiche. Pavarin scrive della «avvenuta rivisitazione critica delle condotte tenute in passato», della «convinta adesione alle iniziative trattamentali» e del «desiderio di ottenere il perdono delle vittime dei suoi reati». Il giudice si sofferma su come l’ex bandito «abbia superato ogni resistenza interiore e affrontato con spirito critico la sua storia personale, uscendo da qualsiasi logica di negazione del ruolo avuto nelle vicende di cui è stato protagonista negativo e riconsiderando con piena consapevolezza il proprio passato».

Atteggiamenti «non strumentali» perché Occhipinti «ha più volte manifestato sincero rammarico» anche durante i colloqui con lo stesso giudice. Questi è consapevole che il permesso non piacerà a tanti. Perciò dedica qualche riga del decreto anche all’associazione familiari: «A nessun approdo è giunto fin qui il tentativo di instaurare una qualche mediazione con le vittime, essendo risultato impossibile il tentativo di coinvolgerle, nonostante la volontà dell’interessato». E quanto alle preoccupazioni dell’associazone, Pavarin non può che appellarsi al terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione. Quello, spesso dimenticato, sulla finalità rieducativa della pena.

Amelia Esposito
30 marzo 2010



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Tutti contro Lewis Hamilton Un ministro australiano: "E' stato una testa di c...."

Quotidianonet

Il pilota inglese della McLaren-Mercedes si è esibito in una serie di testa-coda all’esterno dell’impianto di Albert Park. È stato fermato e multato dalla polizia che ha sequestrato l’auto del pilota il quale si è poi scusato per la guida “troppo esuberante"

Melbourne, 29 marzo 2010




La reprimenda di un ministro e la ‘lezione' del team principal: il weekend australiano di Lewis Hamilton si chiude con le bacchettate che arrivano da tutte le parti.

Il pilota inglese della McLaren-Mercedes ha aperto il fine settimana con un inopportuno show per le strade di Melborune. Hamilton si è esibito in una serie di testa-coda all’esterno dell’impianto di Albert Park. È stato fermato e multato dalla polizia che ha sequestrato l’auto del pilota, che si è scusato per la guida “troppo esuberante".

Il mea culpa non è bastato per ottenere il perdono di Tim Pallas, ministro dello stato di Victoria responsabile per la circolazione stradale. “Ok, lo dico: è stato un imbecille”, dice il ministro usando il 'colorito' termine ‘dickhead’ (letteralmente ‘testa di c...’).

Hamilton, d’altra parte, ha scelto il giorno peggiore per farsi beccare: la sua infrazione è arrivata a poche ore dal lancio di una campagna governativa per la sicurezza stradale.

Il campione del mondo 2008 ha potuto comunque proseguire regolarmente il suo weekend di lavoro. Nella gara disputata ieri, non è andato oltre un anonimo sesto posto. Alla fine, ha puntato il dito contro la strategia indicata dal team: due soste ai box, ha detto il driver, sono state una scelta inopportuna. Martin Whitmarsh, numero 1 della scuderia, risponde in maniera dettagliata.

“Lewis stava perdendo tempo alle spalle di Kubica, la sua gomma posteriore sinistra si stava deteriorando. Schumacher si era fermato e stava andando più forte, come anche Webber”, dice il numero 1 della squadra.

“Secondo le informazioni che avevamo in quel momento, e in base alla posizione di Lewis, abbiamo fatto la scelta giusta. A posteriori, si può dire tutto: se lo avessimo lasciato in pista, magari sarebbe arrivato secondo e avremmo messo a segno una doppietta”, dice ancora.

“Io - dice Whithmarsh - sono deluso per l’esito della decisione, ma non per il processo che ha portato alla scelta. Era quella corretta in quel momento”. Nessun caso, invece, legato al linguaggio che Hamilton ha usato nelle comunicazioni via radio con il team. “Si è espresso in maniera passionale, Lewis è così. Vuole vincere, vuole che tutto vada per il verso giusto: è esigente nei confronti di se stesso e della squadra”.




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Il suo cane lo morde al volto Maradona operato d'urgenza

Quotidianonet


L’incidente e’ avvenuto nella sua abitazione. Diego e’ stato subito portato alla clinica ‘de los Arcos’ del quartiere Palermo di Buenos Aires, dove e’ stato medicato e quindi operato


Buenos Aires, 30 marzo 2010


Brutta avventura per Diego Armando Maradona. Il Pibe de Oro e’ stato operato d’urgenza la scorsa notte dopo essere stato morso al viso da uno dei suoi cani: lo rendono noto fonti locali, precisando che l’allenatore della nazionale argentina uscirà nelle prossime ore dalla clinica dove e’ stato ricoverato.

L’incidente e’ avvenuto nella sua abitazione, hanno aggiunto le fonti, precisando che Diego e’ stato subito portato alla clinica ‘de los Arcos’ del quartiere Palermo di Buenos Aires, dove e’ stato medicato e quindi operato.




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Cern, l'acceleratore Lhc di particelle ha quasi ricreato le condizioni del Big Bang

Quotidianonet


Il Large Hadron Collider (Lhc) è il più grande acceleratore di particelle mai costruito ha stabilito il nuovo record mondiale per macchine di questo tipo mettendo in circolo due fasci di protoni con un’energia pari a 3,5 TeV. Ora i ricercatori dovranno analizzare i dati ottenuti

Ginevra, 30 marzo 2010

Dopo una lunga pausa il Large Hadron Collider di Ginevra ha raggiunto la potenza massima mai toccata riuscendo ad avvicinarsi ad un passo dal ricreare nella collisione di due fasci di protoni le condizioni simili a quelli del Big Bang da cui nacque l’universo. Nei suoi 27 chilometri Lhc, che corre sotto la frontiera tra Svizzera e Francia, per realizzare l’esperimento - il primo di una lunga serie - ha generato 7.000 miliardi di elettrovolt (TeV).

Dopo due fallimenti nelle prime ore della giornata i protoni al momento dell scontro hanno viaggiato ad una velocità prossima a quella della luce. Ora i ricercatori, che dovranno analizzare i dati raccolti, spegneranno l’Lhc per riaccenderlo dopo lavori di manutenzioni e potenziamento per quasi un anno. A quel punto la potenza sarà raddoppiata a 14 Tev, un livello che si avvicina ulteriormente a quelli sperimentati nei primi istanti di vita dell’Universo.

Il Large Hadron Collider è il più grande acceleratore di particelle mai costruito e finora è stato piuttosto sfortunato. Inaugurato l 10 settembre 2008 dopo appena 36 ore venne spento per un guasto dovuto a un collegamento elettrico difettoso fra due dei magneti superconduttori della macchina.Nei successivi lavori di riparazione sono stati sistemati altri 53 magneti difettosi.

Con Lhc i ricercatori (tra cui molti italiani che rappsentano i secondi finanziatori e la seconda comunità scientifica del Cern) è quello di verificare l’esistenza delle particelle più piccole e sfuggenti, come il celebre Bosone di Higgs, ribattezzata la ‘particella di Dio', e comprendere la natura della materia e dell’energia "oscura" che costituiscono rispettivamente il 23% e il 72% dell’universo. L’energia e la materia visibile coprono solo il 5%.


Cern di Ginevra, oggi il Lhc effettua la prima collisione di particelle ad altissima energia



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Domus Aurea, cede una parte della galleria "E' il crollo più grande degli ultimi 50 anni"

Quotidianonet


Roma, 30 marzo 2010

Una parte della volta del quindicesimo locale della Domus Aurea, il palazzo costruito dall’imperatore Nerone dopo il grande incendio che devastò Roma nel 64 dopo Cristo, è crollata. Nel monumento erano in corso dei lavori di restauro. La parte crollata è quella del ''grottone'' cioe' la volta dell'edificio. Sul posto, per verificare i danni alla struttura Neroniana, ci sono anche i tecnici della sovrintendenza, mentre i Vigili del fuoco stanno rimuovendo il terriccio accumulato. Dopo di che procederanno al recupero dei reperti coinvolti, per lo più frammenti della galleria stessa. Nessuna persona, fanno sapere i Vigili del fuoco, è rimasta coinvolta

Il crollo ha interessato 60 metri quadri della volta di una delle gallerie Traianee che si trovano all'interno del complesso. Lo smottamento del terreno ha coinvolto circa 130 metri quadri dell'intera area archeologica. La zona esterna alla zona del crollo è stata recintata per questioni di sicurezza anche perché al di sopra c'è un giardino pubblico. La Protezione Civile del comune di Roma sta inviando 300 sacchetti di sabbia da predisporre nel piazzale soprastante l'area del crollo. La decisione e' stata presa a scopo precauzionale in previsione delle piogge che potrebbero verificarsi nei prossimi giorni. La pioggia, se dovesse cadere, data l'inclinazione del terreno, andrebbe a confluire direttamente nell'apertura lasciata dal crollo di stamani.

La residenza di Nerone è rimasta inaccessibile per oltre vent’anni e parzialmente riaperta al pubblico nel 1999. Da allora, per il pericolo di crolli a causa d’infiltrazioni d’acqua è stata più volte chiusa e riaperta. Nel giugno del 2009 è stato avviato un nuovo cantiere che avrebbe dovuto portare, entro due anni, alla riapertura completa dell’antica villa dell’imperatore Nerone.

 I PRIMI PARERI TECNICI

All'interno di quest'area archeologica, ha spiegato il direttore tecnico della Domus Aurea, Antonello Vodret, si tratta comunque "del crollo maggiore degli ultimi 50 anni". "Il crollo potrebbe essere avvenuto per l'appesantimento del terreno dovuto alle infiltrazioni di acqua: l'area delle gallerie non è impermeabilizzata. Ogni giorno si verificano cedimenti, ma crolli cosi' non si possono prevedere".

''Il crollo è stato causato dall'eccesso di pioggia che ha reso instabile il terreno sottostante'', ha spiegato uno dei tecnici della Protezione Civile del comune di Roma, Piero Meloni. La volta crollata si trovava nell'area di Colle Oppio accessibile al pubblico. ''Ora - ha aggiunto Meloni - i vigili del fuoco stanno procedendo alle prime operazioni propedeutiche di messa in sicurezza per evitare che le piogge possano entrare nella voragine che si è creata''.

"La galleria di accesso alla Domus Aurea dove è crollata una parte del soffitto è in consegna al Comune di Roma da una ventina di anni ed è utilizzata come deposito di materiale archeologico", ha spiegato Luciano Marchetti, commissario per la Domus Aurea, che ha aggiunto: "Il progetto di restauro della Domus Aurea comprende anche questa galleria sopra la quale si trova un giardino che favorisce le infiltrazioni d’acqua".

 ALEMANNO PREOCCUPATO

‘’Ho appreso ora la notizia. Sono molto preoccupato e chiamero’ subito la Sovrintendenza archeologica per capire quello che è successo’’. Cosi’ il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che prosegue ‘’Si tratta di un pezzo di patrimonio tutelato dallo Stato e quindi bisogna capire se c’e’ stato qualche problema particolare. La Sovrintendenza ci dovra’ spiegare cos’è successo’’..

"Il danno non è gravissimo", ha spiegato l'assessore alla Cultura del Comune di Roma, Umberto Croppi, accorso sul luogo. "La cosa importante è che la Domus Aurea sia intatta". La volta crollata, però, ha aggiunto, "non può essere ricostruita". Difficile stimare il danno economico: "I frammenti che potranno essere recuperati hanno un valore di studio, ma non economico". Sul rischio che altri crolli possano coinvolgere aree archeologiche di Roma, l'assessore ha spiegato che "il patrimonio antico è sempre tutto a rischio, c'è bisogno di manutenzione continua. Al momento, però, apparentemente, non ci sono rischi immediati di incidenti simili"

LA REGGIA D'ORO DI NERONE

La Domus Aurea, uno dei più importanti monumenti della Roma antica, fu fatta costruire da Nerone nel 64 d.C., tra l’Esquilino, il Celio e il Palatino, dopo il devastante incendio che distrusse Roma. Secondo le intenzioni dell’imperatore, la Domus Aurea (casa d’oro), ricca di stucchi, marmi, pitture, opere d’arte e rivestimenti in oro e avorio, sarebbe dovuta diventare la residenza più importante e preziosa del mondo. Si estendeva per due chilometri e mezzo e comprendeva giardini, vigne, boschi, zone per le feste e un laghetto artificiale realizzato dove anni dopo sorgerà l’Anfiteatro Flavio.

Dell`imponente villa oggi resta in particolare l’area costruita sul colle Oppio, con circa 150 ambienti che fiancheggiano la sala a pianta ottagonale, vero e proprio centro di tutto il complesso.
La residenza di Nerone è rimasta inaccessibile per oltre venti anni e parzialmente riaperta al pubblico nel 1999. Da allora, per il pericolo di crolli a causa d`infiltrazioni d’acqua è stata più volte chiusa e riaperta. Nel giugno del 2009 è stato avviato un nuovo cantiere che avrebbe dovuto portare, entro due anni, alla riapertura completa dell’antica villa dell’imperatore Nerone.






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