domenica 28 febbraio 2010

Mokbel e il senatore, trovati conti in Svizzera

Corriere della Sera



Ex manager di Fastweb ammette dal giudice: il meccanismo criminoso esisteva fondi neri. Mokbel e il senatore, trovati conti in Svizzera


Ex manager di Fastweb ammette dal giudice: il meccanismo criminoso esisteva


ROMA — I terreni nel Lazio, in Umbria e in Abruzzo. Le case a Roma e all’Argentario. Le Ferrari e le Jaguar. Adesso, però, i carabinieri del Ros hanno individuato il tassello che ancora mancava per ricostruire il patrimonio del senatore Nicola Di Girolamo: i soldi.

Non è ancora nota la cifra esatta, ma ieri sera gli investigatori hanno scoperto alcuni conti correnti in Svizzera, a Lugano. Riconducibili, ritengono, al parlamentare Pdl e a Gennaro Mokbel, considerato il capo dell’organizzazione: questi, stando all’ordinanza di custodia, «si è avvalso della professionalità» del legale «per costituire le società internazionali di comodo funzionali al riciclaggio».

I carabinieri non hanno potuto sequestrare i conti correnti sia perché Di Girolamo è senatore sia perché occorre una rogatoria in Svizzera. Ma ai militari era già noto che Lugano è stata il quartier generale dell’avvocato dal 3 gennaio 2005 al 24 maggio 2007. In quegli anni infatti il senatore è stato «membro con firma collettiva a due» della Egobank, l’istituto di credito in cui aveva un conto corrente la Platon, una delle società coinvolte nel riciclaggio.

In queste ore Di Girolamo sta decidendo se dimettersi: l’addio al Senato potrebbe arrivare già domani. È pronto, così assicura, a collaborare con la magistratura, ma soprattutto a dimostrare che le accuse sono infondate. Dall’Aquila il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, lo invita a fare un passo indietro, mentre da Potenza Piero Fassino sostiene che «le dimissioni sono una questione che attiene alla sua sensibilità e alle sue valutazioni». C’è polemica però sul voto all’estero e soprattutto sull’applicazione della legge.

Si amplia intanto il numero dei manager coinvolti nell’inchiesta: sono indagati per «dichiarazione infedele mediante l’uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti» Emanuele Angelidis, Mario Rossi, Alberto Calcagno (Fastweb) e Amandino Pavani (Telecom Italia Sparkle). Proprio in relazione alla società fondata da Silvio Scaglia ieri l’interrogatorio di Bruno Zito, a Milano, avrebbe fatto incassare un punto all’accusa.

Il dirigente, per il quale Fastweb ha avviato le procedure di licenziamento, avrebbe confermato l’esistenza del «meccanismo criminoso » . Non avrebbe tirato in ballo Scaglia, ma avrebbe sostenuto che i rapporti con le società «cartiere», riferibili a Mokbel, erano già iniziati prima della sua nomina a responsabile del settore «Grandi aziende».

«Ha dato ampie spiegazioni — precisa l’avvocato Bruno Assumma — di come in azienda venissero condotte le operazioni contestate dall’accusa». Il manager è accusato di aver procurato le fatture necessarie per ottenere i rimborsi, non dovuti, dell’Iva e di aver ricevuto, insieme alla Super Harvest (una delle società coinvolte nel riciclaggio), più di cinque milioni di euro su un conto corrente aperto a Hong Kong. Zito si è difeso anche da questa contestazione, ma qui non avrebbe convinto i magistrati.

Non hanno invece risposto alle domande del gip Aldo Morgigni né altri due manager di Fastweb (Giuseppe Crudele e Mario Rossetti), nè Francesco Fragomeli, amministratore della Fcz. L’interrogatorio di Scaglia, l’ultimo della serie, si svolgerà probabilmente martedì.




Lavinia Di Gianvito
28 febbraio 2010



Powered by ScribeFire.

Letame contro la sede, la Lega accusa don Gallo e islamici

Il Secolo XIX


«L’ atto intimidatorio contro la sede della Lega di via Napoli deve essere condannato da tutte le forze politiche». Lo dichiara l’on. Edoardo Rixi, segretario provinciale della Lega Nord, dopo i vandalismi compiuti nella notte contro la Lega. «Non temiamo chi si nasconda dietro il letame - aggiunge -, si tratta solo di persone disadattate che non conoscono la dialettica democratica; a noi interessa la volontà dei 5000 residenti che hanno votato contro la moschea. Dai musulmani e da don Gallo ci aspettiamo questo e ben altro».

LA NOTIZIA

Atti vandalici, nella notte, contro la sede della Lega Nord in via Napoli a Genova, nella zona al centro di violente polemiche per la costruzione di una moschea. Questa mattina aderenti del partito di Bossi hanno trovato il muro dell’edificio che ospita la sede della Lega coperto di scritte con insulti e minacce. All’esterno era stato abbandonato anche un mucchio di letame. Sulla vicenda indaga la Digos di Genova.

Il segretario ligure della Lega, Francesco Bruzzone, ha commentato con amarezza l’episodio. «Il significato politico dell’atto - ha detto - meriterebbe solo una pernacchia. Si tratta di un atto di indimidazione che arriva chiaramente da una parte politica e che ci fa sorridere. La sede della Lega in via Napoli si trova al centro di un quartiere nel quale ci siamo battuti con mezzi democratici per contrastare la costruzione di una moschea e questo gesto certo non ci fermerà, anzi ci incoraggia». «Non escludo - ha concluso Bruzzone - che decida prossimamente di allestire una branda nella sede di via Napoli e dormire lì ogni notte, così da difendere una sede che abbiamo fortemente voluto e una battaglia con continuiamo a combattere democraticamente».




Powered by ScribeFire.

Stranieri in sciopero, cortei in 60 piazze «Primo Marzo, 24 ore senza di noi»

Corriere della Sera

«Per sostenere l'importanza dell'immigrazione per la tenuta socio-economica del Paese»





MILANO - Una manifestazione nazionale per rendere visibili gli stranieri che vivono e lavorano in Italia. Saranno sessanta le piazze in cui il primo marzo immigrati e italiani manifesteranno «per sostenere l'importanza dell'immigrazione per la tenuta socio-economica del Paese», come ha spiegato Francesca Terzoni, portavoce nazionale del comitato Primo Marzo 2010 - Una giornata senza di Noi. «Sono previste una serie d'iniziative nelle diverse città coinvolte: a Varese verrà offerto un "pranzo etnico" agli agenti della polizia penitenziaria, a Trieste ci adopereremo per cancellare le scritte razziste dai muri, a Bologna ci sarà una mostra fotografica all'aperto con i volti dei 'nuovi italianì, a Milano verranno offerte delle lezioni di lingua straniera in piazza» spiega Terzoni, tra le fondatrici del gruppo su Facebook che ha dato vita all'iniziativa (gli iscritti sono circa 50mila),

che si svolgerà in contemporanea in Francia, Spagna e Grecia. Alle 18.30, in tutte le piazze italiane coinvolte verranno "liberati" dei palloncini gialli, il colore simbolo della manifestazione. Nata in maniera spontanea, la protesta del Primo Marzo ha ricevuto l'adesione di una serie di organizzazioni, tra cui Emergency e Legambiente, partiti politici (Pd, Sel e Rifondazione Comunista) e i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che pur dando il loro sostegno, non hanno proclamato lo sciopero generale a livello nazionale. Le astensioni dal lavoro saranno, dunque, a macchia di leopardo e la copertura sindacale verrà garantita principalmente dai sindacati di base, come Sdl (Sindacato dei Lavoratori) che ha proclamato per il primo marzo lo sciopero generale a Milano e Provincia.

«SOLIDALE» - «Sono solidale con l'astensione dal lavoro che i lavoratori stranieri effettueranno lunedì primo marzo»: ha detto il vice presidente della Commissione Lavoro della Camera, Giuliano Cazzola. «Mi convincono - aggiunge - soprattutto le motivazioni dell'iniziativa: gli immigrati vogliono dimostrare non solo di esistere, ma di essere indispensabili, con la loro presenza e il loro lavoro, alle attività economiche e sociali del Paese. Poichè si tratta di una circostanza assolutamente vera, mi auguro che la manifestazione abbia successo e che la comunità nazionale comprenda che non vi sono alternative credibili all'integrazione».

 (Fonte Ansa)

28 febbraio 2010




Powered by ScribeFire.

Baruffa in tribunale, lista Pdl arriva troppo tardi

di Claudio Pompei

Ritardo agli uffici elettorali in vista delle Regionali nel Lazio. Non registrati i candidati della Polverini e del Pdl. Ma il centrodestra fa ricorso: "Macché esclusione, tafferugli di provocatori". Ma il simbolo sulla scheda è a rischio




Roma - Nessun esercizio di dietrologia né retropensieri a proposito della mancata presentazione della lista regionale del Pdl nella Provincia di Roma, ma solo un disguido provocato dalla concitazione dell’ultim’ora che potrebbe avere, però, ripercussioni sulla presenza del simbolo del Pdl nelle scheda elettorale. Sarebbero, insomma, campate in aria le voci (riprese da un sito di gossip) secondo le quali dietro il ritardo che rischia di cancellare la presenza del Pdl a Roma ci possa essere un malcelato tentativo di alcuni settori del centrodestra di danneggiare Renata Polverini per la sua vicinanza a Fini.

Secondo le stesse indiscrezioni, poco prima di mezzogiorno ci sarebbe stato un acceso diverbio sulla composizione della lista nel corridoio del Tribunale. Sarebbe stata proprio questa discussione a causare il ritardo. Tutti i vertici locali del Pdl, a cominciare dal responsabile del settore elettorale del Pdl Ignazio Abrignani, sono intanto convinti che, per quanto formalmente non registrata, la presentazione della lista del Pdl sarà comunque accettata.

Ufficialmente il Pdl ha presentato ricorso all'Ufficio centrale circoscrizionale presso il Tribunale di Roma per sostenere la regolarità della procedura nella presentazione della lista. E oggi, entro le 12, si sarà il responso ufficiale sull’ammissione, l’integrazione o l’esclusione della lista del Pdl.

Dopodiché ci saranno altre 48 ore di tempo per presentare l’eventuale ricorso all’ufficio centrale presso la Corte d’appello. Il coordinatore regionale Vincenzo Piso (ex An), e il coordinatore romano Gianni Sammarco (ex Fi) sono dell’avviso che la contestazione di alcuni esponenti della sinistra riguardi una superficialità formale, non un aspetto sostanziale della procedura.

Il vicecoordinatore regionale Alfredo Pallone (ex Fi) ritiene che la contestazione della sinistra sia stata addirittura premeditata: «Mi chiedo - ha detto - se sia una casualità che qualcuno si sia intrufolato negli uffici del Tribunale e abbia creato dei veri e propri tafferugli, se sia sempre una casualità che siano stati provocati i delegati del Pdl e se, guarda caso, sia una identica casualità che il solo ad aver pubblicato il video di quanto è accaduto, sia stato proprio il sito del quotidiano Repubblica.it».

«Credo sia semplicemente ridicolo - gli ha fatto eco Piso - pensare di escludere, sulla base di una presunta violazione dell’orario, il più grande partito italiano. Ma al di là di questo, i nostri rappresentanti erano lì dalle 11 quindi entro il termine stabilito». Sammarco ha parlato di una «manovra di comunicazione di tipo leninista» da parte della sinistra.

Dell’incertezza determinata dalla mancata presentazione della lista Pdl ha fatto cenno anche il presidente della Camera Gianfranco Fini che si è detto «non preoccupato anche perché non saprei cosa fare». Il presidente dei senatori Maurizio Gasparri ha chiesto una risposta «rapidissima dal momento che il Pdl è vittima di prepotenze e rispettoso delle norme». No comment, invece, dalla diretta interessata Renata Polverini, che si sarebbe detta «sorpresa» da quanto accaduto.



Powered by ScribeFire.

Sfregio alla memoria dell'Olocausto: profanati i sampietrini dorati


Il gesto vandalico in piazza Rosolino Pilo, di fronte alla casa in cui abitavano i Terracina

ROMA - Profanatii sampietrini della memoria di fronte alla casa di Monteverde in cui abitavano i Terracina in piazza Rosolino Pilo 17. L’insulto nella notte, con una bomboletta spray che ha oscurato le sette "pietre d’inciampo” collocate un mese fa nel giorno della memoria, è stato scoperto al mattino da un vicino di casa di Piero Terracina, unico scampato allo sterminio di Auschwitz in cui è stata cancellata tutta la sua famiglia.
 
Sul posto è subito accorso il presidente del XVI municipio Fabio Bellini, che ha predisposto per domani pomeriggio un presidio di solidarietà con Terracina e l’intervento tecnico per ripulire i sampietrini e cancellare la profanazione. Accorsi sul posto anche il presidente della Comunità Ebraica Riccardo Pacifici, il consigliere Pd Paolo Masini e Adachiara Zevi, la curatrice della posa delle trenta “pietre d’inciampo” con cui il 28 gennaio sono stati ricordati deportati in sei municipi di Roma, ebrei, politici, carabinieri.
 
«Esprimo ferma condanna per questo atto vigliacco contro una memoria condivisa, quella della Shoah» ha detto il sindaco Gianno Alemanno «Ripetiamo, ancora una volta, il nostro auspicio che i vili che hanno compiuto questo gesto siano presto presi e venga loro inflitta una punizione esemplare».
 
«TOMBA DI FAMIGLIA» - «Io non ho una tomba della mia famiglia, ho solo questi sette sampietrini – ha detto con commozione Piero Terracina -. Questa è la tomba della mia famiglia. E con questo insulto vogliono negare l’esistenza stessa dei miei poveri congiunti sterminati dal nazifascismo…».
 
Riccardo Pacifici ha messo in relazione la profanazione alla questione “delatori”, risollevata proprio in questi giorni. E proprio la famiglia Terracina arrestata durante il ricongiungimento familiare per la Pesach ebraica del ’44 fu tradita da un delatore. «Ieri su un giornale cittadino ho ricordato la questione delatori in relazione alla deportazione dei carabinieri del 7 ottobre del ’43, operazione favorita da delatori per spianare la strada alla deportazione del 16 ottobre nel Ghetto di Roma».
 
Adachiara Zevi ha aggiunto: «Andremo avanti con la posa di queste pietre d’inciampo. Allo sportello che abbiamo aperto presso la Casa della Memoria in via San Francesco di Sales si sono già rivolti sessanta familiari di deportati. Questo insulto dimostra quanto ancora possa dare fastidio ricordare ciò che è avvenuto».
«PIETRE D'INCIAMPO» - Per chi vuole dedicare una pietra d'inciampo (stolpersteine) ai propri cari spariti nelle deportazioni, può rivolgersi alla biblioteca della Casa della Memoria e della Storia, responsabile dott. Stefano Gambari, tel. 06 45460501; e-mail: s.gambari@bibliotechediroma.it”. Una denuncia alla Digos sarà fatta dalla Comunità Ebraica. Sul posto cui sono anche delle telecamere di una vicina banca che potrebbero aver registrato immagini. Non è la prima volta in Europa che le “Stolpersteine” ideate dall’artista Gunter Demnig vengono profanate. Su ventimila pietre d’inciampo circa 400 hanno registrato profanazioni. E’ avvenuto in alcune città della Germania e in Olanda. Ora, purtroppo, si è aggiunta anche Roma.


Paolo Brogi
28 febbraio 2010



Powered by ScribeFire.

Scioperi della fame a catena A Cuba la protesta si estende

Corriere della Sera

Sei dissidenti seguono l’esempio di Zapata, morto martedì


Orlando Zapata è stato seppellito, Orlando Zapata vive. Il digiuno anti-regime avviato quasi tre mesi fa dall’operaio cubano morto stremato in cella martedì continua. Dopo di lui altri cinque detenuti e un attivista hanno iniziato a rifiutare il cibo. Sono tutti «prigionieri di coscienza», come definisce Amnesty le 75 vittime della «primavera nera dell’Avana», la stretta repressiva dell’aprile 2003 che pose la questione dei diritti umani a Cuba all’attenzione del mondo. Cinque sono rinchiusi in carcere a Pinar del Río, nella parte occidentale del Paese. Tutti condannati, dopo processi sommari, a una ventina d’anni in base alla «legge 88» che punisce con lunghe detenzioni quanti vengono accusati di «sostenere la politica degli Stati Uniti e distruggere lo Stato socialista e l’indipendenza di Cuba».

Per molti di loro non è la prima volta: Nelson Molinet, leader sindacale, prima dell’arresto del 2003, aveva iniziato con Zapata uno sciopero della fame. Anche il giornalista Guillermo Fariñas, scarcerato per motivi di salute, dalla sua casa di Villa Clara ha annunciato di aver smesso di nutrirsi in segno di solidarietà. Gli altri detenuti a digiuno sono Fidel Suárez Cruz, bibliotecario; Diosdado González Marrero, attivista del movimento «Pace, democrazia e libertà» ed Eduardo Díaz Fleitas, vicepresidente del movimento clandestino «5 agosto» (già arrestato nel 1995 e poi nel 1999), che hanno inaugurato la protesta mercoledì. L’ultimo a scendere in campo è stato ieri Antonio Diaz Sánchez, dirigente del Movimento cristiani lavoratori, che nel 2002 aveva promosso con Fariñas il «progetto Varela» per la democratizzazione pacifica di Cuba.

«È una situazione preoccupante» ritiene Elizardo Sánchez, figura di spicco della dissidenza cubana, a capo di una commissione indipendente per i diritti umani, la Ccdhrn, mal tollerata dal regime. A destare maggior apprensione è la salute di Fariñas: «Ha smesso di mangiare e bere mercoledì, potrebbe collassare in tre giorni» avverte.

«C’è il rischio che lo sciopero della fame diventi uno strumento di lotta diffuso tra i detenuti politici — osserva Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International per l’Italia —. Occorre esercitare pressioni sul governo cubano perché siano liberati».

Ma il regime, alle prese con l’indignazione internazionale, ha reagito intensificando retate e repressione: una trentina gli arrestati giovedì ai funerali di Zapata, blogger e familiari del dissidente sono stati fermati all’ingresso di una mostra di giovani registi. E soltanto ieri l’Avana ha comunicato la morte di Zapata: Granma, l’organo ufficiale del Partito, lo liquida come un delinquente comune che puntava ad avere in cella tv e telefono. E se la prende con la «campagna di diffamazione» scatenata dai media occidentali.

Parole che fanno inorridire Armando Valladares. Lo scrittore c ha trascorso 22 anni in carcere a Isla de Pinos con l’accusa di tradimento e ha raccontato in Contro ogni speranza le pene disumane a cui è stato sottoposto: «Ho partecipato a vari scioperi della fame. Un gesto disperato, l’unico che un prigioniero ha per farsi sentire. Ma mai ho visto un detenuto in sciopero della fame colpito in modo così barbaro. Il suo corpo era massacrato di botte. Il cambiamento di Rául Castro non è altro che una maggior repressione».


Alessandra Muglia
28 febbraio 2010






Powered by ScribeFire.

La Apple: «Scoperti operai minorenni»

Corriere della Sera


L’ammissione dell’azienda Usa riguarda «ditte fornitrici esterne»

Dal nostro corrispondente  Marco Del Corona 


PECHINO— La Apple ha ammesso che aziende esterne che forniscono parti dei suoi prodotti hanno impiegato lavoro minorile. Il dato è contenuto in un rapporto che sintetizza i controlli compiuti dall’azienda americana su 102 fabbriche specializzate in componentistica. Gran parte si trovano in Asia, alcune in Cina. Il dossier (on line all’indirizzo http://images.apple.com/supplierresponsibility/ rt.pdf) dà conto di ispezioni condotte per verificare eventuali violazioni delle leggi locali e del codice etico interno della Apple. Si va da forme di discriminazione a un numero di ore eccessivo, senza indicare a quali Paesi si riferiscano le infrazioni rilevate.

«La Apple ha scoperto tre stabilimenti che avevano precedentemente assunto operai quindicenni in Paesi dove l’età minima per il lavoro è 16 anni. Nei tre stabilimenti — si legge a pagina 17— i nostri ispettori hanno trovato 11 operai che erano stati assunti prima di raggiungere l’età legale, anche se ormai non erano più sotto quel limite o non erano più dipendenti al momento dell’ispezione». La Cina, appunto, è uno dei Paesi dove l’età minima per un operaio è 16 anni. La Repubblica Popolare tuttavia non viene mai menzionata, se non in un altro passaggio in cui la Apple spiega come ha fatto correggere con successo una retribuzione inadeguata al numero di ore effettivamente lavorate.

Il sospetto che almeno alcuni degli 11 casi di lavoro minorile citati possano riferirsi alla Cina è alimentato dal fatto che in diverse occasioni aziende fornitrici della Apple hanno avuto problemi. A Suzhou in una fabbrica della taiwanese Wintek, che produce touch screen per la Nokia ma anche per la Apple, sono stati registrati decine di avvelenamenti la cui cura sta richiedendo mesi. E l’estate scorsa un ingegnere cinese venticinquenne di un’altra fornitrice taiwanese della Apple, la Foxconn, si era suicidato dopo essere stato accusato del furto di un prototipo dell’iPhone. Nonostante una nuova legge sul lavoro che assicurerebbe maggiori garanzie per i lavoratori, in Cina il rispetto delle norme è spessissimo come minimo approssimativo. La crisi e il calo dell’export hanno contribuito a peggiorare le condizioni nelle fabbriche. Mancano sia gli strumenti sia la volontà da parte delle autorità locali per effettuare controlli negli stabilimenti.


28 febbraio 2010




Powered by ScribeFire.

Respinto il ricorso del Pdl sulla presentazione delle liste

Corriere della Sera


L'esclusione dovuta al ritardo nella presentazione  della lista del Pdl: il termine scadeva sabato alle 12

 

ROMA - La Corte d'Appello di Roma ha respinto l'istanza sull'ammissione delle liste in corsa per le elezioni regionali del Lazio del 28 e 29 marzo. Scadeva ieri alle 12 il termine per la presentazione dei nomi in lizza ma la lista del Pdl per il collegio di Roma sarebbe stata presentata in ritardo e rischiava quindi l'esclusione dalle regionali. Al memonto perciò sono escluse le liste elettorali del Pdl nel Lazio.. Il Pdl presenterà ora ricorso d’appello all’Ufficio centrale regionale del Lazio per ottenere la riammissione.


NUOVO RICORSO - Luca Malcotti, vice coordinatore vicario del Pdl di Roma e Lazio aveva già comunicato che in caso di esclusione il Pdl avrebbe presentato un ulteriore ricorso in Corte d'Appello entro 48 ore , e infine rivolgersi al Tar. «Saranno i legali del Pdl a decidere se ricorrere ancora in Corte d'Appello o se rivolgersi direttamente al Tar».

Il Pdl laziale parla di incidente. «Non è che noi non abbiamo presentato la lista ma c'è stato un piccolo incidente. Ieri non ero presente, ma nel 2008 ho presentato le liste del Pdl per il Comune e i municipi di Roma, e in quel caso ho visto, pur nel rispetto totale delle regole, una certa flessibilità, essendo la procedura molto complicata. In questo caso mi pare che ci si sia attaccati a un meccanismo di dettaglio».

BONINO - «Diciamoci le cose come stanno: questa lista non c'è, non c'è verbale», era stato in mattinata il commento della candidata del centrosinistra alla presidenza della Regione Lazio Emma Bonino riferendosi alla vicenda. «Dopo le leggi ad personam - ha proseguito - non vorrei che si arrivasse a un provvedimento ad listam, sarebbe un' innovazione degna di qualche altro regime. Forse anche Alemanno dovrebbe pentirsi della sua arroganza: davanti alle nostre richieste di legalità aveva detto che avevamo problemi di visibilità. Poi era intervenuto il ministro Maroni, dicendo che a 30 giorni dalle elezioni non si poteva cambiare niente e non dovevamo lamentarci. Non vorrei che avessero una memoria troppo corta».

ROTONDI ATTACCA - Categorico il commento del ministro per l`Attuazione del Programma di Governo, Gianfranco Rotondi che denuncia la "incapacità" organizzativa del Pdl, alla luce del ritardo nella presentazione della lista nel Lazio . «L'onorevole De Luca da solo in Piemonte ha presentato in tre giorni una lista della Dc per Cota letteralmente pensata e realizzata in una settimana. I maestri del Pdl - attacca il ministro- hanno fatto perdere la Polverini a tavolino. Io ne ho piene le tasche di fare il parente povero in questa banda di incapaci. Nemmeno la campagna elettorale mi induce a misericordia».

Redazione online
28 febbraio 2010



Powered by ScribeFire.

La Consulta beffa le Camere: precari assunti dalle toghe

di Anna Maria Greco

La Corte Costituzionale si sostituisce al legislatore e boccia il blocco per gli insegnanti di sostegno stabilito nel 2008 dalla Finanziaria di Prodi. I presidi avranno mano libera. È un intervento a gamba tesa contro deputati e governo




Roma - Una sentenza della Corte costituzionale riapre le porte della scuola ai precari. Elimina, infatti, il blocco delle assunzioni a tempo determinato di insegnanti di sostegno, stabilito con la finanziaria 2008 dal governo Prodi. Vuol dire che migliaia di nuovi precari potranno entrare nelle scuole, senza concorsi ma per decisione discrezionale dei presidi, con le ripercussioni prevedibili sul bilancio dello Stato. 

In tempi di crisi economica e di tagli alle spese, dunque, gli effetti di questa sentenza, scritta dal giudice Maria Rita Saulle, possono essere pesanti. Anche perché non interviene solo in via di principio, lasciando al legislatore il compito di regolare la situazione, ma lo fa direttamente, ripristinando una parte della legge eliminata e dunque consentendo nuove assunzioni a livello locale, senza controlli centrali, con una possibile immissione sregolata di precari. La pronuncia dei «giudici delle leggi» è, infatti, immediatamente e concretamente efficace. E gli insegnanti di sostegno in Italia sono già 90mila, uno ogni due allievi handicappati. 

Negli ultimi anni, secondo i dati ufficiali, il numero degli insegnanti di sostegno è già aumentato moltissimo, fino ad arrivare appunto ai 90mila, di cui la metà sono appunto docenti a tempo determinato. Questi insegnanti rappresentano il 10,6 per cento del corpo insegnante e il rapporto tra alunni disabili e docenti è pari a 2 a livello nazionale non sembra così disastroso.

Ma spieghiamo meglio come si è arrivati a questa decisione della Consulta. È stato accolto il ricorso presentato dal Consiglio di giustizia amministrativa della Regione Sicilia, che si è trovato di fronte al braccio di ferro tra un istituto scolastico nel catanese e i genitori di una bambina disabile. Per lei, dopo il blocco delle assunzioni, le ore di insegnamento di sostegno sono passate da 25 a 12 a settimana.

La questione riguarda la coerenza costituzionale delle norme del 2007 (finanziaria 2008), che fissavano un limite al numero di insegnanti di sostegno per assistere gli alunni disabili. Queste norme, per l’Alta corte, sono «irragionevoli» e pertanto «illegittime» quando fissano un limite massimo invalicabile al numero dei posti degli insegnanti di sostegno ed escludono la possibilità di avvalersi, in deroga al rapporto studenti-docenti fissato per legge, di insegnanti specializzati che assicurino al disabile grave «il miglioramento della sua situazione nell’ambito sociale e scolastico».

Per la presidenza del Consiglio la questione sollevata doveva essere inammissibile o infondata. L’Avvocatura dello Stato ha contestato il fatto che si richieda alla Corte una sentenza cosiddetta «additiva», che comporterebbe «nuove o maggiori spese a carico del bilancio statale senza indicare i mezzi per farvi fronte» e che «porterebbe la Corte a sostituirsi al legislatore, al quale è demandata l’individuazione delle concrete modalità con le quali realizzare» la tutela dei disabili, come dice una sentenza del 2008. Il Parlamento, sostiene, deve «bilanciare diversi interessi coinvolti (quello dello studio del disabile e del contenimento della spesa pubblica) e per questo ha varato delle leggi, pur senza negare in alcun modo il diritto allo studio degli handicappati. 

In sostanza, «la riduzione delle ore di sostegno consentirebbe, comunque, l’integrazione scolastica delle persone disabili». Infatti, secondo l’Avvocatura dello Stato, la limitazione dei posti di insegnanti specializzati sarebbe controbilanciata da altri strumenti e direttive per assicurare l’assistenza a questi studenti, «anche mediante compensazioni tra Province diverse». Questa posizione, però, non ha prevalso al Palazzo della Consulta, malgrado un articolato dibattito con più voci che richiamavano ad una ottica «realistica» sulle concrete possibilità finanziarie del ministero dell’Istruzione, che ora si troverà a dover fronteggiare la situazione.

Chi festeggia sono i Cobas degli insegnanti. Per il coordinatore nazionale della Gilda la sentenza della Consulta «è una vittoria della civiltà sulla insensibile logica del risparmio applicata dal ministro Tremonti». La fine di «una grave ingiustizia sociale e una palese violazione della Costituzione».





Powered by ScribeFire.

Riciclaggio, adesso Di Girolamo getta la spugna

di Emanuela Fontana

Il senatore accusato di associazione a delinquere nell’inchiesta su mafia e riciclaggio potrebbe dimettersi già domani, prima che Palazzo Madama lo dichiari decaduto. Un collega: "Così almeno eviterà la carneficina dell’aula". Ma lui: "Vorrei far capire all’Italia che non sono un mostro, il male assoluto"





Roma - Gliel’hanno consigliato alcuni colleghi, ma più di tutti la coscienza: Nicola Di Girolamo, il senatore accusato di associazione a delinquere e di contatti con la ’ndrangheta, è pronto a dimettersi.
La voce circolava già ieri, alcuni membri della giunta per le immunità l’avevano ipotizzato. «Cosa gli cambia - commentava un senatore del Pdl con il Giornale - rimanere senatore dieci minuti in più o in meno. Eviterebbe la carneficina dell’Aula». Ma nessuno poteva prevedere che il senatore confidasse il suo travaglio a Repubblica. 

«Sono le 19.20 quando il telefono squilla»: inizia così l’intervista di Antonello Caporale pubblicata ieri sul quotidiano di Largo Fochetti: «Sono il senatore Nicola Di Girolamo. Vorrei far capire all’Italia che non sono un mostro, il male assoluto». E via uno sfogo, quasi un pianto. L’ammissione «delle responsabilità». Il grido: «Non sono un mafioso. 

Mi deve credere, mi dovete credere!».
Ecco Nicola Di Girolamo che parla. Per la prima volta da quando il suo nome è finito su tutti i giornali e le televisioni del Paese come uno dei 56 arrestati all’interno dell’inchiesta sul riciclaggio condotta dalla Procura di Roma e che coinvolge i vertici di Telecom Sparkle e Fastweb. L’unica differenza per Di Girolamo rispetto agli altri 55 era che, essendo senatore, è coperto dall’ombrello dell’immunità finché il Senato non decide diversamente. 

Del suo primo salvataggio avvenuto a Palazzo Madama il 29 gennaio del 2009, quando l’inchiesta sul suo conto era solo all’inizio, già si è detto. Ora, per il secondo e ben più grave esame della sua situazione, in Senato era appena stato deciso che sarebbe stata l’assemblea a pronunciarsi. Tecnicamente, si è scelto il percorso dell’annullamento della nomina, con una mozione da presentare mercoledì in aula. 

La giunta per le immunità sta intanto portando avanti la pratica di autorizzazione a procedere all’arresto. Il calendario prevede l’audizione di Di Girolamo davanti alla giunta martedì. Ma a questo punto il senatore potrebbe non presentarsi per l’audizione, e rassegnare le dimissioni martedì stesso. O addirittura domani. È la terza soluzione, il binario più rapido verso la consegna alla giustizia. Un’autoconsegna, a questo punto. 

Cambia poco, in effetti, se si dimette. Sarebbe più che altro un atto di dignità. L’unica differenza è che l’Aula, anziché dibattere sulle colpe sue e di quei senatori che un anno fa sospesero la sua pratica, trasformandosi in un’arena, dovrà semplicemente prendere atto delle dimissioni. E votarle. In un contesto simile tutto sarebbe più dolce, meno penoso. Per Di Girolamo e forse per tutti.
«Ho le mie colpe, i miei peccati - racconta Di Girolamo -. Io non fuggo, non ho alcuna intenzione di sottrarmi ai provvedimenti dell’autorità giudiziaria». 

La cosa importante ora è «riscattare l’onore perduto davanti ai miei due figli, a mia moglie». Sono stati, questi, «tre giorni di martirio, in tre giorni è finita la mia vita».
«Avrò modo di spiegare, di illustrare» ai giudici che «hanno lavorato bene...». Le dimissioni, forse «già lunedì, sono una delle ipotesi cui penso».

Basta poco per «trasformare una persona magari ingenua in un malavitoso incallito. Hanno preso me, il più innocuo, l’ultimo dell’ultima fila». Ma ora c’è da pensare ai ragazzi (di 16 e 19 anni): «Sono giovani e hanno diritto a non essere pressati». La politica, non il potere, «mi ha distrutto».






Powered by ScribeFire.

Wanted Travaglio", la destra ha scelto è lui il super-nemico

La Stampa

Il giornalista sempre più nel mirino dei quotidiani
MICHELE BRAMBILLA

L’ossessione della sinistra, da anni, è Silvio Berlusconi. Quella della destra, da qualche tempo a questa parte, è Marco Travaglio. Il quale ieri ha avuto l’onore dell’accoppiata di prime pagine: fotone sul Giornale («Travaglio vuole la pulizia etnica») e vignettone su Libero («E tre: la banda Travaglio non perdona Santoro»). Non è una novità. Sul sito del Giornale, se cerchi articoli che parlino di Marco Travaglio, te ne escono 2.480. Su quello di Libero solo 176, ma la differenza si spiega forse anche con il fatto che Filippo Facci, l’anti-Travaglio che scrive del suo nemico con una regolarità che pare ordinata dal medico, è da poco passato, appunto, dal Giornale a Libero. La campagna in corso è testimoniata anche dalla quantità di siti, di blog, di social network che ne parlano. Google, alla voce «Travaglio e il Giornale», dà 193.000 risultati; alla voce «Travaglio e Facci» 46.600; alla voce «Travaglio e Libero» 603 mila.

E’ vero che «libero» può anche essere un aggettivo e che «travaglio» è pure la fase che precede il parto: ma, insomma, l’oceano di parole messe in rete sullo scontro è evidente. Neutralizzato (più dalla sinistra che dalla destra) Cofferati - che dieci anni fa era l’incubo di Berlusconi -, tramontato Prodi, abortito il pericolo Veltroni, passato ormai dietro le quinte D’Alema, ora il bersaglio numero uno è dunque Travaglio. Con chi prendersela, d’altra parte? Bersani ha un faccione troppo bonario e rassicurante, a destra pensano che sia come un tortellone e che prendersela con lui sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. Santoro? Da qualche giorno viene considerato quasi come un alleato. Ci sarebbe Di Pietro, è vero: ma forse ormai su di lui è stato detto proprio tutto.

Ma sì: le «attenzioni» nei confronti di Travaglio hanno superato perfino quelle su Di Pietro. Caso abbastanza singolare, il nemico numero uno non è un politico ma un giornalista. Un po’ come quello che accade negli Stati Uniti per Rush Limbaugh, il conduttore di uno show radiofonico che ogni giorno riversa ogni possibile anatema contro Obama e il «politically correct»: i democratici temono più lui che Sarah Palin e tutti i politici repubblicani messi insieme. Ecco: Travaglio sta alla destra italiana come Limbaugh sta ai democratici americani. Facci lo chiama «Marco Pendaglio»; Feltri «Marcio Travaglio», ma a onor del vero in questo caso si tratta di una risposta al «Littorio Feltri» usato da Travaglio.

Il quale a Facci risponde invece senza citarlo mai per nome, lo chiama «quello con le mèches», e Facci va in bestia, qualche giorno fa ha mandato a Dagospia una sua foto da bambino per dimostrare che era biondo già allora, e quindi che non si tinge i capelli, giammai. Che scontri, accidenti. Vittorio Feltri però chiarisce che come in tutti i duelli ci sono regole e rispetto per l’avversario. «Travaglio - dice - fa il suo mestiere e lo fa bene. Sa scrivere e non è uno sciocco. La sua battaglia è legittima e io non ho nulla da eccepire. L’unica cosa è che il nostro vicedirettore Nicola Porro è andato ad Annozero, ha detto una cosa senza alcuna acrimonia e Travaglio ha reagito rivelando il lato deplorevole del suo modo di fare: mettere a tacere chi la pensa diversamente dandogli del servo, del killer, della merda.

Per questo abbiamo reagito. Ma fa parte del gioco». Il direttore del Giornale accetta anche l’editoriale che Travaglio proprio ieri gli ha dedicato su Il Fatto («Feltri, l’arma letale»): «Un pezzo che sta anche in piedi, ma poi lui finisce sempre per insultare». E assicura: «Non ho alcuna ossessione Travaglio. Pericoloso? Per me non è pericolosa neanche la sinistra, figuriamoci lui. Fa il suo mestiere, e siamo in democrazia». «E’ pericoloso», dice invece Maurizio Belpietro. Più di Bersani? «Non c’è ombra di dubbio». Più di Di Pietro? «Rischia di superarlo».

Fa paura il seguito, di Travaglio: «La sua penetrazione nella rete è fortissima - dice il direttore di Libero -. Lui è quello che fornisce le argomentazioni al giustizialismo, ha creato un movimento, anzi una setta. I suoi fedeli gli credono ciecamente, vanno a teatro a sentirlo e si abbeverano. Si è circondato di un’aura di sacralità per cui non è più possibile neppure criticarlo». Davvero ha tutto questo potere? «Ma certo. Il servizio pubblico gli ha appaltato cinque minuti in prima serata in cui lui può dire tutto ciò che vuole senza contraddittorio. Neanche Biagi in tv aveva tanto potere: Biagi faceva informazione, Travaglio fa editoriali.

Ci si è scandalizzati per gli editoriali di Minzolini, che ne avrà fatti cinque o sei, quando Travaglio ne fa uno ogni sette giorni. La sua violenza verbale è un’anomalia del servizio pubblico, anzi di tutta la tv». Opinioni largamente condivise dai lettori di Belpietro. Ogni volta che Libero mette Travaglio in prima pagina, le vendite si impennano. E’ proprio vero, dunque, che «per proporsi bisogna opporsi»: al proprio popolo c’è sempre bisogno di indicare un nemico. Vale per la sinistra con Berlusconi, vale per la destra con Travaglio. Comunque, tanti nemici tanto onore: «Da un lato - se la ride Travaglio - mi incuriosisce che gli organi del partito dell’amore riversino tanto odio contro di me. Dall’altro mi preoccupo per loro, vuol dire che hanno problemi di fegato».




Powered by ScribeFire.

Como, la scia di sangue degli eredi di Rosa e Olindo

La Stampa

In un anno 8 omicidi: tutti ispirati da futili motivi

MARCO NEIROTTI

INVIATO A COMO



Per un rumore che dà fastidio si uccide. Dopo il delitto si appicca il fuoco. Si va al lavatoio a darsi una pulita. Si fa sparire l’arma. Si va a mangiare un boccone. Intanto il paese commenta: «Non è gente di qui». E, una volta arrestati, si domanda al giudice: «Possiamo stare in cella insieme?». Scene da Erba, a quindici giorni dall’apertura del processo d’appello. Ma è pure un’antologia dalla catena di morti ammazzati in un anno a Como e provincia, per motivi futili, atonia morale. Allievi inconsapevoli di Rosa e Olindo, gli assassini ne ricalcano ciascuno un’orma.

Un anno fa, febbraio 2009. Nel centro di Como un filippino aggiusta una pentola e fa chiasso, un amico gli spacca il cuore con una coltellata. Per dissidi di lavoro, un imprenditore è freddato, ad Albiolo, dopo un rogo che devasta quattro camion. Altre fiamme per distruggere un cadavere: quello di Maria Rosa Albertani, 39 anni, operaia. Il corpo carbonizzato è scoperto il 14 luglio 2009 sotto una finestra d’una casa di Cirimido. Si sospetta la sorella Stefania, 27 anni. Durante l’intercettazione ambientale i carabinieri ascoltano un dialogo, poi urla e voce soffocata. Per forza: la figlia sta strangolando la madre. Una pattuglia salva la donna prima che finisca nel vuoto e nel fuoco.

Il 22 agosto, a Carate Urio, un malato di mente finisce a coltellate davanti al cancello di casa il suo ex datore di lavoro: era convinto che l’uomo, anni prima, lo filmasse in azienda per poi deriderlo al bar. Il 5 settembre 2009, a Laino, un uomo è ammazzato dal fratello della convivente. Fa giardinaggio, è andato giù deciso di cesoie. Non gradisce il rimprovero della sorella, la colpisce con un punteruolo e uccide l’uomo che la difende.

Il 9 ottobre, in un appartamento accanto al Duomo, un imprenditore del caffè è freddato a rivoltellate. Lo troveranno l’indomani in un furgone a Tavernerio. Antonio Di Giacomo, 46 anni, era in affari con Emanuel Capellato, 34 anni, e Leonardo Panarisi, di 52. Era a casa loro con un borsone pieno di Rolex (tarocchi). Come nasca il dissidio gli arrestati non dicono. Sta di fatto che il cadavere deve sparire, i due ingegnosi fanno una capatina in un ipermercato, comperano un armadio a un’anta, ci piazzano dentro il morto e scendono in strada con contenitore e cadavere. Senonchè dalla bara provvisoria spunta un piede. Caricano tutto sul furgone e via. Poi uno va, anziché da Mc Donald’s, a mangiare la pizza con amici, l’altro raggiunge moglie e figlia per la cena.

Finisce in pizzeria il trucido film del 1° febbraio 2010. Alberto Arrighi, 40 anni, titolare di un’armeria, perito balistico del tribunale, riceve nello scantinato del negozio Giacomo Brambilla, 43 anni, gestore di pompe di benzina. Contorti i rapporti fra i due, ci sono problemi di denaro, Arrighi custodisce per conto dell’altro assegni circolari, però è in credito di 85 mila euro.

Parlano quieti, Brambilla se ne va ma non arriva alla porta: l’altro lo fulmina con due colpi, gli spara quello definitivo. Teme che si trovino proiettili, si facciano perizie, se ne intende di queste cose. Allora telefona al suocero, Emanuele La Rosa, 68 anni, che accorre e tiene fermo il corpo mentre lui taglia la gola del poveraccio e poi con un seghetto gli stacca la testa. Tutto in due minuti e cinquanta secondi. Arrighi scarica il corpo nei pressi di Domodossola e La Rosa porta la testa nella sua pizzeria di Cantù, la piazza su una teglia con un po’ d’acqua e la infila nel forno a 350 gradi (per non impregnare tutto di odori sgradevoli). Poi appende un foglio: «Deve cuocere.

Non aprire». Per dare una pulita Arrighi chiama la consorte, Daniela, che, minigonna e stivaloni bianchi, scende nella cantina con stracci e ammoniaca. Lui va al poligono, il suocero sulle piste da sci. Ricostruzione inattaccabile: nessuno aveva spento le telecamere del caveau. Su Facebook nascono due fazioni, guidate da una vedova che invoca giustizia (con 827 aderenti) e dalla moglie dell’assassino (47 amici): «Temete l’ira del mansueto».

La voglia di ammazzare rispunta a Valbrona. Antonino Correnti è un artigiano di 63 anni. Aveva una moglie, ma se n’era andata con i tre figli, uno disabile, a vivere con Carlo D’Elia, 57 anni, artigiano pure lui, rivale nella posa di pavimenti. Litigavano per l’assegno al ragazzino disabile e la disparità di lavoro. La mattina del 23 febbraio Correnti va a prendere il furgone e trova ad aspettarlo D’Elia con il figlio diciannovenne che ha avuto dalla convivente.

Due botte in testa e una rivoltellata in faccia. Genitore e ragazzo - mentre il coro rispolvera il «non è stata gente di qui» - prima di andare uno dal carrozziere e l’altro a lavorare, buttano l’arma nel lago del Segrino, quello delle passeggiate di Rosa e Olindo, dove ora gli inquirenti, cercando l’arma di D’Elia, hanno già pescato quattro pistole che con questo delitto non c’entrano. Padre e figlio si sono lavati e al pm Massimo Astori, quello di Erba, raccontano dove: «Al lavatoio di Olindo, lei lo conosce». Alla fine una preghiera: «Possiamo essere messi nella stessa cella?».




Powered by ScribeFire.

sabato 27 febbraio 2010

Augello: «Così Gasparri salvò di Girolamo»

Il Secolo xix


«Con Gasparri e Quagliariello ci furono momenti di nervosismo, ma io fui molto chiaro: sarei andato fino in fondo nel proporre l'espulsione di Di Girolamo, anche a costo di farmi bocciare la proposta in aula». C’è tanto rammarico per il senatore del Pdl Andrea Augello, un big della destra romana considerato un finiano doc. Fosse stato per lui, Di Girolamo sarebbe già fuori dal Senato, espulso un anno fa: un normale cittadino al quale si potrebbero mettere le manette, come hanno chiesto i magistrati, senza ulteriori passaggi parlamentari.

Ma a gennaio del 2009 le cose andarono diversamente: l'"atto di accusa" contro Di Girolamo fu bocciato in un clima di battaglia, con il capogruppo di maggioranza, Maurizio Gasparri (altro ex An), che ingaggiò con Augello un rovente braccio di ferro; con alcuni senatori dell'opposizione che contribuirono a salvare «il soldato Di Girolamo» con il voto segreto.

Senatore Augello, se la sua maggioranza le avesse dato ascolto un anno fa, il Senato non dovrebbe ora occuparsi di Di Girolamo.
«Allora si decise su altri elementi. C'era stato un ricorso da parte del primo dei non eletti all'estero: si trattava di stabilire se c'erano i requisiti per considerare a tutti gli effetti come regolare l'elezione del senatore Di Girolamo. Io avevo il compito di stabilire se questi requisiti c'erano».

Come andarono le cose?


«Fu costituito un veto e proprio Comitato inquirente perché era in corso un'inchiesta della procura e in precedenza c'era stata una richiesta d'arresto. Noi, cioè io e i senatori Li Gotti e Lusi, dovevamo stabilire se c'erano i requisiti per considerare valida l'elezione di Di Girolamo. Lavorammo per tutto il mese di agosto e, alla fine, fummo tutti d'accordo nel chiedere la decadenza per un difetto di residenza all'estero. La relazione fu approvata dalla Giunta e poi, a gennaio 2009, io la proposi all'aula, che però decise di "congelare" il dossier in attesa di sentenza definitiva».

Decisione a voto segreto il 29 gennaio 2009. Ma, lo stesso giorno, la maggioranza andò sotto su una proposta di sospensiva avanzata dal suo capogruppo Gasparri, che evidentemente non condivideva le sue conclusioni e quelle del Comitato d'inchiesta.


«Vero. Ma io feci una dichiarazione in dissenso rispetto al mio gruppo e uscii dall'aula al momento del voto. Dissi chiaramente, mettendoci anche una certa dose di ironia, che non potevo sostenere una cosa nel Comitato e fare una cosa diversa in aula. Era un paradosso, di cui si resero contro anche altri senatori del Pdl, che uscirono a loro volta dall'aula seguendo il mio esempio». Cosa le disse Gasparri?


«Ho avuto un conflitto notevole con il mio capogruppo, quel giorno e in quelli precedenti. Questo è innegabile. Gasparri faceva un ragionamento diverso: prima di far decadere un senatore bisogna pensarci mille volte, se si tratta solo di una questione di certificati. Io tenni duro e spiegai che, come relatore, avrei sostenuto in aula la mia tesi a tutti i costi».

Però l'aula votò a scrutinio segreto e Di Girolamo si salvò. «Sì. Ma va detto che anche 5 o 6 senatori dell'opposizione votarono per andare in soccorso a Di Gerolamo».





Powered by ScribeFire.

Sito-choc in Francia "Nuovi formaggi con latte materno" Scoppia la polemica

Quotidianonet


Le donne sono descritte - e illustrate da grottesche immagini - come mucche "selezionate con grande cura" per la produzione di un'ampia gamma di prodotti. L'autrice: è un'allarme sulla condizione della donna contemporanea

PARIGI, 27 febbraio 2010

La notizia è chiaramente una bufala, ma fa gran discutere la provocazione - da molti bollata come di cattivo gusto - del sito francese fromage-femme che lancia un 'rivoluzionario' formaggio a base di latte materno. La proposta choc è fatta in occasione del 47esimo Salone internazionale dell’agricoltura, che si apre oggi a Parigi.

Sul sito internet le donne sono descritte - e illustrate da grottesche immagini - come mucche "selezionate con grande cura" per la produzione di un'ampia gamma di prodotti: dalla "Femme qui rit" (che fa il verso al formaggino ‘La vache qui rit’) al "Boursein", utilizzando un gioco di parole tra il nome di un altro formaggio francese, il Boursin e il seno femminile.

Ma l’autrice del sito, l’artista di Nizza MetCuc, sembra immune alle polemiche e rivendica il diritto alla provocazione: in questo modo vuole anche lanciare un Sos sulla condizione della donna nel mondo contemporaneo.




Powered by ScribeFire.

Bollino blu, caccia ai furbetti

Il Tempo

Un dispositivo informatico permetterà di controllare da un ufficio i pagamenti degli automobilisti.
Il Comune: funzionerà tra un mese. Multe a casa degli evasori.

Il Comune di Roma dà la caccia ai furbetti del bollino blu. Tra un mese funzionerà un nuovo sistema per controllare la certificazione dei gas di scarico delle auto. Per scovare gli evasori non sarà più necessario fermare gli automobilisti per strada, basterà un click su un computer che raccoglierà i dati. La multa arriverà direttamente a casa, com'è già per il bollo regionale. Del resto il certificato dei gas di scarico è sempre più un optional, pure se dovrebbe essere attaccato al parabrezza della macchina.

Ci sono anche le officine che l'auto nemmeno la guardano, che si limitano a consegnare al cliente il bollino adesivo senza verificare i gas di scarico. Ma questo è un altro capitolo. Per ora un impiegato comunale verificherà i pagamenti e invierà le sanzioni. In pochi secondi. Ieri la Giunta ha approvato una memoria preparata dagli assessori all'Ambiente e alla Mobilità, Fabio De Lillo e Sergio Marchi, con cui affida all'Agenzia Roma servizi per la mobilità la sperimentazione del servizio informatizzato per la gestione delle attività connesse al controllo dei gas di scarico di autoveicoli, ciclomotori e motoveicoli.

 La memoria di giunta precisa che «lo strumento del bollino blu ha evidenziato delle criticità determinate dalla gestione pianificata nel contratto di servizio, per il quale è opportuno adottare delle modifiche, al fine di trasformare il sistema di controllo e verifica dei gas di scarico quale strumento disponibile in tempo reale dei dati da esso ricavabili». Per questo arriva il nuovo sistema. La sperimentazione partirà alla fine di marzo. C'è da scommettere che tanti romani resteranno incastrati nella rete.





Powered by ScribeFire.

Il genoma per buongustai

La Stampa

«I ricercatori cinesi vogliono mappare il meglio del made in Italy per clonarlo»
MAURIZIO TROPEANO

Allarme per lo «shopping scientifico» cinese: «Da Pechino stanno contattando scienziati di tutto il mondo per clonare i cibi doc italiani».

Fantascienza? No. I cacciatori di genoma cinesi hanno già «tracciato» il Dna del riso nel 2002 e poi alla fine del 2009 l’hanno fatto con il melone. E ci sono anche gli animali: il panda poche settimane fa e ora il programma di ricerca punta sul genoma dell’orso polare e del pinguino. Il pericolo più imminente per l’agricoltura italiana, però, è legato ai vegetali.

In campo cinquecento ricercatori. Un budget di 100 milioni di dollari. L’acquisto di 130 sequenziatori per il Dna di ultima generazione. Un programma per tracciare il genoma di 500 animali e 500 vegetali in due anni. I numeri del «Beijing genomic institute» (Bgi) hanno impressionato Massimo Delledonne e Mario Pezzotti. I due ricercatori, ieri, in anteprima mondiale, hanno reso noto il genoma di uno dei vitigni tipici, la Corvina, che serve per produrre l’Amarone. Uno scacco matto che, secondo i due scienziati, può arrivare in tre mosse.

La prima: «La presa di possesso delle “chiavi” della vita delle produzioni italiane». La seconda: «L’individuazione di un microclima ideale per le coltivazioni». La terza: «L’adozione delle nostre stesse tecniche di produzione». Alla fine il «re», cioè il made in Italy alimentare è sconfitto perché «il passo verso la concorrenza diretta, fatta con gli stessi prodotti del made in Italy, è ormai breve», concludono i due ricercatori dell’Università di Verona.

A rischio sono soprattutto le «produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo», precisa Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura. Allarmismo, si dirà, ma il leader di Confagri non la pensa così: «Dal genoma del pomodoro, annunciato per i primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica».

Incalcolabili, dunque, i danni per il made in Italy. Si parla di decine e decine di miliardi di euro, visto che già oggi il giro d’affari dell’agro-pirateria internazionale che copia i nostri prodotti è di 60 miliardi l’anno. Lo denuncia il dossier presentato ieri dalla Cia a conclusione del congresso nazionale. Spiega il presidente, Giuseppe Politi: «In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale».

Questa lunghissima lista di prodotti certificati fattura al consumo 8851 miliardi con un export di 1844. Ancora Politi: «A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli».

Certo, falsi e tarocchi sono diversi dalle ricerche sul Dna, ma è evidente che c’è la necessità di sviluppare una strategia di difesa. Secondo Vecchioni, «è necessario incrementare l’attività di ricerca presso i nostri centri di eccellenza e successivamente trovare le formule idonee per proteggere il patrimonio genetico delle nostre tipicità».

La Coldiretti ha una posizione diversa: «La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione». Da qui la proposta di realizzare una banca del Dna per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità.

Secondo Coldiretti, dunque, «i risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da Ogm ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti delle frodi e sofisticazioni».




Powered by ScribeFire.

Cuba, ondata di scioperi della fame Caccia ai blogger per le vie dell'Avana

La Stampa

Il grido di Yoani Sanchez sul Web:«Il regime non conosce la libertà»



La situazione a Cuba dopo la morte di Orlando Zapata Tamayo continua a essere incandescente. Quattro prigionieri e un dissidente hanno cominciato nelle ultime ore uno sciopero della fame per protestare contro le autorità che hanno lasciato morire l’operaio di 42 anni. Il dissidente più famoso, in sciopero di fame da mercoledì nella sua abitazione di Santa Clara (centro dell’isola), è il giornalista Guillermo Farinas. Farinas ha fatto diversi scioperi della fame, l’ultimo di sei mesi nel 2006, quando le autorità lo hanno alimentato per via intravenosa.

I prigionieri Eduardo Diaz Fleitas e Diosdado Gonzalez Marrero hanno cominciato lo sciopero mercoledì, Fidel Suarez Cruz e Nelson Molinet Espinoso giovedì. Tutti quanti si trovano incarcerati a Pinar del Rio (ovest dell’isola). La blogger Yoani Sanchez sta raccontando la situazione, sempre più convulsa: «Abbiamo seminato un seme di libertà, giustizia e amore- scrive su Twiiter-. Valori che loro non conoscono e per questo motivo li temono sopra ogni altra cosa». Claudio Fuentes è stato allontanato con la forza da una mostra cinematografica di giovani registi, insieme ai familiari di Zapata. Un gruppo di agenti della Sicurezza di Stato- fanno sapere i dissidenti- si è messo a gridare insulti ai blogger all’esterno del cinema Chaplin, impedendo l’ingresso in sala.

«In queste ore il nervosismo degli organi repressivi è palpabile», dice la Sánchez. Il cinema Chaplin era circondato dalla polizia che decideva chi far entrare e chi no, allontanando con la forza le persone non gradite. «Fino a quando la cultura sarà al servizio di un’ideologia? Perché dobbiamo sopportare questa assurda esclusione culturale?», si chiede Yoani.

La commissione di diritti umani e la famiglia di Zapata hanno accusato il governo della morte del dissidente, il quale è stato trasferito nel reparto di terapia intensiva quando, secondo loro, la situazione era ormai irreversibile. Il presidente Raul Castro si è detto dispiaciuto della morte di Zapata, negando che a Cuba ci siano torture. Secondo la Ccdhrn, a Cuba ci sono almeno 201 «prigionieri politici». Per le autorità cubane i dissidenti sono «mercenari» pagati dagli Stati Uniti.



Powered by ScribeFire.

Parenti, indagati, transfughi e vip. Ecco le liste per le Regionali

Corriere della Sera


Da Sbardella jr a lady Mastella. In corsa Bugno e Paganini




I giochi si chiudono oggi. Alle 12 scade infatti il termine per la presentazione delle liste dei candidati alle prossime elezioni regionali, previste il 28 e 29 marzo. Si vota per rinnovare la presidenza di 13 regioni: di queste allo stato attuale 11 sono al centrosinistra e 2 al centrodestra. E tra i nomi spuntano parenti, transfughi, ritorni e indagati. Ma anche nobel, figli di, proletari e, magari nelle stesse liste, imprenditori famosi. Ecco alcuni dei casi più eclatanti.

Parenti - Nel Lazio l’Udc schiera il broker Pietro Sbardella, figlio di Vittorio, gran collettore di finanziamenti ai tempi della prima Repubblica passato alla storia della Dc come «lo Squalo». Sempre nel listino della candidata del Pdl Renata Polverini entra, tra le polemiche, la moglie del sindaco Gianni Alemanno, Isabella Rauti: capo del dipartimento Pari opportunità presso la presidenza del Consiglio, la figlia del fondatore del Msi, Pino Rauti, ha chiesto l’aspettativa e lascerà l’incarico in caso di elezione.

E c’è anche una giovane coppia in corsa nel Lazio con la Polverini: Francesco Pasquali e Veronica Cappellari, insieme nella vita e nel listino. Nelle Marche scende in pista, con Sinistra ecologia e libertà, Iside Cagnoni, moglie dell’onorevole Luigi Giacco, figura storica della sinistra di Osimo. E si parla anche del vicesindaco di Bari Alfonso Pisicchio, fratello dell’onorevole Pino, passato di recente dall’Idv all’Api.

Sempre in Puglia corre Mario Cito, figlio dell’ex deputato e sindaco di Taranto Giancarlo (già condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa), con la lista «I pugliesi per Palese presidente », depositata a Taranto. Con il candidato governatore del Pd Claudio Burlando, a Genova, corre la nipote di Don Baget Bozzo, Francesca Tedeschi, impiegata turistica.

Nella lista del Pdl di Napoli e provincia per il rinnovo del Consiglio regionale della Campania c’è anche Angelo Gava, dirigente d’azienda, figlio dell’ex ministro Antonio, leader dei dorotei, e nipote di Silvio, patriarca della Democrazia Cristiana. Infine in Calabria, col Pd, si ricandida l’uscente Stefania Covello, figlia dell’ex parlamentare Franco.

Collaboratori - Ma è il centrodestra a fare il pieno di spin doctors e collaboratori. Nel listino della Polverini corrono Ernesto Irmici, portavoce di Fabrizio Cicchitto e Carlo De Romanis, assistente di Antonio Tajani. Nel listino del candidato pdl in Liguria, Sandro Biasotti, figurano il suo portaborse e autista, Roberto Dotta, e il commercialista del ministro Scajola, Ivano Montaldo.

Nel mirino dei pm - E qui, a dispetto dell’impegno bipartisan alle liste pulite, l’elenco è lungo. Agazio Loiero, Pd, corre in Calabria per la riconferma a presidente e ha promesso che non si candiderà se raggiunto in queste ore da una sentenza di condanna. Sandra Lonardo Mastella, liste Udeur collegate al Pdl, corre in Campania a dispetto del rinvio a giudizio, e così Enzo De Luca, candidato presidente del centrosinistra in Campania.

Nella lista Puglia prima di tutto — in cui si candidò al comune di Bari la escort Patrizia D’Addario—il Pdl azzarda Tato Greco, rampollo della famiglia Matarrese indagato per associazione a delinquere nell’inchiesta sull’affare Tarantini. E fino all’ultimo minuto sarà braccio di ferro sul nome di Cosimo Mele, l’ex deputato Udc sorpreso nel 2007 con una prostituta e processato per droga. Casini ha posto il veto, ma la candidata udc Adriana Poli Bortone non molla.

Tanto che il segretario Cesa è dovuto partire ieri sera alla volta di Bari per scongiurare la rottura. A sostegno del candidato pdl Rocco Palese invece Francesco Pistilli, ex sindaco di Acquaviva delle Fonti che, l’anno scorso, è stato condannato a un anno e sei mesi per corruzione.

E, salvo smentite dell’ultim’ora, sarebbe in lista con il Pdl anche il petroliere Fabrizio Camilli, finito in carcere due anni fa con l’accusa di associazione per delinquere. In provincia di Latina scende in campo poi da capolista del Pdl il senatore Claudio Fazzone, ras di Fondi che ha evitato lo scioglimento del comune per mafia

Transfughi - In Lazio Alessandra Mandarelli, ex assessore alle Politiche sociali della giunta Marraz zo eletta con la Rosa nel Pugno, lascia il centrosinistra per correre sotto le insegne della Polverini. E nelle Marche fa notizia la campagna acquisti di Di Pietro ai danni del Pd, ultimo passaggio tra le polemiche quello della consigliera comunale Serenella Moroder.

In Veneto, lasciato il Pd per approdare all’Api di Francesco Rutelli, scende in campo l’imprenditore Massimo Calearo. E candidato presidente dell’Udc, in Umbria, sarà l’ex deputata del Pd Paola Binetti. Mentre il consigliere regionale del Piemonte Deodato Scanderebech, espulso ieri dall’Udc, guiderà una sua lista al fianco del Pdl.

Star&Nobel - Nel listino di Emma Bonino, in Lazio, entra a passo di danza il ballerino e attore teatrale Raffaele Paganini e la Federazione della sinistra punta sull’astrofisica Margherita Hack come capolista nel Lazio. In Basilicata restano fuori la giornalista lucana Carmen Lasorella e il Nobel Carlo Rubbia, perché il Pd, per svuotare di senso politico il listino, ha scelto di inserire nel listino i parlamentari in carica: lasceranno il posto ai primi dei non eletti.

E da Castellammare di Stabia prova a buttarsi in politica con l’Idv l’attore Gaetano Amato, noto per la fiction La squadra. Per la federazione della sinistra, nel Lazio, correrà poi la giornalista Silvia Garambois. Invece in Puglia, con Vendola, si schiera il giornalista Raffaele Nigro. Nel listino di Filippo Penati, in Lombardia, corre l’ex campione del mondo di ciclismo Gianni Bugno.

Mentre a Milano i radicali mettono in campo il regista Tinto Brass, che ha già tappezzato la città di manifesti inneggianti al «lato b» delle donne. Sarà poi Fabio Pizzul, direttore di radio Marconi e figlio del telecronista Bruno Pizzul, il capolista del Pd a Milano.

Igieniste dentali e immigrati - A Milano c’è l’igienista dentale di Berlusconi, Nicole Minetti, ma non quella di Bersani: «No, no...—sorride il segretario del Pd—abbiamo scelto presenze autorevoli e rappresentative del territorio». E per Sinistra ecologia e libertà ci provano, tra gli altri, la drag queen Rovyna e Osmane Condè, figlio del leader dell’opposizione in Guinea e punto di riferimento per gli immigrati del vicentino.

Nel Lazio Emma Bonino ha ceduto al pressing dei cattolici sacrificando il paladino dei matrimoni gay Sergio Rovasio,ma non ha sentito ragioni sul tesoriere dei Radicali: entra dunque nel listino Michele De Lucia, fondatore di Anticlericale.net. La governatrice uscente, ricandidata dal Pd, Mercedes Bresso, in Piemonte sfida sul tema dei diritti il suo avversario, il leghista Roberto Cota. E mette in lista a Torino un siriano, un albanese, un marocchino e un camerunense.

I ritorni - In Emilia Romagna porte aperte, nel listino della candidata pdl Anna Maria Bernini, per l’ex vicepresidente del Senato Gustavo Selva. Un ritorno anche per l’ex sindaca di Cosenza Eva Catizone, che scende in campo in Calabria come numero due del Partito socialista e della Sinistra con Vendola.

Operai e imprenditori - In Liguria, per il candidato pd Claudio Burlando, corrono il portuale della Culmv Davide Traverso e Maruska Piredda, assistente di volo precaria e volto noto della protesta Alitalia. Quest’ultima, tra l’altro, è candidata anche in Lombardia con il candidato pd Filippo Penati, per il quale corre pure l’operaia Rosanna Della Valle. Sull’altro fronte, in Toscana il candidato pd Enrico Rossi ha già annunciato che in caso di vittoria la sua vice sarà l’imprenditrice Stella Targetti, 36 anni. E Vendola, in Puglia, ha in lista Giampiero Corvaglia, imprenditore, figlio dell’ex sindaco di Lecce, ma anche l’ex presidente della Provincia e noto imprenditore Enzo Divella e il vicepresidente della Confindustria jonica Fabrizio Nardoni.

Angela Frenda
Monica Guerzoni
27 febbraio 2010



Powered by ScribeFire.

Twitter-choc: aborto in diretta

Avvenire

«Non vedo l’ora che arrivi lo sfratto. L’inquilino abusivo che occupa il mio utero se ne deve andare». Sono frasi come questa, oltre al titolo “aborto dal vivo su Twitter” ad aver suscitato l’attenzione – e l’orrore – di migliaia di utenti di Twitter ai “post” del diario di Angie Jackson.

Usando una raffica di messaggi da 140 caratteri al massimo, come impone il sito di “microblogging”, la 27enne disoccupata della Florida ha raccontato nei giorni scorsi ogni sintomo, ogni fase, ogni pensiero che ha attraversato il suo corpo e la sua mente quando ha deciso di interrompere la sua seconda gravidanza. Lo ha fatto chimicamente, prendendo le pillole note come Ru486 che hanno già causato almeno 17 morti accertate: la prima nello studio di un medico di Planned Parenthood, la principale associazione di pianificazione familiare negli Usa, le altre quattro a casa.
«I crampi stanno diventando più persistenti», ha scritto, e poi, dopo alcune ore: «Adesso sto davvero sanguinando». La Jackson ha detto di aver deciso di raccontare su Twitter la sua esperienza per aiutare altre donne a «sdrammatizzare l’aborto». «Sono spaventata. Non so come sarà o quanto starò male, o se avrò alcun aiuto, vorrei avere con me una famiglia», ha scritto su Twitter Angie poco prima di prendere le pillole.

Questa “famiglia” erano gli 800 seguaci su Twitter che la Jackson aveva prima dell’aborto e che da allora si sono moltiplicati. La donna ha un bimbo di quattro anni, nato con gravi problemi dopo una gravidanza a rischio, e i medici l’avevano avvertita che un’altra gravidanza avrebbe potuto ucciderla. «Tutto quello che voglio fare è restare viva, e il modo migliore di farlo è abortire», si giustifica la giovane madre, anche se più avanti si dice convinta che «non voler essere incinta» è un motivo abbastanza valido per non portare a termine una gravidanza.

Jackson ha ricevuto i messaggi di incoraggiamento che sperava, ma si è detta «sorpresa» dalla valanga di polemiche che il suo gesto ha provocato. Le sono arrivate proteste e – ha detto – anche minacce di morte. Il Family Research Council, un gruppo per la difesa della vita, ha definito la sua decisione una «tragedia».

Alcuni lettori l’hanno implorata di fermarsi, offrendole di adottare il bambino non nato. Molti si sono sentiti offesi dalle frasi con cui Angie ha liquidato l’embrione che aveva in utero come un incidente di cui liberarsi, un errore causato dal malfunzionamento dalla spirale. «Mi sento infettata, sono arrabbiatissima con il mio ragazzo anche se non è stato intenzionale», spiegò nel primo post intitolato “Incinta”.

L’anno scorso aveva messo in subbuglio la rete la decisione di Penelope Trunk, una famosa blogger, di usare Twitter per raccontare la sua esperienza quando aveva perso un bambino per un aborto spontaneo. L’America si era poi scandalizzata in dicembre quando un’altra mamma della Florida, Shellie Ross, aveva annunciato in diretta ai suoi 5.000 seguaci nel Web che il figlio era annegato nella piscina di casa. La Jackson aveva appreso di esser rimasta incinta per la seconda volta il 13 febbraio, tre settimane dopo il concepimento. La settimana dopo, ha preso la Ru486.
Elena Molinari




Powered by ScribeFire.

Shoah, la richiesta "Si cerchi chi vendeva gli ebrei ai nazisti"

Quotidianonet


Messaggio del presidente della comunità ebraica di Roma in occasione della cerimonia per i carabinieri, i militari e i civili rastrellati dai nazifascisti e imprigionati nelle 'caserme rosse' di Bologna prima della deportazione nei lager



Bologna, 26 febbraio 2010

"Crediamo sia giunto il momento di intraprendere insieme un’altra ricerca, seppur dolorosa, quella dei collaborazionisti e dei delatori, di coloro che con il lauto compenso di 5.000 lire vendevano gli ebrei ai nazisti oppure segnalavano i partigiani e gli antifascisti". A scriverlo è il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, nel messaggio fatto pervenire in occasione della cerimonia per il ricordo dei carabinieri, dei militari e dei civili rastrellati dai nazifascisti e imprigionati nelle 'caserme rosse' di Bologna prima della deportazione nei lager, tra l’8 settembre ‘43 e il 12 ottobre ‘44.

"Più avremo il coraggio di scoperchiare questa pentola vergognosa - aggiunge nel messaggio Pacifici - più avremo modo di evidenziare quanti furono i coraggiosi che fecero scelte diverse". E la la storia dei carabinieri è "una delle prove evidenti che ci si poteva opporre ad ordini superiori e se l’Europa avesse visto con maggiore determinazione tali atti eroici, forse non avrebbe sconfitto prima il nazismo ma avrebbe salvato molte più vite umane, specie fra i sei milioni di ebrei".

Alle Caserme Rosse vennero imprigionate decine di migliaia di persone, prima della deportazione: come gli oltre 600 Carabinieri che a Roma si rifiutarono di rastrellare gli ebrei, oltre a tanti civili accusati di collaborare con la Resistenza e che non vollero combattere per Salò. Al campo di prigionia arrivarono interi treni pieni di militari e si stima che i rastrellati civili siano stati almeno 36 mila (il 70% dei quali finì in Germania). L’attivitòà del lager è stata scoperta grazie allo studio di una fotografia scattata nel ‘44 da un ricognitore dell’aviazione inglese Raf.

Un messaggio è giunto anche dal consigliere per gli affari militari del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in cui si sottolinea che si tratta di una ricorrenza che costituisce "monito per le giovani generazioni, affinche’ reagiscano con determinazione contro l’insorgere di ogni nuova forma di sopraffazione e di violenza".


Shoah, l’incontrocon un grande uomo



Powered by ScribeFire.

Don Lu”, dalle e-mail ora spunta un’amante

Il Secolo XIX


Don Luciano Massaferro resta in carcere nonostante la duplice istanza della difesa alla scarcerazione, ma l’inchiesta si arricchisce di particolari curiosi. Da uno dei computer del prete di Alassio, sequestrati e sottoposti a perizia, sarebbe scaturita la presenza di un rapporto sentimentale abbastanza stretto tra il sacerdote e una delle frequentatrici della parrocchia.

«Rapporto spirituale particolarmente intenso scaturito dall’appoggio morale ricevuto in un momento particolare della vita», avrebbe sostenuto la donna, mentre le trascrizioni delle e-mail (non è un caso che all’ultimo faccia a faccia fosse presente anche il perito informatico della procura) hanno convinto gli inquirenti dell’opposto.

La donna, pur non essendo indagata, ha a che fare con l’inchiesta ed è stata ascoltata più volte dai sostituti procuratori Alessandra Coccoli e Giovan Battista Ferro, che sospettano un intervento di don Luciano presso di lei, per convincerla a parlare con la ragazzina che sarebbe stata vittima di abusi sessuali.






Powered by ScribeFire.

Travaglio vuole epurare i giornalisti di destra

di Nicola Porro

Per aver osato rispondergli pretende che Santoro mi elimini dalla lista degli ospiti. Ma ha fatto pure di peggio. Intimidirmi? Mai. Ho espresso un libero pensiero: e la mia famiglia è stata minacciata dai suoi fan. 


Santoro droga la tv, ma la Rai sta zitta



Caro direttore,

non mi sono fatto vivo sulla questione che mi ha toccato in prima persona, la settimana scorsa, nella trasmissione Annozero. Come sai ho avuto uno scambio di battute piuttosto forte con Marco Travaglio. Mi sono permesso di dire: «Sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare». Niente di più: c’è la prova televisiva, si direbbe a Controcampo. Ne è scaturito un finimondo. Io sono diventato un «fascistoide», un «poveraccio» e «un liberale del cavolo».

Passi per quello che è avvenuto in trasmissione. Gli animi in diretta si possono scaldare e anche il mio si è scaldato troppo. Il giorno dopo, a freddo, sul quotidiano di Travaglio, il medesimo liberale del cavolo, con Belpietro, è diventato anche il «trombettiere», che «sguazza nella merda», «fa il frocio con il culo degli altri» e che a fine trasmissione va da «Berlusconi a ritirare la paghetta». E facciamo passare anche questa.

I ragazzi di Travaglio sono ben organizzati e si sono passati la parola per ricoprirmi di insulti sul mio blog e sulla casella di posta elettronica. Alcuni, i più soft, li ho pubblicati; ti potrai immaginare cosa ne è uscito fuori: ininfluente per me, un po’ meno per la mia famiglia oggetto incolpevole anche essa di insulti e minacce (ho detto bene: minacce) che non si merita. Ritengo che parlare di noi, di giornalisti, e di ciò che ci riguarda sia di scarso, scarsissimo interesse per i lettori. La banalissima questione Travaglio era necessario chiuderla là, una settimana fa.

Ma caro direttore ieri ho finalmente capito che la vicenda non riguardava più solo il sottoscritto e Travaglio. Ho capito che una certa parte del nostro salottino intellettuale si è sentito colpito nel vivo. Si è trovato un soggetto fuori dai giri, il sottoscritto, che ha fatto perdere la Trebisonda al proprio eroe (Travaglio). Se il buon senso vince sull'ideologia, questi signori sono fritti. Se in ogni contesto, dal bar alla tv, un John Galt qualsiasi si alza in piedi e ribatte con qualche argomento al Travaglio di turno, l’impunità intellettuale di cui godono questi oracoli va a farsi benedire. Le parole di Travaglio, fino a prova contraria, non sono legge. Chiunque glielo può ricordare. E la trasmissione dell’altra sera, dimostra come anche i suoi nervi non siano così saldi.

Ecco perché occorre delegittimare qualsiasi interlocutore critico, prima che sia troppo tardi per la sacralità della conventicola. Ieri leggendo Barbara Spinelli sul quotidiano di Travaglio, ho capito infatti che l’artiglieria che conta si è mossa. Se si scomoda la maestrina del giornalismo, quella che se raggiungi l’ultima riga del suo pezzo ti danno un premio, e che se non cita Popper e Pulitzer non è contenta, dicevo se si muove la maestrina è evidente che nella casa ci sia il timore è che una gigantesca pernacchia collettiva sommerga tutti questi moralisti con la verità in tasca. Il copione è semplice. Il primo tempo è quello in cui si gioca facile: l’avversario, cioè il sottoscritto, è venduto al Cav e dunque, ipso facto, non è credibile, non ha diritto di parola.

Le sue contestazioni sono solo aggressioni. È un fascistoide. Il secondo tempo è quello più subdolo, e qui entra in gioco la maestrina o chi per lei: l’avversario, cioè il sottoscritto, non è degno del mestiere del giornalista. È il classico italiano (non smettete mai di dire quanto vi faccia schifo questo Paese!) che tira a campare e che nel resto del mondo farebbe il portavoce del governo. Il secondo tempo si incarica dunque di distruggere la professionalità, così in cento righe, per far qualcosa. Si prende a prestito un supposto ottimo, il modello americano, e lo si confronta con il pessimo, il modello italico-berluscoide.

La cosa ridicola è che non si conosce il primo, se non per sentito dire, ma neanche il secondo. Vi è infine un terzo tempo. È riservato al conduttore. Michele Santoro, che pure qualche mattoncino per la costruzione del fortino antiberlusconiano lo ha portato, viene così preso di mira: come si permette di ospitare gente della risma di Porro e Belpietro? Non si rende conto di aprire un varco al nemico. La guache caviar dalla Spinelli a Colombo, non ha mai sopportato questo salernitano che non sa indossare le cravatte della DeClerque. Infine c’è un altro piano. Una certa parte degli intellettuali, scrittori, giornalisti di questo paese non potrà mai venire accettata dal nostro bolso establishment culturale (echissenefrega, dirai giustamente tu direttore), se non farà pubblica manifestazione del proprio antiberlusconismo preconcetto.

Non bastano i distinguo, ci vuole il vero dna di antiberlusconiano per diventare un intellettuale degno di questo nome. Ovviamente le cose non vengono dette in modo così semplice. Ci si aggrappa sempre a qualche grande categoria dello spirito. Il filo rosso è rappresentato dalla scarsa serietà che contraddistingue chi non la pensa al modo dei soci del club della pernacchia (Travaglio, Spinelli e Colombo, solo per considerare questo minimo caso televisivo). Chi non fa parte del piccolo circo degli intellettuali chic (quelli che le hanno sbagliate tutte da Lotta Continua ai sindacati a Travaglio) è per definizione poco serio. Non potrà vincere mai un premio giornalistico (sai che minaccia), non potrà mai agguantare la verità e se ha un’idea (sì, anche da queste parti capita di averle) è pagata dal Cavaliere.

Noi caro direttore non siamo seri, perché nella vita non abbiamo mai fatto quel genere di stupidate (ops maestrina! Ma d’altronde a forza di frequentare Travaglio le parolacce le capirà anche lei) che sole ci spiegano il vero senso del giornalismo. Gli intellettuali à la page possono essere pagati dalla Fiat (le perle della maestrina sono forse retribuite direttamente dal padreterno?), o da De Benedetti, ma non da Berlusconi jr. Citano Popper ma non si mettono mai in discussione. Per loro la falsificazione della verità equivale al pentimento: a distanza di dieci anni fanno ammenda dei propri errori e sposano la nuova moda e così via. Si sentono così molto popperiani.

La loro presunzione intellettuale non gli fa vedere la drammatica contraddizione in cui cadono: chiedono a Santoro una pulizia delle liste degli ospiti, l'ostracismo per Porro e Belpietro, con lo stesso sciocco piglio con cui Berlusconi voleva la chiusura di Santoro, per motivi esattamente opposti. Travaglio e il travagliame sono diventati una scorciatoia per avere un ruolo nell’antiberlusconismo. Il fondatore ha la capacità di stare sul mercato quasi unica nel panorama giornalistico italiano.

Si è ritagliato una fetta di pubblico che lo segue fino alla morte. È nervosetto come un Savonarola delle Alpi occidentali con gozzo da cretino, ma insomma merita il rispetto, che deriva dal suo successo editoriale. Intorno al lui stanno crescendo dei funghetti velenosi, che non hanno nessuna qualità se non il proprio veleno. Mettendo in discussione Travaglio, gentile direttore, per la maestrina Spinelli-Colombo-Verdurin ho leso la maestà di un eroe moderno dell'antiberlusconismo. Lo rifarò. E spero che molti parvenu mi seguano.

Nicola Porro


Caro Nicola Porro,

comprendo il tuo dignitoso sfogo e lo faccio mio. Con qualche distinguo e qualche aggiunta. Travaglio ha chiesto a Santoro di avviare una pulizia etnica ad Annozero, e la notizia è che non l’ha ottenuta. Per ora. Più avanti vedremo. Rimane il fatto, la cui gravità è sfuggita a Furio Colombo e a Barbara Spinelli, che Travaglio nel pretendere l’epurazione tua, di Belpietro e di ogni giornalista la cui opinione diverga dalla sua, ha manifestato pubblicamente di essere un razzista di tipo culturale.


Lui è per il pensiero unico, il suo. Quello degli altri non può essere espresso nel programma televisivo del quale egli è il reuccio. Travaglio rifiuta il ragionamento, vuole avere ragione e basta. E se tu, Belpietro o chiunque altro vi permettete di eccepire, perde la testa come tutti quelli che non ce l’hanno. Ciò detto, penso non valga la pena di prestarsi al gioco di Annozero: frequentare i razzisti, gli «spazzini etnici», serve solo a dar loro del lavoro, per altro ben pagato. Anche io talvolta sono caduto in trappola, ma ho imparato la lezione: ora giro alla larga da Santoro e da Travaglio.


Sono convinto che se i colleghi discriminati dai razzisti progressisti facessero come me - non partecipassero alla trasmissione - il conduttore e i suoi complici se la canterebbero e se la suonerebbero per conto loro; e i dati di ascolto, in assenza di vittime volontarie, crollerebbero. Meglio non collaborare con chi ti invita allo scopo di usarti come utile idiota.





Powered by ScribeFire.