giovedì 31 dicembre 2009

Ubriaco fermato dai carabinieri Chiama il legale, è brillo anche lui

Repubblica

Verona, l'avvocato era accorso per farsi affidare l'auto del suo assistito
Poi la scoperta: aveva bevuto. Provvidenziale l'intervento delle mogli


VERONA - Ubriaco il conducente, ubriaco il legale, meno male che erano sobrie le mogli. Questa, in estrema sitesi, la curiosa storia capitata in provincia di Verona ad un automobilista di Nuoro, che per evitare una sanzione per guida in stato di ebbrezza ha pensato bene di chiedere aiuto al suo avvocato di fiducia. Peccato che anche quest'ultimo avesse alzato il gomito, come hanno scoperto i carabinieri di Peschiera del Garda.

L'automobilista stava andando tranquillo per la sua strada, quando ha visto un posto di blocco dei carabinieri. A quel punto, conscio della propria ubriachezza, ha diminuito la velocità a tal punto da insospettire gli agenti, che lo hanno prontamente fermato. Sottoposto al controllo dell'etilometro, è emerso che l'uomo aveva superato di ben oltre quattro volte il livello di alcol consentito dalla legge: 2,13 g/l su un massimo di 0,5.

Il conducente ha subito capito di essere nei guai, rischiando il ritiro della patente e l'affido dell'auto a una persona di fiducia. Di qui la decisione di chiamare l'insospettabile legale sulla base di un presunto abuso da parte degli uomini dell'Arma. Poco dopo, l'amico/avvocato si è presentato sul posto, dichiarandosi pronto a prendere in custodia il mezzo del proprio assistito. I Carabinieri, però, una volta completata la procedura di affido, hanno voluto togliersi un ultimo scrupolo: controllare il tasso alcolemico dell'avvocato, prima di permettergli di rimettersi al volante.

Dopo qualche resistenza, il legale si è sottoposto al test, risultando anch'egli positivo. Per lui multa, ritiro della patente e - ironia della sorte - affidamento dell'auto. Alla fine, a riportare a casa la strana coppia sono state le rispettive mogli, risultate assolutamente sobrie.




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Guida alla scelta di spumanti e champagne: come leggere l’etichetta

Repubblica


di Monica Rubino
Marche diffrenti, sigle e prezzi disorientano il consumatore. Ma si può fare un buon acquisto anche senza spendere molto. I consigli per scegliere la bottiglia giusta senza rinunciare alla qualità




Una selva di sigle e di prezzi che disorientano il consumatore e pongono l'ennesimo interrogativo: è un buon acquisto? Vale a dire il prezzo è giusto o si paga la moda e l'etichetta? Può essere considerato spumante o champagne un vino bianco al quale è stato aggiunto gas (anidride carbonica) e confezionato con tappo a fungo e gabbietta metallica? No di certo, ma in commercio se ne trovano anche a prezzi bassi, il che può ingannare il consumatore convinto di aver fatto un affare.

Come fare per evitare fregature visto che, tra Natale e Capodanno, lo scorso anno sono state vendute 80 milioni di bottiglie? Come al solito occorre leggere l'etichetta e in questo senso l'associazione dei consumatori Aduc ci dà qualche consiglio utile.

Spumante.  Le bollicine dello spumante (come quello dello champagne) non sono altro che anidride carbonica (gas emesso anche dal nostro alito, ottenuto dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nell'uva). I metodi per ottenere lo spumante sono due: lo charmat e lo champenois o classico, visto che non si può usare la denominazione francese perché tutelata; quest'ultimo metodo viene indicato in etichetta. La differenza sta nel fatto che con il metodo charmat la fermentazione avviene in tini, mentre con il metodo classico avviene anche in bottiglia, per tre anni, quindi costa di più. In aggiunta lo "spumante di qualità" e più alcolico dello spumante semplice.

Gli spumanti possono essere DOC (denominazione di origine controllata) e DOCG (denominazione di origine controllata e garantita), vale a dire che sono stati prodotti in una determinata area geografica e soggetti a specifici disciplinari. La traduzione europea di queste sigle è VSQPRD (vini spumanti di qualità prodotti in regioni determinate).

Vi sono, inoltre, altre indicazioni: blanc de blancs (solo da uve bianche), brut ed extra brut (secco e secchissimo), brut millesimato (con indicazione dell'annata), sec, demi-sec, doux (secco, semi secco, dolce), cremant (poco frizzante), cuvee (proveniente da diverse uve e/o di prima spremitura) pas dosé o nature (senza aggiunta di sciroppi), a fermentazione naturale (senza aggiunta di gas).

Alcuni produttori indicano la data della sboccatura, cioè il periodo nel quale e stato eliminato il deposito nelle bottiglie. Come scegliere, visto il numero e la complessità delle sigle? Alcuni elementi di base possono indirizzare il consumatore verso una scelta che prenda in considerazione la qualità piuttosto che la marca. Da scegliere uno spumante:

* DOC o DOCG (VSQPRD);
* millesimato;
*a fermentazione naturale;
*classico (champenois);
*pas dose';
*con la data della sboccatura.

I gusti di ciascuno determineranno poi la scelta relativa alla secchezza e alla quantità di anidride carbonica.

Champagne. Per la scelta degli champagne in genere il consumatore guarda più alla marca che all'etichetta, anche perché nessun commerciante si sente obbligato a fornire informazioni precise, spesso si limita a decantarne le qualità. Per lo champagne valgono in sostanza le stesse indicazioni dello spumante. In più sulle etichette degli champagne dovrebbe essere indicata:
*la sigla Ay che sta ad indicare la zona con i vigneti migliori;
*la sigla R.M (lo champagne è fatto con uve dei produttori);
*la sigla N.M (lo champagne è fatto con uve di diversa provenienza);
*la dizione pas dosé o nature (non è stato aggiunto sciroppo zuccherino);
* l'indicazione dell'annata (champagne millesimato).

(31 Dicembre 2009)




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Fondi diocesani: l'Italia solidale

Avvenire


Nella notte di Natale 2008 Milano lanciava la prima iniziativa. Un anno dopo la mappa delle Chiese che hanno attivato proposte simili ricalca ormai quella dell’Italia. Decine di Chiese locali si sono attivate per rispondere all’emergenza della povertà e della disoccupazione. Un immenso cantiere di generosità.




C'è un’Italia che non sta a guardare e si rimbocca le maniche per aiutare chi s’è impantanato nelle sabbie mobili di lavori persi o redditi che non bastano più. È l’Italia dei samaritani che si piega sulle ferite della disoccupazione e delle famiglie che non arrivano alla fine del mese. È l’Italia della solidarietà, che non conosce crisi e risponde all’emergenza della congiuntura negativa, arrivata fin sotto casa, quando la Chiesa italiana la invita a mobilitarsi. 

Com’è accaduto con il «Prestito della speranza», l’iniziativa della Cei che ha dato vita a un fondo di garanzia per le famiglie rimaste senza reddito. Un’esperienza che a livello locale ha assunto il volto di fondi speciali che in questi mesi si sono moltiplicati da Nord a Sud e che in tutta la Penisola hanno tessuto una sorprendente maglia della generosità.

È trascorso un anno da quando l’arcivescovo di Milano, cardinale Dionigi Tettamanzi, annunciava nell’omelia della Messa di mezzanotte del Natale 2008 l’idea del «Fondo famiglia-lavoro». Un’intuizione che ha fatto scuola. A Bergamo i primi ad alimentare il fondo diocesano di solidarietà sono stati i sacerdoti versando una mensilità. A Brescia la Caritas è in prima linea con «Mano fraterna» che spazia da un fondo d’emergenza al sostegno all’occupazione. Como ha lanciato il «Fondo famiglia-lavoro», Mantova ne ha uno gestito dalla Caritas e Lodi può contare su un fondo in cui è confluita anche una parte delle risorse destinate a manifestazioni locali. Nelle diocesi di Crema, Cremona, Pavia e Vigevano sono attivi contributi a fondo perduto.

Spostandosi in Piemonte, l’arcidiocesi di Torino, con il cardinale Severino Poletto, ha creato «Gocce di speranza», una "cassa comune" gestita dalla Caritas. Poi c’è il «Credito della speranza» avviato con la Fondazione Operti, che appoggia anche iniziative della diocesi di Acqui. Ad Alessandria è stato raddoppiato il progetto «Microaiuto solidale» finanziato da istituti di credito e istituzioni, e Asti ha un proprio fondo speciale. 


A Novara le offerte di Natale sono andate alle iniziative della diocesi per chi ha perso il lavoro, mentre a Vercelli la colletta natalizia è stata indirizzata a coloro su cui pende uno sfratto esecutivo. Azione congiunta tra diocesi di Pinerolo e Chiesa valdese con una raccolta per le famiglie numerose. Ad Aosta la diocesi offre posti di lavoro con le cooperative che assumono il personale, mentre la Caritas diocesana finanzia le attività e le parrocchie gestiscono i lavoratori.

Si chiama «Camminiamo insieme» il percorso proposto nell’arcidiocesi di Genova dalla Fondazione Carige con la Caritas, che si basa sull’«adozione a vicinanza» delle famiglie. A Savona-Noli le raccolte di Avvento hanno alimentato il «Fondo emergenza famiglie» destinato ad affitti, mutui e bollette, mentre a Ventimiglia-Sanremo è attivo da quasi un anno il «Fondo emergenza famiglie».

Nel Triveneto l’impegno anticrisi è a tutto campo: da Rovigo a
Trieste, da Belluno-Feltre a Chioggia, passando per quasi tutte le Chiese diocesane della grande area. A Gorizia il Natale è stato l’occasione per sollecitare nuovi aiuti dopo che il fondo si era quasi esaurito. Analogo appello a Vittorio Veneto. Vicenza ha invitato le famiglie ad adottare, anche con borse della spesa, altri nuclei colpiti dalla crisi. Fondi speciali sono attivi a Padova e Concordia-Pordenone. La diocesi di Verona ha firmato un accordo con la Provincia per rispondere all’emergenza crisi.

A Bologna il cardinale Carlo Caffarra ha lanciato a gennaio il «Fondo emergenza famiglie» cui è stato destinato anche l’«Avvento di fraternità». La diocesi di Reggio Emilia-Guastalla ha attivato il «Fondo di solidarietà famiglia & lavoro», quelle di Parma, Forlì-Bertinoro, Piacenza-Bobbio e Faenza-Modigliana un «Fondo di solidarietà» ciascuna. A Cesena-Sarsina nell’ultima domenica di Avvento si è tenuta una colletta straordinaria per il «Fondo di solidarietà famiglie», che era andato esaurito. A San Marino-Montefeltro c’è un fondo di pronto intervento e a Rimini si è svolta la «Giornata della solidarietà» per creare il fondo anticrisi. Fondo che a Fidenza sarà costituito proprio con le raccolte di Avvento.

In Umbria tutte le otto diocesi della regione hanno lanciato a Pentecoste il «Fondo di solidarietà delle Chiese umbre» sostenuto da parrocchie e istituti di credito per chi perde il lavoro o non è coperto dagli ammortizzatori sociali.

Più articolato il quadro toscano. L’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, ha proposto il «Patto per Firenze» che comprende anche un fondo di garanzia per l’autoimpiego e il progetto di una cooperativa agricolo-ambientale. Ad Arezzo-Cortona-Sansepolcro la Caritas gestisce il fondo per le famiglie in difficoltà nato in Quaresima. A Prato il fondo «Insieme per la famiglia», attivo già dal 2005, permette di pagare utenze, affitti e mutui. 


A Pitigliano-Sovana-Orbetello il «Fondo di garanzia e solidarietà» è stato costituito con i tre Crediti cooperativi locali e a Grosseto è attivo il «Fondo di solidarietà tra le famiglie». Hanno scommesso su fondi per famiglie e poveri Lucca, Siena-Colle di Val d’Elsa-Montalcino e Massa Carrara-Pontremoli. A Pistoia il «Fondo solidarietà famiglia-lavoro» unisce diocesi e associazionismo e a Massa Marittima il «Fondo sociale» è indirizzato specialmente alle famiglie del comparto siderurgico di Piombino ma anche del settore turistico dell’Elba e della costa toscana.

Nelle Marche la diocesi di Senigallia finanzia il fondo di solidarietà con la «Social Caritas»: alle famiglie è stato proposto un contributo mensile di cinque euro. Fabriano-Matelica ha promosso raccolte straordinarie, a Jesi il «Fondo San Cristoforo» vede insieme parrocchie e Caritas, mentre la Chiesa di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia ha fatto sorgere un fondo famiglie.

A Roma, dal maggio 2008, funziona un vero supermercato dove chi è in gravi ristrettezze può fare la spesa gratuitamente: è l’«Emporio della carità» realizzato dalla Caritas diocesana con Comunità di Sant’Egidio, Circolo San Pietro, Banco Alimentare e Arciconfraternita di San Trifone. La strutture che assiste 1.400 famiglie è finanziata dal Comune con la raccolta delle monetine di Fontana di Trevi e sostenuta da 150 aziende. 


Tra le diocesi del Lazio fondi per l’emergenza-lavoro sono nati a Frosinone-Veroli-Ferentino e Sora-Aquino-Pontecorvo: in quest’ultima Chiesa locale anche i sacerdoti hanno offerto una loro mensilità e il vescovo Filippo Iannone ha messo a disposizione croce pettorale e anello episcopale. La Provincia di Frosinone ha destinato fondi alle Caritas diocesane del territorio (fra cui Anagni-Alatri, Gaeta, Montecassino e Palestrina).

In Abruzzo sta per partire a Lanciano-Ortona il fondo di solidarietà con la vicina diocesi di Chieti-Vasto che ha anche un progetto di «Microcredito etico-sociale». A Termoli-Larino c’è la «Caritas card», tessera prepagata per famiglie e singoli, che si affianca al microcredito del «Progetto Senape».

In Campania si chiama «Fondo Spes» il progetto di solidarietà dell’arcidiocesi di Napoli per aiutare i disoccupati. «Presi nella Rete» è invece il percorso di sostegno al reddito voluto dall’arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni.

In Basilicata sono tre le diocesi che hanno avviato fondi d’emergenza: Tursi-Lagonegro, Melfi-Rapolla-Venosa e Matera-Irsina.

In Puglia, Andria ha promosso raccolte straordinarie, Bari-Bitonto ha puntato su un fondo gestito dalla Fondazione antiusura, Foggia-Bovino sul «Fondo di emergenza sociale» alimentato con le offerte di Quaresima e Avvento, Manfredonia-Vieste su un progetto a sostegno delle famiglie, in particolare quelle di pescatori in difficoltà.

A Reggio Calabria-Bova la Caritas ha costituito col Comune un fondo speciale; a Cosenza-Bisignano il fondo è intitolato a Eluana Englaro; a Cassano all’Ionio ce n’è uno messo a disposizione dal vescovo; a Catanzaro-Squillace una convenzione con Banca etica e Fondazione Calabria etica concede aiuti per le famiglie, con l’adesione anche delle Chiese di Crotone-Santa Severina, Lamezia Terme e Rossano-Cariati.

In Sicilia le esperienze rivolte al sostegno di famiglie e piccole attività commerciali sono presenti a Palermo, Monreale, Piazza Armerina, Caltanissetta, Ragusa, Agrigento e Messina.

In Sardegna è attivo a Cagliari l’ufficio del «Prestito della speranza» che la Caritas ha voluto in collaborazione con enti pubblici e associazioni, a Iglesias funziona un fondo di solidarietà, mentre a Lanusei le iniziative di aiuto alle famiglie sono in fase embrionale.
Giacomo Gambassi (hanno collaborato D.Andreatta, S.Andrini, V.Chianese, A.Cinelli, R.Comparetti, F.Dal Mas, C.Genisio, F.Gilardi, S.Leonetti, G.Lucà, E.Marraccini, S.Mengascini, L.Sardella, A.Torti, A.Turrisi, A.Zema)




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Il mistero di Stradivari? Proprio nessuno...

Avvenire

Dopo secoli di dibattiti, due chimici francesi analizzano le vernici usate dal grande liutaio cremonese e concludono che... non hanno nulla di speciale.

Più sorprendente d’Adriano Celentano, che nel film Mani di velluto produce vetro a prova di scassinatore, grazie a un dettaglio imprevedibile: uno sputo dentro la fornace. L’ingrediente segreto delle vernici prodigiose che Antonio Stradivari stendeva sui suoi celeberrimi violini si direbbe più banale ancora, perché semplicemente... non c’è. A questa conclusione inattesa è arrivato un gruppo di ricercatori francesi con collaboratori in Germania, e l’ha pubblicata sulla rivista tedesca «Angewandte Chemie». I due capifila sono Jean-Philippe Echard e Loïc Bertrand, e il primo lavora al Musée de la Musique di Parigi, dove sono conservati cinque strumenti – quattro violini e una viola d’amore – che Antonio Stradivari fabbricò in un arco di quasi trent’anni, fra il 1692 e il 1720, e quindi si collocano nella piena maturità della sua tecnica costruttiva.

Fra i più celebri liutai della tradizione cremonese, fiorita a metà del Cinquecento con Andrea Amati, egli esercitò il suo mestiere dal 1665 circa fin quando morì nel 1737. La magia dei suoi strumenti, che non si limita al rendimento acustico, ma affascina anche l’occhio, ha incuriosito gli scienziati. La chimica non poteva restare a lungo fuori del cimento, e infatti sulle finiture di Stradivari i chimici cominciarono a indagare già all’inizio dell’Ottocento. Per un paio di secoli le difficoltà si sono tuttavia rivelate insormontabili, e hanno portato a ipotesi contraddittorie. Alcuni studiosi avevano segnalato la presenza occasionale di sostanze inorganiche, come il vermiglione ottenuto dal minerale cinabro, che chimicamente è solfuro mercurico, o la pozzolana, roccia che prende nome da Pozzuoli e si forma in eruzioni vulcaniche esplosive.

Assai più difficile è risultato farsi un’idea precisa delle sostanze organiche, le quali sono proprio la base delle vernici. In linea di principio, esse possono avere origine animale o vegetale: albumina e caseina da uova e latte, o collagene da cartilagini, ossa, pelli, nel primo caso; nell’altro, resine di conifere od oli di lino o di noce, detti siccativi perché all’aria seccano, in quanto i loro doppi legami carbonio-carbonio subiscono una polimerizzazione, cioè l’unione di molte molecole fra loro. Purtroppo le analisi che erano state fatte potevano tutt’al più rivelare qualcosa per alcuni strumenti singoli, senza fornire una visione d’insieme, e oltre tutto non si poteva escludere che i pezzi studiati avessero subito interventi di restauro, cosa che naturalmente avrebbe potuto portare a risultati non rappresentativi. I cinque strumenti presi ora in esame costituiscono invece un ottimo campione: si trovano al Musée da almeno un secolo, periodo in cui sono stati suonati e maneggiati assai meno dei loro simili in possesso di noti concertisti, e comunque ogni cosa sul loro conto è stata accuratamente annotata. Echard e i suoi ricercatori ne hanno tratto frammenti piccolissimi, che poi hanno analizzato con tecniche estremamente aggiornate e raffinate.

Le conclusioni sono molto simili per tutti e cinque i soggetti, sebbene prodotti in anni abbastanza lontani l’uno dall’altro. La composizione chimica è stata chiarita tramite le microspettro-scopie infrarosse in trasformata di Fourier a radiazione di sincrotrone (Sr-Ftir), Raman confocale (Mrs) e a raggi X accoppiata alla microscopia elettronica a scansione (Sem-Edx), nonché la gas-cromatografia dei prodotti di piròlisi (decomposizione a temperature alte) accoppiata alla spettometria di massa (PyGc-Ms). Al microscopio ottico le sezioni trasversali hanno rivelato essenzialmente due strati: quello inferiore penetra nelle cellule più esterne del legno, l’altro costituisce il rivestimento esterno ed è spesso da uno a tre centesimi di millimetro. Dal primo dei due sono sicuramente assenti sostanze inorganiche e materiali proteici: niente derivati dell’uovo o del latte, dunque, e neppure colla animale; anche gomme e cere sono state escluse.

Confermato invece l’uso d’oli siccativi. Nello strato superiore la parte organica è analoga, ma con l’aggiunta di resine di pino, abete o larice. L’artigiano stendeva dunque un primo strato sigillante e incolore, interamente vegetale; su di esso veniva poi applicata la finitura, anch’essa vegetale, leggermente colorata. Compaiono qui ingredienti inorganici. Nel violino Provigny del 1716 un rosso organico, probabilmente estratto dalle cocciniglie, impregna microgranuli d’allumina (ossido d’alluminio); all’epoca un pigmento del genere veniva ottenuto per reazione del colorante con allume in ambiente alcalino. Nel Davidoff (1708) e nella viola d’amore ci sono anche ossidi di ferro molto puri (ematite e magnetite). Tutti materiali, insomma, largamente diffusi all’epoca in cui Stradivari lavorava. D’unica c’è solo la sua maestria.
Gianni Fochi







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50 anni senza Fausto Coppi

L'Unità

di Oreste Pivetta

“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi”. Non credo esista incipit di una radiocronaca sportiva più famoso, mandato a memoria come il coro del Nabucco o come un verso leopardiano. Le parole messe in fila da Mario Ferretti, raccontando alla radio nel 1949 la terzultima tappa del Giro d’Italia, sono metafora di una vita e di una condizione, sono il sogno e la crudezza della realtà nella solitudine della conquista. Persino l’aggettivo “biancoceleste” da riferimento commerciale (i colori della Bianchi velocipedi) si sublima come una strada in salita dalla terra al cielo, come se correre tra le montagne da Cuneo a Pinerolo fosse traversare l’inferno. Poi quel nome, Fausto Coppi, che si percepisce in un soffio, nel fruscio delle gomme sull’asfalto.

A cinquant’anni dalla morte, il 2 gennaio 1960, siamo ancora a ricordare il “campionissimo”, un superlativo naturale e insuperabile: non esiste sportivo in Italia che sia resistito così a lungo nella immaginazione di tanti e anche al mondo sono o sono stati pochissimi, forse Muhammad Alì, cioè Cassius Clay. Viene da chiedersi come mai il mito di Fausto Coppi non scolori, anche tra chi lo ha visto pedalare solo nei filmati d’epoca. Forse per le sue vittorie, forse per il suo volto aguzzo e gli occhi tristi da poveraccio morto di fame, forse per il suo coraggio civile oltre che agonistico nell’Italia della ricostruzione, per la storia con la “dama bianca”, per i dolori sopportati (dai tanti incidenti in gara alla scomparsa nel 1951 dell’amatissimo fratello Serse, lui pure ciclista, morto in una caduta di gara). Forse per quella malattia antica, la malaria, che se lo portò via prima del tempo, prima che lo colpisse il decadimento di noi normali.

Fausto Coppi nacque a Castellania il 15 settembre 1919, da ragazzo faceva il garzone di salumeria a Novi Ligure e l’andare con i pacchi in bicicletta tra i colli dell’Appennino fu il suo apprendistato. Cominciò a gareggiare nel 1937 e a vincere nel 1938, a Castelletto d’Orba. Poi si racconta che qualcuno riferì di lui a Biagio Cavanna, il vecchio massaggiatore cieco, che volle conoscerlo, gli auscultò il cuore (quarantaquattro battiti al minuto, a riposo) e lo segnalò a quelli della Legnano, la squadra di Gino Bartali. Coppi passò al professionismo, anche se da gregario. Al Giro d’Italia nel 1940 Bartali caddee si vide tagliato fuori dalla corsa. Coppi si fece avanti e guadagnò la maglia rosa. La portò fino a Milano. La guerra non lo risparmiò, finì in Africa con la fanteria e nella sconfitta italiana gli capitò anche la prigionia in un campo inglese. In mezzo alla guerra riuscì pure a stabilire il record dell’ora al Vigorelli di Milano, sfiorando i 46 chilometri (45,798, un record che resistette fino al 1956, all’attacco di Jacques Anquetil). Venne la Liberazione, tornò la pace. Coppi risalì la penisola sulla bicicletta che gli aveva regalato uno dei suoi primi tifosi. A metà strada si fermò un attimo e gareggiò per la Società Sportiva Lazio. Nella pace si ripeterono le vittorie: altri quattro Giri d’Italia, due Tour de France, cinque Giri di Lombardia, due Milano-Sanremo, una Parigi-Roubaix, il campionato del mondo a Lugano nel 1952. La sfida memorabile con Gino Bartali si risolse a suo favore. L’accanimento l’uno contro l’altro era nella logica della competizione, ma con rispetto, persino con generosità. La foto in cui si scambiano la borraccia in corsa è un altro “luogo” indimenticabile dello sport.

Ancora ci si domanda chi fosse il più forte tra i due, tra Bartali e Coppi. Entrambi subirono il tormento della guerra e persero anni importanti. Forse proprio quegli anni sarebbero stati più importanti per Bartali, all’apice della carriera e della forza. La rivalità s’ingigantì nella politica: Bartali passava per baciapile, Coppi era diventato il “trasgressore” avanti nei tempi. Che Bartali fosse cattolico praticante era noto. Ma era stato capace, con i nazisti in casa, di profittare della sua condizione di ciclista famoso per portar ordini ai partigiani. Coppi dovette affrontare lo scandalo in quell’Italia bigotta di una separazione dalla prima moglie, Bruna Ciampolini (dalla quale aveva avuto una figlia, Marina) e dell’unione con una donna, Giulia Occhini, che un marito l’aveva già, il dottor Locatelli, medico condotto di Varano Borghi, appassionato tifoso coppiano. Persino Pio XII condannò la peccaminosa intesa. Giulia Occhini sarebbe diventata presto la “dama bianca”, perché fu vista durante il campionato del mondo del 1953, quello vinto da Fausto, con indosso un montgomery bianco. Locatelli denunciò la moglie per adulterio e la “dama bianca” patì quattro giorni di carcere. A Coppi fu ritirato il passaporto. Insieme furono processati nel 1955 e condannati, la “dama bianca” a tre mesi di detenzione, il “campionissimo” a due. Per fortuna con la condizionale. Si sposarono in Messico ed ebbero un figlio, Faustino.

Da quel tormentato anno Fausto Coppi uscì ancora vincendo o perdendo di poco (il Giro d’Italia per tredici secondi alle spalle di Fiorenzo Magni). Ma si capiva che ormai la sua carriera era al declino. Tra il 1958 e il 1959 si concretizzò il progetto di una nuova squadra, la San Pellegrino della quale direttore sportivo sarebbe dovuto diventare il rivale di sempre, Gino Bartali. In quell’inverno insieme con alcuni amici ciclisti francesi, tra i quali Raphael Geminiani e Jacques Anquetil, Fausto Coppi partecipò a una corsa nell’Alto Volta, organizzata per festeggiare l’indipendenza del paese. Dopo la corsa anche Coppi con gli altri compagni d’avventura fu invitato a una battuta di caccia nella boscaglia attorno ad Ouagadougou. Fu lì che s’ammalò di malaria. Tornò in Italia e pochi giorni prima di Natale cominciò ad avvertire la febbre, che via via si alzò. Nessuno seppe diagnosticare la malattia. Coppi cadde in coma. Anche Geminiani era stato colpito allo stesso modo: lo salvarono con il chinino. Suo fratello avvertì i familiari di Coppi. Ma i medici italiani continuarono nelle loro cure: antibiotici e cortisone. Coppi morì alle 8,45 del 2 gennaio 1960. L’airone chiuse le ali. Migliaia parteciparono ai suoi funerali, un lungo corteo lungo una stradina in collina fino al cancello del piccolo cimitero di Castellania.
30 dicembre 2009




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Precari Ispra, anche Capodanno sul tetto

Corriere della Sera

Dopo oltre un mese di protesta in via Casalotti, neanche apertura del tavolo delle trattative

 




ROMA - «C’è poco da festeggiare. Per noi questo 2010 comincia nel modo peggiore: allo scoccare della mezzanotte del primo gennaio, in 230 saremo ufficialmente disoccupati. Sarà un Capodanno davvero triste». A parlare è Michela Mannozzi, una dei ricercatori che da 38 giorni sono fissi sul tetto dell'Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per protestare contro i licenziamenti, «camuffati da un semplice mancato rinnovo di un contratto a termine».

NESSUNA APERTURA - Dopo oltre un mese sul tetto della sede di via Casalotti, i precari Ispra non hanno ottenuto neppure l'apertura di un tavolo per le trattative. «Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, mercoledì si è limitata a chiederci di scendere immediatamente dal tetto – dice la Mannozzi che fa parte del coordinamento precari Ispra dell'Usi-Rdb Ricerca –. In cambio ci avrebbe fissato un incontro per il 26 gennaio.

Ma non è questo che chiediamo: noi pretendiamo una soluzione della vertenza in corso». E a dir la verità, una soluzione per tamponare l’emergenza ci sarebbe pure. «Se la Prestigiacomo applicasse le norme del ministro Brunetta, verrebbe garantita la continuità contrattuale. E invece la Prestigacomo e i tre commissari dell’Ispra interpretano la legge 133 del 2008 e le successive sui precari in modo restrittivo. E così dal primo gennaio, senza misure dell'ultima ora, noi saremo tutti disoccupati».

LA FIACCOLATA – Non si vede, insomma, la fine del tunnel. L'unica luce in questa vicenda, sembra essere al momento la fiaccolata di solidarietà fissata per il primo gennaio che vedrà sfilare tanti cittadini del quartiere Casalotti (in cui ha sede l'Istituto). Solidarietà che arriva anche dal mondo della politica: una lunga lista di esponenti dell’opposizione hanno già fatto visita ai precari sul tetto, da Dario Franceschini a Nicola Zingaretti.

«Aspettiamo anche i politici della maggioranza che hanno promesso di venirci a trovare – aggiunge la Mannozzi -. Abbiamo invitato Renata Polverini, Maurizio Lupi, Gianfranco Fini e tutti i politici del Pdl perché la nostra è una questione di interesse nazionale e non di partiti che siano di destra o di sinistra». Nel pomeriggio del 31 dicembre, anche Ignazio Marino (senatore del Pd) ritornerà sul tetto. «Dovrà scavalcare di nuovo– dice la Mannozzi -. Come a Natale, i commissari ci hanno isolato e chiuderanno i cancelli dalle alle 15,50 del 31 dicembre fino alle 7 di mattina del 4 gennaio».

«SUL TETTO FINO ALLA STABILIZZAZIONE» – Ma cosa chiedono i precari per scendere dal tetto? «Subito, il rinnovo contrattuale per tutti. Le risorse economiche ci sono – dice la Mannozzi - Si tratta solo di un problema politico. Per i prossimi 3 anni, infatti, ci sono finanziamenti già erogati per un totale di 10,5 milioni» E poi la stabilizzazione: «Certo non subito – aggiunge – ma nel medio periodo vogliamo il risconoscimento del nostro lavoro come subordinati. Dopo 12 anni di contratti atipici, i precari devono diventare dipendenti a tutti gli effetti. Questo sì che sarebbe il vero segnale che il ministro e il ministero puntano sull'Ispra per un rilancio della politica di protezione e tutela dell'ambiente».

I NUMERI - L’Ispra nasce circa due anni fa dall’unione di tre Enti pubblici di ricerca (Apat, Icram e Infs) con la finalità di razionalizzare le competenze tecnico scientifiche presenti. «Finora però – afferma ancora Emma Persia, coordinatrice dell'Usi-RdB dell'Ispra – abbiamo avuto solo licenziamenti. Nel dicembre dello scorso anno sono andati via i primi 50. Lo scorso giugno, invece, non è stato rinnovato il contratto ad altri 200 ricercatori e altri 230 saranno disoccupati dal primo gennaio. Si arriva così a più di 500 licenziamenti, ovvero il 40 per cento del personale in meno. Persone mandate via solo perché hanno un contratto a termine: io, che ho il posto fisso, posso garantire che questi colleghi che rischiano svolgono il mio stesso lavoro con la stessa professionalità».


Carlotta De Leo
31 dicembre 2009



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Iran, blindati e soldati verso Teheran Mussavi: "Tutti in piazza se ci arrestano"

di Redazione

Il governo iraniano starebbe spostando truppe e blindati verso Teharan. E' quanto sostiene il sito web d'opposizione Jaras: "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Karaj verso la capitale". Appello del leader dell'opposizione su twitter, il microblog che pubblica sms.





Teheran - Il governo iraniano starebbe spostando truppe e blindati verso Teharan. E' quanto sostiene il sito web d'opposizione Jaras. Mancano per ora conferme da altre fonti. "Centinaia di soldati e molti mezzi corazzati stanno muovendosi da Karaj, città del nord, verso la capitale", si legge nel sito. "Alcuni di questi veicoli sono stati usati per reprimere moti di piazza", aggiunge Jaras confermando che la polizia presidia in forze diverse piazze di Teheran. Il leader dell'opposizione iraniana, Mir Hossein Mussavi, ha lanciato un appello ai suoi sostenitori a scendere in piazza a Teheran in caso di arresto di uno dei capi del suo movimento, l'Onda Verde. L'appello è comparso su twitter, il microblog che pubblica sms. 





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Il Cairo: due italiani feriti in manifestazione per Gaza

Corriere della Sera


Pacifisti internazionali pestati da polizia al Museo Egizio nel primo anniversario dell'azione militare israeliana




IL CAIRO - Due italiani sono rimasti feriti al Cairo durante la marcia di sostegno per i palestinesi di Gaza che si è svolta in mattinata davanti al Museo Egizio. Ne dà conferma la Farnesina, secondo cui si tratta di un uomo e una donna che sono stati pestati dalla polizia durante una carica. L’ambasciata d’Italia al Cairo, spiega il ministero, «segue attentamente la vicenda» insieme all’unità di crisi. Dopo il rifiuto delle autorità egiziane di concedere l'autorizzazione ai 1.400 attivisti di 42 delegazioni internazionali che intendevano recarsi nella Striscia di Gaza in occasione del primo anniversario dell'operazione israeliana Piombo fuso contro Hamas a Gaza, i manifestanti avevano deciso di radunarsi nel centro della capitale egiziana.

MANIFESTAZIONI - «La polizia ci ha prima diviso in due gruppi e poi ci ha violentemente riunito tutti in un unico gruppo. Agenti in tenuta anti-sommossa hanno trascinato i pacifisti con violenza. Ho visto donne trascinate per i capelli, hanno dato pugni e calci e spaccate le telecamere. Ci sono alcuni feriti, ho visto volti sanguinanti», ha testimoniato Mila Pernice, del Forum Palestina. «Vogliamo rimanere qui», ha detto Pernice, «per far conoscere le ragioni della nostra presenza, ma la situazione è molto difficile». Nel pomeriggio a Roma il Forum Palestina e altre organizzazioni hanno convocato dalle 16 alle 18 una manifestazione di protesta davanti all'ambasciata egiziana, altre manifestazioni sono previste a Londra e Parigi. Alcune centinaia di arabi e di pacifisti israeliani si sono raduntati al valico di confine con la striscia di Gaza a Erez.

31 dicembre 2009







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Il disabile discriminato sul treno Le Fs: "E' rimasto sul vagone"

Repubblica


Le Ferrovie rispondono all'articolo di Repubblica "Siamo scrupolosi e rispettosi verso i clienti"

Un testimone: "Toni bruschi dalla capotreno e dagli agenti Polfer ma un altro controllore si è comportato in modo ineccepibile"


ROMA - Un caso da prima pagina. La storia del ragazzo senza braccia e senza biglietto, raccontata nell'articolo di Shulim Vogelmann, su Repubblica. Un diversamente abile che, privo di biglietto perché impossibilitato a farlo, aveva mostrato i soldi al controllore. Per poi essere costretto a scendere dalla polizia ferroviaria alla stazione di Foggia nel silenzio degli altri passeggeri.

Questa mattina un primo comunicato. "Quanto descritto nell'articolo pubblicato da la Repubblica merita tutta l'attenzione del Gruppo Ferrovie dello Stato, che porge comunque le sue scuse al passeggero". Sul nostro sito, centinaia di commenti e interventi. E l'indignazione di tutte le forze politiche.

La versione delle Ferrovie dello Stato. Sulla base dei primi rilievi della propria indagine interna, le Fs hanno in serata affermato: "Il viaggiatore non è mai stato fatto scendere dal treno, il biglietto gli è stato acquistato a Foggia dal personale di bordo. Il Gruppo Fs è da sempre attento e sensibile ai diritti dei diversamente abili".

La capotreno in servizio sull'Eurostar 9354 Bari-Roma di domenica 27 dicembre, durante le operazioni di controllo dei biglietti ha riscontrato che un viaggiatore privo del braccio sinistro ma in grado di parlare in modo corretto, era senza biglietto. L'ha quindi informato delle regole di ammissione sul convoglio. "Considerata la particolare condizione del passeggero - si legge sul comunicato ufficiale delle Fs -, risulterebbe che la Capotreno si sia ulteriormente attivata per consentire al cliente di proseguire il viaggio sullo stesso treno e senza alcuna sanzione. Per questo è scesa durante la sosta a Foggia provvedendo a recarsi in biglietteria e acquistando il biglietto per conto del passeggero".

Questo è confermato anche dalla nota della Polizia di Stato che riferisce: "il personale (...) agendo con tatto e umanità (...) ha convenuto di adoperarsi in prima persona per regolarizzare il viaggiatore stesso per il medesimo treno". La relazione della Polizia si chiude precisando che "il disabile ha proseguito il suo viaggio a bordo dello stesso treno, in quanto la soluzione trovata dal personale di Trenitalia ha garantito, con indubbio buon senso, sia il diritto di assistenza e quello di mobilità del disabile, che la doverosa applicazione dei regolamenti ferroviari". Fs dichiara anche che proseguirà nell'approfondimento dei fatti fino al chiarimento definitivo della vicenda.

La testimonianza. Alcuni viaggiatori presenti alla scena hanno inviato le loro testimonianze sul sito di Repubblica.it. Secondo quanto scrive un testimone, l'atteggiamento degli altri passeggeri non è stato affatto indifferente. "Sono uno dei passeggeri che si trovava accanto al ragazzo nel 'famigerato' viaggio - si legge in uno dei commenti -. Mi permetto di rettificare l'articolo (...).

E' vero, la ragazza e i due agenti della Polfer saliti alla stazione di Foggia si sono rivolti al giovane romeno con toni francamente evitabili, ma parlare dell'indifferenza dell'intero vagone è assolutamente scorretto - conclude -. Su richiesta della ragazza è infatti intervenuto un altro controllore e il suo comportamento è stato ineccepibile. Ha evitato che il ragazzo disabile pagasse la tratta precedente (a suo rischio) e si è impegnato personalmente a comprargli il biglietto con la modalità self service senza ulteriori sovratasse".

Non era il figlio di Mike, 25 anni per la sentenza

Corriere della Sera

Hayden perde la causa contro Bongiorno. Dopo processi aMilano, Londra e New York



MILANO — Chissà, forse avrebbe detto «Allegria!» anche questa volta. Ma tra sé e sé, tirando un sospiro trattenuto per venticinque anni. Oppure avrebbe guardato negli occhi i tre figli amatissimi. Peccato, Mike Bongiorno non può più raccontarci questa vittoria attesa fino all’ultimo: Philip Hayden, l’uomo che dal 1984 lo reclama come suo padre naturale, ha perso la causa di riconoscimento.

Con una sentenza depositata il 23 dicembre, i giudici del Tribunale di Milano hanno rigettato la sua richiesta. Per Mike non ci sarebbe stato regalo di Natale più gradito. Philip Hayden (a sinistra), che dal 1984 sosteneva di essere figlio naturale di Mike Bongiorno Cinque lustri di battaglie legali. Se le ricorda tutte, Mino Auletta, avvocato milanese e caro amico di Bongiorno per oltre 35 anni. «Era il 1984. Dopo una serie di azioni di disturbo, compresi alcuni appostamenti, Hayden avviò le procedure per il riconoscimento di paternità naturale». Un passo indietro. Per raccontare l’intera storia bisogna tornare al 1952, quando Michael Nicolas Salvatore Bongiorno, giovane presentatore italo-americano cresciuto tra New York e Torino, conobbe a Roma la vicina di casa Ruth Hayden, inglesina di 22 anni. Tra i due, entrambi reduci da un matrimonio fallito, pare fosse scoppiato l’amore. Nel ’55 la ragazza rimase incinta. Philip — capelli biondi, occhi azzurri, una vaga somiglianza con il re del quiz— nacque a Londra nell’aprile del ’56. Ruth gli diede il cognome del marito (da cui poi divorziò): Spencer. Lo fece cambiare in Hayden molto più tardi.

Quasi trent’anni di silenzio. Poi, nel 1984, la causa di Philip contro Bongiorno. «All’epoca — spiega Auletta — erano previste due fasi processuali. Una di ammissibilità e, quindi, una di merito. La prima, con due appelli e due sentenze di Cassazione, è durata fino al 1999. La seconda è stata avviata nel 2006». Botta e risposta, contrasti, rivelazioni scandalistiche. I giornali del 1993 titolavano così: «Arrenditi papà Mike, anche il Tribunale mi dà ragione», riferendosi alla Cassazione che dichiarava ammissibili le richieste di Hayden in applicazione del diritto italiano (in precedenza erano state rifiutate perché al caso doveva essere applicato il diritto inglese secondo cui «la madre può richiedere un accertamento di paternità nel termine massimo di tre anni dalla nascita»). Per Philip, che nel frattempo si era trasferito a San Juan de Porto Rico, sembrava fatta.

Altre mosse: «Hayden aveva addirittura dato ai propri legali la delega per trattare con imedia»,

Mike Bongiorno

ricorda Auletta. «Aveva anche chiesto la prova del Dna. Mike si dichiarò disponibile a sottoporsi al test». E quando i giudici italiani diedero l’ok al prelievo di sangue, «colpo di scena»: alla prima data stabilita per gli accertamenti, nel novembre 2007, Philip non si presentò. Certificato di indisposizione firmato da un agopunturista portoricano. E altre improbabili scuse fino all’ultimo appuntamento mancato, nel giugno 2008. Mistero. Con tanto di rinuncia al mandato da parte dei difensori di Hayden. «E a quel punto — analizza l’avvocato di Bongiorno — i giudici di Milano, valutando il comportamento delle parti, hanno deciso: la domanda di Hayden è stata rigettata». Sentenza definitiva. Dovuta non tanto a un prelievo mai fatto, ma a una battaglia legale combattuta per anni nelle aule di giustizia di mezzo mondo: Milano, New York, Londra, Porto Rico. L’unico rammarico: la sentenza è arrivata troppo tardi. Doveva essere depositata a giugno. Poi, per slittamento dei termini, è passata a dicembre. Mike Bongiorno è mancato l’8 settembre scorso. «Lo vidi l’ultima volta il 4 agosto. Anche allora parlammo del caso. Sapeva che sarebbe stata questione di poco». Aveva ragione, Mike. La sua vittoria è giunta per Natale. Un regalo postumo. Per lui e per la sua famiglia. Quella vera.

Annachiara Sacchi
31 dicembre 2009



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Papà, abbiamo fame": a Gela disoccupato tenta il suicidio

Quotidianonet


L'uomo ha tre bambine piccole, e da tempo non riceve lo stipendio di 700 euro mensili, in nero, per l’attività di guardiano in un cantiere

Caltanissetta, 30 dicembre 2009 -

Disoccupato, con tre figlie a carico, vive in un alloggio popolare occupato abusivamente in un quartiere alla periferia di Gela, ad Albani Roccella.

Rosario M., preso dalla
disperazione stamane ha tentato il suicidio. Da tempo non riceve lo stipendio di 700 euro mensili, in nero, per l’attività di guardiano in un cantiere edile, 24 ore su 24, e da un mese non ha piu’ nemmeno il lavoro. Quando alla ditta ha chiesto i soldi arretrati e un aumento dello stipendio, il padrone lo ha licenziato. Si è recato nel ponte del fiume Gela e ha tentato di buttarsi giù. Ma i carabinieri, avvertiti da alcuni passanti, lo hanno convinto a non compiere l’insano gesto.

L’uomo in preda alla disperazione non è in grado di garantire alle sue tre figlie, Miriam di 5 anni, Sofia di 2 ed Elisa, di un anno, il minimo indispensabile. Le bambine chiedono da mangiare, ma il padre non è più in grado di sfamarle e accontentarle. Ora nella loro modesta abitazione, grazie ai servizi sociali del Comune, sono arrivati tutti i generi alimentari indispensabili.

Rosario chiede un lavoro stabile e rimpiange la sua esperienza a Novara, dove per anni ha fatto il magazziniere, precario, per una grande impresa di abbigliamento. Gli chiesero di indagare sui continui furti che avvenivano in azienda, e quando scopri’ gli autori, tutti interni alla ditta, lo licenziarono. Tornato a Gela, nel 2007, e’ iniziato il calvario per lui e per la sua famiglia. Accanto a lui la moglie, Veronica di 24 anni.






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