martedì 29 dicembre 2009

Immigrati, ricetta di finiani e Pd: passaporto italiano in svendita

di Antonio Signorini

Un emendamento bipartisan vuole concedere il voto a tutti gli studenti stranieri. Il virus del terrore fatto in casa : scovati 106 estremisti 






Roma - Meno anni per ottenere la cittadinanza italiana e passaporto concesso in automatico ai figli degli immigrati che frequentano le scuole patrie. Sono questi i cardini della proposta bipartisan sull’immigrazione, il terreno sul quale si sono incontrati parlamentari finiani e del Partito democratico. Cambiamenti arrivati sotto forma di emendamenti ad un disegno di legge che porta il timbro Pdl, prima firmataria Isabella Bertolini, che prevede un percorso preciso per diventare italiani.
Il disegno di legge prevede che ci vogliano dieci anni in tutto. 

Otto di attesa e altri due durante i quali si devono frequentare dei corsi di storia e cultura italiana ed europea. La proposta bipartisan mira ad allargare i cordoni rispetto a quella della maggioranza. A prendere l’iniziativa politica per è stato il finiano Italo Bocchino, che ha chiesto la convergenza di altri gruppi parlamentari. Fini si era espresso mesi prima, in un incontro tra la sua fondazione FareFuturo e la dalemiana ItalianiEuropei. Il presidente della Camera fece un riferimento preciso al riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati. 

Dalla teoria ai fatti: Fabio Granata (deputato Pdl, vicino a Fini) e Andrea Sarubbi, che invece è del Pd, hanno presentato otto emendamenti che puntano, in primo luogo, a dimezzare i tempi, da 10 a 5 anni, e a concedere la cittadinanza ai figli di immigrati o ai minori stranieri che frequentano le scuole almeno fino alle medie.

Cambiamenti radicali. Ancora più «avanzati», secondo la maggioranza, rispetto a quelli chiesti dal Partito democratico e nelle altre dodici proposte che giacciono in Commissione. In ballo non c’è solo l’accorciamento di un termine burocratico, quanto i principi stessi sulla base dei quali si concede il passaporto italiano. 

«Si parla di cittadinanza di qualità e siamo tutti d’accordo», spiega la Bertolini, «ma nella proposta bipartisan c’è una contraddizione enorme. Giusto dire che la cittadinanza deve essere legata a un atto di volontà, chi la chiede deve dimostrare di volere veramente appartenere a questa nazione, deve assorbirne la cultura e le tradizioni. Ma se questa scelta deve essere consapevole non può che farla un adulto». 

Tra i punti più critici degli emendamenti finiani-Pd c’è quindi quello della cittadinanza riconosciuta automaticamente ai bambini che sono nati all’estero, ma hanno fatto le scuole in Italia, salvo poi lasciargli diritto di ritornare a quella di origine quando compiranno 18 anni. «Sembra un po’ un’imposizione. Con una norma del genere, ci ritroveremo con famiglie di immigrati con i genitori che, magari, vogliono mantenere orgogliosamente la cittadinanza d’origine e figli che diventano italiani loro malgrado». 

Casi di scuola? No. Anche con la normativa in vigore si presentano casi simili. La Bertolini ricorda quello del ragazzo nato da genitori somali, e quindi con la cittadinanza italiana, che a 19 anni è stato spedito dalla famiglia nella terra d’origine a combattere con i fondamentalisti islamici. Senza contare - spiega - che per i figli degli immigrati non cambierebbe niente in concreto. I diritti sociali valgono anche per gli stranieri; la cittadinanza si traduce soprattutto nel diritto di voto, che, comunque, i minorenni non possono esercitare. 

Di queste contraddizioni - assicura la Bertolini che è relatore della riforma - si sono accorti anche i promotori degli emendamenti. E tutti sanno che bisognerà cercare un compromesso. Ad esempio, si potrebbe prevedere che i figli di immigrati, nati all’estero, possano ottenere la cittadinanza quando hanno frequentato le scuole italiane, ma solo quando hanno raggiunto la maggiore età. Un po’ come succede adesso per chi nasce in Italia da genitori stranieri. Il problema è ben presente anche al ministro della Difesa Ignazio la Russa che ha proposto di concedere la cittadinanza ai bambini al termine delle elementari, ma solo «con l’assenso dei genitori». 

Quindi non automaticamente. Per il Pdl, in generale, è importante capire che il punto non è tanto ottenere la cittadinanza. Il passaporto italiano non può diventare uno status. Il punto è integrare i cittadini stranieri che decidono di diventare italiani a tutti gli effetti. Se ne sono accorti in Inghilterra, patria del ragazzo che ha tentato di fare una strage a Detroit. Se ne sono accorti i tedeschi, che stanno affrontando il problema delle «terze generazioni» di immigrati turchi. 

Cittadini tedeschi a tutti gli effetti che però parlano esclusivamente la lingua dei nonni. E anche i francesi, che si sono ritrovati una mezza rivoluzione nelle periferie delle metropoli. A dare alle fiamme le banlieue non sono stati cittadini del nord Africa. Sono stati francesi, stranieri in patria.




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Via intitolata a Craxi, scoppia la polemica

Corriere della Sera

Di Pietro: «Scrivano condannato e latitante e Napolitano lo ricordi per quello che è stato». Borrelli: «Indecoroso»


MILANO - Letizia Moratti propone di dedicare una via di Milano a Bettino Craxi e scoppia la polemica. Durissima la reazione di Antonio Di Pietro, che in un'intervista a CNRmedia.com parla di «distorsione della realtà attraverso tentativi di riabilitazione di una persona condannata per corruzione e illecito finanziamento ai partiti». Il leader dell'Italia dei Valori sottolinea che l'unica differenza tra Craxi e Berlusconi è che il primo «per sfuggire alla giustizia è scappato, il secondo invece è andato in Parlamento per farsi le leggi che gli servivano». Infine la proposta: «Se proprio vogliono fare una targa scrivano "Bettino Craxi, politico, condannato, latitante", perché è questa la storia di quella persona».

APPELLO A NAPOLITANO - E sulla possibile partecipazione del presidente Napolitano a un'iniziativa di commemorazione in Senato, annunciata dai giornali e non ancora confermata, Di Pietro afferma: «Mi auguro che il presidente della Repubblica, se parteciperà a un ricordo su Craxi, lo ricordi per quello che è stato: un politico, un presidente del consiglio, un corrotto, un condannato, un latitante. Altrimenti non racconterebbe la verità nemmeno lui». Una nota del Quirinale spiega che «per il decimo anniversario della morte di Craxi il presidente ha finora solo ricevuto e accolto la richiesta di un incontro con i rappresentanti del Consiglio e del Comitato storico-scientifico della Fondazione Craxi. È invece in attesa di informazioni sull'iniziativa che dovrebbe svolgersi in Senato».

BORRELLI: «OFFENSIVO» - Per Flavio Arzarello, coordinatore nazionale della Fgci, l'organizzazione giovanile del Pdci-Federazione della Sinistra, «intitolare un'area di Milano a Craxi è un grave errore, sarebbe diseducativo per i giovani, dato che è stato il primo ad aver introdotto nella politica italiana gli elementi degenerativi di cui oggi viviamo tutte le conseguenze». Contrario all'idea della Moratti anche Saverio Borrelli: «Trovo indecoroso, offensivo intitolare una via, una piazza o qualunque cosa a un personaggio che è morto da latitante» ha detto l'ex procuratore, negli anni di tangentopoli a guida del cosiddetto pool di Mani Pulite, di cui facevano parte lo stesso Di Pietro, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. «Io comunque non ho nulla di personale contro Craxi - ha precisato Borrelli -. Il fatto che in quegli anni fossi a capo della Procura non significa per forze avere delle ostilità nei suoi confronti».

BONDI: DI PIETRO VOLGARE - Dal Pdl arriva la replica di Sandro Bondi, che attacca Di Pietro: «Ciò che ha detto è senza precedenti - dice il coordinatore del Pdl e ministro dei Beni culturali -. Non ci sono più parole per qualificare, stigmatizzare e polemizzare con un uomo che fa della provocazione, dell'insulto, della volgarità il suo programma politico». Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl alla Camera, chiede al Pd di prendere le distanze da Di Pietro, che con le sue parole «conferma che esiste nel nostro sistema politico e mediatico un grumo di inciviltà, di odio, di rozzezza di cui il suo partito è la punta dell'iceberg». Anche Margherita Boniver, deputata del Pdl, attacca l'ex pm: «Si sta scatenando la quintessenza del giustizialismo più barbaro che ha in Di Pietro il suo epigono».

«COSA BUONA E GIUSTA» - Tra gli ex fedelissimi di Craxi la soddisfazione per il progetto è evidente. «È una riabilitazione, una cosa buona e giusta: si esce definitivamente da anni che definire squallidi è riduttivo» dice Paolo Pillitteri, cognato di Craxi e sindaco di Milano alla vigilia dello scoppio di Tangentopoli. Per Claudio Martelli, invece, «la riabilitazione è già compiuta, ma finché non ci sarà una robusta forza socialista, democratica e liberale, Craxi sarà sempre in esilio» ha detto in un'intervista a Repubblica.

IL NO DELLA LEGA - Intanto la Moratti procede e ha dato mandato all'ufficio toponomastica del Comune di individuare una via o un'area da intitolare all'ex leader socialista. I tempi per la realizzazione del progetto non sono prevedibili: c'è infatti un iter da seguire prima che la delibera arrivi all'esame della Giunta per l'approvazione. Ma a Palazzo Marino non sarà una passeggiata e il sindaco dovrà vedersela anche con l'opposizione interna della Lega. «Milano ha almeno cento nomi di personaggi illustri che non sono passati per San Vittore o nei dintorni, che hanno veramente dato lustro alla città e che meritano venga loro dedicata una via, una piazza o un giardino» dice il capogruppo Matteo Salvini, consigliando dunque alla Moratti di «lasciar perdere e dedicarsi a qualcosa di più importante».


29 dicembre 2009








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Ryanair: abbiamo fermato i nostri voli in Italia per motivi di sicurezza

Corriere della Sera

La compagnia: «Sicurezza minacciata dall'insistenza di Enac di accettare passeggeri senza identificazioni sicure»

Un aereo Ryanair (Newpress)

MILANO - «Abbiamo fermato i nostri voli per motivi di sicurezza». E' questa in sintesi la posizione di Ryanair nella diatriba scoppiata con Enac alla vigilia di Natale. E che rischia di portare alla cancellazione dei voli interni della compagnia low cost dal 23 gennaio su dieci scali del Belpaese, tra cui Pisa e Ciampino. Alla base della disputa tra l'Ente di aviazione civile e Ryanair una legge italiana che prevede l'utilizzo non solo di passaporto o carta di identità per i voli interni ma anche di «altri documenti» come il porto d'armi o le tessere professionali purchè rilasciate da una «amministrazione dello Stato». E che l'Enac ha chiesto alla compagnia aerea irlandese di applicare. Ma Ryanair sostiene che questa pratica è in contrasto con le leggi di sicurezza internazionali e ha innescato una braccio di ferro con l'Ente, «condito» dal clamoroso annuncio della cancellazione dei suoi voli da fine gennaio. Una decisione che ha provocato polemiche a gogò che non accennano a diminuire. Ieri sono arrivate le critiche di Assotravel Confindustria, oggi è intervenuto direttamente il presidente dell'Enac Vito Riggio. «Noi ci siamo limitati a ricordare che questa legge è in vigore in Italia - ha spiegato Riggio - e che qualsiasi operatore europeo presente nel Paese doveva conoscerla prima di modificare i suoi prospetti informativi».

LA POSIZIONE DI RYANAIR - Ryanair respinge le dichiarazioni dell'Enac e ricorda di essere stata «Obbligata a cancellare le sue rotte nazionali in Italia poiché la sicurezza di questi voli è stata minacciata dall'insistenza di Enac che i passeggeri vengano accettati senza identificazioni sicure e, in alcuni casi, venga loro permesso di viaggiare con niente di più sicuro di una licenza di pesca».

LA NOTA - È quanto si legge in una nota della compagnia aerea, in cui si aggiunge che «in tutti gli altri aeroporti dell' Unione Europea le autorità hanno accettato questa esigenza di Ryanair, come concordato con ciascun passeggero al momento della prenotazione, che i passeggeri presentino o il passaporto o la carta di identità nazionali dell'Ue-Eea». Secondo il vettore low cost, «questa disputa è nata solo dopo il tentativo di Enac di interferire illegalmente con le regole di identità sicura di Ryanair: tutti i voli nazionali di Ryanair verranno ristabiliti non appena questa ordinanza illegale e insicura - scrive la compagnia serea - per l'identificazione dei passeggeri sarà rimossa da Enac». «La sicurezza e la protezione devono essere di primaria importanza per tutte le compagnie aeree, gli aeroporti e i governi a livello mondiale - afferma Stephen McNamara, portavoce di Ryanair -. La nostra regola sull'identità aiuta ad assicurare che la sicurezza e la protezione dei nostri aeromobili, dei nostri equipaggi e dei nostri passeggeri possano essere mantenute. Alle compagnie aeree - conclude - non deve essere mai richiesto di transigere sulla sicurezza».


29 dicembre 2009





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La prefettura lancia avvisi in punjabi: «Non c'è lavoro, sikh restate a casa»

Corriere della Sera


Comunicati alle radio, tv e quotidiani in India per fermare i braccianti che pagano ottomila euro per venire


Un contadino sikh (Reuters)
Un contadino sikh (Reuters)
LATINA - E' un periodo difficile per la comunità indiana che vive in provincia di Latina. Il lavoro nei campi si è ridotto drasticamente, e l'unica attività che non si arresta è il traffico di esseri umani. Gli «angeli custodi» contattano gli aspiranti immigrati invitandoli a rimanere nel proprio paese, tramite le ambasciate e i mezzi d'ìnformazione nel Punjab.

MENO DI TRE EURO ALL'ORA - Ad interessarsi della condizione dei sikh in terra pontina è la sala operativa sociale di Prefettura e amministrazione provinciale, i cui operatori sono stati da tempo ribattezzati «angeli custodi».

Tra loro operano volontari ( anche stranieri ) insieme ai funzionari dei due enti, attualmente impegnati in una campagna di dissuasione volta a fermare il traffico di esseri umani. «In questo momento ci sono molti disoccupati - riferisce Gugliemo Bove dalla sala operativa - e i più fortunati riescono a lavorare quattro ore al giorno con una grande diminuzione del salario orario per i braccianti in campagna. Fino a qualche mese fa era fermo intorno ai 3 euro l’ora.

Ora siamo a 2 e 70, ma si scenderà senza dubbio. Gli angeli custodi indiani che si occupano di questi problemi - prosegue - sostengono che l’area del profitto si sta spostando velocemente dal lavoro a quella del viaggio degli immigrati. In sostanza il business vero sta diventando quello dei trafficanti di uomini che hanno come terminale Latina. E lo dimostra l'incremento delle presenze, ad oggi intorno alle 8mila, concentrate nelle campagne intorno a Sabaudia, tra Latina e Terracina».

CAPORALATO ETNICO - E' un viaggio che può durare anche tre anni quello per raggiungere l'Italia. I migranti indiani, alle frontiere, passano da una organizzazione malavitosa all’altra. «Sappiamo - prosegue Bove - avendo ascoltato decine di testimonianze, che la certezza di arrivare in Italia dall’India può costare anche 8 mila euro. E inoltre le organizzazioni che sfruttano i migranti hanno dei terminali anche in zona. Si tratta di altri indiani, residenti da più anni, responsabili dell’ultima stazione del viaggio».

ESODO DA FERMARE - La sala operativa sociale, a partire dai prossimi giorni, invierà comunicati in lingua punjabi ai quotidiani, alle tv e alle radio direttamente in India per avvisare che in questo momento, a Latina, non c’è lavoro nelle campagne e c’è il rischio che i viaggi della speranza si trasformino in drammi della povertà che possono portare anche alla morte.

Michele Marangon
29 dicembre 2009



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Soldato afgano spara: feriti due italiani «L'uomo ha agito volontariamente»

Corriere della Sera


Il militare ha aperto il fuoco sugli altri commilitoni durante operazione a Bala Morghab: morto soldato Usa

 

 

MILANO - Due militari italiani sono rimasti feriti e un soldato Usa è stato ucciso nella base di Bala Morghab, Afghanistan occidentale. Durante un'operazione di scarico di materiali da un elicottero nella quale erano impegnati militari italiani, americani e afgani, uno di questi ultimi ha fatto fuoco sugli altri. I due militari italiani, secondo quanto spiegato dal tenente colonnello Marco Mele, portavoce del contingente italiano, «sono stati medicati nell'infermeria della base ed hanno già ripreso servizio».

«La dinamica dei fatti è in corso di accertamento», dicono al comando italiano, dove per il momento si limitano a parlare di «colpi di arma da fuoco contro forze Isaf durante un'operazione di rifornimento logistico». In base ai primi accertamenti sembra comunque che il soldato afgano abbia agito «volontariamente» e non per errore (il cosiddetto «fuoco amico»).

Il militare afgano che ha aperto il fuoco è stato comunque arrestato. L'uomo, pure lui rimasto ferito dalla reazione dei militari di Isaf e dell'esercito afgano presenti sul posto, «è stato immediatamente tratto in arresto ed attualmente è tenuto sotto osservazione nell'ospedale da campo», riferiscono allo Stato maggiore della Difesa.

L'EPISODIO - L'episodio, secondo quanto riferito dallo Stato maggiore della Difesa, è avvenuto stamani alle 11.30 (le 8 in Italia). «Durante un'attività di rifornimento logistico a Bala Morghab, un soldato dell'esercito afgano - ricostruiscono allo Stato maggiore - ha aperto il fuoco contro il personale delle forze Isaf (International Security Assistance Force) che sovraintendeva a questa operazione».

In seguito alla sparatoria «due militari italiani sono rimasti lievemente feriti: uno ha riportato una lieve ferita alla coscia sinistra mentre l'altro, oltre a una leggera ferita alla coscia destra, anche un piccolo trauma a un dito della mano destra. Medicati nell'infermeria da campo della base operativa avanzata di Bala Morghab i due militari italiani hanno ripreso regolarmente il servizio».

LA RUSSA - Il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, «prontamente informato del ferimento di due militari italiani a Bala Morghab, in Afghanistan, ha espresso il proprio compiacimento per il comportamento dei nostri soldati, che, benchè feriti, ancorché lievemente, dopo le cure mediche hanno immediatamente ripreso la propria attività di servizio». È quanto si legge in una nota del ministero .

29 dicembre 2009




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Mottaki: «Pugno in bocca a Londra»

Corriere della Sera


Il ministro degli esteri: «La Gran Bretagna non interferisca». Arrestata la sorella del Nobel Ebadi

TEHERAN - Non sono solo le proteste interne a non piacere al governo iraniano, che adesso se la prende anche con le critiche al suo operato che vengono mosse da più fronti internazionali. Il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, secondo quanto ha riferito l'agenzia Isna, ha detto oggi che se la Gran Bretagna non cesserà di parlare contro la repressione delle proteste in Iran, «riceverà un pugno in bocca».

Ieri il ministro degli Esteri britannico, David Miliband, ha definito molto «preoccupante» la «mancanza di autocontrollo» mostrata dalle forze dell'ordine iraniane negli incidenti avvenuti nel giorno dell'Ashura, con un bilancio di almeno otto morti e decine di feriti. Ma anche diversi altri Paesi europei hanno espresso la stessa posizione. «Le dichiarazioni di certe autorità straniere - ha affermato Mottaki - mostrano le cose vergognose che hanno fatto. Fino ad ora non abbiamo reso pubblici i loro dossier, su cosa hanno fatto e quando.

Ma fortunatamente i popoli ne sono a conoscenza, e la faccenda è chiara». Dall'inizio delle proteste di piazza seguite alle elezioni presidenziali del 12 giugno, Mottaki ha affermato che il tutto era conseguenza di un complotto di Londra. Nessuna parola, invece, contro l'amministrazione americana, nonostante la presa di posizione di Obama che dalle Hawaii lunedì sera ha criticato il governo di Teheran.

Video

«FOMENTANO LE PROTESTE» - Il portavoce di Mottaki, Ramin Mehmanparast, poco prima aveva invece ha accusato alcuni Paesi stranieri di fomentare le proteste degli ultimi giorni, annunciando l'apertura di un'inchiesta. «Sarà convocato al ministero degli Esteri l'ambasciatore britannico - aveva annunciato - per esprimergli la nostra contrarietà all'ingerenza del suo Paese negli affari interni dell'Iran». Il portavoce ha precisato che diversi giornalisti sono stati arrestati «per aver agito illegalmente», tra questi il giornalista siriano Reza al-Basha, inviato di Dubai Tv. Inoltre i guardiani della rivoluzione hanno diramato un comunicato per segnalare che i media occidentali distorcono le notizie per causare un rovesciamento del governo di Ahmadinejad.

MANIFESTAZIONE ANTI-MOUSAVI - I sostenitori dell'esecutivo, in ogni caso, scenderanno in piazza mercoledì pomeriggio (le 12,30 in Italia) per una manifestazione che punta a condannare il movimento riformista accusato di avere offeso la memoria dell'imam Hussein, celebrato domenica in occasione della Ashura, quando la protesta antigovernativa è esplosa in tutto il paese. Per gli organizzatori della manifestazione di domani, il 'movimento verdè avrebbe inoltre offeso la Guida Suprema della repubblica, l'ayatollah Ali Khamenei.

La manifestazione è organizzata dall'Associazione Islamica dei commercianti, dal Centro nazionale responsabile delle moschee e dall'Istituto della propaganda islamica. Il sito 'Javan', vicino ai pasdaran, invita i sostenitori del governo a riunirsi dopo la manifestazione di fronte alla casa del leader riformista Mir-Hossein Mousavi a Teheran, al fine di chiedere pubblicamente il suo arresto in quanto traditore dei principi della repubblica islamica. Il maggiore partito riformista, il Mosharekat, ha invece chiesto ai responsabili del regime di «chiedere perdono al popolo» e «tornare alla Costituzione» per «uscire dalla crisi in atto».


Shirin Ebadi
Shirin Ebadi
«MIRAVANO A ME» - Intanto, il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, che ricevette il premio nel 2003, ha reso noto che sua sorella è stata fermata dai servizi segreti iraniani, precisando che tre uomini e una donna si sono presentati lunedì sera presso la sua abitazione a Teheran. Dopo una perquisizione dell'edificio, hanno prelevato la 47enne docente di medicina Nushin Ebadi e sequestrato il suo computer. «L'hanno arrestata per costringermi a mettere fine al mio lavoro», ha detto Shirin Ebadi, avvocatessa e attivista per i diritti umani. «Non ha fatto nulla di male, non è coinvolta nelle mie attività per i diritti umani e non ha mai partecipato ad alcuna protesta», ha aggiunto.

ATTO ILLEGALE - Il premio Nobel ha aggiunto che due mesi fa la sorella era stata convocata dagli apparati di sicurezza. «In quella occasione le è stato detto che doveva convincermi a cessare le mie attività in difesa dei diritti umani, altrimenti sarebbe stata arrestata». Shirin Ebadi è all'estero per sicurezza dalle elezioni presidenziali dello scorso giugno «L'arresto di mia sorella è un atto illegale. Il Paese ha bisogno ora di calma più che in qualsiasi altro momento e questo può essere ottenuto solo rispettando la legge. Ogni atto illegale avrà conseguenze negative».


29 dicembre 2009




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Milano, la banda dei tranvieri spacciatori "Fiumi di coca tra gli autisti"

Republica


Negli ultimi due anni decine di incidenti. Si indaga anche su due suicidi. L'Atm aveva lanciato una campagna di test antidroga per i dipendenti

di SANDRO DE RICCARDIS


Milano, la banda dei tranvieri spacciatori "Fiumi di coca tra gli autisti"

MILANO - C'è Claudio il tranviere che taglia la coca con l'Aulin prima di venderla ai clienti. Ci sono lui e il collega Nello - entrambi indagati dalla Procura di Milano, forse insieme ad altri - che la piazzano a un vasto giro di acquirenti, alcuni dei quali autisti dell'Atm, l'azienda che gestisce tram, autobus e metropolitane a Milano. Tra loro c'è Franco, c'è Gino, c'è Giuseppe. Tutti alla guida di mezzi pubblici.

A maggio l'Atm - nella bufera per decine di piccoli e grandi incidenti negli ultimi due anni - aveva lanciato una campagna di controllo antidroga con test per i propri dipendenti. Ora è indagando sull'omicidio ancora irrisolto di Marco Medda, un anziano ergastolano ai domiciliari per motivi di salute, strangolato nella sua casa l'8 giugno del 2008, che i carabinieri e la procura di Milano arrivano allo spaccio nell'azienda milanese dei trasporti, al "gruppo dei tranvieri del Lorenteggio", quartiere della periferia Sud-ovest, e al "filone della droga". Inciampando anche nei misteriosi suicidi di due autisti, almeno uno pesante consumatore di cocaina.

Indagano sull'omicidio e trovano un'altra vecchia conoscenza della polizia, Giorgio Tocci, 51 anni, un ex agente diventato killer dei clan calabresi alla fine degli anni 80, poi collaboratore di giustizia, ora di nuovo dentro per evasione dai domiciliari dov'era per spaccio, anello di congiunzione tra gli spacciatori di strada e i tranvieri. Alla fine di un anno di indagine, nell'informativa che il Nucleo investigativo di Milano consegna il 20 luglio scorso al pm Lucilla Tontodonati, il quadro di rapporti tra dipendenti Atm e fornitori di coca è dettagliato.

Le indagini, scrivono i carabinieri, "hanno permesso di appurare con certezza, anche senza riscontri oggettivi come sequestri di droga, che le persone in oggetto in concorso con altre non ancora identificate, hanno organizzato una semplice, ma efficace, distribuzione di sostanza stupefacente di tipo cocaina". L'informativa indica in alcuni spacciatori del Lorenteggio i principali fornitori di Claudio - 39 anni, il tranviere che taglia la droga con l'Aulin, già condannato un paio d'anni fa per spaccio - e Nello, autista Atm, 60 anni. I due "pur facendo largo uso di droga, si adoperano a venderne una parte consistente a un giro di clienti, alcuni dei quali sono autisti della locale azienda Atm (il defunto Giuseppe R., suicidatosi nel 2008, tale Gino, e altri non identificati)".

Dopo un lungo elenco di riscontri e intercettazioni, ci sarebbero "evidenti e provate responsabilità penali", e una "pericolosità sociale notevolmente aumentata dal fatto che i venditori si rivolgono tra gli altri, a persone esercenti attività di pubblica utilità (guida di mezzi pubblici)".

Contestato l'oroscopo Raidue «Alimenta la superstizione»

Corriere della Sera


Proteste cattoliche e Agcom. Liofredi: non l'ho deciso io

 


A sinistra l'astrologo Paolo Fox e qui sopra Giancarlo Magalli
Paolo Fox e Giancarlo Magalli
MILANO — Stasera, su Raidue, andrà in onda la puntata speciale di «I Fatti Vostri» di Guardì, condotta da Giancarlo Magalli e in cui Paolo Fox «svelerà» l'Oroscopo del 2010, segno per segno. Ma la scelta di dedicare un'intera prima serata all'astrologia, a maggior ragione su un canale della Rai, ha innescato forti polemiche. Luca Borgomeo, presidente dell'associazione di telespettatori cattolici Aiart ha accusato la Rai di fomentare la superstizione: «Nonostante il clamore sollevato lo scorso anno dopo le nostre proteste, anche quest'anno Raidue ripropone un'intera trasmissione sugli oroscopi. È incredibile come il servizio pubblico dia credito alla superstizione. Quale altro servizio pubblico degno di questo nome, vedi Bbc o Zdf, fa trasmissioni del genere?».

D'accordo anche il Consiglio Nazionale degli Utenti (Cnu), organismo dell'Agcom: «È inopportuno che il servizio pubblico dedichi trasmissioni agli oroscopi. Il rischio è che si sfrutti la superstizione, la credulità o la paura, in particolare delle categorie di utenti psicologicamente più vulnerabili. La delibera 34 del marzo 2005 dell'Agcom chiede che le trasmissioni di televendita di servizi di astrologia non traggano in inganno il pubblico. Non sarebbe utile estendere tale disposizione a tutte le trasmissioni? Ancor di più quando si tratta di servizio pubblico e in prima serata?».

Eppure la trasmissione di fine dicembre che la Rai dedica all'oroscopo per il nuovo anno — nonostante le polemiche — è ormai un classico. Ma quest'anno le lamentele non sono cadute nel vuoto. Il direttore di rete, Massimo Liofredi, pur garantendo che la trasmissione «andrà regolarmente in onda» ha sottolineato: «Sono arrivato alla direzione della rete con il palinsesto già fatto e approvato dal Consiglio di amministrazione e devo rispettarlo. In futuro prenderò in seria considerazione queste indicazioni dell'Agcom e delle altre parti intervenute. Vengo dal mondo cattolico e sono contro le superstizioni». «Devo rispettare quanto prevede il palinsesto già definito — ha concluso Liofredi —. Rimando tutto al prossimo futuro, quando sicuramente un ripensamento ci sarà in merito».


R.S.
29 dicembre 2009



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Ritrovata la «Piccola chitarra» di Picasso che l'artista realizzò per la figlia Paloma

Corriere della Sera

Denunciato commerciante di Pomezia: l'aveva sottratta con l'inganno e nascosta in una scatola da scarpe

Paloma Picasso
Paloma Picasso
ROMA - Pablo Picasso la donò all'amico artista Giuseppe Vittorio Parisi e non avrebbe mai pensato che un prezioso «giocattolo» costruito per la figlia Paloma potesse finire nelle mani di un commerciante privo di scrupoli e per di più dentro una scatola di scarpe. Sono stati i Carabinieri della Stazione Roma Porta Cavalleggeri a ritrovare la «Pequena Guitarra para Paloma» a casa di un noto commerciante, cinquantenne di Pomezia che due anni fa ebbe gioco facile nel raggirare l'allora novantaduenne Parisi, facendosi consegnare l'opera con la scusa di costruire una degna bacheca dove custodirla. Parisi, morto a gennaio di quest'anno, accettò, senza sapere che non avrebbe mai più rivisto la «Pequena Guitarra» già destinata al Museo Civico d'arte contemporanea di Maccagno sul lago Maggiore, a lui intitolato.

SCATOLA DI SCARPE - I militari, dopo mesi di indagine partite dalla denuncia della moglie del defunto Parisi, hanno ricostruito senza non poche difficoltà l'intera vicenda fino ad arrivare al tassello finale, quella scatola di scarpe malmessa nascosta in una ricca abitazione, nell'anonimato della provincia laziale. L'opera d'arte, ora custodita dai Carabinieri, verrà restituita al Museo Civico sul lago Maggiore. Così avrebbe voluto il grande artista


29 dicembre 2009





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La mutanda-bomba di Abdulmutalleb

Corriere della Sera


I qaedisti stanno ora cercando di capire perché l'attentato è fallito Secondo alcuni testimoni sarebbe stato girato un video sull'aereo nelle fasi concitate del fermo del terrorista



WASHINGTON – Eccola la bomba inventata dai terroristi di Al Qaeda nella Penisola arabica. Le tv americane hanno diffuso alcune foto dell’ordigno usato da Faruk Abdulmutalleb nel fallito attentato al jet Northwest. La prima immagine mostra le mutande con un involucro cucito all’interno: era la tasca che conteneva la «polvere» esplosiva. La seconda foto mette a confronto l’indumento e l’involucro impiegato come contenitore. Quindi l’involucro separato e infine la siringa fusasi quando il terrorista l’ha impiegata per iniettare una sostanza chimica destinata a provocare la deflagrazione. A vedere questi reperti si stenta a credere che possano essere state le componenti di un ordigno. Eppure gli investigatori sono convinti che avrebbe potuto distruggere l’Airbus 330.

I LABORATORI - I qaedisti yemeniti, nel comunicato di rivendicazione, hanno affermato che la bomba è stata costruita nei «laboratori» dell’organizzazione. Un’arma inusuale che sembra essere un’evoluzione di una micro-carica che i militanti hanno impiegato in un altro fallito attacco in agosto contro un esponente della sicurezza saudita, il principe Nayef. Anche in quell’occasione gli estremisti si sono vantati di aver trovato un sistema per sfuggire ai controlli: la bomba era nelle mutande (ma con una carica ben più potente e attivata da un telefonino) o nel retto del kamikaze, unica vittima dell’azione. Infatti, del terrorista non è rimasto nulla dal tronco in giù. Il principe, miracolosamente, ha riportato lievi ferite alle mani. Per gli esperti il corpo del militante avrebbe contenuto gli effetti della deflagrazione.

PROBLEMI - Adesso l’intelligence ritiene che l’artificiere che ha confezionato le mutande-bomba sia al lavoro per risolvere i problemi tecnici. Al tempo stesso dovrà anche pensare a un nuovo nascondiglio visto che ormai questo è stato scoperto. La loro arma non è più un segreto.

TESTIMONE – Un passeggero ha raccontato che ad Amsterdam un giovane di colore, accompagnato da un uomo ben vestito e che sembrava un indiano, si è avvicinato al desk dell’imbarco. L’adulto ha spiegato all’addetto della compagnia che il giovane «non aveva passaporto». L’impiegato ha replicato che «allora non poteva salire a bordo». I due si sono allontanati. Il passeggero ritiene che il giovane fosse proprio l’attentatore. Un portavoce della polizia olandese ha precisato che saranno svolti accertamenti. Sembra strano, però, che Abdulmutallab abbia rischiato di compromettere la missione presentandosi senza un documento valido.

FILMATO – Un uomo, seduto non lontano dal posto 19 A, passeggero avrebbe ripreso con una videocamera tutte le fasi dell’attacco. Dal momento del principio di incendio all’intervento degli steward. A sostenerlo una passeggera americana che si trovava alle sue spalle. C’è davvero un filmato? E chi è stato a girarlo? Se esiste spunterà su qualche tv.

Guido Olimpio
29 dicembre 2009




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La Cina giustizia un cittadino britannico

Corriere della Sera

Akmal Shaikh era stato condannato per traffico di droga

Un'immagine d'archivio di Akmal Shaikh (Afp)

MILANO - Il premier britannico Gordon Brown ha annunciato che la Cina ha eseguito la pena di morte nei confronti del cittadino britannico Akmal Shaikh, 53 anni, condannato nel novembre 2008 per traffico di droga dopo essere stato trovato con quattro chili di eroina. In un comunicato, Brown ha condannato «nel modo più assoluto» l'esecuzione capitale di Shaikh. «Sono scandalizzato e deluso che le nostre richieste insistenti di clemenza non siano state esaudite», ha dichiarato il primo ministro britannico. La famiglia di Shaikh sosteneva che il condannato a morte era affetto da una grave malattia mentale che lo avrebbe reso un complice inconsapevole di una banda di trafficanti. Il governo britannico aveva chiesto più volte che l'uomo venisse sottoposto a una approfondita analisi psichiatrica. Shaikh è il primo cittadino europeo a essere giustiziato in Cina in 50 anni.

RESPINTE ACCUSE - La Cina ha respinto le accuse di Brown. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Jiang Yu, ha sostenuto in una conferenza stampa che «la giustizia cinese è indipendente» e che il processo contro Shaikh è stato condotto «secondo le regole». «Si tratta di un caso individuale che spero non danneggi le relazioni tra Cina e Gran Bretagna». La portavoce non ha voluto confermare l'ora (le 10,30 ora locale, secondo l'ambasciata britannica) e il metodo con il quale è stato ucciso Shaikh. Nei mesi scorsi Londra ha rivolto 27 richieste di clemenza alla Cina, l'ultima delle quali lunedì.


29 dicembre 2009





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I nuovi terroristi

di Renato Farina



L’attentatore mancato di Detroit era proprio un bravo ragazzo nigeriano, un bel partito. Umar Farouk Abdulmutallab, 23 anni, è uno che se si presentasse oggi a qualsiasi consolato occidentale (ammesso fosse scampato alla sua bomba, e l'avesse fatta franca) avrebbe il visto d’ingresso per qualsiasi motivo lo richiedesse: lavoro, studio, turismo. Se non fai entrare uno così, e magari non gli dai subito la cittadinanza, vuol dire proprio che sei prevenuto. Ebbene sì, bisogna armarsi di sana prevenzione.

C’è qualcosa che si ha paura a dire, e da quando non può più gridarlo Oriana Fallaci, anche di più. La questione non è la provenienza etnica, ma quella religiosa. Non è la disperazione sociale a trasformare un uomo in kamikaze, ma l'islam radicale oggi egemone. Non tutti i musulmani estremisti si fanno kamikaze, perché i santi sono rari anche tra i musulmani estremisti, ma i più bravi, i bravi ragazzi, quelli colti, che hanno il tempo per pensarci su, qualche volta lo fanno.

Sono i terroristi bravi ragazzi, o i terroristi islamici dagli occhi azzurri, come li battezzò il settimanale americano «Newsweek» già nell'ottobre del 2001, guardando i curriculum di studio e di lavoro degli assassini alle Twin Towers e dei loro finanziatori. Primi della classe, che viaggiano in prima classe.

Guardiamo la carta d'identità di Umar Farouk. Un capolavoro di integrazione nel nostro mondo. Risulta iscritto a ingegneria presso la prestigiosa University College London, è figlio di un banchiere ed ex-ministro. Reddito, famiglia, stile di vita: tutto perfetto. Questo induce stampa e tivù a titoli pieni di meraviglia e - diciamolo - pieni di ignoranza, ma anche di ideologia conscia o inconscia. Infatti è dura a morire la cultura di cui grazie a marxismo e pauperismo ci siamo imbevuti tutti sin da piccoli.

È quella espressa a Milano dal «Piccolo teatro» dove si rappresentava come un'agiografia vera la «Santa Giovanna dei Macelli» di Bertolt Brecht. Risparmio la trama. Giovanna diventa santa nel senso comunista della parola, quando partecipa alle lotte dei proletari. Se sono violenti non è perché siano cattivi ma perché poveri. La rivoluzione sanguinosa nascerebbe cioè dalla disperazione sociale, dalla condizione di servitù che impone il ribaltamento.

È la vecchia tesi di cui troviamo traccia - insieme ad osservazioni utili - anche negli scritti dei nostri procuratori antiterrorismo, i quali sostengono siano le restrizioni in fatto di immigrazione e di permessi, l'incomprensione degli italiani, i pregiudizi a spingere verso l'adesione ad Al Qaida. Scrive Armando Spataro, citando la storia di alcuni pentiti: «Essi non erano estremisti religiosi in patria e, anzi, non erano neppure islamici praticanti.

L'arrivo in Italia, l'emarginazione immediatamente vissuta, la precarietà delle loro risorse di vita li hanno determinati a cercare solidarietà nella comunità degli immigrati e negli ambienti dell'estremismo religioso fino ad avvicinarsi, all'interno di tali comunità, ai più temuti personaggi che vi gravitavano, cioè ai più violenti e ai più “forti”, la cui “autorevolezza” si rifletteva anche su di loro che ne erano divenuti amici: da questi contatti, in breve, l'indottrinamento sulla strada della violenza e la scelta della militanza terroristica».

Da questa autorevole analisi si può ricavare: 1) i pentiti sono gerarchicamente soldati semplici, di basso profilo. 2) Esistono in Italia musulmani forti, puliti, personaggi entrati in Italia e ben sistemati, con titoli, accreditamenti religiosi, e che sono la fonte prima del terrorismo. Calamitano i fragili. (Domanda ingenua: che cosa aspettiamo a estirpare la calamita?). 3) Il nerbo duro dell'estremismo islamico è dunque altra cosa rispetto ai disperati gregari, mai inclusi tra i capi.

Sono mossi non dalla condizione sociale ma dall'adesione al nucleo osceno e incandescente del Corano, letto secondo la tradizione wahabita. La quale ahinoi è oggi maggioritaria tra i praticanti islamici italiani (per fortuna sono solo il 10 per cento del totale), essendo fatta propria dai Fratelli musulmani; e costoro hanno in mano la più parte delle moschee italiane. Più che integrare questi «tipi forti» bisognerebbe disintegrarli nella loro potenza di proselitismo assassino. O no?

Ricordiamocelo: Osama Bin Laden è uno yemenita e principe saudita, la sua famiglia è tuttora vasta, aveva buoni rapporti con Bush e li ha tuttora con l'establishment finanziario anglosassone. Non si tratta di parlare più con gli arabi né di condurre affari con loro. Ma di badare a chi ci mandano in casa. E tagliando i canali, a costo di rimetterci, là dove il denaro finisce per finanziare le centrali della nostra morte.

Insomma, e scusate se batto il chiodo: la questione è l'islam puro e duro. Finché esso è egemone tra i musulmani, la nostra difesa è stare attenti a chi viene tra noi e viaggia con noi. Il problema non è la condizione sociale, l'etnia o l'essere extracomunitari, ma l'appartenenza a un'ideologia che è bravissima a truccare i suoi fidi. E noi gli facciamo la corte dicendo: sono tutti bravi imam e i loro discepoli bravi ragazzi.



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Famiglia Cristiana premia l’eroina degli immigrati

di Redazione

«Nel nostro Paese non esiste alcun assedio da parte degli immigrati: i numeri sono modesti rispetto ad altri Paesi dell’Ue». E ancora: «È preoccupante vedere che la gestione dei flussi di migranti e richiedenti asilo nel Mediterraneo sia stata delegata alla pratica dei respingimenti». Porte aperte a tutti, insomma, sembra in sintesi la ricetta sull’immigrazione di Laura Boldrini, portavoce italiana dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati. Parole al miele per tutti gli extracomunitari alternate a violente accuse al governo: questa la ricetta che ha portato la pasionaria Boldrini a ricevere nientemeno che il premio di «italiana dell’anno» da Famiglia Cristiana. «Una scelta prevedibile, assolutamente in linea e coerente sia con le scelte editoriali del direttore di Famiglia Cristiana che con le valutazioni di Laura Boldrini in materia di immigrazione - ironizza il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri -. Diciamo che può valere il detto: dimmi chi è il premiato e ti dirò chi è il premiante. Insomma, c’è più suspense nel sapere chi è il prossimo Pallone d’oro».



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