lunedì 28 dicembre 2009

Jfk in barca con quattro donne nude Ma la fotografia è soltanto un falso

La Stampa

WASHINGTON

Una foto in bianco e nero di Jfk a bordo di una barca. Un'immagine rovinata dal tempo. Insomma, uno scatto che sembra vero. E, in effetti, secondo il sito Tmz che l'ha pubblicata, l'immagine sarebbe autentica. In realtà è solo una bufala. La compromettente fotografia raffigura il futuro presidente John Fitzgerald Kennedy che prende il sole su uno yacht in crociera nel Mediterraneo circondato da ragazze nude. Due giovani si tuffano in acqua, mentre altre due prendono il sole al piano alto della barca.

Uno scatto che, come riporta il sito di gossip online che l'ha scovata, avrebbe potuto cambiare la storia. Tmz ha fatto controllare la foto da numerosi esperti secondo i quali «non ci sono elementi per indicare che è stata modificata». L’immagine potrebbe essere stata scattata durante una crociera di due settimane che Kennedy, ancora senatore, fece nell’agosto 1956 con il fratello Ted e il collega al senato George Smathers. All’epoca Jackie Kennedy era incinta e mentre la crociera era in corso fu ricoverata di corsa in ospedale e perse la bambina. La foto apparteneva ad un concessionario d'auto che viveva nella costa occidentale degli Stati Uniti. L'uomo si era vantato spesso con gli amici di possedere una foto compromettente di Jkf. Alla sua morte, l'immagine è passata nelle mani del figlio, che ora ha deciso di renderla pubblica.

Zennie Abraham, del San Francisco Chronicle, mette subito in dubbio l'autenticità. Chi ha scattato la foto? Come hanno fatto a scattarla dall’alto? C’era un secondo yacht nelle vicinanze? Come è possibile inoltre che una foto di questo tipo sia rimasta nascosta per oltre 50 anni? Su questi interrogativi interviene anche la rivista Atlantic e Azaria Jagger su Gawker esprime dubbi simili. Scettica anche Charisse Van Horn su The Examiner secondo la quale il fatto che Jfk sia isolato, lontano dalle donne in questione suggerisce che l’immagine possa essere stata ritoccata con Photoshop. Un contributo all’analisi della foto arriva come al solito anche dai commenti agli articoli sulla foto. I lettori sottolineano le incongruenze nella posizione delle donne, in particolare quella ripresa nell’atto di tuffarsi, le inspiegabili differenze nelle ombre.

L’origine della fotografia è altrettanto misteriosa. Il proprietario di un concessionario d’auto ne sarebbe entrato in possesso e l’avrebbe tenuta in un cassetto per anni, parlando di tanto in tanto del suo tesoro ad amici. Dieci anni fa, alla sua morte, la fotografia è stata ereditata dal figlio. Ma una foto così preziosa, per quale ragione sarebbe stata conservata così male?.

La foto pubblicata dal sito di gossip «Tmz» in cui sarebbe ritratto niente meno che John Fitzgerald Kennedy su uno yacht pieno di donne nude, sarebbe in realtà una bufala. O meglio una rielaborazione di una foto a colori apparsa «sul numero di novembre 1967 di Playboy». È quanto sostiene anche il sito rivale ’The Smoking Gun’ che pubblica l’intera pagina con il servizio che ritrare alcune coppie su uno yacht alle isole Grenadine. Il pezzo era intitolato «I party sugli yacht in afitto: come organizzare un ballo sul mare in compagnie di bellezze ben tornite».

Alla fine arriva la conferma. «La fotografia diffusa dal sito Tmz.com questa mattina e che avrebbe mostrato l’ex presidente Jfk a bordo di uno yacht carico di bellissime donne nude è un falso». Lo ha rivelato, ponendo fine a una fiammata di gossip ripresa dai media di tutto il mondo, il sito Democratic Underground. L’immagine in bianco e nero che gli esperti chiamati in causa da Tmz avevano definito autentica è in realtà ricavata da una fotografia pubblicata su un numero di Playboy del 1967. Per la precisione il Vol. 14, No. 11, del novembre 1967, a pagina 137. (L’articolo in questione si intitolava «Playboy’s Charter Yacht Party».)

L’immagine originale, a colori, è visibile a questo indirizzo: http://i220.photobucket.com/albums/dd256/AmerigoVespucci/JFK.jpg
 
Ovviamente l’ex presidente Jfk non era presente allo shoot.




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Ryanair tiene duro: «Le rotte cancellate? Le riattiviamo solo se Enac fa dietrofront»

Corriere della Sera

Lettera della compagnia a tutte le persone che avevano prenotato un volo interno in partenza dal 23 gennaio


Aerei Ryanair sulla pista dell'aeroporto di Bergamo Orio al Serio, uno degli hub italiani della compagnia (Emblema)

MILANO - Ryanair fa sul serio. La compagnia low cost irlandese ha deciso di sospendere i voli domestici in Italia a partire dal 23 gennaio in risposta alla richiesta dell' Enac di «accettare più semplici forme di identificazione per i passeggeri che viaggiano sulle rotte nazionali». Al momento, per fare un esempio, non è più possibile prenotare un volo da Trapani a Bergamo Orio al Serio dopo la data del 23 gennaio e a quanti avevano già effettuato una prenotazione stanno cominciando ad arrivare le mail di annullamento.

Nei messaggi inviati ai clienti la compagnia low cost spiega il proprio punto di vista, che si può riassumere così: Ryanair effettua solo check in online e quindi si riserva il diritto di accettare solo la carta d'identità e il passaporto come documenti validi per l'imbarco. Niente patente o generici tesserini, come fanno altri vettori che operano nei cieli italiani, e come chiede di fare l'Enac, nel rispetto della normativa nazionale. «Ryanair riattiverà le rotte quando avrà la garanzia che la sicurezza delle sue procedure non sarà più messa in discussione dall'illegittima interferenza di Enac» si legge nella mail, in cui si spiega che «i rimborsi avverranno automaticamente, nella stessa forma in cui è stato effettuato il pagamento». E ancora: «Ryanair invita tutti i passeggeri a protestare per l'illegittima interferenza di Enac nelle sue procedure di sicurezza con il direttore generale dell'Enac, Alessio Quaranta». Segue indirizzo e-mail.

«Purtroppo ne sono arrivate e ne stanno arrivando molte» si limitano a dire dall'Enac, che in comunicato stampa ha definito «pretestuose e infondate» le accuse della compagnia irlandese. La protesta infuria anche su Facebook. Il gruppo «Non chiudete Ryanair - Mobilitazione on-line» riunisce gli sfoghi di chi usa la compagnia low cost per spostarsi in Italia e conta oltre 26 mila iscritti. Sulla bacheca si possono leggere le loro storie. Sono studenti fuori sede che hanno famiglia e amici nella provincia italiana e saltano sul primo volo per tornare a casa dopo un esame. Sono ragazzi e viaggiatori attenti al portafoglio, ma che non per questo rinunciano a partire. Sono manager e pendolari a largo raggio, che preferiscono passare qualche ora alla settimana in aereo per godersi il week end a casa.

E' il popolo del volo low cost, che proprio non ci sta a rinunciare a volare per pochi euro e adesso se la prende con l'Enac, rea di «favorire Alitalia» e di «tagliare fuori» pezzi di Paese dal trasporto aereo. Le dieci basi italiane della compagnia aerea low cost irlandese, oltre a Roma Ciampino e Milano Orio al Serio sono Pisa, Bologna, Bari, Pescara, Cagliari, Brindisi, Alghero, Trapani: città di provincia che con lo sbarco di Ryanair hanno potuto beneficiare di rotte dirette e senza scalo verso destinazioni estere (che non sono toccate dalla cancellazione) e italiane, come Verona, Treviso, Parma, Lamezia.

«Qualche mese fa ho dovuto recarmi a Roma per un concorso - spiega una ventitrenne cagliaritana -. Ho speso 5 euro per l'andata, 5 per il ritorno, ora dovrò sborsarne 140» prenotato un volo per Verona a febbraio e questa mattina le arrivata la mail in cui si comunicava l'annullamento. «E' assurdo: la Sardegna viene penalizzata ancora una volta».

Tra gli amministratori del gruppo su Facebook c'è anche il deputato Pdl Benedetto Della Vedova, che ha annunciato un' interrogazione al Ministro dei Trasporti: «L'ordinanza dell'Enac, di per se' favorevole ai consumatori, rischia di trasformarsi in un boomerang nei loro confronti, perché impedirebbe a Ryanair di perseguire quella standardizzazione delle procedure su cui si basa il contenimento dei costi che ha trasformato il volo aereo in un prodotto popolare, cosa che la nostra compagnia di bandiera non ha saputo fare». L'auspicio di Della Vedova è che si eviti il braccio di ferro e che ognuno si prenda le proprie responsabilità. «Ryanair non potrà rinunciare così facilmente a un mercato come quello italiano» è convinto il deputato. Ma per il momento non indietreggia di un millimetro.

Elvira Pollina
28 dicembre 2009





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Cancellata la fermata di bus davanti alla residenza di Berlusconi

Corriere della Sera

Soppressa per «motivi di sicurezza». Protestano gli utenti Ironico Di Pietro: «Tanto le escort arrivano in taxi»


La fermata vicino a Palazzo Grazioli che verrà soppressa (Eidon)

ROMA - Antonio Di Pietro commenta la notizia via Twitter: «Alle 7 di questa mattina è stata rimossa dall'Atac la fermata bus di fronte a Palazzo Grazioli... tanto le escort arrivano in taxi», scrive il leader dell'Idv sul suo blog . La notizia era stata annunciata nei giorni scorsi: dal 28 dicembre viene soppressa la fermata degli autobus in via del Plebiscito a Roma, davanti a Palazzo Grazioli, la residenza capitolina del premier Silvio Berlusconi. Una squadra dell'Atac ha eliminato le palette che segnalavano la fermata, importante per centinaia di pendolari che lavorano negli uffici vicino a piazza Venezia, è stata cancellata dall’Atac, la società di trasporti pubblici capitolini, «per ragioni di sicurezza».
Nella zona intorno alla residenza del presidente del consiglio erano già state imposte, in precedenza restrizioni alla circolazione, con un cambio di senso di marcia davanti al Palazzo e la collocazione di fioriere che bloccano il passaggio di auto e motorini.

Sul marciapiede di via del Plebiscito un addetto dell'Atac comunica la notizia delo spostamento della fermata (Jpeg)

SITO DELL'ATAC - Telegrafica la comunicazione sul sito dell'Atac che non si preoccupa di comunicare dove siano state spostate le fermata degli autobus deviati: «Da questa mattina» si lgge «sarà soppressa in via del Plebiscito la fermata delle linee bus 30, 62, 63, 64, 70, 81, 87, 130, 186, 492, 571, 628, 810, n5, n6, n7, n15 e n20. L´intervento ha l'obiettivo di fluidificare il traffico per ragioni di sicurezza, legate alla vicinanza della residenza del Presidente del Consiglio». Nessuna comunicazione neanche in via del Plebiscito, dove l'azienda ha inviato sono stati mandati degli addetti per spiegare ai passeggeri le modalità dello spostamento delle linee.
LE PROTESTE - Tutt'altro che positive le prime reazioni dei romani. Commercianti e cittadini protestano contro la decisione di sopprimere la fermata di via del Plebiscito davanti a Palazzo Grazioli. Il coro degli utenti del servizio pubblico, ma soprattutto dei commercianti è stato unanime: quella fermata non andava tolta. I primi ad accorgersene questa mattina sono stati i cittadini che aspettavano, come ogni giorno, l'autobus sulla banchina. Al posto delle palette hanno trovato alcuni funzionari dell'Atac che pazientemente hanno spiegato loro la novità, indicando le fermate dove andare a prendere l'autobus. Gianluca Rossi, portinaio dello stabile al civico 107, si preoccupa «per i circa duecento anziani che abitano qui». Ma i più furiosi sono i commercianti della strada che temono una flessione del fatturato delle loro attività. Il presidente dell'Associazione Diritti dei Pedoni Vito Nicola De Russis pensava si trattasse di «uno scherzo di pessimo gusto che volevano far scomparire la fermata di via del Plebiscito, forse la più importante di Roma visto che è posta all'entrata di Palazzo Venezia e del Museo di Palazzo Venezia, cioè il punto fondamentale del turismo mondiale». La butta sull'ironia Pino Sgobio del Pdci: «A quando l'edificazione di un muro divisorio?. La politica che ha paura dei cittadini, e che si isola in una torre d'avorio, non è un bell'esempio».
REPLICA IL COMUNE - Antonello Aurigemma (Pdl), presidente della commissione Trasporti del Comune di Roma, fa sapere che la decisione di spostare la fermata è stata assunta dalla Prefettura. «Nel ribadire che questa scelta non viene da Atac, quanto da un organo come la Prefettura, il cui compito è proprio quello di garantire la pubblica sicurezza, l'amministrazione comunale ne ha preso atto e ha dato il via a tutte le iniziative necessarie per informare i cittadini: è stata cura dell'Atac, infatti, inviare sul posto suoi funzionari per comunicare agli utenti le fermate alternative da utilizzare per i loro spostamenti - prosegue - La scelta di sopprimere la fermata di via del Plebiscito scaturisce, quindi, da esigenze di sicurezza dopo quanto avvenuto a Milano e dal clima di scontro politico che si è venuto a creare in questi mesi».

26 dicembre 2009(ultima modifica: 28 dicembre 2009)




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La Thailandia, sorda agli appelli internazionali, deporta 4mila Hmongs nel Laos

Quotidianonet

Da trent'anni questa etnia minoritaria del sud est asiatico era ospitata nei campi nel nord est del Paese. Questa operazione è unanimemente condannata dalla comunità internazionale


Khak Noi, 28 dicembre 2009


Nonostante le numerose proteste internazionali l’esercito thailandese ha cominciato a deportare verso il Laos circa 4.000 Hmongs - etnia minoritaria del sud est asiatico - che erano ospitati in dei campi nel nord est del Paese, alcuni da più di trenta anni. Lo ha dichiarato un portavoce militare. Le forze armate thailandesi erano state mobilitate negli ultimi giorni intorno al campo di Huay Nam Khao, nella provincia di Phetchabun per questa operazione unanimemente condannata dalla comunità internazionale.

“L’operazione è cominciata alle 5,30”
(23,30 italiane), ha riferito il colonnello Thana Charuvat, coordinatore del centro rimpatri, nel corso di una conferenza stampa tenuta in un centro dell’esercito del villaggio di Khek Noi, a circa 12 chilometri dal campo. “L’operazione potrà durare una giornata”, ha aggiunto.

Una parte degli Hmongs si era alleata con gli americani contro i comunisti durante la guerra del Vietnam. Molti di quelli che fuggirono dal regime comunista di Vientiane, al potere dal 1975, temono di essere maltrattati ritornando nel Laos.

“Saranno trasferiti nel campo militare del distretto di Lom Sak prima di raggiungere i servizi immigrazione a Nong Khai e di passare nel Laos” attraverso il ponte dell’Amicizia che collega il fiume Mekong fra i due Paesi, ha aggiunto il colonnello Thana. “Il governo del Laos ha confermato che concederà una amnistia ai leader Hmongs”, ha precisato l’ufficiale.

Bangkok sostiene che tutti questi Hmongs sono dei clandestini mentre la comunità internazionale afferma che alcuni di loro, almeno alcune centinaia, potevano pretendere uno status di rifugiati. Ieri, un alto responsabile americano aveva riferito all’Afp che gli Stati Uniti erano disposti a trovare una soluzione.




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Iran, opposizione ancora in piazza La polizia nell'ufficio di Khatami Moussavi,svanita salma del nipote

Quotidianonet


La tv sdi stato ammette: più di 15 morti negli scontri. Per il ministero dei servizi segreti le vittime sarebberero "più di dieci anti-rivoluzionari" e cinque "terroristi". Nella notte arrestato il dissidente liberale Yazdi.  È scomparso il corpo di Seyed Ali Moussavi, il nipote del leader riformista ucciso dalla polizia. E l'Occidente alza la voce


Teheran, 28 dicembre 2009


È caos in Iran dove la repressione non ferma la protesta anti-regime. Il giorno dopo le violenze più sanguinose dalla conferma di Mahmoud Ahmadinejad alla guida della teocrazia islamica, la polizia ha fatto irruzione nell’ufficio dell’ex residente riformista, Mohammad Khatami, usato i gas lacrimogeni per disperdere l’opposizione che protestava per la morte del nipote di Mir Hossein Moussavi e ha arrestato almeno sette figure di spicco del fronte riformista.

Intanto, il regime ha ammesso che domenica ci sono stati più di 15 morti negli scontri a Teheran: "Più di dieci", secondo il ministero dei servizi segreti, appartenenti "ai gruppi controrivoluzionari"; gli altri cinque, si legge nel sito web della televisione pubblica, uccisi "da gruppi terroristici". Ma il bilancio è ancora incerto.

Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale ha detto che otto persone hanno perso la vita negli scontri di domenica, senza fornire però alcun dettaglio nè l’identità delle vittime. Intanto il regime stringe la morsa attorno all’opposizione.

All’alba è stato arrestata una delle voci più critiche del regime, Ebrahim Yazdi, che era stato vice-premier e ministro degli Esteri nel primo governo dopo la rivoluzione del 1979. Fermato anche uno storico e difensore dei diritti civili, Emad Baghi; arrestati anche l’ex ministro Morteza Haji e (Hasan) Rasooli, rispettivamente segretario e vice della fondazione Baran, l’organizzazione non governativa che fa capo a Khatami.

Fermati nelle ultime ore anche il più stretto collaboratore di Moussavi, Alireza Beheshti, insieme a (Ghorban) Behzadian-Nejad e (Mohammad) Bagherian, tutti vicini al leader dell’onda verdè. Adesso si temono nuovi scontri: la polizia ha usato i gas lacrimogeni per disperdere i sostenitori di Moussavi, che si erano radunati all’esterno dell’ospedale Ebn-e Sina dove era stata portata la salma del nipote, ucciso domenica nel corso delle proteste. Ma sulla salma del giovane, è giallo: secondo la famiglia, la salma di Seyed Ali Moussavi è stata trasferita dall’ospedale e portata in una località sconosciuta.

E l’Occidente ancora una volta alza la voce. La Francia ha avvertito l’Iran che aggravare "la repressione non porta in nessun posto" ed è tornata a condannare "gli arresti arbitrari e la violenza commessa contro i singoli manifestanti". E il cancelliere tedesco, Angela Merkel, ha definito "inaccettabile" il giro di vite del regime.

Preoccupata anche la Ue che condanna "la repressione violenta e la detenzione arbitraria dei manifestanti" e "ogni forma di violenza contro coloro che cercano solo di esercitare la loro libertà di espressione e il diritto di assemblea".

Ma le critiche più feroci sono arrivate dall’interno, perchè il religioso riformista e candidato alle scorse presidenziali ha criticato il governo per aver insanguinato l’Ashura, la maggiore festività dei musulmani sciiti. "Che cosa è successo a questo sistema religioso che ordina di ammazzare persone innocenti durante il giorno santo dell’Ashura? Perchè i governanti non rispettano questo giorno santo?".





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Cina, inaugurata la linea ferroviaria più rapida al mondo

Quotidianonet


Pechino, 26 dicembre 2009

Con una velocità media di 350 km/h la nuova nuova linea ferroviaria di alta velocita’ inaugurata oggi in Cina, tra Wuhan, nel centro del Paese, e Canton, nel sud, si attesta come la più rapida al mondo. Lo hanno riferito i media ufficiali.

La linea, lunga 1.069 km e i cui lavori erano cominciati nel giugno 2005, costituisce - ha precisato l’agenzia Nuova Cina - uno dei tronconi di quella che colleghera’ Pechino a Canton, capoluogo della provincia del Guandong, una delle principali zone industriali della Cina.

Mostrando le immagini dei nuovi convogli in partenza dalla stazione di Wuhan, fabbricati grazie a trasferimenti di tecnologia straniera, la televisione ufficiale CCTV ha sottolineato che il tragitto fra le due metropoli sara’ percorso in tre ore, contro le dieci necessarie prima dell’entrata in funzione della nuova linea.

‘’Il treno puo’ raggiungere i 394,2 km orari, e’ il piu’ veloce al mondo’’ ha dichiarato Zhang Shuguang, direttore dell’Ufficio trasporti al ministero cinese delle Ferrovie. Pechino sta realizzando un ambizioso programma di sviluppo ferroviario che mira a dotare il Paese di 120 mila km di linee, contro gli attuali 86 mila, di cui 12.000 ad alta velocita’.




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Usa, l'imbarazzante foto di Jfk in barca con 4 donne nude

Corriere della Sera


«L'immagine che avrebbe potuto cambiare la storia». Secondo gli esperti non si tratta di un falso 

 

MILANO - È stropicciata e ingiallita al punto tale da sembrare... vera. Non si sa come il sito di gossip Tmz sia riuscito a scovare questa foto, che risalirebbe a metà anni '50 e mostra John Kennedy in barca in compagnia di 4 quattro donne nude. Ma di sicuro, come affermano i reporter che l'hanno scovata, se autentica, avrebbe potuto cambiare la storia.

IL VIAGGIO - Il presidente è sdraiato e prende il sole ad occhi chiusi. Ma intorno a lui c'è gran movimento e le signorine sono sveglie: una si sta tuffando, un'altra risale in barca e altre due prendono il sole in cima all'imbarcazione. Per i giornalisti di Tmz, il sito che per primo diede la notizia della morte di Michael Jackson, si tratta di una immagine «che avrebbe potuto cambiare la storia» soprattutto se fosse stata pubblicata prima delle elezioni del 1960.

Proprio dieci anni prima, il futuro presidente degli Stati Uniti, con il fratello Ted e con il senatore George Smathers, aveva preso parte ad una crociera nel Mediterraneo come dimostrano numerosi riscontri in libri e articoli di quell'epoca. E la foto farebbe riferimento proprio a quel viaggio. All'epoca Jackie Kennedy era incinta e mentre la crociera era in corso fu ricoverata di corsa in ospedale e perse il bambino.

AUTENTICA?- Secondo esperti di fotografia forense, interpellati da Tmz, non si tratta di un falso: luce e carta confermerebbero il periodo. Anche il volto dell'uomo sull'imbarcazione è stato confrontato con quello di una foto vera scattata nell'agosto del 1956 del futuro presidente che sarebbe stato poi ucciso a Dallas. I risultati confermerebbero che si tratterebbe proprio di John Fitzgerald Kennedy. L'immagine era in mano ad un concessionario d'auto che viveva nella East Coast. L'uomo per decenni si è vantato con i conoscenti di avere una foto compromettente di Jfk. Ma dieci anni fa, alla sua morte, un figlio è entrato in possesso dell'immagine e solo ora ha deciso di renderla pubblica.

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A bordo dei voli negli Usa è rischioso andare in bagno: ecco le nuove regole

Corriere della Sera

Il caso di un uomo chiuso in toilette per quasi un'ora a causa di una intossicazione: reagisce in malo modo

 

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WASHINGTON – Attenti passeggeri. Se viaggiate a bordo di un jet americano e andate troppo spesso alla toilette cominceranno a guardarvi con sospetto. E se ci rimanete troppo rischiate di finire in manette. Poi, con calma, potrete spiegare che «avete avuto un problema» o che «stavate male». Allora vi rilasceranno. Con qualche scusa e una giustificazione: tutta colpa di quello che è avvenuto il giorno di Natale sul volo Amsterdam-Detroit. L’attentatore si è in chiuso in bagno per una ventina di minuti, poi è tornato al suo posto ed ha attivato il famoso ordigno nascosto nelle parti intime. Gli investigatori non escludono che durante la «visita» al wc abbia messo insieme i pezzi della bomba.

E la storia della toilette è diventata ieri motivo di un altro allarme. Per tre ore si è temuto, infatti, un secondo attacco. Stesso volo (Amsterdam-Detroit), stessa compagnia (Northwest), sempre un nigeriano. L’uomo è stato visto andare più volte al wc del jet, quindi si è chiuso dentro per quasi un’ora. Quando l’equipaggio ha bussato alla porta chiedendo spiegazioni, il passeggero ha reagito in malo modo. Al pilota non è rimasto che lanciare, via radio, l’allarme, e quando l’aereo è atterrato la polizia ha fermato il nigeriano.

Una situazione di possibile emergenza immediata comunicata al presidente Obama alle Hawaii dove non si gode certo le vacanze. Solo dopo tre ore l’Fbi ha accertato che il povero nigeriano stava davvero male a causa di una intossicazione da cibo. La reazione muscolosa delle autorità è spiegabile con la volontà di evitare sorprese e di lanciare un segnale di deterrenza: qualsiasi evento anomalo sarà trattato con severità e con tolleranza zero. Le tv americane hanno dedicato una lunga copertura all’episodio ricordando, in modo ossessivo, che dal giorno di Natale ci sono nuove regole.

Eccole in sintesi: nell’ultima ora di volo non è permesso alzarsi dal posto, non è ammesso avere una coperta addosso o un cuscino, non è permesso tenere alcun oggetto (come un computer), non è permesso accedere al bagaglio a mano. Se un passeggero ha un bisogno impellente deve avvertire l’hostess che lo scorterà fino alla toilette. Sempre che non decida che sia rischioso. Sui monitor in cabina non sarà più mostrata la mappa con la rotta – per non dare punti di riferimento – e il comandante non darà indicazioni su luoghi di interesse.

E’ difficile credere che queste misure possano bastare per contrastare un terrorista deciso a colpire. Il problema resta quello dei controlli a terra: l’aggressore va bloccato prima che salga a bordo e dunque serviranno nuovi sistemi per scoprire gli ordigni invisibili. L’impegno delle autorità se, da un lato, è legittimo, dall’altro dovrebbe essere esercitato con minor enfasi. La lotta ai terroristi va condotta in modo discreto, senza troppi annunci mediatici. Altrimenti si accresce il senso di insicurezza e si concede un vantaggio propagandistico a chi mette le bombe.

Guido Olimpio
28 dicembre 2009




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L'identikit dei neo-terroristi e la pista yemenita

Corriere della Sera

Tre le ipotesi possibili sull'azione di Umar Faruk Abdulmutallab, l'atentatore nigeriano 

 

WASHINGTON Il fallito attentato al jet americano conferma un modus operandi dei neo-terroristi, sia che agiscano in modo individuale che in raccordo con gruppi organizzati.

L'ORDIGNO - Intanto l’ordigno. Secondo le prime informazioni si tratta di una piccola bomba composta da polvere e liquido (in quantità minima), che è riuscita a superare i controlli di sicurezza. Per fortuna non è esplosa completamente. Era già avvenuto nel 2001 con il mancato attacco con le scarpe bomba e in un secondo episodio che aveva coinvolto un egiziano.

Ma, al tempo stesso, è evidente come i terroristi siano alla continua ricerca di strumenti che possano essere introdotti a bordo di jet. Studiano, fanno ricerche e test. Metal detector come i varchi vigilati sono uno scudo contro certi tipi di armi o minacce, ma non hanno un valore universale. Tanto è vero che i qaedisti hanno organizzato un piano per distruggere un gran numero di aerei con l’esplosivo liquido.

L'ATTENTATORE - Il secondo risvolto, tutto da esplorare, riguarda il protagonista del gesto, Umar Faruk Abdulmutallab. Tre le ipotesi possibili. L’uomo, di nazionalità nigeriana, potrebbe aver fatto tutto da solo, suggestionato o incitato all’azione da qualcuno «all’esterno». Una ripetizione di quanto è avvenuto a Milano con il mancato kamikaze Mohammed Game.

In questo caso un mujahed fai-da-te, con un legame puramente intellettuale con l’arena integralista. Abdulmutallab, invece, ha sostenuto di aver ricevuto ordini e bomba da Al Qaeda nello Yemen. Uno scenario da verificare che potrebbe dare al complotto una dimensione ancora più inquietante. Se fosse vero vuol dire che lo hanno scelto perché forse poteva suscitare meno sospetti. Nel paese arabo, poi, è presente una sezione di Al Qaeda, molto attiva e forte di decine di elementi.

LA PISTA YEMENITA - Di recente è stato affermato dagli esperti che lo Yemen può diventare il nuovo Afghanistan. E non è un caso che gli americani siano coinvolti, al fianco delle forze locali, nella lotta al terrorismo. Pochi giorni fa c’è stato un raid condotto dagli stessi Usa e alla vigilia di Natale un blitz ha colpito un accampamento. Sembra che tra i bersagli – mancati - ci fosse anche l’imam Anwar Al Awlaki, sospettato di aver ispirato l’autore del massacro a Fort Hood, Texas.

La pista yemenita porta poi ad un altro episodio interessante. In agosto un kamikaze proveniente dallo Yemen ha cercato di assassinare il principe saudita Nayaf. La bomba – miniaturizzata – era nascosta nelle mutande o – secondo le autorità – nell’ano. Una ricostruzione presa per buona da alcuni esperti e vista con scetticismo da altri. La terza ipotesi è una combinazione delle prime due. Abdulmutallab è un estremista fai-da-te e si è recato nello Yemen a cercare l’avvallo e magari il supporto tecnico per il suo attacco.

Guido Olimpio
26 dicembre 2009



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Leoni, vendette e «onore» la legge del bandito Popeye

Corriere della Sera


Il vice del narcotrafficante Escobar: «Ho fatto uccidere anche mia moglie»


di Ettore Mo foto di Luigi Baldelli





CÓMBITA (Colombia) — Ha trascorso il diciottesimo Natale e festeggerà per la diciottesima volta l’anno nuovo nel carcere di massima sicurezza di Cómbita, regione di Boyacá, in Colombia. Sta scontando una condanna a 20 anni per una fitta serie di omicidi commessi personalmente o dall’organizzazione criminale in cui è cresciuto fino a diventarne il capo. Centinaia di delitti, ettolitri di sangue rovesciati sulle strade di Bogotá, Medellín, Cali, Antiochia. Ma il conteggio esatto non è ancora possibile.

Si chiama John Velásquez, ma è passato alla Storia col nome di «Popeye». Vive solo in una delle minuscole venti celle schierate attorno a un cortiletto appena oltre l’ingresso del carcere, le altre diciannove sono vuote: e qui abbiamo avuto il raro privilegio d’incontrarlo. L’intervista è fissata per le 11 e dura esattamente un’ora. Quando usciamo, a mezzogiorno, sulle nostre spalle grava il fardello di una storia di vita e di morte senza eguali. Ma nelle parole del commiato c’è la speranza: «Si Dios quiere, se Dio vuole — dice a bassa voce — fra tre anni torno in libertà».

Quarantasette anni, il fisico per nulla fiaccato dai disagi della clausura, Popeye ama parlare di sé, si sente ancora un protagonista. È stato per anni il braccio destro di Pablo Escobar, riconosciuto nel mondo come il più grande, l’invitto narcotrafficante della Colombia amato dalla plebe come una specie di Robin Hood e «abbattuto» in uno scontro a fuoco con la polizia il 2 dicembre del ’93. Aveva 54 anni. Ai suoi funerali una folla di 20 mila persone.

«Quando l’assassinarono — ricorda Popeye — io ero rinchiuso nel carcere modello di Bogotá. La mia reazione? È stato come t’avessero ammazzato la mamma cento volte. Pablo Escobar era un leader forte e buono. Era un leone. Uomo del popolo, non rinnegò mai le proprie origini campesine. Se uccideva o ordinava di uccidere, non lo faceva mai per futili motivi. Lo faceva per la causa: e la Causa era combattere lo Stato per conseguire la riforma della Costituzione e porre fine, una volta per tutte, all’estradizione dei colombiani verso gli Stati Uniti d’America. E questa, a sedici anni di distanza, è ancora oggi la nostra Causa».

La presenza di due italiani stuzzica l’interesse del detenuto di Cómbita che introduce di colpo l’argomento mafia, curioso forse di capire se il fenomeno abbia le stesse caratteristiche in due Paesi così diversi. Ma stabilisce subito che, per lui, la mafia colombiana è mucho más fuerte, molto più forte dell’italiana. E ce lo spiega: «Fecero tanto chiasso in Italia quando il bandito Giuliano ammazzò 3 carabinieri. Noialtri, in Colombia, ne ammazzammo 540.

Ne ferimmo 800 e mille disertarono per paura le file della polizia. Eravamo un esercito di straccioni ma guidati da un leone, Escobar». Se mai venisse in Italia, aggiunge, «la mia meta sarebbe la Sicilia, perché mi sono identificato col bandito Giuliano, anche se io sono molto più forte ed efficiente di lui». È al colmo dell’esaltazione e nella foga dell’entusiasmo mi abbraccia frantumando la mia senilità e non oso confessargli che non ho fatto il militare e sono solo un piemontese.

Ripercorrendo la sua carriera «eroica», sostiene di non essere cinico quando afferma di essere stato «un assassino professionista», e di aver ucciso per «rispettare un contratto». Agiva nello spirito della nuova Costituzione, promulgata nel 1991. Risultato? «Noi, duemila banditi in lotta contro lo Stato siamo riusciti a travolgerlo e sconfiggerlo in sette anni: ciò che non ha potuto fare in 40 anni la guerriglia, benché le Forze Rivoluzionarie Farc avessero a disposizione quarantamila uomini, bene addestrati e armati di tutto punto».

Non è stata un’esistenza facile, la sua: vissuta, fin dall’adolescenza, in un clima di violenza estrema che grava tuttora sulla Colombia. «La mia prima vittima— racconta— fu l’autista di un autobus. Avevo 17 anni. Mi pagarono 2 mila dollari. Gli sparai in testa con un revolver 38. Due soli proiettili, gli altri 4 li tenni in canna per la fuga. Lo feci fuori come fanno i sicari di prima classe, conficcandogli due pallottole dal sopracciglio in su: solo i burini, gli incapaci, sparano dal sopracciglio in giù. Cosa provai? Niente. Avevo il fegato per farlo, l’istinto per ammazzare. L’ultimo colpo l’ho sparato nel ’92, al Castello di Medellín, per difendere Pablo Escobar».

In un mondo che pullula di assassini, quasi non riesce a comprendere, Popeye, l’accanimento di tanta gente che invoca contro di lui la massima pena, e la butta in politica: «Sembra che tutti mi vogliano morto o quanto meno condannato all’ergastolo— sbotta —. Ma io non vedo alcuna differenza tra una mia bomba e quelle sganciate dai Nordamericani sull’Iraq o sull’Afghanistan. Siamo tutti e due dei banditi. Perché allora non chiedere la pena di morte per George Bush o per il Nobel della Pace señor Barack Obama, che ha inviato a Kabul altri 30 mila soldati. Non sono essi 30 mila assassini? Invece, al ritorno a casa sono ricevuti alla Casa Bianca dalla banda presidenziale e gli danno pure la medaglia».

Quando gli chiedi se ci fu mai un momento di contrasto o di conflitto col grande capo, la risposta — negativa — è come avvolta in un sorriso agrodolce: «Devo tornare ai ricordi di gioventù — risponde Popeye — quand’ero molto forte e molto pazzo e avevo molto potere emolta adrenalina nel sangue. No, nessuno di noi ha mai tradito Escobar, benché ci fosse su di lui una taglia di 5 mila dollari da parte del governo nordamericano e di 10 milioni da parte dei suoi nemici. Però c’è di vero che l’abbiamo lasciato solo in un momento difficile, siamo stati dei gran vigliacchi e questo è imperdonabile».

Come prevedibile, l’emozione più grande scaturisce verso la fine del colloquio quando Popeye si rassegna ad affrontare, per l’ennesima volta, il capitolo dell’uccisione di Wendy Echavarría Gil, sua moglie, voluta, decisa e ordinata dal genio del male Pablo Escobar. Un dramma di dimensioni bibliche ma realmente accaduto solo qualche anno fa e di cui il solitario ospite della cella numero 17 è stato l’unico autore e testimone. Da come parla e pronuncia il nome di Wendy si capisce che Popeye ne è ancora innamorato. La descrive «esageratamente bella, alta 1,90, mora, i capelli sciolti sulla schiena fino alla cintura».

Però alla fine confessa di averla fatta uccidere. La sua voce è metallica e non tradisce emozioni quando racconta succintamente il triste epilogo: «Wendy era stata l’amante di Pablo, che l’aveva poi lasciata e che lei alla fine odiava perché l’aveva costretta ad abortire. Ma quando io la vidi persi in un attimo la testa e il cuore. Ero inoltre orgoglioso di avere con me la donna che era stata tra le braccia del Capo, anche se mi accorsi che lei era attratta solo dal mio denaro. Poi le cose cambiarono. Il Patrón mi fece sapere che Wendy faceva il doppio gioco e che non solo mi tradiva ma filtrava informazioni ai narcotrafficanti suoi rivali e nemici. Emi ordinò di ammazzarla. Io però non ebbi il coraggio di farlo e affidai l’incarico ai miei sicari». Che la eliminarono a colpi di revolver, sparandole in testa.

Gli ho chiesto se prova rimorso per quel che ha fatto, se è pentito. «Certo che lo sono — ammette senza alcuna esitazione —. Sono un uomo che dice le cose con franchezza. Sono un vero antiocano, vengo da una terra forte, che ha dato alla luce i più grandi banditi della Colombia, come Pablo Escobar o Carlos Castaño Gil. Sono pentito e sto cercando un’altra vita, lontano dal crimine. Non ho più voglia di ammazzare nessuno...». E quali sono i progetti del redento señor John Jairo Velásquez? «Voglio farmi dei nuovi amici. Voglio camminare per strada. Voglio mangiarmi un gelato, addentare una mela. Voglio andare al cinema. Voglio andare in chiesa. Voglio andare in Sicilia. Voglio fare tutte le cose che ho fatto prima di finire dietro a queste sbarre. Però non mi pento di essermi messo in questa situazione perché volevo l’avventura e me la son gustata tutta. La mia nuova avventura, quando fra tre anni uscirò, sarà quella di agire con coraggio e disciplina per non farmi ammazzare».

Sarà un po’ dura, con tutta la gente che l’aspetta... «Non ho paura. Io sono molto forte e so come e dove nascondermi». Nei suoi buoni propositi, c’è di chiedere perdono alla valanga di genitori, figli, parenti, amici di centinaia di famiglie gettate nel lutto negli anni «eroici», quando combatteva per la Causa. Comprese quelle che piangono i 107 morti del Boeing 727 dell’Avianca, esploso in volo il 27 novembre 1989. «Proprio ieri— afferma indignato Popeye, che respinge ogni coinvolgimento nell’attentato — era qui, seduto con me, il figlio di una delle vittime».

Durante la detenzione è sopravvissuto a sette attentati, tutti sventati contro «i peggiori assassini del mondo, sicari e narcotrafficanti». Ma nemica ancora peggiore è stata la solitudine. Nessuno ha mai fatto visita a La Catedral, soprannominata il «carcere a 5 stelle». Non la seconda moglie che dopo la separazione si è trasferita a New York dove vive tuttora; non il figlio che ha ora 14 anni e che vide l’ultima volta quando di anni ne aveva 7; e neanche l’ultima, occasionale morosa.

Secondo Popeye anche il mondo del narcotraffico è cambiato, anche «se tutti giocano a far Pablo Escobar» e «tutti si stanno ammazzando senza rendersi conto che questa è una Colombia nuova, non quella degli anni Ottanta, che le istituzioni si sono rafforzate e che la malavita si trova di fronte una macchina della polizia "più" poderosa che in passato». Sembra improbabile, nelle attuali condizioni, che «possa riemergere una struttura come quella di El Cartel de Medellín, nata grazie al carisma del suo Capo, «che aveva rapporti con tutti i Paesi dell’America Latina».

Lontani i tempi in cui i Baroni della droga colombiana gestivano a Villa Lorena, nella periferia di Cali, uno zoo in cui tigri e leoni avevano una spiccata predilezione per la carne umana: cibo cui provvedevano i Narcotrafficanti in lotta fra loro. Si favoleggia che una di queste belve, il leone Rumbero, fosse allevato con una dieta a base di cocaina, ecstasy e marijuana, e che Pablo Escobar pianse il decesso di uno dei suoi ippopotami, abbattuto per vendetta a fucilate.

C’è poi la storia, reperibile sui ritagli di vecchi giornali inglesi, di un insolito traffico di stupefacenti effettuato attraverso i rettili: quantità di eroina e cannabis inserita nei serpenti (vivi) e spedita senza controllo oltreoceano. AMiami sono stati confiscati grossi carichi degli stessi rettili che avevano sottopelle (si fa per dire) cocaina per il valore di 26 milioni di dollari.

28 dicembre 2009




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Veltroni, Scalfari e gli altri: ecco i guastatori del Pd

di Gian Maria De Francesco

Roma«Dal momento che l’amore e la paura possono difficilmente coesistere, se dobbiamo scegliere fra uno dei due, è molto più sicuro essere temuti che amati». Parola di Niccolò Machiavelli, sommo ispiratore del pensiero politico della sinistra italiana e dei suoi esponenti.
E se la bussola del cuore punta a questo tipo di considerazioni, che «la fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla», come possono alcuni uomini e donne di area Pd intrattenere corrispondenza d’amorosi sensi con Palazzo Chigi? Persone come Walter Veltroni, Rosy Bindi, Eugenio Scalfari non possono e non vogliono rispondere all’appello di Silvio Berlusconi anche perché a non essere più temuti rischierebbero di perdere il loro piccolo principato.

Walter Veltroni. Barili di veleno distillato per il suo vecchio «compagno» Massimo D’Alema accusato di «inciucio» un giorno sì e l’altro pure. Questo è il Uolter nella sua versione più recente, quella 4.0, il «duro e puro», dopo essere stato «comunista», «ulivista» e «democratico dialogante». Adesso Walter Veltroni non risparmia rampogne a destra e a manca. «Resto un po’ sorpreso quando un dirigente dice che Berlusconi deve durare tutta la legislatura, se ne vedono di tutti colori», ha dichiarato scagliandosi contro il dalemiano Latorre. E poi, rivolto al lìder Massimo: «Non si può dire una volta che Berlusconi deve essere costretto a fare il mendicante e poi un’altra trattarlo come se fosse De Gasperi». Meno male che D’Alema a tutto questo veleno s’è mitridatizzato, anche perché a far guerra con Walter c’ha sempre provato gusto.

Eugenio Scalfari. Il «fondatore» non ha la tessera del Pd, ma di indirizzarne le scelte ne ha sempre fatto un punto d’orgoglio. Se arrivano messaggi d’amore e il Pd non fa mistero di voler rispondere, Scalfari si indigna anche perché, quale autorevolezza rimarrebbe in tal caso a chi dell’antiberlusconismo ha fatto professione di fede? Perciò, da due domeniche a questa parte, l’omelia scritta su Repubblica ha i seguenti toni. Inciucio? «È cosa non buona e ingiusta» in quanto asseconderebbe «i propositi eversivi» di Berlusconi. Ieri poi è stato ancor più sottile, teorizzando che «il partito dell’amore» merita, sì, «di essere incoraggiato purché non sia una maschera che nasconde un tentativo di stupro nel qual caso si tratterebbe di inciucio col diavolo che il Pd dovrebbe denunciare e contrastare come certamente farà». Ecco, Scalfari è sicuro che andrà a finire così perché è convinto che il Pd non potrebbe fare a meno dei suoi buoni consigli. Sarà vero?

Rosy Bindi. Bisogna ammettere che da quando Bersani l’ha «sgridata» per aver accusato Berlusconi d’essere mandante dell’aggressione di cui è stato vittima, ha un po’ abbassato i toni. Ma la presidente del Pd non ha però sotterrato l’ascia di guerra e, se dialogo deve essere, non si toglie l’elmetto dalla testa. «Nessuno ci chieda scambi perché non siamo disponibili», ha detto a scanso di equivoci dettando condizioni tanto alla maggioranza quanto alla minoranza. «Non voteremo mai leggi ad personam per l’impunità del premier», «va rafforzata e ammodernata la democrazia parlamentare» e «nessuno può chiedere al Pd di rompere con Di Pietro». A volte sembra che i testi glieli scriva Marco Travaglio, ma è solo apparenza: non leggerebbe e pronuncerebbe parole che non siano farina del suo sacco.

Ignazio Marino. Dopo la sconfitta annunciata nella corsa alla segreteria del Pd, poteva Ignazio Marino tornare nell’ombra a occuparsi di influenza A, Hiv e consimili? Certo che no. Perciò, ovunque ci sia qualcuno che sbraiti contro il Cavaliere, in quei paraggi si potrà incontrare anche Marino. «Marini dice che quello del No B Day non è il nostro popolo. Quello che strappa le tessere perché si riparla di inciuci è il nostro popolo o no?», s’è domandato di recente, pronto a dar battaglia ai dialoganti. E a questi ultimi non resta che ispirarsi al detto del Petrarca: «Virtù contro a furore prenderà l’arme». E si combatterà di nuovo, ma nel nome dell’amore.



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Volo Delta, possibile complice: la polizia indaga L'esplosivo era sufficiente a distruggere l'Airbus

di Redazione

L’esplosivo che il nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab portava addosso era sufficiente a distruggere l’aereo se fosse deflagrato. Intanto è al vaglio della polizia militare olandese l’indicazione secondo cui il nigeriano del volo Delta-Northwest avrebbe avuto un complice

 




Washington - La rete televisiva americana Cnn ha detto oggi che l’esplosivo che il nigeriano Umar Faruk Abdulmutallab portava addosso era sufficiente a distruggere l’aereo se fosse deflagrato. L’emittente ha citato "fonti a conoscenza delle indagini", senza precisare ulteriormente. Intanto è al vaglio della polizia militare olandese l’indicazione secondo cui il nigeriano del volo Delta-Northwest avrebbe avuto un complice. 

La pista olandese Sarebbe maturata durante la sua permanenza a Londra la svolta verso l’Islam radicale di Umar Faruk Abdulmutallab, il nigeriano di 23 anni arrestato dopo aver tentato di far esplodere in volo, il giorno di Natale, l’aereo della Delta-Northwest Airlines da Amsterdam a Detroit. Secondo l’Independent, i contatti tra Abdumutallab e gli ambientI musulmani radicali presero corpo proprio quando, tra il 2005 e il 2008, il giovane era studente nella capitale britannica. Mohammad Mutallab, un cugino dell’attentatore, ha affermato che il giovane cominciò a subire l’influenza dei gruppi estremisti quando si trovava in Gran Bretagna, e suoi colleghi sostengono che egli visitò almeno tre volte la moschea di East London, a Whitechapel, sospettata di ospitare predicatori musulmani della linea più dura. 

Gli agenti dell’anti-terrorismo e l’intelligence dell’MI5, che in questi giorni hanno passato al setaccio l’appartamento abitato da Abdulmutallab in un elegante palazzo di Mansfield Street, stanno vagliando tutti i contatti intrattenuti dal giovane nel Regno Unito e se il suo nome possa essere legato, anche marginalmente, a qualsiasi complotto terroristico sul territorio britannico. Nel maggio scorso ad Abdulmutallab era stato negato un nuovo visto per entrare in Gran Bretagna perchè l’istituto di studi da lui citato per un corso di sei mesi risultava inesistente.





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Polanski rompe il silenzio E "scrive" ai propri fan: "Commosso dal sostegno"

di Redazione

Con una lettera inviata a Bernard-Henry Levy, il regista franco-polacco decide di parlare dopo l'arresto: "Sono commosso dalle testimonianze di simpatia e sostegno ricevute nella prigione de Winterthur"





Parigi - "Sono io stesso commosso dal numero di testimonianze di simpatia e di sostegno ricevute nella prigione de Winterthur e che continuo a ricevere qui nel mio chalet a Gstaad dove passo le feste con mia moglie e i miei figli". Roman Polanski rompe il silenzio. Con una lettera inviata a Bernard-Henry Levy che l’ha diffusa oggi all’agenzia di stampa francese, prima di pubblicarla sul suo sito, il regista franco-polacco decide di parlare dopo il suo arresto in Svizzera nello scorso settembre.

I ringraziamenti di Polanski "Ci sono messaggi dei vicini - prosegue Polanski rivolgendosi al 'caro' Levy - e altri che giungono da persone di ogni luogo della Svizzera e, al di là del paese, dal mondo intero. Mi piacerebbe poter, a ciascuno, dire il bene che procura - quando si è rinchiusi in una prigione - ascoltare, ogni mattino, ricevendo la posta, questo mormorio della voce umana e della solidarietà". "Ciascuna delle loro parole - prosegue il regista - sono state per me nei momenti più bui, e lo sono sempre nella mia attuale situazione, piene di conforto e motivo di speranza.

Mi piacerebbe rispondere a tutti. Ma è impossibile, sono troppi". Per questo il regista chiede a Levy come potrebbe fare. "Forse - domanda - la vostra rivista, la Regle du Jeu, che mi ha sostenuto fin dal primo giorno? Forse diffondere queste poche frasi che vi indirizzo? Non lo so, ma lascio a voi decidere". Polanski chiude la lettera augurando "felici feste di fine d’anno a voi, ai vostri e, attraverso voi, a tutti i miei sconosciuti amici che ho scoperto giorno dopo giorno e che tanto mi hanno aiutato".


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De Sica: il cinepanettone mantiene l'intero sistema

Corriere della Sera


«I film raffinati fanno incassi penosi. Ma dirò meno parolacce»


Christian De Sica (Olycom)
Christian De Sica (Olycom)
Christian De Sica, lei è l’uomo del momento. Di «Natale a Beverly Hills» discutono ministri, editorialisti, fondazioni politiche.
«Mi fa piacere. Mi fa ancora più piacere il dato sugli incassi di Santo Stefano: 3 milioni di euro. In un solo giorno, più di due film nell’intera stagione. Va avanti così da 26 anni. E sa di chi è il merito? Mio».

Solo suo?
«Certo che no. Recito con attori bravissimi, in particolare Sabrina Ferilli, con cui formiamo proprio una bella coppia. Il regista Neri Parenti è molto bravo a tenere insieme il tutto, De Laurentiis èmolto bravo a venderlo. Ma la causa principale del successo è l’amore reciproco che mi lega al pubblico».

La definizione di «film d’essai» è parsa eccessiva.
«A parte che il ministro Bondi ha chiarito che non è proprio così, è evidente che definire "Natale a Beverly Hills" un film d’essai è una sciocchezza. Se il produttore ha chiesto soldi presentandolo come tale, ha sbagliato. I film di cassetta non hanno bisogno di finanziamenti pubblici. Se ho capito bene, però, non si tratta di aiuti ma di un credito d’imposta sugli incassi, da reinvestire in film artisticamente più complessi. Perché, vede, il famigerato cinepanettone mantiene l’intero cinema italiano».

Addirittura?
«Mi rendo conto che è un po’ cafone dirlo. Però è un dato di fatto. A parte un paio di capolavori, il resto dei film raffinati fa incassi penosi. Le opere dei registi e degli attori premiati dalla critica non le va a vedere nessuno».

A chi pensa?
«Col cavolo che glielo dico. Si legga l’elenco dei premiati».

«Natale a Beverly Hills» a Roma è in 31 sale su 57.
«Ma non per la benevolenza degli esercenti. Perché le sale sono piene. Se 31 sale dessero il film di Citto Maselli — e cito lui perché è un regista che stimo — sarebbero vuote. E non dipende dal genere cinematografico. Non basta mettere insieme un bel cast e fare un film leggero per avere successo. Si ricorda "Oggi sposi"? O "Commedia sexy"? Non han lasciato traccia. Un disastro».

La Fondazione di Fini ne fa una questione politico-culturale: la destra non dovrebbe confondere la popolarità con la volgarità.
«Ma se Fini ha appena detto "stronzo" in tv! Cosa vuole da me? Il punto è che il film di Natale è lo specchio dell’Italia di oggi. Cambia come cambia il Paese, in particolare la sua borghesia. Quarant’anni fa mio padre Vittorio faceva "Pane amore e fantasia", vale a dire il "Natale a Beverly Hills" dell’epoca. Ma quarant’anni fa i politici non dicevano le parolacce al tg, gli opinionisti non urlavano, i giornali non titolavano ogni giorno sui trans. Detto questo, io sono d’accordo con le critiche di Mereghetti, di Galli della Loggia, di Paolo D’Agostino».

Troppe parolacce?
«Sì. Vado sempre a rivedermi al cinema: quest’anno sono andato a Roma, all’Adriano, anche se son dovuto scappare perché mi volevano abbracciare tutti, i genitori, i figli, le ragazze, ognuno a chiamarmi "zio"... Ebbene, riconosco che nel film c’è qualche parolaccia inutile. E io non ho bisogno di parolacce per far ridere. La gente ride di più per i miei ammiccamenti».

Ne dirà meno?
«Sì. E poi il cinepanettone mi dà la popolarità per fare altre cose: recitare Cechov a teatro, cantare Gershwin. A febbraio esce il nuovo lavoro di Pupi Avati, "Il figlio più piccolo", un film sull’Italia di oggi. Ma tanto anche mio padre era tacciato di volgarità dalla critica. Quando morì, ne parlarono bene solo mio suocero, Mario Verdone, e Blasetti. Faceva "Teresa venerdì" e lo trovavano melodrammatico. Pure il suo neorealismo fu accolto male».

«Libero» la difende in prima pagina. Ma lei è di destra?
«Io sono nazionalpopolare. Un attore davvero amato non dovrebbe dichiarare il proprio voto: appartiene a tutti. Deve essere ermafrodito, senza un’appartenenza definita. Ho avuto un’educazione di sinistra perché sono figlio di Vittorio De Sica, il regista di "Umberto D", che comincia con uno sciopero, e sono figlioccio del grande Cesare Zavattini, che quando a 16 anni gli chiesi quale libro leggere mi indicò "Il Capitale" di Marx. Purtroppo, l’intellighentzia di sinistra, che si ritiene depositaria della cultura e dell’estetica, ha fatto danni enormi al Paese e alla sinistra stessa. Più delle veline di Canale 5. Se poi uno non ha né arte né parte, può sempre fare il critico cinematografico. Come quelli che discettano di calcio al bar».

Nell’ultimo film ci sono altri «figli di papà», Gassman e Tognazzi.
«Guardi, io potrei anche essere figlio di Papa Ratzinger, ma se non portassi la gente al cinema mi farebbero correre. Sono felice che siano tornati a recitare insieme Gassman e Tognazzi, che sono bravi ma a parte il teatro e gli spot hanno fatto l’ultimo film — "Testa di cocco" — tempo fa, e senza successo. In America le dinastie, dai Barrymore ai Douglas, sono rispettate. In Italia il figlio d’arte non è amato. Me lo ricordo, quando salivo e scendevo le scale dei produttori: "Ce sta er fijo de De Sica, ma cche vvò?"».

Berlusconi come lo trova?
«Simpaticissimo. Ho sofferto molto nel vederlo ferito. O lo uccidi, fai la rivoluzione; e posso capirlo, anche se ovviamente non condividerlo. Ma quello è stato un gesto cafone, basso, volgare, meschino, inutile. Da Italietta».

Come si trova con Ghini? Boldi non le manca?
«Ghini è bravissimo, capace di passare dal film sulle morti bianche alla farsa, il genere più difficile. Con Boldi ci sentiamo e ci rispettiamo, ma non abbiamo più progetti insieme».

Checco Zalone?
«Con Max Tortora e Ballantini, l’imitatore di Valentino, è l’unico comico che mi fa ridere. Certo, qualche parolaccia la dice pure Zalone... Del resto l’italiano non esiste; lo usi se reciti Dante o Shakespeare; altrimenti parli i dialetti, che sono pieni di maleparole. È l’Italia di oggi, a essere un Paese volgare. Io non invento nulla, interpreto personaggi autentici. Magari ora metterò in scena un politico che dice le parolacce. In "Natale a Beverly Hills" faccio un ex marchettaro, con la giacca giallo canarino e i capelli lunghi tinti di rosso. Non sono mica io, quello. Io sto partendo per New York con i capelli bianchi e la barba».

Aldo Cazzullo
28 dicembre 2009



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Non è mia competenza" Così si muore all'italiana

La Stampa

Malati dimenticati e servizi fermi per conflitti burocratici

MARCO NEIROTTI
TORINO



C’è un’inchiesta della magistratura. Speranza è che, alla fine, dica che non è andata così. Al momento, stando alla denuncia, una bimba di cinque mesi è morta a Gela perché a Palermo si discuteva - per un tempo lungo e impietoso - su quale di due elicotteri dovesse volare a salvarla. Maria Grazia cianotica per un rigurgito di latte, soccorsa dalla nonna, era stata «recuperata» dal personale di un’ambulanza e dell’ospedale, poi portata all’eliporto dell’Eni, contrada Ponte Olivo, dieci chilometri dalla città, dopo che si era chiesto il volo urgente. Ma la telefonata, dice l’esposto, aveva acceso la disputa: deve partire l’elicottero palermitano o quello di Caltanissetta?

In giorni di commoventi film natalizi, si potrebbe almeno sperare in una lite del tipo «vado io», «no, io». Commovente, non consolante, assurda comunque. Le agenzie narrano che la piccola è rimasta in attesa per tre ore, arrivando all’Ospedale dei Bambini in «coma post-anossico». Papà e mamma erano già lì dopo il viaggio in auto. Il dolore, la polemica, l’inchiesta non coprono - anzi si alimentano - la storia di Marika, 20 mesi, morta a Pantelleria: febbre alta, iniezione contro l’influenza A, rispedita a casa. Sempre più grave, si è chiesto l’elicottero, ma ci ha messo troppo tempo. Qui è di mezzo l’organizzazione, non le competenze.

Però le competenze sono un refrain della cronaca sanitaria. Il più delle volte le spiegazioni sono ineccepibili, i regolamenti inflessibili, non ci sono comportamenti contrari alle gabbie dei protocolli. Come se il rispetto di ruoli, incarichi, direttive avesse azzerato completamente la presa in carico di un rischio, di una decisione immediata e superiore, non prevista dai codici, anzi passibile di censura se le cose non vanno bene. La morte sta a guardare il balletto delle competenze e, quando questo va per le lunghe, plana e porta via.

Non è facile nemmeno per i magistrati, cui spetta giudicare comportamenti oggettivi, non stati emotivi. Però i fascicoli delle Procure spargono fra noi l’emotività e l’incredulità. A Torino a fine Anni 80 finì in cronaca una ragazzina che stava per scavalcare il diciottesimo compleanno. Soffriva di schizofrenia, attacchi violenti. L’ultimo episodio portò la lente su un piccolo e grande conflitto: neuropsichiatria infantile (minorenne seppur per poco) o psichiatria degli adulti? Intanto che il quesito cercava soluzione lei e famiglia soffrivano in un crescendo solitario. Ai giudici discernere, ma l’elenco è un ritmo battente. A Roma, febbraio 1992, un paziente si spegne in pronto soccorso, testi giurano che il medico ha detto che non era sua competenza, lui replica che stava visitando un altro paziente e aveva ordinato di portargli l’uomo in barella. Colpa di chi aveva la competenza di portarglielo.

Il Pronto Soccorso in prima pagina. Nel settembre 2006 a Torino un uomo muore davanti al cancello del Dipartimento di Emergenza del Mauriziano. Viene chiesto ai medici di turno di correr fuori, qualche decina di metri. La replica: il regolamento vieta di farlo e, comunque, non avrebbero potuto far alcunché senza strumenti, compito dell’ambulanza attrezzata. Controreplica: potevano già intervenire in strada e provarci. Replica alla controreplica: il paziente infartuato va trattato secondo criteri specifici. Tutti nel giusto, lui al camposanto.

Alle porte della stessa città, Moncalieri, gennaio 2007, episodio analogo: pensionato di 71 anni portato fin lì dall’autista di un pullman che però non riesce ad accedere fino all’ingresso. Gli portano una sedia a rotelle, ma i medici non escono. Vada l’ambulanza. L’ambulanza arriva ma il tempo è scaduto. Altro carro funebre, stesso dibattito.

E’ uno stillicidio. Ci sono le opere pubbliche incomplete per competenze frantumate. C’è l’operaio morto a Volvera perché l’ambulanza non riesce a infilarsi nella sua via: è privata, il Comune non ha competenza nel sistemarla. Un altro muore perché i Vigili del Fuoco volontari - vuoi per una vertenza, vuoi per compiti definiti - non intervengono su un incidente stradale. Quelli in servizio effettivo arrivano da lontano. E’ tardi. A volte si muore per incompetenza. Morire per un palleggio di competenze è andarsene soffocati, oltre che dal male, da un mondo robot, disumanizzato e, soprattutto, poco coraggioso.




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Italiani rapiti in Mauritania, Al Qaida rivendica

di Redazione

Al Qaida ha rivendicato il rapimento della coppia italiana scomparsa dieci giorni fa nel sud-est della Mauritania: "Azione contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq". Sul sito di Al Arabyia è pubblicata una fotografia della coppia: guarda il video 

 




Nouackchott - "Un'azione contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq". Con queste parole Al Qaida ha rivendicato il rapimento della coppia italiana scomparsa dieci giorni fa nel sud-est della Mauritania. Era da dieci giorni che non si avevano più notizie di Sergio Cicala, 65 anni, e della moglie Filomen Kabouree, originaria del Burkina Faso, 39 anni, che erano in viaggio nella Mauritania sudorientale. 

La rivendicazione di Al Qaida In un messaggio audio che porta la data del 27 dicembre Salah Abu Mohammed, che si è presentato come il responsabile media dell’organizzazione di Al Qaida nella terra del Maghreb islamico, ha spiegato che il sequestro degli italiani è stata fatto "contro i crimini compiuti dal governo italiano in Afghanistan e nell’Iraq". Sul sito di Al Arabyia è pubblicata una fotografia nella quale si vede la coppia seduta per terra in una zona desertica con il volto della donna oscurato, e alla spalle cinque uomini armati di mitragliatrice col volto coperto (guarda il video). Nelle mani, Sergio Cicala sembra stringere un documento di identità. 

Il sequestro dei Cicala Il sequestro è avvenuto per mano di uomini armati sulla strada che unisce la città di Kobeny, 1.000 chilometri da Nuakchot, con il vicino Mali. Il veicolo sul quale viaggiavano è stato trovato abbandonato, la carrozzeria e le gomme crivellate di proiettili, a pochi chilometri di distanza dal confine con il Mali occidentale. I due, che vivono a Carini, in provincia di Palermo, stavano raggiungendo la famiglia della donna. Ieri, la stampa locale aveva diffuso la notizia di un imminente accordo tra le autorità maliane e i terroristi di al-Qaeda nel Maghreb islamico per giungere al rilascio dei tre cooperanti spagnoli rapiti a fine novembre in Mauritania e del cittadino francese rapito lo scorso mese in Mali. 

Progressi nelle trattative Secondo una fonte vicina ai mediatori maliani, citata dall’agenzia di stampa mauritana al-Akhbar, ci sarebbero stati di recente progressi significativi nelle trattative condotte tra i funzionari maliani e i terroristi di al-Qaeda. Secondo la fonte, molto vicina ai ribelli Tuareg del Sahara impegnati nella trattativa, non è però al momento possibile definire con certezza quando termineranno le trattative e saranno rilasciati gli ostaggi. La fonte non ha fatto alcuna menzione sui due italiani rapiti, che potrebbero essere in mano allo stesso gruppo di sequestratori. Non è dunque chiaro se anche loro rientrano in questa trattativa.





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Il bruto, il dandy, i cattivi: volti dell’odio anti-Cav

di Lodovico Festa

Il rancore di Di Pietro, gli scritti forbiti di Travaglio e le campagne di Repubblica: tra i crociati dell’antiberlusconismo si registrano non secondarie differenze. E un "bruto" come Antonio Di Pietro non abbassa i toni neanche subito dopo l’aggressione al premier

 




Tra i crociati dell’antiberlusconismo si registrano non secondarie differenze. Un «bruto» come Antonio Di Pietro non abbassa i toni neanche subito dopo l’aggressione a Silvio Berlusconi. Il «dandy» Marco Travaglio, mentre mantiene sul Fatto inalterato il livello d’insulti al premier e seguaci, sviluppa parallelamente una campagna vittimistica sull’attacco alla libertà di stampa di cui sarebbe oggetto. I «cattivi» della Repubblica piangiottano sugli attacchi «ingiustificabili» di Fabrizio Cicchitto ma correggono la linea, riportando perfino dichiarazioni berlusconiane con una qualche neutralità.

Di Pietro tiene insieme un’area del rancore a cui, tramite un vecchio leader dell’estremismo cigiellino, Maurizio Zipponi, cerca di dare un carattere anche «classista». Un coacervo di avventurieri capaci solo di una rozza protesta e di risentiti che non stanno insieme senza una costante esasperazione. Di Pietro non ha spazi di manovra se non ricatta il Pd, se non offre alle varie anime morte di quel partito, tipo Dario Franceschini e Walter Veltroni, terreni per differenziarsi da Pierluigi Bersani. Se non utilizza le elezioni regionali, quando il centrosinistra non può rinunciare a quel 4-6 per cento di voti che l’Italia dei Valori porta, per farsi spazio. La sua brutalità è inevitabile.

La posizione di Travaglio è in parte differente, pur essendo nella sostanza non più raffinato dell’ex pm, il suo successo è frutto anche di un rapporto con settori di intellettualità, insofferenti per il primitivismo dipietresco, con personaggi che un tempo erano in qualche modo nell’establishment come Furio Colombo, già letterato d’avanguardia e cocco di Gianni Agnelli, Antonio Padellaro, qualche secolo fa «promessa» del Corriere della Sera, fino a Gian Carlo Caselli, un tempo largamente influente nell’opinione pubblica.

Lo stile simil-dandy di Travaglio (in realtà scadentemente centrato su giochettini da terza elementare sui nomi e i cognomi di chi attacca) riflette questa voglia di stare in società, impostagli in parte dalla «compagnia» e dal pubblico che vuole raggiungere con i suoi libri. Proprio queste caratteristiche gli impongono di fronte al caso aggressione Berlusconi, di cercare una via non solo di scontro, ma anche «presentabile» in società. Da qui la chiamata alle armi di presentabili (da Barbara Spinelli a Ezio Mauro a Lucia Annunziata) per «difendere» il suo diritto a insultare Berlusconi.

Rispetto agli altri «odiatori» La Repubblica ha un problema più complicato: non rappresenta posizioni marginali, bensì centrali. Con le sue «campagne» ha imposto all’opposizione di non cercare convergenze sulle riforme e preparato il clima a settori della magistratura per iniziative attivamente antiberlusconiane. L’area repubblican-debenedettiana, però, ha perso il controllo sul Pd e ha dato spazio a un troppo autonomo Pier Ferdinando Casini, con il risultato di indebolirsi politicamente. In parte Carlo De Benedetti ha cercato di rimediare sostenendo Francesco Rutelli e Bruno Tabacci in un’iniziativa che condizionasse Udc e Pd. Ma il clima creato dall’aggressione a Berlusconi ha indebolito ancora di più la posizione del quotidiano romano. Da qui il tentativo di rimediare al parziale isolamento con qualche ritirata.

In questo contesto la denuncia fatta in Parlamento da Cicchitto del ruolo politico del quotidiano di Largo Fochetti è stata decisiva. Certo sono comprensibili le preoccupazioni di chi teme si attenuino le funzioni da cane da guardia del potere della libera stampa e quindi chiede alla politica di non interferire con i contenuti dei giornali. Ma non è «interferire», cogliere la funzione politica esercitata da un giornale con raccolte di firme, manovre internazionali, organizzazione di manifestazioni, interventi a gamba tesa nei congressi di partito (non votate chi non vuole rompere con Berlusconi) e campagne contro i giornali che non si allineano. Iniziative legittime, però «politiche». Che se nel luogo che discute degli indirizzi politici del Paese non sono affrontate, si rischia di trovarsi con uno «Zittamento» al posto del Parlamento.




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Se si consegna il figlio agli oggetti smarriti per andare in vacanza

di Annamaria Bernardini De Pace

Marito e moglie, separati, lasciano il bimbo in aeroporto: intralciava le partenze. Il piccolo, 6 anni, ha passato il Natale da solo tra i bagagli

 

Un bimbo di sei anni credeva fermamente ai genitori, quando gli ripetevano di amarlo. Poi loro si erano separati. Ed era arrivato Natale. Quest’anno le vacanze scolastiche erano particolarmente propizie, per gli ex, alle migliori «spartizioni» dei tempi da trascorrere coi figli. Il papà aveva offerto alla mamma di stare lei con il piccolo dal 24 dicembre al 4 gennaio, mentre lui si sarebbe ritagliato gli avanzi, cioè dal 19 al 24 dicembre mattina e dal 5 al 9 gennaio. Appuntamento per la «consegna» del figlio all’aeroporto, dove il padre sarebbe arrivato alle 10 della vigilia, e da dove la madre sarebbe ripartita con lui alle 12. Vacanze interrotte, ma pur sempre lunghe per un ragazzino al quale si poteva, per di più, evitare il disagio dei distacchi nella ex casa coniugale, addobbata di luci, ma dissestata negli affetti.

Un programma proposto dai genitori stessi come razionale e generoso. Tuttavia: la mamma - bloccata, a suo dire, da un incidente sull’autostrada - non è arrivata puntuale all’aeroporto, costringendo padre e figlio a bivaccare per ore tra viaggiatori trafelati; il piccolo ha dovuto assorbire i feroci insulti che i genitori si scambiavano via cellulare; la nuova fidanzata del padre - fino a quel momento sconosciuta a tutti, tranne che al fedifrago separatosi prima di confessare - è apparsa dal nulla dotata di bagagli e bambine.

Di primo acchito strepitante di allegria e subito dopo seccata per l’intoppo che minacciava le sue prime legittimate e progettatissime vacanze ai Caraibi. Nessuno voleva rinunciare a niente e così è intervenuto l’avvocato, mai così gettonato come a Natale e a Ferragosto, suggerendo - in assenza di nonni disponibili - l’affidamento temporaneo dell’infelice ragazzino al centro assistenza viaggiatori dell’aeroporto.

Il piccolo, sperdutosi nell’egoismo dei grandi, è stato accolto così in un presepe tecnologicamente avanzato, ma improvvisato e animato da distratti sconosciuti, senza neppure poter godere il calore animale del bue e dell’asinello. Un bimbo trattato dunque come una palla, da prendere al volo, che i genitori non sanno né lanciare né afferrare. E che, per questo, precipita e rotola nel deserto degli affetti. Mentre, dietro le quinte della sua vita, gli irresponsabili genitori si fanno i precari fatti loro. Ci sono sentimenti, infatti, che hanno il colore e lo spessore della carta velina, a tal punto da provocare vergogna negli sfortunati destinatari delle effimere dichiarazioni d’amore; sono questi i presunti sentimenti, che fanno, prima o poi, esplodere il dolore stupefatto delle aspettative deluse.

Ciò diventa molto più grave quando l’oggetto del cosiddetto amore è un figlio, una persona verso cui si assume ogni responsabilità: non solo il mantenimento, con il più o meno alto tenore di vita, ma l’istruzione, l’educazione, la formazione della personalità. La dignità della vita, soprattutto, nella quale ricomprendere il suo «diritto» a essere amato, almeno dai genitori che non dovrebbero avere un figlio per caso o per sé. E tanto meno trovarsi nella condizione di abbandonarlo a se stesso. Non è la separazione a creare cattivi genitori.

Ci sono famiglie che trascinano il buio intorno a loro qualsiasi cosa facciano, unite o separate. Ci sono genitori che lasciano crescere i figli nutrendoli di tanto non detto e molto non fatto, eppure sostengono di non separarsi per il loro bene, ma contemporaneamente li gratificano di una vita a mollo nell’infelicità. Altri si separano simulando la civiltà dei sentimenti e poi regalano angosce ai figli quando, alle rituali consegne per il corretto esercizio di visita, comunicano con gli sguardi gli avanzi decomposti dei reciproci sentimenti: sguardi abbuiati, irrequieti, rancorosi, di disprezzo. L’anima fresca e ridente di un bambino si può impolverare di silenzi, può essere stracciata da uno sguardo eloquente, può annichilirsi per la trascuratezza, può impazzire per la menzogna scoperta.

L’amore o c’è o non c’è.

Non esiste l’amore «a mio modo». Il poco o il tanto, o l’amore sbagliato.
I bambini procreati, presi e abbandonati come pupazzi non sono amati per nulla. Così come non lo sono quelli strumentalizzati per interesse, economico o personale; quelli trascurati nella propria specificità; quelli usati come fiore all’occhiello di una presunta valida genitorialità; quelli impugnati come arma contundente verso l’altro genitore. E a tutti questi figli del malamore, del voler bene dichiarato ma che non c’è, il Natale, malgrado la retorica pressante, non porta niente di positivo.

Anzi. Per uno di loro, bloccato all’aeroporto dalla zavorra delle incapacità dei genitori, ce ne sono tanti altri imprigionati nel limbo di una famiglia unita, dove regna - collante velenoso - il silenzio degli affetti; e tanti altri ancora nell’inferno quotidiano dei maltrattamenti fisici e psichici. Silenzio, urla, bugie, distrazione, simbiosi possessiva, inadeguatezze, sono comportamenti che si risolvono nella violenza più intima e proclamano, senza attenuanti, la non volontà e la non capacità di volere il bene dell’altro.

C’è da sperare che molti di questi bimbi, disancorati dalla sicurezza di essere amati, sappiano trovare, nel dolore di cui si nutrono, un seme magico che forse potrà portare loro frutti inaspettati di rinascita e creatività. Pur senza potere mai eliminare i già vissuti danni collaterali del non amore. Anche, a volte, persino in nome della legge.



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La Spezia, i carabinieri scoprono 49 infermieri senza titolo: denunciati

Corriere della Sera


Non risultavano iscritti all'albo del collegio professionali infermieri, requisito essenziale ed indispensabile 

 

GENOVA - I carabinieri del Nucleo tutela della salute del comando di Genova, durante un controllo nel settore delle professioni sanitarie, hanno scoperto che nella Asl 5 di La Spezia erano presenti 49 infermieri che operavano senza il regolare titolo abilitante.

ALL'ALBO - I carabinieri li hanno denunciati tutti perché, dipendenti della Asl, non risultavano iscritti all'albo del collegio professionali infermieri, requisito essenziale ed indispensabile per poter svolgere l'attività sanitaria, sia come libero professionista, sia come dipendente. Gli infermieri sono stati denunciati all'autorità giudiziaria per l'esercizio di una professione svolto senza i titoli abilitanti prescritti (articolo 348 del codice penale).

28 dicembre 2009




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