sabato 19 dicembre 2009

Quei mandanti morali (e violenti)

Allessandro Sallustri


l Fatto ci accusa di cose inesistenti e ci riempie d'insulti. A dar man forte arriva anche Buttiglione che ci chiama iene. Intanto il presidente della Camera regala a Feltri del Valium per "calmare le allucinazioni". Ma il popolo del Pdl lo sfiducia, non si fida di lui

 

Di Pietro, Santoro e Travaglio hanno a disposizione gratis, o meglio due pure pagati, tre ore alla settimana di una rete televisiva di Stato. Il nome della trasmissione è noto: Annozero. La formula del programma è chiara, ed è una riedizione del memorabile: «La menzogna in bocca ad un comunista è una verità rivoluzionaria», pronunciato da Lenin e rilanciato dalle nostre parti da Antonio Gramsci.


La novità è nell’aver sostituito la menzogna con il sospetto e l’illazione. Quest’ultima parola significa «ragionamento con cui si trae una conseguenza da una o più premesse che possono essere anche false». In questo Santoro è maestro. È vero, come ha detto giovedì sera contestando Schifani, che lui non ha mai sostenuto che Berlusconi è il mandante delle stragi di mafia. Ma l’aver mandato in onda decine di interviste, filmati e racconti di personaggi assolutamente screditati a sostegno della tesi che ciò è accaduto o che potrebbe essere plausibile, ingenera nel telespettatore la famosa «verità rivoluzionaria».

E lo stesso vale per le puntate sul caso escort, dove la D’Addario è stata presentata e venduta come vittima innocente, quando invece liberamente si è infilata nel letto del premier munita di registratore e macchina fotografica. Così come atti d’accusa di pm sulle finanze del Cavaliere sono stati spacciati per sentenze di Cassazione quando invece erano per lo più materiali di parte, elementi di processi conclusi con l’assoluzione o la prescrizione che certo non è una condanna e quindi una verità giudiziaria. Allo stesso modo nell’ultima puntata si è tentato di far passare Vittorio Feltri e il Giornale per mandanti della violenza.

Tutto ciò, secondo noi, ha contribuito a creare il clima d’odio culminato con l’agguato di Piazza Duomo e col pacco bomba alla Bocconi. Per questo diciamo che esistono «mandanti morali», e non siamo gli unici a sostenerlo. Prova ne è che in questi giorni illustri editorialisti dei maggiori quotidiani italiani si pongono la stessa domanda. Prova ne è che il principale partito di opposizione, il Pd, si sta spaccando sul fatto se mantenere in vita o no l’alleanza con Di Pietro, proprio per non offrire copertura politica a una operazione mediatica che rischia di incendiare il Paese. 

Prova ne è che molti cattolici sono attoniti di fronte alla prospettiva di diventare complici dei «mandanti morali» dopo la proposta dell’Udc di allearsi con comunisti, abortisti e Travaglio, quello che rivendica il diritto di voler veder morti gli avversari politici, pur di fermare le riforme (o le elezioni anticipate) del governo Berlusconi. Non cambiamo idea anche se l’aver chiesto a Casini di fare retromarcia ieri ci è valsa l’accusa di fascisti, covo di iene dattilografe, carogne e delinquenti da parte del presidente dell’Udc, il raffinato filosofo Rocco Buttiglione, quello che in tv invita ad abbassare i toni della polemica.

Discutere non è antidemocratico né pericoloso. Non si capisce perché la libertà che Travaglio rivendica per dire che «non c’è niente di male nell’augurarsi la morte del proprio avversario politico» non debba valere per porre sul tappeto il problema dei cattivi maestri. Ai quali non auguriamo morte né disgrazie ma rispetto; ai quali chiediamo che la politica tutta prenda le distanze prima che sia troppo tardi. Invece no, Travaglio, Di Pietro e Santoro (e Buttiglione, nuovo entrato nella compagnia) vogliono anche decidere quali libertà sono lecite e quali no. 

Lo hanno fatto anche ieri, sul loro giornale, Il Fatto Quotidiano, con un titolone. Ovviamente non è così. L’altro giorno ho scritto che i mattacchioni di Piazza Duomo e della Bocconi sono fans di Travaglio&C., riportando l’interrogatorio di Massimo Tartaglia nel quale l’attentatore del Premier dice di essere un sostenitore di Di Pietro e di odiare Berlusconi. Ma Il Fatto Quotidiano finge di ignorare ciò e, a firma Paolo Flores d’Arcais, mi ritiene personalmente responsabile di qualsiasi violenza dovesse avvenire contro di loro, «uomini e donne della stampa libera». Ma come? Vi smentite? Non siete voi a sostenere che uno ha il diritto di vedere morto l’avversario politico? Di che cosa vi lamentate?

ranquilli, non siamo come voi. Nessuno vi torcerà un capello. Io, e tutti i moderati d’Italia, al massimo ci auguriamo due cose. La prima: che la Rai non rinnovi il contratto a Travaglio. La seconda: che Bersani e Casini lascino Di Pietro e la sua banda soli a seminare odio nel Paese senza se e senza ma. Purtroppo l’inverso non è uguale. Vediamo cosa dicono di me sul sito di Beppe Grillo, dove Travaglio tiene il suo blog, e dove si concentra il popolo democraticamente antiberlusconiano. Il braccio destro di Santoro mi definisce «servo, killer, prezzolato». Sotto un titolo, «Il terrorista del Giornale», c’è una mia grande foto e un bel po’ di commenti.

Tipo: «È di questi pezzi di m... che dovremmo occuparci prima o poi», «voglio proprio vedere quando lo manderanno in galera», «l'ho visto in tv, è un vero verme», «uno come lui dovrebbe essere preso a calci nelle palle», «quando l’ho visto mi è salita una rabbia che l’avrei brutalmente assalito», «è come Minzolini, ha una faccia tosta che vuole essere ammorbidita, sembra dire: menami che non resisto. Se continua di questo passo qualcuno prima o poi gliela gonfierà veramente a suon di sberle quella faccia di m...», «non riesco ad ascoltare le sue affermazioni in tv, mi chiedo come sia possibile esistano essere viventi di questo genere, lo chiamo così per non offendere le persone e gli animali».

Questa gente, più Rocco Buttiglione, loro nuovo compare, vuole farmi fuori fisicamente. Ne hanno diritto, come dice Travaglio. Non mi lamento, non faccio la vittima, semplicemente me ne frego. Grafomani vigliacchi, frustrati e filosofi rimbambiti che campano di politica non mi preoccupano. E se poi qualche mattacchione tira la statuetta, vedremo. Ma insisto: mandanti politici e cattivi maestri possono campare come meglio credono. È la politica che deve smascherarli e isolarli. Menatevela e cantatevela tra di voi, caro Flores d’Arcais.






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La madre di Chiara: "Alberto scusa ma sei stato tu"

La Stampa

Rita Poggi, la mamma di Chiara: «Piano piano, ho preso atto degli elementi che sono emersi contro di lui»


«Mi fidavo: un calvario scoprire che sbagliavo»
PIERANGELO SAPEGNO
INVIATO A GARLASCO (Pv)

A Mamma Rita il dolore non chiede scusa. Succede così anche quando adesso ricorda di sua figlia Chiara, senza perdere la gentilezza di un sorriso o la malinconia di uno sguardo, quando racconta dei suoi anni con Alberto che sono quelli che le ha dato il Cielo, mica la giustizia o la vita, o quando dice che «lei era tranquilla», e se appena loro due non si vedevano, si telefonavano tutti i giorni, «ma tutti i giorni» insiste, come se volesse far capire quanto davvero si volevano bene.

Per questo, confessa oggi mamma Rita, «all'inizio non ci credevo che potesse essere stato lui. Noi ci fidavamo di Alberto: mia figlia era innamoratissima. Poi, piano piano, ho preso atto degli elementi che sono emersi, ed è stato un calvario che non finisce, una strada lunga, piena di stupore e di sofferenza... E' stato un iter molto doloroso. E lo è ancora adesso». Dice: per me è stato uno choc. Poi, se uno le chiede se pure oggi questa convinzione è rimasta, dopo la sentenza di ieri, lei sospende di nuovo la sua agonia nel vuoto, questi occhi più tristi e le labbra tremanti, «purtroppo, con quello che è emerso, da quello che c'è...».

Sussurra che non può fare a meno di continuare a pensarlo. Allora suo marito, Giuseppe Poggi, lì vicino, le parla sopra, per fermarla: «Non sappiamo più se è così». Ma tutto quello che la storia di Garlasco ha lasciato, sta in questi giorni vicini a Natale, in queste famiglie di paese legate insieme da pochi metri e dai campi uguali, dalla morte che opprime appena le coscienze, ma molto di più le leggi della vita. Persino Nicola Stasi, il papà di Alberto, dice che «siamo contenti per questa sentenza, ma profondamente addolorati per la famiglia di Chiara. Per noi lei era come una figlia. E l'unica cosa che spero davvero è che un giorno i genitori di Chiara tornino a parlare con noi».

Nicola Stasi, davanti al cortile innevato del magazzino, caccia via le telecamere, urla che Alberto non ha una nuova fidanzata, che «è una vergogna quello che avete scritto», che lui continua a pensare a Chiara. E poi dice di nuovo che «quei genitori meritano rispetto. Da parte di tutti». Ma l'unica che rispetta tutti è sempre lei, questa madre di coraggio e di dolore che esce dalle nostre cronache più forte dei veleni e più vera della nostra incredulità, come il papà di Erba, come tutti quei piccoli, umili genitori che all'improvviso illuminano la nostra società malata. Quando le chiediamo se ha visto Alberto abbracciare la nuova amica in aula, lei sussurra soltanto: «Non dico niente. Mah, non lo so. Non dico niente».

Da quando lei stringeva la mano di Alberto per consolarlo mentre andavano al funerale di Chiara, a oggi, dopo che l'inchiesta le ha stravolto gli affetti e i pensieri, è cambiato tutto: solo lei è rimasta la stessa, anche quando ripete che sarà difficile riavvicinarsi a lui, che «ora non me la sento, non me la sento proprio nemmeno di parlarne». Pena e malinconia, nel suo sguardo. Il gup Stefano Vitelli, per commentare questa sentenza, è arrivato a dichiarare che «l'unica cosa bella di questo processo è aver conosciuto la mamma di Chiara Poggi». Lei, da parte sua, sottolinea di rispettare il verdetto e il giudice che l'ha emesso, «perché so che è una persona seria, che ha fatto una scelta dolorosa, che avrebbe sofferto comunque per qualunque decisione. E' andata così e noi lo accettiamo».

Parla, mentre dietro di lei la neve e la nebbia avvolgono l'orizzonte. Come in quel film dei fratelli Coen, «Fargo», il paesaggio rimanda la quiete di un posto e la sua violenza sconosciuta. Tutt'attorno c'è un rumore che si fa sentire, che appartiene a queste distese di campi bianchi coperte dalla neve e che esce dal suo silenzio, il verso di una tortora o il soffio gelido del vento. In questo mondo, persino il delitto di Chiara e il suo ricordo sembrano evocare uno scenario improvviso, il terrore che spezza la pace, un urlo che rompe la quiete. Come dice Mamma Rita, «ci siamo trovati in una situazione che non fa parte della nostra vita, che non potevamo neanche immaginarci, siamo capitati in mezzo a un meccanismo che fatichiamo a capire, il dolore, le memorie e le indagini, le colpe, i giornali, l'attenzione della gente».

Lì vicino, nello stesso scenario, fra gli stessi campi bianchi, il padre di Alberto dice che «dopo un incubo durato due anni e mezzo, questa è stata la prima vera notte di libertà per mio figlio. Però, sappiamo che potrebbe non essere chiusa qui, che sarà ancora costretto a difendersi, che questa agonia non è finita». In fondo, sono parole quasi uguali, come se la morte tenesse uniti i loro destini avversi, una cappa d'orrore sopra il paese innocente. «Anche loro - dice Rita Poggi - non avevano mai litigato, io l'ho sempre vista tranquillissima, fino all'ultimo, fino all'ultimo giorno che ci siamo parlati. E' successo qualcosa all'improvviso. Non lo so che cosa».

Quando però la giornalista di Sky le chiede «ma se sua figlia avesse scoperto quelle immagini pedopornografiche sul file di Alberto, che reazione avrebbe avuto?», lei risponde così: «Si sarebbe arrabbiata, una ragazza non può non arrabbiarsi di fronte a quello. Poi, com’era fatta lei, per come la conoscevamo noi, si sarebbe arrabbiata davvero tanto, ma tanto...». Il freddo, la neve, il silenzio. E' tutto qui. Dice: «Io voglio cercare la verità per mia figlia». Dice: «Lo devo a lei».




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Un immigrato dopo di me

Il Tempo

Montecitorio: Il presidente della Camera cita Nancy Pelosi "Nipote di italiani.

Oggi ha la mia stessa carica negli Usa".


Gianfranco Fini 


Risolto l'arcano: il presidente della Camera è un fan dei Pitura Freska. Certo, Gianfranco non ha i lunghi capelli rasta e, al posto di pantaloni larghi multicolore e dei cappelli di lana grossa, preferisce indossare abiti sobri (fatta eccezione per qualche cravatta decisamente troppo appariscente) e cavalcare palchi ben più istituzionali. Però, se si tratta di fare profezie Fini e il gruppo reggae veneziano, viaggiano sulla stessa lunghezza d'onda.

«Sarà vero? Dopo Miss Italia avere un Papa nero no me par vero» era il ritornello della famosa canzone con la quale i Pitura Freska parteciparono a Sanremo nel 1997 e Fini, preso dall'entusiasmo, dodici anni dopo, ne ha lanciato una variante. Non si è messo a cantare, ma, ricevendo alla Camera i promotori della campagna contro il razzismo «Non aver paura, apriti agli altri, apri ai diritti», si è lasciato andare annunciando: «I vostri figli potranno occupare una posizione diversa da quella che occupate voi adesso».

 E se qualcuno degli immigrati non avesse inteso precisa citando l'esempio di Nancy Pelosi, «nipote di italiani che oggi - continua Fini - ha la mia stessa carica negli Usa». Una storia di emigrazione e di miglioramento, quella della speaker del Congresso Usa, che il primo inquilino di Montecitorio ha ricordato come «un fatto positivo». E così Fini si eleva a moderno Nostradamus.

Profetizza, spera e legge nel futuro. C'è da chiedersi però se avrà più successo di quanto ne abbiano avuto i suoi idoli. Infatti gli auspici dei Pitura Freska sono rimasti lettera morta dato che dopo Giovanni Paolo II non è arrivato un Papa nero. Per sciogliere ogni dubbio basterà aspettare qualche anno e vedere chi siederà sullo scranno più alto di Montecitorio. Anche se, in questo caso, la vera visione che Fini dovrebbe avere è un'altra: cosa farà tra tre anni quando terminerà il suo mandato? Profezie a parte, Fini è voluto comunque tornare a porre l'attenzione sull'intricato tema dell'immigrazione.

Un cavallo di battaglia ricorrente che ieri, sempre durante l'incontro, il presidente ha voluto legare al fatto che martedì prossimo l'Aula della Camera discuterà la legge sulla cittadinanza: «È la dimostrazione che c'è la consapevolezza di guardare avanti». Fini ha poi parlato a lungo di immigrati, indicando anche alcuni aspetti della legge Bossi-Fini da modificare: «È evidente che la crisi economica dovrebbe indurre a raddoppiare i sei mesi che si danno a chi perde il lavoro per trovarne un altro».

Così come «non ha senso tornare al Paese di provenienza e da lì trovare il lavoro e poi tornare». E poi subito pronte le bacchettate: «Io condivido le istanze dei migranti, ma così come è negativa la demagogia di chi dice "gli stranieri restino a casa loro perché non ne abbiamo bisogno" altrettanto pesantemente negativa è la demagogia di chi dice "siccome sono donne e uomini, devono andare dove vogliono"».
Alessandro Bertasi




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Scalfaro solo oggi ammette: "Sono del Pd"

Il Tempo

La Confessione. L'ex presidente della Repubblica apre ad una legge "salva-premier".


Scalfaro 


Finalmente ce l'ha fatta. Dopo anni di silenzio e dopo le accuse di Silvio Berlusconi, Oscar Luigi Scalfaro ha finalmente ammesso di simpatizzare per il Partito Democratico. Insomma l'ex presidente della Repubblica è di sinistra, o se preferite molto, molto vicino alla sinistra.

Scalfaro lo ha «confessato» nel corso di Otto e mezzo. Alla domanda se nel suo settennato fosse stato un Capo di Stato di sinistra ha replicato: «Non ho risposto intenzionalmente, perché non credo valide queste polemiche. Anche perché dire a me "di sinistra" o "di destra" sono verniciature dall'esterno che non mi danno fastidio. Non devo rispondere io della vernice che mi mettono addosso. Che si chieda al verniciatore cosa intendesse dire»
.
Poi, però, chiamato a parlare del suo rapporto con il Pd, ha spiegato: «Sono un simpatizzante, perché ci sono degli elementi che condivido totalmente. Fra questi, la democraticità, il rispetto della voce del Parlamento, il rispetto della procedura parlamentare e il non dire mai che il Parlamento è un fastidio o che quelli che discutono rompono l'anima, perché questa è una strada assolutamente sbagliata».

A sorpresa, però, Scalfaro ha anche aperto alla possibilità di una legge «salva-premier»: «Non sono per nulla contrario all'ipotesi di un provvedimento che dia una tutela al premier a condizione che non ci sia danno a terzi. Tale provvedimento però non deve sospendere i termini per le chiusure dei processi, perché ci sono persone che se si chiudono i processi sono danneggiate nelle loro richieste e nelle loro attese di giudizio».

«Già i processi sono lunghi ed è ingiusto - ha continuato -. Un ministro non può proporre un processo breve e dire "passati due anni, si chiude". Questo non ha senso. Meno male che il ministro (Alfano ndr) non è nella Sanità, e non c'è una campagna per ridurre gli obesi, altrimenti avrebbe fatto un affettato di grassi "inutili". Affinché le cose abbiano un senso occorre poi che nel momento in cui scade l'incarico, per cui viene sospesa un procedura in cui si è coinvolti, bisogna sottoporsi al procedimento. Solo nel momento in cui è finito ci si può ripresentare per essere eletti. Devono essere tutelati i diritti dei terzi».




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le lettere sulla disputa

di Redazione

Il mio consiglio?
Una boccetta di bromuro
Caro direttore, poiché il «nostro» Gianfranco Fini è solitamente recidivo, gli invii un flacone di bromuro, sostanza che ai miei tempi veniva mescolata, secondo leggenda, nelle bevande delle reclute per calmare i loro bollenti spiriti. Chissà che non serva allo scopo di «calmierare» la recluta della democrazia popolare.
222
Gli rinfreschi le idee
con il calendario del ’93
Caro direttore, sono ben conscio che lei non ha problemi a contraccambiare, ma le vorrei comunque dire cosa gli regalerei io: un calendario vintage del 1993... Così da rinfrescargli la memoria e ricordargli dove era in quegli anni.
Fortunato Tiozzo
222
Un bel cesto di prugne
e un bidone di Guttalax
Caro direttore, credo che Lei abbia il dovere di contraccambiare l’affettuoso regalo natalizio che Le ha fatto Fini. Se posso permettermi di darLe un consiglio, il regalo più indicato per Fini credo potrebbe essere un bel cesto di prugne secche con al centro un bidone di Guttalax (eviterei l’olio di ricino...), il tutto finemente incartato con un rotolo di carta igienica a fiorellini ed accompagnato da un breve biglietto augurale scritto con il suo solito estro.
Vincenzo Talarico
222
Ho un’idea migliore
Il santino di Giuda
Caro direttore, contraccambi gli auguri natalizi al presidente Fini inviandogli anche una immaginetta di Giuda Iscariota.
Gianni
222
All’ex leader di An
il testo della legge sulle droghe
Caro direttore, a prescindere dai commenti sul discutibile gesto dell'ex An Gianfranco Fini, non ritiene che il presidente della Camera abbia violato la legge sulla commercializzazione e vendita degli psicofarmaci? Il presidente Fini oltre ad essere al di sopra delle parti è anche al di sopra delle leggi che regolamentano la vendita e commercializzazione di stupefacenti e psicofarmaci?
Mariano Ferlito
222
All’algido e glaciale Fini
solo una richiesta di chiarimenti
Signor direttore, ho appreso dal Tg2 che Fini le ha inviato una scatola di Valium. È già qualcosa aver costretto un tipo algido, glaciale, freddo e che si sente ed appare tanto ma tanto superiore (ma superiore a chi?) come il citato Fini ad abbassarsi a contattarla anche se in maniera inusuale con un presente con il quale la invita a darsi una calmata.
Perché invece l'interessato non provvede a spiegare i suoi strani, bizzarri ed insoliti comportamenti sempre e di continuo contro il governo ed il presidente del Consiglio invece di mandare in avanscoperta i vari La Russa e Laboccetta che cercano, aggrappandosi sugli specchi, di giustificare il modo di agire del suddetto?
Francesco Caiola
222
Altro che Valium
al nostro serve lo Zyprexa
Caro direttore... Siamo tutti con lei, non certamente con un fanatico Fini...to! Le facciamo i migliorie tonici auguri. E al dottor Fini..to, consigli un po’ di Zyprexa da 10mg, forte antipsicotico e un po’ di carbolithium come stabilizzatore dell’umore.
Italo Italico
222
Nel bigliettino d’auguri
gli ricordi le «bombe atomiche
Io a Fini gli avrei detto: «Ringrazio per l’invio del Valium che credo peraltro possa essere di comune utilità per entrambi. In particolare, una dose anche minima del farmaco può essere di aiuto per cessare di vedere le cosiddette “bombe atomiche” che finora sono esistite solo nella sua molto fervida immaginazione, e che certamente non le hanno fatto fare bella figura. Con ossequi...».
Alberto Cavalli



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L’intimidazione «Il Fatto» avverte: querele a chi critica Travaglio & C

di Redazione


Sono scesi in piazza in pompa magna per difendere la libertà di stampa, cioè di cronaca e di critica. A patto che la critica non sia diretta contro di loro. Proprio così: quei maestri di democrazia del «Fatto» sono pronti a «difendere in sede civile e penale l’onorabilità della testata che in questi mesi ha assunto una posizione estremamente rilevante in termini di diffusione e di autorevolezza». In sintesi: quanti, come «Il Giornale», criticano la campagna d’odio fomentata da Travaglio & C rischiano di finire in tribunale. Ad annunciarlo è il presidente del Cda del «Fatto», Giorgio Poidomani, indignato per «le deliranti affermazioni e prese di posizione di esponenti politici, trasmissioni tv e testate giornalistiche» contro il travagliato quotidiano.



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L’ultima dei no global: rotolarsi nel fango

Libero


La ragazza è in bikini ma non si prepara affatto a tuffarsi in piscina. Con lei altre giovani hanno il viso e il corpo imbrattati di fango. Sono le militanti dell’associazione pacifista Code Pink, erinni scatenate che usano fare incursione in massa nei negozi dove sono in vendita i cosmetici dell’azienda israeliana Ahava. Da mesi, la casa, che produce prodotti di bellezza con i Sali del Mar Morto, è nel mirino di organizzazioni e ong: un boicottaggio implacabile tanto che due giorni fa il negozio Ahava a Covent Garden ha dovuto serrare le saracinesche dopo l’ennesima incursione delle scalmanate desnude. E domani, sabato 19 dicembre, nello stesso punto si celebrerà l’International day of action against Ahava.

Centinaia di militanti protesteranno, invitando al boicottaggio dei cosmetici che vengono dal kibbutz di Mitzpe Shalem in Cisgiordania, nei pressi del Mar Morto. Le ragazze di Code Pink (associazione, creata nel 2002 negli Usa, ha scelto di chiamarsi Codice Rosa per derisione contro i nomi delle operazioni antiterrorismo: Codice Arancio, Codice Rosso... dati dall'amministrazione Bush.) si infangano il corpo per rappresentare il senso del loro slogan: Ahava is a dirty business (Ahava è uno sporco affare). 

Dicono che i prodotti di bellezza dell’Ahava (in ebraico significa «amore»), provengono dalle risorse naturali rubate ai palestinesi, perciò eticamente inaccettabili perché vìolano i diritti umani e sono frutto di una rapina. Balle colossali perché Ahava non sorge su un “territorio occupato”: l’area del Mar Morto era deserta prima che gli ebrei ci tornassero e nessun palestinese ha mai lavorato quelle risorse naturali. In Inghilterra, l’ondata antisemita ha trovato nuova energia dall’ordine di cattura (poi ritirato) per l’ex ministro degli Esteri israeliano, oggi capo del partito di opposizione Kadima, Tzipi Livni in relazione all’offensiva “Piombo Fuso”, condotta lo scorso inverno a Gaza.

Il fango antisemita aveva già colpito, in agosto, l’attrice Kristin Davis, l’interprete 44enne di Charlotte York, che nei telefilm di Sex and the City si converte all’ebraismo per amore, non è ebrea ma è molto popolare in Israele. Da due anni faceva pubblicità ad Ahava mentre a Natale invitava a comprare i regali dal catalogo dell’ong Oxfam, per aiutare i poveri in Africa. Ora questa ong l’ha cacciata, accusandola di complicità coi massacratori dei palestinesi.

Ma la bella Kristin è solo il paradosso mediatico di una campagna ben più solida e capillare che mira a colpire gli interessi economici israeliani in Inghilterra e in patria. I danni più seri all’azienda provengono dal gruppo Boycott, Divestment, Sanctions movement, diretto dal palestinese Omar Barghouti, ma pure il governo mette tutto il suo peso nell’operazione. Il ministero degli Esteri britannico, assieme al Defra, il ministero dell’Alimentazione e degli affari rurali, ha emesso una storica direttiva a tutte le catene di supermercati nel Regno Unito: nelle merci provenienti dalla Cisgiordania dovrà essere indicato se sono prodotte negli insediamenti israeliani. 

I supermercati dovranno modificare le etichette che attualmente indicano “prodotto della West Bank”, rendendole più specifiche per informare i consumatori sulla provenienza dei cibi o beni acquistati, scrivendo quindi “prodotto palestinese” o “prodotto degli insediamenti israeliani”. Per far fronte alle troppe richieste di boicottaggio, grandi aziende come Tesco, la più importante catena di distribuzione, hanno dedicato un numero speciale ai prodotti israeliani: «Servizio clienti Tesco. Se state chiamando per informazioni sui prodotti da Israele, digitate 1». A questo sono arrivati.

E in Italia? Beh, la cagnara è la stessa. La campagna di boicottaggio di Ahava è presente su molti siti. Primi fra tutti quelli dei movimenti no global e dell’antagonismo estremo. Uno di questi, Senza Soste, pubblica l’elenco completo delle aziende da evitare assolutamente, perché compromesse con Israele. Si va da Calvin Klein a Motorola, da Intel a Jaffa fino a una lista dettagliatissima di marche e generi da evitare. Inoltre, il sito consiglia di controllare sempre il codice a barre dei prodotti: «Se riporta il numero 729 non comprateli», dice, «cominciamo a togliere qualche arma a chi ne sgancia a tonnellate sulla popolazione palestinese». 

Ma l’idea di boicottare Ahava e altri prodotti israeliani era venuta anche a un centinaio di soci equo-solidali della Coop. E come non ricordare la lista dei negozianti ebrei italiani stilata dal sindacato autonomo Flaica-Cub, un richiamo esplicito alle Leggi Razziali del 1938 e alla conseguente chiusura dei negozi non ariani. Così la sinistra più estrema e idiota si salda al nazi-fascismo in nome del comune odio antisemita.

Doppia vergogna per i compagni boicottatori che dovrebbero almeno conoscere contro chi combattono. Il capitale di Ahava, ad esempio, è detenuto al 60% da alcuni kibbutz, il simbolo del collettivismo israeliano di sinistra. Forse, la sola società degli uguali mai realizzata in Terra. E nei laboratori di Ahava i dipendenti quasi tutti palestinesi. Che il loro lavoro e dunque sopravvivenza vengano boicottati da forsennati sedicenti solidali fa parte della loro squinternata ideologia comunista.




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