giovedì 17 dicembre 2009

Blitz con gli elicotteri La vita selvaggia in vetta del medico in fuga dal fisco

Corriere della Sera


Star della chirurgia americana preso sul Bianco



COURMAYEUR (Aosta) — Aveva scelto la Val Ferret, sot­to le aspre guglie delle Gran­des Jorasses, per vivere la sua avventura nella natura selvag­gia. Come un novello (e at­trezzatissimo) Alexander Su­pertramp, celebre protagoni­sta di «Into the Wild», si era rifugiato lassù, a oltre 2.000 metri di quota, nel massiccio del Monte Bianco. Come tetto una tenda, per ripararsi ma­glie in pile e giacca in gore­tex, provviste sufficienti per diversi giorni, in tasca qual­che centinaio di euro.

A spezzare il sogno dell’ec­centrico medico statunitense Mark Steven Weinberger, 46 anni, ricercato in tutto il mon­do per frodi sanitarie, sono stati i carabinieri. Lo hanno identificato per caso, grazie ad un documento trovato a Courmayeur nell’appartamen­to che aveva preso in affitto (da agosto non pagava la ret­ta). Con gli elicotteri lo han­no individuato e raggiunto a piedi a due passi dal rifugio Elena, ultimo ricovero prima del confine con la Svizzera. «Voglio solo vivere una vita selvaggia» ha provato a spie­gare ai militari.

Disperato, Weinberger ha tentato l’estre­mo gesto pur di non perdere la libertà: ottenuto il permes­so di andare nel bagno della caserma, ha estratto un coltel­lino che aveva addosso e se lo è conficcato nel collo. La feri­ta non è grave, la prognosi di 20 giorni.


Mark Weinberger con un'amica in aereo, in una foto di alcuni anni fa

Su di lui pende un ordine di cattura internazionale dal­l’ottobre del 2004. Laureato in Pennsylvania, Mark Wein­berger si era conquistato la fa­ma di «Nose doctor» — il «chirurgo del naso» — a Chi­cago. Da promessa della chi­rurgia plastica, era diventato in breve tempo un nome no­to nell’ambiente sanitario. Sotto i suoi ferri sono passati centinaia di pazienti. Con la fama sono lievitati anche i conti in banca, per milioni di dollari.

Ha assunto uno stuo­lo di collaboratori, cuochi, personal trainer, massaggia­tori, autisti. In ogni stanza di casa aveva un iPod, un Black­berry e un pc per non dover portare nulla con sé. Ancora: per recarsi al lavoro prendeva solo la Limousine ed era soli­to ordinare nel miglior risto­rante di Chicago il pranzo per i collaboratori. Al suo fianco c’era sempre la moglie Mi­chelle, sposata con tre distin­te cerimonie all’insegna dello sfarzo (una in Italia). L’incan­tesimo si è spezzato nel giu­gno 2004, quando gli è stata notificata la prima denuncia per negligenza. Un paziente lo ha accusato di non avergli diagnosticato un cancro alla gola. In poche settimane si so­no accumulate 300 querele, che gli sono valse 22 imputa­zioni per frodi sanitarie e va­rie richieste di risarcimento per milioni di dollari anche dal fisco.

Immediata la fuga, con mo­glie e familiari al seguito, che lo ha portato a Mykonos a bordo di uno yacht da 25 me­tri. In Grecia per prima cosa aveva regalato alla moglie due diamanti, poi le aveva detto che andava a fare jog­ging, abbandonandola in al­bergo e fuggendo a Parigi con il tesoretto. L’Fbi ha tro­vato tracce del suo passaggio a Montecarlo e Hong Kong. Ma nessuno è mai riuscito a prenderlo. Fin quando ai pie­di del Monte Bianco non è sta­to notato un americano, con il portafoglio sempre pieno, che faceva su e giù per la Val Ferret e cercava un posto do­ve vivere «into the Wild».

Chicco Marcoz
17 dicembre 2009



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Stragi in Darfur: condanna a morte per 6 bimbi-soldato

Corriere della Sera


Arrestati con 150 ribelli. Il governo prima assicura che non li giustizierà, poi dice che alcuni sono maggiorenni


Hanno tra gli 11 e i 17 anni. Sei ra­gazzini sudanesi di etnia fur, strappa­ti a forza alla famiglia e costretti ad arruolarsi. Qualcuno finito nelle file dei ribelli del Darfur perché non sa­peva dove andare dopo che casa e ge­nitori se li era portati via la guerra. Ora, rinchiusi in cella, rischiano di essere giustiziati: arrestati dalle mili­zie governative insieme ad altri 150 guerriglieri dello Jem (il Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza), so­no stati condannati a morte per aver partecipato lo scorso anno a un attac­co contro Omdurman, città gemella della capitale sudanese sull’altra riva del Nilo. Bambini violati due volte: prima obbligati a imbracciare il fuci­le e diventare strumenti di morte, poi costretti ad aspettarla, la morte, malgrado la tenera età.

Li ha incontrati il mese scorso Ra­dhika Coomaraswamy, Rappresen­tante speciale del Segretario Genera­le dell’Onu per i bambini nei conflit­ti armati, dopo la denuncia di diver­se organizzazioni per i diritti umani. Subito il governo di Khartoum si è precipitato a rassicurare la comunità internazionale e a far rientrare l’allar­me: «Non ci saranno esecuzioni di minorenni», in linea con quanto pre­scrive la legge sudanese, ha garanti­to il ministro della Giustizia alla stes­sa Coomaraswamy.

Il verdetto è stato emesso da un tribunale speciale, presieduto da Hafez Ahmed Abdallah, che aveva già condannato a pene capitali un centinaio di espo­nenti del Jem ritenuti re­sponsabili dell’attacco del 10 maggio 2008. La senten­za per diventare esecutiva deve essere confermata dal­la massima autorità giudi­ziaria sudanese e controfir­mata dal presidente, il «ri­cercato » Omar al Bashir, rag­giunto da un mandato di cattu­ra internazionale proprio per i massacri del Darfur.
 
Le rassicurazioni del governo han­no sortito un certo effetto se anche un’organizzazione come l’Unicef, per bocca di Amber Henshaw, da Khar­toum, fa sapere al Corriere : «Stiamo lavorando perché il governo manten­ga le sue promesse su questi giova­ni». A stare meno tranquilla invece è la nostra Italians for Darfur, associa­zione italiana che si batte per i diritti umani in Sudan, promotrice nel 2006 del primo Global Day for Dar­fur : «Le notizie su questa vicenda so­no confuse, il governo sudanese ha cambiato più volte la sua versione — spiega la presidente Antonella Na­poli, autrice del libro-denuncia Volti e colori del Darfur .

In un primo momento aveva detto che i sei mino­ri non dovevano essere riconosciuti come tali perché avevano agito da adulti partecipando a un’azione di guerra, imbracciando e usando ar­mi. Successivamente invece ha di­chiarato che non lo erano anagraficamente». Almeno quattro dei sei giovani, dice ora Khartoum, hanno già compiuto 18 anni. E sarebbe­ro quindi giustiziabili.

A rendere poco chiara la situa­zione è anche la posizione del Jem che, accusato di reclutare minorenni tra le sue fila, nega che i bambini con­dannati siano suoi miliziani. «È ov­vio che se difendessero, anche in ma­niera informale, i sei ragazzini am­metterebbe di reclutare minori» pro­segue Napoli. Dal canto suo Khar­toum con questo processo ai ribelli vuole screditare proprio il Jem dimo­strando che usa dei bambini per combattere. In questo groviglio di in­teressi contrapposti, a farne le spese sono soprattutto i più piccoli: le sti­me sui bambini soldato in Darfur oscillano dai 1.500 (Unicef) ai 6 mila (Global Report della «Coalition to Stop the Use of Child Soldiers»).

Per questo nella sua petizione online (2.700 le firme fino a ieri sera), Ita­lians for Darfurchiede sì al governo sudanese di sospendere la sentenza ma anche di approfondire le respon­sabilità del coinvolgimento di questi bambini in azioni di guerra. Durante la sua recente ricognizione in Sudan, la Rappresentante speciale dell’Onu Coomaraswamy ha dichiarato che nella lista di chi ha usato bambini soldato dal settembre 2008 al settem­bre 2009 ci sono oltre ai ribelli dello Jem e dello Spla, anche i janjaweed e le altre milizie sostenute dal gover­no.

Alessandra Muglia
17 dicembre 2009



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Prosperini in manette, è accusato di corruzione: "Sue 5 società off shore"

di Redazione

L'assessore lombardo allo Sport e Turismo è stato arrestato con l'accusa di turbativa d'asta e corruzione: "Era il boss cui spettava l’ultima parola sull’attività dell’assessorato e l’impiego dei fondi"

 

Milano - Una presunta mazzetta per la promozione turistica della Lombardia in tv è costata cara a un assessore regionale e a un editore milanese, che sono finiti in carcere. Il primo, per ironia della sorte, proprio mentre si trovava in diretta telefonica su un canale televisivo. 

Ad essere arrestato l'assessore regionale allo Sport e Turismo della Regione Lombardia, Piergianni Prosperini, accusato di turbativa d'asta e corruzione nell'ambito di un'inchiesta dei pm milanesi Alfredo Robledo e Paolo Storari su una serie di appalti. Poco dopo si sono diffuse le prime notizie sul coinvolgimento di Raimondo Lagostena, il patron del gruppo Profit titolare dei marchi Odeon Tv e Telereporter. In carcere è finto anche Massimo Saini, della Publicis, una società di consulenza di comunicazione. 

L'inchiesta delle Fiamme Gialle Prosperini, ovvero "il boss cui spetta certamente l’ultima parola sull’attività dell’assessorato e l’impiego dei fondi". E' la definizione dell’assessore lombardo al Turismo che si legge nelle 42 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Andrea Ghinetti: "Prosperini ha la disponibilità in via diretta o indiretta di cinque società offshore: Htk con sede a Vienna, Finley Serive Llc, Chamonix Llc, Willow Overseas e Kenana ltd". 

L'inchiesta riguarda presunte irregolarità sulla gara d'appalto 2008-2010 per la promozione in tv del turismo in Regione Lombardia. Al centro delle indagini c'é una presunta tangente di circa 230 mila euro che sarebbe stata versata su conti correnti elvetici intestati a società fiduciarie riconducibili all'assessore Pier Gianni Prosperini. 

I soldi riguardavano l'assegnazione dell'appalto di servizi del valore di 7,5 milioni di euro per la promozione turistica del territorio lombardo. L'operazione nasce da quella relativa alla cosiddetta 'Tangentopoli lariana' condotta dall'ex pm Francesco Prete, ora procuratore delle Repubblica di Vasto, che nel febbraio 2008 aveva portato agli arresti domiciliari il consigliere regionale lombardo di FI, Gianluca Rinaldin. 

L'appalto contestato dal gip Questo nuovo troncone di indagine riguarda l'appalto vinto con una gara ritenuta pilotata, che si è svolta il 23 maggio 2007, e che riguarda il "progetto di comunicazione per la promozione del turismo nella Regione Lombardia" vinta da Profit e Publicis, la società di comunicazione di Saini. Da quanto appurato, alcuni servizi e prestazioni per la promozione turistica tramite anche spot in tv e iniziative alla Bit, la fiera internazionale del turismo che si svolge annualmente a Milano, non sarebbero mai avvenuti benché fatturati alla Regione. 

Infatti, oltre alla corruzione e alla turbativa d'asta, ai tre arrestati è stata contestata anche la truffa aggravata ai danni di un ente pubblico. Secondo il gip, Prosperini "era ed è di fatto il dominus dell’attività promozionale regionale che gestiva in prima persona decidendone financo i contenuti", che era diventata "un sistema corruttivo e truffaldino pacificamente instaurato e operante, particolarmente efficace, radicato e pertanto idoneo a fondare il pericolo di reiteraizone". 

Tra le intercettazioni riportate nell’ordinanza cautelare, si rivela anche il tentativo di Porsperini di "concordare versioni di comodo", da ottenere anche attraverso la minaccia di "pesanti ritorsioni". Prosperini, infatti, si lamenta con un interlocutore del fatto che Saini non concoradasse con lui versioni da fornire all’Autorità giudiziaria.

I debiti stornati sulla Regione Dalle intercettazioni telefoniche e dall’analisi del materiale sequestrato deduce il pubblico ministero che i fondi regionali destinati alla promozione turistica della Regione Lombardia di cui al contratto Rti Profit/Publicis e Regione siano stati utilizzati (anche) per coprire debiti personali di Prosperini con le emittenti televisive locali da lui utilizzate per veicolare la propria immagine sul pertinente "territorio elettorale". 

"In particolare - spiega il gip - Prosperini aveva maturato con l’emittente televisiva locale Tele Lombardia un debito (non riconducibile alla Regione) di circa 100mila euro e l’espediente che veniva escogitato dal Saini, in concorso con il direttore generale vicario dell’assessorato al Turismo, Lambicchi Roberto (coindagato, ndr), era quello di affidare a TeleLombardia l’incarico di pubblicizzarel a fiera 'Bit 2008' con alcuni spot e uno 'speciale' il cui costo complessivo, ammontante a euro 152mila, era stato 'gonfiato' al fine di comprendere anche il debito pregresso dell’assessore". 

Per quanto riguarda Telecity, si legge ancora, "nei cui confronti Prosperini vantava altro debito personale pari a circa 100mila euro), dalle conversazioni intercettate sull’utenza di Saini è emerso che in favore di tale emittente era stata commissionata una serie di 30 trasmissioni tematica, della durata di 24 minuti ciascuna, che venivano messe in onda nel 2008: il costo stanziato per tale iniziativa, pari a circa 240mila euro per tutto il 2008, è risultato anch’esso appositamente gonfiato in maniera tale da ricomprendere anche il pregresso debito dell’assessore". 

Ebbene, per Ghinetti, "la vicenda del debito personale dell’assessore Prosperini scaricato sulle fatture alla Regione deve ritenersi provata e circostanziata" dalle intercettazioni delle conversazioni in cui Lambicchi e Saini "si accordavano in sostanza per attingere il denaro dal budget destinato alla promozione turistica, quindi relative alla gara di appalto vinta dalla Publicis srl, come le successive indagini confermano". 

L'annuncio in televisione Un momento paradossale si è vissuto, proprio in televisione, quando, con già nota la notizia dell'arresto Prosperini è stato raggiunto al cellulare e ha parlato in diretta alla trasmissione tv 'Forte e chiaro' dell'emittente Antenna Tre. "Mi stanno arrestando? Ci sono delle agenzie che lo dicono? - ha detto Prosperini, che era stato invitato in studio per partecipare a un dibattito - Scusa, non posso parlare, ma ti posso dire che così non è". 

Si è capito poi che si trovava nel suo ufficio già alla presenza dei finanzieri. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si é detto "certo" del fatto che Piergianni Prosperini "saprà dimostrare la sua estraneità e la sua innocenza, di cui non ho motivo di dubitare". "E - aggiunge il governatore - confido che la giustizia, a cui va lasciato compiere il suo corso, saprà arrivare a conclusioni certe in un tempo molto rapido".





Omicidio Garlasco, Alberto Stasi assolto La mamma di Chiara: giustizia non è fatta

Corriere della Sera


Riconosciuto non colpevole per prove insufficienti: «Sono uscito da un incubo».
La famiglia Poggi ricorre in appello



Alberto Stasi (Newpress)

VIGEVANO - Alberto Stasi è stato assolto con formula piena. Dopo oltre 5 ore di Camera di consiglio il gup di Vigevano Stefano Vitelli ha ritenuto, nel processo con rito abbreviato, che l'unico imputato non è colpevole della morte di Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007. La sentenza di assoluzione è stata emessa in base all'articolo 530, secondo comma del codice di procedura penale: stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione «quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova» che l'imputato abbia commesso il fatto.

STASI: USCITO DA UN INCUBO - Alla lettura del dispositivo Stasi è scoppiato in lacrime: «Lo sapevo, io non ho ucciso. Sono uscito da un incubo» ha esclamato, abbracciando i suoi avvocati e le praticanti dello studio legale. I pm Muscio e Michelucci avevano chiesto la condanna a 30 anni di reclusione.

I GENITORI DI CHIARA - Amaro il commento di Rita Poggi, la mamma di Chiara: «Una sentenza che non rende giustizia». Insieme al marito ha tenuto una conferenza stampa. I due coniugi hanno detto che prendono atto del verdetto, ma che si tratta solo di un primo passo del processo dato che i loro legali hanno già pronto il ricorso in appello, che verrà dunque presentato immediatamente: «Prendiamo atto del verdetto ma continueremo a cercare la verità». Giuseppe e Rita Poggi hanno ringraziato i pm, i carabinieri, gli avvocati, i periti e i giornalisti e hanno escluso la possibilità di un riavvicinamento con Stasi. «Certo - ha concluso il papà di Chiara -, se uscirà un nuovo colpevole…».

LA RICHIESTA - Cala così il sipario sul primo atto del processo che ha visto imputato l'ex studente, ritenuto dai pm Rosa Muscio e Claudio Michelucci responsabile del delitto in base a indizi «chiari e inequivocabili». I legali di Stasi, nel ribadire la sua innocenza, avevano invece chiesto l'assoluzione perché il processo non ha provato la sua responsabilità e non si è superato ogni ragionevole dubbio. La sentenza avrebbe dovuto arrivare lo scorso 30 aprile, ma il giudice dispose quattro perizie, ritenendo «incomplete» le indagini della Procura.

I PUNTI OSCURI - Ecco tutti i punti critici dell'inchiesta analizzati dal giudice prima di emettere il verdetto.

Ora della morte. Chiara è stata uccisa tra le 11 e le 11.30, secondo la prima versione dell'accusa. Nella requisitoria bis il pm Rosa Muscio sposta in avanti le lancette del decesso: la 26enne è morta dopo le 12.20 o meglio tra le 12.46 e le 13.26. Un cambiamento d'orario che segue la perizia informatica super partes che stabilisce che Alberto, dalle 9.36 alle 12.20, lavora al file della sua tesi di laurea. Una teoria che non trova d'accordo la parte civile (Chiara è morta tra le 9 e le 10) e la difesa: il decesso è avvenuto tra le 9.30 e le 10.

Scarpe. Impossibile non sporcarsi le suole calpestando il pavimento di casa Poggi, sostiene l'accusa. Nella villetta non ci sono tracce di estranei e non ci sono impronte delle suole delle Lacoste di Alberto che ha scoperto il cadavere della fidanzata. A spiegare le scarpe pulite, però, ci sono esperti in chimica: le suole del ragazzo sono idrorepellenti e potrebbe essersi ripulito continuandoci a camminare per ore.

Computer. Alberto ha sempre sostenuto di lavorare alla tesi di laurea mentre Chiara moriva. Un alibi cancellato dagli accessi illeciti fatti dai carabinieri. Solo ad agosto scorso, due anni dopo l'omicidio, la perizia informatica ricostruisce quanto avvenuto la mattina del delitto. Alberto ha acceso il computer alle 9.35 e dalle 9.36 alle 12.20 ha salvato in continuazione il file.

Bicicletta. «Non è possibile precisare la natura del materiale biologico di Chiara Poggi, presente sui pedali» scrivono gli esperti super partes. Se è sangue per l'accusa, non si può escludere, precisa la difesa, che si tratti di muco o saliva.

Portasapone. L'impronta di Alberto mista al Dna della vittima viene trovata sull'erogatore del sapone liquido all'interno del bagno dove l'assassino si è lavato prima di fuggire. Una prova per l'accusa, ma per la difesa e i consulenti nominati dal giudice «la più ragionevole e semplice spiegazione è che i due abbiano entrambi toccato l'oggetto, in tempi e per un numero di volte del tutto sconosciuti». Elementi che rendono il dato «del tutto irrilevante al fine della costituzione di una prova scientifica», scrivono gli esperti.

Arma. Almeno una dozzina le armi che nel corso delle indagini si alternano: da un martello da carpentiere a un ferro da stiro, fino a una stampella. L'ultima novità arriva da una consulenza dell'accusa: Chiara è stata uccisa con un paio di forbici da sarto, ma da casa Poggi manca, a quanto trapela, solo un martello. L'unica verità è che l'arma non è mai stata trovata.

Movente. Per i pm e la parte civile i due fidanzati litigano la sera precedente. Chiara potrebbe aver visto qualcosa sul computer dello studente. Una lite sfociata nell'omicidio del 13 agosto 2007. «Solo una supposizione» si limita a ribattere l'accusa.

17 dicembre 2009




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Iran, software da 20 euro mette ko i droni Usa

di Redazione

I ribelli della Repubblica islamica utilizzando un software in vendita a meno di 20 euro sono riusciti a mettere fuori uso i droni, gli aerei senza pilota, utilizzati dall'esercito statunitense in Afghanistan

 
kabul - Sono bastati 26 dollari, meno di 20 euro, per rendere completamente inefficaci i raid dei droni, i caccia senza pilota americani. Fonti del dipartimento della Difesa, riportate dal Wall Street Journal, rivelano che ribelli iraniani sono riusciti a intercettare i segnali video dei voli degli aerei della Marina per conoscere in aticipo quali aree erano sotto controllo degli Stati Uniti e quali sarebbero state bombardate. Una mossa che ha azzerato "l’effetto sorpresa" voluto dal Pentagono e che è stata possibile grazie a un banale programma informatico, SkyGraber, disponibile su Internet per 25,95 dollari. I sofisticati sistemi di difesa americani, per i quali il Pentagono investe da anni milioni di dollari in ricerca, sono stati violati dunque dai computer della resistenza afgana, supportata dai ribelli iraniani.

Durissimo colpo per l'immagine della nazione La "falla" sarebbe nel sistema di trasmissione dei video dai droni alle basi, dove arrivano quotidianamente le immagini delle aree di guerra sorvegliate dagli Stati Uniti. I video in questione sono stati trovati sui computer portatili di alcuni gruppi terroristi già nel luglio scorso. Quella dei droni è una tecnologia considerata tra le più avanzate sul campo di battaglia, le telecamere dei minuscoli caccia sono in grado di inviare anche 10 video contemporaneamente alle basi militari. Non è ancora chiaro se gli ufficiali americani siano riusciti a risolvere il problema, che dimostra ancora una volta il ruolo di gruppi estremisti che operano dalla Repubblica Islamica.

Un colpo durissimo per l’immagine della missione che da mesi punta gran parte delle operazioni sui voli degli aerei senza pilota, che consentono attacchi "chirurgici" diminuendo il numero delle vittime civili. Lo stesso Barack Obama ha autorizzato l’aumento di questo tipo di operazioni subito dopo il suo insediamento, anche in alcune aree del Pakistan dove si nasconderebbero i terroristi di al Qaida. Sui droni si basa anche gran parte della nuova strategia decisa dalla Casa Bianca che ha già ordinato intere flotte (si parla di almeno 375 esemplari) di "Reaper", i nuovi aerei "telecomandati" di ultima generazione che costano tra i 10 e i 12 milioni di dollari ciascuno.



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Londra manda gli assegni in pensione

Corriere della Sera

Prima di scomparire saranno sostituiti da forme di pagamento più adeguate ai tempi




MILANO – Il 31 ottobre 2018 nel Regno Unito sarà l'ultimo giorno di validità dell'assegno cartaceo. È quanto deciso mercoledì dal comitato governativo del Payments Council britannico, secondo il quale il titolo di credito in questione sarebbe ormai inutilizzato nel Paese. Come spiegato da Paul Smee, amministratore del comitato, «nel ventunesimo secolo vi sono forme di pagamento più efficienti rispetto ai titoli cartacei, ed è il momento che l’economia nel suo complesso goda dei benefici che si avrebbero con la loro sostituzione». L’annuncio del prossimo pensionamento degli assegni vuole appunto essere un incoraggiamento e uno stimolo allo sviluppo di modalità di pagamento alternative più moderne e di più facile utilizzo, come carte di credito di nuova generazione o pagamenti via cellulare.

DECISIONE FINALE – Il comitato si premurerà di valutare annualmente le soluzioni che via via saranno proposte, e la decisione definitiva sarà presa nel 2016. Da qui ad allora, il Payments Council farà tutto quel che è necessario per accertare che effettivamente nessuno – né i privati, né le aziende – abbiano più la necessità di «staccare un assegno». Secondo Smee, «difficilmente i consumatori risentiranno del cambiamento», dal momento che la scadenza fissata dal comitato è decisamente lontana e ci sarà tutto il tempo per adeguarsi ai nuovi sistemi e abituarsi all’assenza dei vecchi titoli di credito cartacei, che nel Regno Unito hanno fatto la propria comparsa 350 anni fa.

CRITICHE
– Non sono mancate reazioni negative all’annuncio, che ha creato non poche perplessità soprattutto tra la popolazione più anziana. «È una decisione così egoista, presa da persone che evidentemente non hanno presente in che modo milioni di pensionati sono soliti gestire le proprie finanze», ha detto Dot Gibson, della National Pensioners Convention, ponendo inoltre l’accento sull’urgenza dell’identificazione di valide alternative all’assegno, al fine di evitare che ulteriori preoccupazioni, costi e incertezza economica vadano a pesare sulle spalle (e sui conti) di migliaia di anziani nel Paese, ossia sulla fascia di popolazione che più ancora si affida agli assegni per i propri pagamenti.

Alessandra Carboni
17 dicembre 2009






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Il Papa ha accettato le dimissioni del vescovo irlandese che coprì i pedofili

Quotidianonet

Donald Brendan Murray era stato duramente criticato nel recente rapporto della Commissione di inchiesta irlandese sulla gestione dei casi di pedofilia tra i sacerdoti da parte della diocesi di Dublino

Città del Vaticano, 17 dicembre 2009


Dopo lo scandalo dei preti pedofili rilevato dai rapporti Ryan e Murphy, si è dimesso il vescovo irlandese Donald Brendan Murray. Il Papa - rende noto oggi la sala stampa della Santa Sede - ha accettato le sue dimissioni dopo il vertice della scorsa settimana con i vertici della Conferenza episcopale irlandese.

Murray, attuale vescovo di Limerick, era stato duramente criticato nel recente rapporto della Commissione di inchiesta irlandese sulla gestione dei casi di pedofilia tra i sacerdoti da parte della diocesi di Dublino, dove egli era vescovo ausiliare.

Il rapporto Murphy accusa il presule di aver reagito in modo “imperdonabile” (“inexcusable”), insabbiando le informazioni relative ad alcuni preti pedofili, anche quando essi venivano sposatati da una parrocchia all’altra.




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Le intercettazioni del «boss» Prosperini «Questo va castigato», «Decido io»

Corriere della Sera

Ricostruiti i debiti dell'assessore regionale al Turismo: centinaia di migliaia di euro, coperti «gonfiando» i costi 
 



Pier Gianni Prosperini (Fotogramma)
Pier Gianni Prosperini (Fotogramma)
MILANO - L'assessore regionale al Turismo della Lombardia, Pier Gianni Prosperini, arrestato mercoledì sera mentre era al telefono in diretta tv (e negava tutto), era chiamato «il boss» dai suoi accoliti, come scrive il gip Andrea Ghinetti nell'ordinanza che lo ha portato in carcere. Per spiegare le esigenze di custodia cautelare in carcere il giudice ricorda che Prosperini è «il boss, come viene talvolta chiamato dai suoi accoliti, cui spetta certamente l'ultima parola sull'attività dell'assessorato e l'impiego dei fondi». L'assessore è accusato di aver ricevuto 230mila euro tramite un meccanismo di sovrafatturazione in relazione a programmi televisivi a cui partecipava per attività istituzionale.

«NON VA IN ONDA NIENTE SE NON CI SONO IO» - Un'attività «in cui spesso e volentieri appariva personalmente, che gestiva in prima persona, decidendone financo i contenuti». «Sintomatica», ad avviso del Gip Andrea Ghinetti, una conversazione telefonica intercettata dell'8 aprile 2008, in cui Prosperini «dispone testualmente a una dipendente di Odeon Tv»: «Ecco, sappiate che non desidero che vada più niente in onda se non c'è la mia presentazione... perché a ottobre si vota e... l'opportunità sono io che la giudico, e dico che è opportuno che il dottore (Prosperini parla di se stesso, ndr) ci sia sempre... se noi adesso facciamo una cosa, è per la campagna elettorale... non per far vedere la cosa bella!».


«QUESTO VA CASTIGATO» - In un'altra conversazione intercettata, Prosperini si lamenta della strategia difensiva del legale di Massimo Saini, un consulente anch'egli arrestato, e per questa ragione dice che Saini «va castigato». Nell'intercettazione, eseguita dagli uomini della Guardia di Finanza di Milano e riportata nell'ordinanza di custodia cautelare nei confronti dello stesso Prosperini, l'assessore si lamenta in quanto, secondo il gip, Andrea Ghinetti, «ha percepito chiaramente la volontà di non voler far fronte comune contro il "nemico" (il riferimento è agli inquirenti, e per questo, a proposito di Saini, «non voglio avere a che fare con lui dal punto di vista lavorativo! I deboli... per sopravvivere sono capaci di uccidere anche i propri figli... e questo quindi va castigato...». Secondo il gip, Prosperini in questo modo manifesta «la sua pretesa di sapere immediatamente qualunque elemento che lo riguardasse» ed esplicita «la necessità di concertare tra indagati, un versione difensiva comune».

BIT, LO SPOT DA 100 MILA EURO - Nella ricostruzione dei pm Massimo Storari e Alfredo Robledo, poi avallata dal gip che ha disposto il carcere per Prosperini, l'assessore al turismo lombardo «aveva maturato con l'emittente televisiva locale Telelombardia un debito (non riconducibile alla Regione) di circa 100mila euro e l'espediente che veniva escogitato dal Saini (Massimo, anch'egli arrestato), in concorso con il direttore vicario dell'assessorato al Turismo Lambicchi Roberto, era quello di affidare a Telelombardia l'incarico di pubblicizzare la fiera Bit 2008... con alcuni spot e uno speciale in cui costo complessivo, ammontante a euro 152mila, era stato gonfiato al fine di comprendere anche il debito pregresso dell'assessore».

Per quanto riguarda, invece, Telecity «nei cui confronti Prosperini vantava altro debito personale a circa 100mila euro», dalle conversazioni intercettate sull'utenza di Saini «è emerso che in favore di tale emittente era stata commissionata una serie di 30 trasmissioni telematiche, della durata di 24 minuti ciascuna, che venivano messe in onda nel 2008: il costo stanziato per tale iniziativa, pari a circa 240mila euro per tutto il 2008, è risultato anch'esso appositamente gonfiato, in maniera tale da ricomprendere anche il pregresso debito personale dell'assessore».

LE PERPLESSITA' DI FORMIGONI - Venerdì la giunta lombarda riferirà in Consiglio regionale sulla questione Prosperini. Intanto il governatore della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, manifesta qualche perplessità. «Almeno per le carte che conosco, l’arresto di Prosperini non mi pare sufficientemente motivato», ha dichiarato Formigoni. «Tutti conoscono Prosperini. Se c’è una persona che appare limpida e trasparente, che ha la passione della politica, e che ci mette del suo, è proprio Prosperini. Non credo che sarà facile per i magistrati dimostrare la sua colpevolezza. Com’è noto è il magistrato inquirente che deve dimostrare la colpevolezza dell’indagato, e non viceversa. Prosperini come tutti gli indagati è e resta innocente fino a dimostrazione del contrario. E’ giusto che la magistratura compia il suo corso, ma mi auguro che sia molto rapido, perché il momento è delicato».


17 dicembre 2009




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Milingo, dopo la scomunica è stato ridotto allo stato laicale

Corriere della Sera


Per impedirgli di continuare a compiere nuovi «gravi delitti» come l'ordinazione di nuovi sacerdoti o vescovi


Emmanuel Milingo (Reuters)
Emmanuel Milingo (Reuters)
CITTÀ DEL VATICANO - Scomunicato, non più vescovo e ora nemmeno più prete. Il Vaticano ha deciso di sospendere Emmanuel Milingo dallo stato clericale per impedirgli di continuare a compiere nuovi «gravi delitti», come l'ordinazione di nuovi sacerdoti o vescovi, e di ridurlo quindi allo stato laicale. Ne ha dato notizia il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, precisando che il decreto di «dimissione dallo stato laicale di Emmanuel Milingo» è stato notificato al diretto interessato dal nunzio apostolico in Zambia, mons. Girasoli. Il vescovo esorcista di Lusaka, sospeso a divinis dopo il matrimonio del 2001 con Maria Sung e già incorso nella scomunicalatae sententiae nel 2006,- aveva continuato infatti a ordinare vescovi senza il premesso del Papa.

 
17 dicembre 2009





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In fuga dal velo, e dalla famiglia

Corriere Fiorentino


Prato, il caso di Amina denunciato dal preside del Cicognini: dava segni di disagio.

La minaccia: ti riporto in Marocco, sposerai un 60enne

 



PRATO — Il padre Mohamed la obbligava a indossare il velo islamico, le impediva di uscire con le amiche e di guardare la tv. La accusava di essere una «catti­va musulmana» e, in caso di di­sobbedienza, minacciava di ri­portarla in Marocco, dove le avrebbe fatto sposare un sessan­tenne. Ma Amina (il nome è di fantasia), nata e cresciuta a Prato assieme ai suoi tre fratelli, vole­va vivere e vestire come le com­pagne di classe.

Così, agli inizi del 2008, di fronte all’ennesima sfuriata del genitore, che aveva scoperto sul suo telefonino una foto senza il velo islamico, ha de­ciso di scappare di casa e rifugiar­si da un’amica. Aveva sedici an­ni, oggi è maggiorenne ma ha an­cora paura del padre, che è finito sotto processo con l’accusa di maltrattamenti. Secondo il rac­conto della giovane, il genitore sarebbe andato su tutte le furie e l’avrebbe picchiata dopo aver vi­sto una sua foto col viso scoper­to e i capelli sciolti.

IL PROCESSO - A denunciare Mohamed, il 12 febbraio 2008, pochi giorni dopo la fuga di Ami­na, è stato Luigi Nespoli, preside del liceo classico Cicognini, che martedì è stato chiamato a testi­moniare davanti al giudice Ales­sandro Moneti. Nespoli aveva già presentato un esposto alla magistratura nel 2007, dopo che la ragazza aveva chiesto di essere esonerata tem­poraneamente dalle lezioni di educazione fisica per problemi respiratori, in quanto il fratellino le aveva dato un forte colpo al petto.

Una giustificazione alla quale il preside del Cicognini non aveva creduto. «Ho immagi­nato — racconta — che l’alunna potesse essere stata picchiata dal padre e mi sono attivato presso la procura affinché fosse verifica­ta la situazione familiare. Sapevo che il genitore la obbligava ad an­dare a pregare in moschea e le proibiva ogni svago, me lo disse lei stessa il primo anno di ginna­sio, comunicandomi di non po­ter partecipare alla gita scolasti­ca perché il padre non la autoriz­zava. Così decisi di scrivere alla famiglia per spiegare che la gita faceva parte del programma di­dattico».

«Se mi fossi reso conto che la ragazza tollerava il velo imposto dal padre — aggiunge Nespoli— non sarei intervenuto. Ma lei da­va crescenti segni di disagio. Quando potevo e se rientrava nel mio ruolo educativo, cercavo di intercedere con la famiglia». In prima liceo Amina è riusci­ta ad ottenere dal padre l’esone­ro dalla preghiera in moschea, perché ne avrebbe risentito il suo rendimento scolastico.

LA FUGA - Ma le piccole conquiste si sono infran­te davanti a quell’immagine che la ritraeva senza il velo, assieme alle compagne di classe, come una di loro. Dinanzi al pericolo di tornare in Marocco ed essere data in moglie ad un musulma­no di 60 anni, ha preferito scap­pare. Per alcune settimane è sta­ta ospitata da un’amica, poi, quando Nespoli ha avvertito i ser­vizi sociali, Amina ha raccontato la sua storia di vessazioni e divie­ti, la paura del padre violento e, più di tutti, il terrore di un matri­monio imposto come punizione per «rieducarla» alla religione musulmana.

E per lei si sono aperte le porte di una casa protet­ta dell’Istituto Santa Rita, che a Prato ospita circa 120 ragazzi con situazioni di disagio familia­re. Adesso Amina è più serena, può uscire con le amiche e vede­re le fiction in tv, un’assistente sociale la accompagna a scuola e quando lo desidera va a trovare la sua famiglia. Ma di tornare a casa non ha affatto voglia. Le mancano i suoi fratelli, soprattut­to i due più piccoli che accudiva regolarmente, ma non si fida del padre, non crede che lui sia cam­biato come dice. Mohamed, che a gennaio sarà sentito dal giudi­ce Moneti, avrebbe assicurato al­la figlia che non la costringerà a portare il velo se torna a casa. Ma Amina ha paura, adesso pensa so­lo agli esami di maturità, vuole tenere lontano l’incubo di un ma­trimonio indesiderato.

Agata Finocchiaro
17 dicembre 2009



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Deputati, 47 i casi di incompatibilità

Corriere della Sera

Riguardano parlamentari che hanno anche incarichi in consigli regionali o che sono sindaci di grossi comuni

 

ROMA - Il Comitato per le incompatibilità della Giunta per le elezioni della Camera ha accertato, nei primi due anni di attività, 47 casi di doppi incarichi svolti da deputati, incompatibili con il mandato parlamentare. Lo ha reso noto il presidente della Giunta, Maurizio Migliavacca, tracciando un primo bilancio del lavoro condotto in questa prima parte di legislatura.

I CASI NON CONFORMI - Il Comitato alla data odierna, ha svolto 33 riunioni, nell'ambito delle quali ha proceduto all'audizione di 16 deputati - ha esaminato 122 cariche, concludendone l'esame per 112. Di queste 112 cariche, 100 sono state esaminate dalla Giunta plenaria, che ne ha dichiarato 47 incompatibili con il mandato parlamentare e 18 compatibili. Mentre per le rimanenti 35 cariche la Giunta si è limitata a prendere atto della cessazione dalla carica per dimissioni spontanee da parte dei deputati interessati. Delle 47 cariche dichiarate incompatibili nella corrente legislatura, 42 (36 nel 2008 e 6 nel 2009) consistevano in cariche regionali (consigliere regionale o assessore regionale) la cui incompatibilità è direttamente prevista dall'articolo 122, secondo comma, della Costituzione.


IL NODO DEI SINDACI - Altro tema sul quale il Comitato ha già concluso la propria istruttoria è quello riguardante la questione relativa alla compatibilità o meno con il mandato parlamentare delle cariche di sindaco di comune con popolazione superiore ai 20 mila abitanti o di presidente di provincia, ove assunte successivamente all'elezione a deputato (dal momento che le stesse cariche costituiscono invece causa di ineleggibilità ove ricoperte già al momento della candidatura).

«Dopo una approfondita ed articolata istruttoria - ha riferito Migliavacca - è emerso l'orientamento maggioritario favorevole all'accertamento della compatibilità, secondo un indirizzo inaugurato dalla Giunta nella XIV legislatura e motivato con il fatto che nell'ordinamento italiano è assente un'esplicita norma di legge che preveda l'incompatibilità.

Sulla questione la Giunta plenaria sarà chiamata a deliberare in una seduta che sarà convocata alla ripresa dei lavori parlamentari dopo la pausa natalizia. Infine, per quanto riguarda le ineleggibilità, tutte le cariche sono già state esaminate sotto tale profilo e solo per un deputato - che rivestiva la carica di sindaco di un comune con popolazione superiore a 20 mila abitanti al momento della candidatura - la Giunta ha deliberato la contestazione dell'elezione, fissando l'udienza pubblica per il 20 gennaio 2010».

17 dicembre 2009





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Ecco perché non vado ad Annozero

Antonio Polito


Ieri ho ricevuto il cortese invito della redazione di Annozero a partecipare alla puntata di domani dedicata ai fatti di Milano. Ho altrettanto gentilmente risposto di no. E la ragione è una sola: la presenza in quel programma di Marco Travaglio. Penso infatti sia giunta l'ora in cui anche chi di noi non ha fatto del moralismo una professione debba cominciare a sollevare qualche pregiudiziale morale. E io ne ho molte nei confronti di Travaglio.


La prima è che si tratta di un sedicente combattente per la libertà di infomazione che sta facendo una campagna di stampa il cui obiettivo dichiarato è la chiusura di un giornale, quello che dirigo (lui pensa che sia possibile, abrogando solo per noi i contributi all'editoria). Trovo la cosa moralmente ributtante.

Del resto Travaglio è lo stesso cattivo maestro che, citando un suo sodale, ha scritto l'altro giorno sul blog di Grillo un elogio dell'odio: «Chi l'ha detto che non posso odiare un uomo politico? Chi l'ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto?». Con uno così non vorrei mai trovarmi nella stessa stanza.

Tutto ciò sempre ammesso che Travaglio sia davvero e ancora un giornalista, visto che si esercita ormai apertamente nella fiction, recitando da attore testi le cui fonti le sa solo lui, ma ciò nonostante la tv pubblica lo paga sempre come giornalista. Evitare ogni contatto è dunque anche questione di deontologia professionale. In più c'è un problema di civiltà; lui non è una persona civile, vive di insulti, come quello che ha rivolto ieri ai giornalisti di Speciale Tg1: «Chiunque ha avuto lo stomaco di vedere quella merda di trasmissione...».

Io non credo, come ha detto ieri Cicchitto a Montecitorio, che Travaglio sia un «terrorista mediatico», perché paura non ne fa a nessuno. Ma un parassita mediatico certamente lo è. E, per dirla con Togliatti, sarebbe bene che nessun destriero offrisse più a questa cimice ospitalità nella sua criniera.





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A Radio Radicale Il delirio di Vattimo: «Per fargli male doveva sparare»

di Redazione


L’edizione riveduta e aggiornata al fattaccio di piazza Duomo del «pensiero debole» di Gianni Vattimo va in onda sulle frequenze di Radio Radicale: «Sull’aggressione a Berlusconi penso quello che hanno già detto Rosy Bindi e Antonio Di Pietro: se in Italia c’è un clima esasperato è colpa del presidente del Consiglio che non si fa processare. Così si può anche spiegare che qualcuno prenda dei “Duomi” e li tiri in testa... (risatina, ndr)».

Ma l’intervista choc al filosofo dell’Italia dei Valori va avanti con altre «perle»: «Mi dispiace che gli abbiano tirato della roba sulla testa, dopo tutto è stato incauto... se quello avesse voluto fargli male veramente avrebbe dovuto sparare». Quindi l’interpretazione personalissima dei mandanti: «Il Giornale scrive che era tutto organizzato dalla sinistra cattiva, secondo me è stata la stessa mafia che lo sta sostenendo ad attaccarlo, mandando in piazza uno che l’ha colpito un po’ troppo duramente. Mi ricorda l’effetto che ha avuto l’11 settembre su Bush, che ha sfruttato molto bene la tragedia.

I deliri di Vattimo non potevano non contemplare una teoria del complotto mai sentita: «Era il momento in cui il premier aveva bisogno di solidarietà, è accaduto tutto in modo così provvidenziale, ora tutti si commuovono... Una botta in testa, se non muori, non deve fare così male: dopo un po’ passa...! (altra risatina, ndr)». La domanda cruciale: non sarebbe il caso di abbassare i toni? Risposta del (n)eurodeputato al servizio di Tonino l’incendiario: «Sono disposto ad abbassare i toni. Anzi, altro che clima di odio: gli italiani sono fin troppo pazienti con Berlusconi». Fine delle trasmissioni.




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Battisti, ok all'estradizione L'Alta Corte lega mani a Lula

Libero



 La Corte Suprema del Brasile ha ratificato la richiesta di estradizione di Cesare Battisti, che sfugge alla giustizia italiana da trent’anni, e ha limitato il potere di decisione del presidente brasiliano che deve decidere in ultima istanza sull’estradizione.

La Corte ha confermato la sua decisione del 18 novembre, quando l’estradizione era stata decisa da cinque magistrati contro quattro, aggiungendo che tocca al presidente del Brasile decidere in ultima istanza della sua applicazione. Il Capo di Stato brasiliano dovrà “rispettare l’accordo bilaterale d’estradizione firmato con l’Italia”



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Ciapa el camel» L'ex pugile anti-immigrati idolo su YouTube

Corriere della Sera



MILANO

Una vita a dare pugni. E a prenderne. L'ultimo gancio l'ha piazzato tre mesi fa sulla mascella dell'ex campione europeo dei supermassimi master Billy Aird, mandandolo al tappeto. Ora al tappeto c'è lui. Pier Gianni Prosperini, 63 anni, il gigante, uno e novanta di altezza, 140 di torace, 46 di piede. Il «dottore» come lo chiamano tutti e come ama definirsi quando parla di se stesso in terza persona.


Pier Gianni Prosperini (Emblema)

Il dermatologo che ha passato come uno tsunami un'infinità di schieramenti politici: ex liberale, poi democristiano, infine leghista, poi «transfuga» (anzi «traditur» come lo definiscono ancora oggi gli uomini di Alberto da Giussano) e anche aennino. Fino allo sbocco naturale (naturale?) nel Pdl. Al Pirellone, siede da anni con un record di preferenze: quasi ventimila. Il suo incarico attuale: assessore allo Sport della Regione Lombardia.

Ne ha combinate il Prospero nella sua vita. «Baluardo della Cristianità, Difensore della Fede, Flagello dei centri sociali, Eradicatore di no-global, Condottiero e Protettore del Nord», così si definisce nei suoi santini elettorali. Estremo, dissacrante, ingombrante, divertente.

Sicuramente «scorretto». Come quando dalle tv locali intonava il suo ritornello anti-immigrati. «Non rispetti le leggi e i valori italiani? Camel e barcheta e te turnet a cà». O anche: «Ciapum el camel, ciapum la barca, ciapum quel che voerun e turnen indrè». Una vera ossessione. Ma nel giro di pochi mesi i suoi filmati su YouTube sono diventati cult.

L'altra ossessione del dottore. Gli omosessuali. «Garrotiamoli... — disse in un'intervista a il Giornale riferendosi ai manifestanti di Roma che sbandieravano un fotomontaggio di Benedetto XVI con il dito alzato —. Ma non con la garrota di Francisco Franco. Alla maniera degli apache: cinghia bagnata, legata stretta attorno al cranio. Il sole asciuga il laccio umido, il cuoio si ritira, il cervello scoppia». Un putiferio. Richiesta di dimissioni immediate.

Dalla sinistra, e Prosperini se le aspettava, dal centro e Prosperini se l'aspettava, da Gianfranco Fini e questo Prosperini non se l'aspettava. Un vero choc che lo portò a una ritrattazione onirica in pieno stile prosperiniano: «Ho usato un'iperbole. Talmente iperbole che la garrota apache non esiste. C'è solo nei fumetti di Tex Willer. È come se avessi detto che chi ha manifestato a Roma contro il Papa deve essere punito dal soffio del drago».

Fatto sta che con quelle dichiarazioni il Prospero si è giocato le sue trasmissioni in tv. Da An è arrivato il veto assoluto. Ce n'è da raccontare del dottore. Lingua sciolta e mano veloce. Memorabile lo scontro con l'allora autista di Umberto Bossi, un altro gigante, Pino Babbini. Prosperini, nel '91, aveva appena dato il suo addio alla Lega Lombarda accettando di entrare nella giunta guidata dal migliorista Gianpiero Borghini e fondando la Lega Nuova. Bossi arriva in piazza San Babila accompagnato da Babbini.

Il racconto è dello stesso Prosperini: «Come mi vede, il bestione mi viene incontro e mi appioppa a freddo, la carogna, un gancio destro. Non mi sposta neanche il cappello. Gli salto addosso per spaccargli i denti quando vengo bloccato da un esercito di vigili urbani. Mi fanno: "Lasci stare, venga a prendere un caffè con noi"... Dico: "Lo uccido un attimo e arrivo". Macché, mi hanno impedito la polpettizzazione».

Gli va meglio qualche anno dopo, questa volta a Palazzo Marino, nell'era Albertini. Scena da Far West, del tipo la città è troppo piccola per tutti e due. Si fronteggiano il consigliere forzista Milko Pennisi e il gigante Prosperini. Per chiarirsi le idee escono dall'aula e si rintanano nell'ex sala matrimoni di Palazzo Marino. Cambio di scena. Aula. Pennisi chiede la parola tenendosi la guancia arrossata. «Prosperini mi ha dato un ceffone». Replica: «Il consigliere si è appoggiato con forza sulla mia mano». È ingombrante Prosperini. Sopra le righe. Ma una cosa amici e avversari gli riconoscono: non si è mai tirato indietro. Le ha prese e le ha date. Politicamente e fisicamente. Nelle aule della politica, in televisione e sul ring. Ora l'arbitro ha iniziato il conteggio. Ce la farà a rialzarsi?

Maurizio Giannattasio
17 dicembre 2009





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Usa, è malata di sesso dopo incidente d'auto


Los Angeles - E' questione di un attimo. Due anni fa un incidente stradale e la vita è cambiata per sempre, da allora è obbligata a convivere costantemente con un forte desiderio di sesso. È l’incredibile storia di Joleen Baughman, madre di due bambini, ripresa oggi dal Mirror. Nell’incidente due anni fa la donna ha riportato una lesione a un nervo del bacino che controlla il desiderio. Il risultato è che Joleen, 39 anni, prova eccitazione persino con i movimenti più impercettibili: seduta su un autobus o mentre cammina in una stanza, ad esempio. "È molto imbarazzante ed è impossibile concentrarsi", ha ammesso la donna. Joleen, originaria del New Mexico, soffre di una malattia che si chiama "Disturbo dell’eccitazione sessuale persistente". Purtroppo per lei, nemmeno avere frequentemente e con costanza rapporti sessuali con il marito Brian, che ha 20 anni, allevia i suoi sintomi.




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Caso Cucchi, indagati altri 3 medici del "Pertini"


Roma - Ci sono altri tre medici dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre scorso, sotto inchiesta da parte della procura di Roma per l'ipotesi di reato di omicidio colposo. I loro nominativi, secondo quanto si è appreso, stanno per essere iscritti nel registro degli indagati su iniziativa dei pubblici ministeri Vincenzo Barba e FrancescA Loy, titolari dell'inchiesta giudiziaria.

A questi sanitari gli inquirenti sono arrivati dopo un ulteriore esame della cartella clinica di Cucchi. Da quella documentazione è emerso che i tre hanno avuto a che fare con il detenuto nel reparto penitenziario del Sandro Pertini. Questi ulteriori indagati si aggiungono a tre colleghi dello stesso ospedale (a loro volta iscritti per omicidio colposo) ed a tre agenti della polizia penitenziaria in servizio nel tribunale di Roma (omicidio preterintenzionale).




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