mercoledì 16 dicembre 2009

Microsoft-Ue, finita la guerra dei browser

Corriere della sera


Scritto da: Federico Cella alle 14:59


Dopo 10 anni di mosse, contromosse, multe (per un totale di quasi 1,7 miliardi di euro) e dichiarazioni più o meno significative, è terminata oggi la lunga guerra tra Microsoft e la Ue. E' arrivato il sì definitivo dell'antitrust alle proposte del colosso informatico per mettere fine alla battaglia sui browser scatenata dalla prima denuncia dei norvegesi di Opera. Secondo la Ue, dopo un'iniziale scetticismo, visto che invece Microsoft si è realmente impegnata a garantire agli utenti Windows europei una scelta sui software di navigazione - e a consentire ai produttori di pc e agli utenti di disinstallare Internet Explorer -, il contenzioso dovrebbe essere giunto alla fine. "Milioni di consumatori europei potranno beneficiare della libertà di scelta sul tipo di browser per web da utilizzare: una sorta di regalo di Natale anticipato", ha detto oggi, un po' trionfalmente, il commissario alla Concorrenza Neelie Kroes.


In base quindi agli impegni presi
con la Commissione Ue, Microsoft includerà in tutte le versioni di Windows  una finestra popup che consentirà di scegliere tra diversi browser: si chiamerà "Choise Screen" e comparirà su tutti i pc che utilizzano i vari sistemi operativi di Redmond - da XP a 7 -, grazie agli aggiornamenti automatici anche dunque per i vecchi utenti, cioè quelli che hanno già un pc con Internet Explorer installato di default. Libertà di scelta, dunque, tra Firefox, Chrome, Opera, Safari e tutti gli altri. E Microsoft sotto la lente d'osservazione per i prossimi cinque anni perché l'impegno venga realmente mantenuto.



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Solo una statuetta? Non aspettiamo l'ora delle pistole

Quotidianonet


Pubblicato da Giovanni Morandi Mar, 15/12/2009 - 12:53




A Milano tutto succede prima che altrove, è sempre stato così, le speranze fioriscono prima, così come prima arrivano le avvisaglie delle crisi. Sarà perché è una città laboratorio, come la definisce il sindaco Moratti, ma è un laboratorio del bene e anche del male. Non accadde così anche alla fine degli Anni Sessanta, quando l’aria si riempì del fumo acre dei lacrimogeni e sembravano essere diventati quelli i nuovi sabati del villaggio per ragazzi inquieti ma amati, perché nostri figli? Finì con gli attentati, i gambizzati, le bombe alla Fiera e in piazza Fontana. Piazza Fontana è una piazza dall’atmosfera dolce, i giardinetti, vi si può vedere anche la Madonnina che brilla al sole, c’è la Banca dell’Agricoltura e vicino la Curia e la strada dove domenica è stato aggredito Berlusconi. Dopo quarant’anni, siamo ancora a parlare di Piazza Fontana e dintorni, nemmeno fosse un luogo maledetto.

A Milano le cose accadono prima e questa sperimentata capacità dovrebbe suggerire prudenza a quelli che non la prendono sul serio. Berlusconi è stato colpito con una statuetta del Duomo? Non drammatiziamo, era solo un povero matto. Solo un aggressore fai da te. Non fu definito così anche l’attentatore arabo, Mohammed Game, che in ottobre saltò in aria con una valigetta imbottita di esplosivo alla caserma Santa Barbara? Lo chiamarono il kamikaze fai da te, laddove quel fai da te stava per stupidone e quindi da non prendere sul serio. Poi le indagini hanno consentito di scoprire elenchi di personaggi da colpire tra cui Berlusconi, Maroni, Calderoli, Fini e Santanché. E il ministro dell’Interno ha accertato una rete che collega cellule islamiche e brigatisti rossi tra Milano, Torino, Bologna, Bergamo e Lecco. Nemmeno queste informazioni vanno prese sul serio? Ci dicano i tranquillizzanti di turno, o i tranquillanti, quand’è che possiamo cominciare a preoccuparci, e visto che a loro la statuetta pare poca cosa, ci dicano che cosa dobbiamo aspettare, che cosa, la pistola?




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Invalidità, per il giudice è colpa del telefonino

Il SecoloXIX


È la prima sentenza di un tribunale del lavoro che riconosce la malattia professionale ad un dirigente di un’azienda bresciana che, per dieci anni, ha lavorato utilizzando per ore e ore il cellullare e il cordless. L’uomo, Innocenzo Marcolini di 57 anni, è stato colpito da un tumore benigno al nervo trigemino. L’intervento chirurgico lo ha salvato ma le conseguenze sulla qualità della vita sono terribili. In parte ricompensato da questa sentenza di vittoria contro l’Inail che gli riconosce nella misura dell’80% la malattia professionale. Si tratta del primo giudice dunque che riconosce il nesso causale e il conseguente accertamento di invalidità da esposizione professionale.

Il percorso giudiziario lo racconta il biologo professor Angelo Levis, ordinario di mutagenesi presso l’Università di Padova, un’ autorità nel campo della ricerca sulle conseguenze delle onde elettromagnetiche sulla salute dell’uomo. Insieme a Giuseppe Grasso, neurochirurgo bresciano, è stato il perito che si è occupato di questa vicenda. Racconta di essere stato contattato tre anni fa da due persone, una dei Brescia e una di Cremona, con un lavoro molto simile a quello di Marcolini. Si occupavano di tenere relazioni con i clienti facendo largo uso di cordless e cellulari, e usando la mano destra per scrivere e l’orecchio sinistro per l’apparecchio telefonico.

«Il cremonese ha sviluppato un tumore maligno alla parotide, il bresciano un tumore benigno al trigemino coinvolgendo anche il ganglio. Il tumore insorge per ambedue i casi a sinistra». Levis racconta che la sua perizia formulata utilizzando dati da letteratura («molto allarmanti checché ne dicano certe ottimistiche indagini spesso finanziate dalle aziende telefoniche») si associa a quella del neurochirurgo che si è espresso sulla caratteristica dei vari interventi. Il perito del tribunale ha riconosciuto la validità dell’indagine e l’altro giorno, in appello, il giudice ha riconosciuto il rapporto causa effetto.

Ancora non si conoscono le motivazioni che verranno pubblicate fra venti giorni,. Anche la Cassazione deve esprimersi (ma non nel merito bensì sulla legittimità del processo), ma quel che è successo nelle aule del tribunale del lavoro di Brescia è clamoroso. «Partendo dal fatto che non esisteva letteratura in merito, il perito nominato dal tribunale ha sposato le tesi dei due periti affermando che è plausibile che ci sia una relazione tra la malattia e l’irradiazione subita». Conclude l’esperto - che tra l’altro ha fondato una associazione di promozione sociale che si chiama “Applelettrosmog”- «che casi di questo genere sono sempre più frequenti ma pochi sono i medici informati in tal senso».

Gli risponde a distanza l’epidemiologo dell’Ist di Genova Valerio Gennaro che ha accolto con entusiasmo la sentenza di Brescia. «In realtà noi epidemiologi siamo sempre meno. All’Ist di Genova ve ne sono cinque tutte precarie. Come se questo importantissimo lavoro di prevenzione non interessasse. Va da sè che non si tratta solo di raccogliere dati, ma anche di interpretarli e di capire per quale motivo la gente si ammala».

Un milione di casi di tumori cerebrali ogni anno nel mondo, precisa il professor Levis. «Calcoliamo che è una malattia che ha dieci anni di latenza, quindi solo ora cominciamo a essere in possesso dei primi dati relativi alle conseguenze di certi comportamenti. Fra non molto verremo a conoscenza degli effetti dell’abuso di telefonini da parte dei minori. Quelli che a otto anni avevano già il cellulare nello zaino. E temo che saranno dolori».




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Antartide, trovati intatti due panetti di burro dell'esploratore Scott

Quotidianonet

l freddo estremo della regione polare ha perfettamente conservato il burro destinato alla sfortunata spedizione del leggendario esploratore britannico. Scott, dopo aver constatato di esser stato battuto dal norvegese Amundsen nella corsa al Polo Sud, trovò la morte sulla via del ritorno


Wellington, 16 dicembre 2009


Sono stati ritrovati intatti a Cape Evans, in Antartide, due panetti di burro destinati alla sfortunata spedizione del leggendario esploratore britannico Robert Falcon Scott.

Il freddo estremo della regione polare ha preservato perfettamente conservato il burro nel rifugio che Scott utilizzò come campo base per la sua spedizione al Polo Sud, raggiunto il 17 gennaio 1912. Scott era accompagnato da altri quattro uomini che, dopo aver constatato di esser stati preceduti dal norvegese Roald Amundsen, trovarono la morte sulla via del ritorno.




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Libia, scomparso Al Megrahi: è l'attentatore di Lockerbie

Quotidianonet

L'ex agente libico, rilasciato dalla Scozia ad agosto per motivi umanitari, non si trova né a casa né in ospedale. Nella strage in Scozia, il 21 dicembre 1988, persero la vita 270 persone

Roma, 16 dicembre 2009


Non si hanno più notizie dell’ex agente libico Abdel Baset al-Megrahi, unico condannato per l’attentato di Lockerbie,rientrato in Libia dalla Scozia lo scorso agosto.
Scrive oggi il quotidiano britannico Times, che ha inviato in Libia dei giornalisti, che l’uomo “non è raggiungibile né a casa né in ospedale”.

Il Times ricorda che in base agli accordi per il suo rilascio, deciso per le pessime condizioni di salute di al Megrahi, quest’ultimo non poteva cambiare indirizzo né lasciare Tripoli, e doveva restare in contatto regolare con le autorità dell’East Renfrewshire Council. Una persona che ha risposto al telefono della sua abitazione ha riferito che l’ex agente “è troppo malato per rispondere”.

L’ex agente libico era stato condannato per l’attentato all’aereo della Pan Am, esploso in volo sui cieli di Lockerbie, in Scozia, il 21 dicembre 1988. Persero la vita le 270 persone a bordo, in gran parte cittadini americani. Il governo scozzese ha deciso di liberarlo per consentirgli di morire a casa. All’epoca della scarcerazione, tra le polemiche dei familiari delle vittime, i medici dissero che l’uomo avrebbe vissuto al massimo altri tre mesi.





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Sbarre vietate nel carcere paradiso di Pianosa

Corriere della Sera

Marocchini, senegalesi e italiani: sono i detenuti della prigione-modello più soft d'Italia



ISOLA DI PIANOSA - Sono le otto del mattino. Silenzio assoluto, brezza di grecale, solo il rumore della risacca nel paese disabitato in mezzo al mare. Rosario Rapicavoli, catanese cresciuto a Milano, ha 34 anni. Fra tre mesi uscirà dal carcere, ha finito di scontare 17 anni («ridotti a 11 con l’indulto e perché è caduta l’accusa di associazione di stampo mafioso»).

Sta montando un’impalcatura davanti a una vecchia casa. Con lui Mustafà, 45 anni, marocchino; Hugo, 47 anni, sudamericano grande e grosso. Dirige i lavori il senegalese Ndiaje, 47 anni, fisico asciutto e due bambine («Una in Senegal, l’altra in Francia»). Quella casa la ristruttureranno loro, quattro dei sette detenuti che vivono liberi nel paradiso terrestre di Pianosa.


A trecento metri, nel bar-ristorante della cooperativa “San Giacomo”, l’unico dell’isola, Luca, 40 anni viareggino, è dietro ai fornelli. Deve scontare tre anni. E’ il cuoco, sta preparando il pranzo. Angelo, 34 anni pugliese, apparecchia i tavoli: fa il cameriere e serve al bar. Lui deve scontare quattro anni. Alle 11 arriverà la barca dei turisti per la visita a uno dei sette gioielli del parco dell’arcipelago toscano. Massimo 250 persone, dalle 11 alle 17, sempre accompagnate dalle guide.

Quest’isola è parco assoluto: divieto di pesca, immersione, ancoraggio, sosta, accesso e navigazione. Non si può fare il bagno (eccetto che a Cala San Giovanni, vicina al porto: duecento metri di spiaggia bianca e acqua trasparente). Non si può pernottare se non autorizzati, inesistenti le strutture alberghiere.

Il macedone Miki, 47 anni, (17 dei quali passati nel carcere di Porto Azzurro) è in silenzio davanti al mare. Sta seguendo gli archeologi della Sovrintendenza della Toscana che stanno riportando alla luce due scheletri: un adulto e un bambino («Forse romani, ce lo dirà l’esame al carbonio» dice una ricercatrice dell’Università di Pisa). Miki li aiuta, quando non è con le briglie in mano a portare in giro per l’isola i turisti con la carrozza trainata dai cavalli.

«Sono i bambini che ti ammazzano» dice lui che a febbraio tornerà uomo libero. «Ti fanno delle domande dure come pugni. I grandi girano intorno, non ti chiedono mai cosa hai fatto. Una bambina di 5 anni mi ha detto: ‘Perché sei in prigione?’. Le ho risposto: ‘Ho fatto cose gravi’. E lei: “Gravi gravi?’. Sono rimasto in silenzio. ‘Amore mio, cosa vuoi sapere? Sì, molto gravi. Non puoi immaginarti quanto. Rispetta gli altri e cerca di non sbagliare nella vita, come ho fatto io».

Miki, Rosario, Luca, Angelo, Mustafà, Hugo e Ndiaje sono i sette detenuti del carcere aperto di Pianosa. Un luogo fuori dal mondo. Un paese fantasma dove il tempo è scandito dai rintocchi della campana della chiesa di San Gaudenzio, affrescata agli inizi del ‘900 da un ergastolano che disegnò gli angeli con i volti dei bambini del paese. «I detenuti di Pianosa sono un caso unico in Italia – dice Sandro, assistente capo, 41 anni, uno dei due agenti dell’isola – sono in regime di articolo 21, una sorta di semilibertà: lavorano per 7 ore, poi possono tornare al Sembolello (vi fu rinchiuso anche Sandro Pertini il 13 novembre 1931).

Si fanno da mangiare, hanno il cellulare. La sera devono rientrare entro le 22.00. Vivono senza sbarre in camere singole». Il Sembolello è una prigione che non c’è: la chiave è nella toppa della porta d’ingresso. Cucina grande, sale comuni, stanze aperte con bagno: più un albergo che un carcere. Chi arriva qui è stato scelto dalla direzione del penitenziario di Porto Azzurro dell’Elba per «ottimo comportamento e attitudine al lavoro» dice il direttore Carlo Mazzerbo. «Io credo al progetto del carcere aperto. Il nostro obiettivo è aumentare il numero dei detenuti sull’isola.

Ci sono da ristrutturare immobili, gestire le strutture esistenti, lavorare la terra. Potremmo aprirla al turismo tutto l’anno. Potremmo sistemare 50-60 posti letto a costo zero». Idee condivise del direttore del parco, Mario Tozzi: «Sono d’accordo: 50-60 detenuti in articolo 21 sarebbero un numero ottimale. Quello cui sono fortemente contrario è il ritorno del 41 bis (il carcere duro per i mafiosi ndr). Sarebbe come mettere un penitenziario dentro gli Uffizi. Sono pronto a incatenarmi per questo».

Tozzi si stava incatenando il 5 novembre scorso. Per una notte il supercarcere è tornato a Pianosa. Il ministro della Giustizia Alfano e quello dell’Interno Maroni annunciarono: «Riporteremo i mafiosi a Pianosa e l’Asinara». Immediate le repliche del ministro dei Trasporti, il toscano Matteoli, e dell’Ambiente Prestigiacomo: «Assolutamente contrari. Sono due gioielli della natura da valorizzare». Si è rischiato lo scontro. Dopo il direttore del parco, si mobilitarono in tanti: i comuni dell’Elba, la regione Toscana, Wwf e Legambiente. Il giorno dopo la retromarcia di Alfano: «Non riaprirà il supercarcere». Ma l’ombra del 41bis continua a minacciare l’isola.

Il carcere dà e toglie la vita a Pianosa. Era il 1858 quando Leopoldo II d’Austria, granduca di Toscana, fondò la prima “colonia agricola-penale”. Dopo gli uomini delle caverne del Neolitico, dopo i romani (nella villa di Agrippa ci sono i resti dell’anfiteatro da 200 posti sul mare), dopo i primi cristiani in fuga intorno al III-IV secolo dalle persecuzioni di Diocleziano (sull’isola c’è un sistema di catacombe su due livelli, con 700 sepolture già scavate), dopo i pirati del feroce Dragut (1553) e dopo Napoleone, arrivarono i condannati destinati al lavoro dei campi.

Colonia modello, auto-sussistente: animali, frutteto, orto, agricoltura e pastorizia. «Negli anni 1960-70 eravamo duemila tra detenuti e civili, un’economia perfetta – dice Carlo Barellini, l’unico residente dell’isola, nato qui con cinque fratelli 59 anni fa, nonno e padre agenti penitenziari – Poi arrivò il terremoto». Il terremoto fu il supercarcere: prima verso la fine degli anni ’70 vi vennero trasferiti i brigatisti, poi i mafiosi in regime di carcere duro (tra i tanti, Pippo Calò, Nitto Santapaola, Michele Greco, Giovanni Brusca, Nino Mangano e i fratelli Graviano).

Fu creato un muro di un chilometro alto oltre dieci metri per dividere la zona dei carcerati da quella dei civili. L’isola si riempì di mafiosi (circa 800) e di poliziotti, carabinieri, pilotine ed elicotteri che presidiavano 24 ore su 24. Il supercarcere fu chiuso nell’agosto del ‘98 (c’è chi dice perché gestirlo costava troppo, chi perché era stato creato il parco e chi invece per le pressioni della mafia). L’isola si svuotò. Nel 1996 intanto era stato istituito il parco. Pianosa cambiò pelle: le case rimasero in piedi ma disabitate. Chiuse tutto: ufficio postale, biglietteria dei traghetti, negozio di alimentari. Via tutti, animali compresi: oggi anche i cani e i gatti sono scomparsi.


L’obiettivo del Parco è di valorizzare la natura e preservare Pianosa da ogni insediamento. «Chi vuole riaprirla – dice Tozzi – nasconde speculazioni. Sa in quanti hanno provato a farci complessi turistici? Siamo noi ad aver riaperto l’isola: ogni giorno 250 turisti per i tre mesi estivi. Se poi ci sono cento residenti di Campo dell’Elba che vengono ad abitare qui che problema c’è?». Sembra lo stesso sogno dell’Associazione per la difesa dell’isola di Pianosa onlus (650 iscritti). Ovvero «rivedere un giorno i panni stesi, i gerani nei vasi e i bambini che giocano in strada. Pianosa è sempre stata abitata e deve tornare a esserlo» dice Giuseppe Mazzei Braschi, il presidente.

Tutti vogliono avere l’ultima parola sull’isola. Il ministero della Giustizia (da cui dipendono le strutture carcerarie), il ministero dell’Ambiente (da cui dipende l’Ente Parco), l’agenzia del Demanio (proprietaria degli edifici dell’isola), la regione Toscana, la provincia di Livorno, il comune di Campo dell’Elba (di cui Pianosa è una frazione) e anche il Vaticano (che ha giurisdizione, oltre che sulla chiesa, sulle catacombe di cui Barellini è il custode). In attesa di decisioni, il microcosmo di Pianosa va avanti nella quotidianità sonnolenta e irreale dell’isola che non c’è: nei due-tre mesi estivi gli orari della giornata sono scanditi dai turisti. Quando arriva il freddo le presenze umane si diradano. Sono rimasti anche in tre d’inverno su un’isola di 10 km quadrati: due detenuti e una guardia. «Per l’ultimo dell’anno – dice Sandro, l’agente penitenziario – ho fatto un dolce a casa e l’ho mangiato con i detenuti al Sembolello. Abbiamo brindato insieme al nuovo anno».



Iacopo Gori




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Caserta, maxi operazione: 6 arresti nel clan Casalesi Preso l'attore di Gomorra

Caserta - E' il nipote di uno degli ergastolani del processo Spartacus, ed era stato già stato arrestato per estorsioni in passato: Giovanni Venosa è l’attore di Gomorra, ritenuto affiliato ai Casalesi e arrestato dai carabinieri di Mondragone, nel Casertano, in una operazione antiracket che ha portato a sei arresti. Il camorrista, ritenuto capo di una fazione del clan, era stato già arrestato il 3 gennaio scorso e, per la sua pericolosità sociale, era stato chiuso in una casa di lavoro a San Giuliano Saliceta, in provincia di Modena. Da qui, tuttavia, aveva continuato a gestire gli "affari", e a imporre il pizzo. 

Arrestato l'attore di Gomorra Sullo schermo Venosa ha interpretato il boss che condanna a morte i due ragazzini troppo intraprendenti che volevano diventare camorristi senza prendere ordini da lui. Nella realtà il gruppo guidato da Venosa opera nella zona di Castel Volturno, spesso in contrasto con i camorristi legati a Francesco Bidognetti. Dal modenese, attraverso i propri affiliati o anche direttamente - quando gli erano concessi dei permessi - continuava a minacciare gli imprenditori e i commercianti della sua zona, imponendo il pizzo, anche sotto la minaccia delle armi. 

I reati contestati Gli inquirenti contestano all’attore del film tratto dal libro di Roberto Saviano una decina di estorsioni: episodi che risalgono al periodo compreso tra la scorsa Pasqua e Ferragosto. Venosa è nipote di uno degli elementi di primo piano della camorra casertana: Luigi, detto ’cocchierè, boss che tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 si contrapponeva a Francesco Schiavone, noto come "Sandokan" e a Francesco Bidognetti. 

Si tratta di uno dei Casalesi condannati all’ergastolo nell’ambito del processo Spartacus, e in attesa della sentenza della Cassazione. Secondo gli investigatori, il nipote agiva invece con il proprio gruppo autonomamente rispetto alla più agguerrita fazione dei bidognettiani, riuscendo anche ad evitare il conflitto con l’ala stragista dei Casalesi, guidata da Giuseppe Setola, prima dell’arresto di quest’ultimo. 

Gli arrestati nel blitz Tra i sei arrestati c’è anche Vincenzo Cirillo, di 31 anni, fratello di Alessandro, uno dei componenti del gruppo di fuoco di Giuseppe Setola, arrestato insieme con Oreste Spagnuolo e Giovanni Letizia, dopo la strage di Castel Volturno nella quale furono uccisi sei immigrati africani. Prima di Venosa, già altri due attori di Gomorra sono finiti in manette: Salvatore Fabbricino, boss di ’Scampià nel film, accusato da un pentito di spaccio di droga proprio nel quartiere delle Vele; e Bernardino Terracciano, boss della camorra, nel film come nella realtà.




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Milano, arrestato Prosperini

Corriere della Sera

in manette anche il proprietario di odeon tv, raimondo lagostena bassi.
L'assessore regionale allo sport e al turismo della Lombardia accusato di corruzione e turbativa d'asta.

Prosperini con La Russa (Ansa)

MILANO - L'assessore regionale allo sport e al turismo della Lombardia, Piergianni Prosperini del Pdl, è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta sugli appalti relativi al marketing del turismo in Lombardia condotta dal pm Alfredo Robledo.

ACCUSE DI CORRUZIONE E TURBATIVA D'ASTA - Stando a quanto si apprende negli ambienti giudiziari l'assessore della regione Lombardia Piergianni Prosperini è accusato di corruzione e turbativa d'asta nell'ambito di appalti a società che hanno gestito la pubblicità televisiva per la regione Lombardia.

MANETTE PER IL PROPRIETARIO DI ODEON TV - Oltre a Pier Gianni Prosperini la Guardia di Finanza ha arrestato anche il proprietario di Odeon Tv, Raimondo Lagostena Bassi nell'ambito della stessa inchiesta sul marketing del turismo in Lombardia. Le accuse, a vario titolo, sono di turbativa d'asta, corruzione e truffa. La vicenda riguarderebbe pubblicità mandata in onda su Odeon Tv.

FORMIGONI - Immediato il commento alla notizia dell'arresto di Prosperini da parte del vertice della giunta regionale lombarda. «Sono certo che Pier Gianni Prosperini saprà dimostrare la sua estraneità e la sua innocenza, di cui non ho motivo di dubitare. E confido che la giustizia, a cui va lasciato compiere il suo corso, saprà arrivare a conclusioni certe in un tempo molto rapido» scrive in una nota il presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni.



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Pacco bomba, paura alla Bocconi Rivendicazione anarchica

Corriere della Sera

Ordigno collocato nel tunnel di collegamento con via Sarfatti, l'esplosione solo parziale alle 3 di notte

L'università Bocconi (Emblema)
L'università Bocconi (Emblema)
MILANO - Un pacco contenente un ordigno è stato trovato mercoledì mattina, parzialmente esploso, all’università Bocconi a Milano. Il pacco bomba conteneva dell'esplosivo (due chili di dinamite secondo il volantino, ma è da verificare) collegato a un timer, e si trovava in un'intercapedine tra uno sgabuzzino e un corridoio sotterraneo. Alle 3 della notte tra martedì e mercoledì l’ordigno è esploso, ma solo in parte, a quanto pare per un difetto del congegno elettronico. La rivendicazione è arrivata alle 13 di mercoledì con una telefonata anonima e un volantino al quotidiano «Libero». La firma è della «Federazione Anarchica Informale», che in passato aveva firmato altri pacchi bomba, nell’ambito di azioni dimostrative tese a non colpire le persone. La Procura ha aperto un'inchiesta e attende l’informativa della Digos di ricostruzione dei fatti e che con ogni probabilità arriverà giovedì mattina sul tavolo del procuratore aggiunto Armando Spataro.

NEL MIRINO I CENTRI PER IMMIGRATI - Il volantino reca le firme «Sorelle in armi - Nucleo Mauricio Morales/Fai» ed è intitolato «Operazione Eat the Rich - Fuoco ai Cie». Si conclude con la minaccia: «Chiudere subito i centri di identificazione ed espulsione o inizierà a scorrere il sangue dei padroni». La stessa firma «Federazione Anarchica informale» è apparsa martedì su una busta contenente un portafoglio imbottito di polvere esplosiva, deflagrato sulla scrivania del direttore del Cie (Centro di identificazione ed espulsione) di Gradisca d'Isonzo (Gorizia). Tra gli obiettivi indicati nella rivendicazione il Cie e strutture collegate. La busta, gialla e di 25 centimetri per 15, aveva dei francobolli, ma era priva del timbro postale, l'indirizzo era scritto a macchina. La polvere esplosiva era del tipo usato per i petardi e l'innesco era elettrico. La deflagrazione se il direttore del Cie, Luigi Del Ciello, non fosse stato pronto di riflessi gettando la busta sulla scrivania, avrebbe potuto fare anche molto male, se ad esempio fosse avvenuta vicino al viso.

L'ALLARME NELLA NOTTE - Secondo quanto riferito dall'università, non ci sono stati danni a cose o persone e lo scoppio, che ha causato la caduta di qualche calcinaccio, è avvenuto nel tunnel tra via Sarfatti e via Bocconi, che di notte viene chiuso. Ad avvertire la polizia intorno alle 3.15 di notte è stato il custode della Bocconi, dopo aver sentito un violento colpo. Nel primo sopralluogo compiuto dagli agenti delle Volanti si è pensato ad un corto circuito, ma la successiva analisi compiuta dagli artificieri ha permesso di ritrovare parti di un tubo e di esplosivo non detonato. Mercoledì mattina il passaggio tra i due edifici è stato chiuso per qualche ora per consentire gli accertamenti degli artificieri, poi è stato riaperto è si è svolta regolarmente l'inaugurazione di «Bag», la nuova «Bocconi Art Gallery».





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Giallo su Google: sparite foto del premier ferito

di Redazione

A tre giorni dall’aggressione al premier sul motore di ricerca Google sono "sparite" le foto con il volto insanguinato. E' un vero e proprio giallo visto che non mancano invece le prese in giro. Maroni: "No a reati speciali per il web" . E tramonta l'ipotesi decreto


Roma - A tre giorni dall’aggressione al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sul motore di ricerca Google sono "sparite" le sue fotografie con il volto insanguinato. Infatti, se si fa una ricerca per "immaginì con le parole "Silvio Berlusconi Duomo" il premier appare sorridente, mentre si sistema la cravatta o con la bandana, ma non ferito dopo l’aggressione di domenica scorsa da parte di Massimo Tartaglia con una statuetta del Duomo. 

Le fotografie sparite Le foto del premier aggredito sono visibili nella sezione news e sono quelle che corredano gli articoli presenti. La musica non cambia se alla ricerca aggiungiamo nella ricerca il termine "aggredito" o "colpito". E' un vero e proprio giallo visto che non mancano invece le prese in giro. C’è il fotomontaggio con una falce e martello sulla fronte, quella in cui appare vestito da re con la corona e mentre viene soccorso dopo essere stato colto da un malore. Un vero e proprio mistero, visto che non succede lo stesso per il motore di ricerca Bing e per Yahoo. 

Basta scrivere "Silvio Berlusconi Duomo" che subito appaiono le immagini del premier tumefatto e sanguniate che hanno fatto il giro del mondo, oltre a quelle della statuetta usata per l’aggressione, anche lei misteriosamente sparita da Google. Se si digita "miniatura Duomo di Milano Berlusconi" sul motore di ricerca di Mountain View infatti non si vede infatti neanche l'arma usata da Tartaglia per colpire il premier.




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Tartaglia agli inquirenti: "Ho votato per Di Pietro" Il gip convalida l'arresto


Milano - La sua dichiarazione di voto, Massimo Tartaglia la pronuncia nella tarda serata di domenica scorsa, nel corso dell'interrogatorio cui il procuratore aggiunto Armando Spataro lo sottopone nei locali della Digos. Il 42enne imprenditore che poche ore prima in piazza Duomo ha scagliato un pesante souvenir del Duomo in faccia a Silvio Berlusconi dà al magistrato risposte a volte chiare, a volte confuse, e dà complessivamente la netta sensazione di non essere del tutto a posto mentalmente. Ma su un punto è netto, ed è quando racconta al magistrato come si è comportato l'ultima volta che è andato a votare. «Ho votato Antonio Di Pietro. Ho votato l'Italia dei Valori».

Tartaglia, insomma, non si limita - come riportato nei giorni scorsi dalla stampa - a manifestare una sua generica simpatia per l'opposizione e segnatamente per l'Idv. No, quella che compie nel corso dell'interrogatorio è una vera e propria rivelazione sul suo comportamento nel segreto della cabina elettorale. Un «endorsement», lo chiamerebbero gli inglesi. Insomma, i commenti «giustificazionisti» rilasciati da Antonio Di Pietro subito dopo l'aggressione al premier hanno avuto per beneficiario proprio un elettore dell'Italia del Valori.

La dichiarazione di Tartaglia arriva, nel corso dell'interrogatorio, senza che nessuno gli abbia fatto una domanda specifica. Nè a Spataro nè agli investigatori di polizia e carabinieri che assistono al faccia a faccia con Tartaglia interessa sapere per chi abbia votato l'indagato. Tant'è vero che quando Tartaglia fa la sua rivelazione, questa non viene neanche messa a verbale, non viene citata nel testo battuto al computer che al termine dell'interrogatorio verrà firmata dai presenti e allegata al fascicolo processuale. 

Ma tutto l'interrogatorio viene registrato in diretta. Ed è lì, nel nastro che contiene ogni parola pronunciata negli uffici della Digos, e destinato anch'esso a finire agli atti dell'indagine, che è ora contenuta anche la dichiarazione di voto. Irrilevante (probabilmente) per l'inchiesta, ma utile a ricostruire compiutamente la figura dell'autore della prima aggressione riuscita contro un capo del governo nella storia dell'Italia unita.

Proprio oggi sulla sorte di Tartaglia si è pronunciato il giudice preliminare Di Censo, che ha deciso di tenere in carcere il responsabile dell'aggressione al premier. Il procuratore aggiunto Armando Spataro ritiene che non solo la gravità del gesto ma anche la figura dell'indagato - ed in particolare la sua condizione di fanatismo ed esaltazione idelogica - rendano impensabile una sua liberazione a breve. Gli avvocati di Tartaglia avevano chiesto che al loro assistito vengano concessi almeno gli arresti domiciliari.




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Londra, filma edifici: arrestata italiana

Corriere della Sera


La disavventura di Simona Bonomo, 32 anni

 


Simona Bonomo, la studentessa fermata a Londra
Simona Bonomo, la studentessa fermata a Londra
LONDRA - Arrestata secondo le leggi anti-terrorismo, tenuta in cella per cinque ore e poi multata, semplicemente per aver filmato alcuni edifici. È successo a Simona Bonomo, 32 anni, un'italiana che a Londra frequenta un corso d'arte alla London Metropolitan University. Bonomo ha raccontato al quotidiano britannico The Guardian, di essere stata avvicinata da due «agenti di supporto», una sorta di poliziotti di quartiere, mentre il 19 novembre stava girando un piccolo filmato amatoriale nell'area di Paddington.

FERMATA - Quando gli agenti le hanno chiesto perché stava filmando e lei ha risposto loro «per divertimento», uno dei due ha ribattuto: «Ti piace guardare quegli edifici. Stai filmando per divertimento? Non ti credo». Quando la studentessa si è rifiutata di far vedere il filmato al poliziotto, questi ha incalzato: «Posso guardarlo comunque se voglio, se credo abbia a che fare con il terrorismo. Stai filmando un sito importante». Gli agenti hanno poi accusato Bonomo di comportarsi in maniera indisponente e, affermando che stava comunque andando in bicicletta in contromano, hanno minacciato di multarla.

Poi, dopo averla lasciata per qualche minuto, gli agenti sono tornati con rinforzi e, accusandola di essere aggressiva, l'hanno ammanettata e portata in centrale. Dopo cinque ore di reclusione, è stata rilasciata con una multa di 80 sterline per disturbo dell'ordine pubblico. Bonomo, che il giorno dopo è tornata sul posto per raccogliere le testimonianze di alcuni muratori che hanno assistito all'arresto, contesta la multa. Il filmato che contiene le testimonianze dei muratori sembra corroborare la sua versione dei fatti.


NON È UN CASO ISOLATO - Quello della 32enne italiana non è un caso isolato. Nell'ultimo mese diversi fotoreporter, turisti e fotografi amatoriali sono stati fermati per aver scattato fotografie a monumenti o edifici londinesi. Il quotidiano The Independent aveva avviato una campagna stampa per chiedere conto di questi interventi della polizia, segnalando i casi di persone fermati per essersi fermate a scattare innocenti foto turistiche e pubblicando anche una guida dettagliata ai diritti da far valere in questi casi (se e quando si è obbligati a dichiarare le generalità, con quali motivazioni può intervenire la polizia ecc) secondo le leggi britanniche. E proprio in questi giorni i responsabili hanno risposto dando istruzioni (e pubbliche assicurazioni) per evitare che i controlli di polizia,a cneh in base alle leggi antiterrorismo, violino i diritti dei cittadini britannici e dei turisti.




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Di Pietro nuovo Caronte L'opposizione all'inferno

Il Tempo


Il leader dell'Italia dei Valori vuole traghettare gli alleati di sinistra verso toni sempre più esasperati.
Ma ormai non lo segue nessuno.


«Omnia vincit amor», avrà pensato il Cavaliere dettando il suo messaggio sul web. Emulava il Virgilio delle Bucoliche, ma ci sarebbe voluto quello dell’Eneide o quello dantesco, l’inquilino vip dell’Antinferno. Perché si fa presto a dire che «dal male può nascere un bene», ma dentro e fuori Montecitorio è tutto un divampare di fuoco e fiamme.

Tra i satanassi e i diavoloni, di «incendiari travestiti da pompieri» intravisti da Bersani alla Camera ce ne sono almeno due: non solo quel Cicchitto impegnato a fare un falò di network e «terroristi mediatici» (e a lui si riferiva, prendendone le distanze, il segretario del Pd), ma anche e sopratutto Caronte Di Pietro, che in queste ore, roteando occhi di bragia, fatica come un leader dei dannati a traghettare sopra le sue acque tumultuose le anime in pena dell'opposizione.

Davanti a lui è tutto un defilarsi: hai visto mai che ti prendi un colpo di remi sulle natiche? Come Tonino comincia il suo intervento in Aula, se ne vanno quelli del centrodestra. Lui aspetta: «Per rispetto, non vorrei ferire le loro orecchie». E poi intona, con voce ombrosa, il suo canto ostile. Che non scaturisce, spiega, «dall'odio a Berlusconi, ma dall'amore per il nostro Paese». Ma il tono non è qui, virgiliano, catulliano o leopardiano, né semplicemente basso. Con rispetto istituzionale, certo, ma Tonino se ne impippa dei richiami dell'arbitro Napolitano.

C'è da giocare duro? Ecco l'entrata a gamba tesa: «Ci battiamo contro provvedimenti che offendono le nostre coscienze. Questo crea odio, questo arma la mano istigata da problemi di una maggioranza e di un governo che piegano il Parlamento a proprio uso». Ecco la gomitata in faccia all'avversario: «Al governo c'è una lobby piduista, e allora non si spacci per violenza la nostra opposizione». Qui vorrebbero nascondersi anche fra i banchi di sinistra.

Quando pronuncia la parola «solidarietà» non pensa al premier, bensì «alle persone condannate a morte da Cicchitto». Tanto perché i «toni» della politica vanno remixati a volumi sopportabili. Non bastasse, Carontonino ci mette il carico su "Twitter": «L'amore vince sull'odio? Vorrei fosse così, ma detto da un manipolo di golpisti che brandisce prima il bastone e tende poi la mano...». È una discesa senza ritorno, di cerchio in cerchio, verso l'incendio dell'ira, soffiando su venti che potrebbero accendere scintille nelle piazze, in Rete, nelle università.

Gli dà man forte, com'è ovvio, il sodale Donadi, che prima accusa di «ipocrisia» Casini, Bersani e Franceschini, sospetti di aver rinunciato al «nuovo fronte di liberazione nazionale contro Berlusconi», e poi crea di sana pianta un caso attribuendo a Tremonti una frase come «vorrei la morte di Di Pietro».

Ci vuole una nota del Tesoro per smentire, e spegnere quest'altro focolaio. Carontonino «batte con il remo qualunque s'adagia»: nessuno dei potenziali alleati elettorali prova ad avvicinarsi. Chi resta al suo fianco? Da Bari, Rosy Bindi spiega a "Il Tempo" che «non rinnega» l'intervista in cui il premier veniva esortato a «non fare la vittima».

Però sottolinea: «Non immaginavo che le mie parole suscitassero tanto clamore, quel titolo è stato strumentalizzato. Rinnovo la solidarietà al presidente del Consiglio, e credo che quel gesto sia isolato e non attribuibile a un clima politico. Altrimenti», continua li presidente del Pd, «ne saremmo responsabili tutti, compresi il premier, Cicchitto e quel Brunetta che invitava quelli di sinistra ad andare a morire ammazzati». Un mezzo passo indietro? Sì, ma Rosy resta una scomoda compagna di viaggio per Bersani. Gli manda a dire: «La destra si è fatta riconoscere, noi ancora no!».

Di Pietro sembra isolato dall'intellighentia di sinistra: perfino la diabolica Sabina Guzzanti scrive sul blog che «sì, mi ha fatto moltissima pena vedere Berlusconi ferito. Ho visto il volto insanguinato. Ho visto un vecchio ferito. Quando è uscito per vedere in faccia il suo aggressore ho provato anche stima per la fierezza e ho visto anche un politico credo per la prima volta». Parole che neanche la luce trascendente del Caravaggio. Ma: «Quest'uomo è quello che ci avvelena la vita da vent'anni», e bla bla bla, una riga sotto ecco il vecchio florilegio delle accuse al Cavaliere. Sollievo: tutto, ma l'«odi et amo» della Sabina no, grazie.

Stefano Mannucci
16/12/2009




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Gli amici di Tartaglia sono tanti

Il Tempo

Sui muri l’apologia della violenza.
A Torino e Roma s’inneggia all'aggressore di Berlusconi con falce e martello.
Manifesti anche all’università La Sapienza. Timori per un’escalation.


Dopo lo stillicidio antiberlusconiano fatto di gossip, manifestazioni di piazza, inchieste giudiziarie e addirittura film, la violenza si materializza e prova «soddisfazione» nel gesto di Massimo Tartaglia. L’opposizione a Silvio Berlusconi ha trovato un nuovo leader. L’esaltazione del gesto folle percorre la Penisola. E dal web si passa ai muri a Livorno, Torino fino agli striscioni nella facoltà di psicologia all’università La Sapienza a Roma.  

L’esaltazione della violenza percorre la Penisola. Scritte sui muri, cartelli nelle università. L’opposizione a Silvio Berlusconi ha trovato un nuovo leader. Un eroe della camapgna infinita contro il Cavaliere. Dopo il gossip, le accuse di mafia ecco che la violenza si materializza e trova «soddisfazione» nel gesto di Massimo Tartaglia.

E dal web si passa ai muri. Dal pc alle strade delle città. I primi in questa hit dell’imbecillità e della vigliachcheria erano stato i vandali che a Livorno domenica notte avevano tracciato con spray la scritta che inneggiava alla morte di Berlusconi. Ieri due scritte tracciate con vernice rossa inneggianti a Tartaglia, l’aggressore di Silvio Berlusconi, sono apparse a Torino davanti all'ospedale Maria Vittoria e al Politecnico.

Il contenuto è lo stesso: «una medaglia a Tartaglia» con la falc ee martello e la stelal a cinque punte. Mentre «Massimo Tartaglia, a Natale si può fare di più», è stato scritto sui muri della facoltà di Psicologia a La Sapienza di Roma. In entrambi i casi sono scattate le indagini degli inquirenti. Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, ha commentato così i fatti di Roma: «È inaccettabile ciò che è accaduto oggi.

Non si riesce a capire come sia stato possibile addirittura esporre uno striscione simile». Il ministro annuncia che chiederà conto dell'accaduto ai vertici dell'Ateneo. Si susseguono intanto i commenti su questi episodi, improntati tutti alla condanna unanime. Il deputato Pdl torinese Osvando Napoli: «È giusto in ogni caso indagare se dietro a questi deliri c'è la mano dei soliti imbecilli, oppure si nasconde un rinascente grumo di violenza».

L'ex governatore del Piemonte, Enzo Gigo, Pdl, dice che «la tradizione civile di Torino e dei torinesi è tale da non permettere l'attecchire nella società di provocazioni ispirate alle ideologie distorte e aberranti degli anni di piombo». Giorgio Merlo del PD torinese parla di «scritte gravi e da denunciare, fatti che denotano anche il grave momento politico che stiamo vivendo e che richiede da parte di tutti un grande senso di responsabilità». «Ignobili le scritte di Torino fatte da chi da anni attacca la Lega», tuona la Lega Nord di Torino attraverso la capogruppo provinciale Patrizia Borgarello. I leghisti torinesi Allasia e Carossa ribadiscono: «L'estremismo va condannato, ma i torinesi non sono questo, anche se le scritte non devono essere sottovalutate. Gli estremisti vanno isolati anche da parte dei rappresentanti della sinistra nelle amministrazioni».

Il coordinatore del Pdl torinese, Daniele Cantore, fa notare che «a Torino vengono impunemente assaltate sedi di partito e a questi gesti assurdi seguono le dichiarazioni farneticanti di sostegno ai delinquenti» e invita il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, a «intervenire non solo a parole ma con azioni significative per fare capire che nella nostra città non c'è spazio per gli estremismi».




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Tartaglia, altro che pentito "L'ho colpito proprio bene" dice l'aggressore in cella

Quotidianonet


Lo rivela il quotidiano Libero, in edicola stamane. Che scrive: "L'ho colpito proprio bene", ha detto l'attentatore all'agente col basco azzurro che lo sorveglia davanti alla cella. Berlusconi, oggi visita per essere dimesso. Fermato nella notte in ospedale uno squilibrato che voleva incontrare il premier


Milano, 16 dicembre 2009


Massimo Tartaglia? Altro che pentito, come ha scritto nella lettera indirizzata a Silvio Berlusconi per chiedere scusa di averlo quasi ammazzato domenica sera in Piazza Duomo, tirandogli in testa la riproduzione del Duomo. Sarà pure un "mezzo matto", come lo definisce la zia Rosa, ma Tartaglia ci vede bene.

Lo rivela il quotidiano Libero, in edicola stamane. Che scrive: "L'ho colpito proprio bene", ha detto Massimo Tartaglia all'agente col basco azzurro che lo sorveglia davanti alla cella. L'attentatore è dietro le sbarre, ma può vedere giornali e tv. L'uomo seguiva il premier e ne conosceva tutti gli spostamenti.

La polizia ha perquisito il suo appartamento a Cesano Boscone e gli agenti sono rimasti di sasso per la quantità di materiale trovato: giornali e riviste, appunti sull'agenda dei comizi. Sapeva tutto di Berlusconi. Dichiarazioni e interventi. Appuntamenti e spostamenti. "Sono stato io e l'ho fatto perchè non lo sopportavo", ha dichiarato Tartaglia.




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Tartaglia, gli inquirenti: "Studiava il Cavaliere" Oggi la decisione del gip


Milano - Massimo Tartaglia, l’uomo che domenica scorsa, a Milano, ha aggredito il premier Silvio Berlusconi, nonostante le sue difficoltà psicologiche si teneva "molto informato sul presidente del Consiglio". Il particolare emerge dalle indagini della polizia, che nel corso delle perquisizioni hanno trovato in casa sua molto materiale giornalistico. Niente che non fosse possibile reperire pubblicamente, a quanto pare, ma intanto pare sempre più probabile che Tartaglia non abbia scelto a caso quella piazza, e nemmeno all’ultimo momento. 

Le ricerche su Berlusconi L’uomo, in cura da una ventina d’anni per problemi psicologici, di Berlusconi aveva fatto un interesse vivo, ne seguiva le esternazioni, le mosse, tanto che sapeva del comizio che avrebbe tenuto nel centro di Milano la scorsa domenica, e probabilmente condivideva molti degli attacchi politici a lui portati. D’altra parte che lo detestasse lo ha ammesso egli stesso ai poliziotti che lo sentivano in Questura. Lui, comunque, pur assumendosi la responsabilità del gesto, si è difeso dall’aggravante della premeditazione asserendo di aver preso con sè quegli oggetti (uno spuntone di plastica e un posacenere molto pesante, mentre il crocefisso e la miniatura del Duomo li avrebbe acquistati sul posto) per "difendersi da possibili aggressioni e disordini" in piazza. 

Identificati i manifestanti violenti Sul fronte delle indagini, aumentano ogni giorno le identificazioni dei manifestanti di ultimi episodi di violenza in piazza. Primi fra tutti quelli che hanno dato addosso alla polizia sabato scorso per entrare con la forza in piazza Fontana dove si tenevano le celebrazioni del 40esimo anniversario della strage. Per loro è in vista l’invio dell’informativa in Procura. Già identificati anche i primi presunti responsabili della "schedatura" di poliziotti e funzionari presenti in quell’occasione, le cui foto sono state diffuse via Internet. Si tratterebbe di persone vicine alla sinistra antagonista che avrebbero preso a modello l’ iniziativa diffusa con il titolo di ’caccia allo sbirrò realizzata a Bologna. Potrebbero rispondere di istigazione a delinquere. La polizia chiederà anche di valutare l’applicazione di un provvedimento di oscuramento del sito promotore. Anche nel frangente del comizio di domenica, quello dove è stato ferito il presidente del Consiglio, identificazioni e ipotesi di reato sarebbero già state inviate alla Procura per quanto riguarda almeno i promotori della accanita protesta avvenuta sotto il palco durante il discorso di Berlusconi. 

Contestatori infiltrati Ad agire era stato un gruppo di contestatori che si erano infiltrati con bandiere di Forza Italia e che ora rischiano l’accusa di manifestazione non autorizzata. E a dover render conto delle loro affermazioni sono stati anche i due fratelli che avevano rivelato a Striscia la Notizia di aver dato l’allarme a un poliziotto prima dell’aggressione al premier, e di non essere stati ascoltati. Alla Digos i due (uno dei quali ha alcuni precedenti) hanno fornito una versione parzialmente modificata, asserendo che avevano sì detto a un agente in servizio in piazza che c’era un uomo che manifestava intenzioni pericolose, ma di non aver mai detto che si trattasse di qualcuno che voleva attentare all’incolumità di Berlusconi. Questo, secondo gli investigatori, non cambia la negligenza dell’atteggiamento, ma ne ridimensiona di molto gli effetti.




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Sparò a Togliatti: «In quegli anni era diverso, ora serve calma»

 Corriere della Sera


Oggi ha 86 anni: «Il momento storico è differente. Deve finire questo clima che potrebbe diventare pericoloso»


CATANIA – «Io dico solo che questo clima d’odio deve finire perché potrebbe essere pericoloso… anche se la mia è tutta un’altra storia. Io ho agito per amor di patria perché Togliatti voleva portare l’Italia in braccio al Cominform. Il mio era attaccamento a quel tricolore che tanti politici oggi hanno appannato e per questo sono profondamente deluso». Molti lo hanno dimenticato ma lui è ancora vivo e abita sempre nello stesso appartamento al quinto piano di uno stabile nel centro di Catania.

Dopo anni di silenzio ha accettato di parlare col Corriere (ascolta l'audio). Antonio Pallante è il giovane studente di giurisprudenza che nel luglio del ‘48 in un mercatino del centro storico comprò una vecchia calibro 38 e viaggiò tutta la notte per arrivare a Roma. Grazie al tesserino di un giornale monarchico per due giorni riuscì a seguire da vicino tutti i movimenti del «Migliore» per poi entrare in azione la mattina del 14 luglio. Attese davanti a Montecitorio e quando Togliatti uscì assieme a Nilde Iotti sparò 4 colpi di pistola, tre dei quali andarono a segno.

Il Migliore venne ricoverato in condizioni gravissime e in molte città italiane scoppiarono incidenti e scontri di piazza. Risvegliatosi dall’intervento chirurgico che gli salvò la vita fu lo stesso Togliatti a lanciare il famoso appello: «calma, non perdete la testa». Il suo attentatore invece finì in carcere e per anni nel processo e non solo l’Italia si interrogò sul perché di quei quattro colpi di pistola e sui possibili mandanti. All’epoca Pallante aveva 25 anni, oggi ne ha 86. Giacca da camera, pantofole, si muove a fatica e sente poco, ma è ancora sufficientemente lucido.

«La mente – sorride - la tengo allenata con le parole crociate. Poi leggo giornali e libri di storia e geografia». Si direbbe un tranquillo pensionato del quale nello stesso palazzo in cui abita non tutti sanno che è entrato nei libri di storia proprio per quell’attentato a Togliatti. Un gesto che in qualche modo torna a galla dopo l’aggressione a Berlusconi anche se lui è il primo a marcare le differenze. «Sono cose molto diverse e anche il momento storico è differente. Io mi sentivo un italiano puro, amavo il tricolore. Ho agito per un ideale.

Oggi gli italiani hanno ben altri problemi: pensano a come riuscire a tirare avanti e non sono certo disponibili a fare gli esagiti o gli estremisti». Ma allo stesso tempo avverte: «i politici dovrebbero stare attenti e non esasperare troppo gli animi. Deve finire questo clima che potrebbe diventare pericoloso. Occorre calmare la situazione e consentire al governo di andare avanti nel proprio lavoro». Non va oltre. Non vuole esprime giudizi su Berlusconi né sul processo («gli atti sono lì, chi vuole può leggerli»).

In primo grado venne condannato a 10 anni, ridotti in appello per poi beneficiare dell’amnistia e lasciare il carcere nel ‘53. Da allora ha parlato pochissime volte ma ha sempre tenuto a precisare: «non ero un killer a pagamento come qualcuno ha cercato di far credere. Credevo in certi valori e non ho agito contro un uomo ma contro un ideale».

Alfio Sciacca



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Tartaglia al giudice: mi piace Di Pietro Un teste: non era solo

Corriere della Sera

Sfuma la pista sul mancato allarme La difesa: deve essere ricoverato 


MILANO — «Non sono la lunga mano di nessuno». Il lan­ciatore del Duomo in miniatu­ra (7 centimetri per 10, 3,5 etti di peso), in isolamento a San Vittore, davanti al giudice Pao­la Di Censo ha ripetuto quanto detto al pm Armando Spataro, agli avvocati e allo psichiatra. «Quello che ho fatto domenica — ha chiarito Massimo Tarta­glia da Cesano Boscone, inge­gnere elettronico mancato — è stato frutto di un momento di rabbia che mi ha assalito al­l’improvviso... Non è vero che avevo pensato di aggredire Ber­lusconi alla mattina, non ave­vo nessun piano... Volevo ascoltare il suo comizio... Il pez­zo di plexiglas ritrovato nella sacca l’avevo infilato perché pensavo sarebbe potuto servi­re per difendermi in caso di di­sordini... ».

Anche le sue simpatie politi­che sono finite di nuovo nel verbale dell’interrogatorio di garanzia. Padre, madre e fratel­lo, ha raccontato, simpatizza­no per il Pd. «E anch’io sono abbastanza d’accordo con il Pd, ma quello che mi piace di più è Di Pietro, l’Italia dei Valo­ri dice cose giuste...». Per Tartaglia l’accusa ha chie­sto la custodia in carcere per le­sioni aggravate, i difensori, in­vece, vorrebbero che andasse in una comunità protetta che ha già dato la sua disponibilità. Il posto, però, si libererà solo il 4 gennaio, e fino ad allora i di­fensori Daniela Insalaco e Gian Marco Rubino hanno chiesto che possa essere trasferito nel reparto psichiatrico di un ospe­dale.

La decisione arriverà og­gi. Non s’è mai fermata l’inchie­sta. La Digos ha interrogato i due fratelli che hanno raccon­tato a Striscia la notizia di ave­re avvisato un agente, di servi­zio in piazza, della presenza di un folle che voleva colpire Ber­lusconi. Ma davanti al foglio del verbale, non firmato, i due hanno hanno ammorbidito il racconto precisando di avere notato un esagitato ma di non avere colto alcun elemento per poterlo collegare al premier. In ogni caso la questura di Mila­no lavora per dare nome e co­gnome al poliziotto che avreb­be ricevuto la segnalazione e avrebbe detto ai due fratelli di chiamare il 113. Prosegue anche l’identifica­zione del gruppo di contestato­ri che a margine del comizio di Berlusconi volevano esporre uno striscione. Saranno tutti denunciati per manifestazione non autorizzata.

Non ha trovato alcun riscon­tro fra gli inquirenti, invece, il racconto di Andrea Di Sorte, co­ordinatore dei club della Liber­tà. Ha raccontato, e conferma­to al Corriere (ascolta l'audio), di avere avuto la «percezione» che qualcuno po­tesse aver armato la mano di Tartaglia, passandogli la statui­na. Ma chi indaga ha la certez­za che le cose siano andate co­sì come è già stato ricostruito. Il lanciatore del Duomo in mi­niatura ha fatto tutto da solo, acquistandolo poco prima.

Alberto Berticelli
Biagio Marsiglia




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Psicolabile tenta ingresso al reparto Voleva salutare il premier: bloccato

Corriere della Sera


Fermato al San Raffaele un torinese 26enne con problemi psicologici. 


Nella sua auto mazze da hockey e due coltelli



MILANO - Un giovane torinese di 26 anni, che sembra avere problemi psicologici, è stato bloccato la scorsa notte, intorno alle due, mentre cercava di entrare al settimo piano del reparto solventi dell'ospedale San Raffaele, dove da domenica scorsa è ricoverato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dopo l'aggressione in piazza Duomo. Il 26enne, che secondo indiscrezioni avrebbe voluto salutare il premier, è stato immediatamente bloccato dagli operatori del servizio di protezione di Berlusconi nonchè dalla polizia e carabinieri. Dai primi accertamenti sembra presentare problematiche di carattere psicologico e si trova tuttora negli uffici della Digos.

MAZZE DA HOCKEY E COLTELLI - Il giovane bloccato voleva parlare con Berlusconi. Sarebbe entrato normalmente dal parcheggio sotterraneo: nella sua vettura sono state trovate tre mazze da hockey e due coltelli da cucina. L’uomo, un 26enne residente con i genitori a Villar Perosa, ha alle spalle diversi ricoveri per problemi psichici e un Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) nel 2008, è stato bloccato dagli agenti del servizio di sicurezza schierati a protezione del premier al settimo piano del nosocomio milanese.

Notato in evidente stato di agitazione, il 26enne ha detto agli agenti di volersi recare «a portare i suoi saluti al premier convalescente». Immediatamente dopo essere stato fermato e identificato, è stato sottoposto a perquisizione personale con esito negativo ed accompagnato all'esterno del nosocomio. In base ai primi accertamenti, sembra appunto che sia entrato nella struttura attraverso il parcheggio a pagamento: un garage multipiano e di grandi dimensioni utilizzato regolarmente sia dai dipendenti che dai visitatori. Dopo avere parcheggiato la propria auto, dai tunnel sotterranei avrebbe utilizzato gli ascensori per giungere al piano dove è tuttora ricoverato il presidente del Consiglio. Il ragazzo è stato portato negli uffici della Digos per un interrogatorio.






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Uranio impoverito, c'è un'altra vittimaCorriere della Sera

Corriere della Sera


È un militare pugliese di 29 anni, morto nel 2004 per una leucemia fulminante dopo una missione in Somalia

 


Proiettile all'uranio impoverito (Epa)

BARI - L'uranio impoverito potrebbe aver fatto un'altra vittima, ufficialmente la 25esima in Italia. È Aldo Taccardo, un militare di Corato (Bari), morto nel settembre 2004 per una leucemia fulminante dopo una missione in Somalia nel 1993. Aveva 29 anni. La notizia è stata diffusa solo in questi giorni dalla vedova, che ha contattato l'Associazione vittime uranio. Il legale dell'ente, Bruno Ciarmoli, spiega che si tratta del nono caso denunciato in Puglia.

LA LETTERA - Sul sito Vittimeuranio.com è stata pubblicata la lettera della donna: «È successo tutto in tre giorni, senza neanche capire cosa stesse accadendo. Il ricordo di mio marito è sempre vivo in me e negli occhi di mia figlia, lui vive non solo dentro i nostri cuori ma è presente con le sue immagini ovunque, in casa, a lavoro. Questo per non scordare mai l’uomo che ho amato e che sempre amerò e per ricordare anche a mia figlia l’amore che quest’uomo ha donato, se pur per breve tempo, a tutti noi. So che ci sono tante altre storie come la mia, chiedo se è possibile far qualcosa per evitare che giovani e meno giovani paghino per gli errori degli altri».

I NUMERI - Secondo l'associazione, che presenta un elenco con i nomi di 75 reduci morti, negli ultimi due anni sono stati 25 i decessi denunciati pubblicamente dai familiari. La regione con il maggior numero di vittime è la Campania (14), seguita dalla Sardegna (11), dalla Puglia (9) e dal Lazio (7). Ma c'è anche una buona notizia: pochi giorni fa, a meno di un anno dalla storica sentenza di Firenze, il tribunale civile di Roma ha condannato il ministero della Difesa a risarcire i familiari di un altro militare vittima di possibile contaminazione da uranio impoverito (le motivazioni). Questa volta la cifra stabilita dal giudice è di un milione e 400mila euro per il danno non patrimoniale. La sentenza del tribunale toscano, del dicembre 2008, aveva invece condannato il ministero a risarcire con 545mila euro il paracadutista Gianbattista Marica.




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Sri Lanka, vittima dello tsunami "riappare" dopo cinque anni

Corriere della Sera


un uomo riconosce in una mendicante con problemi psichici la sorella scomparsa. «Sono certo, è lei»



Padma Wawlanbokke vestita da sposa (foto dall'Independent)
Padma Wawlanbokke vestita da sposa
MILANO - La mattina del 26 dicembre del 2004 sarebbe salita sul treno in partenza da Colombo, la città più popolosa dello Sri Lanka e diretto a Matara, nel sud dell'isola asiatica. Tuttavia l'infermiera Padma Wawlanbokke non sarebbe mai giunta a destinazione. Il convoglio su cui viaggiava fu travolto dalle grandi onde dello tsunami, mentre percorreva il litorale di Peraliya. Secondo le autorità locali tutti i 1500 passeggeri del treno morirono e tra le vittime del disastro ferroviario furono conteggiati anche l'infermiera, il marito e i due figli.

Tre settimane fa, come racconta l'Independent, la sorpresa: Premawardan Wawlanbokke, fratello di Padma, sta acquistando pezzi di ricambio per la sua auto in una cittadina vicino alla capitale asiatica quando riconosce una donna che assomiglia incredibilmente alla sorella scomparsa. La donna è completamente sporca e chiede l’elemosina vicino a un grande edificio.

Non credendo ai suoi occhi, Premawardan chiama al telefono un'altra sua sorella, che immediatamente giunge sul luogo. Anche lei riconosce nel viso stanco e invecchiato della questuante il volto della sorella scomparsa cinque anni fa. I due decidono di portarla a casa, ma presto si rendono conto che la donna ha gravi problemi psichici.

STATO CONFUSIONALE - La presunta Padma è ancora oggi in uno stato confusionale. Per diversi giorni, dopo il primo incontro con i membri della famiglia Wawlanbokke, non ha pronunciato nemmeno una parola. Adesso si trova all'ospedale psichiatrico di Unawatuna e avrebbe ricominciato a parlare. Tuttavia ricorderebbe poco del suo passato. Quando un corrispondente dell'Independent le ha mostrato una foto del matrimonio di Padma, la donna ha sorriso e ha detto senza esitazione: «Questo è mio marito». Nei prossimi giorni saranno i test del Dna a stabilire se esiste realmente qualche legame di parentela tra la donna e la famiglia Wawlanbokke.

LO TSUNAMI E LE RICERCHE Secondo le autorità dello Sri Lanka, lo tsunami di 5 anni fa uccise circa 40.000 cittadini nell'isola asiatica. Molti furono seppelliti in fosse comuni. Ancora oggi sono migliaia i presunti dispersi e non mancano le famiglie che ancora sperano nel miracolo. Proprio per questo la storia del presunto ritrovamento di Padma ha riacceso le speranze di tante persone. Alcuni membri della famiglia Wawlanbokke andarono sul luogo della tragedia all'indomani dello tsunami. «Sapevamo che doveva prendere quel treno» dice all'Independent Karunawathiee, sorella di Padma. «Poi dalla tv abbiamo appreso del disastro ferroviario. Mio marito e mio nipote sono andati là, ma non hanno trovato nulla. Abbiamo sempre pregato per lei e per la sua famiglia. Fino ad oggi pensavamo che fossero morti».

DUBBI E SPERANZE – Molti membri della famiglia Wawlanbokke giurano di essere certi che quella donna sia Padma. Adesso aspettano con fiducia i test del Dna e non vedono l’ora di riportarla definitivamente a casa: «Sono sicuro che sia Padma- dichiara il sessantacinquenne Sumansaali - Ha un segno sulla mano proprio come l'aveva mia sorella. Inoltre anche il suo volto è identico». Di diverso avviso un altro parente, Rohana Munasinghe. Quest’ultimo ricorda che Padma aveva subito due parti cesarei, mentre la donna ritrovata non avrebbe alcuna cicatrice sul corpo. Anche la figlia di Rohana conferma la storia delle due gravidanze e poi aggiunge: «Padma non sarebbe riuscita a vivere cinque anni in strada.

Non era abbastanza forte». Per adesso i medici non si pronunciano, ma è chiaro che nutrano speranze: «Quando è arrivata qui non riusciva a parlare - dichiara un dottore della clinica psichiatrica che si trova vicino alla cittadina coloniale di Galle –. Invece poi col tempo ha cominciato a pronunciare le prime frasi». Per stimolare i ricordi, i familiari negli ultimi giorni le hanno portato vecchie foto di Padma. Una in particolare l'ha colpita. In essa si vede Padma a lavoro assieme ad altre colleghe. «Allora ero un'infermiera anch'io» avrebbe dichiarato sorridendo la donna.
Francesco Tortora




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