lunedì 14 dicembre 2009

Magistrati non estranei a clima d'odio» Mancino: tensione non dipende da toghe

Corriere della Sera 

Il consigliere laico del Csm Anedda (Pdl) attacca Spataro e Ingroia: «Le loro frasi hanno portato alla violenza»

 


Gianfranco Anedda (Archivio Corsera)

ROMA - Il consigliere laico del Csm Gianfranco Anedda , esprimendo la sua «esecrazione» per l'aggressione al presidente del Consiglio parla del «clima d'odio» che c'è nel Paese, dicendo che a questo clima «non sono estranei i magistrati». Parole che provocano lo scontro a Palazzo dei Marescialli. Il vice presidente Nicola Mancino replica: «Non capisco perché bisogna ritenere che qualche magistrato, perché partecipa a qualche riunione o dice frasi che qualcuno non condivide, debba essere ritenuto responsabile del clima di tensione che c'è. Le tensioni hanno origini molteplici».

SPATARO E INGROIA - Il consigliere ha citato in particolare Armando Spataro e Antonio Ingroia e i loro interventi a pubblici dibattiti: «Non voglio pensare che le loro frasi siano state incitazioni, ma talvolta hanno oggettivamente portato alla violenza». Particolarmente sotto accusa il pm Ingroia: «Parole come le sue hanno contribuito e potranno contribuire a fomentare la violenza».

LE REPLICHE - Accuse che hanno fatto insorgere la componente togata del Csm. Subito, Livio Pepino (Md) ha definito «inaccettabile» l’intervento di Anedda: «Quanto successo domenica porta doppia amarezza: sia per il gesto irresponsabile di uno squilibrato, sia per la strumentalizzazione sbagliata di questo gesto.

Innescare su quanto è successo delle speculazioni e pensare che il dibattito politico, anche aspro, possa portare alla violenza e alla prevaricazione è una speculazione inaccettabile». A dargli manforte il collega Giuseppe Maria Berruti (Unicost): «Questo gesto riporta alla mente anni bui (quelli del terrorismo, ndr). A quei tempi l’infantilismo degli adulti lasciò spazio al gesto violento dei singoli: non si ripeterà più perché abbiamo gli anticorpi».

All’unisono, anche la dichiarazione di Dino Petralia (Movimento per la giustizia): «Sorprende il riferimento personale di Anedda a Spataro e Ingroia, che dimostra un accanimento che va oltre quello contro la magistratura». È poi la volta del consigliere di Magistratura indipendente, Cosimo Ferri, che ha chiesto il «rinvio formale» della discussione sul parere sul «processo breve» perché «con i toni che ha assunto questa discussione - ha detto - non si può andare avanti».

Secca bocciatura per la proposta è arrivata subito dal consigliere togato Fabio Roia (Unicost), che ha giudicato «inaccettabile e irricevibile qualsiasi riferimento al fatto che frasi di magistrati siano concausa dell’aggressione a Berlusconi». Stessi toni anche da parte del consigliere laico di centrosinistra, Fabio Volpi, che ha invitato a «distinguere la critica legittima alla politica del governo e il ricorso alla violenza, che non è figlia politica della critica».

Il vicepresidente del Csm Mancino, quindi, ha messo in votazione la proposta di Ferri, sottolineando però la propria «profonda contrarietà» al rinvio della trattazione del parere sul processo breve: «La miglior risposta che possiamo dare a quanto avvenuto è lavorare, assecondando i principi e i criteri che riguardano il funzionamento del Csm. In Italia si è creato questo clima perché uscendo al di fuori dell’ortodossia istituzionale abbiamo un sistema che mette l’uno contro l’altro. È il sistema che genera questo clima».





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Critiche a “Berlusconia”, gli italiani d’Australia fanno causa

Il Secolo XIX


La mappa pubblicata sotto il titolo “La via dolorosa”
Una protesta formale indirizzata alla Commissione federale australiana per i diritti umani nei confronti del quotidiano Australian Financial Review per i toni denigratori verso l’Italia contenuti in un articolo pubblicato il 20 novembre scorso sul supplemento culturale del quotidiano.

È quanto ha annunciato oggi il gruppo editoriale che comprende i quotidiani in lingua italiana Il Globo di Melbourne e La Fiamma di Sydney e una stazione radio. Il breve articolo, che criticava il governo di Berlusconi, i suoi effetti sull’Italia e anche la mancanza di dissenso, compariva sotto una mappa dell’Italia ribattezzata `Berlusconia´, con i nomi geografici trasformati in insulti e allusioni a mafia, corruzione e altri mali (il Nord diventava `Lombastardi´, la Liguria `Litigia´, le coste del Meridione `Costa nostra´).

La protesta per «vilipendio razziale», spiegano oggi i due quotidiani, si estende alla giornalista italiana firmataria dell’articolo e al vignettista, e comprende specifiche richieste di «misure riparatorie per i danni arrecati all’immagine dell’Italia ed a tutti i cittadini italiani o di origine italiana che risiedono in Australia».


I due giornali invitano inoltre i lettori a raccogliere firme per una petizione in cui si esprime indignazione per la pubblicazione della pagina e sostegno per tutte le iniziative che il gruppo editoriale stesso intende prendere per difendere l’immagine dell’Italia




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Di Pietro fuori di testa: colpa del Cav Bindi: solidarietà, ma non è vittima

Il Tempo

Il leader dell'Idv: "Istiga alla violenza". Oggi insiste: "Governo pidduista e fascista". Bindi a due facce: "Se si continua a dividere l'Italia, alla fine..."

 

Combo con i volti di Antonio Di Pietro e Rosy Bindy


Violenza. Odio. Disobbedienza. Contestazione oltre ogni limite che il gioco delle parti legittima. Tanto le ha invocate che alla fine il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro è stato «accontentato». E neppure il sangue che iniziava a scendere dal labbro del premier è riuscito a frenare l’astio dell’ex magistrato. Nessuna retromarcia anzi, rincara la dose: «Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefraghismo istiga alla violenza».

Una dichiarazione che sottolinea un tale astio nei confronti del premier che riecheggia molto più del primo tiepido tentativo di condanna dell'aggressione. «Io -aggiunge il leader dell'Idv- condivido le rimostranze dei cittadini che ogni giorno vedono un premier che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono a lui e soltanto a lui, mentre milioni di cittadini perdono il lavoro e faticano ad arrivare a fine mese». 


Cronaca di una aggressione annunciata, verrebbe quasi da dire parafrasando il romanzo di Gabriel García Márquez. Di Pietro come Cassandra. Lui lo aveva predetto giovedì scorso dopo il discorso tenuto da Berlusconi al congresso del Ppe a Bonn: «Se il governo continua a essere sordo ai bisogni dei cittadini, si andrà allo scontro di piazza. Ci scapperà l'azione violenta se il governo non si assume la responsabilità di rispondere ai bisogni del Paese». Un appello sottolineato allora anche dal segretario del Pd Pierluigi Bersani: «Se Berlusconi va avanti a strappi, credo si troverà davanti una reazione dura».

Ecco, l'azione violenta c'è stata. Servita proprio mentre il premier meno se lo aspettava e stava firmando autografi. Una violenza che era nell'aria. Erano giorni ormai che il Pdl era al centro di forti contestazioni. Venerdi a Roma, Firenze, Bologna con i cortei degli studenti contro il ministro Moratti. Sabato a Milano i fischi al sindaco Letizia Moratti durante la commemorazione delle vittime di Piazza Fontana. Un crescendo di odio, sfociato in barbarie.

E Di Pietro che fa? Si schiera con l'aggressore. Lo difende e lo giustifica. Un atteggiamento che fa scattare la "rappresaglia" dei colleghi politici del Pdl che non si sono risparmiati alcun appellattivo per definire il leader dell'Idv. Un «cattivo maestro» per il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi che continua: «L'Italia dei valori, dovrebbe smetterla di gettare benzina sul fuoco e lavorare perché finisca questo irrespirabile clima d'odio».

Più lapidario il ministro degli Esteri Franco Frattini per il quale la dichiarazione di Di Pietro «fa vergogna all'Italia e al Parlamento italiano», mentre il governatore della Lombardia Roberto Formigoni attacca: «Se vuole trovare istigatori della violenza, Di Pietro si guardi allo specchio. La sua predicazione costante di odio e di delegittimazione di qualsiasi avversario è una delle principali cause del clima negativo in cui versa il Paese».

E se Stefania Craxi, sottosegretario agli Esteri, definisce l'ex Pm «cancro della politica italiana», il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna sposta il tiro a tutta l'opposizione colpevole di essere «debolissima ed egemonizzata da quell'Antonio Di Pietro che ancora oggi non si vergogna di scherzare col fuoco e, di fatto, porta fuori il suo partito da quell'insieme di regole democratiche condivise fatte di confronto duro ma corretto, stia facendo come negli anni Settanta, quando il Pci, per non dovere affrontare la propria base, chiuse un occhio e cullò al suo interno quelli che sarebbero diventati terroristi assassini».

Per concludere con l'attacco di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera: «Leggiamo la dichiarazione di Di Pietro su Berlusconi; essa conferma che egli è un autentico provocatore che sta scatenando una spirale di violenza nel Paese approfittando della debolezza politica dei suoi alleati». Attacchi a Di Pietro che, infine, arrivano anche dalla Lega che affida al suo capogruppo alla Camera, Roberto Cota il compito di stigmatizzare le sue parole: «La gente che vota punisce chi sa solo distruggere e non costruire. I seminatori d'odio dovrebbero farsi un esame di coscienza. Invece parlano». E la sinistra che fa? Tace. Nessuno del Pd prende posizione contro Di Pietro. Nessuno condanna le sue parole infami.

Alessandro Bertasi
14/12/2009




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Non faccia la vittima, è uno degli artefici del clima violento"



La Stampa

La Bindi: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese»
CARLO BERTINI
ROMA


Nel “buen retiro” della sua casa di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale».

Ma di fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo paese, alla fine...».

Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier?
«Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese. Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo al voto”».

Il Cavaliere dice di voler continuare a governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita?
«Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi che...”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare nessuno lo può fermare».

Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con Casini e Di Pietro?
«Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo dello Stato».

Quindi è vero, secondo lei, che in cinque minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale.
«No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».

Ma esiste o no qualche controindicazione nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”?
«E’ un primo passo che considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.

Lei dà per scontato che gli elettori di Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per Casini premier?
«Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere bisogna che qualcun altro ci copra al centro».

Ma questa esigenza non si scontra con un’alleanza con l’Udc?

«No, ci alleiamo come partito di centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”. Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto politico».




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Il racconto dell'aggressore: io attratto dalle urla dei contestatori

Corriere della Sera

L'uomo che ha colpito Berlusconi ha reso piena confessione.Trasferito a San Vittore, è guardato a vista



MILANO
- Nella notte è stato trasferito nel carcere di San Vittore, dove ora è guardato a vista. E nelle oltre quattro ore di interrogatorio, prima del trasferimento nel carcere di San Vittore, Massimo Tartaglia ha reso piena confessione. Il 42enne che ha ferito il premier Silvio Berlusconi in piazza Duomo non ha dato alcuna giustificazione vera e propria del suo gesto ma ha ammesso di essere il responsabile dell'aggressione al capo del governo. Tartaglia, che ha dei problemi mentali, ha spiegato nel suo racconto che era andato al Duomo per assistere al comizio del premier e che se ne era andato quando ancora Berlusconi era sul palco, dissentendo da quello che il presidente del Consiglio stava dicendo.

Il grafico 42enne stava raggiungendo la metropolitana quando ha visto la macchina del presidente del Consiglio parcheggiata, ma soprattutto ha sentito le grida di alcuni contestatori che hanno attratto la sua attenzione. A quel punto si è infilato in una strada laterale per tornare indietro e si è trovato davanti Berlusconi a cui ha lanciato il souvenir che aveva comprato poco prima su una bancarella. Tartaglia non ha spiegato i motivi del suo gesto e domenica mentre veniva interrogato in Questura appariva molto frastornato.

SI INDAGA SULLE SUE CONOSCENZE - Gli inquirenti lavorano ora sulla rete di conoscenze e sulle frequentazioni dell'aggressore 42enne. Accertati infatti i problemi psicologici di Tartaglia, si punta a escludere che l'uomo possa essersi mosso comunque concordemente con altri dato che gli oggetti che aveva con sé, e in particolare uno spray al peperoncino, hanno fatto propendere per il gesto premeditato.

VERTICE IN PREFETTURA
- L'interrogatorio di Tartaglia domenica sera si è protratto infatti per circa quattro ore, ed è stato condotto direttamente dal procuratore aggiunto Armando Spataro. Intorno alle 3 l'uomo è poi stato condotto nel carcere di San Vittore. Nulla trapela, ovviamente, dallo stretto riserbo degli investigatori, anche perché lunedì mattina dovranno riferire al ministro Roberto Maroni nel corso di un vertice in Prefettura, ma secondo alcune indiscrezioni quello che preoccupa di più le forze dell'ordine è che, pur trattandosi apparentemente di un gesto isolato, Tartaglia, proprio perché psicolabile, possa essere stato manovrato da qualcun altro.

14 dicembre 2009






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Arrestato l’aggressore: è un artigiano di 42 anni "Ho agito per rancore"


Milano - È rimasto in Questura tutta notte, anche se per interrogarlo, prima di dichiararlo in arresto, invece che l’avvocato è stata chiamata la psicologa che l’ha in cura da una decina d’anni. Lui, Massimo Tartaglia, 42 anni, è apparso confuso, anche se ha risposto alle domande degli investigatori confermando che sì, è lui quello che ha colpito Silvio Berlusconi. Pur non sapendo trovare oltre al «rancore» verso il Cavaliere una motivazione precisa. 

Forse persa in qualche meandro del suo cervello. Forse andato in corto circuito sotto la campagna d’odio che ha individuato nel presidente del Consiglio il «male assoluto». Incensurato, non fa parte di alcun movimento politico, parlamentare o extraparlamentare, centri sociali o associazioni culturali. Ma se da 15 anni senti dire che Berlusconi è a capo di un movimento fascista, che sta limitando le libertà civili e democratiche del Paese, che è un mafioso, be’ afferri la prima cosa che trovi e gliela sbatti in faccia. 

Tartaglia dunque ieri ha comprato due pesanti riproduzioni del Duomo, la seconda gli è stata poi trovata in tasca, e appena il «nemico» gli è capitato a tiro, l’ha colpito al volto con tutta la forza. Poi il parapiglia, il tentativo di aggressione da parte dei sostenitori del premier, infine l’arresto. E mentre lo portano via avrebbe gridato «Non sono io. Io non sono nessuno». Sono le 18.40 e la strada davanti alla Questura diventa un alveare con le auto blu e le volanti che vanno avanti e indietro come api impazzite. Massimo Tartaglia fa il suo ingresso al Fatebenefratelli sotto strettissima scorta. 

Viene immediatamente portato al terzo piano, uffici della Digos, per le procedure del caso. In tasca oltre al secondo «proiettile» gli vengono trovati un crocifisso e un bomboletta di gas al peperoncino. Lo stesso dirigente dell’ufficio, Bruno Megale, conduce inizialmente l’interrogatorio, poi proseguito dal coordinatore del pool antiterrorismo della Procura, Armando Spataro. Qualche minuto ancora e una squadra di agenti si posiziona davanti all’ingresso per evitare possibili dimostrazioni. Al momento del fermo infatti, Tartaglia si trovava in un gruppetto di una decina di persone che sbandieravano copie del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. 

Sicuramente amici visto che apparivano molto interessati alla sua sorte. Non ci vuole molto però a capire che si tratta del gesto fomentato da una campagna d’odio, ma comunque isolato. E di uno squilibrato. Massimo Tartaglia, dopo aver ammesso di aver colpito il premier e di esserne pienamente consapevole, a fatica inizia a raccontare chi è e chi non è. Nato a Milano il 3 agosto 1967, non è sposato e vive in una elegante palazzina nel centro di Cesano Boscone, con la madre e il padre Alessandro con cui gestisce una piccola azienda di elettronica. «Io, mio figlio, la mia famiglia, abbiamo sempre votato Pd, ma nessuno di noi ha mai avuto odio per Berlusconi» dice ora il padre che poi ammette: «Massimo è uno psicolabile, ma non ha mai fatto del male a nessuno. 

Anzi lui non ha mai fatto neppure politica attiva, è un volontario del Wwf. Penso che questo episodio sia maturato dal clima negativo che sta montando in Italia. In casa nostra abbiamo sempre commentato quello che succede in politica - ha concluso Alessandro Tartaglia - ma nessuno, e tanto meno mio figlio, ha mai mostrato un’esasperazione particolare». Più tardi il padre avrebbe chiamato l’ospedale San Raffaele (dove è stato ricoverato Berlusconi) dicendosi «costernato» per il gesto del figlio. 

L’attentatore ha precisato di essere in cura presso la divisione psichiatria del Policlinico di Milano da una decina d’anni, e che per questo gli hanno anche revocato la patente di guida. È completamente estraneo a qualsiasi partito e gruppo politico. Rimangono tuttavia quelle dichiarazioni di «rancore verso Silvio Berlusconi» più volte ripetute agli investigatori e quel suo desiderio di fare qualcosa, di colpirlo, fisicamente.

Appare molto scosso e a un certo punto, su proposta della stessa polizia, viene chiamata la psicologa che da anni assiste Tartaglia. Assai più utile dell’avvocato. La dottoressa si ferma oltre un’ora negli uffici della Digos. Poi verso le 20.30 gli inquirenti, avendo anche in mano il referto medico, decidono di porlo in stato di arresto con l’accusa di lesioni aggravate dalla qualità della persona offesa e dalla premeditazione, ampiamente dimostrata dalle due statuette comprate dall’uomo.




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Votiamo Pd, ma mai odio per il premier»

Corriere della Sera


Era uscito di casa al mattino. Ai genitori aveva detto: «Vado a trovare un'amica» Il padre dell'uomo arrestato: Massimo è psicolabile ma non aveva mai fatto male a nessuno


Massimo Tartaglia, l'uomo che ha colpito Silvio Berlusconi con una statuetta (Ap)
Massimo Tartaglia, l'uomo che ha colpito Silvio Berlusconi con una statuetta (Ap)
CESANO BOSCONE (Milano) - «Io, mio figlio, la mia famiglia, abbiamo sempre votato Pd, in passato ero socialista e votavo per Craxi, ma nessuno di noi ha mai avuto odio per Berlusconi». Lo ha spiegato ai cronisti Alessandro Tartaglia, il padre del 42enne Massimo, l'uomo che ha ferito il premier Berlusconi in Piazza Duomo. Massimo Tartaglia vive infatti ancora con i genitori in una elegante palazzina nel centro di Cesano Boscone. Il padre ha accettato di parlare brevemente, dopo che carabinieri e Digos hanno terminato la perquisizione in casa. In serata il signor Alessandro ha telefonato al San Raffaele, dove il premier è ricoverato. Secondo fonti vicine all'ospedale, si sarebbe detto «costernato» per il gesto del figlio.


«MAI FATTO DEL MALE» - «Massimo è una persona psicolabile, ma non ha mai fatto del male a nessuno - ha mormorato il padre sconvolto ai cronisti -. Anzi lui non ha mai fatto neppure politica attiva, è un volontario del Wwf». Alessandro Tartaglia ha raccontato che il figlio è uscito da casa stamattina verso le 11. «Ciao a tutti - ha salutato i genitori - vado a trovare un amica non so quando torno». In casa nessuno ha sospettato nulla. «Se avessi saputo cosa sarebbe accaduto avrei provato a farlo desistere - ha detto il padre -. Penso che questo episodio sia maturato dal clima negativo che sta montando in Italia». «In casa nostra abbiamo sempre commentato quello che succede in politica - ha detto ancora Alessandro Tartaglia - ma nessuno, e tanto meno mio figlio, ha mai mostrato un'esasperazione particolare».

13 dicembre 2009(ultima modifica: 14 dicembre 2009)




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