domenica 13 dicembre 2009

Fermato l'aggressore: si chiama Massimo Tartaglia

Corriere della Sera

Ha 42 anni ed è in cura da 10 anni per problemi mentali. La Digos: «Non è legato a gruppi estremisti»




MILANO - Si chiama Massimo Tartaglia, ha 42 anni e risiede a Cesano Boscone l'uomo che ha colpito il premier Silvio Berlusconi dopo il comizio in piazza Duomo. E' in cura da 10 anni per problemi mentali al Policlinico di Milano. Questa notizia è stata confermata da fonti investigative.

NESSUN PRECEDENTE PENALE - Come precedenti risulta alla polizia solo il ritiro della patente per motivi di viabilità. Dopo il fatto Tartaglia è stato portato via dalla polizia, che lo ha sottratto alla rabbia della gente. Nei confronti di Tartaglia gli investigatori non hanno alcuna segnalazione che possa farlo ritenere vicino a gruppi organizzati o dell'estremismo. Di fatto è un completo sconosciuto alla Digos, che sta adesso sentendo l'uomo per capire cosa lo ha spinto a colpire Berlusconi. L'ipotesi, al momento ritenuta più attendibile, è quella del gesto di uno sconsiderato.

PERQUISITA L'ABITAZIONE - Massimo Tartaglia si trova in questura, sentito dai funzionari della Digos che hanno contemporaneamente avviato una perquisizione nella sua abitazione a Cesano Boscone, nell'hinterland milanese.


13 dicembre 2009






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Dopo il comizio in Duomo Berlusconi colpito al volto con una statuina di metallo

Il Giorno


l premier è stato colpito al volto da un ragazzo che impugnava una statuina di metallo. Berlusconi aveva il labbro che sanguinava abbondantemente ed è stato portato in ospedale per le prime cure.
Fermato e identificato l'aggressore. Bossi: "Un atto terroristico". Capezzone: "E' colpa dei seminatori di odio"


Milano, 13 dicembre 2009

Incidente imprevisto alla fine del comizio del premier: Berlusconi è stato colpito al viso da un
gadget, una riproduzione in metallo del Duomo di Milano. Silvio Berlusconi si era avvicinato, prima di lasciare piazza del Duomo, a un gruppo di sostenitori per salutarli, quando un giovane dall’età
presunta di circa 25 anni, gli ha scagliato contro l’oggetto che lo ha colpito al labbro inferiore.

Il presidente del Consiglio si è accasciato ed è stato
 subito soccorso e condotto verso la sua automobile. Il giovane è stato fermato dalla polizia e allontanato. Il premier, che sanguinavaabbondantemente, è stato portato in ospedale per le prime cure.

Video

Il viso insanguinato del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stato ripreso dalle telecamere della Rai. Le immagini del premier, con la bocca sporca di sangue e l’aria smarrita, seduto in automobile dopo
essere stato colpito da un manifestante, sono state trasmesse da RaiNews24 e da questa sera verosimilmente saranno in onda in tutti i telegiornali.

Sarebbe stato colpito al volto con una miniatura del Duomo, incastonata su una base di metallo, impugnata da un manifestante. È quanto riferiscono i testimoni che hanno assistito all’episodio. Il Presidente del Consiglio ha lasciato piazza Duomo in auto. Secondo quanto si apprende l’autore del gesto sarebbe stato fermato.


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Di Pietro predica, in piazza eseguono Berlusconi colpito durante un comizio

Libero


Silvio Berlusconi è stato colpito al volto da un manifestante subito dopo il suo comizio in piazza Duomo, a Milano.  L'uomo, Massimo Tartaglia, 43 anni, vestito con un bomer chiaro, è riuscito ad eludere la sorveglianza e a lanciare una statuetta che si è frantumata contro il viso del premier, che non è quindi stato raggiunto da un pugno come inizialmente si era detto.

Il presidente si è accasciato al suolo sanguinante, con il labbro rotto. Il colpo molto violento, l'ha stordito e il presidente è stato fatto sedere all'interno dell'auto della scorta mentre gli altri agenti di polizia hanno fermato l'aggressore. Il premier è stato subito soccorso dal suo medico personale e trasportato al San Raffaele di Milano. "L'aggressore - ha poi spiegato Ignazio La Russa che si trovava vicino a Berlusconi - è stato preso immediatamente, grazie alla polizia che l'ha letteralmente sottratto al linciaggio della folla. Se non ci fossero stati loro ne sarebbero rimasti soltanto pezzetti". A quanto riferito dal vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, l'uomo si chiamerebbe Tartaglia, classe 1967 e non avrebbe precedenti penali.

Le reazioni- "Esprimo la più ferma condanna a questo gesto e rinnovo la mia incondizionata soldiarietà al presidente del Consiglio", ha fatto sapere in una nota Napolitano. "Quello che hanno fatto a Berlusconi è un atto di terrorismo" ha detto il ministro Umberto Bossi.

Ma questo atto arriva dopo le dichiarazioni di Antonio Di Pietro, che due giorni fa ammoniva sulla piazza violenta, piazza che si sarebbe sicuramente rivoltata ad un presidente del Consigli come Berluconi. Così oggi il leader dell'Idv dichiara, ancora: «"o non voglio che ci si mai violenza, ma Berlusconi con i suoi comportamenti e il suo menefraghismo istiga alla violenza". Antonio Di Pietro commenta così quanto accaduto a Milano. "Io - ha aggiunto - condivido le rimostranze dei cittadini che ogni giorno vedono un premier che tiene bloccato il Parlamento per fare leggi che servono a lui e soltanto a lui, mentre milioni di cittadini perdono il lavoro e faticano ad arrivare a fine mese".

Ferma condanna arriva da Pier Ferdindando Casini: "La violenza anche in politica è intollerabile e lo è tanto di più quando sono in corso manifestazioni pacifiche. Berlusconi ha la nostra solidarietà senza se e senza ma".




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Premier colpito al viso dopo il comizio

Corriere della Sera

Raggiunto da un pugno al labbro, ora è in ospedale
 

Berlusconi sanguinante  lascia piazza Duomo

MILANO - Silvio Berlusconi è stato colpito al viso da un manifestante subito dopo il suo comizio in piazza Duomo, a Milano. Il premier è stato centrato al volto da un pugno mentre si attardava nel salutare i fan che lo avevano raggiunto alla base del palco. Tra questi si era però infiltrato anche un uomo che, arrivato fino a ridosso del luogo in cui era parcheggiata l'auto del presidente del consiglio, è riuscito a eludere la sorveglianza e a colpire il premier.

FERMATO L'AGGRESSORE - Berlusconi in un primo tempo si è accasciato con il labbro sangunan te ed è stato fatto sedere all'interno dell'automobile dagli uomini della sua scorta, mentre altri agenti di polizia riuscivano a fermare l'autore dell'aggressione e a sottrarlo alla folla che, avrebbe voluto linciarlo. In un primo tempo si era parlato anche del lancio di un oggetto, ipotizzando addirittura che ad essere scagliato sia stata una riproduzione in miniatura del Duomo, di quelle vendute in tutti i botteghini della piazza.

Di una statuetta, poi caduta e finita in mille pezzi, ha parlato anche Doriano Riparbelli, , responsabile organizzativo del coordinamento regionale del Pdl: «Un simpatizzante ha chiesto a Berlusconi di poterlo fotografare, poi ha tirato fuori il portafogli per dargli il biglietto da visita - ha riferito Riparbelli -. Berlusconi si è spostato per stringere la mano di altri simpatizzanti e a quel punto il contestatore lo ha colpito con una statuetta».

A quel punto, secondo il coordinatore regionale del partito, «Berlusconi ha fatto come se stesse per svenire, poi si è tirato su, lo ha guardato negli occhi, è risalito in macchina, ha cercato di uscire dall'auto per parlare al contestatore e chiedergli la ragione del gesto. A quel punto la scorta ha trattenuto Berlusconi dall'uscire, è stato soccorso subito dal suo medico personale ed è stato portato al San Raffaele».

«SALVATO DAL LINCIAGGIO» - Un testimone, interpellato da SkyTg24, ha parlato della possibilità che l'uomo che ha sferrato il colpo indossasse un tirapugni e un altro ha precisato che quell'individuo «non sembrava normale». «L'aggressore - ha poi spiegato Ignazio La Russa che si trovava vicino a Berlusconi - l'abbiamo preso immediatamente, grazie alla polizia che l'ha letteralmente sottratto al linciaggio della folla. Se non ci fossero stati loro ne sarebbero rimasti soltanto pezzetti». L'uomo si chiama Massimo Tartaglia, classe 1967, di Milano, e non risulta avere precedenti penali. Però da tempo gli sarebbe stata ritirata la patente.

IN OSPEDALE - Berlusconi ha iniziato a sanguinare copiosamente dal labbro. E' stato trasportato all'ospedale San Raffaele per essere visitato e medicato da un medico di fiducia, ma prima di ripartire dalla piazza si è mostrato nuovamente ai suoi sostenitori nel tentativo di rassicurarli sulle sue condizioni.

Al. S.
13 dicembre 2009





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Amanda:«In Italia sono stata bene»

Corriere della Sera

La dichiarazione alla delegazione della fondazione Italia Usa che le ha fatto visita in carcere

 


Ansa

MILANO - «Quando tutto sarà finito voglio andare dalla mia famiglia che mi manca tanto, ma poi voglio tornare in Italia perchè qui sono stata bene». A parlare è Amanda Knox, condannata a 26 anni di reclusione per l'omicidio di Meredith Kercher. L'occasione è stato l'incontro avvenuto nel carcere di Perugia con una delegazione della Fondazione Italia Usa. Presenti alla visita il presidente dell'organismo, l'onorevole Rocco Girlanda, e la deputata Katia Polidori. «Sono stata bene in Italia», ha sottolineato la giovane americana.

L'INCONTRO - I parlamentari, entrambi del Pdl, hanno trovato una Amanda Knox tranquilla e serena, ma anche spaventata per quello che sarà il futuro. «La cosa che più mi ha impressionato - ha detto Girlanda - è che ha risposto sì quando le abbiamo chiesto se rimarrebbe in Italia anche una volta libera. Amanda ci ha comunque spiegato che sente in questo momento la grande mancanza della sua famiglia e dei suoi affetti. È molto tesa». Il presidente della Fondazione ha quindi spiegato di essersi appositamente recato in visita alla giovane americana dopo gli ultimi giorni di polemiche legate alla giustizia italiana e americana. «Amanda ha completa fiducia per gli esiti della vicenda». Riferendosi al carcere di Perugia Girlanda l'ha definita una struttura «vivibile e di alto livello». «Ci siamo recati qui - ha proseguito la Polidori - per testimoniarle l'amicizia del nostro Paese. Amanda è serena e spaventata al tempo stesso per il suo futuro ma crede nella giustizia».






Houston sceglie un sindaco lesbica

Corriere della Sera


Annise Parker, 53 anni e gay dichiarata, è stata eletta con il 52,8% dei voti

 


Il neo-sindaco di Houston Annise Parker (Ap)

HOUSTON (USA) - La città texana di Houston, la quarta degli Stati Uniti per numero di abitanti, ha un sindaco donna «gay», ed è la prima volta che succede in una grande metropoli americana. Annise Parker, una lesbica dichiarata, 53 anni, ha battuto con il 52,8% dei voti il suo avversario Gene Locke, un afro-americano che ha ottenuto il 47,2% dei suffragi circa malgrado fosse appoggiato dall'establishment finanziario locale.

IL DISCORSO - Come racconta l'Houston Chronicle, il principale quotidiano della città americana, che ha oltre 2 milioni di abitanti, la Parker ha detto ai suoi sostenitori: «Sono consapevole del senso di questa vittoria per molti di noi, convinti che non saremmo mai stati in grado di accedere ai più alti livelli». Il sindaco eletto, che indossava al momento del discorso un completo dorato ed una collana di perle, è apparsa sabato sera nel Convention Center della città, gremito per l'occasione, insieme con la sua compagna Kathy Hubbard, i loro tre figli, e sua madre Kay. Altri capoluoghi degli Stati Uniti hanno o hanno avuto un sindaco gay, ma nessuna di loro è una grande città. Tra queste Cambridge in Massachusetts, Providence nel Rhode Island e Portland in Oregon.


Il giorno nero dei mafiologi anti Cavaliere



Gli accusatori a mezzo stampa di Berlusconi costretti ad arrampicarsi sugli specchi dopo le smentite a Spatuzza "Repubblica" insinua: "Chi parla tace e chi tace parla". E intanto il pm di Palermo va a un comizio con Di Pietro

 
nostro inviato a Palermo

La stampa internazionale, che aveva sbadigliato all’audizione di Spatuzza, si era già eclissata. Ma i mafiologi nostrani sono accorsi in massa a Palermo per il Graviano day. Avessero confermato, Filippo e Giuseppe, o avesse farfugliato qualcosa il più modesto Cosimo Lo Nigro, sarebbe stata festa grande. Ma doveva esserci un difetto nel timer, perché il botto non c’è stato.

O forse nessuno l’ha sentito. È stato il giorno nero per gli esperti che da quindici anni ricamano sulle trame oscure che da Berlusconi portano a Dell’Utri e Dell’Utri ai meandri di Cosa nostra. Ma a tutto c’è rimedio, anche a una raffica di smentite e di contraddizioni. Il banchetto, già apparecchiato, è saltato. Pazienza. Spatuzza è affondato? Sì, ad una prima, semplicistica lettura. Ma i mafiologi sono abituati a ben altre, raffinate ricostruzioni e dunque eccoli pronti ad interpretare, a capovolgere, a ricondurre la realtà ai loro schemi.

È quel che ci spiega Attilio Bolzoni su Repubblica: «Chi parla tace. E chi tace parla». Dove siamo, in un dramma shakesperiano? No, ci spiega Bolzoni, siamo a Brancaccio, nel cuore dei misteri palermitani. E dunque il silenzio di Giuseppe Graviano va decodificato. Il suo fax, il fax che ha mandato alla corte d’appello per dire che sta male, va decrittato come tutti i messaggi in codice. Graviano tace, ma allude, si rivolge sicuramente a qualcuno, conduce a modo suo la danza. Graviano, per la cronaca, è quello che aveva detto a Spatuzza a gennaio ’94: «Abbiamo fatto l’accordo con Berlusconi e abbiamo in mano l’Italia». Pochi giorni dopo fu arrestato e da allora è murato all’ergastolo, con aggiunta di 41 bis.

Non importa. Dettagli.Giuseppe D’Avanzo prosegue, sempre su Repubblica, su questa linea: «Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta?» Gira e rigira, siamo sempre dalle parti del Cavaliere. Non lo si dice esplicitamente, ma chi volete che sia l’interlocutore del boss? Insomma, Graviano avrebbe anche potuto confermare le accuse di Spatuzza. Ma va bene lo stesso, la soluzione è double face. L’importante è vestirla e vestirla bene. Graviano non ha confessato, sarebbe stato troppo semplice, questa più o meno è la tesi, e dunque ricorre al silenzio come ad un abbraccio mortale. Doveva parlare del Cavaliere, tace del Cavaliere.

Di passaggio, già che c’è, D’Avanzo ci ricorda Mangano, lo stalliere, e la sua permanenza ad Arcore. La coperta è corta e nel giorno della disfatta la si tira come si può, riciclando tuto quello che è già stato scritto e sviscerato qualche migliaio di volte. D’Avanzo fa di più: ci presenta Graviano e il Cavaliere come due gemelli che hanno attraversato il processo Dell’Utri senza dire una parola. Siamo sempre al teorema. Il fatto che Spatuzza sia stato smentito da tutte le parti non significa granché. Il fatto che non ci sia alcun riscontro a quel che ha detto nemmeno. E nemmeno interessa che nessuno ci abbia chiarito il legame fra Berlusconi e le bombe. Ma quali poi? Quelle del ’93? Quelle del ’92? Tutte, come virgolettava sabato scorso con sobrietà, Repubblica?

Qualsiasi cosa accada, dev’essere sempre il Cavaliere a spiegare. D’Avanzo ce lo aveva già anticipato: dev’essere il Cavaliere a chiarire. È lui che deve svelarci una volta per tutte i rapporti con i Graviano, anche se non ci sono, le origini delle sue fortune, i passaggi dei boss latitanti ad Arcore e, avanti di questo passo, chi era suo padre, che non dimentichiamo lavorava alla banca Rasini, e magari pure suo nonno.

Ed è sempre Repubblica ad illuminarci, non è colpa dei mafiologi, degli esegeti di Cosa nostra, se il Procuratore generale Antonino Gatto era inadeguato, l’inchiesta slabbrata, la conduzione del processo Dell’Utri avventurosa. Ci sarà un’altra occasione per riscattare le sorti dell’antimafia militante.
E poi chi l’ha detto che Spatuzza sia stato smentito? Calma, è ancora tutto da vedere, la situazione è in evoluzione, le Procure di mezza Italia un cantiere che sforna verbali. Il pg Gatto, in un’intervista al Messaggero, ci spiega acutamente che una valutazione seria si «potrà fare solo alla fine».

La stampa di lingua inglese si è data, quella italiana è passata per le forche caudine del Graviano day, ma non è un gran problema. Francesco La Licata sulla Stampa ci informa che «l’aspettativa era soprattutto mediatica». Un’ammaccatura e avanti, in attesa del prossimo pentito. O del prossimo colpo di scena. «Il ricattatorio dialogo», come lo chiama la Repubblica va avanti. Nel mirino, nel Paese del sospetto, resta sempre il presidente del Consiglio.

E Palermo volta pagina, rapidamente. Il pm Nino Di Matteo interviene ad una manifestazione promossa dall’europarlamentare dell’Italia dei valori Sonia Alfano e polemizza con il Guardasigilli che aveva invitato i magistrati a frequentare meno i salotti televisivi: «Vorrei rassicurare il ministro Alfano - afferma davanti ad Antonio Di Pietro - che il nostro lavoro non si ferma e credo che lo Stato debba andare in fondo nelle inchieste che riguardano le stragi perché altrimenti per quanti latitanti possiamo arrestare, a Cosa nostra resterebbe in mano l’arma più forte, quella del ricatto».




Khamenei: « Eliminare l'opposizione»

Corriere della Sera

La questione delle elezioni «è finita: sono state legali.

I dissidenti non hanno potuto dimostrare nulla»

(Ap)

TEHERAN - Una frase che non ammette repliche: «l'opposizione sarà eliminata». L'ha pronunciata la Guida suprema iraniana, l'ayatollah Ali Khamenei, in un discorso ritrasmesso dalla televisione di Stato.

VOCI SULL'ARRESTO DI MUSSAVI - Khamenei ha parlato mentre, dalla notte scorsa, circolano insistenti sui siti dell'opposizione le voci del possibile arresto di Mir Hossein Mussavi e altri capi della protesta per cercare di mettere fine definitivamente alle manifestazioni nelle piazze e nelle università. Pur senza nominarli, l'ayatollah ha accusato questi leader di avere «violato la legge, organizzato rivolte e incoraggiato la gente a resistere al sistema» della Repubblica islamica. «Non si tratta di cose da poco - ha aggiunto la Guida suprema - e tutto questo ha dato coraggio ai nemici». «Ma essi - ha affermato ancora Khamenei - sono come la schiuma sull'acqua e quello che rimane è il sistema. L'opposizione verrà eliminata agli occhi della nazione».

CHIUSA LA QUESTIONE DELLE ELEZIONI - La questione delle elezioni «è finita» e non ci devono essere più proteste. Lo ha affermato la Guida suprema iraiana, ayatollah Ali Khamenei, in merito alla contestata rielezione nel giugno scorso del presidente Mahmud Ahmadinejad che ha portato alla più grave ondata di manifestazioni e disordini nella storia della Repubblica islamica. «Le elezioni sono finite, sono state legali e non hanno potuto dimostrare le loro affermazioni», ha detto Khamenei, in un discorso ritrasmesso dalla televisione di Stato, facendo riferimento alle denunce di brogli da parte dell'opposizione.



Lazio, muore 60enne da tre giorni in barella: "L'ospedale era pieno"


Roma - Era stato ricoverato d’urgenza martedì scorso per insufficienza respiratorio l’uomo che è morto all’ospedale San Giuseppe di Albano Laziale su una barella del pronto soccorso perchè non c’erano posti letto per accoglierlo: a raccontarlo al Tg3 la moglie del 60enne, che era cardiopatico, diabetico e obeso: "Mio marito - ha detto - aveva bisogno di cure specifiche e invece lo hanno tenuto per 3 giorni al pronto soccorso. Solo ieri sera mi ha chiesto di portarlo via di là perchè aveva paura di morire lì. Gli ho detto 'Non ti preoccupare, domattina presto veniamo e ti portiamo via' ma non abbiamo fatto in tempo".

La moglie: "Non c'era posto" I medici, spiega, hanno detto loro che non potevano trasferirlo perchè non c’erano posti: "Ci abbiamo pensato noi a trovare un letto ad Aprilia chiamando da casa, ma quando siamo andati a prenderlo era già morto". Sul caso si è già mossa la Regione Lazio: il vicepresidente Esterino Montino ha chiesto sul suo tavolo una relazione del direttore generale della Asl Roma H, e contemporaneamente ha avviato una verifica sulla reale disponibilità di posti letto, sottolineando: "Ho seri dubbi sul fatto che la rete ospedaliera del Lazio per tre giorni non sia stato in grado di dare un posto letto al malato di Albano". Sul caso la procura di Velletri ha aperto un fascicolo disponendo l’autopsia sul cadavere dell’uomo. 

La difesa dell'Asl "In attesa del trasferimento, il paziente è stato assistito regolarmente su uno dei posti letto tecnici di cui è dotato il pronto soccorso, completo di tutti presidi necessari. È stata fornita assistenza specialistica e sono state eseguite indagini diagnostiche". Lo ha detto, in una nota, il direttore sanitario della Asl Rm H, Vittorio Amedeo Cicogna, a proposito della morte del malato nell’ospedale di Albano Laziale in attesa del trasferimento in un’altra struttura. "Il paziente - ha spiegato Cicogna - è giunto al pronto soccorso dell’ospedale alle ore 14.42 del giorno 9 dicembre e ha ricevuto le prime cure. Presentava un quadro clinico di pluripatologia metabolico degenerativa in condizioni di rischio grave. Non essendo disponibili posti letto nel presidio di Albano è stata iniziata la ricerca di posti letto negli ospedali della provincia e di Roma mediante l’invio di numerosi fax. La ricerca è proseguita nel pomeriggio del 9 dicembre e per l’intera giornata del 10 senza ottenere disponibilità. Il decesso è avvenuto alle ore 7 circa di ieri, dopo neanche 48 ore dall’ingresso in ospedale".


Somalia, arrestato un islamico Aveva passaporto italiano

Corriere della Sera

Asad Shami Sharif Abdallah viveva a padova

Un miliziano di 19 anni cresciuto nel nostro Paese

 

DAL NOSTRO INVIATO Massimo A. Alberizzi


NAIROBI – Diciannove anni, studente a Padova, una vita sicura in Occidente ha piantato tutto per unirsi alla lotta armata islamica. E’ tornato in Somalia e si è arruolato tra gli shebab, gli insorti radicali antigovernativi che combattono contro il Governo Federale di Transizione. Ieri però Asad Shami Sharif Abdallah, assieme ad altri compagni, ha deciso di arrendersi e si è consegnato ai lealisti: «Non intendo fare il kamikaze – ha detto agli uomini che l’hanno arrestato –. In questo inferno mi ci ha mandato mio padre. Voleva che combattessi la jihad, la guerra santa. Ma a me tutto ciò non interessa».
Con altri compagni di lotta è uscito allo scoperto, disarmato, mani in alto e bandiera bianca. Durante l’interrogatorio parlava italiano così, davanti ad uno dei consiglieri del presidente Shek Sharif Shek Ahmed, ha rivelato la sua storia.

IN ITALIA DA QUANDO AVEVA QUATTRO ANNI - «Ha raccontato di essere nato a Mogadiscio, ma di essere stato portato in Italia quando aveva quattro anni – riferisce dalla capitale somala al Corriere una fonte della presidenza della repubblica che vuole restare anonima per paura di ritorsioni -. Abitava a Padova dove vive ancora suo padre, Shami Sharif Abdallah, con le seconda moglie e un fratello. Il giovane, designato dal genitore aspirante kamikaze, era rientrato in Somalia tre anni fa, quando aveva 16 anni. Per ora non sappiamo molto di più, salvo che il reclutamento è avvenuto in Italia». Secondo la stessa fonte Asad dovrebbe avere passaporto italiano, che però non gli è stato trovato in tasca. «Il padre l’ha accompagnato fino a Dubai facendogli un accurato lavaggio del cervello. Ha spiegato al giovane che era dovere di ogni buon musulmano partecipare alla guerra santa e che quindi avrebbe dovuto tornare in patria per combattere contro gli infedeli, cioè gli etiopi che in quel momento occupavano l’ex colonia italiana».

CORSO D'ADDESTRAMENTO - Una volta arrivato a Mogadiscio il ragazzo è stato accolto all’aeroporto e preso in custodia da tre persone che l’hanno portato a Chisimaio, il centro dell’islamismo radicale somalo. Ha seguito un corso d’addestramento e cominciato a combattere, a Brava, a Merca e poi nella stessa capitale. «Si è arreso perché non voleva più continuare con questa vita – riferiscono dal palazzo presidenziale somalo -. Ammazzare o venire ammazzati senza un vero motivo».

IL PADRE A PADOVA - Da Padova, contattato al telefono, il padre del ragazzo, quando apprende la notizia dell’arresto del figlio, sembra rimanere attonito. «Gli ho parlato un paio di settimane fa – spiega – e non mi sembrava fosse caduto nelle braccia degli shebab. Lui è parente da parte di madre del presidente della Repubblica Shek Sharif Shek Ahmed, sarà rilasciato presto». Mentre da Mogadiscio viene smentito qualunque legame di parentela, il padre giustifica la partenza del figlio tre anni fa: «E’ stata la madre che vive nella capitale a chiedermi di riportare Asad a casa. Lì sta bene: oltre alla mamma, ci sono fratelli e sorelle e poi gli zii».

Ma Mogadiscio è pericolosa. Che ci fa uno come lui che avrebbe potuto vivere in Italia? «No, non è affatto pericolosa. Quando gli ho parlato mi ha detto che tutto procedeva tranquillamente». Un’immagine idilliaca di quella che viene considerata la città più rischiosa del mondo, giacché si combatte ininterrottamente - o quasi - da ben 18 anni.Contatti del figlio con l’islamismo radicale? «Assolutamente no, è un tipo posato e gentile». Che ormai la Somalia sia piena di giovani emigrati che rientrano in patria per combattere la guerra santa è chiarissimo. Molti sono gli americani, soprattutto del Minnesota, altri arrivano dal Canada e altri ancora dall’Europa. Proprio venerdì è stato dato l’annuncio che il kamikaze che il 3 dicembre si è fatto saltare all’hotel Shamu, alla cerimonia di laurea di un gruppo di studenti, provocando almeno 22 morti tra cui tre ministri, proveniva dalla Danimarca.



Festa delle luci invece del Natale a scuola La politica boccia le scelte dei maestri

Corriere della Sera


il caso di una elementare di cremona


Gelmini: «Scelta che non condivido. Non si crea integrazione così». Gli insegnanti: «Una strada intrapresa da anni e nessuno ha mai fatto rimostranze»

 


CREMONA - La «Festa delle luci» sostitituisce il Natale in una scuola elementare di Cremona, per non creare problemi ai tanti bambini di culture e religioni diverse. La notizia pubblicata sul Corriere della Sera, ha creato immediate reazioni. La più forte è arrivata dal ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini: «Una scelta da me non condivisa e che non trovo utile, pur nel rispetto dell'autonomia di ogni singola scuola - sostiene -.

Non si crea integrazione e non la si aiuta eliminando la nostra storia e la nostra identità. In particolare il Natale contiene un messaggio di fratellanza universale. Quindi è un simbolo che non divide ma unisce». Altre voci si sono poi aggiunte, come quella del ministro leghista delle Politiche Agricole, Luca Zaia: «Un altro harakiri culturale perpetrato da un finto educatore sulla pelle dei nostri bambini. Sarebbe il caso, oltre alla dovuta solidarietà a Gesù, Giuseppe e Maria di dare tutto l'appoggio possibile ai bambini vittime di queste capriole buoniste».

LA DIFESA DEGLI INSEGNANTI - Ma la scuola elementare statale Manzoni, si difende. «È una decisione presa anni fa da noi insegnanti insieme, d'intesa con i genitori e senza mai che ci fossero rimostranze - dice uno dei maestri, Eriberto Mazzotti - corrisponde alla nostra idea di ospitalità. Siamo una scuola interculturale. Abbiamo pensato alla Festa delle luci per non urtare le altre culture, senza comunque rinnegare il Natale».

Lunedì i bambini usciranno da scuola tenendo in mano un lumino e si disporranno nel piazzale per raffigurare, un albero, una stella, un simbolo di pace. Quindi intoneranno un canto che quest'anno dovrebbe essere «Funga Alafia», un brano che arriva dal Ghana. Per anni nessuno, pare, abbia avuto da ridire, ma questa volta sono cominciate le obiezioni. Prima di tutto da parte dei genitori dei bambini italiani. «Lo sappiamo che nella scuola ci sono tanti alunni extracomunitari, di altre religioni - dice una mamma - Il Natale appartiene alla nostra storia e alla nostra tradizione, perché privarne i nostri bambini?».